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Sabato, 19 Dicembre 2009 MARCELLO SORGI, La Stampa
Il cuore di un maestro
Yes, I know, listen my friend...»: dal suo gabbiotto in redazione, la voce arrivava tonante. Igor parlava insieme arabo e inglese. Aveva l’accento yankee di tanti della sua generazione che avevano conosciuto gli americani durante la guerra. Nei giorni della crisi di Sigonella e dei due missili lanciati da Gheddafi su Lampedusa, era uno spettacolo vederlo lavorare, appeso al filo incerto di una telefonata libica.
Igor Man era un tipo unico, a cominciare dal nome d’arte che s’era dato ed era riuscito non si sa come a far stampare sui suoi documenti. Aveva un metabolismo mediterraneo, gli era rimasto attaccato il fuso orario dei vecchi giornalisti che andavano a dormire tardissimo, con la prima copia fresca di stampa ritirata alla rotativa. Personaggio da film, era uno degli ultimi di un’epoca romantica e appassionata. In Vietnam mentre la moglie adorata, Mariarosa, metteva al mondo suo figlio: il telegramma per avvertirlo lo raggiunse quando il piccolo Federico era già tornato a casa. E poi in Cile, a Cuba, a Panama e in Costarica: per molti anni non c’era guerra o guerriglia, crisi grande o piccola nel mondo che non lo vedesse schierato in prima linea. Allora le missioni duravano mesi, la tv quasi non c’era, gli articoli si mandavano col telegrafo e cominciavano con il fatidico distico «dal nostro inviato speciale». In quell’aggettivo c’era un che di avventura, di sogno, di coraggio, che faceva desiderare anche all'ultimo dei cronisti di essere, chissà, un giorno, come il leggendario Igor Man.
A un certo punto della sua lunga carriera, Man aveva preso una sorta di seconda cittadinanza in Medio Oriente e nel mondo arabo nostro dirimpettaio e non ancora soffocato dal fondamentalismo. Andava e veniva, tornava e ripartiva, allungava orgoglioso il lungo medagliere di foto dei suoi intervistati. Accanto a Che Guevara, ad Allende, a un gruppo di misteriosi guerriglieri boliviani armati fino ai denti, a un Kennedy avvicinato svagatamente a un ricevimento a Washington, da un elegantissimo Igor in dinner jacket e papillon, comparvero così l’israeliana Golda Meir, l’egiziano Mubarak, il vecchio re Hassan II del Marocco, il ras della Tunisia Bourguiba, e poi, in varie pose, un Arafat di cui Man era spesso ospite esclusivo e autorizzato, raro privilegio, a descriverne la vita riservatissima nella casa araba dove il the bolliva lento tutto il giorno, tra nuvole d’incenso e fiori di gelsomino sparsi un po'dappertutto.
Con molti anni di anticipo, Man aveva capito che dalla sponda orientale a noi più vicina la polveriera islamica stava incubando dentro e attorno a un Occidente del tutto impreparato a contenerla. Per questo Igor, che aveva visto nascere il khomeinismo in Iran, era desolato quando gli americani avevano dovuto abbandonare la Somalia infestata dai fondamentalisti. Ed era disperato di fronte alla prima guerra del Golfo, quella del '91 in cui l'Italia si commosse per le gesta eroiche del maggiore Bellini e del capitano Cocciolone, ma non immaginava neppure cosa sarebbe accaduto dieci anni dopo. Toccò a Man raccontare nella sua rubrica «Diario arabo» la cultura, i valori e anche gli eccessi del mondo islamico: lo faceva umilmente, in trenta righe, tutti i giorni. E ogni articolo si concludeva con una «sura», una massima del Corano.
In quel periodo Igor veniva sempre a lavorare alla redazione romana. Arrivava verso l’una, freschissimo, elegante nella sua camicia candida, le frezze bianche sulla capigliatura corvina ravviate all'indietro e un'allure di profumo esotico che si lasciava alle spalle. L’incarnato scuro, la pelle sempre abbronzata già al primo sole primaverile, tradivano la sua origine catanese. I piccoli occhi verdi, alti su due zigomi sporgenti, svelavano la sua metà asiatica, ereditata dalla madre russa. Mentre il talento del grande giornalista trasudava dallo sguardo mobile, dalla battuta pronta, dal gusto dei dettagli, scovati tra le pieghe di un articolo o in un'immagine di tg. Per molti di noi, Man è stato un maestro, oltre che un amico affettuoso. Memorabile era il suo modo di trasmettere i vecchi trucchi artigiani del mestiere, come quando spiegava che in un’intervista difficile, con poco tempo a disposizione, era inutile bombardare l’intervistato con una raffica di domande. Meglio puntare al cuore, che alla testa. Scegliere, sulla sua scrivania, un oggetto, una foto, una cosa di nessuna importanza, ma che magari, notati con finta sorpresa, potessero ammorbidire il clima dell’incontro.
Era anche generoso, pronto a fare qualsiasi cosa necessaria al giornale. Quando morì Edoardo Agnelli, lui ch’era stato sempre vicino all’Avvocato, si offrì di scriverne il ritratto. Scoprimmo così che quel ragazzo che aveva scelto di concludere tragicamente un’esistenza tormentata, per qualche tempo si era interessato alle filosofie orientali, e aveva trovato in Man un sostegno e un interlocutore. Quella volta Igor scrisse, non un articolo, ma una bellissima lettera ai genitori di Edoardo. Per confortarli, nel giorno più difficile della vita.














































