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I sicari del clan nel pd stabiese. Caccia al padrino politic
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  Sabato, 24 Ottobre 2009: Accadde Oggi    Giovanni Santaniello, metropolis


Omicidio Tommasino (dossier)


CRONACA
    
I sicari del clan nel pd stabiese.
Caccia al padrino politico

CASTELLAMMARE DI STABIA (NAPOLI) - Il coraggio dell’onestà, il Partito Democratico stabiese non lo mostra. Sono una settantina i democratici che si affollano nella sede in cui, nei mesi scorsi, è stato presente anche Catello Romano, uno dei killer di Gino Tommasino, per iscriversi prima e per concorrere alle primarie cittadine del partito poi. Ma il ‘referente’, il ‘padrino’ o, magari, solamente il lontano conoscente, l’amico dell’amico (come si dice in questi casi) che l’ha portato nel Pd, non esce allo scoperto. Per questo, sostanzialmente, l’iniziativa che il neo commissario del circolo Paolo Persico ha voluto denominare “Le antenne della legalità” fallisce.

Le antenne che avrebbero dovuto “raccogliere segnalazioni” non intercettano nulla che vada davvero nella direzione della chiarezza. Eppure, i dirigenti del Pd più direttamente coinvolti in quanto responsabili di aver dato spazio a Romano candidandolo alle primarie del novembre del 2008 hanno sentito l’esigenza di guardarsi negli occhi. Ma non si sono fidati l’uno dell’altro, evidentemente. L’assemblea a cui prende parte anche il commissario provinciale del Pd, Enrico Morando, e il sindaco di Castellammare, Salvatore Vozza, nasce già destinata al fallimento perchè la sera prima, tutti i dirigenti della lista ‘Riformismo e innovazione con Cimmino’, quella che ha lanciato Romano nella corsa delle primarie, non trovano il coraggio di dirsi la verità. Cimmino, Iovino, Varone, Turcio, oltre i due consiglieri comunali Cascone e D’Apice. Nessuno tra questi si alza per dire che è stato lui ad aver conosciuto e ad aver chiamato, oppure ad aver saputo e ad aver subìto Catello Romano nel partito prima e nella lista delle primarie dopo. Avanza l’ipotesi di far uscire la verità in quella riunione ristretta e poi di presentarsi davanti al resto del partito, ai commissari Persico e Morando, a tutta la città, pronti ad assumersi - tutti - la responsabilità politica di quella che, nella migliore delle ipotesi, è da considerare una ‘sbavatura’, come sostiene colui il quale, poi, divenne segretario del Pd, Gaetano Cimmino.

Niente: il responsabile non se la sente. Il Pd rimane zitto.

Così, il giorno dopo, nell’assemblea voluta da Persico parla con parole già dette. Quelle che servivano per la chiarezza così invocata da tutti non si ascoltano. Morando si batte il petto. Ma dice: “Non ho minimamente trascurato alcuna segnalazione. Ma ho cercato di regolarmi tenendo conto della delicatezza della situazione. E non credo di aver sbagliato. C’erano , del resto, altre segnalazioni...” Quali segnalazioni? Quante? Ci sono state alcune che hanno portato a cancellazioni dalla lista degli iscritti del Pd? La moglie del boss D’Alessandro, segnalata a Morando il 9 e l’11 febbraio 2009, risulta cancellata allora? “La nostra arma per battere la camorra deve essere la trasparenza”, ripete il commissario venuto da lontano, “piemontardo”, come si definisce. Ma, alla prova dei fatti?

Nel salone dell’assemblea c’è anche Diego Belliazzi, uno dei garanti del tesseramento del settembre 2008:
“Avvertimmo qualche presenza dubbia - ricorda - Ma qui, il tesseramento è stato tutto regolare. Come facevamo a sospettare di un ragazzo di 18 anni? Come potevamo immaginare che Catello Romano fosse un killer dei D’Alessandro?” In molti la pensano così. Anche Alessia, che ha 23 anni ed è pronta a sbattere in faccia a chiunque che lei la camorra la combatte davvero. Con l’associazione nata in memoria di Borsellino e con quella che si è impossessata dell’immobile di Santa Caterina appartenuto ai D’Alessandro. “Come è stato possibile che iscrivessimo un killer della camorra? Era incensurato...e, poi, chi dice che un ragazzo di una famiglia legata a certi ambienti, non voglia imboccare altre starde?”

Certo. Magari. Sarebbe bello se la politica e un partito offrisse l’opportunità di recuperare quel ragazzo al vivere civile. Ma, nell’assemblea annunciata con lo slogan ‘chi sa, parli’ quel coraggio di essere altro non c’è.

 



 
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