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I bresciani (per ora) fuori dal D’Annunzio
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  Sabato, 12  Dicembre 2009    Gianluca Gallinari, GdB


I bresciani (per ora) fuori dal D’Annunzio  

Capitale ricostituito per intero da Verona: 60 giorni per Cdc e Broletto

Il D’Annunzio non è più cosa nostra. Da ieri è per intero di Verona, sia pur in via non definitiva. È il quadro che emerge alla luce dell’assemblea che si è svolta ieri mattina a Montichiari. All’ordine del giorno vi era la ricostituzione del capitale sociale della società di gestione, fino a ieri ripartita tra l’azionista di maggioranza, la Catullo Spa (85%), il Broletto (7,5%) e la Camera di Commercio della Leonessa (altro 7,5%).
Ricostituzione per 15,5 milioni
La ricostituzione del capitale era passaggio indispensabile a termini di legge: stanti le perdite maturate nel corso degli anni e la mancata ricopertura delle medesime nell’arco degli ultimi due da parte dei soci bresciani (circa 400mila euro), il capitale della D’Annunzio Spa era ridotto all’osso, al di sotto di un terzo dell’ammontare iniziale. Circostanza che, sempre per legge, lasciava aperte due ipotesi: il fallimento o, appunto, l’azzeramento delle perdite e la ricostituzione integrale del capitale. Opzione questa che è stata percorsa ieri nel corso dell’assemblea dei soci, assenti i rappresentanti dei bresciani. A sottoscrivere per intero la ricostituzione, per un importo di 15.500.000 di euro è stato dunque l’unico socio presente: la Catullo Spa, società di gestione dell’aeroporto scaligero, che di fatto, allo stato attuale delle cose detiene perciò il 100 per cento della D’Annunzio Spa. Un quadro societario, tuttavia, non definitivo: una clausola risolutiva infatti, prevede che i bresciani possano esercitare un diritto di prelazione e tornare in possesso delle quote di propria spettanza versando il 15% del capitale ricostituito entro 60 giorni - 30 quelli previsti di consueto, raddoppiati su esplicita richiesta del Broletto - a far data dal deposito della delibera al Registro delle Imprese. Il che vale a dire entro la metà di febbraio.
La Cdc esce definitivamente
Non solo. Se in Provincia non si esclude un rientro, e si verificano semmai le opportune misure finanziarie per questioni di bilancio, la Camera di commercio già ieri ha fatto sapere che non intende più tornare sui propri passi. Il presidente Franco Bettoni è stato quantomai chiaro: «Noi restiamo sulle nostre posizioni». Leggasi rottura definitiva con Verona, prosieguo della battaglia legale in sede amministrativa per la concessione avviata da ABeM (che unisce Cdc e Aib, ma pure associazioni di categoria e in quota simbolica la Loggia). Quindi, la Cdc è definitivamente fuori dalla D’Annunzio: «Esattamente» replica lapidario Bettoni, che non aggiunge ulteriori commenti.
Quindi, nella più probabile delle ipotesi, al netto di colpi di scena, il D’Annunzio potrà tornare ad essere bresciano solo per una quota pari al 7,5%. Vale a dire la quota fino a ieri in possesso della Provincia di Brescia. Alla quale tuttavia, in linea puramente teorica, nulla vieterebbe - se non le più volte ribadite ristrettezze di bilancio - di subentrare alla Cdc nella compagine azionaria, rilevando il 7,5% di sua spettanza. Ma in tal caso dovrebbe versare entro metà febbraio una cifra significativa: 2 milioni e 325mila euro. Se si limitasse ad esercitare il diritto di opzione sul «suo» 7,5% si tratterebbe invece di 1 milione e 162.500 euro. La rinuncia, invece, di fatto significherebbe la definitiva perdita di quanto sin qui investito: tra stanziamento iniziale e ripianamenti delle perdite, circa 3 milioni di euro. E cifra analoga dovrebbe essere quella persa dalla Cdc. Intanto, mentre Verona ha avanzato altre proposte, ritenute di poco divergenti dalle precedenti, fervono gli incontri romani. Con quale esito per ora non si sa.
Aumento eventuale di 5 milioni
Da ultimo, all’assemblea di ieri, presieduta da Vigilio Bettinsoli, vertice della D’Annunzio Spa, presente tra gli altri dal numero uno di Catullo, Fabio Bortolazzi, è stato dato via libera al consiglio di amministrazione anche ad un eventuale aumento di capitale che si ritenesse necessario per il potenziamento di Montichiari, pari a 5 milioni di euro.




Enac e Difesa: «Montichiari è cargo». E il Piano d’area si adegua
Le vicende societarie del D’Annunzio incombono. E al contempo anche le prospettive di sviluppo sono oggetto di rivalutazioni con ricadute sul Piano d’area.
Una delibera della Giunta regionale del 25 novembre pubblicata il 7 dicembre dà atto di quanto emerso dall’ultimo confronto tra Regione, Provincia, Comuni (Castenedolo, Ghedi, Montichiari, Montirone) oltre che Enac (Ente nazionale aviazione civile) e Ministero della difesa. Proprio questi ultimi hanno ritoccato al ribasso le potenzialità di sviluppo del D’Annunzio sul fronte del trasporto passeggeri, ribadendo ancora una volta la vocazione cargo dello scalo.
Una prima considerazione riguarda gli aspetti operativi: tanto il D’Annunzio, quanto il Catullo e l’aeroporto militare di Ghedi dipendono dal centro di controllo di «Garda avvicinamento», in grado di gestire un massimo di 16 voli all’ora, da ripartire sulle tre superfici. Da cui deriva che per Montichiari, i voli cargo - meno numerosi ma in grado di trasportare quantitativi di merci ingenti, e dunque in proporzione più redditizi dei voli passeggeri - sono un’opzione quasi obbligata. Così, mentre la Regione indica le potenzialità di crescita del D’Annunzio in 7-8 milioni di passeggeri e 129mila tonnellate di merci, Enac ribalta la visione, individuando in 2,5-3 milioni di passeggeri e 360mila tonnellate di merci il tetto immaginabile per Montichiari di qui al 2045.
Alla luce di queste proiezioni, si immagina il prolungamento della pista per i super-cargo. Il che incide sul Piano territoriale regionale d’area (Ptra), con un allungamento a nord di circa 700 metri dell’area di salvaguardia. Ma in parte la riperimetrazione della stessa svincolerebbe alcune zone più esterne. Inoltre, vengono recepite alcune istanze dei Comuni, specie sugli aspetti ambientali e di limitazione dei vincoli.
La delibera, in particolare, introduce una seconda area di salvaguardia. A quella individuata («A»), se ne sovrappone una più ampia («A1», una sorta di ovale allungato che ha il suo centro sull’asse pista) nell’ambito della quale i Comuni avranno sì libertà di manovra nella pianificazione in seno al Pgt, ma dovranno tener conto di specifici indirizzi di compatibilità con lo sviluppo dell’aeroporto.
L’aspetto più interessante però è la previsione relativa alla possibilità di consentire «un limitato incremento delle volumetrie - residenziali e produttive - esistenti nell’area A». In ipotesi fino al 20% di superficie lorda di pavimento per le attività produttive e del 10 per il residenziale

 





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