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BRESCIA: Ieri, oggi e domani :: Il card. Re e il legame tra Montini e Ratzinger
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Il card. Re e il legame tra Montini e Ratzinger
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La testimonianza

Il card. Re e il legame
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tra Montini e Ratzinger

ImageBrescia, Papa Benedetto XVI, Paolo VI: un legame storico e spirituale che è messo in evidenza da un’intervista del card. Giovanni Battista Re, bresciano anche lui, e che colloca la vicenda dei due pontefici nell’orizzonte dell’esperienza conciliare e della salvaguardia della fede nel tempo della modernità.

L’intervista, pubblicata dall’Osservatore Romano, prende le mosse dalla consapevolezza che lo sforzo di Paolo VI nel salvaguardare la fede fu «sovrumano» e che in questo percorso si colloca il filo rosso che lega quel pontificato a quello di Giovanni Paolo I e di Giovanni Paolo II fino a Papa Benedetto.

Dunque continuità conciliare: «Ambedue i Pontefici - spiega il card. Re a Mario Ponzi - spiccano per la fedeltà al Concilio Vaticano II e per l’impegno nel difendere il vero spirito del Concilio. Nell’allocuzione alla Curia romana, in occasione del Natale 2005, Benedetto XVI, affrontando il tema della ricezione del Concilio e parlando dell’ermeneutica della continuità e della discontinuità, confermava di fatto l’interpretazione del Concilio Vaticano II data a suo tempo da Paolo VI: continuità nel rinnovamento.

Questa sollecitudine per la giusta interpretazione del Concilio mostra il grande amore dei due Papi per la Chiesa, chiamata a custodire e trasmettere il depositum fidei e ad essere comunità unita dall’amore. Paolo VI, nella sua prima enciclica Ecclesiam suam, presentando il volto della Chiesa, nella parte riguardante il suo rinnovamento, si soffermò sulla carità, ponendo la domanda: "Non è forse la carità la scoperta sempre più luminosa e più gaudiosa che la teologia da un lato, la pietà dall’altro, vanno facendo nella incessante meditazione dei tesori scritturali e sacramentali, di cui la Chiesa è l’erede, la custode, la maestra e la dispensatrice?". E concludeva chiedendosi: "Non è forse questa l’ora della carità?"».

Una domanda che è tornata più volte nel corso dei pontificati post montiniani e che Benedetto XVI ricolloca al centro della sua enciclica sulla Carità.

«A tale domanda ha dato risposta nella seconda parte dell’enciclica, presentando la Chiesa come "comunità d’amore" e indicando alla comunità ecclesiale che il suo compito è la carità. Inoltre, ambedue i Papi, convinti della preziosità della fede, sono particolarmente impegnati nel servire la verità della fede e nell’offrire questa verità a quanti la cercano».
Insomma, il legame tra i due pontefici, si può trovare e ricollocare proprio nel cuore del loro Magistero, nello spirito che lega la grande enciclica paolina «Populorum Progressio» all’ultima enciclica di Papa Benedetto.

«Direi che esaminando questi due grandi documenti magisteriali lo spirito di continuità appare con luminosa evidenza. In tutta l’enciclica sociale di Benedetto XVI è presente la prospettiva indicata da Paolo VI nella Populorum progressio. L’intero primo capitolo della Caritas in veritate è una ripresa ed un rilancio degli spunti della Populorum progressio. Al riguardo, Benedetto XVI scrive al numero 8: "A oltre quarant’anni dalla pubblicazione dell’enciclica (Populorum progressio), intendo rendere omaggio e tributare onore alla memoria del grande Pontefice Paolo VI, riprendendo i suoi insegnamenti sullo sviluppo umano integrale e collocandomi nel percorso da essi tracciato, per attualizzarli nell’ora presente". Negli ultimi capitoli, la Caritas in veritate fa proprie tre prospettive dell’enciclica Populorum progressio.

La prima è l’idea che "il mondo soffre per la mancanza di pensiero". La Caritas in veritate svolge questa riflessione sottolineando il tema della verità dello sviluppo e rilevando l’esigenza di una interdisciplinarietà ordinata dei saperi e delle competenze a servizio del progresso umano.

La seconda è che "non vi è umanesimo vero se non aperto verso l’Assoluto". La Caritas in veritate è articolata nella prospettiva di un umanesimo veramente integrale, di ogni uomo e di tutto l’uomo, illuminato dalla luce che viene da Dio.
Infine, là dove Paolo VI faceva appello alla carità e alla verità ed esortava a operare col cuore e con l’intelligenza, la Caritas in veritate pone questo tema già nell’incipit e lo articola in vari passaggi, vedendo all’origine del sottosviluppo una mancanza di fraternità e di solidarietà.

Ambedue i Papi sono convinti che il primo contributo al bene di ogni uomo e di ogni donna e allo sviluppo integrale dei popoli sta nell’annuncio della verità di Cristo, che educa le coscienze e insegna l’autentica dignità delle persone, promuovendo la formazione di una cultura che risponda veramente a tutte le domande dell’uomo».

Ma la continuità vera, radicale, misteriosa, che passa attraverso gli uomini e li lega alla grande storia della Chiesa, con le loro caratteristiche, le loro personalità, le loro diverse storie e provenienze, sta tutta nel grande mistero «dell’amore per Cristo e per la sua Chiesa - conclude il card. Re. Un amore che diventa anche coraggiosa chiarezza nel denunciarne difficoltà ed errori: amore nella verità, Caritas in veritate. Fortissimo fu il grido di denuncia pronunciato da Paolo VI, il 29 giugno del 1972: "Si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. È venuta invece una giornata di nuvole, di tempesta, di buio... Da qualche fessura è entrato il fumo di Satana nel Tempio di Dio". Quasi eco di queste parole suonano le meditazioni scritte dal cardinale Ratzinger per la Via Crucis al Colosseo del 2005, in quell’indimenticabile Venerdì Santo quando Giovanni Paolo II - nella foto con i cardinali Re e Ratzinger -, stretto, quasi aggrappato al Crocifisso, in una struggente "icona" di sofferenza, ha ascoltato in silenzioso raccoglimento le parole di colui che sarebbe divenuto il suo successore sulla cattedra di Pietro poche settimane dopo...».

 





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