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Domenica, 11 Ottobre 2009: Accadde Oggi
Il mondo visto da Roma
SINODO SPECIALE SULL'AFRICA
Il Sinodo riscopre la dignità dell'Africa, spiega il portavoce vaticano
Un Vescovo dove l'Aids è una stregoneria
SANTA SEDE
Canonizzazione innovativa di cinque santi
Il premier francese: nell'Enciclica papale c'è la risposta alla crisi
Benedetto XVI riceve i reali del Belgio
Due nuovi membri della Pontificia Accademia delle Scienze
UOMINI E DONNE DI FEDE
Zygmunt Szczęsny Feliński, il "santo Vescovo polacco"
NOTIZIE DAL MONDO
"La solidarietà, una sfida per l'Europa"
ITALIA
La legge sull'omofobia è una minaccia alla libertà?
BIOETICA
Tra la vita e la morte (parte II)
ANGELUS
Cinque nuovi santi per il mondo
DOCUMENTI
Discorso del Papa per la Veglia "con l'Africa e per l'Africa"
Omelia nella Messa di canonizzazione di cinque beati
DOCUMENTI SULLA WEB DI ZENIT
Interventi pronunciati dai Padri sinodali il 9 e il 10 ottobre
Sinodo speciale sull'Africa
Il Sinodo riscopre la dignità dell'Africa, spiega il portavoce vaticano
Sta mostrando un'immagine molto più ricca di quella diffusa dai media
CITTA' DEL VATICANO, domenica, 11 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Il Sinodo dell'Africa sta aiutando a contrastare l'immagine riduttiva che i mezzi di comunicazione danno del continente dimenticando a volte la sua dignità e la sua grandezza, osserva il portavoce vaticano.
Padre Federico Lombardi S.I., direttore della Sala Stampa della Santa Sede, ha compiuto su "Octava Dies", settimanale del Centro Televisivo Vaticano, un primo bilancio dell'evoluzione delle sessioni di lavoro della seconda assemblea sinodale africana, in svolgimento fino al 25 ottobre in Vaticano.
In particolare, ha citato le affermazioni del relatore generale del Sinodo, il Cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson, Arcivescovo di Cape Coast (Ghana), quando ha affermato: "L'Africa è stata accusata per troppo tempo dai media di tutto ciò che viene aborrito dall'umanità; è tempo di ‘cambiare marcia' e di dire la verità sull'Africa con amore, promuovendo lo sviluppo del continente, che porterà al benessere di tutto il mondo".
"Si spera che la ricerca della riconciliazione, la giustizia e la pace, che è eminentemente cristiana per il fatto di essere radicata nell'amore e nella misericordia, ristabilisca l'unità della Chiesa-famiglia di Dio nel continente e che quest'ultima, in quanto sale della terra e luce del mondo, guarisca ‘il cuore ferito dell'uomo, in cui si annida la causa di tutto ciò che destabilizza il continente africano'. In tal modo il continente e le sue isole comprenderanno le opportunità e i doni dati loro da Dio", ha sostenuto padre Lombardi ispirandosi alle parole del Cardinale Turkson.
Secondo il portavoce vaticano, si tratta di "un'assemblea veramente africana e universale insieme, che darà certamente un contributo formidabile per riaffermare e presentare alla Chiesa universale e al mondo la dignità dell'Africa, troppo spesso dimenticata. Dignità umana, culturale, spirituale, religiosa, cristiana".
Il sacerdote gesuita ha citato in particolare l'intervento davanti al Sinodo di Sua Santità Abuna Paulus, patriarca della Chiesa ortodossa etiope, che ha ricordato che il suo Paese "fu la seconda Nazione a credere in Cristo, fin dai tempi apostolici".
"Il messaggio di Cristo non è un retaggio coloniale, si è inserito fin dall'inizio nelle culture africane ed è capace di scendere fino al loro cuore, per guarirlo e renderle feconde di vita per l'intera famiglia umana", ha dichiarato padre Lombardi.
"Dobbiamo imparare a dire tutta la verità sull'Africa, nel rispetto e nell'amore", ha concluso.
Un Vescovo dove l'Aids è una stregoneria
Dichiarazioni di un partecipante al Sinodo dell'Africa
di Jesús Colina
CITTA' DEL VATICANO, domenica, 11 ottobre 2009 (ZENIT.org).- In una regione in cui l'Aids sta decimando la popolazione, per monsignor Fulgence Muteba Mugalu, Vescovo di Kilwa-Kasenga, nella Repubblica Democratica del Congo, una delle sfide più grandi è far capire alla sua gente che la pandemia non è una stregoneria.
In questa regione del sud-est congolese, alla frontiera con lo Zambia, la ricchezza di materie prime come il cobalto o il rame attira lavoratori di altre zone che arrivando "diffondono l'epidemia in modo tremendo".
Nominato Vescovo ad appena 42 anni (ora ne ha 47), monsignor Muteba Mugalu ha parlato con un gruppo di giornalisti, tra cui ZENIT, in modo molto sincero: "Se c'è un Paese in cui non si fa niente per combattere l'Aids è la Repubblica Democratica del Congo".
"Lo Stato non fa quasi nulla. E' chiaro, ci sono due organizzazioni di facciata che gestiscono milioni, ma l'impatto è molto limitato, forse solo nelle città. C'è molta gente che non ha mai visto un cartellone sulla lotta all'Aids", ha riconosciuto.
Mancanza di medicinali
Nel corso del Sinodo dei Vescovi dell'Africa, il presule ha reso noto che nella Repubblica Democratica del Congo circa il 40% dell'assistenza medica è gestito dalla Chiesa cattolica.
"Accogliamo tutti senza distinzioni - ha spiegato -. In tutta la Diocesi c'è un solo centro in cui ci sono farmaci antiretrovirali. E' terribile!".
"Siamo del tutto impotenti - ha aggiunto -. Vogliamo accogliere negli orfanotrofi i bambini, ma non abbiamo risorse. Ci accontentiamo dei mezzi disponibili, vale a dire della nostra buona volontà. Lavoriamo con i volontari delle parrocchie. Prendono la bicicletta e vanno a sensibilizzare un villaggio".
Schiacciati dai costumi
Il presule ha riconosciuto che "le persone sono schiacciate dai costumi. Questo succede nella mia terra e nello Zambia".
Per questo motivo, confessa di essersi reso conto che con la sua autorità morale di Vescovo può far molto.
"Serve che io prenda la parola e dica: 'L'Aids esiste davvero!'. Loro dicono: 'No, è una stregoneria'".
"Alcuni non credono ancora che sia una pandemia e che possono essere contagiati - ha sottolineato - . In questo contesto, il lavoro nelle campagne è più difficile di quello in città".
"Ho capito che il fatto che io parli fa riflettere molto. Credono che i Vescovi non parlino dell'Aids, perché quando se ne parla si pensa sempre al sesso. Io dico loro di essere disciplinati nella loro vita sessuale, e questo ha aiutato molte persone".
In questo senso, aiuta molto "ciò che dice la Chiesa", ha confessato il presule, ma ha riconosciuto che tutta la mancanza di informazione relativa alla pandemia influisce anche su ciò che dice la Chiesa. La gente, ha concluso, in realtà non sa cosa dice il Papa.
Santa Sede
Canonizzazione innovativa di cinque santi
Un Vescovo, due sacerdoti, un giovane trappista e una religiosa agli altari
di Carmen Elena Villa
CITTA' DEL VATICANO, domenica, 11 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Rappresentanti della Chiesa universale si sono ritrovati questa domenica mattina in Vaticano per unirsi alla canonizzazione di cinque nuovi santi, caratterizzata da alcune novità.
I partecipanti a questa festa di fede provenivano, tra gli altri Paesi, da Spagna, Francia, Belgio, Polonia, Russia, Ucraina, Stati Uniti (soprattutto dalle Hawaii), Perù, Cile, Colombia e ovviamente Italia.
A differenza di altre occasioni, la cerimonia si è svolta nella Basilica di San Pietro. Visto che non c'era spazio sufficiente per i pellegrini, moltissimi sono rimasti nella piazza e hanno partecipato alla Messa attraverso i maxischermi presenti.
La celebrazione nella chiesa cattolica più grande del pianeta ha favorito il raccoglimento e il silenzio, come hanno commentato alcuni pellegrini al termine della Messa.
Questa volta non ci sono stati applausi quando il Papa menzionava nella sua omelia ogni santo. Era stato chiesto espressamente ai pellegrini prima dell'inizio dell'Eucaristia solenne, e i presenti hanno saputo rispettare questa richiesta.
Chi non è riuscito a entrare nella Basilica ha avuto l'opportunità di vedere il Pontefice quando è uscito nella piazza alla fine dell'Eucaristia per recitare l'Angelus e offrire un breve commento sulla vita di ciascuno dei nuovi santi.
I pellegrini che erano entrati hanno salutato emozionati il Pontefice al suo ingresso e all'uscita. C'erano anche il re del Belgio Alberto II e sua moglie Paola Ruffo di Calabria, che hanno assistito alla cerimonia di canonizzazione del loro compatriota padre Damian de Veuster.
Le lettura dell'Antico e del Nuovo Testamento della Messa sono state lette in francese, spagnolo e polacco. Il Vangelo è stato letto sia in latino che in greco, come segno di unità della Chiesa e della chiamata alla santità nell'universalità e nella diversità dei carismi.
Nell'Anno Sacerdotale, tre presbiteri santi
Migliaia di pellegrini con le tipiche collane hawaiane di fiori multicolori sottolineavano sia il loro luogo di provenienza che il santo che li ha spinti a viaggiare fino a Roma: padre Damiano de Veuster, nato in Belgio e morto di lebbra nell'isola di Molokai dopo aver assistito una colonia di lebbrosi.
"Speriamo che la gente, le giovani generazioni apprezzino ciò che ha fatto padre Damiano. E' un eroe, un modello per noi. Ha attraversato l'oceano per stare più vicino alla gente. Ha detto 'sì' come sacerdote e come pastore per aiutare i malati nelle Hawaii", ha ricordato Feaustri Aschwint, proveniente da Honolulu, parlando con ZENIT.
Alla celebrazione, durata più di due ore, ha partecipato anche Audrey Toguchi, hawaiana, la cui guarigione da un cancro è stata considerata inspiegabile dai medici e riconosciuta dal Papa come un miracolo attribuito all'intercessione di padre Damiano.
La signora Toguchi e il suo medico, Walter Chang, si sono uniti a una processione di fedeli che ha portato le reliquie dei nuovi santi al Papa sull'altare al centro della Basilica.
E' stato canonizzato anche il Vescovo placco Zygmunt Szczesny Felinski (1822-1895), fondatore delle Suore Francescane della Famiglia di Maria, che subì l'esilio in Russia.
Suor Oliva, membro di questa comunità, è giunta da Curitiba, in Brasile. Dopo essersi fatta fotografare in Piazza San Pietro con le 21 consorelle che l'hanno accompagnata, ha condiviso con ZENIT questo momento: "Sono molto felice. Il nostro fondatore è stato un uomo di molta fede e pietà. Un grand'uomo in Polonia e ora nel mondo", ha detto.
"Gli ho chiesto di intercedere per me perché io possa imitare le sue virtù: l'amore e la speranza, anche l'amore per l'Eucaristia", ha confessato.
Il terzo sacerdote canonizzato è stato lo spagnolo Francisco Coll (1812-1875). Per questo motivo è arrivato a Roma padre Juan Carlos, proveniente da Campo de Cristana, nella Diocesi di Ciudad Real, perché nella sua parrocchia, come ha spiegato a ZENIT, c'è "una scuola delle Domenicane dell'Annunziata, si chiama Madonna del Rosario, e le suore hanno come fondatore padre Coll".
"Stiamo lavorando da un anno con gli alunni sulla vita di Francisco. Ha dedicato la sua vita soprattutto ai bambini e ai giovani, ha catechizzato ed evangelizzato e ha fornito una testimonianza di vita piena d'amore attraverso la preghiera".
La semplicità di Jeanne Jugan
Una spilla con il volto di santa Jeanne Jugan brillava sui pellegrini membri dell'associazione di laici che porta il suo nome, che si dedicano al servizio agli anziani.
Tra loro c'era Nubia Castillo, guinta da Valledupar, in Colombia, dove lavorano instancabilmente le Piccole Sorelle dei Poveri, comunità fondata dalla nuova santa.
"Facciamo parte del gruppo dell'associazione della Casa del Nonno - ha ricordato -. Vogliamo portare avanti lo spirito di santa Jeanne".
"E' molto bello essere oggi a Roma. A tanti anni dalla sua morte, Jeanne ha lasciato una grande missione (quella del lavoro con gli anziani). Quest'opera continua. Ci incoraggia vedere tante novizie giovani. Siamo molto felici di poter essere utili a chi è avanti con gli anni".
Rafael, giovane e mistico
Padre Rafael Riate, proveniente da Lima (Perù), è giunto per la canonizzazione del suo omonimo, fratel Rafael Arnaiz (1911- 1938), religioso dell'ordine cistercense della stretta osservanza.
"Sento una profonda unione spirituale con lui. Fin dal seminario leggevo i suoi scritti, che sono un sostegno alla mia vita sacerdotale", ha detto.
Una devozione profonda a fratel Rafael l'ha espressa anche la signora Ascensión del Señor, arrivata dalla Spagna per la canonizzazione di "Quello col cappuccio", come lo chiama affettuosamente, perché nella sua foto più famosa appare con l'abito bianco della sua comunità.
"Da lui ho imparato la santità nella vita quotidiana e il senso dell'umorismo. Durante l'Eucaristia sentivo che era con me, seduto al mio fianco. Questa cerimonia è stata come la sua morte: semplice", ha detto a ZENIT.
Nella sua omelia, Benedetto XVI ha esortato i fedeli a "lasciarsi attrarre dagli esempi luminosi di questi Santi, a lasciarsi guidare dai loro insegnamenti perché tutta la nostra esistenza diventi un cantico di lode all'amore di Dio".
[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]
Il premier francese: nell'Enciclica papale c'è la risposta alla crisi
Lo conferma nell'udienza con il Pontefice
CITTA' DEL VATICANO, domenica, 11 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Venendo ricevuto in udienza da Benedetto XVI questo sabato, il Primo Ministro francese François Fillon ha riconosciuto che nell'Enciclica Caritas in Veritate ha trovato risposte alle crisi globale.
L'udienza, alla quale è seguito un incontro con il Cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato vaticano, accompagnato dall'Arcivescovo Dominique Mamberti, Segretario per i Rapporti con gli Stati, ha avuto luogo in occasione della canonizzazione di Jeanne Jugan, fondatrice della Congregazione delle Piccole Sorelle dei Poveri, alla quale il Primo Ministro ha partecipato questa domenica.
Il Papa e Fillon hanno parlato per circa 20 minuti nella biblioteca privata del Pontefice.
"Nel corso dei cordiali colloqui, dopo aver ricordato il viaggio del Papa a Parigi e a Lourdes e l'importanza della canonizzazione della Beata Jeanne Jugan, sono stati passati in rassegna alcuni temi di comune interesse riguardanti i rapporti bilaterali, con l'intento di proseguire sulla buona via del dialogo e della collaborazione tra la Santa Sede e la Repubblica francese", spiega un comunicato diffuso dalla Sala Stampa della Santa Sede.
"C'è stato anche uno scambio di vedute su alcune questioni internazionali, in particolare la situazione in Medio Oriente e in alcuni Paesi africani con riferimento al Sinodo per l'Africa, il dialogo interreligioso e i cambiamenti climatici".
"Infine, si è rilevato l'influsso positivo dell'Enciclica 'Caritas in Veritate' in relazione alla crisi economica mondiale e alle nuove regole da fissare per il buon andamento dell'economia, specialmente nei confronti dei Paesi più poveri", conclude la nota.
Fillon ha presentato al Papa sua moglie Penélope, originaria del Galles, convertita al cattolicesimo, e due dei figli.
Benedetto XVI riceve i reali del Belgio
Lodano l'esempio di padre Damiano, l'Apostolo dei Lebbrosi
CITTA' DEL VATICANO, domenica, 11 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Benedetto XVI ha ricevuto questo sabato mattina in udienza il re Alberto II del Belgio e sua moglie, la regina Paola.
Una nota diffusa dalla Sala Stampa della Santa Sede spiega che "nel corso dei cordiali colloqui sono state affrontate questioni concernenti l'Africa e la politica internazionale, il rispetto dei diritti umani e lo sviluppo dei popoli".
"Richiamando la storia della Chiesa in Belgio, ci si è poi soffermati sull'importanza della canonizzazione del Beato Damiaan Jozef De Veuster e sulla sua esemplarità per il Belgio e per tutto il mondo", aggiunge il testo riferendosi alla cerimonia svoltasi questa domenica mattina durante la quale padre Damiano, l'Apostolo dei Lebbrosi di Molokai (Hawaii), è stato proclamato santo insieme ad altri quattro beati.
Dopo l'udienza con il Pontefice, il re Alberto II ha incontrato il Cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato vaticano, accompagnato da monsignor Dominique Mamberti, Segretario per i Rapporti con gli Stati.
La regina Paola è giunta in Vaticano vestita di bianco, come prevede il protocollo della Santa Sede per le regine cattoliche. Aberto II si è genuflesso prendendo la mano del Papa. I tre hanno parlato in privato per circa venti minuti.
Il Papa ha donato ai reali del Belgio le medaglie del pontificato e dei rosari, mentre i re hanno offerto al Pontefice un bassorilievo di ceramica dell'artista vallone Max van del Linde raffigurante le nozze di Cana.
La visita in Vaticano ha coinciso con le nozze d'oro tra Alberto II e Paola Ruffo di Calabria, nata in Italia.
Due nuovi membri della Pontificia Accademia delle Scienze
Il Papa nomina i professori Collins e De Robertis
CITTA' DEL VATICANO, domenica, 11 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Benedetto XVI ha nominato membri ordinari della Pontificia Accademia delle Scienze i professori Francis S. Collins, Direttore dei National Institutes of Health di Bethesda (Stati Uniti), ed Edward M. De Robertis, docente di Chimica biologica presso l'Istituto di Medicina Howard Hughes dell'Università di California di Los Angeles (USA).
Il professor Collins, nato il 14 aprile 1950 a Staunton (Virginia, Stati Uniti), è laureato in Chimica presso l'Università della Virginia, ha conseguito il dottorato in Chimica Fisica presso l'Università di Yale e la laurea in Medicina con lode presso l'Università della North Carolina, Chapel Hill.
Medico genetista, è noto per le sue scoperte nel campo delle alterazioni genetiche responsabili delle malattie e per nove anni è stato ricercatore presso l'Istituto Medico Howard Hughes dell'Università del Michigan.
Dal 1993 al 2008 è stato direttore del National Human Genome Research Institute (NHGRI) presso i National Institutes of Health (NIH). Sotto la sua direzione, nell'aprile 2003 il Progetto Genoma Umano ha ottenuto una sequenza completa e accurata del DNA umano.
Il laboratorio di ricerca del dottor Collins ha scoperto una serie di geni importanti, come quelli responsabili della fibrosi cistica, della neurofibromatosi, della malattia di Huntington, di una sindrome tumorale familiare del sistema endocrino e, più recentemente, dei geni del diabete di tipo 2 e del gene che causa la Progeria o Sindrome di Hutchinson-Gilford.
Il professor Collins si occupa da tempo del tema dei rapporti tra scienza e fede, sul quale nel 2006 ha pubblicato il volume "The Language of God: A Scientist Presents Evidence for Belief".
Membro eletto dell'Institute of Medicine e della National Academy of Sciences degli Stati Uniti, nel novembre del 2007 ha vinto la Medaglia Presidenziale per la Libertà.
Il professor De Robertis, nato il 6 giugno 1947 a Boston (Massachusetts, Stati Uniti) da una famiglia italiana originaria di Prepezzano, in provincia di Salerno, è cresciuto in Uruguay, dove nel 1971 ha conseguito il dottorato in Medicina.
Ha poi studiato Chimica presso l'Istituto Leloir di Buenos Aires (Argentina), dove ha ricevuto il dottorato in Filosofia nel 1974. Ha completato gli studi di post-dottorato in Biologia dello sviluppo sotto la guida di Sir John Gurdon, del Consiglio della Ricerca Medica di Cambridge (Gran Bretagna).
Dopo aver fatto parte del personale scientifico del Laboratorio di Biologia Molecolare di Cambridge, nel 1980 è stato nominato professore ordinario di Biologia cellulare presso l'Università di Basilea (Svizzera), dove ha isolato il primo gene responsabile del controllo dello sviluppo nei vertebrati. Nel 1985 ha assunto la Cattedra di Norman Sprague in Chimica biologica presso la Scuola di Medicina dell'Università della California a Los Angeles, dove dal 1994 è anche ricercatore presso l'Istituto di Medicina Howard Hughes.
Dal 2002 al 2006 è stato Presidente della Società internazionale di biologi dello sviluppo.
Le ricerche del professor De Robertis sui meccanismi molecolari dell'induzione embrionica negli embrioni dei vertebrati hanno portato alla comprensione che il macchinario molecolare per il patterning embrionale è comune a tutti gli embrioni animali. Le sue scoperte hanno inoltre permesso la fondazione di una nuova disciplina scientifica dell'evoluzione e dello sviluppo, denominata Evo-Devo, abbreviazione di Evolutionary Developmental Biology (biologia evolutiva dello sviluppo).
Uomini e donne di fede
Zygmunt Szczęsny Feliński, il "santo Vescovo polacco"
Canonizzato questa domenica da Papa Benedetto XVI
di Carmen Elena Villa
CITTA' DEL VATICANO, domenica, 11 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Sacerdote, Vescovo, esiliato, pastore della popolazione rurale, appassionato della rinascita religiosa e morale della sua patria. Così era monsignor Zygmunt Feliński.
L'Arcivescovo di Varsavia e fondatore delle Suore Francescane della Famiglia di Maria è stato canonizzato questa domenica da Papa Benedetto XVI in Piazza San Pietro insieme ad altri quattro beati. ZENIT ha parlato con la postulatrice della sua causa, suor Teresa Antonieta Fracek, membro della comunità da lui fondata.
Fame spirituale nel Paese
Il regno di Polonia aveva perso la sua sovranità e l'indipendenza. Non esisteva più sulla mappa dell'Europa. Il Governo prussiano fece tutto il possibile per ridurre al minimo le libertà costituzionali della Chiesa. Voleva sospendere l'autorità degli ordini religiosi e le organizzazioni esistenti non potevano accogliere alcun membro.
In questo contesto visse Zygmunt, nato nel 1822 a Volinia Wolyn in una famiglia credente e servitrice della patria. Viveva in un territorio dell'ex Stato polacco passato nel 1795 sotto il dominio russo. Oggi appartiene all'Ucraina.
Quando aveva 11 anni perse il padre. La madre venne arrestata nel 1838 dalle autorità russe e deportata in Siberia. Nel 1851 entrò nel seminario diocesano di Zytomierz e venne ordinato sacerdote nel 1855.
Zygmunt era un giovane sognatore, amante della corrente letteraria del romanticismo e dell'idea del sacrificio per la patria. Con il tempo maturò le sue decisioni e vide che Dio lo chiamava a consacrare la sua vita al Suo servizio.
"Sono convinto che conservando un cuore puro, la religione e l'amore fraterno verso il prossimo non perderò mai la retta via; sono le mie uniche ricchezze, però sono inestimabili", scriveva in una lettera del 1841.
Una comunità per rispondere alle necessità religiose del Paese
Suor Teresa sottolinea nella sua spiritualità "il suo amore per la Chiesa, il suo amore per la Madonna, l' accettazione gioiosa della volontà di Dio, la sua serenità nella sofferenza, la sua semplicità e soprattutto il suo amore per la povertà e per i poveri".
Ispirato da questi sentimenti, nel 1857 fondò a San Pietroburgo (Russia) la Congregazione delle Suore Francescane della Famiglia di Maria.
Zygmunt voleva che le sue figlie spirituali si dedicassero a diffondere la Parola con la preoccupazione per il rinnovamento e la crescita morale del Paese.
Avrebbero quindi dovuto volgersi verso qualsiasi tipo di povertà, ma soprattutto verso l'istruzione dei giovani, che considerava l'unica speranza per il popolo polacco.
A causa della repressione, il carattere religioso dell'istituto dovette essere nascosto. Le prime suore si presentavano agli occhi del mondo come volontarie che aiutavano i bambini.
Pastore nel dolore
Nel 1862 Papa Pio IX lo nominò Arcivescovo di Varsavia. Era il momento più tragico per la Chiesa e per la Nazione. Quattro mesi più tardi, tutte le chiese cattoliche erano state chiuse.
"Con il suo aiuto ne salvò molti dalla disperazione e dalla miseria. Sentì come un dovere di giustizia il dedicarsi al lavoro sociale a favore del lavoratori, della gente rurale, dei poveri", ha detto suor Teresa.
Nello stesso anno riconsacrò la Cattedrale, che era stata profanata dall'Esercito russo. Riaprì quindi tutte le chiese della Diocesi con una solenne celebrazione di 40 ore di esposizione del Santissimo.
Nonostante l'opposizione del Governo, Zygmunt non nascondeva il grande zelo per la formazione dei fedeli: "Per dare impulso agli studi teologici riformò i programmi d'insegnamento nell'Accademia Ecclesiastica di Varsavia, nei seminari diocesani; curò il livello spirituale ed intellettuale del clero di Varsavia", ha spiegato la postulatrice.
In quella Diocesi si recarono a lavorare le suore della comunità che aveva fondato. Dirigevano un orfanotrofio e una scuola.
Un esilio apostolico
Furono gli interventi contro il pericolo di un nazionalismo esagerato a portare alla sua deportazione nel 1863 come prigioniero dello Stato. Fu esiliato a Jaroslavl, nel cuore della Russia, dove trascorse 20 anni.
"Malgrado i rigorosi controlli polizieschi, mons. Feliński abbracciò con il cuore i bisogni dei cattolici di Jaroslav, degli esiliati, specialmente dei sacerdoti deportati in Siberia, svolgendo numerose opere di misericordia", ha proseguito suor Teresa.
Vi fondò anche una parrocchia alla quale accorrevano fedeli di varie nazionalità, che lo chiamavano "il santo Vescovo polacco".
Dopo una mediazione della Santa Sede, monsignor Feliński fu liberato nel 1883, anche se non poté tornare a Varsavia. Papa Leone XIII lo trasferì così alla sede titolare di Tarso.
Trascorse gli ultimi 12 anni di vita quasi in esilio nel distretto di Borszczow, tra i contadini di nazionalità ucraina e polacca.
Fondò una scuola, la prima del luogo. Aprì un orfanotrofio, costruì una chiesa per i cattolici latini e la casa del convento delle suore della Famiglia di Maria. Nel tempo libero scriveva per la stampa opere redatte durante l'esilio.
Morì a Cracovia il 17 settembre 1895. In quel momento la Polonia era divisa tra Austria, Prussia e Russia, e Cracovia era nella parte austriaca. "La perdita spargerà la sua triste eco in tutte le terre polacche, ove ogni bimbo pronunziava il suo nome con il rispetto e la venerazione che si ha per un santo", scrisse "La Gazzetta Ecclesiastica".
La comunità da lui fondata ha oggi 1.300 religiose professe che lavorano insieme a novizie e postulanti in 143 comunità dedite all'istruzione, all'assistenza negli ospedali, al servizio nelle mense, alle case di assistenza sociale per bambini, anziani e handicappati.
Quella di monsignor Zygmunt è una testimonianza che continua a brillare anche nel XXI secolo: "Questo è necessario anche oggi, quando diverse forze, spesso guidate da una falsa ideologia di libertà, cercano di appropriarsi di questo terreno. Quando una rumorosa propaganda di liberalismo, di libertà senza verità e responsabilità, si intensifica anche nel nostro Paese, i Pastori della Chiesa non possono non annunciare l'unica e infallibile filosofia della libertà che è la verità della Croce di Cristo", ha detto Papa Giovanni Paolo II nell'omelia della sua beatificazione, nel 2002 a Cracovia.
[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]
Notizie dal mondo
"La solidarietà, una sfida per l'Europa"
In Polonia le prime Giornate Sociali Cattoliche per il continente
di Nieves San Martín
DANZICA, domenica, 11 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Si stanno svolgendo a Danzica (Polonia) dall'8 ottobre a questa domenica su iniziativa della Commissione degli Episcopati della Comunità Europea (COMECE) le prime Giornate Sociali Cattoliche per l'Europa, sul tema "La solidarietà, una sfida per l'Europa".
La COMECE ha convocato per le Giornate tutti i Paesi dell'Unione Europea e alcuni Paesi dell'est del continente.
Nella sessione di apertura, il Vescovo della Diocesi, il sindaco e il direttore del Centro Europeo di Solidarietà hanno sfidato tutti i Paesi a compiere piccoli gesti solidali come metodo per restituire dignità alla vita di ciascuno.
Il presidente della Commissione Europea, José Manuel Durão Barroso, ha rivolto un messaggio ai partecipanti in cui afferma che la crisi che si vive non è tanto economica o finanziaria, ma etica.
Per Durão Barroso, è l'assenza di valori che provoca la fragilità nelle società e porta alla scomparsa della lotta per il bene comune.
Monsignor Adrianus van Luyn, presidente della COMECE, è intervenuto alla sessione inaugurale affermando che il dibattito di questi giorni sulla solidarietà deriva anche dal fatto che si tratta di una virtù cristiana. "La solidarietà fa parte del Vangelo", ha detto. Per il presidente della COMECE, sono gli atteggiamenti contrari alla solidarietà che provocano le crisi mondiali come quella attuale.
Per monsignor van Luyn, dall'esercizio della solidarietà dipendono le generazioni future. Per questo, ha avvertito i partecipanti della necessità di "lavorare insieme per le persone che verranno dopo di noi".
La prima edizione delle Giornate Sociali Cattoliche per l'Europa dibatte sulla solidarietà come sfida per il continente a partire da sei vettori: la Dottrina Sociale della Chiesa, la persona umana, la famiglia, il modello socioeconomico europeo, le basi della solidarietà e il bene comune mondiale.
I sei temi sono stati presentati per la maggior parte da accademici e sono stati seguiti da interventi dei partecipanti e dibattiti. Per ciascuno dei temi, l'organizzazione ha proposto anche che si presentino pratiche positive, esempi concreti di solidarietà in Europa.
Dai lavori di Danzica uscirà un manifesto in cui si affermeranno i principi che orientano l'esercizio della solidarietà in Europa.
Il ruolo chiave della famiglia
Nel suo intervento di questo venerdì, Anna Záborská, deputata del Parlamento Europeo, ha affrontato il tema "La famiglia, cellula fondamentale della società, si fonda sulla solidarietà europea".
"Il primo modo di provare la solidarietà con la famiglia riguarda personalmente ogni sposo e ogni sposa", ha affermato alludendo alla propria esperienza personale con il marito Vladimir, con cui è sposata da 40 anni.
"Osare vivere bene il matrimonio con amore, gioia e fiducia, nonostante tutti i rischi della vita, ed essere genitori o nonni felici, ma mai incoscienti, può servire da esempio ad altre persone per impegnarsi nel matrimonio e fondare una famiglia", ha spiegato.
Il secondo modo, ha detto, "concerne il lavoro legislativo delle istituzioni nazionali e internazionali nei settori relativi alla famiglia".
Il terzo aspetto per sostenere la famiglia è infine di ordine politico: "Quali orientamenti politici adottano le istituzioni nazionali e internazionali per sostenere lo sviluppo della famiglia?".
La relatrice si è concentrata sugli ultimi due aspetti.
In questo senso, ha menzionato le "numerose risoluzioni che il Parlamento Europeo vota per condannare inequivocabilmente la famiglia naturale a beneficio di altre forme di vita comune", e ha citato una risoluzione recente che ha condannato la Lituania perché "voleva difendere i minori da una crescente sessualizzazione della pubblicità".
Quanto agli aspetti legali, l'esperta ha osservato che a suo parere "la famiglia rappresenta ormai più una scommessa di sopravvivenza che una scommessa sulla solidarietà".
Anna Záborská ha indicato alcuni problemi europei nella formulazione degli orientamenti politici a favore della famiglia, chiedendosi se le politiche europee non conducano a una molteplice discriminazione delle donne per l'assenza di una scelta realmente libera tra lavoro e maternità.
Ha quindi citato il punto 44 dell'Enciclica Caritas in Veritate di Papa Benedetto XVI: "Le famiglie di piccola, e talvolta piccolissima, dimensione corrono il rischio di impoverire le relazioni sociali, e di non garantire forme efficaci di solidarietà".
La Záborská ha quindi concluso chiedendo ai partecipanti "molto onestamente": "Noi cattolici impegnati nella vita politica siamo così lungimiranti da promuovere la famiglia secondo il Vangelo ma in un linguaggio istituzionalmente neutro ed educato, secondo le necessità del funzionamento amministrativo comunitario?", invitando a riflettere su questo aspetto.
[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]
Italia
La legge sull'omofobia è una minaccia alla libertà?
Parole profetiche del Cardinale Ratzinger su un'ideologia ostile alla libertà religiosa
di Antonio Gaspari
ROMA, domenica, 11 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Un'eventuale legge italiana contro l'omofobia, in recepimento di una risoluzione del Parlamento Europeo, potrebbe limitare fortemente la libertà delle persone e la libertà religiosa.
E' in discussione alla Camera dei Deputati la proposta di legge C-1658 contro l'omofobia, presentata dal Partito Democratico, a prima firma di Paola Concia. La proposta prevede l'inserimento nel Codice Penale di "reati commessi per finalità di discriminazione o di odio fondati sull'orientamento sessuale o sull'identità di genere".
L'iniziativa recepisce una risoluzione del Parlamento Europeo del 18 gennaio 2006 in cui l'omofobia è definita "una paura e un'avversione irrazionale nei confronti dell'omosessualità e di gay, lesbiche, bisessuali e transessuali (GLBT), basata sul pregiudizio".
Come "pregiudizio" si intende ogni giudizio morale contrario all'omosessualità e alle deviazioni in campo sessuale. Quando esso si esprime in scritti o discorsi pubblici che non pongano su un piano di assoluta eguaglianza ogni tendenza e orientamento sessuale, può essere considerato come contrario al rispetto dei diritti dell'uomo ed essere oggetto di sanzioni penali. Lo stesso principio è enunciato dall'art. 21 della Carta fondamentale dei Diritti del cittadino di Nizza, resa giuridicamente vincolante dal Trattato europeo di Lisbona.
Nel commentare l'iniziativa, il professor Roberto De Mattei ha spiegato in un dettagliato articolo pubblicato su "Radici Cristiane" (n. 48 - Ottobre 2009) che "se questa legge passasse e fosse applicata in modo coerente, sarebbe impossibile, o quanto meno rischioso, criticare l'omosessualità e presentare la famiglia naturale come 'superiore' alle unioni omosessuali. Un'istituzione ecclesiastica non potrebbe rifiutarsi di designare come suo rappresentante una persona che non faccia mistero delle sue tendenze omosessuali. Nessuno Stato, ma anche nessuna Chiesa, potrebbe rifiutare di celebrare un matrimonio di coppie dello stesso sesso. Catechismi e libri sacri che condannano l'omosessualità come peccato 'contro-natura' potrebbero essere ritirati dal commercio".
In merito alla possibilità di una legge europea che avrebbe impedito il rifiuto della pratica omosessuale, il 1° aprile 2005 l'allora Cardinale Joseph Ratzinger, in occasione della consegna del "Premio San Benedetto per la promozione della vita e della famiglia in Europa", conferitogli dalla Fondazione Sublacense Vita e Famiglia, ebbe a dire: "Il concetto di discriminazione viene sempre più allargato, e così il divieto di discriminazione può trasformarsi sempre di più in una limitazione della libertà di opinione e della libertà religiosa. Ben presto non si potrà più affermare che l'omosessualità, come insegna la Chiesa cattolica, costituisce un obiettivo disordine nello strutturarsi dell'esistenza umana".
"È evidente - spiegava il Cardinale - che questo canone della cultura illuminista, tutt'altro che definitivo, contiene valori importanti dei quali noi, proprio come cristiani, non vogliamo e non possiamo fare a meno; ma è altrettanto evidente che la concezione mal definita o non definita affatto di libertà, che sta alla base di questa cultura, inevitabilmente comporta contraddizioni; ed è evidente che proprio per via del suo uso (un uso che sembra radicale) comporta limitazioni della libertà che una generazione fa non riuscivamo neanche ad immaginarci. Una confusa ideologia della libertà conduce ad un dogmatismo che si sta rivelando sempre più ostile verso la libertà".
Il prof. De Mattei ha ricordato che nelle parole del Catechismo di San Pio X l'omosessualità è un peccato che "grida vendetta al cospetto di Dio" e la Sacra Scrittura e i Padri della Chiesa hanno bollato l'omosessualità come un "abominio" (Levitico, 20,13).
Secondo il prof. De Mattei, la moda, la televisione, il cinema e la politica stanno diventando ambiti sociali privilegiati della lobby omosessuale.
All'ultimo Festival di Venezia, conclusosi lo scorso 12 settembre, il tema ricorrente dei film in rassegna è stato l'omosessualità. Prima della proiezione del film A single man di Tom Ford, che si è aggiudicato il Queer Lion attribuito dalla comunità gay alla migliore opera omo, lesbica o trans, il presidente onorario dell'Arcigay Franco Grillini e alcuni esponenti politici di sinistra hanno tenuto un sit-in contro l'omofobia.
Il 29 giugno 2009 il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha ricevuto alla Casa Bianca circa 250 leader e attivisti delle principali organizzazioni gay, lesbiche e transgender in occasione dei 40 anni della nascita del movimento per la difesa dei diritti omosessuali.
Lo stesso Obama, in un'intervista pubblicata il 3 luglio da "Avvenire", ha affermato che la comunità gay-lesbica degli Stati Uniti viene "ferita da alcuni insegnamenti della Chiesa cattolica e della dottrina cristiana in generale".
Per questi motivi, il prof. De Mattei ha concluso ha affermato che "se il reato contro l'omofobia fosse varato così com'è, sarebbe uno scandalo e un'occasione di profonda riflessione per l'elettorato cattolico, continuamente tradito dai propri rappresentanti in nome dell'aberrante principio del "politicamente corretto".
Bioetica
Tra la vita e la morte (parte II)
di Gonzalo Miranda, L.C.*
ROMA, domenica, 11 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Gli insegnamenti magisteriali sul nostro tema si trovano sostanzialmente nei seguenti testi: Un discorso di Papa Pio XII del 24 novembre 1957 sui problemi religiosi e morali della rianimazione (16) (citerò il testo come Pio XII); la Dichiarazione sull'eutanasia della Congregazione per la Dottrina della Fede ("Iura et bona"), del 1980 (17) (Iura et bona); il documento del Pontificio Consiglio Cor Unum, Questioni etiche relative ai malati gravi e ai morenti, del 1981 (18) (Cor Unum); il Catechismo della Chiesa Cattolica 1992 (19) (Catechismo).
Vediamo dunque la dottrina espressa in questi testi, strutturando i contenuti secondo i quattro elementi dell'impianto etico appena considerati.
1- Dovere morale di ricorrere ai mezzi necessari per la vita e per la salute:
La ragione naturale e la morale cristiana insegnano che l'uomo [...] ha il diritto e il dovere, in caso di malattia grave, di adottare le cure necessarie per conservare la vita e la salute (Pio XII).
Ciascuno ha il dovere di curarsi e di farsi curare. Coloro che hanno in cura gli ammalati devono prestare la loro opera con ogni diligenza e somministrare quei rimedi che riterranno necessari o utili (Iura et bona).
2- Questo obbligo morale non è assoluto, ma relativo. Non c'è il dovere morale di accettare i mezzi considerati sproporzionati:
Ma esso [il dovere menzionato sopra] non obbliga, generalmente, che all'impiego dei mezzi ordinari (secondo le circostanze di persone, di luoghi, di tempo, di cultura), ossia, di quei mezzi, che non impongono un onere straordinario per se stessi o per gli altri. Un obbligo più severo sarebbe troppo pesante per la maggior parte degli uomini (Pio XII) (20).
Siccome queste forme di cura (21) superano i mezzi ordinari, che si è obbligati ad usare, non si può sostenere che sia obbligatorio ricorrere a tali forme e quindi autorizzare il medico ad applicarle (Pio XII).
È sempre lecito accontentarsi dei mezzi normali che la medicina può offrire. Non si può, quindi, imporre a nessuno l'obbligo di ricorrere ad alcun tipo di cura che, per quanto già in uso, tuttavia non è ancora esente da pericoli o è troppo oneroso (Iura et bona).
Il termine «straordinario» qualifica dei mezzi a cui non si ha mai l'obbligo di ricorrere... La vita nel tempo è un valore primordiale ma non assoluto, per cui è necessario individuare i limiti dell'obbligo
di mantenersi in vita... I criteri per distinguere i mezzi straordinari da quelli ordinari sono molteplici [...] Alcuni sono di ordine oggettivo... altri sono di ordine soggettivo [...] Si tratterà sempre di stabilire la proporzione tra il mezzo e il fine perseguito [...] Il principio è dunque che non c'è obbligo morale di ricorrere a mezzi straordinari (Cor Unum) (22).
L' interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima. In tal caso si ha la rinuncia all'"accanimento terapeutico" (Catechismo).
3- È il paziente a dover decidere se ricorrere o meno ai mezzi terapeutici proposti:
Il medico, infatti, non ha, di fronte al paziente, un diritto separato o indipendente; in generale, non può agire, se il paziente non lo autorizza esplicitamente o implicitamente (direttamente o indirettamente) [...] I diritti e i doveri della famiglia dipendono, in generale, dalla volontà presunta dell'infermo incosciente (Pio XII).
Nel prendere una decisione del genere si dovrà tener conto del giusto desiderio dell'ammalato e dei suoi familiari, nonché del parere dei medici veramente competenti (Iura et bona).
4- Il rifiuto di una terapia considerata sproporzionata non necessariamente equivale al suicidio:
Il suo rifiuto non equivale al suicidio: significa piuttosto o semplice accettazione della condizione umana, o desiderio di evitare la messa in opera di un dispositivo medico sproporzionato rispetto ai risultati che si potrebbero sperare, oppure volontà di non imporre oneri troppo gravi alla famiglia o alla collettività (Iura et bona).
[...] Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire (Catechismo).
5- Il Testamento biologico: problemi applicativi:
Ci sono anche alcuni problemi di fondo, difficilmente sormontabili, in merito all'applicazione pratica di questo strumento.
Anzitutto bisogna tenere presente che il LW, per sua natura, viene compilato necessariamente prima, e dunque al di fuori, dell'eventuale situazione prevista. Si pone, dunque, un serio problema in relazione al carattere di consenso "informato" del documento. Nel momento in cui il testo viene firmato il soggetto semplicemente non può essere correttamente informato, poiché la situazione prevista non può essere mai esattamente uguale, in tutti gli aspetti, alla situazione reale.
Quando il LW viene presentato per la firma al momento dell'ingresso nell'ospedale si può sospettare che la malattia, la condizione di debolezza fisica o mentale, la paura, l'angoscia, ecc., possono condizionare pesantemente la decisione del paziente. Una decisione, però, che viene fatta puntualmente, con una firma, e che potrebbe non essere suscettibile di revoca una volta che il malato perdesse in seguito la sua capacità. La decisione potrebbe essere fatale.
Non potendo evidentemente prevedere tutte le possibili situazioni e condizioni in cui si potrà trovare il malato, i testi di LW si tengono necessariamente sul generico, offrendo soltanto indicazioni di massima. Indicazioni che, dunque, dovranno essere interpretate e applicate dai medici. I quali, molto probabilmente, non conoscono il paziente, non hanno parlato forse con lui sulle sue aspettative, paure o desideri. I medici possono facilmente interpretare le disposizioni in modo diverso alle reali intenzioni del paziente.
D'altra parte, è stato fatto notare che un tentativo di precisare dettagliatamente le diverse possibili situazioni e condizioni, di elencare le cose da fare o da evitare, può essere ancora più delicato e pericoloso, in quanto potrebbe condizionare inadeguatamente il comportamento dei medici in base a delle determinazioni specifiche stabilite in maniera arbitraria, senza tener conto della situazione reale in cui poi si viene a trovare il paziente.
Comunque sia, con disposizioni del tutto generiche o con indicazioni più specifiche, si presenta sempre il grave problema dell'interpretazione da dare ad alcune espressioni ricorrenti in questi documenti. Cosa si intende, per esempio per "fase terminale"?
Per alcuni si tratta di situazioni in cui la prospettiva di vita è solo di alcuni giorni; per altri possono passare anche dei mesi; altri ancora considerano terminale anche una prospettiva di vita di qualche anno. Cosa significa "malattia gravemente invalidante"? Chi determina se la persona si trova in "stato di incapacità naturale"? (Non mancano casi clamorosi in cui lo stesso soggetto è dichiarato incapace da un giudice, e da un altro considerato capace di decidere e di esprimersi). Quali criteri devono essere utilizzati per decidere se un determinato intervento terapeutico è "ordinario o straordinario", "proporzionato o sproporzionato"? Come si sa se il firmatario si riferiva in verità a quel intervento, in quelle condizioni, quando dichiarò di rifiutare ogni trattamento sproporzionato?
C'è poi tutto il problema legato ai cambiamenti di umore, desideri e volontà, sempre possibili, e molto frequenti soprattutto nelle persone affette da una malattia. Siamo sicuri che nel momento attuale, nel quale si pretende di attuare le disposizioni anticipate, il paziente la pensa veramente come prima? Un importante inchiesta ha mostrato come molte persone cambino opinione rispetto al LW firmato mentre erano sani, una volta che si trovano a dover affrontare davvero la situazione di malattia, allora solo immaginata. Un gran numero di esse si dimostrano molto più decise ad affrontare interventi medici anche pericolosi ed onerosi, una volta che si vedono a lottare per la vita e si aggrappano alla speranza.
Qualcuno fa notare anche il fatto che nel momento in cui dovrebbe essere attuata una determinata disposizione anticipata potrebbero essere disponibili trattamenti più efficaci o indolori di quelli disponibili al momento della stesura e firma del documento. Torna e il problema del consenso "informato".
Non basta a risolvere questi ed altri problemi applicativi il fatto che il paziente possa sempre cambiare le sue volontà anticipate, anche verbalmente. Il LW è un documento scritto, e si sa che "scripta manent". Può perfettamente accadere (anzi accade spesso lì dove il LW viene applicato) che il firmatario si venga a trovare in situazione di incapacità senza aver avuto la possibilità di tornare a riflettere, informarsi, modificare l'espressione della sua volontà anticipate.
6- Al di là del Living Will:
Alcuni anni fa erano molti a pensare negli Stati Uniti che il LW avrebbe risolto tanti problemi. Oggi quell'ottimismo è un più lontano. Un recentissimo studio mostra che, mentre il 22.7% degli intervistati dichiara di aver fatto ricorso al LW per indicare le proprie preferenze, solamente il 5.9% menziona di voler ripetere o rinforzare quelle preferenze. Una ricerca pubblicata sugli Archives of Internal Medicine nel 2001, mostrava che l'uso del LW, anche a seguito di conversazioni tra i pazienti e i loro familiari, non migliora l'accuratezza delle predizioni da parte dei delegati rispetto alle preferenze dei malati (accuratezza che si ferma al 70%). L'articolo constata con amarezza: "I risultati del presente studio sfidano chiaramente l'efficacia (dei LW) come mezzo per preservare la capacità dei pazienti di controllare le decisioni sui trattamenti specifici, in prossimità della morte". Non sorprende troppo che qualche autore americano favorevole all'uso del LW lamenti il fatto che questa pratica stenti a diffondersi ed affermarsi.
Lo stesso recente studio citato sopra conclude affermando che "il dialogo frequente con il personale sanitario e con altre persone significative sulle preferenze riguardanti le decisioni in prossimità della morte possono offrire maggiore chiarezza e conforto (rispetto al LW). In effetti, i problemi inerenti il LW, la sua applicazione concreta, il suo utilizzo reale e le eventuali motivazioni di coloro che lo propongono, inducono a pensare che non sia quella strada giusta.
Forse conviene piuttosto far riferimento all'altro tipo di Direttiva Anticipata ricordata all'inizio, quello che gli americani chiamano DPAH (nomina di un Delegato con potere di prendere le decisioni a favore del paziente). In questo caso, contrariamente al LW, viene designata una persona (chiamata "agente") a prendere le decisioni per i trattamenti medici, quando il paziente (chiamato "principale") si trova in stato di incompetenza. Il DPAH permette così che le decisioni vengano prese secondo la situazione attuale, e non in funzione di un ipotetico futuro. I leader della Chiesa negli Stati Uniti vedono generalmente con favore la legislazione riguardante la nomina di un Delegato. Essa viene vista infatti come un mezzo per prendere decisioni mediche adeguate per il paziente, ed evitare i seri problemi inerenti il LW, e per non lasciare le decisioni sul trattamento medico nelle mani dei tribunali. Alcune organizzazioni contrarie all'eutanasia mettono a disposizione modelli di formati per la nomina del Delegato, e offrono consigli utili per l'adeguata utilizzazione di questo strumento.
Non è superfluo ricordare però che, qualunque sia lo strumento utilizzato, in nessun caso si dovrebbe porre un atto che sia illegale o immorale. Non basterebbe la certezza assoluta sulla volontà del paziente per giustificare un atto che tenda a procurare volontariamente la sua morte, sia con un'azione o con un'omissione motivata da quello scopo.
Se è vero che il medico non può imporre un intervento medico contro la volontà del paziente (primo responsabile della propria salute), è altrettanto vero che nel caso in cui l'interessato non si possa esprimere qui e ora si debbono attuare quei mezzi e comportamenti che possono procurargli un maggior beneficio.
L'eventuale dichiarazione di volontà anticipata e la consultazione con i parenti o responsabili del malato incapace di esprimersi, e con la persona da lui eventualmente nominata come Delegato, devono essere sempre utilizzati come strumenti che aiutino a prendere, con piena responsabilità, la migliore decisione per il paziente.
* Padre Gonzalo Miranda è professore ordinario della Facoltà di Bioetica dell'Ateneo Pontificio "Regina Apostolorum".
[La prima parte dell'articolo è stata pubblicata domenica 4 ottobre]
[16] Pio XII, «Problemi religiosi e morali della rianimazione. 24 novembre 1957», in AAS 49 (1957), 1027-1033.
[17] Congregazione per la Dottrina della Fede, «Dichiarazione sull'Eutanasia» (Iura et bona).
[18] Pontificio Consiglio Cor Unum, «Questioni etiche relative ai malati gravi e ai morenti, 1981», in S. Spisanti, Documenti di deontologia ed etica medica, Edizioni Paoline, Roma 1985, 91-110.
[19] Catechismo della Chiesa Cattolica, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1992.
[20] Frase evidenziata in corsivo da me.
[21] Si riferisce al respiratore artificiale, introdotto negli anni Cinquanta.
[22] Parole evidenziate in corsivo da me.
Il Sinodo riscopre la dignità dell'Africa, spiega il portavoce vaticano
Un Vescovo dove l'Aids è una stregoneria
SANTA SEDE
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Discorso del Papa per la Veglia "con l'Africa e per l'Africa"
Omelia nella Messa di canonizzazione di cinque beati
DOCUMENTI SULLA WEB DI ZENIT
Interventi pronunciati dai Padri sinodali il 9 e il 10 ottobre
Sinodo speciale sull'Africa
Il Sinodo riscopre la dignità dell'Africa, spiega il portavoce vaticano
Sta mostrando un'immagine molto più ricca di quella diffusa dai media
CITTA' DEL VATICANO, domenica, 11 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Il Sinodo dell'Africa sta aiutando a contrastare l'immagine riduttiva che i mezzi di comunicazione danno del continente dimenticando a volte la sua dignità e la sua grandezza, osserva il portavoce vaticano.
Padre Federico Lombardi S.I., direttore della Sala Stampa della Santa Sede, ha compiuto su "Octava Dies", settimanale del Centro Televisivo Vaticano, un primo bilancio dell'evoluzione delle sessioni di lavoro della seconda assemblea sinodale africana, in svolgimento fino al 25 ottobre in Vaticano.
In particolare, ha citato le affermazioni del relatore generale del Sinodo, il Cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson, Arcivescovo di Cape Coast (Ghana), quando ha affermato: "L'Africa è stata accusata per troppo tempo dai media di tutto ciò che viene aborrito dall'umanità; è tempo di ‘cambiare marcia' e di dire la verità sull'Africa con amore, promuovendo lo sviluppo del continente, che porterà al benessere di tutto il mondo".
"Si spera che la ricerca della riconciliazione, la giustizia e la pace, che è eminentemente cristiana per il fatto di essere radicata nell'amore e nella misericordia, ristabilisca l'unità della Chiesa-famiglia di Dio nel continente e che quest'ultima, in quanto sale della terra e luce del mondo, guarisca ‘il cuore ferito dell'uomo, in cui si annida la causa di tutto ciò che destabilizza il continente africano'. In tal modo il continente e le sue isole comprenderanno le opportunità e i doni dati loro da Dio", ha sostenuto padre Lombardi ispirandosi alle parole del Cardinale Turkson.
Secondo il portavoce vaticano, si tratta di "un'assemblea veramente africana e universale insieme, che darà certamente un contributo formidabile per riaffermare e presentare alla Chiesa universale e al mondo la dignità dell'Africa, troppo spesso dimenticata. Dignità umana, culturale, spirituale, religiosa, cristiana".
Il sacerdote gesuita ha citato in particolare l'intervento davanti al Sinodo di Sua Santità Abuna Paulus, patriarca della Chiesa ortodossa etiope, che ha ricordato che il suo Paese "fu la seconda Nazione a credere in Cristo, fin dai tempi apostolici".
"Il messaggio di Cristo non è un retaggio coloniale, si è inserito fin dall'inizio nelle culture africane ed è capace di scendere fino al loro cuore, per guarirlo e renderle feconde di vita per l'intera famiglia umana", ha dichiarato padre Lombardi.
"Dobbiamo imparare a dire tutta la verità sull'Africa, nel rispetto e nell'amore", ha concluso.
Un Vescovo dove l'Aids è una stregoneria
Dichiarazioni di un partecipante al Sinodo dell'Africa
di Jesús Colina
CITTA' DEL VATICANO, domenica, 11 ottobre 2009 (ZENIT.org).- In una regione in cui l'Aids sta decimando la popolazione, per monsignor Fulgence Muteba Mugalu, Vescovo di Kilwa-Kasenga, nella Repubblica Democratica del Congo, una delle sfide più grandi è far capire alla sua gente che la pandemia non è una stregoneria.
In questa regione del sud-est congolese, alla frontiera con lo Zambia, la ricchezza di materie prime come il cobalto o il rame attira lavoratori di altre zone che arrivando "diffondono l'epidemia in modo tremendo".
Nominato Vescovo ad appena 42 anni (ora ne ha 47), monsignor Muteba Mugalu ha parlato con un gruppo di giornalisti, tra cui ZENIT, in modo molto sincero: "Se c'è un Paese in cui non si fa niente per combattere l'Aids è la Repubblica Democratica del Congo".
"Lo Stato non fa quasi nulla. E' chiaro, ci sono due organizzazioni di facciata che gestiscono milioni, ma l'impatto è molto limitato, forse solo nelle città. C'è molta gente che non ha mai visto un cartellone sulla lotta all'Aids", ha riconosciuto.
Mancanza di medicinali
Nel corso del Sinodo dei Vescovi dell'Africa, il presule ha reso noto che nella Repubblica Democratica del Congo circa il 40% dell'assistenza medica è gestito dalla Chiesa cattolica.
"Accogliamo tutti senza distinzioni - ha spiegato -. In tutta la Diocesi c'è un solo centro in cui ci sono farmaci antiretrovirali. E' terribile!".
"Siamo del tutto impotenti - ha aggiunto -. Vogliamo accogliere negli orfanotrofi i bambini, ma non abbiamo risorse. Ci accontentiamo dei mezzi disponibili, vale a dire della nostra buona volontà. Lavoriamo con i volontari delle parrocchie. Prendono la bicicletta e vanno a sensibilizzare un villaggio".
Schiacciati dai costumi
Il presule ha riconosciuto che "le persone sono schiacciate dai costumi. Questo succede nella mia terra e nello Zambia".
Per questo motivo, confessa di essersi reso conto che con la sua autorità morale di Vescovo può far molto.
"Serve che io prenda la parola e dica: 'L'Aids esiste davvero!'. Loro dicono: 'No, è una stregoneria'".
"Alcuni non credono ancora che sia una pandemia e che possono essere contagiati - ha sottolineato - . In questo contesto, il lavoro nelle campagne è più difficile di quello in città".
"Ho capito che il fatto che io parli fa riflettere molto. Credono che i Vescovi non parlino dell'Aids, perché quando se ne parla si pensa sempre al sesso. Io dico loro di essere disciplinati nella loro vita sessuale, e questo ha aiutato molte persone".
In questo senso, aiuta molto "ciò che dice la Chiesa", ha confessato il presule, ma ha riconosciuto che tutta la mancanza di informazione relativa alla pandemia influisce anche su ciò che dice la Chiesa. La gente, ha concluso, in realtà non sa cosa dice il Papa.
Santa Sede
Canonizzazione innovativa di cinque santi
Un Vescovo, due sacerdoti, un giovane trappista e una religiosa agli altari
di Carmen Elena Villa
CITTA' DEL VATICANO, domenica, 11 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Rappresentanti della Chiesa universale si sono ritrovati questa domenica mattina in Vaticano per unirsi alla canonizzazione di cinque nuovi santi, caratterizzata da alcune novità.
I partecipanti a questa festa di fede provenivano, tra gli altri Paesi, da Spagna, Francia, Belgio, Polonia, Russia, Ucraina, Stati Uniti (soprattutto dalle Hawaii), Perù, Cile, Colombia e ovviamente Italia.
A differenza di altre occasioni, la cerimonia si è svolta nella Basilica di San Pietro. Visto che non c'era spazio sufficiente per i pellegrini, moltissimi sono rimasti nella piazza e hanno partecipato alla Messa attraverso i maxischermi presenti.
La celebrazione nella chiesa cattolica più grande del pianeta ha favorito il raccoglimento e il silenzio, come hanno commentato alcuni pellegrini al termine della Messa.
Questa volta non ci sono stati applausi quando il Papa menzionava nella sua omelia ogni santo. Era stato chiesto espressamente ai pellegrini prima dell'inizio dell'Eucaristia solenne, e i presenti hanno saputo rispettare questa richiesta.
Chi non è riuscito a entrare nella Basilica ha avuto l'opportunità di vedere il Pontefice quando è uscito nella piazza alla fine dell'Eucaristia per recitare l'Angelus e offrire un breve commento sulla vita di ciascuno dei nuovi santi.
I pellegrini che erano entrati hanno salutato emozionati il Pontefice al suo ingresso e all'uscita. C'erano anche il re del Belgio Alberto II e sua moglie Paola Ruffo di Calabria, che hanno assistito alla cerimonia di canonizzazione del loro compatriota padre Damian de Veuster.
Le lettura dell'Antico e del Nuovo Testamento della Messa sono state lette in francese, spagnolo e polacco. Il Vangelo è stato letto sia in latino che in greco, come segno di unità della Chiesa e della chiamata alla santità nell'universalità e nella diversità dei carismi.
Nell'Anno Sacerdotale, tre presbiteri santi
Migliaia di pellegrini con le tipiche collane hawaiane di fiori multicolori sottolineavano sia il loro luogo di provenienza che il santo che li ha spinti a viaggiare fino a Roma: padre Damiano de Veuster, nato in Belgio e morto di lebbra nell'isola di Molokai dopo aver assistito una colonia di lebbrosi.
"Speriamo che la gente, le giovani generazioni apprezzino ciò che ha fatto padre Damiano. E' un eroe, un modello per noi. Ha attraversato l'oceano per stare più vicino alla gente. Ha detto 'sì' come sacerdote e come pastore per aiutare i malati nelle Hawaii", ha ricordato Feaustri Aschwint, proveniente da Honolulu, parlando con ZENIT.
Alla celebrazione, durata più di due ore, ha partecipato anche Audrey Toguchi, hawaiana, la cui guarigione da un cancro è stata considerata inspiegabile dai medici e riconosciuta dal Papa come un miracolo attribuito all'intercessione di padre Damiano.
La signora Toguchi e il suo medico, Walter Chang, si sono uniti a una processione di fedeli che ha portato le reliquie dei nuovi santi al Papa sull'altare al centro della Basilica.
E' stato canonizzato anche il Vescovo placco Zygmunt Szczesny Felinski (1822-1895), fondatore delle Suore Francescane della Famiglia di Maria, che subì l'esilio in Russia.
Suor Oliva, membro di questa comunità, è giunta da Curitiba, in Brasile. Dopo essersi fatta fotografare in Piazza San Pietro con le 21 consorelle che l'hanno accompagnata, ha condiviso con ZENIT questo momento: "Sono molto felice. Il nostro fondatore è stato un uomo di molta fede e pietà. Un grand'uomo in Polonia e ora nel mondo", ha detto.
"Gli ho chiesto di intercedere per me perché io possa imitare le sue virtù: l'amore e la speranza, anche l'amore per l'Eucaristia", ha confessato.
Il terzo sacerdote canonizzato è stato lo spagnolo Francisco Coll (1812-1875). Per questo motivo è arrivato a Roma padre Juan Carlos, proveniente da Campo de Cristana, nella Diocesi di Ciudad Real, perché nella sua parrocchia, come ha spiegato a ZENIT, c'è "una scuola delle Domenicane dell'Annunziata, si chiama Madonna del Rosario, e le suore hanno come fondatore padre Coll".
"Stiamo lavorando da un anno con gli alunni sulla vita di Francisco. Ha dedicato la sua vita soprattutto ai bambini e ai giovani, ha catechizzato ed evangelizzato e ha fornito una testimonianza di vita piena d'amore attraverso la preghiera".
La semplicità di Jeanne Jugan
Una spilla con il volto di santa Jeanne Jugan brillava sui pellegrini membri dell'associazione di laici che porta il suo nome, che si dedicano al servizio agli anziani.
Tra loro c'era Nubia Castillo, guinta da Valledupar, in Colombia, dove lavorano instancabilmente le Piccole Sorelle dei Poveri, comunità fondata dalla nuova santa.
"Facciamo parte del gruppo dell'associazione della Casa del Nonno - ha ricordato -. Vogliamo portare avanti lo spirito di santa Jeanne".
"E' molto bello essere oggi a Roma. A tanti anni dalla sua morte, Jeanne ha lasciato una grande missione (quella del lavoro con gli anziani). Quest'opera continua. Ci incoraggia vedere tante novizie giovani. Siamo molto felici di poter essere utili a chi è avanti con gli anni".
Rafael, giovane e mistico
Padre Rafael Riate, proveniente da Lima (Perù), è giunto per la canonizzazione del suo omonimo, fratel Rafael Arnaiz (1911- 1938), religioso dell'ordine cistercense della stretta osservanza.
"Sento una profonda unione spirituale con lui. Fin dal seminario leggevo i suoi scritti, che sono un sostegno alla mia vita sacerdotale", ha detto.
Una devozione profonda a fratel Rafael l'ha espressa anche la signora Ascensión del Señor, arrivata dalla Spagna per la canonizzazione di "Quello col cappuccio", come lo chiama affettuosamente, perché nella sua foto più famosa appare con l'abito bianco della sua comunità.
"Da lui ho imparato la santità nella vita quotidiana e il senso dell'umorismo. Durante l'Eucaristia sentivo che era con me, seduto al mio fianco. Questa cerimonia è stata come la sua morte: semplice", ha detto a ZENIT.
Nella sua omelia, Benedetto XVI ha esortato i fedeli a "lasciarsi attrarre dagli esempi luminosi di questi Santi, a lasciarsi guidare dai loro insegnamenti perché tutta la nostra esistenza diventi un cantico di lode all'amore di Dio".
[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]
Il premier francese: nell'Enciclica papale c'è la risposta alla crisi
Lo conferma nell'udienza con il Pontefice
CITTA' DEL VATICANO, domenica, 11 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Venendo ricevuto in udienza da Benedetto XVI questo sabato, il Primo Ministro francese François Fillon ha riconosciuto che nell'Enciclica Caritas in Veritate ha trovato risposte alle crisi globale.
L'udienza, alla quale è seguito un incontro con il Cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato vaticano, accompagnato dall'Arcivescovo Dominique Mamberti, Segretario per i Rapporti con gli Stati, ha avuto luogo in occasione della canonizzazione di Jeanne Jugan, fondatrice della Congregazione delle Piccole Sorelle dei Poveri, alla quale il Primo Ministro ha partecipato questa domenica.
Il Papa e Fillon hanno parlato per circa 20 minuti nella biblioteca privata del Pontefice.
"Nel corso dei cordiali colloqui, dopo aver ricordato il viaggio del Papa a Parigi e a Lourdes e l'importanza della canonizzazione della Beata Jeanne Jugan, sono stati passati in rassegna alcuni temi di comune interesse riguardanti i rapporti bilaterali, con l'intento di proseguire sulla buona via del dialogo e della collaborazione tra la Santa Sede e la Repubblica francese", spiega un comunicato diffuso dalla Sala Stampa della Santa Sede.
"C'è stato anche uno scambio di vedute su alcune questioni internazionali, in particolare la situazione in Medio Oriente e in alcuni Paesi africani con riferimento al Sinodo per l'Africa, il dialogo interreligioso e i cambiamenti climatici".
"Infine, si è rilevato l'influsso positivo dell'Enciclica 'Caritas in Veritate' in relazione alla crisi economica mondiale e alle nuove regole da fissare per il buon andamento dell'economia, specialmente nei confronti dei Paesi più poveri", conclude la nota.
Fillon ha presentato al Papa sua moglie Penélope, originaria del Galles, convertita al cattolicesimo, e due dei figli.
Benedetto XVI riceve i reali del Belgio
Lodano l'esempio di padre Damiano, l'Apostolo dei Lebbrosi
CITTA' DEL VATICANO, domenica, 11 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Benedetto XVI ha ricevuto questo sabato mattina in udienza il re Alberto II del Belgio e sua moglie, la regina Paola.
Una nota diffusa dalla Sala Stampa della Santa Sede spiega che "nel corso dei cordiali colloqui sono state affrontate questioni concernenti l'Africa e la politica internazionale, il rispetto dei diritti umani e lo sviluppo dei popoli".
"Richiamando la storia della Chiesa in Belgio, ci si è poi soffermati sull'importanza della canonizzazione del Beato Damiaan Jozef De Veuster e sulla sua esemplarità per il Belgio e per tutto il mondo", aggiunge il testo riferendosi alla cerimonia svoltasi questa domenica mattina durante la quale padre Damiano, l'Apostolo dei Lebbrosi di Molokai (Hawaii), è stato proclamato santo insieme ad altri quattro beati.
Dopo l'udienza con il Pontefice, il re Alberto II ha incontrato il Cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato vaticano, accompagnato da monsignor Dominique Mamberti, Segretario per i Rapporti con gli Stati.
La regina Paola è giunta in Vaticano vestita di bianco, come prevede il protocollo della Santa Sede per le regine cattoliche. Aberto II si è genuflesso prendendo la mano del Papa. I tre hanno parlato in privato per circa venti minuti.
Il Papa ha donato ai reali del Belgio le medaglie del pontificato e dei rosari, mentre i re hanno offerto al Pontefice un bassorilievo di ceramica dell'artista vallone Max van del Linde raffigurante le nozze di Cana.
La visita in Vaticano ha coinciso con le nozze d'oro tra Alberto II e Paola Ruffo di Calabria, nata in Italia.
Due nuovi membri della Pontificia Accademia delle Scienze
Il Papa nomina i professori Collins e De Robertis
CITTA' DEL VATICANO, domenica, 11 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Benedetto XVI ha nominato membri ordinari della Pontificia Accademia delle Scienze i professori Francis S. Collins, Direttore dei National Institutes of Health di Bethesda (Stati Uniti), ed Edward M. De Robertis, docente di Chimica biologica presso l'Istituto di Medicina Howard Hughes dell'Università di California di Los Angeles (USA).
Il professor Collins, nato il 14 aprile 1950 a Staunton (Virginia, Stati Uniti), è laureato in Chimica presso l'Università della Virginia, ha conseguito il dottorato in Chimica Fisica presso l'Università di Yale e la laurea in Medicina con lode presso l'Università della North Carolina, Chapel Hill.
Medico genetista, è noto per le sue scoperte nel campo delle alterazioni genetiche responsabili delle malattie e per nove anni è stato ricercatore presso l'Istituto Medico Howard Hughes dell'Università del Michigan.
Dal 1993 al 2008 è stato direttore del National Human Genome Research Institute (NHGRI) presso i National Institutes of Health (NIH). Sotto la sua direzione, nell'aprile 2003 il Progetto Genoma Umano ha ottenuto una sequenza completa e accurata del DNA umano.
Il laboratorio di ricerca del dottor Collins ha scoperto una serie di geni importanti, come quelli responsabili della fibrosi cistica, della neurofibromatosi, della malattia di Huntington, di una sindrome tumorale familiare del sistema endocrino e, più recentemente, dei geni del diabete di tipo 2 e del gene che causa la Progeria o Sindrome di Hutchinson-Gilford.
Il professor Collins si occupa da tempo del tema dei rapporti tra scienza e fede, sul quale nel 2006 ha pubblicato il volume "The Language of God: A Scientist Presents Evidence for Belief".
Membro eletto dell'Institute of Medicine e della National Academy of Sciences degli Stati Uniti, nel novembre del 2007 ha vinto la Medaglia Presidenziale per la Libertà.
Il professor De Robertis, nato il 6 giugno 1947 a Boston (Massachusetts, Stati Uniti) da una famiglia italiana originaria di Prepezzano, in provincia di Salerno, è cresciuto in Uruguay, dove nel 1971 ha conseguito il dottorato in Medicina.
Ha poi studiato Chimica presso l'Istituto Leloir di Buenos Aires (Argentina), dove ha ricevuto il dottorato in Filosofia nel 1974. Ha completato gli studi di post-dottorato in Biologia dello sviluppo sotto la guida di Sir John Gurdon, del Consiglio della Ricerca Medica di Cambridge (Gran Bretagna).
Dopo aver fatto parte del personale scientifico del Laboratorio di Biologia Molecolare di Cambridge, nel 1980 è stato nominato professore ordinario di Biologia cellulare presso l'Università di Basilea (Svizzera), dove ha isolato il primo gene responsabile del controllo dello sviluppo nei vertebrati. Nel 1985 ha assunto la Cattedra di Norman Sprague in Chimica biologica presso la Scuola di Medicina dell'Università della California a Los Angeles, dove dal 1994 è anche ricercatore presso l'Istituto di Medicina Howard Hughes.
Dal 2002 al 2006 è stato Presidente della Società internazionale di biologi dello sviluppo.
Le ricerche del professor De Robertis sui meccanismi molecolari dell'induzione embrionica negli embrioni dei vertebrati hanno portato alla comprensione che il macchinario molecolare per il patterning embrionale è comune a tutti gli embrioni animali. Le sue scoperte hanno inoltre permesso la fondazione di una nuova disciplina scientifica dell'evoluzione e dello sviluppo, denominata Evo-Devo, abbreviazione di Evolutionary Developmental Biology (biologia evolutiva dello sviluppo).
Uomini e donne di fede
Zygmunt Szczęsny Feliński, il "santo Vescovo polacco"
Canonizzato questa domenica da Papa Benedetto XVI
di Carmen Elena Villa
CITTA' DEL VATICANO, domenica, 11 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Sacerdote, Vescovo, esiliato, pastore della popolazione rurale, appassionato della rinascita religiosa e morale della sua patria. Così era monsignor Zygmunt Feliński.
L'Arcivescovo di Varsavia e fondatore delle Suore Francescane della Famiglia di Maria è stato canonizzato questa domenica da Papa Benedetto XVI in Piazza San Pietro insieme ad altri quattro beati. ZENIT ha parlato con la postulatrice della sua causa, suor Teresa Antonieta Fracek, membro della comunità da lui fondata.
Fame spirituale nel Paese
Il regno di Polonia aveva perso la sua sovranità e l'indipendenza. Non esisteva più sulla mappa dell'Europa. Il Governo prussiano fece tutto il possibile per ridurre al minimo le libertà costituzionali della Chiesa. Voleva sospendere l'autorità degli ordini religiosi e le organizzazioni esistenti non potevano accogliere alcun membro.
In questo contesto visse Zygmunt, nato nel 1822 a Volinia Wolyn in una famiglia credente e servitrice della patria. Viveva in un territorio dell'ex Stato polacco passato nel 1795 sotto il dominio russo. Oggi appartiene all'Ucraina.
Quando aveva 11 anni perse il padre. La madre venne arrestata nel 1838 dalle autorità russe e deportata in Siberia. Nel 1851 entrò nel seminario diocesano di Zytomierz e venne ordinato sacerdote nel 1855.
Zygmunt era un giovane sognatore, amante della corrente letteraria del romanticismo e dell'idea del sacrificio per la patria. Con il tempo maturò le sue decisioni e vide che Dio lo chiamava a consacrare la sua vita al Suo servizio.
"Sono convinto che conservando un cuore puro, la religione e l'amore fraterno verso il prossimo non perderò mai la retta via; sono le mie uniche ricchezze, però sono inestimabili", scriveva in una lettera del 1841.
Una comunità per rispondere alle necessità religiose del Paese
Suor Teresa sottolinea nella sua spiritualità "il suo amore per la Chiesa, il suo amore per la Madonna, l' accettazione gioiosa della volontà di Dio, la sua serenità nella sofferenza, la sua semplicità e soprattutto il suo amore per la povertà e per i poveri".
Ispirato da questi sentimenti, nel 1857 fondò a San Pietroburgo (Russia) la Congregazione delle Suore Francescane della Famiglia di Maria.
Zygmunt voleva che le sue figlie spirituali si dedicassero a diffondere la Parola con la preoccupazione per il rinnovamento e la crescita morale del Paese.
Avrebbero quindi dovuto volgersi verso qualsiasi tipo di povertà, ma soprattutto verso l'istruzione dei giovani, che considerava l'unica speranza per il popolo polacco.
A causa della repressione, il carattere religioso dell'istituto dovette essere nascosto. Le prime suore si presentavano agli occhi del mondo come volontarie che aiutavano i bambini.
Pastore nel dolore
Nel 1862 Papa Pio IX lo nominò Arcivescovo di Varsavia. Era il momento più tragico per la Chiesa e per la Nazione. Quattro mesi più tardi, tutte le chiese cattoliche erano state chiuse.
"Con il suo aiuto ne salvò molti dalla disperazione e dalla miseria. Sentì come un dovere di giustizia il dedicarsi al lavoro sociale a favore del lavoratori, della gente rurale, dei poveri", ha detto suor Teresa.
Nello stesso anno riconsacrò la Cattedrale, che era stata profanata dall'Esercito russo. Riaprì quindi tutte le chiese della Diocesi con una solenne celebrazione di 40 ore di esposizione del Santissimo.
Nonostante l'opposizione del Governo, Zygmunt non nascondeva il grande zelo per la formazione dei fedeli: "Per dare impulso agli studi teologici riformò i programmi d'insegnamento nell'Accademia Ecclesiastica di Varsavia, nei seminari diocesani; curò il livello spirituale ed intellettuale del clero di Varsavia", ha spiegato la postulatrice.
In quella Diocesi si recarono a lavorare le suore della comunità che aveva fondato. Dirigevano un orfanotrofio e una scuola.
Un esilio apostolico
Furono gli interventi contro il pericolo di un nazionalismo esagerato a portare alla sua deportazione nel 1863 come prigioniero dello Stato. Fu esiliato a Jaroslavl, nel cuore della Russia, dove trascorse 20 anni.
"Malgrado i rigorosi controlli polizieschi, mons. Feliński abbracciò con il cuore i bisogni dei cattolici di Jaroslav, degli esiliati, specialmente dei sacerdoti deportati in Siberia, svolgendo numerose opere di misericordia", ha proseguito suor Teresa.
Vi fondò anche una parrocchia alla quale accorrevano fedeli di varie nazionalità, che lo chiamavano "il santo Vescovo polacco".
Dopo una mediazione della Santa Sede, monsignor Feliński fu liberato nel 1883, anche se non poté tornare a Varsavia. Papa Leone XIII lo trasferì così alla sede titolare di Tarso.
Trascorse gli ultimi 12 anni di vita quasi in esilio nel distretto di Borszczow, tra i contadini di nazionalità ucraina e polacca.
Fondò una scuola, la prima del luogo. Aprì un orfanotrofio, costruì una chiesa per i cattolici latini e la casa del convento delle suore della Famiglia di Maria. Nel tempo libero scriveva per la stampa opere redatte durante l'esilio.
Morì a Cracovia il 17 settembre 1895. In quel momento la Polonia era divisa tra Austria, Prussia e Russia, e Cracovia era nella parte austriaca. "La perdita spargerà la sua triste eco in tutte le terre polacche, ove ogni bimbo pronunziava il suo nome con il rispetto e la venerazione che si ha per un santo", scrisse "La Gazzetta Ecclesiastica".
La comunità da lui fondata ha oggi 1.300 religiose professe che lavorano insieme a novizie e postulanti in 143 comunità dedite all'istruzione, all'assistenza negli ospedali, al servizio nelle mense, alle case di assistenza sociale per bambini, anziani e handicappati.
Quella di monsignor Zygmunt è una testimonianza che continua a brillare anche nel XXI secolo: "Questo è necessario anche oggi, quando diverse forze, spesso guidate da una falsa ideologia di libertà, cercano di appropriarsi di questo terreno. Quando una rumorosa propaganda di liberalismo, di libertà senza verità e responsabilità, si intensifica anche nel nostro Paese, i Pastori della Chiesa non possono non annunciare l'unica e infallibile filosofia della libertà che è la verità della Croce di Cristo", ha detto Papa Giovanni Paolo II nell'omelia della sua beatificazione, nel 2002 a Cracovia.
[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]
Notizie dal mondo
"La solidarietà, una sfida per l'Europa"
In Polonia le prime Giornate Sociali Cattoliche per il continente
di Nieves San Martín
DANZICA, domenica, 11 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Si stanno svolgendo a Danzica (Polonia) dall'8 ottobre a questa domenica su iniziativa della Commissione degli Episcopati della Comunità Europea (COMECE) le prime Giornate Sociali Cattoliche per l'Europa, sul tema "La solidarietà, una sfida per l'Europa".
La COMECE ha convocato per le Giornate tutti i Paesi dell'Unione Europea e alcuni Paesi dell'est del continente.
Nella sessione di apertura, il Vescovo della Diocesi, il sindaco e il direttore del Centro Europeo di Solidarietà hanno sfidato tutti i Paesi a compiere piccoli gesti solidali come metodo per restituire dignità alla vita di ciascuno.
Il presidente della Commissione Europea, José Manuel Durão Barroso, ha rivolto un messaggio ai partecipanti in cui afferma che la crisi che si vive non è tanto economica o finanziaria, ma etica.
Per Durão Barroso, è l'assenza di valori che provoca la fragilità nelle società e porta alla scomparsa della lotta per il bene comune.
Monsignor Adrianus van Luyn, presidente della COMECE, è intervenuto alla sessione inaugurale affermando che il dibattito di questi giorni sulla solidarietà deriva anche dal fatto che si tratta di una virtù cristiana. "La solidarietà fa parte del Vangelo", ha detto. Per il presidente della COMECE, sono gli atteggiamenti contrari alla solidarietà che provocano le crisi mondiali come quella attuale.
Per monsignor van Luyn, dall'esercizio della solidarietà dipendono le generazioni future. Per questo, ha avvertito i partecipanti della necessità di "lavorare insieme per le persone che verranno dopo di noi".
La prima edizione delle Giornate Sociali Cattoliche per l'Europa dibatte sulla solidarietà come sfida per il continente a partire da sei vettori: la Dottrina Sociale della Chiesa, la persona umana, la famiglia, il modello socioeconomico europeo, le basi della solidarietà e il bene comune mondiale.
I sei temi sono stati presentati per la maggior parte da accademici e sono stati seguiti da interventi dei partecipanti e dibattiti. Per ciascuno dei temi, l'organizzazione ha proposto anche che si presentino pratiche positive, esempi concreti di solidarietà in Europa.
Dai lavori di Danzica uscirà un manifesto in cui si affermeranno i principi che orientano l'esercizio della solidarietà in Europa.
Il ruolo chiave della famiglia
Nel suo intervento di questo venerdì, Anna Záborská, deputata del Parlamento Europeo, ha affrontato il tema "La famiglia, cellula fondamentale della società, si fonda sulla solidarietà europea".
"Il primo modo di provare la solidarietà con la famiglia riguarda personalmente ogni sposo e ogni sposa", ha affermato alludendo alla propria esperienza personale con il marito Vladimir, con cui è sposata da 40 anni.
"Osare vivere bene il matrimonio con amore, gioia e fiducia, nonostante tutti i rischi della vita, ed essere genitori o nonni felici, ma mai incoscienti, può servire da esempio ad altre persone per impegnarsi nel matrimonio e fondare una famiglia", ha spiegato.
Il secondo modo, ha detto, "concerne il lavoro legislativo delle istituzioni nazionali e internazionali nei settori relativi alla famiglia".
Il terzo aspetto per sostenere la famiglia è infine di ordine politico: "Quali orientamenti politici adottano le istituzioni nazionali e internazionali per sostenere lo sviluppo della famiglia?".
La relatrice si è concentrata sugli ultimi due aspetti.
In questo senso, ha menzionato le "numerose risoluzioni che il Parlamento Europeo vota per condannare inequivocabilmente la famiglia naturale a beneficio di altre forme di vita comune", e ha citato una risoluzione recente che ha condannato la Lituania perché "voleva difendere i minori da una crescente sessualizzazione della pubblicità".
Quanto agli aspetti legali, l'esperta ha osservato che a suo parere "la famiglia rappresenta ormai più una scommessa di sopravvivenza che una scommessa sulla solidarietà".
Anna Záborská ha indicato alcuni problemi europei nella formulazione degli orientamenti politici a favore della famiglia, chiedendosi se le politiche europee non conducano a una molteplice discriminazione delle donne per l'assenza di una scelta realmente libera tra lavoro e maternità.
Ha quindi citato il punto 44 dell'Enciclica Caritas in Veritate di Papa Benedetto XVI: "Le famiglie di piccola, e talvolta piccolissima, dimensione corrono il rischio di impoverire le relazioni sociali, e di non garantire forme efficaci di solidarietà".
La Záborská ha quindi concluso chiedendo ai partecipanti "molto onestamente": "Noi cattolici impegnati nella vita politica siamo così lungimiranti da promuovere la famiglia secondo il Vangelo ma in un linguaggio istituzionalmente neutro ed educato, secondo le necessità del funzionamento amministrativo comunitario?", invitando a riflettere su questo aspetto.
[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]
Italia
La legge sull'omofobia è una minaccia alla libertà?
Parole profetiche del Cardinale Ratzinger su un'ideologia ostile alla libertà religiosa
di Antonio Gaspari
ROMA, domenica, 11 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Un'eventuale legge italiana contro l'omofobia, in recepimento di una risoluzione del Parlamento Europeo, potrebbe limitare fortemente la libertà delle persone e la libertà religiosa.
E' in discussione alla Camera dei Deputati la proposta di legge C-1658 contro l'omofobia, presentata dal Partito Democratico, a prima firma di Paola Concia. La proposta prevede l'inserimento nel Codice Penale di "reati commessi per finalità di discriminazione o di odio fondati sull'orientamento sessuale o sull'identità di genere".
L'iniziativa recepisce una risoluzione del Parlamento Europeo del 18 gennaio 2006 in cui l'omofobia è definita "una paura e un'avversione irrazionale nei confronti dell'omosessualità e di gay, lesbiche, bisessuali e transessuali (GLBT), basata sul pregiudizio".
Come "pregiudizio" si intende ogni giudizio morale contrario all'omosessualità e alle deviazioni in campo sessuale. Quando esso si esprime in scritti o discorsi pubblici che non pongano su un piano di assoluta eguaglianza ogni tendenza e orientamento sessuale, può essere considerato come contrario al rispetto dei diritti dell'uomo ed essere oggetto di sanzioni penali. Lo stesso principio è enunciato dall'art. 21 della Carta fondamentale dei Diritti del cittadino di Nizza, resa giuridicamente vincolante dal Trattato europeo di Lisbona.
Nel commentare l'iniziativa, il professor Roberto De Mattei ha spiegato in un dettagliato articolo pubblicato su "Radici Cristiane" (n. 48 - Ottobre 2009) che "se questa legge passasse e fosse applicata in modo coerente, sarebbe impossibile, o quanto meno rischioso, criticare l'omosessualità e presentare la famiglia naturale come 'superiore' alle unioni omosessuali. Un'istituzione ecclesiastica non potrebbe rifiutarsi di designare come suo rappresentante una persona che non faccia mistero delle sue tendenze omosessuali. Nessuno Stato, ma anche nessuna Chiesa, potrebbe rifiutare di celebrare un matrimonio di coppie dello stesso sesso. Catechismi e libri sacri che condannano l'omosessualità come peccato 'contro-natura' potrebbero essere ritirati dal commercio".
In merito alla possibilità di una legge europea che avrebbe impedito il rifiuto della pratica omosessuale, il 1° aprile 2005 l'allora Cardinale Joseph Ratzinger, in occasione della consegna del "Premio San Benedetto per la promozione della vita e della famiglia in Europa", conferitogli dalla Fondazione Sublacense Vita e Famiglia, ebbe a dire: "Il concetto di discriminazione viene sempre più allargato, e così il divieto di discriminazione può trasformarsi sempre di più in una limitazione della libertà di opinione e della libertà religiosa. Ben presto non si potrà più affermare che l'omosessualità, come insegna la Chiesa cattolica, costituisce un obiettivo disordine nello strutturarsi dell'esistenza umana".
"È evidente - spiegava il Cardinale - che questo canone della cultura illuminista, tutt'altro che definitivo, contiene valori importanti dei quali noi, proprio come cristiani, non vogliamo e non possiamo fare a meno; ma è altrettanto evidente che la concezione mal definita o non definita affatto di libertà, che sta alla base di questa cultura, inevitabilmente comporta contraddizioni; ed è evidente che proprio per via del suo uso (un uso che sembra radicale) comporta limitazioni della libertà che una generazione fa non riuscivamo neanche ad immaginarci. Una confusa ideologia della libertà conduce ad un dogmatismo che si sta rivelando sempre più ostile verso la libertà".
Il prof. De Mattei ha ricordato che nelle parole del Catechismo di San Pio X l'omosessualità è un peccato che "grida vendetta al cospetto di Dio" e la Sacra Scrittura e i Padri della Chiesa hanno bollato l'omosessualità come un "abominio" (Levitico, 20,13).
Secondo il prof. De Mattei, la moda, la televisione, il cinema e la politica stanno diventando ambiti sociali privilegiati della lobby omosessuale.
All'ultimo Festival di Venezia, conclusosi lo scorso 12 settembre, il tema ricorrente dei film in rassegna è stato l'omosessualità. Prima della proiezione del film A single man di Tom Ford, che si è aggiudicato il Queer Lion attribuito dalla comunità gay alla migliore opera omo, lesbica o trans, il presidente onorario dell'Arcigay Franco Grillini e alcuni esponenti politici di sinistra hanno tenuto un sit-in contro l'omofobia.
Il 29 giugno 2009 il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha ricevuto alla Casa Bianca circa 250 leader e attivisti delle principali organizzazioni gay, lesbiche e transgender in occasione dei 40 anni della nascita del movimento per la difesa dei diritti omosessuali.
Lo stesso Obama, in un'intervista pubblicata il 3 luglio da "Avvenire", ha affermato che la comunità gay-lesbica degli Stati Uniti viene "ferita da alcuni insegnamenti della Chiesa cattolica e della dottrina cristiana in generale".
Per questi motivi, il prof. De Mattei ha concluso ha affermato che "se il reato contro l'omofobia fosse varato così com'è, sarebbe uno scandalo e un'occasione di profonda riflessione per l'elettorato cattolico, continuamente tradito dai propri rappresentanti in nome dell'aberrante principio del "politicamente corretto".
Bioetica
Tra la vita e la morte (parte II)
di Gonzalo Miranda, L.C.*
ROMA, domenica, 11 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Gli insegnamenti magisteriali sul nostro tema si trovano sostanzialmente nei seguenti testi: Un discorso di Papa Pio XII del 24 novembre 1957 sui problemi religiosi e morali della rianimazione (16) (citerò il testo come Pio XII); la Dichiarazione sull'eutanasia della Congregazione per la Dottrina della Fede ("Iura et bona"), del 1980 (17) (Iura et bona); il documento del Pontificio Consiglio Cor Unum, Questioni etiche relative ai malati gravi e ai morenti, del 1981 (18) (Cor Unum); il Catechismo della Chiesa Cattolica 1992 (19) (Catechismo).
Vediamo dunque la dottrina espressa in questi testi, strutturando i contenuti secondo i quattro elementi dell'impianto etico appena considerati.
1- Dovere morale di ricorrere ai mezzi necessari per la vita e per la salute:
La ragione naturale e la morale cristiana insegnano che l'uomo [...] ha il diritto e il dovere, in caso di malattia grave, di adottare le cure necessarie per conservare la vita e la salute (Pio XII).
Ciascuno ha il dovere di curarsi e di farsi curare. Coloro che hanno in cura gli ammalati devono prestare la loro opera con ogni diligenza e somministrare quei rimedi che riterranno necessari o utili (Iura et bona).
2- Questo obbligo morale non è assoluto, ma relativo. Non c'è il dovere morale di accettare i mezzi considerati sproporzionati:
Ma esso [il dovere menzionato sopra] non obbliga, generalmente, che all'impiego dei mezzi ordinari (secondo le circostanze di persone, di luoghi, di tempo, di cultura), ossia, di quei mezzi, che non impongono un onere straordinario per se stessi o per gli altri. Un obbligo più severo sarebbe troppo pesante per la maggior parte degli uomini (Pio XII) (20).
Siccome queste forme di cura (21) superano i mezzi ordinari, che si è obbligati ad usare, non si può sostenere che sia obbligatorio ricorrere a tali forme e quindi autorizzare il medico ad applicarle (Pio XII).
È sempre lecito accontentarsi dei mezzi normali che la medicina può offrire. Non si può, quindi, imporre a nessuno l'obbligo di ricorrere ad alcun tipo di cura che, per quanto già in uso, tuttavia non è ancora esente da pericoli o è troppo oneroso (Iura et bona).
Il termine «straordinario» qualifica dei mezzi a cui non si ha mai l'obbligo di ricorrere... La vita nel tempo è un valore primordiale ma non assoluto, per cui è necessario individuare i limiti dell'obbligo
di mantenersi in vita... I criteri per distinguere i mezzi straordinari da quelli ordinari sono molteplici [...] Alcuni sono di ordine oggettivo... altri sono di ordine soggettivo [...] Si tratterà sempre di stabilire la proporzione tra il mezzo e il fine perseguito [...] Il principio è dunque che non c'è obbligo morale di ricorrere a mezzi straordinari (Cor Unum) (22).
L' interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima. In tal caso si ha la rinuncia all'"accanimento terapeutico" (Catechismo).
3- È il paziente a dover decidere se ricorrere o meno ai mezzi terapeutici proposti:
Il medico, infatti, non ha, di fronte al paziente, un diritto separato o indipendente; in generale, non può agire, se il paziente non lo autorizza esplicitamente o implicitamente (direttamente o indirettamente) [...] I diritti e i doveri della famiglia dipendono, in generale, dalla volontà presunta dell'infermo incosciente (Pio XII).
Nel prendere una decisione del genere si dovrà tener conto del giusto desiderio dell'ammalato e dei suoi familiari, nonché del parere dei medici veramente competenti (Iura et bona).
4- Il rifiuto di una terapia considerata sproporzionata non necessariamente equivale al suicidio:
Il suo rifiuto non equivale al suicidio: significa piuttosto o semplice accettazione della condizione umana, o desiderio di evitare la messa in opera di un dispositivo medico sproporzionato rispetto ai risultati che si potrebbero sperare, oppure volontà di non imporre oneri troppo gravi alla famiglia o alla collettività (Iura et bona).
[...] Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire (Catechismo).
5- Il Testamento biologico: problemi applicativi:
Ci sono anche alcuni problemi di fondo, difficilmente sormontabili, in merito all'applicazione pratica di questo strumento.
Anzitutto bisogna tenere presente che il LW, per sua natura, viene compilato necessariamente prima, e dunque al di fuori, dell'eventuale situazione prevista. Si pone, dunque, un serio problema in relazione al carattere di consenso "informato" del documento. Nel momento in cui il testo viene firmato il soggetto semplicemente non può essere correttamente informato, poiché la situazione prevista non può essere mai esattamente uguale, in tutti gli aspetti, alla situazione reale.
Quando il LW viene presentato per la firma al momento dell'ingresso nell'ospedale si può sospettare che la malattia, la condizione di debolezza fisica o mentale, la paura, l'angoscia, ecc., possono condizionare pesantemente la decisione del paziente. Una decisione, però, che viene fatta puntualmente, con una firma, e che potrebbe non essere suscettibile di revoca una volta che il malato perdesse in seguito la sua capacità. La decisione potrebbe essere fatale.
Non potendo evidentemente prevedere tutte le possibili situazioni e condizioni in cui si potrà trovare il malato, i testi di LW si tengono necessariamente sul generico, offrendo soltanto indicazioni di massima. Indicazioni che, dunque, dovranno essere interpretate e applicate dai medici. I quali, molto probabilmente, non conoscono il paziente, non hanno parlato forse con lui sulle sue aspettative, paure o desideri. I medici possono facilmente interpretare le disposizioni in modo diverso alle reali intenzioni del paziente.
D'altra parte, è stato fatto notare che un tentativo di precisare dettagliatamente le diverse possibili situazioni e condizioni, di elencare le cose da fare o da evitare, può essere ancora più delicato e pericoloso, in quanto potrebbe condizionare inadeguatamente il comportamento dei medici in base a delle determinazioni specifiche stabilite in maniera arbitraria, senza tener conto della situazione reale in cui poi si viene a trovare il paziente.
Comunque sia, con disposizioni del tutto generiche o con indicazioni più specifiche, si presenta sempre il grave problema dell'interpretazione da dare ad alcune espressioni ricorrenti in questi documenti. Cosa si intende, per esempio per "fase terminale"?
Per alcuni si tratta di situazioni in cui la prospettiva di vita è solo di alcuni giorni; per altri possono passare anche dei mesi; altri ancora considerano terminale anche una prospettiva di vita di qualche anno. Cosa significa "malattia gravemente invalidante"? Chi determina se la persona si trova in "stato di incapacità naturale"? (Non mancano casi clamorosi in cui lo stesso soggetto è dichiarato incapace da un giudice, e da un altro considerato capace di decidere e di esprimersi). Quali criteri devono essere utilizzati per decidere se un determinato intervento terapeutico è "ordinario o straordinario", "proporzionato o sproporzionato"? Come si sa se il firmatario si riferiva in verità a quel intervento, in quelle condizioni, quando dichiarò di rifiutare ogni trattamento sproporzionato?
C'è poi tutto il problema legato ai cambiamenti di umore, desideri e volontà, sempre possibili, e molto frequenti soprattutto nelle persone affette da una malattia. Siamo sicuri che nel momento attuale, nel quale si pretende di attuare le disposizioni anticipate, il paziente la pensa veramente come prima? Un importante inchiesta ha mostrato come molte persone cambino opinione rispetto al LW firmato mentre erano sani, una volta che si trovano a dover affrontare davvero la situazione di malattia, allora solo immaginata. Un gran numero di esse si dimostrano molto più decise ad affrontare interventi medici anche pericolosi ed onerosi, una volta che si vedono a lottare per la vita e si aggrappano alla speranza.
Qualcuno fa notare anche il fatto che nel momento in cui dovrebbe essere attuata una determinata disposizione anticipata potrebbero essere disponibili trattamenti più efficaci o indolori di quelli disponibili al momento della stesura e firma del documento. Torna e il problema del consenso "informato".
Non basta a risolvere questi ed altri problemi applicativi il fatto che il paziente possa sempre cambiare le sue volontà anticipate, anche verbalmente. Il LW è un documento scritto, e si sa che "scripta manent". Può perfettamente accadere (anzi accade spesso lì dove il LW viene applicato) che il firmatario si venga a trovare in situazione di incapacità senza aver avuto la possibilità di tornare a riflettere, informarsi, modificare l'espressione della sua volontà anticipate.
6- Al di là del Living Will:
Alcuni anni fa erano molti a pensare negli Stati Uniti che il LW avrebbe risolto tanti problemi. Oggi quell'ottimismo è un più lontano. Un recentissimo studio mostra che, mentre il 22.7% degli intervistati dichiara di aver fatto ricorso al LW per indicare le proprie preferenze, solamente il 5.9% menziona di voler ripetere o rinforzare quelle preferenze. Una ricerca pubblicata sugli Archives of Internal Medicine nel 2001, mostrava che l'uso del LW, anche a seguito di conversazioni tra i pazienti e i loro familiari, non migliora l'accuratezza delle predizioni da parte dei delegati rispetto alle preferenze dei malati (accuratezza che si ferma al 70%). L'articolo constata con amarezza: "I risultati del presente studio sfidano chiaramente l'efficacia (dei LW) come mezzo per preservare la capacità dei pazienti di controllare le decisioni sui trattamenti specifici, in prossimità della morte". Non sorprende troppo che qualche autore americano favorevole all'uso del LW lamenti il fatto che questa pratica stenti a diffondersi ed affermarsi.
Lo stesso recente studio citato sopra conclude affermando che "il dialogo frequente con il personale sanitario e con altre persone significative sulle preferenze riguardanti le decisioni in prossimità della morte possono offrire maggiore chiarezza e conforto (rispetto al LW). In effetti, i problemi inerenti il LW, la sua applicazione concreta, il suo utilizzo reale e le eventuali motivazioni di coloro che lo propongono, inducono a pensare che non sia quella strada giusta.
Forse conviene piuttosto far riferimento all'altro tipo di Direttiva Anticipata ricordata all'inizio, quello che gli americani chiamano DPAH (nomina di un Delegato con potere di prendere le decisioni a favore del paziente). In questo caso, contrariamente al LW, viene designata una persona (chiamata "agente") a prendere le decisioni per i trattamenti medici, quando il paziente (chiamato "principale") si trova in stato di incompetenza. Il DPAH permette così che le decisioni vengano prese secondo la situazione attuale, e non in funzione di un ipotetico futuro. I leader della Chiesa negli Stati Uniti vedono generalmente con favore la legislazione riguardante la nomina di un Delegato. Essa viene vista infatti come un mezzo per prendere decisioni mediche adeguate per il paziente, ed evitare i seri problemi inerenti il LW, e per non lasciare le decisioni sul trattamento medico nelle mani dei tribunali. Alcune organizzazioni contrarie all'eutanasia mettono a disposizione modelli di formati per la nomina del Delegato, e offrono consigli utili per l'adeguata utilizzazione di questo strumento.
Non è superfluo ricordare però che, qualunque sia lo strumento utilizzato, in nessun caso si dovrebbe porre un atto che sia illegale o immorale. Non basterebbe la certezza assoluta sulla volontà del paziente per giustificare un atto che tenda a procurare volontariamente la sua morte, sia con un'azione o con un'omissione motivata da quello scopo.
Se è vero che il medico non può imporre un intervento medico contro la volontà del paziente (primo responsabile della propria salute), è altrettanto vero che nel caso in cui l'interessato non si possa esprimere qui e ora si debbono attuare quei mezzi e comportamenti che possono procurargli un maggior beneficio.
L'eventuale dichiarazione di volontà anticipata e la consultazione con i parenti o responsabili del malato incapace di esprimersi, e con la persona da lui eventualmente nominata come Delegato, devono essere sempre utilizzati come strumenti che aiutino a prendere, con piena responsabilità, la migliore decisione per il paziente.
* Padre Gonzalo Miranda è professore ordinario della Facoltà di Bioetica dell'Ateneo Pontificio "Regina Apostolorum".
[La prima parte dell'articolo è stata pubblicata domenica 4 ottobre]
[16] Pio XII, «Problemi religiosi e morali della rianimazione. 24 novembre 1957», in AAS 49 (1957), 1027-1033.
[17] Congregazione per la Dottrina della Fede, «Dichiarazione sull'Eutanasia» (Iura et bona).
[18] Pontificio Consiglio Cor Unum, «Questioni etiche relative ai malati gravi e ai morenti, 1981», in S. Spisanti, Documenti di deontologia ed etica medica, Edizioni Paoline, Roma 1985, 91-110.
[19] Catechismo della Chiesa Cattolica, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 1992.
[20] Frase evidenziata in corsivo da me.
[21] Si riferisce al respiratore artificiale, introdotto negli anni Cinquanta.
[22] Parole evidenziate in corsivo da me.
















































