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Giovedì, 1 Ottobre 2009: Accadde Oggi
Il mondo visto da Roma
SANTA SEDE
Il Papa e il Presidente pakistano, insieme contro le discriminazioni religiose
Il Papa ricorda Santa Teresa di Lisieux e la sua “piccola via” dell’amore
Benedetto XVI visiterà Cipro nel giugno 2010
Card. Kasper: ognuno può contribuire a dialogo e riconciliazione
Il Papa prega perché i cristiani riscoprano la celebrazione domenicale
Erede di Lejeune, nuovo membro dell'Accademia per la Vita
SINODO SPECIALE SULL'AFRICA
Una donna al Sinodo per l'Africa
Il fondatore di Shalom sulle speranze del Sinodo per l'Africa
NOTIZIE DAL MONDO
Quando la Chiesa tedesca scomunicò il nazismo
I Vescovi del Kenya chiedono a Dio “un cuore nuovo”
I Vescovi canadesi e le conseguenze della legalizzazione dell'eutanasia
Chiese chiuse, una ferita nel Corpo di Cristo
Procede la causa di canonizzazione del fondatore dei Cavalieri di Colombo
Laurea “honoris causa” al Cardinale Cordes dall'Università di Lublino
ITALIA
Assisi si prepara alla solennità di San Francesco
INTERVISTE
La rivoluzione verde in Africa fra tradizione e modernità
NOTIZIE FLASH
Il 3 ottobre, mons. Ravasi rifletterà su alcuni scritti di san Francesco
DOCUMENTI
Discorso del Papa alla comunità religiosa e civile di Castel Gandolfo
Santa Sede
Il Papa e il Presidente pakistano, insieme contro le discriminazioni religiose
Tra i temi nell'udienza a Castel Gandolfo anche la lotta al terrorismo
CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 1° ottobre 2009 (ZENIT.org).- L’impegno a superare ogni forma di discriminazione religiosa e la lotta contro il terrorismo sono stati i temi al centro dell’incontro di questo giovedì, a Castel Gandolfo, tra Benedetto XVI e il Presidente della Repubblica Islamica del Pakistan, Asif Ali Zardari.
Nei cordiali colloqui, informa una nota della Sala Stampa vaticana, il Papa e Zardari si sono soffermati “sull’attuale situazione in Pakistan, con particolare riferimento alla lotta contro il terrorismo e all’impegno di formare una società più tollerante e armonica in tutte le sue componenti”.
Inoltre, prosegue il comunicato, “evocando i recenti episodi di violenza contro le comunità cristiane in alcune località, nonché gli elementi che hanno favorito tali gravi incidenti” è stata “sottolineata la necessità di superare ogni forma di discriminazione basata sull’appartenenza religiosa, con lo scopo di promuovere il rispetto dei diritti di tutti i cittadini”.
Il Pontefice e Zardari hanno anche dialogato “sul contributo positivo della Chiesa cattolica alla vita sociale del Paese, attraverso le sue attività educative, sanitarie ed assistenziali”.
Dopo il colloquio con il Papa, il Presidente pakistano ha incontrato il Cardinale Segretario di Stato, Tarcisio Bertone, e mons. Dominique Mamberti, Segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati.
I cristiani in Pakistan vivono nella paura e nell'insicurezza a causa delle continue violenze di cui sono vittime. Alla base di tutto vi sono spesso accuse false o motivate da interessi meschini che fanno leva sulla cosiddetta “legge sulla blasfemia”.
La “legge sulla blasfemia” - introdotta nel Pakistan dal dittatore Zia-ul-Haq negli anni ’80 – riguarda gli articoli 295, commi b), c) e 298 commi a), b), c) del Codice Penale pakistano che condanna “quanti con parole o scritti, gesti o rappresentazioni visibili, con insinuazioni dirette o indirette, insultano il sacro nome del Profeta”.
L'ultimo in ordine di tempo di questi episodi di violenza si è verificato l'11 settembre quando alcuni estremisti hanno devastato il villaggio di Jethki, nel distretto di Sialkot della provincia del Punjab, appiccando il fuoco a due abitazioni cristiane vicine alla chiesa e minacciando di uccidere gli abitanti del villaggio.
Secondo gli ultimi dati forniti dall'agenzia Fides dalla Chiesa pakistana, negli ultimi 25 anni sono circa 1.000 i casi di persone accusate ingiustamente di blasfemia, fra i quali numerosi cristiani e membri di altre minoranze religiose, ma anche musulmani.
Inoltre, almeno 30 persone sono morte e centinaia hanno sofferto molto per le vicende di ingiusta carcerazione, emarginazione, perdita delle proprietà, in seguito alle false accuse di blasfemia.
Per questa ragione le organizzazioni cristiane del Pakistan hanno indetto per il 24 ottobre a Karachi, Lahore e Islamabad, una conferenza nazionale per chiedere l'abolizione della legge sulla blasfemia.
Il Papa ricorda Santa Teresa di Lisieux e la sua “piccola via” dell’amore
Nel salutare e ringraziare la comunità di Castel Gandolfo
CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 1° ottobre 2009 (ZENIT.org).- Nel salutare questo giovedì mattina la comunità religiosa e civile di Castel Gandolfo, dove ha trascorso il periodo estivo, Benedetto XVI ha esortato i fedeli a seguire “il sentiero umile dell’amore” indicato da Santa Teresa di Lisieux di cui ricorre oggi la memoria liturgica.
Il Papa, che rientrerà in Vaticano sabato 3 ottobre, alle ore 11:00, ha voluto in questo modo ringraziare quanti, con dedizione e impegno, si sono prodigati per garantirgli una serena permanenza nella ridente cittadina laziale.
Per tutti, a partire dal Vescovo di Albano e dal Sindaco della cittadina laziale, il Pontefice ha avuto una parola di ringraziamento e di benedizione.
Quindi, ricordando che oggi la Chiesa festeggia Santa Teresa di Gesù Bambino, ha detto che
“la sua testimonianza mostra che solo la parola di Dio, accolta e compresa nelle sue concrete esigenze, diventa sorgente di vita rinnovata”.
“Alla nostra società, spesso permeata di un cultura razionalistica e di un diffuso materialismo pratico, la piccola Teresa di Lisieux indica, come risposta ai grandi interrogativi dell’esistenza, la 'piccola via', che invece guarda all’essenziale delle cose”, ha detto.
“E’ il sentiero dell’amore, capace di avvolgere e dare senso e valore ad ogni umana vicenda”, ha poi aggiunto.
Cari amici, ha concluso il Papa, “seguite l’esempio di questa Santa; la strada da lei percorsa è alla portata di tutti, perché è la strada della fiducia totale in Dio, che è Amore e mai ci abbandona”.
Benedetto XVI visiterà Cipro nel giugno 2010
Lo ha annunciato il governo di Nicosia
CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 1° ottobre 2009 (ZENIT.org).- Il governo cipriota ha annunciato questo giovedì mattina che Benedetto XVI ha accettato di visitare Cipro.
L’invito – secondo quanto riferito dalla Radio Vaticana – era stato rivolto al Papa dalla Chiesa locale e dal Presidente della Repubblica di Cipro, Demetris Christofias, durante la sua visita in Vaticano lo scorso 27 marzo.
La visita di Benedetto XVI dovrebbe svolgersi all’inizio di giugno 2010.
La Chiesa locale, nelle persone del Patriarca latino di Gerusalemme, Fouad Twal, e dell’arcivescovo maronita di Cipro, mons. Josef Souaef, insieme al Custode di Terrasanta, padre Pierbattista Pizzaballa, ha espresso la sua gioia per la prossima visita del Papa.
Card. Kasper: ognuno può contribuire a dialogo e riconciliazione
Presentato il Concerto in ricordo della II Guerra Mondiale
CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 1° ottobre 2009 (ZENIT.org).- “Ognuno di noi può contribuire a suo modo al dialogo ed alla riconciliazione. Anche tramite la musica”, ha affermato questo giovedì mattina il Cardinale Walter Kasper, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani.
Il porporato è intervenuto al briefing di presentazione del Concerto “Giovani contro la Guerra”, in programma l'8 ottobre nell'Auditorium di Via della Conciliazione a Roma, al quale assisterà anche Papa Benedetto XVI.
Il Concerto verrà eseguito dall'InterRegionales JugendsinfonieOrchester (IRO) nel contesto del progetto “1939-2009: 70 anni dallo scoppio della Seconda Guerra Mondiale”.
Nel suo discorso durante il briefing, svoltosi nell'Aula Giovanni Paolo II della Sala Stampa della Santa Sede, il Cardinale Kasper ha ricordato che l'obiettivo del Concerto, organizzato dal dicastero da lui presieduto, dalla Commissione per i Rapporti Religiosi con l’Ebraismo, dall’Ambasciata tedesca presso la Santa Sede e dal KulturForum Europeo di Mainau, è quello di coinvolgere, “nella rielaborazione del ricordo tragico della guerra”, “non solo la generazione che ne ha vissuto gli orrori, ma anche i giovani e tutti coloro che vogliono far tesoro degli insegnamenti del passato per creare un mondo migliore”.
“In tal modo, si desidera ricordare che, per promuovere e mantenere la pace, è essenziale che ci siano impegno costante e partecipazione attiva di individui e di istituzioni”.
Alla fine della guerra, ha rilevato, “le ferite sono rimaste”. Per sanarle, “la Chiesa cattolica è diventata una delle principali promotrici in tutto il mondo della riconciliazione e del processo di guarigione della memoria, acquisendo una voce sempre più determinante”.
E' questo impegno, ha osservato il Cardinale Kasper, a rappresentare “la tela di fondo del concerto”.
Allo stesso tempo, ha aggiunto, “si vuole ricordare che il dialogo è l’unica alternativa alla guerra”.
Il movimento ecumenico, ha infatti constatato, dimostra come “vicini belligeranti, che si sono lacerati vicendevolmente in guerre confessionali”, siano diventati oggi “fratelli in Cristo” e contribuiscano “alla riappacificazione di popoli e Nazioni”.
Rapporti con l'ebraismo
La II Guerra Mondiale, ha denunciato il presidente del dicastero vaticano, fu “terreno fertile per il progetto disumano di annientamento del popolo ebraico”.
“Barbarie e brutalità assunsero in quegli anni dimensioni sataniche – ha ammesso –. Si arrivò addirittura a pensare che Dio avesse dimenticato e abbandonato il suo popolo e l’umanità intera, come ha ricordato il Santo Padre, Papa Benedetto XVI, in occasione della sua visita ad Auschwitz e nella sinagoga di Colonia”.
Nonostante questo “tragico e doloroso passato”, “la collaborazione tra cristiani ed ebrei si fonda oggi su solide basi”, ha riconosciuto, sottolineando che “anche i dubbi e le difficoltà possono essere superati nel rispetto e nella simpatia reciproci”.
Per raggiungere questo obiettivo, sono essenziali “preghiera costante ed impegno quotidiano”.
Il Concerto
L'Orchestra che eseguirà il Concerto dell'8 ottobre è composta da giovani musicisti provenienti da 10 Nazioni e sarà diretta da Wolfgang Gönnenwein e da Jochem Hochstenbach.
Il programma della serata prevede pezzi musicali di Gustav Mahler e di Felix Mendelssohn Bartholdy.
Il Cardinale Kasper ha voluto sottolineare che “questa scelta musicale è stata dettata dal fatto che entrambi i compositori sono ebrei di nascita ed hanno sperimentato durante la loro vita un forte antisemitismo”.
Anche se Mahler e Mendelssohn vennero poi battezzati – Mendelssohn protestante, Mahler cattolico –, sotto il regime nazista la loro musica era proibita.
Durante l'evento, la mezzosoprano Michelle Breedt e l'attore Klaus Maria Brandauer reciteranno alcuni testi di Johann Wolfgang von Goethe, Heinrich Heine, Berthold Brecht e Paul Celan e due poesie scritte dai bambini del campo di concentramento di Theresienstadt.
Il Papa prega perché i cristiani riscoprano la celebrazione domenicale
Intenzioni di preghiera per il mese di ottobre
CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 1° ottobre 2009 (ZENIT.org).- In questo mese di ottobre, Benedetto XVI prega perché i cristiani riscoprano il valore della domenica come giorno della celebrazione eucaristica.
Lo si legge nelle intenzioni di preghiera per il mese di ottobre contenute nella lettera pontificia che il Papa ha affidato all'Apostolato della Preghiera per quest'anno.
L'intenzione generale di preghiera per il mese di ottobre recita infatti: “Perché la domenica sia vissuta come il giorno in cui i cristiani si riuniscono per celebrare il Signore risorto, partecipando alla mensa dell’Eucaristia”.
Il Papa prega ogni mese anche per un'intenzione missionaria. Quella di ottobre dice: “Perché tutto il Popolo di Dio, a cui è stato affidato da Cristo il mandato di andare a predicare il Vangelo ad ogni creatura, assuma con impegno la propria responsabilità missionaria e la consideri come il più alto servizio che può offrire all’umanità”.
L'"Apostolato della Preghiera" (www.adp.it) è un'iniziativa seguita da circa 50 milioni di persone nei cinque continenti.
Erede di Lejeune, nuovo membro dell'Accademia per la Vita
Il presidente della Fondazione Jérôme Lejeune, Jean-Marie Le Méne
CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 1° ottobre 2009 (ZENIT.org).- Il presidente della Fondazione Jérôme Lejeune di Parigi, Jean-Marie Le Méné, è stato nominato membro ordinario della Pontificia Accademia per la Vita (PAV), secondo quanto ha reso noto questo mercoledì la Sala Stampa della Santa Sede.
Il professore francese era membro per corrispondenza della PAV dal 2002.
Jean-Marie Le Méné è nato nel 1956 a Versailles. Ha studiato Giurisprudenza a Parigi e ha svolto la prima parte della sua carriera come ufficiale della Marina francese. E' consigliere capo del Tribunale economico di Parigi, dove è entrato come magistrato nel 1992.
Tra il 1994 e il 1996 ha creato la Fondazione Jérôme Lejeune, istituzione scientifica e medica riconosciuta di utilità pubblica la cui missione è portare avanti il lavoro del professor Lejeune nell'ambito della ricerca scientifica e dell'assistenza e della difesa della vita.
La Fondazione è diventata rapidamente la prima fonte di finanziamento per la ricerca sulla Trisomia 21 (sindrome di Down).
Per migliorare le informazioni sulle questioni di bioetica, Le Méné ha lanciato la pagina web genethique.org, che offre da dieci anni una rassegna stampa quotidiana e un bollettino informativo mensile in varie lingue.
Nel 2008 è stato cofondatore di Novus Sanguis, un consorzio europeo di ricerca sulle cellule staminali adulte e del sangue del cordone ombelicale, finanziato dalla Fondazione.
L'esperienza scientifica, medica ed etica della Fondazione ha permesso di creare un Master Jérôme Lejeune di Bioetica.
Le Méné è autore di numerosi articoli e ha pubblicato varie opere, tra cui “Le professeur Lejeune, fondateur de la génétique moderne”, “La trisomie est une tragédie grecque” e “La crise de conscience bioéthique”.
Sposato e padre di nove figli, è cavaliere della Legion d'Onore.
L'eredità di Lejeune
Il professor Jérôme Lejeune (1926-1994) è il genetista francese che ha scoperto che la sindrome di Down è dovuta a un cromosoma in più.
Ha ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali, ma mai il Premio Nobel per la Medicina, per alcuni a causa delle sue posizioni etiche, soprattutto della sua opposizione all'aborto.
Giovanni Paolo II lo ha nominato primo presidente della Pontificia Accademia per la Vita.
La sua scoperta ha dato inizio alla genetica moderna, anche se, come ha lamentato Le Méné, si rivolta sempre più contro chi l'ha originata.
Secondo il professore, attualmente il 96% delle persone a cui viene diagnosticata la sindrome ai Down viene eliminato prima della nascita.
Per commemorare il 50° anniversario della scoperta della sindrome di Down, la Santa Sede ha reso omaggio a Jérôme Lejeune nel febbraio scorso in Vaticano.
L'Accademia per la Vita
La Pontificia Accademia per la Vita (www.academiavita.org) è stata creata nel 1994 da Giovanni Paolo II per studiare, informare e formare sui principali problemi della biomedicina e del diritto relativi alla promozione e alla difesa della vita.
Affronta tali questioni nella loro relazione con la morale cristiana e gli orientamenti del Magistero della Chiesa cattolica.
Questo organismo pontificio autonomo collabora con i dicasteri della Curia Romana le cui attività sono collegate al servizio alla vita.
L'Accademia può avere al massimo 70 membri ordinari, tutti di nomina pontificia, con competenza in vari settori della scienza biomedica e nelle discipline collegate ai problemi riguardanti la promozione e la difesa della vita.
Ha anche membri “ad honorem” e membri per corrispondenza che lavorano in Istituti e centri di studio sulla cultura della vita.
Il Consiglio Direttivo nomina un segretario che, sotto la direzione del presidente, coordina l'organizzazione dei lavori dell'Accademia.
Sinodo speciale sull'Africa
Una donna al Sinodo per l'Africa
Dichiarazioni di Myriam García Abrisqueta, presidente di Manos Unidas
di Jesús Colina
CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 1° ottobre 2009 (ZENIT.org).- Non è africana e ovviamente non è un Vescovo. Ad ogni modo, Benedetto XVI ha chiesto alla spagnola Myriam García Abrisqueta, presidente dell'organizzazione non governativa (ONG) Manos Unidas, di partecipare al Sinodo dei Vescovi che si svolgerà a Roma a ottobre.
Come uditrice non voterà le conclusioni (le “proposizioni”) del Sinodo, ma la sua voce verrà ascoltata sia nell'assemblea generale che nei gruppi di lavoro. Si tratta, quindi, di una decisione significativa con cui il Papa vuole riconoscere l'aiuto che le organizzazioni cattoliche spagnole come Manos Unidas offrono alla Chiesa in Africa e al continente in generale, e di un sostegno decisivo al protagonismo che hanno tante donne in questo settore.
Questo mercoledì, Myriam García Abrisqueta, accompagnata da altre volontarie che rendono possibile l'opera di Manos Unidas, ha saludato il Papa in Vaticano per celebrare insieme i cinquant'anni di questa organizzazione.
In alcune dichiarazioni a ZENIT, il presidente della ONG ha affermato che questa nomina del Papa “riconosce implicitamente la rilevanza dell'opera svolta in Africa dalla nostra istituzione”.
“Il continente è quello in cui lavoriamo di più – ha spiegato –. E' ovvio, visto che ci dedichiamo allo sviluppo e sono tante le zone dell'Africa in cui si verificano situazioni molto difficili. Nel 2008 abbiamo finanziato 305 progetti in questo continente, rispetto ai 278 dell'Asia e ai 191 dell'America. Ciò fa sì che Manos Unidas vi abbia accumulato un gran numero di contatti ed esperienze personali”.
Essere donna in un Sinodo sull'Africa è una responsabilità. Il presidente spiega che andrà al Sinodo “per ascoltare e approfondire i nostri legami” e per “sentire la Chiesa. Il Sinodo è un'ottima occasione per ampliare gli orizzonti e acquisire prospettive più complete e universali”.
La García Abrisqueta ha confessato di essere attirata molto dai “contatti informali fuori dall'aula. Poter essere in contatto con una rappresentanza così ampia di un continente non è una cosa che si può vivere ogni giorno”.
Ha anche annunciato che al Sinodo sosterrà ciò che Benedetto XVI ha scritto nell'Enciclica Caritas in Veritate (n. 27) sullo sviluppo integrale e autentico, quando segnala che il problema dell'insicurezza alimentare deve essere posto in una prospettiva a lungo termine, “eliminando le cause strutturali che lo provocano e promuovendo lo sviluppo agricolo dei Paesi più poveri mediante investimenti in infrastrutture rurali, in sistemi di irrigazione, in trasporti, in organizzazione dei mercati, in formazione e diffusione di tecniche agricole appropriate, capaci cioè di utilizzare al meglio le risorse umane, naturali e socio-economiche maggiormente accessibili a livello locale, in modo da garantire una loro sostenibilità anche nel lungo periodo”.
“Il Papa segnala anche la necessità di coinvolgere le comunità locali nelle scelte che si compiono – ha aggiunto –. Queste parole riflettono perfettamente il modello che cerchiamo di sviluppare a Manos Unidas”.
La sintonia tra la donna e il Papa è risultata evidente nella recente notizia per cui la García Abrisqueta è stata nominata membro del Pontificio Consiglio “Cor Unum”, l'organismo della Santa Sede creato da Paolo VI per coordinare e promuovere l'azione delle istituzioni caritative nel mondo.
Manos Unidas è una ONG cattolica promossa da donne volontarie che lotta contro povertà, fame, malnutrizione, malattie, mancanza di istruzione e sottosviluppo, e contro le cause di questi fenomeni.
E' nata come campagna contingente contro la fame e dal 1978 ha acquisito piena personalità giuridica, canonica e civile, come organizzazione, passando a chiamarsi Manos Unidas.
Per realizzare il suo obiettivo, finanzia progetti di sviluppo nei Paesi del Sud del mondo e svolge campagne di sensibilizzazione in Spagna.
Il fondatore di Shalom sulle speranze del Sinodo per l'Africa
Intervista a monsignor Andrea Pio Cristiani
di Carmen Elena Villa
CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 1° ottobre 2009 (ZENIT.org).- Il Movimento Shalom guarda con speranza al Sinodo per l'Africa che si aprirà questa domenica in Vaticano per riflettere sul tema “La Chiesa in Africa a servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace”.
Per questo, il Movimento ha organizzato il simposio “Certezza e speranze: il Sinodo dei Vescovi per l'Africa”, svoltosi questo giovedì presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma.
Il Movimento Shalom è un'organizzazione senza scopo di lucro laica di ispirazione cattolica. Riunisce persone di diversi orientamenti politici e religiosi.
ZENIT ha parlato con il suo fondatore del lavoro che il Movimento svolge in Africa e delle aspettative per il Sinodo dei presuli di questo continente.
Lei è intervenuto al simposio con una conferenza sulla speranza e la pace che porterà all'Africa il Sinodo dei Vescovi. Perché ha scelto questo tema?
Mons. Cristiani: La realtà che sta sotto i nostri occhi indubbiamente non ci lascia tranquilli, soprattutto per quanto riguarda il continente che è all'attenzione del Sinodo dei Vescovi.
A volte sembra che ci sia un embargo un po' meschino che nasconde tutto il dramma della vita di milioni di essere umani che abitano in questo pianeta. Basta pensare che la crescita degli affamati nel mondo ha una forte concentrazione in Africa.
C'è anche un motivo di speranza: il fatto che mi sembra che ultimamente sia cresciuta a livello di opinione mondiale l'attenzione sull'Africa, dopo il viaggio di Papa Benedeto XVI in Angola e in Camerun e anche dopo il G8 a L'Aquila. C' è qualcosa che si sta muovendo. Auguriamoci che questo seminario prima del Sinodo possa davvero dare inizio a un risollevamento dell'Africa
Quali opere sociali sviluppa il Movimento in Africa?
Mons. Cristiani: Si lavora con più impegno in Burkina Faso, ma siamo presenti in altri Paesi africani, come Congo, Kenya, Togo. La nostra presenza è molto forte in Uganda, dove abbiamo delle piccole cooperative e vari settori artigianali.
Il nostro impegno è di natura culturale. Investiamo prevalentemente nella formazione dei giovani, abbiamo come base di formazione la Dottrina Sociale della Chiesa che ha le sue radici nel Vangelo, nell'insegnamento di Cristo. Prima di tutto per noi è importante formare l' uomo. Shalom svolge un'attività per uno sviluppo sostenibile.
Dunque cerchiamo di investire soprattutto nel lavoro, nella professionalità, aiutando economicamente a realizzare dei contesti che possano rispondere alle esigenze soprattutto del dominio agricolo. Perciò si deve partire dal potenziare la terra, migliorando le condizioni dei contadini perché possano avere un risultato tale da permettere a se stessi e alle proprie famiglie di avere un sostentamento dignitoso e giusto. Il lavoro diventa quindi un elemento primario dell'attività sociale del movimento.
Perché un movimento che nasce in una regione come la Toscana ha questa sensibilità così speciale nei confronti dell'Africa?
Mons. Cristiani: Perché la Toscana, essendo una regione molto industrializzata, ha ricevuto i primi flussi migratori. Vedevamo arrivare popolazioni, facce nuove, persone che venivano da altre culture e che talvolta faticavano a integrarsi, che non erano rispettate nel loro diritti. C'era poi il contatto con l'interno della Chiesa, con la testimonianza dei missionari che erano presenti e parlavano delle sofferenze di questi Paesi. Tanti migranti per migliorare le loro condizioni sono venuti a svolgere lavori umilissimi nella nostra regione. Bisognerebbe frenare le migrazioni non dignitose per la persona umana e lo sviluppo. Diamoci da fare perché i Paesi che hanno tante risorse possano goderne appieno.
Cosa si attende l'Africa da questo Sinodo?
Mons. Cristiani: L'Africa è consapevole del suo stato di sofferenza, di umiliazione. Auspichiamo che il Sinodo sia tradotto nella pastorale ordinaria della Chiesa, di modo che le problematiche dell'Africa siano prese a cuore da parrocchie, associazioni, gruppi e movimenti. L'Africa, a differenza dell'Europa, è un continente con grandi potenzialità spirituali che è urgente incanalare per creare un clima di frraternità che parta dal ricondurre tutto e tutti all'unico Dio.
Quali sono a suo avviso i frutti che ha lasciato il Sinodo per l'Africa del 1994?
Mons. Cristiani: Ha favorito molto il rafforzamento e l'unità della Chiesa cattolica, e ha senz'altro promosso un dialogo fra gli antichi valori del Vangelo e le antiche tradizioni culturali dell'Africa, con una maggiore acentuazione del volto africano della Chiesa cattolica.
Notizie dal mondo
Quando la Chiesa tedesca scomunicò il nazismo
Rilevante scoperta fatta dalla Pave the Way Foundation
di Antonio Gaspari
ROMA, giovedì, 1° ottobre 2009 (ZENIT.org).- Altro che Papa di Hitler. Altro che volenterosi collaboratori del nazismo. Alcuni documenti trovati in Germania dalla Pave the Way Foundation (PTWF) provano che già dal settembre del 1930 i Vescovi cattolici scomunicarono il Partito Nazista di Hitler.
Dai documenti trovati da Michael Hesemann, collaboratore della PTWF, risulta che nel settembre del 1930, tre anni prima che Adolf Hitler salisse al potere, l’arcidiocesi di Magonza condannò in forma pubblica il Partito Nazista.
Secondo le norme pubblicate dall’Ordinariato di Magonza era “vietato a qualsiasi cattolico iscriversi nelle fila del partito nazionalsocialista di Hitler”.
“Ai membri del partito hitleriano non era permesso prendere parte in gruppo a funerali o altre simili funzioni cattoliche”. Inoltre, “finchè un cattolico rimaneva iscritto al partito hitleriano non poteva essere ammesso ai sacramenti”.
La denuncia dell’arcidiocesi di Magonza venne riportata in prima pagina da “L’Osservatore Romano” con un articolo pubblicato l’11 ottobre del 1930.
Il titolo dell’articolo è “Il partito di Hitler condannato dall’autorità ecclesiastica”.
Allora, venne dichiarata l’incompatibilità della fede cattolica con il nazionalsocialismo. Nessuna persona che si dichiarava cattolica poteva diventare membro del Partito Nazista, pena l’esclusione dai sacramenti.
Nel febbraio del 1931 fu la diocesi di Monaco a confermare l’incompatibilità della fede cattolica on il partito nazista.
Nel marzo del 1931 anche le diocesi di Colonia, Paderrborn e delle province renane, denunciarono l’ideologia nazista, vietando in forma pubblica ogni contatto con i nazisti.
Indignati e furiosi per la scomunica emessa dalla Chiesa cattolica, i nazisti inviarono Hermann Göring a Roma con la richiesta di udienza al Segretario di Stato Eugenio Pacelli. Il 30 aprile del 1931, il Cardinale Pacelli si rifiutò di incontrare Göring, il quale fu ricevuto dal Sottosegretario monsignor Giuseppe Pizzardo con l’incarico di prendere nota di ciò che i nazisti chiedevano.
Nell’agosto del 1932, la Chiesa cattolica scomunicò tutti i dirigenti del Partito Nazista. Tra i principi anticristiani denunciati come eretici, la Chiesa cattolica tedesca menzionò esplicitamente le teorie razziali ed il razzismo.
Sempre nell’agosto del 1932, la Conferenza Episcopale Tedesca pubblicò un dettagliato documento in cui dava istruzioni su come relazionarsi con il Partito Nazista.
Nel documento è scritto che era assolutamente vietato per i cattolici diventare membri del Partito nazionalsocialista. Chi disobbediva veniva immediatamente scomunicato.
Nel documento della Conferenza Episcopale trovato dalla PTWF è scritto che “tutti gli Ordinari hanno dichiarato illecito l’appartenere al Partito Nazista”, perchè “le manifestazioni di numerosi capi e pubblicisti del partito hanno carattere ostile alla fede” e “sono contrarie alla dottrine fondamentali ed agli indirizzi della Chiesa cattolica”.
Nel gennaio del 1933 Adolf Hitler giunse al potere e le organizzazioni cattoliche tedesche diffusero un volantino intitolato “Un appello serio in un momento grave”, in cui consideravano la vittoria del Partito nazionalsocialista “un disastro” per il popolo e per la nazione.
Il 10 marzo del 1933, la Conferenza Episcopale Tedesca riunita a Fulda scrisse un appello al Presidente della Germania, il generale Paul L. von Beneckendorff und von Hindenburg, per esprimere "le nostre preoccupazioni più gravi che sono condivise da ampi settori della popolazione”.
I Vescovi tedeschi si rivolsero a von Hindenburg manifestando il timore che i nazisti non avrebbero rispettato “il Santuario della Chiesa e la posizione della Chiesa nella vita pubblica”.
Per questo chiesero al Presidente una “urgente protezione della Chiesa e della vita ecclesiastica”.
Tuttavia, i Vescovi cattolici non furono ascoltati.
I Vescovi del Kenya chiedono a Dio “un cuore nuovo”
Dichiarazione al termine dell'Assemblea Plenaria
di Roberta Sciamplicotti
NAIROBI, giovedì, 1° ottobre 2009 (ZENIT.org).- “Signore Dio Onnipotente, dacci un cuore nuovo” è il titolo della dichiarazione diffusa dai Vescovi cattolici del Kenya alla fine dell'Assemblea Plenaria svoltasi a Nairobi a settembre.
Nel testo, i presuli affermano di voler affrontare alcune questioni “che sono fonte di sofferenza per noi e per tutte le persone di buona volontà”.
In primo luogo, citano le divisioni e la violenza che hanno insanguinato ultimamente il distretto di Samburu. “L'uccisione di donne e bambini innocenti aggiunge una nuova e terribile dimensione al conflitto tra tribù”, denunciano, sottolineando che il Governo “sembra incapace o non desideroso di intervenire in questa situazione”.
I Vescovi chiedono quindi “un piano globale per evitare situazioni di questo tipo”, a loro avviso provocate da “mancanza di cibo, acqua e istruzione e dalla proliferazione delle armi di piccolo calibro”.
I problemi tra le varie comunità, osservano, possono essere risolti “solo con il dialogo e gli sforzi responsabili”. “La legge della giungla non deve essere la regola. Le persone coinvolte dovrebbero essere guidate da una coscienza retta e dal rispetto per la vita umana”.
La questione delle lotte tra comunità si collega al tribalismo, un “male” che secondo i Vescovi non ci si impegna a sradicare.
“Noi kenyoti siamo davvero capaci di superare il tribalismo? Le nostre scuole fanno abbastanza per sradicare questo male?”, chiedono, sottolineando che “la promozione dell'etica patriottica deve essere una priorità nelle scuole” e facendo appello “a tutti i nostri cattolici e alla gente di buona volontà perché combattano la malattia del tribalismo perché siamo tutti figli di Dio e abbiamo un unico Padre”.
I Vescovi kenyoti sottolineano quindi altri aspetti critici, come il fatto che la classe politica non si preoccupi delle aspirazioni della popolazione - “molti nel Paese non riescono a mettere insieme un pasto decente e i nostri politici sembrano non curarsene” - e il degrado ambientale.
Allo stesso modo, denunciano l'insicurezza. I responsabili della legge e dell'ordine, dichiarano, “hanno trascurato i loro doveri e si sono dedicati ad arricchirsi”.
La dichiarazione, firmata dal Cardinale John Njue, Arcivescovo di Nairobi e Amministratore Apostolico di Ngong, presidente dell'episcopato, e da tutti i Vescovi del Kenya, si concentra poi sul dramma dell'insicurezza alimentare, rilevando l'urgenza di un “piano immediato per assicurare cibo sufficiente per il momento attuale e per gli anni a venire”.
La questione dell'approvvigionamento alimentare “sarà un test della qualità e della sincerità dei nostri leader”, commentano I Vescovi. “E' vero che buona parte del nostro territorio è arida – ammettono -, ma la carestia può essere superata con una pianificazione costruttiva di trivelle, dighe e mezzi per l'irrigazione”.
Il problema alimentare si collega infine a quello degli sfollati interni. “Per quanto tempo la gente morirà di fame e vivrà nello squallore nel proprio Paese? - si chiedono i Vescovi -. La fame, la carestia e la disumanizzazione sono sinonimi dell'essere kenyoti?”.
Di fronte a tutti questi problemi, i presuli esortano a promuovere “la riconciliazione e un cambiamento del cuore”.
“La gente deve dire ciò che pensa e pensare quello che dice. Le nostre scuole devono educare gli studenti ad essere onesti e timorati di Dio”.
“Chiediamo a tutte le persone di buona volontà di pregare per il nostro Paese”, concludono.
I Vescovi canadesi e le conseguenze della legalizzazione dell'eutanasia
Lettera della Conferenza Episcopale del Canada ai parlamentari
di Nieves San Martín
TORONTO, giovedì, 1° ottobre 2009 (ZENIT.org).- Il presidente della Conferenza Episcopale del Canada (CECC), monsignor Vernon James Weisberger, Arcivescovo di Winnipeg, ha inviato una lettera in cui invita i membri del Parlamento e il popolo canadese a riflettere sulle possibili conseguenze della legge C-384, il cui obiettivo è legalizzare l'eutanasia e il suicidio assistito nel Paese.
Pur sottolineando che chi vuole riaprire questo dibattito è motivato dalla preoccupazione di fronte alla sofferenza altrui, il presidente della CECC mette in dubbio le ragioni di queste persone, spiega la pagina web della Conferenza Episcopale.
“Un'inaccettabile interpretazione della comprensione le porta a proporre che si esegua l'eutanasia sui più vulnerabili anziché assicurare loro, fino alla morte naturale, le cure appropriate, un controllo efficace del dolore e un sostegno sociale, affettivo e spirituale”.
Basandosi sugli insegnamenti del Catechismo della Chiesa Cattolica, monsignor Weisgerber ricorda che è legittimo ricorrere ai medicinali e ad altri mezzi per alleviare la sofferenza, anche se l'effetto secondario è accorciare la vita. Ad ogni modo, aggiunge, “ciò che non è mai accettabile è uccidere in modo diretto e intenzionale le persone handicappate, malate, anziane o moribonde”.
L'Arcivescovo non vede come una legge che autorizza l'eutanasia e il suicidio assistito possa difendere le fasce più deboli della società.
In accordo con i Vescovi cattolici del Canada, il presidente della Conferenza Episcopale invita i membri del Parlamento canadese – deputati e senatori – a ricorrere a definizioni chiare nei dibattiti che si annunciano e a fare attenzione al profondo impatto che l'adozione di questa legge avrà sulla vita degli individui e di tutta la comunità.
Invita anche tutti i canadesi a informarsi meglio sull'eutanasia e sul suicidio assistito e a promuovere al posto di questi le cure palliative e l'assistenza domiciliare, per aiutare le persone che ne hanno bisogno e chi si occupa di loro.
Allo stesso modo, esorta i cattolici e i fratelli delle comunità cristiane o di altre religioni, e tutti coloro che apprezzano la bellezza e la dignità inerenti alla vita, a impegnarsi in questo dibattito con cortesia e rispetto per testimoniare una profonda reverenza per ogni vita umana.
[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]
Chiese chiuse, una ferita nel Corpo di Cristo
Il combattimento della preghiera, secondo il Cardinale Schönborn
ARS, giovedì, 1° ottobre 2009 (ZENIT.org).- “E' una grave ferita nel Corpo di Cristo che le chiese abbiano le porte chiuse”, ha osservato il Cardinale Christoph Schönborn, OP, Arcivescovo di Vienna, che questo mercoledì ha pronunciato la sua terza meditazione sul tema “Preghiera e combattimento spirituale” nel ritiro sacerdotale internazionale ad Ars (Francia), nel contesto dell'Anno Sacerdotale.
Il combattimento per eccellenza, ha affermato, è quello “della preghiera”, ma il combattimento della preghiera “è anche la questione del luogo di preghiera”.
Il Curato d'Ars, San Giovanni Maria Vianney, istruendo i suoi parrocchiani esclamava guardando il tabernacolo: “Egli è lì, è lì”. Questo, ha constatato il porporato, è “un invito costante ad approfittarne”.
“In Austria portiamo avanti una lotta costante per tenere aperte le nostre chiese, accessibili ai fedeli e agli altri, perché è una grave ferita nel Corpo di Cristo che le chiese abbiano le porte chiuse”, ha sottolineato.
“Fate tutto il possibile e l'impossibile – ha raccomandato il Cardinale Schönborn – per permettere ai fedeli e alle persone che cercano Dio – e che Dio aspetta – di aver accesso a Gesù nell'Eucaristia: non chiudete le porte delle vostre chiese, per favore!”.
“Non lo comprendo – ha insistito l'Arcivescovo di Vienna –, non è sopportabile! Molte persone non vanno più a Messa, è troppo complicato per loro, ma si constata una cosa: se la chiesa è aperta entrano per accendere una candela, o la nonna ci va con i nipoti. Non vanno a Messa ma vanno ad accendere una candela alla Madonna che li accoglierà. Lasciamo le nostre chiese aperte!”.
“Non è un male che il sacerdote sia sorpreso in flagrante delitto di preghiera davanti al tabernacolo!”, ha aggiunto.
Il Cardinale austriaco ha quindi affidato ai suoi fratelli sacerdoti nel mondo un ricordo d'infanzia: “Nella regione del Vorarlberg, il pomeriggio, c'era una luce nella chiesa: era il parroco che pregava. Questo è rimasto impresso nella mia memoria”.
E ha concluso: “Il combattimento della preghiera è davvero la lotta della nostra vita”.
Procede la causa di canonizzazione del fondatore dei Cavalieri di Colombo
Padre Michael McGivney, modello di parroco
HARTFORD, giovedì, 1° ottobre 2009 (ZENIT.org).- Il fondatore dei Cavalieri di Colombo, padre Michael McGivney, è più vicino al riconoscimento come santo, secondo un lungo rapporto su un possibile miracolo inviato a Roma.
Lo segnalano i Cavalieri di Colombo in un comunicato stampa del 22 settembre.
I funzionari di un tribunale complementare dell'Arcidiocesi di Hartford, in cui padre McGivney era parroco, hanno inviato formalmente il rapporto alla Congregazione per le Cause dei Santi.
Il Cavaliere Supremo dell'Ordine, Carl Anderson, che scrive anche per ZENIT, ha segnalato che questa presentazione “rappresenta un importante passo avanti”.
“La Congregazione per le Cause dei Santi del Vaticano conterà ora su una preziosa testimonianza aggiuntiva che spiega e integra con aspetti significativi la presentazione iniziale”, ha affermato.
“Crediamo che la Congregazione abbia ora tutte le informazioni necessarie per completare l'analisi del caso, anche se, ovviamente, questa revisione potrebbe richiedere vari anni”, ha aggiunto.
Il nuovo rapporto include testimonianze e interviste dei testimoni e dei medici che hanno sostenuto la descrizione iniziale del miracolo comunicato.
Padre McGivney ha fondato i Cavalieri di Colombo nel 1882 ed è morto nel 1890 a 38 anni.
L'Arcivescovo di Hartford, monsignor Daniel Cronin, ha aperto la sua causa di canonizzazione nel 1997. Nel marzo 2008 Benedetto XVI lo ha dichiarato venerabile.
“La beatificazione di padre McGivney sarebbe un evento importante – ha affermato Anderson –, non solo per i Cavalieri di Colombo, ma anche per le migliaia di parroci che, silenziosamente, realizzano ogni giorno il lavoro del Signore nelle loro parrocchie e lo considerano un esempio eccellente per i sacerdoti di ogni parte del mondo”.
“In questo Anno Sacerdotale – ha concluso il Cavaliere Supremo –, questo passo avanti risulta parrticolarmente appropriato”.
Laurea “honoris causa” al Cardinale Cordes dall'Università di Lublino
Per aver contribuito alla teologia con vita e opere
CRACOVIA, giovedì, 1° ottobre 2009 (ZENIT.org).- Il Cardinale Paul Josef Cordes, presidente del Pontificio Consiglio “Cor Unum”, riceverà questo venerdì la laurea “honoris causa” dall'Università di Lublino (Polonia).
Il riconoscimento è stato conferito dalla Facoltà di Teologia per la sua opera teologica e il suo lavoro alla Santa Sede, in particolare a “Cor Unum”, organismo ecclesiale che promuove nel mondo il senso cristiano della carità.
Il Cardinale Cordes, nato a Kirchhundem, nell'Arcidiocesi di Paderborn (Germania), il 5 settembre 1934, ha studiato Teologia di dogmatica all'università di Magonza, con una delle prime lauree della storia su un documento del Concilio Vaticano II: “Inviati a servire. Presbyterorum ordinis: storia, esegesi, temi, sistematica”.
Nel 1975 Paolo VI l’ha nominato Vescovo ausiliare di Paderborn, e nel 1980 Giovanni Paolo II lo ha chiamato a servire la Curia romana nominandolo vicepresidente del Pontificio Consiglio per i Laici.
In questa veste ha avuto un ruolo decisivo nella creazione della prima Giornata Mondiale della Gioventù (1984).
Il 2 dicembre 1995 è stato promosso alla dignità arcivescovile e nominato presidente del Pontificio Consiglio “Cor unum”.
È autore di varie pubblicazioni, nate soprattutto dalla conoscenza della realtà dei movimenti e delle nuove comunità ecclesiali. Le più recenti sono: “Partecipazione attiva all'Eucaristia, La actuosa participatio nelle piccole comunità” (1996), “Segni di speranza. Movimenti e nuove realtà nella vita della Chiesa alla vigilia del Giubileo” (1998), “L'eclissi del Padre. Un grido” (2002).
Italia
Assisi si prepara alla solennità di San Francesco
Il 3 e il 4 ottobre
ASSISI, giovedì, 1° ottobre 2009 (ZENIT.org).- Il 3 e il 4 ottobre, presso la Basilica della Porziuncola a Santa Maria degli Angeli (Perugia), si celebrerà la festa di San Francesco d'Assisi, Patrono d'Italia.
Come ogni anno, sono attese decine di migliaia di pellegrini provenienti da tutto il mondo per celebrare il passaggio di San Francesco da questo mondo al Padre, avvenuto il 3 ottobre 1226, a ridosso della piccola chiesa della Porziuncola.
Tra i numerosi eventi previsti, uno dei momenti più suggestivi sarà la Celebrazione del “Transito di San Francesco”, a partire dalle 17.00 del 3 ottobre presso la Basilica della Porziuncola. Durante la liturgia vespertina, si rivivranno gli ultimi istanti della vita del Santo e i pellegrini renderanno omaggio a San Francesco, portando doni e intonando canti tradizionali.
Sempre il 3 ottobre, alle 21.30, presso il Santuario di San Damiano di Assisi, monsignor Gianfranco Todisco, Vescovo di Melfi-Rapolla-Venosa, presiederà la tradizionale Veglia di Preghiera, durante la quale si ricorderà l’ultimo incontro tra Santa Chiara e San Francesco, la cui salma fu fatta passare per la chiesa dove il Crocifisso gli aveva parlato prima di essere trasportata entro le mura della città.
Il 4 ottobre, alle 9.00, verrà celebrata presso la Basilica di San Francesco la Messa Solenne, presieduta da monsignor Agostino Superbo, Arcivescovo Metropolita di Potenza-Muro Lucano-Marsico Nuovo.
Il programma completo delle celebrazioni è disponibile sul sito www.porziuncola.org
Interviste
La rivoluzione verde in Africa fra tradizione e modernità
Intervista al presidente dei coltivatori di cotone del Burkina Faso
di Antonio Gaspari
ROMA, giovedì, 1° ottobre 2009 (ZENIT.org).- Il sottosviluppo agricolo dell’Africa è uno dei problemi più gravi del continente. Gran parte della popolazione africana vive in campagna. Paradossalmente però gli investimenti sono rivolti più alle aree urbane che a quelle rurali. Il benessere così generato nelle città è proporzionale alla povertà crescente dei villaggi. Solo una minoranza di persone del continente vive in città.
Nella boscaglia le persone bevono l’acqua dalle pozze e si nutrono di frutti selvatici e di agricoltura di sussistenza. I prodotti agricoli, grazie ai quali partecipano al processo della globalizzazione, sono attualmente coltivati con difficoltà e mal commercializzati. E quando si riesce a venderli, il problema non è risolto poiché vengono sempre trasformati all’estero.
Disponendo di poche infrastrutture di comunicazione e trasporto, gli agricoltori non riescono a trarre profitto da ciò che coltivano.
Per meglio comprendere la difficoltà del rapporto tra tradizione e modernità, soprattutto nel campo agricolo con l’arrivo dei prodotti geneticamente modificati, ZENIT ha intervistato Francois Traoré, Presidente dell’Associazione Coltivatori di Cotone del Burkina Faso.
Traorè ha recentemente partecipato ad un Convegno sullo sviluppo dell’Africa all’Ateneo Pontificio “Regina Apostolorum” ed è uno dei firmatari di una lettera inviata ai Padri Sinodali che da domenica 4 ottobre daranno vita in Vaticano al secondo Sinodo speciale per l’Africa.
E’ vero, come è scritto nell’Istrumentum Laboris del Sinodo per l’Africa che gli OGM rischierebbero di rovinare i piccoli agricoltori africani abolendo i metodi di semina tradizionali e rendendo i coltivatori dipendenti dalla produzione delle società che vendono le sementi?
Traoré: Innanzitutto, occorre sapere che tutti i piccoli agricoltori hanno necessità di crescere. Oggi i metodi di semina tradizionali non riescono più a nutrire le persone. Prima un ettaro si coltivava senza particolari sforzi perché le terre erano fertili e la vegetazione lussureggiante. Oggi ci vuole molto più tempo e occorre anche l’operato di più persone per coltivare quello stesso ettaro. La raccolta è spesso insufficiente per nutrire gli uomini e le famiglie che hanno contribuito alla produzione.
Gli OGM sono per noi uno strumento moderno per aumentare la produzione e sopravvivere. Noi crediamo all’alleanza fra tradizione e modernità. E l’esempio di alcuni paesi va in questa direzione.
Alcune delle tecniche di semina che applichiamo nei nostri campi di cotone ci sono state insegnate dai tecnici che provengono da scuole moderne. Così nella filiera del cotone, il produttore compra ogni anno la quantità di sementi necessarie dalle società sementiere e non trattiene più i semi per riseminarli l’anno dopo.
Per ciò che concerne la questione della dipendenza, gran parte del materiale dell’agricoltura di oggi non è prodotto da noi. Affinché il piccolo produttore possa crescere è necessaria la correttezza e la sincerità di coloro che lavorano per lo sviluppo attraverso obiettivi precisi ed efficaci e moderne metodologie.
Le biotecnologie possono aiutare lo sviluppo dell’Africa? E come?
Traoré: Il legame fra OGM e sviluppo è lo stesso di quello che abbiamo con tutto ciò che è moderno.
Non abbiamo inventato il carro. Esso è stato fortemente osteggiato quando è stato introdotto nella nostra agricoltura. Ricordo bene che mio padre non ha mai voluto coltivare con il carro poiché pensava che potesse favorire la pigrizia.
Con il passare del tempo, abbiamo finalmente capito che l’uomo, grazie alla sua intelligenza, ha trovato modo di utilizzare la forza degli animali per eliminare un lavoro particolarmente gravoso.
Sappiamo anche che le rese sono aumentate allorquando le nostre sementi tradizionali sono state studiate e rafforzate nei laboratori. Se le rese dei semi tradizionali non superano la tonnellata per ettaro, le sementi migliorate possono produrre dalle due alle quattro tonnellate per ettaro.
Abbiamo adottato i fertilizzanti ed i fitofarmaci perché ci siamo resi conto che coloro che producono di più utilizzano prodotti chimici ed ottengono così raccolti più abbondanti per nutrirsi ed esportarli verso le nostre aree.
E’ tenendo a mente questi risultati straordinari e temendo la concorrenza che utilizziamo i fitofarmaci. Conosciamo tutti i loro effetti nocivi. Infatti quando un coltivatore utilizza i pesticidi sulle proprie colture immancabilmente li respira e a volte se li spruzza addosso. E’ verosimile che questi prodotti possano intossicare i coltivatori così come inquinano il suolo.
La differenza con gli OGM è che ciò che uccide i parassiti è nella pianta ed è nocivo soltanto ad un tipo di insetto.
Consideriamo molto interessante questa metodologia di coltivazione del cotone, poiché sono unicamente i parassiti che si voglio eliminare che muoiono.
Ci sono persone che pongono all’indice questa tecnologia; ci dicono che gli OGM uccideranno lo stesso tutto ciò che si trova vicino alle piante ed aggiungono che continueremo ad usare gli insetticidi esattamente come prima. Queste persone non sono molto coerenti.
Quello che noi, ad oggi, abbiamo riscontrato è che grazie agli OGM guadagniamo molto tempo per poterci occupare di altri lavori sul campo.
Il mio unico timore è che il mondo intero, e più in particolare la parte più potente, consideri l’Africa solo come un granaio di risorse naturali da poter sfruttare; e che per farlo esso mantenga la popolazione africana nella povertà e non permetta ai suoi tecnici di evolversi nelle conoscenze.
Quali sono i problemi che limitano lo sviluppo dell’Africa?
Traoré: Fra i problemi che possono limitare lo sviluppo in Africa, penso che la povertà e le sue conseguenze - ovvero la manipolazione, i conflitti, la perdita e la negazione dei propri valori - siano fatti davvero preoccupanti.
In effetti la povertà dovrebbe aver fine in Africa e soprattutto non continuare a costituire una fonte di guadagno per alcuni.
E’ dalla povertà infatti che nascono i conflitti poiché l’uomo è più facile da manipolare quando è povero.
Io non rifiuto la modernità. Voglio che la tradizione e la modernità siano integrate.
Quali sono gli africani che hanno necessità di vincere il sottosviluppo nel settore agricolo?
Traoré: I giovani agricoltori sono quelli che soffrono di più la povertà e il sottosviluppo. L’agricoltura non è attraente a causa della difficoltà di metterla in pratica nelle nostre aree e a causa dei suoi scarsi introiti.
Così molti giovani agricoltori praticano l’esodo verso le città che, essendo poco industrializzate, non hanno nulla da offrigli di meglio. Questo porta presto i giovani alla disoccupazione e di conseguenza alla delinquenza e all’uso di droghe. Non soddisfatti del loro esodo verso la città tentano in tutti modi di cambiare vita e dirigersi verso destinazioni erroneamente reputate paradisiache.
Notizie Flash
Il 3 ottobre, mons. Ravasi rifletterà su alcuni scritti di san Francesco
Alla Basilica dell'Aracoeli di Roma, alle ore 18:00
ROMA, giovedì, 1° ottobre 2009 (ZENIT.org).- Sabato 3 ottobre alle ore 18:00, presso la Basilica dell'Aracoeli di Roma, mons. Gianfranco Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, commenterà alcuni scritti di san Francesco d'Assisi.
L'iniziativa, promossa e organizzata dai francescani del Centro Culturale Aracoeli, ha luogo in occasione della festa di san Francesco e a conclusione dell'Ottavo Centenario della fondazione dei frati Minori (1209-2009).
Al termine ci sarà la celebrazione dei Vespri con la commemorazione della morte di san Francesco, presieduti da mons. Ravasi.
Gli interventi degli anni precedenti sono pubblicati nella collana "Aracoeli" delle Edizioni Porziuncola.
Per ulteriori informazioni, Centro Culturale Aracoeli - Scala Arce Capitolina, 12 - 00186 Roma - tel.: 06 69763831, fax: 06 69763832. E-mail: o www.fratilazio.it
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Discorso del Papa alla comunità religiosa e civile di Castel Gandolfo
CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 1° ottobre 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il discorso pronunciato questo giovedì da Benedetto XVI nel ricevere in udienza il Vescovo di Albano, mons. Marcello Semeraro, il parroco di Castel Gandolfo con la comunità parrocchiale, le comunità religiose, il sindaco e i membri dell’Amministrazione Comunale, i responsabili e gli addetti dei vari servizi del Governatorato, gli ufficiali e gli avieri del 31° stormo dell’Aeronautica Militare, le Forze dell’Ordine italiane che, in collaborazione con la Gendarmeria Vaticana e la Guardia Svizzera Pontificia, hanno prestato servizio durante la sua permanenza nella residenza estiva.
* * *
Cari fratelli e sorelle,
sta per concludersi anche quest’anno il periodo estivo che abitualmente trascorro nella residenza di Castel Gandolfo. Questi mesi mi hanno dato l’opportunità di constatare da vicino la generosa dedizione e il competente impegno che profondono tante persone per assicurare ogni assistenza a me e ai miei collaboratori, agli ospiti e ai pellegrini che vengono a farmi visita, specialmente la domenica per il consueto appuntamento dell’Angelus. Per tutto questo rinnovo la mia sincera gratitudine a ciascuno di voi, nel momento in cui prendo congedo da questa bella e ridente località, a me cara.
Saluto e ringrazio anzitutto il Vescovo di Albano Laziale, Mons. Marcello Semeraro, il parroco e la comunità parrocchiale di Castel Gandolfo, insieme alle diverse comunità religiose che qui vivono ed operano. Attraverso vari incontri, mi è stato dato di constatare la tensione spirituale che anima l’intera Chiesa locale di Albano, che incoraggio a progredire con rinnovato entusiasmo nell’annuncio e nella testimonianza del Vangelo.
Un deferente saluto rivolgo poi al Signor Sindaco e ai componenti dell’Amministrazione Comunale, che sempre si adoperano per agevolare, nell’ambito delle loro competenze, il mio soggiorno qui a Castello. Nel ringraziarvi per la proficua collaborazione che intrattenete durante tutto l’anno con la Direzione delle Ville Pontificie, colgo volentieri questa occasione per estendere i sentimenti del mio affetto e della mia riconoscenza all’intera popolazione di Castel Gandolfo.
Mi rivolgo ora ai dirigenti e agli addetti ai diversi Servizi del Governatorato, ad iniziare dal Corpo della Gendarmeria, la Floreria, i Servizi tecnici. Cari amici, anche qui a Castel Gandolfo ho modo di apprezzare l’abnegazione che vi distingue nel vostro lavoro al servizio del Successore di Pietro. Per voi e per le vostre famiglie assicuro un costante ricordo nella preghiera. Rivolgo con viva cordialità il mio saluto riconoscente anche alla Guardia Svizzera Pontificia, la cui presenza qui nel Palazzo apostolico e negli incontri del Papa con i pellegrini contribuisce visibilmente ad offrire ai visitatori un’accoglienza ancor più efficiente.
Un pensiero di sincera gratitudine va poi ai funzionari e agli agenti delle diverse Forze dell’Ordine italiane, per la loro costante collaborazione, come pure agli ufficiali ed avieri del 31° stormo dell’Aeronautica Militare. Tutti ringrazio per il loro qualificato servizio, che contribuisce a rendere serena la permanenza mia e dei miei collaboratori, e mi è quanto mai utile negli spostamenti in elicottero.
Cari fratelli e sorelle, a tutti ancora una volta ripeto il mio grazie di vero cuore. Oggi la Chiesa ricorda Santa Teresa di Gesù Bambino, carmelitana del monastero di Lisieux. La sua testimonianza mostra che solo la parola di Dio, accolta e compresa nelle sue concrete esigenze, diventa sorgente di vita rinnovata. Alla nostra società, spesso permeata di una cultura razionalistica e di un diffuso materialismo pratico, la piccola Teresa di Lisieux indica, come risposta ai grandi interrogativi dell’esistenza, la "piccola via", che invece guarda all'essenziale delle cose. È il sentiero umile dell’amore, capace di avvolgere e dare senso e valore ad ogni umana vicenda. Cari amici, seguite l’esempio di questa Santa; la strada da lei percorsa è alla portata di tutti, perché è la strada della fiducia totale in Dio, che è Amore e mai ci abbandona.
Grazie ancora per la vostra presenza a quest’incontro; grazie, in special modo, a coloro che si sono fatti interpreti dei vostri sentimenti. Tutti vi affido alla materna protezione della Vergine Santa, e di cuore vi imparto la Benedizione Apostolica, che estendo alle vostre famiglie e alle persone a voi care.
[© Copyright 2009 - Libreria Editrice Vaticana]














































