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Il mondo visto da Roma - 12 Ottobre 2009
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 Il mondo visto da Roma - 12 Ottobre 2009
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Lunedì, 12 Ottobre 2009: Accadde Oggi
Il mondo visto da Roma
SINODO SPECIALE SULL'AFRICA
La terribile violenza contro le donne in Congo
Il Sinodo rende omaggio alle “nigrizie” americane
Un Cardinale smaschera gli “assassini finanziari” dell'Africa
Presentato al Papa e ai padri sinodali il “Breviario per l'Africa”
Il ruolo della Chiesa nel Darfur
SANTA SEDE
Il Papa consegna ai giovani africani la sua Enciclica per cambiare il continente
Il Papa ricorda la Giornata Mondiale per il Rifiuto della Miseria
Benedetto XVI: mai più Hiroshima o Nagasaki
Il Papa parla con il Ministro degli Esteri spagnolo della GMG 2011
La Caritas chiede una nuova etica mondiale sui cambiamenti climatici
La Santa Sede dona 10 mila dollari all’ospedale cattolico di Padang
Un Vescovo accompagnerà l'istituzionalizzazione di ACS
ANNO SACERDOTALE
Incontro nazionale dei sacerdoti cattolici della Romania
NOTIZIE DAL MONDO
Il futuro dell'Europa ha il nome della solidarietà
Cardinal Cipriani: l'aborto viene inserito “di contrabbando”
Tsunami a Samoa, centinaia di bambini salvati da una suora
ITALIA
Le Università, luogo privilegiato di cooperazione con l'Africa
Al via a Roma il Corso biennale in Dottrina Sociale della Chiesa
Il Vangelo nelle opere di Carità
INTERVISTE
Chiesa versus Sinagoga?
L’arte, la società e l’Assoluto in Kristof Zanussi
DOCUMENTI SULLA WEB DI ZENIT
Interventi pronunciati dai Padri sinodali la mattina del 12 ottobre
Sinodo speciale sull'Africa
La terribile violenza contro le donne in Congo
di Chiara Santomiero
CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 12 ottobre 2009 (ZENIT.org).- “Come parlare di riconciliazione e di autentica pace in una società nella quale i figli sono stati costretti a violentare le loro madri e le loro sorelle davanti allo sguardo impotente dei loro padri? Quale avvenire garantire ai ragazzi arruolati con la forza dai gruppi armati e divenuti carnefici delle loro madri e sorelle? Cosa raccontare ai bambini nati dalle violenze? Quale armonia sociale aspetta una gioventù nata da madri traumatizzate?”.
Le domande di mons. Théophile Kaboy, vescovo coadiutore di Goma nella Repubblica democratica del Congo, riportate dal portavoce nel consueto briefing di fine mattinata, hanno gelato i giornalisti riuniti nella sala stampa della Santa Sede, così come avevano provocato poco prima lo sgomento dei padri sinodali durante l’undicesima congregazione generale.
“I conflitti e le guerre – ha affermato Kaboy nel suo intervento di stamattina – hanno portato, specialmente in Congo, alla vittimizzazione e alla ‘cosificazione’ della donna. Su migliaia di donne sono state perpetrate, da tutti i gruppi armati, violenze sessuali di massa, come arma di guerra, in flagrante violazione delle disposizioni giuridiche internazionali”.
Diverse le proposte avanzate dal vescovo di Goma per lenire le conseguenze di traumi tanto brutali, a partire dalla lotta alla violenza sessuale “risalendo alla sua causa ultima che è la crisi di governabilità causata dalle guerre, i saccheggi e lo sfruttamento anarchico delle risorse naturali, il traffico delle armi, l’assenza di un esercito statale forte”.
Nell’immediato occorre, inoltre, provvedere alla creazione di case di accoglienza che accompagnino il percorso di recupero dal trauma delle donne vittime di violenza.
Tuttavia la risorsa principale contro la cultura della violenza è costituita dalle donne stesse e dal riconoscimento del loro ruolo da parte dell’intera comunità, anche ecclesiale. Diversi interventi in aula degli scorsi giorni lo hanno sottolineato, in particolare quelli di sr. Felicia Harry, Superiora generale delle Suore missionarie di Nostra Signora degli apostoli in Ghana; di sr. Paolina Odia Bukasa, Superiora generale delle Suore “Ba-Maria” di Buta Uele nella Repubblica democratica del Congo e di mons. Telesphore George Mpundu, arcivescovo di Lusaka in Zambia.
“Noi vescovi – aveva affermato mons. Mpundu – dobbiamo parlare in modo più chiaro ed insistente in difesa della dignità delle donne alla luce delle Scritture e della Dottrina sociale della Chiesa”.
“Occorre porre in essere – ha sostenuto a sua volta mons. Kaboy - delle strutture di promozione delle donne” al fine di ottenerne il pieno coinvolgimento a livello parrocchiale e diocesano. La stessa formazione attraverso la catechesi e l’alfabetizzazione deve mirare “a una presa di coscienza delle donne che permetta loro di svolgere adeguatamente il proprio ruolo”.
Sono altresì necessari “centri di formazione delle donne alla pace” così come “il coinvolgimento diretto delle donne nelle Commissioni ‘Giustizia e pace’ perché le donne promuovano la pace e lottino contro le idee che le umiliano veicolate dalla nuova etica mondiale e da certe tradizioni culturali”.
Purtroppo contro violenze devastanti che calpestano tanto profondamente la dignità umana, gli interrogativi sorpassano i tentativi di soluzione e riconciliazione.
“Quale accompagnamento offrire ai bambini frutto di tali violenze, alle loro madri e a comunità che li respingono perché vedono in loro i segni permanenti dei propri traumi?”, si è chiesto mons. Kaboy.
Si tratta di un problema, ha concluso “per il quale aspettiamo l’aiuto di questa assemblea”.
Il Sinodo rende omaggio alle “nigrizie” americane
Intervento di monsignor Jorge Enrique Jiménez Carvajal
di Jesús Colina
CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 12 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Il Sinodo dei Vescovi dell'Africa ha avuto una parola anche per gli uomini e le donne che vivono nel continente americano ma i cui antenati sono stati strappati dalle terre africane.
Monsignor Jorge Enrique Jiménez Carvajal, C.I.M., Arcivescovo di Cartagena, in Colombia, è intervenuto venerdì all'assemblea, alla quale sta partecipando per nomina esplitica di Benedetto XVI.
Le sue parole sono servite a ricordare che “migliaia e migliaia di esseri umani di razza nera giunsero in America per essere venduti all’asta e condannati a lavorare fino alla morte”.
Cartagena, la città del Vescovo, “ebbe la triste fortuna di essere uno dei porti principali di questo infame commercio, ma ebbe quella più grande di accogliere la grande testimonianza di santità del gesuita Pedro Claver, apostolo degli schiavi, il cui corpo riposa nella nostra Cattedrale, il quale visse per proteggerli, guidarli verso la fede e insegnar loro l’amore verso Dio e l’amore di Dio, amore che senza dubbio li aiutò a sopravvivere e che oggi permette loro di esprimersi dalla prospettiva della fede cristiana”.
“Pedro Claver aspettava le 'navi negriere' in un’ottica diversa da quella di coloro che commerciavano con esse. Per quei trafficanti, arrivavano 'schiavi da lavoro', ma per l’apostolo arrivavano 'figli di Dio' che chiedevano di conoscere tutta la verità del Vangelo”.
Il presule ha quindi spiegato ciò che hanno sentito gli africani portati in America: “Il Nero cresce nella Fede e la vive, ma si domanda perché il compagno, che professa la stessa fede, usi la frusta e non trova risposta”.
“Tutto questo capitolo della 'Storia Universale dell’Infamia'” “è stato scritto 15 secoli dopo l’avvento di nostro Signore Gesù e fa parte di una tenebra che dobbiamo lasciarci alle spalle per raggiungere livelli di dignità più elevati in un mondo 'falsamente globalizzato'”, ha avvertito.
“L’Africa è la 'Grande Patria' di tutte le nostre nigrizie, dal Canada fino alla Terra del Fuoco, ivi compresa la meravigliosa presenza di questa razza nelle Antille e nei Caraibi”.
“Tante delle cose che hanno reso grande il Continente americano sono state possibili unicamente grazie al contributo dei neri, eredi di tante ricchezze ancor oggi sconosciute, eredi di una grande abbondanza di simboli che con il tempo avrebbero arricchito il messaggio cristiano, eredi di quella stessa gioia con cui i loro antenati abbracciarono la fede, non importa quanto la vita sia stata dura con loro. La storia dell’Africa in America non è storia di ieri, è un oggi vivo”, ha aggiunto.
Per questo motivo, crede che il Sinodo debba “spendere una parola per i neri americani”, sottolineando di aver usato la parola “americano” per riferirsi a tutta l’America.
“Gran parte del loro cuore è ancora vivo e continuerà a vivere in Africa, per tanto percepiranno e vivranno come proprio ciò che accadrà in quel continente”, ha dichiarato.
Un Cardinale smaschera gli “assassini finanziari” dell'Africa
Le istituzioni finanziarie che impongono crediti che non si pagano mai
CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 12 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Il Cardinale Bernard Agré della Costa d'Avorio ha preso la parola nel Sinodo dei Vescovi per l'Africa per smascherare gli “assassini finanziari”, uomini e istituzioni che affogano con prestiti iniqui i Paesi del continente.
L'Arcivescovo emerito di Abidjan ha iniziato il suo intervento spiegando che “le giovani Nazioni dell’Africa hanno dovuto fare ricorso a banche internazionali e ad altri organismi finanziari per realizzare i numerosi progetti volti al loro sviluppo”.
“Molto spesso – ha denunciato – i dirigenti poco preparati non sono stati molto attenti e sono caduti nelle trappole di coloro, uomini e donne, che gli intenditori chiamano 'gli assassini finanziari', sciacalli mandati da organismi avvezzi ai contratti sleali, destinati ad arricchire le organizzazioni finanziarie internazionali abilmente sostenute dai loro stati o da altre organizzazioni immerse nel complotto del silenzio e della menzogna”.
“I profitti strabilianti vanno agli assassini finanziari, alle multinazionali e ad alcuni personaggi potenti del Paese stesso che fanno da paravento agli affari stranieri”, ha constatato.
In questo modo, “la maggior parte delle Nazioni continua a marcire nella povertà e nelle frustrazioni che questa genera”.
Gli “assassini finanziari”, “si mettono d’accordo con i loro interlocutori locali, affinché gli ingenti importi prestati col sistema degli interessi composto non possano mai essere rimborsati in breve tempo e interamente”.
“I contratti di esecuzione e di manutenzione sono devoluti abitualmente, sotto forma di monopolio, ai rappresentanti dei prestatori. I Paesi beneficiari ipotecano le loro risorse naturali. Gli abitanti, per generazioni, sono incatenati, prigionieri per lunghi anni”.
Per rimborsare questi “debiti inestinguibili”, che rappresentano “una minaccia, come la spada di Damocle sulla testa degli Stati”, la voce del debito incide pesantemente sul bilancio statale, nell’ordine del 40-50% del Prodotto nazionale lordo.
“Legato in tal modo, il Paese respira male, deve stringere la cintura davanti agli investimenti, le spese necessarie per l’istruzione, la salute, lo sviluppo in generale”.
Il debito diviene quindi “un paravento politico per non soddisfare le legittime rivendicazioni, con il seguito di frustrazioni, disordini sociali, ecc. Il debito nazionale sembra una malattia programmata da specialisti degni dei tribunali che giudicano i crimini contro l’umanità, la cospirazione malvagia per soffocare intere popolazioni”.
In questo senso, secondo il Cardinale, la Chiesa, “luce del mondo”, deve “svolgere il suo ruolo profetico” impegnandosi “concretamente in questa lotta per far emergere la verità”.
“Gli esperti sanno che da anni la maggior parte dei debiti è stata effettivamente rimborsata. Sopprimerli, puramente e semplicemente, non è più un atto di carità, ma di giustizia”.
Per questo, il Cardinale ha chiesto al Sinodo per l'Africa di considerare il problema del condono del debito.
Per “non fermarsi soltanto all’aspetto sentimentale”, suggerisce che “una Commissione internazionale, composta di esperti dell’alta finanza, pastori bene informati, uomini e donne del Nord e del Sud”, prenda in mano il problema.
La Commissione dovrà “studiare la fattibilità dell’operazione”, “prendere ogni tipo di provvedimento per evitare di ricadere nelle stesse situazioni”, “sorvegliare concretamente l’uso trasparente delle somme così economizzate” ed “evitare che dalle ricadute di questa abbondante manna del secolo traggano vantaggio sempre le stesse persone”.
Presentato al Papa e ai padri sinodali il “Breviario per l'Africa”
“Uno splendido dono per la Chiesa africana”, spiega il curatore
ROMA, lunedì, 12 ottobre 2009 (ZENIT.org).- E' stato presentato questo venerdì al Papa e ai padri sinodali il “Breviario per l'Africa”, la nuova edizione della Liturgia delle Ore delle Pauline Publications Africa la cui preparazione è iniziata 4 anni fa su richiesta dei Vescovi dell'Associazione dei Membri delle Conferenze Episcopali dell'Africa Orientale (AMECEA).
La Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti ha incoraggiato il progetto, che contiene alcune novità, a cominciare dal fatto che “la celebrazione domenicale della preghiera del mattino e della sera è stata arricchita da nuove antifone al Benedictus e al Magnificat in conformità al Vangelo di ogni domenica”, che “sottolineano splendidamente il legame tra l'Eucaristia domenicale e la Liturgia delle Ore”, ricorda il curatore, padre Rinaldo Ronzani, mccj.
Accanto a questo, figurano “tutti i nuovi Memoriali inseriti nel Calendario Generale Romano negli ultimi anni” e “il Calendario Specifico per il Kenya, che include santi africani di vari luoghi e tempi e alcune celebrazioni in onore della Madonna”, così come alcuni missionari che hanno portato la fede in Africa.
Il testo completo della Liturgia delle Ore appare in quattro volumi: Avvento e Tempo di Natale; Quaresima, Triduo Santo e Tempo Pasquale; Tempo Ordinario settimane 1-17 e Tempo Ordinario settimane 18-34.
Accanto ai quattro volumi ce ne sono anche due più piccoli: il primo conterrà fondamentalmente tutti i testi dei quattro volumi tranne l'Ufficio delle Letture ed è dedicato ai seminaristi e ai laici che vogliono pregare la Liturgia delle Ore in comunione della Chiesa; il secondo offrirà solo la preghiera del mattino, dei vespri e della sera.
Per padre Ronzoni, questa nuova edizione della Liturgia delle Ore è “uno splendido dono per la Chiesa africana”, oltra a rappresentare la prima occasione in cui un progetto di questo tipo viene sviluppato nel continente.
Il Breviario è stato presentato ai padri sinodali il 9 ottobre durante il secondo Sinodo per l'Africa, “una chiamata al rinnovamento spirituale e a un nuovo sforzo di evangelizzazione”.
“Per la prima volta la Chiesa in Africa ha la propria Liturgia delle Ore”, “il più grande dono alla Chiesa universale e un grande onore di cui può essere fiera”, ha spiegato suor Teresa Marcazzan, direttrice delle Edizioni Paoline per l'Africa, in occasione della presentazione.
“Speriamo e preghiamo che questo Breviario possa diventare uno strumento di rinnovamento spirituale per i sacerdoti e il popolo di Dio in Africa”, ha aggiunto.
Il ruolo della Chiesa nel Darfur
di Chiara Santomiero
CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 12 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Oltre a quello di pregare incessantemente per la pace, quale può essere il ruolo della Chiesa nella difficile situazione politica del Darfur, in Sudan? Come intervenire per risolvere la grave crisi umanitaria ancora in atto? Quali sono le forze attive in campo? Quale ruolo gioca una grande potenza come la Cina?
Soprattutto domande nei quattro interventi liberi che hanno seguito, il 10 ottobre scorso, il contributo dell’invitato speciale Rodolphe Adada, già rappresentante speciale congiunto del Segretario generale delle Nazioni Unite e del Presidente della Commissione dell’Unione africana nel Darfur, la cui dettagliata esposizione della complessa situazione della regione sudanese ha occupato un largo spazio della nona congregazione generale.
“La Chiesa – aveva affermato Adada nel suo intervento, tratteggiando i possibili scenari dell’immediato futuro del Darfur – ha un ruolo preminente da svolgere in un Sudan pluralista, fra il Sud cristiano e animista e il Nord musulmano dove c’è il Darfur”.
E’ quanto ha ribadito nella replica agli interventi: “La Chiesa deve avere uno sguardo d’insieme sui problemi in gioco ed elevare la sua voce come un grido”.
Adada ha quindi esplicitato alcuni dei molti aspetti da considerare, oltre a quelli già citati nella relazione. La stessa “natura dello stato sudanese dopo l’accordo di pace è confusa” e sono in vigore due leggi: “nel nord musulmano, vige la sharia”. Il Sudan meridionale, a sua volta, soffre di disorganizzazione e “il referendum per l’autodeterminazione previsto nel 2011 probabilmente sancirà la secessione dal resto del paese”.
Bisogna considerare il peso delle lotte inter-tribali: “a gennaio – ha raccontato Adada – in occasione della festa per la pace, sono scoppiate grandi violenze tra gruppi tribali che hanno provocato decine di morti”. Per quale motivo? “Non erano riusciti a mettersi d’accordo su quale gruppo dovesse ballare per la pace nei festeggiamenti”.
“Quello del Darfur è un problema internazionale” ha sottolineato Adada, che nella relazione aveva ricordato come “il Sudan è il più grande paese dell’Africa, alla cerniera di due mondi – l’Africa e il mondo arabo – e confina con 9 paesi africani”.
Va considerata, per esempio, la presenza di ribelli anche in Uganda e il rapporto non facile con l’Eritrea, mentre “l’Etiopia è interessata alla pace ed ha contribuito mettendo a disposizione 5 elicotteri”. Quanto alla Cina “è vero che fornisce armi ma è una forza da utilizzare perché, al tempo stesso, contribuisce al processo di pace”.
“Per la pace del Sudan – ha concluso Adada – è necessario l’intervento della comunità internazionale e il contributo di tutti”.
Santa Sede
Il Papa consegna ai giovani africani la sua Enciclica per cambiare il continente
Si unisce con il Rosario e il satellite a universitari di varie città africane
CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 12 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Benedetto XVI ha consegnato ai giovani africani la sua recente Enciclica sociale Caritas in Veritate come bussola per cambiare le ingiustizie che continuano ad affliggere il continente.
La consegna del documento ha avuto luogo alla fine del Rosario "per l'Africa e con l'Africa" che, grazie alle nuove tecnologie della comunicazione, ha unito questo sabato universitari di varie città del continente con l'Aula Paolo VI del Vaticano, dove si trovavano i partecipanti al secondo Sinodo dell'Africa, universitari di Roma e loro colleghi africani che studiano nella Città Eterna.
A essi si sono uniti, in collegamento via satellite, migliaia di coetanei da campus, atenei e chiese dal Cairo (Egitto), Nairobi (Kenya), Khartoum (Sudan), Johannesburg (Sudafrica), Onitsha (Nigeria), Kinshasa (Repubblica Democratica del Congo), Maputo (Mozambico), Ouagadougou (Burkina Faso).
Hanno ritirato simbolicamente l'Enciclica dalle mani del Papa quindici universitari presenti in Vaticano. Anche nelle altre sedi copie del documento venivano distribuite agli universitari intervenuti.
Nel discorso che ha pronunciato in varie lingue, il Pontefice ha sottolineato che il futuro dell'Africa dipende in buona parte dalla formazione dei suoi giovani, soprattutto dei suoi universitari.
"In tale contesto, ho affidato idealmente a voi, cari giovani, l'Enciclica Caritas in veritate, nella quale richiamo l'urgenza di elaborare una nuova sintesi umanistica che riannodi i legami tra l'antropologia e la teologia", ha spiegato.
"Cari universitari di Roma e dell'Africa - ha aggiunto Benedetto XVI -, vi chiedo di essere nella Chiesa e nella società operatori della carità intellettuale, necessaria per affrontare le grandi sfide della storia contemporanea".
"Siate nelle Università sinceri e appassionati cercatori della verità, costruendo comunità accademiche di alto livello intellettuale, dove è possibile esercitare e godere di quella razionalità aperta e ampia, che apre la strada all'incontro con Dio".
"La nuova evangelizzazione in Africa conta pure sul vostro generoso impegno", ha osservato.
I giovani hanno animato la veglia mariana, promossa dalla Segreteria generale del Sinodo in collaborazione con l'Ufficio di Pastorale Universitaria del Vicariato di Roma.
Da ciascuno dei Paesi collegati - ai quali si sono uniti via radio giovani dal Madagascar, dalla Guinea Equatoriale e da altre zone dell'Africa - il Papa ha ricevuto brevi espressioni di saluto.
Quindi, sempre grazie agli schermi, ha seguito la celebrazione della memoria del battesimo e il rito dell'aspersione con l'acqua benedetta, svoltisi al Cairo, da dove Sherif Samir, studente di ingegneria copto cattolico, ha poi offerto una testimonianza sul legame tra sacramenti e vita universitaria.
Successivamente anche in tutte le altre assemblee collegate i Vescovi che presiedevano la liturgia hanno asperso i presenti con l'acqua benedetta. È seguita la meditazione dei misteri gloriosi.
Il Papa introduceva il Padre Nostro e a turno da Nairobi, Kinshasa, Johannesburg, Khartoum e Ouagadougou veniva recitata la preghiera mariana.
Il canto delle Litanie dei santi, eseguito a Onitsha in lingua locale, ha preceduto il discorso di Benedetto XVI.
Quando il Papa, alla fine della preghiera, ha lasciato l'Aula, la grande croce lignea che gli studenti romani usano nelle Giornate mondiali della gioventù è stata portata in pellegrinaggio fino alla sede della Libera Università Maria Santissima Assunta (LUMSA).
In precedenza, prima dell'arrivo di Benedetto XVI, universitari di Nigeria, Burkina Faso, Kenya e Mozambico avevano offerto testimonianze di riconciliazione, giustizia e pace.
Tra le più significative, quella di Helcido Manuel Parruque, studente di elettronica a Maputo, che ha ricordato che "la guerra distrugge tutto: la speranza il sorriso, il futuro, i sogni, l'economia".
"Solo chi ha vissuto la guerra sa quanto sia necessaria la pace", ha aggiunto.
Il Papa ricorda la Giornata Mondiale per il Rifiuto della Miseria
Un'iniziativa alla quale si è unita l'ONU
CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 12 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Benedetto XVI ha invitato questa domenica i fedeli a unirsi alla Giornata Mondiale del Rifiuto della Miseria, che si celebrerà il 17 ottobre.
Al termine della cerimonia di canonizzazione di cinque nuovi Santi, il Papa ha chiesto ai cattolici di rispondere alle necessità “dei più poveri e dei più piccoli, dei feriti dalla vita e degli emarginati delle nostre società, soprattutto in occasione della Giornata Mondiale del Rifiuto della Miseria, che si celebrerà tra qualche giorno”.
Parlando in francese, il Pontefice ha citato l'esempio di Santa Jeanne Jugan (1792-1879), fondatrice della Congregazione delle Piccole Sorelle dei Poveri, e di padre Damiano di Molokai (1840-1889), apostolo dei lebbrosi.
“Vi chiedo di impegnarvi allo stesso tempo a sostenere con la vostra preghiera e le vostre opere quanti si dedicano generosamente alla lotta contro la lebbra e contro le altre forme di lebbra dovute alla mancanza d'amore per ignoranza e codardia”, ha dichiarato.
La Giornata Mondiale del Rifiuto della Miseria è stata creata su iniziativa di padre Joseph Wresinski (1917-1988), fondatore del movimento “ATD Quarto Mondo”, il 17 ottobre 1987, quando collocò nell'atrio del Trocadero, a Parigi, una lapide “per le vittime della miseria”.
L'iniziativa è stata assunta dalle Nazioni Unite nel 1992 con il titolo di Giornata Internazionale per l'Eliminazione della Povertà.
Nell'atrio della Basilica di San Giovanni in Laterano, Cattedrale del Papa, è stata posta una lapide che riproduce quella del Trocadero: “Laddove gli uomini sono condannati a vivere nella miseria, i diritti dell'uomo sono violati. Unirsi per farli rispettare è un dovere sacro”.
Questa frase è stata completata nella lapide romana con le parole di Giovanni Paolo II: “Mai più discriminazioni, esclusioni, oppressioni, disprezzo dei poveri e degli ultimi”.
Per ulteriori informazioni: www.oct17.org
Benedetto XVI: mai più Hiroshima o Nagasaki
Saluta un gruppo di sopravvissuti alle bombe atomiche
CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 12 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Benedetto XVI ha salutato questa domenica i sopravvissuti alle bombe atomiche lanciate sul Giappone alla fine della Seconda Guerra Mondiale, auspicando che non si ripeta mai più una tragedia nucleare.
Al termine della cerimonia di canonizzazione di cinque nuovi santi, il Papa ha salutato in inglese “un gruppo di sopravvissuti agli attacchi nucleari di Hiroshima e Nagasaki”, giunti a Roma nonostante l'età.
Il Papa ha pregato “perché il mondo non sia mai più testimone della distruzione di massa di vite umane innocenti”.
“Dio benedica tutti voi, le vostre famiglie e i vostri cari”, ha concluso.
Il Papa parla con il Ministro degli Esteri spagnolo della GMG 2011
Moratinos ha visitato Roma per la canonizzazione di due spagnoli
CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 12 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Benedetto XVI ha incontrato brevemente questa domenica il Ministro degli Esteri e della Cooperazione spagnolo, Miguel Ángel Moratinos, con il quale ha parlato della preparazione della Giornata Mondiale della Gioventù che si celebrerà a Madrid nel 2011.
Il Ministro era a Roma per presiedere la delegazione ufficiale spagnola che ha partecipato alla canonizzazione di Francisco Coll e Rafael Arnáiz.
“Tra i temi affrontati si è parlato della preparazione della Giornata Mondiale della Gioventù che si svolgerà a Madrid nell'agosto 2011 e del significato per la Chiesa e la società spagnole delle canonizzazioni”, ha rivelato l'Ambasciata di Spagna presso la Santa Sede in un comunicato inviato a ZENIT.
“Dopo l'incontro con il Pontefice, il Ministro ha avuto una lunga conversazione con il suo omologo, il segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati, l'Arcivescovo Dominique Mamberti”, aggiunge il testo.
“Gli interlocutori hanno affrontato in un clima di grande cordialità, tra gli altri temi, le priorità della presidenza spagnola dell'Unione Europea a partire dal gennaio 2010, l'Alleanza di Civiltà, argomenti internazionali di reciproco interesse e altri punti che interessano le relazioni Stato-Chiesa”.
Facevano parte della delegazione ufficiale spagnola, tra gli altri, Francisco Vázquez y Vázquez, ambasciatore di Spagna presso la Santa Sede; María Jesús Figa López-Palop, sottosegretario per gli Affari Esteri e la Cooperazione; Josep-Lluis Carod Rovira, vicepresidente della Generalitat della Catalogna; Juan G. Cotino Ferrer, vicepresidente del Governo Valenciano.
Il Papa ha ricevuto anche i capi delle delegazioni degli altri Paesi d'origine dei nuovi santi. Per il Belgio, in onore di padre Damiano di Molokai, apostolo dei lebbrosi, erano presenti alla cerimonia il re Alberto II e la regina Paola.
In onore di San Zygmunt Szczesny Felinski, ha rappresentato la Polonia il Presidente della Repubblica, Lech Kaczynski.
La Francia, che festeggiava la sua nuova Santa, Jeanne Jugan, è stata rappresentata dal Primo Ministro, François Fillon.
Visto che Molokai si trova nelle isole Hawaii, alla celebrazione erano presenti anche l'ambasciatore degli Stati Uniti presso la Santa Sede, Miguel Humberto Díaz, e il senatore per le Hawaii Daniel Kahikina Akaka.
La Caritas chiede una nuova etica mondiale sui cambiamenti climatici
ROMA, lunedì, 12 ottobre 2009 (ZENIT.org).- La Caritas ha rivolto un appello ad adottare un nuovo approccio di fronte al problema dei cambiamenti climatici pubblicando un Rapporto intitolato “Giustizia climatica: alla ricerca di una nuova etica globale”.
Gli effetti dei cambiamenti climatici, ricorda l'organizzazione in un comunicato inviato a ZENIT, sono ormai diventati una realtà quotidiana in molte comunità povere dei 200 Paesi in cui lavora Caritas Internationalis.
Questa situazione, avverte, “mina l'opera umanitaria e i programmi di sviluppo che realizzano i suoi 164 membri, minacciando di incrementare il numero delle emergenze in futuro”.
In questo contesto, il Rapporto Caritas vuole “andare al di là della scienza sui cambiamenti climatici, concentrandosi sulle dimensioni etiche, morali e teologiche della crisi”.
In vista del prossimo vertice sul clima di Copenhagen, in programma a dicembre, il Rapporto “esorta i Governi ad adottare un vero accordo vincolante, per ridurre le emissioni di gas a effetto serra e incrementale l'aiuto finanziario e tecnologico ai Paesi poveri, perché possano adattarsi a condizioni climatiche più rigide”.
Allo stesso modo, vuole promuovere “un cambiamento radicale dei nostri stili di vita quotidiana, che sarà fondamentale per combattere i cambiamenti climatici”.
Il Presidente di Caritas Internationalis, il Cardinale Óscar Andrés Cardenal Rodríguez Maradiaga, Arcivescovo di Tegucigalpa (Honduras), ha affermato che il Rapporto “espone alcune argomentazioni morali chiare, che si basano sulla Bibbia e sulla dottrina sociale cattolica, per superare limitati interessi personali e nazionali a favore del bene comune, per poter orientare l'azione politica e sociale”.
“I negoziati sul clima dell'ONU, a Copenhagen a dicembre, offriranno ai leader del mondo di questa generazione un'opportunità unica di adottare le misure necessarie per rispondere alle sfide dei cambiamenti climatici”, ha osservato. “La scienza e l'economia sono ben chiare rispetto a ciò che si deve fare, ma perché ci sia un accordo bisogna che tutti adottiamo stili di vita più moderati”.
In particolare, il Rapporto Caritas sottolinea “la sofferenza che vivono le persone come conseguenza dell'inclemenza del tempo”, “argomentazioni teologiche, morali ed etiche collegate ai cambiamenti climatici”, “il modo di trattare i devastanti effetti dei cambiamenti climatici”, “ciò che vuole Caritas Internationalis a livello globale, regionale, nazionale e individuale, per svolgere una campagna che promuova un cambiamento autentico ed efficace”.
La Santa Sede dona 10 mila dollari all’ospedale cattolico di Padang
Dopo il terremoto nell’Isola indonesiana di Sumatra che ha ucciso oltre 800 persone
CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 12 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Il Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari ha inviato un primo aiuto di 10 mila dollari all’ospedale cattolico di Padang, nell’Isola indonesiana di Sumatra, colpita il 30 settembre scorso da un devastante terremoto che ha causato oltre ottocento persone.
L’intervento in favore dell’Ospedale Yos Sudarso, diretto dai Missionari Saveriani, è stato deciso da questo dicastero vaticano come adesione all’appello lanciato, il 4 ottobre scorso, dal Papa.
“La donazione – si legge in un comunicato stampa diffuso dalla sala stampa vaticana – servirà a coprire i bisogni immediati del nosocomio che continua a prestare cure e ad assicurare gli interventi chirurgici d’urgenza, senza distinzioni di etnia né di religione o genere, nonostante i gravi danni e la perdita di numerose apparecchiature subiti nel corso del terremoto del 30 settembre scorso”.
L’intervento della Santa Sede per l’ospedale cattolico è stato inviato al Vescovo di Padang, mons. Martinus Situmorang, attraverso la Fondazione Il Buon Samaritano.
Un Vescovo accompagnerà l'istituzionalizzazione di ACS
La Santa Sede risponde alla richiesta del presidente e dei dirigenti
CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 12 ottobre 2009 (ZENIT.org).- La Santa Sede ha affidato a un Vescovo il compito di accompagnare il processo di istituzionalizzazione giuridica dell'opera pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS).
Secondo quanto ha reso noto l'istituzione in un comunicato inviato a ZENIT, la decisione, della Congregazione per il Clero, ha luogo in risposta a una richiesta dei dirigenti dell'opera e in particolare di padre Joaquín Alliende, il presidente.
ACS, fondata dal monaco premostratense olandese Werenfried van Straaten (1913-2003), opera in 150 Paesi del mondo fornendo aiuti per l'evangelizzazione e la formazione dei sacerdoti.
Quando è stato nominato presidente, padre Alliende, sacerdote del Cile, è stato incaricato di un compito specifico: preparare nuovi statuti ispirati alle “Direttive spirituali” del fondatore.
Alla fine della loro prima redazione, a giugno, il presidente e i dirigenti hanno chiesto alla Santa Sede la nomina di un Vescovo per accompagnare questo processo di riformulazione giuridica e istituzionale.
E' stata ora resa nota “la nomina di monsignor Manfred Grothe, Vescovo ausiliare di Paderborn (Germania), noto esperto di opere di assistenza pastorale, che assumerà le funzioni nel dicembre prossimo”, ha reso noto l'istituzione.
Anno Sacerdotale
Incontro nazionale dei sacerdoti cattolici della Romania
Dal 13 al 16 ottobre nei pressi di Bucarest in occasione dell'Anno sacerdotale
ROMA, lunedì, 12 ottobre 2009 (ZENIT.org).- “Il sacerdozio, tra servizio carismatico e funzionarismo istituzionale” è il tema dell’incontro nazionale dei sacerdoti cattolici della Romania, che si terrà dal 13 al 16 ottobre, presso il monastero dei frati carmelitani di Ciofliceni (Snagov, vicino a Bucarest).
L’incontro si aprirà il 13 ottobre, con la celebrazione della Santa Messa. Il programma quotidiano include momenti di preghiera comunitaria – la Liturgia delle Ore, l’Acatisto alla Madre di Dio, il Rosario –, conferenze sul tema dell’incontro e discussioni in gruppi.
Le conferenze saranno tenute da mons. Mihai Fratila, Vescovo ausiliare dell’Arcieparchia di Alba Iulia e Fagaras, con sede a Bucarest, dal Vescovo romano-cattolico Cornel Damian, dell’Arcidiocesi di Bucarest e da don Serban Tarciziu, professore di teologia nella Facoltà di Teologia Romano-Cattolica dell’Università di Bucarest.
Mercoledì, 14 ottobre, la Santa Messa verrà celebrata nel rito greco-cattolico e sarà presieduta da mons. Mihai Fratila. Giovedì, 15 ottobre, la Santa Messa verrà celebrata nel rito romano-cattolico e sarà presieduta da mons. Ioan Robu, Arcivescovo Metropolita di Bucarest.
L’incontro nazionale dei sacerdoti cattolici della Romania è stato convocato per volontà dai Vescovi romeni di ambedue i riti (romano e greco-cattolici), che hanno stabilito, durante la sessione primaverile della Conferenza Episcopale Romena (del maggio scorso) di organizzare, durante l’Anno sacerdotale, 6 incontri nazionali.
La realtà della Chiesa Cattolica Romena è complessa, con riti vari ed etnie diverse. Perciò, attraverso questi incontri nazionali, i Vescovi romeni intendono offrire ai loro sacerdoti l’occasione di pregare insieme, ma anche la possibilità di conoscersi l’un l’altro e di dialogare.
All’incontro nazionale che si terrà a Snagov parteciperanno circa 80 sacerdoti da 10 delle 11 diocesi ed eparchie della Romania. A questo incontro seguiranno, fino alla conclusione dell’Anno sacerdotale, altri 5 incontri ospitati da altre diocesi o eparchie romene.
ViviCentro (art. 19 e 21)
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#1 Lun 12 Ott, 2009 20:40 |
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 Re: Il mondo visto da Roma - 12 Ottobre 2009
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Lunedì, 12 Ottobre 2009: Accadde Oggi
Notizie dal mondo
Il futuro dell'Europa ha il nome della solidarietà
Il messaggio finale delle prime Giornate Sociali Cattoliche per l'Europa
DANZICA, lunedì, 12 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Il futuro dell'Europa deve essere improntato alla solidarietà, alla difesa della famiglia e della vita umana, alla lotta alla povertà e alla promozione della pace e della giustizia.
Sono questi in sintesi gli orientamenti contenuti nel messaggio finale delle prime Giornate Sociali Cattoliche per l'Europa, conclusesi l'11 ottobre a Danzica, la città polacca che vide sorgere l'esperienza di Solidarnosc.
Una quattro-giorni di riflessioni e testimonianze sul tema "La solidarietà, una sfida per l'Europa"., promossa dalla Commissione degli Episcopati della Comunità Europea (COMECE), che ha riunito centinaia di delegati provenienti da ventinove Paesi.
A settant'anni dallo scoppio del secondo conflitto mondiale, la “nostra generazione” - si legge nel messaggio finale - è “chiamata a raccogliere nuovamente la sfida della costruzione d'una strategia per il bene comune”.
Questo “esige dalle istituzioni sociali il rispetto degli spazi per l'azione autonoma, affinché ogni persona possa realizzare pienamente il proprio potenziale” e richiede che le stesse istituzioni “siano permeate dai principi di solidarietà e di sussidiarietà”.
Pe questo occorre “una democrazia giusta, che può funzionare solo con il concorso responsabile di tutti. I comportamenti egoistici, l'utilitarismo e il materialismo devono lasciare spazio alla condivisione, come è stato ampiamente dimostrato dall'attuale crisi economica”.
In primo luogo è necessario rispettare “la dignità inalienabile della vita umana, dal concepimento alla morte naturale”, così come “quella dello straniero che bussa alla nostra porta e quella delle future generazioni».
Il comunicato finale invita poi a “non avere paura: la solidarietà è il nostro futuro comune. L'unità dell'Europa era il sogno di alcuni. È divenuta una speranza per molti. Oggi è nostro dovere far sì che continui a servire l'obiettivo d'una solidarietà globale”.
I delegati sottolineano poi l'urgenza di promuovere e proteggere la famiglia fondata sul matrimonio tra uomo e donna, “creando le condizioni per consentire ai genitori d'allevare i figli e conciliare vita familiare e lavorativa”, e implementando “una politica comune europea per l'immigrazione e l'asilo, riconoscendo la dignità umana d'ogni migrante”.
Occorre inoltre adeguare “l'economia sociale di mercato alle nuove sfide; proteggere i più vulnerabili, accrescere la giustizia sociale e le pari opportunità per ciascuno”; assumere “misure più efficaci per ridurre la povertà e l'esclusione sociale”; e allo stesso tempo promuovere una “politica di regolazione dei mercati finanziari a livello dell'Unione europea e sostenere le strutture di governance a livello internazionale”.
L'Europa deve però guardare anche al resto del mondo, “rispettare la parola data nei confronti dei Paesi in via di sviluppo” e “promuovere il co-sviluppo con i Paesi più poveri, in particolare l'Africa”.
Allo stesso modo il Vecchio Continente è chiamato a promuovere “la pace e la giustizia, basata sul rispetto della dignità dell'uomo, dei diritti umani e in particolare della libertà religiosa”.
L'Europa, conclude il messaggio, “ha bisogno di uomini e donne con le braccia aperte per accogliere l'altro in nome di Gesù Cristo e costruire insieme relazioni e istituzioni di solidarietà”.
Cardinal Cipriani: l'aborto viene inserito “di contrabbando”
Una società senza direzione lo depenalizza insieme alla droga
LIMA, lunedì, 12 ottobre 2009 (ZENIT.org).- “Il mondo culturale di oggi non ha direzione, non sa se depenalizzerà l'aborto, la droga e altri temi, contro la propria umanità; c'è quindi una mancanza di rispetto per Dio”, ha affermato il Cardinale Juan Luis Cipriani nel suo programma “Dialogo di Fede” questo sabato.
“Per questo, la Chiesa deve aiutare questa generazione e quella futura a tornare al rispetto della creatura”, ha esortato l'Arcivescovo di Lima.
Il porporato ha ricordato che Papa Benedetto XVI ha detto che “una carità, un amore vuoto di verità diventa un sentimentalismo in cui si inseriscono contenuti in modo arbitrario. Per questo, attualmente ci stanno riempiendo di un sentimentalismo molto grande, per inserire l'aborto di contrabbando”.
Il Cardinal Cipriani ha affermato che non bisogna separare i temi fondamentali della vita, che non sono motivo di agende politiche o congiunturali. “Spero che ci sia una chiara rettifica e che non sia un problema cattolico o meno, ma un problema della vita”, ha detto il pastore di Lima riferendosi alla sua opposizione alla depenalizzazione dell'aborto eugenetico e dell'eutanasia, approvata questa settimana da una Commissione di revisione del Codice Civile peruviano, a carico del Congresso della Repubblica.
Il porporato ha aggiunto che ci sono “abusi” nelle statistiche, “che ci dicono che più della metà dei matrimoni finisce con un divorzio, che ci sono migliaia di aborti clandestini o migliaia di bambini nelle strade”.
“Credo che tutto questo sia falso, cioè ci sono statistiche che vogliono farci credere che il matrimonio non serve, che i bambini sono un problema, che tutte le donne sono infedeli e che gli uomini sono degli svergognati”, ha dichiarato.
Difendere il matrimonio
In un altro momento del suo programma, il Cardinal Cipriani ha dichiarato che il matrimonio è un progetto, cioè ci si sposa con una persona perché la si ama e la si vuole amare, e bisogna coltivare e aver cura di questo impegno.
Il progetto matrimoniale si può coltivare se gli sposi restano uniti, con orari in cui entrambi si sacrificano per stare insieme, ed evitando avventure, perché la scintilla della passione si accende e può bruciare un progetto matrimoniale.
“Chi si è sposato non è blindato di fronte ad altri uomini e altre donne, di fronte alla malattia o a un momento di dolore e tristezza, o al carattere di ciascuno. Si è imbarcato in un progetto con coraggio e quando ci sono difficoltà si affrontano insieme”, ha concluso.
Tsunami a Samoa, centinaia di bambini salvati da una suora
Li ha portati in tempo sulle montagne
SYDNEY, domenica, 11 ottobre 2009 (ZENIT.org).- La giusta decisione di una religiosa australiana ha permesso che 320 bambini e adolescenti si salvassero la vita nel devastante tsunami che ha travolto le Samoa alcuni giorni fa.
La suora salesiana Doris Barbero è incaricata della scuola elementare San Giuseppe nel villaggio di Leava, a Samoa Occidentale. Il terremoto della settimana scorsa, che ha provocato lo tsunami, li ha sorpresi in classe.
Insieme alla sua équipe di religiose e laici, suor Doris sapeva di avere poco tempo per riunire gli alunni, tra i 4 e i 15 anni, e portarli sulle montagne per metterli in salvo.
La religiosa ha raccontato che la sua prima reazione è stata di sollievo vedendo che tutti erano sopravvissuti al sisma e che la scuola, patrocinata dalla Missione Cattolica in Australia, non aveva subito danni.
La calma è tuttavia cessata quando si è sentito l'allarme tsunami.
“Sapevamo di avere pochissimo tempo”, ha detto al Catholic Communications dell'Australia in una telefonata.
Salendo sulle montagne, né la suora né la sua équipe sapevano quanto lontano avrebbero potuto arrivare per mettere tutti in salvo.
Il gruppo si è rifugiato sui monti fino al giorno successivo ed è riuscito a sfuggire allo tsunami, ma molti bambini non sanno ancora dove possano trovarsi i loro familiari, rimasti nella parte bassa dell'isola.
Suor Doris si è proposta di raccogliere fondi per costruire un rifugio sulle montagne per essere preparati ad altri eventuali tsunami.
Italia
Le Università, luogo privilegiato di cooperazione con l'Africa
“Laboratori non solo del sapere ma anche e soprattutto dell’agire”
ROMA, lunedì, 12 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Le Università possono diventare un luogo privilegiato per la cooperazione con l'Africa. E' il messaggio diffuso al termine del Convegno svoltosi a Roma il 9 e il 10 ottobre sul tema “Per una nuova cultura dello sviluppo in Africa: il ruolo della cooperazione universitaria”.
Il meeting è stato organizzato dall'Ufficio diocesano per la pastorale universitaria del Vicariato di Roma in collaborazione con la Cooperazione Italiana del Ministero Affari Esteri e ha visto partecipare, tra gli altri, il Segretario della Congregazione per l'Educazione Cattolica, monsignor Jean-Louis Bruguès, il Ministro degli Esteri Franco Frattini e quello dell'Istruzione, università e ricerca Mariastella Gelmini, così come rettori e professori di Università statali, private e pontificie italiane e africane.
La dichiarazione finale diffusa al termine del Convegno ricorda in primo luogo che la comunità internazionale è oggi alla ricerca di soluzioni e strategie per uscire dalla crisi che attraversa il pianeta, “di cui il continente africano risulta la parte più fragile e bisognosa”, e che lo Stato italiano ha bisogno di “aprire una stagione di rapporti strategici per il futuro con i Paesi del continente africano nell’era della globalizzazione”.
Per questo, “considerato il permanente ristagno di società, Stati e popoli d’Africa nonostante le numerose iniziative di cooperazione allo sviluppo a favore del continente negli ultimi cinquant’anni e degli innegabili segnali positivi nel rilancio del continente in termini di ownership e partnership” e tenuto conto dei “risultati positivi conseguiti dalle Università e dalla Chiesa Cattolica nel continente africano”, si sottolinea la necessità di aprire nuovi canali di cooperazione, visto che nonostante quella “classica”, “i cui attori principali e tradizionali sono gli Stati e le istituzioni internazionali”, resti valida, “l’evoluzione del mondo contemporaneo non ne garantisce più i risultati sperati per il continente africano”.
Nell’attuale mondo globalizzato ,“in cui l’Africa risulta il continente sempre marginalizzato dalle grandi potenze”, si ravvisa dunque “il bisogno di avviare nuove strategie e strade per uno sviluppo africano che sia umano e sostenibile nel lungo periodo, cioè integrale ed endogeno”, ricordano i firmatari della dichiarazione.
Nei processi di promozione di tale sviluppo, osservano, “le Università, laboratori non solo del sapere ma anche e soprattutto dell’agire liberante, perché fondato sul principio della libera razionalità, devono poter esercitare un ruolo cardine nella Cooperazione congeniale alla loro natura di 'universitas'”.
A tale scopo, i rappresentanti delle Università italiane pubbliche, private e pontificie partecipanti al Convegno hanno convenuto che “le Università dovranno essere parte integrante nei processi di ideazione, pianificazione ed attuazione non solo delle iniziative bensì anche delle politiche riguardanti la cooperazione stessa”.
In Italia, le Università devono essere “soggetti di consulenza permanente e strutturale per le politiche e le strategie di cooperazione allo sviluppo”, in Africa “partner strutturali riconosciuti nei meccanismi di finanziamento dei progetti di cooperazione Nord – Sud a fianco agli Stati”.
Obiettivi immediati
Per far sì che questi progetti possano realizzarsi, i firmatari della dichiarazione hanno previsto in Italia la costituzione entro e non oltre la fine di questo mese di ottobre di un Comitato Permanente per la Cooperazione Interuniversitaria Italia-Africa, “quale struttura di pensiero, di pianificazione e di coordinamento delle varie iniziative cooperative tra Università italiane ed Università africane”.
Il Comitato sarà composto da esperti del Ministero degli Affari Esteri, del Vicariato di Roma e di alcune università africane e italiane presenti al Convegno e creerà un “network interuniversitario nazionale italiano pro Africa, quale struttura di scambi e di azioni multilaterali delle Università italiane a favore del continente africano, entro la fine del mese di dicembre 2009”.
Presso ogni Università italiana che ha partecipato al Convegno saranno poi costituiti un “Ufficio di cooperazione pro Africa”, che rappresenterà un “soggetto interno di interlocuzione con le altre Università in materia di promozione e coordinamento delle attività cooperative per l’Africa”, e corsi o Master di Africanistica, che avranno preferibilmente come docenti africani laureatisi nelle Università italiane.
Nei bilanci annuali del Ministero degli Esteri ci sarà poi l’istituzionalizzazione della voce “Fondo pro Università Africane”, prevedendo borse di studio, organizzazione di convegni, finanziamento di microprogetti, attività di ricerca scientifiche, mobilità dei docenti ed altri operatori per vari cooperativi, ecc.
In Africa, in ogni Università partecipante al Convegno verrà creato un “Ufficio di cooperazione Italia-Africa; Africa-Africa” e sarà istituito un Comitato Permanente delle Università Africane per la Cooperazione Interuniversitaria.
Allo stesso modo, ogni due anni verrà organizzato un Convegno di studio della cooperazione universitaria Italia-Africa e si contribuirà presso le Università africane presenti all'incontro alla creazione di una “Cassa per la Cooperazione” quale “fondo permanente e stabile per una rapida attuazione delle varie iniziative cooperative in termini di ricerca scientifica, attività culturali ed attività didattiche ordinarie o straordinarie”.
Si tenterà infine di “agire nel sociale e nel culturale africano con microprogetti in collaborazione tra Università africane, università italiane ed istituzioni governative e non governative per dare risposte concrete ad alcune sfide dello sviluppo sociale”, come la promozione e la tutela della famiglia, della donna, dei diritti dell’infanzia, dell’educazione per la realizzazione degli Stati di diritto, democrazie e diritti umani.
Al via a Roma il Corso biennale in Dottrina Sociale della Chiesa
Dal prossimo 17 ottobre con unariflessione sulla Caritas in Veritate
ROMA, lunedì, 12 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Sono aperte le iscrizioni al primo anno del 9° Corso in Dottrina Sociale della Chiesa per l'anno accademico 2009/2010, promosso dalla Fondazione Centesimus Annus – Pro Pontifice in collaborazione con il Centro Interdisciplinare della Pontificia Università Lateranense.
Le lezioni sono strutturate su 7 moduli a cadenza mensile. Il primo modulo del corso si terrà nei giorni di sabato 17 e domenica 18 Ottobre. Le lezioni si svolgeranno a Roma secondo i programmi, le modalità e le condizioni di partecipazione illustrate nel sito della Fondazione: www.centesimusannus.org.
Le iscrizioni sono limitate a 25 partecipanti e le domande (scaricabili dal sito della Fondazione), inviate a mezzo posta elettronica (centannus@foundation.va) o fax (06-69881971), verranno accettate in ordine di data di ricezione.
Il corso si rivolge - oltre ai soci fondatori, ai membri aderenti della stessa Fondazione e ai simpatizzanti - a professionisti, imprenditori, dirigenti o persone coinvolte in attività lavorative a livello di responsabilità nel campo della pastorale del lavoro, ma anche ai giovani che vogliono impostare la loro vita lavorativa e personale secondo i principi della DSC.
Al termine del biennio, la discussione di una tesina presso la Pontificia Università Lateranense permetterà di conseguire il Diploma Universitario in Dottrina Sociale della Chiesa.
“L’organizzazione e la realizzazione di questi corsi è diventata ormai un elemento caratterizzante l’attività della Fondazione”. Spiegano gli organizzatori. “Pertanto intendiamo fare tutti gli sforzi possibili perché questa iniziativa venga sempre più istituzionalizzata, soprattutto alla luce della nuova Enciclica papale Caritas in Veritate”.
Il corso è stato strutturato tenendo conto dell’esperienza acquisita, così oltre ad offrire un piano di studio aggiornato sulla base delle indicazioni ed i suggerimenti pervenuti da coloro che hanno frequentato il corso stesso (circa 200 allievi in otto edizioni), approfondisce le tematiche contenute nei messaggi ripetutamente rivolti ai fedeli da Benedetto XVI .
Massimo Gattamelata, segretario generale della Fondazione Centesimus Annus – Pro Pontifice, nel presentare la nuova edizione ha sottolineato che: “per evitare gravi crisi economiche e finanziarie, come questa che stiamo attraversando, è auspicabile che certi principi di etica tornino ad essere conosciuti e rispettati”.
Le materie che saranno affrontate dai vari docenti incaricati di svolgere le lezioni faranno riferimento a tematiche inerenti il Magistero sociale della Chiesa, la DSC e l’economia di mercato, l’antropologia e l’etica della professione nella DSC, l’etica della comunicazione, le trasformazioni del lavoro, il lavoro e la famiglia, le libere professioni nell’era della globalizzazione.
Il Vangelo nelle opere di Carità
ROMA, lunedì, 12 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Ha inizio questo pomeriggio, 12 ottobre, ad Assisi, il congresso "Il Vangelo nelle opere di Carità e nelle attività sociali dei religiosi d`Italia" promosso dalla Conferenza Italiana dei Superiori Maggiori (CISM).
L'incontro – sottolinea l'Agenzia Info Salesiana (ANS) –, primo di una serie che si propongono di avviare una vantaggiosa collaborazione tra i religiosi, vuole approfondire e trovare possibili soluzioni alle sfide che si delineano oggi in Italia nelle opere di carità e di impegno sociale.
A questo appuntamento, che si profila non solo di rilevante interesse culturale, ma anche di amicizia e di collaborazione intercongregazionale sono invitati, sono invitati anche i laici dei vari Istituti, uniti non solo da legami professionali ma soprattutto da condivisione carismatica.
La conferenza sarà coordinata dal presidente della CISM, don Alberto Lorenzelli, salesiano, Ispettore della Circoscrizione Speciale Italia Centrale (ICC).
Il contributo salesiano si esplicherà anche nella produzione televisiva e mediatica garantita da Missioni Don Bosco - Media Centre di Torino. Grazie a tre set di ripresa, 12 telecamere, 2 registi, 2 giornalisti e 20 tecnici, sarà possibile seguire in diretta streaming su missionidonbosco.tv alcuni eventi del congresso che si concluderà il 15 ottobre.
Programma delle dirette streaming:
LUNEDÌ 12 OTTOBRE
ore 16,00: Saluti e presentazione programma - Don Alberto Lorenzelli (presidente CISM) - Madre Viviana Ballarin (presidente USMI) - Mons. Vittorio Nozza (Direttore Caritas Italiana)
ore 17,00: Vespri e Lectio Divina della Parola (Basilica di Santa Maria degli Angeli)
MARTEDÌ 13 OTTOBRE: IL WELFARE DEGLI ISTITUTI RELIGIOSI IN ITALIA
ore 9,00: Relazione: Le opere di carità degli Istituti Religiosi nella realtà sociale e culturale italiana - Don Giuseppe Pasini (Fondazione Zancan)
ore 15,30: Lettura delle schede del rilevamento predisposto dall`area della Solidarietà - Dott. Giordano Vidale (CISM)
ore 18,00: IV Censimento delle Opere Socio Sanitarie - Dott. Maurizio Giordano (Presidente UNEBA)
MERCOLEDÌ 14 OTTOBRE: DEUS CARITAS EST
ore 9,00: Il Vangelo della Carità sorgente, anima e scopo delle nostre opere - Mons. Bruno Forte (Arcivescovo di Chieti-Vasto)
Diretta TV TELEPACE e Streaming ore 11,45: Dalla Basilica di Santa Maria degli Angeli - Solenne Concelebrazione. PresiedeMons Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti-Vasto
ore 15,30: Presentazione di alcune esperienze rilevate dai Focus-Group regionali
GIOVEDÌ 15 OTTOBRE: LA PROFEZIA DELLA CARITA
ore 9,00: Tavola Rotonda coordinata da Padre Pierluigi NAVA con la partecipazione di Don Alberto LORENZELLI, Madre Viviana BALLARIN, Dott. Tiziano VECCHIATO
Interviste
Chiesa versus Sinagoga?
Ed P. Sanders spiega le tensioni interne alla missione cristiana delle origini
ROMA, lunedì, 12 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Riportiamo di seguito una intervista apparsa sul nuovo numero di Paulus, dedicato a “Paolo il lavoratore”.
* * *
Texano di origine, Ed Parish Sanders è stato immerso nella Scrittura fin dalla nascita, in quella fascia degli Stati Uniti chiamata “cintura della Bibbia”. «Tutti quelli che conoscevo andavano in chiesa – ci racconta. – Era una chiesa protestante liberale, in senso umanistico, che accentuava il vangelo sociale e non badava molto alle dottrine teologiche. Sono cresciuto pensando che la religione fosse la cosa più importante del mondo, quindi decisi di dedicarmi al suo studio». Uno studio che lo porterà prima in Inghilterra e poi in Israele, per conoscere a fondo il giudaismo, perché «solo studiando le somiglianze e le differenze tra due cose, puoi capirle davvero». La scelta comparativa lo porta ad approfondire la figura dell’apostolo Paolo, vera “summa” dei rapporti tra giudaismo e cristianesimo. Diventando così uno dei maggiori paolinisti a livello internazionale, soprattutto con studi come Paolo e il giudaismo palestinese (1977) e Paolo, la legge e il popolo giudaico (1983).
Paolo vedeva se stesso come apostolo delle genti, ma cominciò la sua predicazione tra i giudei, come gli altri apostoli, secondo il mandato di Gesù (Mt 10,6; 15,24). In seguito egli smise del tutto di rivolgersi ai giudei per dedicarsi soltanto ai pagani?
«Penso sia un ricordo storicamente attendibile che Gesù abbia detto ai suoi discepoli di andare dalla “pecore perdute della casa d’Israele”. Diversamente ha fatto Paolo, ma quest’aspetto della missione primitiva è difficile da ricostruire. Secondo gli Atti degli Apostoli, che accentuano gli sforzi dei cristiani per “guadagnare” i giudei, Paolo è andato più volte nelle sinagoghe ed è stato rifiutato. Nelle Lettere di Paolo però non troviamo nulla del genere: egli si presenta come uno chiamato a estendere la missione a tutte le genti. Bisogna quindi distinguere le fonti: secondo gli Atti, Paolo era anzitutto apostolo dei giudei nel mondo di lingua greca, mentre Paolo dice di essere stato chiamato a essere apostolo dei pagani».
Eppure Paolo continuò a frequentare l’ampia rete delle comunità giudaiche, forse come basi d’appoggio per evangelizzare l’Impero romano. Ma le sinagoghe erano il suo obiettivo principale?
«Non secondo la sua autodescrizione. Secondo Galati 2,7-10 Pietro e Paolo si consultarono e raggiunsero un accordo: uno si sarebbe rivolto ai circoncisi, l’altro agli incirconcisi... non, dunque, secondo una divisione geografica tra Medioriente e Occidente. Si noti pure che Paolo, pur non avendo fondato la Chiesa di Roma, si ritiene autorizzato a scrivere ai Romani proprio perché apostolo delle genti, come ripete enfaticamente».
Lei ha affermato che Paolo vedeva le chiese o comunità da lui fondate come realtà nuove, non più interne al giudaismo, eppure eredi delle promesse di Abramo. Il “nuovo Israele”?
«Minimizzo la concezione che i cristiani siano i “veri” israeliti in favore dell’idea che essi siano un terzo gruppo, né giudei né pagani. Negli scritti paolini troviamo, almeno per implicazione, entrambe le concezioni, ma qual è la prevalente? In Galati 3,15-16 Paolo argomenta che Abramo aveva una sola discendenza, cioè Gesù; pertanto i battezzati, che sono diventati una sola persona con Lui, sarebbero discendenti di Abramo. Corollario implicito di quest’affermazione è che i giudei non sono discendenti di Abramo, mentre la Chiesa cristiana sarebbe il “vero Israele” (teologia della sostituzione). Ma si tratta, per l’appunto, di qualcosa d’implicito: Paolo – l’orgoglioso Paolo, fiero delle sue radici – avrebbe mai detto esplicitamente che i cristiani sono i soli veri giudei e che i giudei... non sono giudei? Decisamente no, anche perché, descrivendo i cristiani, egli ripete che alcuni sono stati scelti tra i giudei e altri tra le nazioni (Rm 9,24), negando quindi qualsivoglia “sostituzione”. C’è poi la descrizione molto positiva della religione giudaica in Romani 9-11, in cui si nominano tutti i doni irrevocabili di Dio: le promesse, le benedizioni, i patriarchi, il culto, ma soprattutto la chiamata. I giudei continuano a essere l’Israele di Dio. Chiamare i cristiani “vero Israele” è un’interpretazione posteriore, che troviamo ad esempio in sant’Agostino».
I profeti dell’Antico Testamento parlano di un “resto”. Forse Paolo riprende questo linguaggio dicendo che un “resto” sarà salvato, cioè quelli che credono in Cristo?
«Paolo usa il termine “resto” mentre cita Osea in Romani 9,27, ma in Romani 11,25.32 conclude che la salvezza è per “tutto Israele” e per “tutti”. Secondo il mio modo di leggere Paolo, è sempre necessario cercare la conclusione: talvolta egli si esprime con incisi, considerazioni e argomentazioni di passaggio, che però si comprendono correttamente solo alla luce della conclusione. Se ci fermassimo a metà ragionamento con Romani 9,27 potremmo sostenere che solo pochi Israeliti saranno salvati, cioè il “resto”. Ma Romani 9-11 è un’unità. Se si legge tutta l’argomentazione fino alla fine, cioè Romani 11, si rimarca che tutto Israele sarà salvato».
Secondo lei, Paolo aveva un’idea molto ottimistica della sua missione tra i pagani: egli pensava che in seguito i giudei, ingelositi, sarebbero tornati sui loro passi. Riteneva, quindi, che la missione di Pietro tra i giudei fosse fallimentare?
«Questo confronto tra Paolo e Pietro l’ho fatto io, e Paolo non lo pone mai esplicitamente. Ma che Pietro abbia avuto meno successo è una deduzione che possiamo ipotizzare a partire dal capovolgimento dello schema paolino. Lo schema standard riguardo agli “ultimi giorni” comincia con Dio che riunisce il popolo d’Israele: i profeti, come anche Filone d’Alessandria, dicono che i giudei sarebbero ritornati dalle nazioni e avrebbero avuto la loro patria, dopo di che i pagani si sarebbero convertiti al Dio d’Israele e sarebbero venuti sul monte Sion portando doni (cfr. Is 60). Ora, i cristiani stanno facendo proprio questo e Paolo è colui che fa sì che le nazioni portino doni a Israele: ecco il significato profondo della colletta per Gerusalemme che egli promuove tra le chiese dei “gentili”. Questa colletta, che lo occupa a lungo, rappresenta l’omaggio delle genti al monte Sion. Dunque Paolo aveva ben chiara la visione profetica – prima Israele, poi le nazioni pagane – ma in Romani 11 egli capovolge questo schema».
...perché la realizzazione di questa visione profetica era avvenuta tramite Cristo.
«Sì, perché Cristo era venuto dagli ebrei. Teniamo presente che Gesù non è andato oltre Israele e non vuole neppure parlare con la donna siro-fenicia (Mt 15,23). Prima della sua resurrezione, egli non ha mai detto ai suoi discepoli di spingersi oltre Israele. Paolo dunque ha ampliato e completato il piano profetico per includere i pagani che si volgono ad adorare il Dio d’Israele negli ultimi giorni. Gli ultimi giorni sono arrivati, ma lo schema principale – prima la riunione d’Israele e poi il riversarsi delle nazioni – viene rivisto. Paolo lo capovolge per ben tre volte (Rm 11,13-14.25-26.30-32), ripetendo per tre volte “prima le genti e poi, per gelosia, i giudei”».
Questo perché i pagani hanno riconosciuto Cristo per primi?
«Poiché i giudei non hanno accettato Cristo, il disegno di Dio non può essere “prima Israele e poi le nazioni”. “Perciò devo concludere – scrive Paolo – che Dio ha deciso di rendere i giudei disobbedienti per un tempo, così da dare una chance agli altri popoli. Così voi ora entrate e poi, quando i giudei vedranno questo, saranno gelosi e verranno. E allora saranno salvati tutti”. Questo cambio di prospettiva implica che Pietro non ebbe molto successo nella missione tra i giudei, mentre la missione tra i pagani procedeva molto bene».
Alcuni collaboratori di Paolo, Prisca e Aquila, correggono e insegnano la vera fede ad Apollo. Eppure Paolo lo considerava un apostolo, dunque al vertice nella scala del servizio ecclesiale. Come si spiega?
«Non so se Prisca e Aquila contassero come apostoli nella mente di Paolo. Ancora una volta, l’uso del vocabolo “apostolo” da parte di Paolo, come il suo concetto di missione, non segue quello del libro degli Atti. Paolo non dà mai ad intendere, ad esempio, che gli apostoli fossero soltanto i Dodici, e ritiene al contrario che molte persone fossero state “mandate”(questo è il significato della parola “apostolo”). In 1Corinzi 15 Paolo distingue “i Dodici” (v. 5) da “tutti gli apostoli” (v. 7). Altre volte non è chiaro il significato che egli attribuisce ad “apostolo”. In Romani 16, ad esempio, non siamo sicuri se egli stia affermando che Andronico e Giunia sono ritenuti tali. E ancora: Paolo include se stesso tra gli apostoli, benché non sia stato nel gruppo dei discepoli chiamati da Gesù. Ciò nonostante, egli aveva una visione gerarchica dei missionari cristiani, con in cima gli apostoli; e tra gli apostoli c’erano alcuni capi, come Pietro e come lui stesso. Il loro primato è chiarito nel momento in cui si dividono tra loro il mondo da evangelizzare. Tuttavia la visione gerarchica di Paolo non produsse una struttura rigida, perché temperata dalla fiducia nello Spirito e nei doni spirituali, i charismata. Chiunque può avere un dono o una rivelazione, che gli altri accolgono. Quindi, alla domanda se Paolo abbia approvato o meno che Prisca e Aquila insegnassero all’apostolo Apollo, penso che la risposta sia “sì”. E in particolare se Paolo era d’accordo con quello che Prisca e Aquila dicevano, mentre nutriva qualche dubbio riguardo ad Apollo».
Lei prima citava la profezia di Isaia 60. Il riunire tutti i popoli in Cristo si riallaccia a quell’universalismo della speranza giudaica?
«Credo che questo sia il nodo teologico da evidenziare nel dialogo tra cristiani ed ebrei, perché l’unità del mondo finalizzata ad adorare l’unico Dio si trova sia nelle Scritture giudaiche che in quelle cristiane. Sottolineo un punto: per la riflessione intracristiana è molto importante la mistica paolina contenuta nelle parole “in Cristo”. I protestanti hanno perso il contatto con questo tema da tempo, dimenticando spesso il sentimento dell’unione con Cristo in favore di un processo intellettuale di autocomprensione. Penso che i cattolici abbiano una buona opportunità di restare a contatto con il lato mistico del cristianesimo... perché, non dimentichiamolo, Paolo era un mistico. Se leggiamo con attenzione il suo “viaggio spirituale” in 2Corinzi 12, scopriamo che tutte le frasi sull’essere una cosa sola con Cristo – “non sono io che vivo, ma Cristo vive in me” e simili – sono molto importanti per lo sviluppo della vita cristiana. Penso che questa nozione sia fondamentale, quasi quanto quella che Dio ha creato il mondo, dunque tutti ugualmente, e che ognuno è da Lui amato. Una delle idee più significative di Paolo è infatti questa: poiché Dio è il Creatore del mondo, egli salverà tutto il mondo. Se Paolo fosse qui, oggi, sarebbe di certo una personalità controversa, ma con una visione universale della benevolenza di Dio».
Kenneth Brimaud
L’arte, la società e l’Assoluto in Kristof Zanussi
Il regista polacco spiega come il cinema può insegnare a guardare in alto
di Giovanni Patriarca
KATOWICE (POLONIA), lunedì, 12 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Nella "nostalgia per l’Assoluto" che caratterizza l'uomo contemporaneo, il cinema può insegnare a guardare in alto, spiega Kristof Zanussi, uno dei più famosi registi polacchi.
Zanussi (Varsavia, 1939), fisico e filosofo, nella sua lunga carriera ha dato forma a un tipo di cinema introspettivo e riflessivo imperniato sulle questioni trascendentali, che gli ha permesso di ottenere numerosi premi e riconoscimenti internazionali a partire dagli anni Ottanta.
Dopo aver esordito con "La struttura di cristallo" (1969) è divenuto famoso in tutto il mondo con "Da un paese lontano - Giovanni Paolo II" (1981), "Fratello del nostro Dio" (1996) "La vita come malattia sessualmente trasmessa" (2000) e "Il sole nero" (2007).
Nei paesi centro-europei il passaggio dal comunismo alla democrazia e al libero mercato non è stato indolore. Tale mutamento nella concezione della vita è stato causa di frustrazioni e sentimenti di marginalizzazione. Nelle sue opere appare evidente questo dilemma umano e psicologico che si presenta, in primo luogo, nelle relazioni familiari e interpersonali. A suo parere, come si sta evolvendo una società stretta nel rischio di una mal interpretata libertà?
Kristof Zanussi: I problemi della società e dell’arte polacca sono simili a quelli di tutta l’Europa. Il nostro futuro non è affatto chiaro. C’è una tendenza autodistruttiva nella mentalità occidentale e c’è, allo stesso tempo, la stessa possibilità della fenice di risorgere dalle ceneri.
Il suo cinema è, senza alcun dubbio, uno straordinario documento sulla storia recente della Polonia che, nel corso degli ultimi anni, ha subito profonde trasformazioni. Che cosa vede nel futuro di questa terra ricca di vitalità e fermento culturale ma anche segnata da forti contrasti sociali?
Kristof Zanussi: Si è appena concluso a Cracovia un congresso sulla cultura polacca a cui hanno preso parte molti artisti famosi delle varie discipline. La maggior parte si è soffermata sui problemi della cultura nella realtà di mercato. Le conclusioni sono incoraggianti. Si spera che il processo di emancipazione culturale si sviluppi in modo soddisfacente e i contenuti delle opere d’arte mantengano un carattere nazionale.
La sua produzione artistica si contraddistingue per un approccio intimista che pone costantemente lo spettatore di fronte alle domande fondamentali dell’esistenza. In un contesto globale caratterizzato dall’esasperazione consumistica e da un conformismo senza radici, quale può essere l’apporto del cinema per una riflessione sulla natura stessa dell’uomo?
Kristof Zanussi: Il cinema come linguaggio ha possibilità quasi illimitate. Può esprimere, infatti, i contenuti più sofisticati come l’esperienza mistica. Il problema, in verità, tocca maggiormente lo spettatore: se vuole essere “disturbato” o preferisce un piacere edonista.
I protagonisti delle sue opere mostrano sovente una profonda inquietudine che non si esaurisce in una mera costruzione psicologica ma è un richiamo alla trascendenza. Può l’arte cinematografica sensibilizzare lo spettatore, indifferente e distratto, a guardare oltre le apparenze e a rivolgere lo sguardo verso l’Alto?
Kristof Zanussi: Sì, senza alcun dubbio ma purtroppo molti non vogliono guardare in alto. La società del benessere soffoca la sensibilità metafisica. Ma nel profondo l’uomo è sempre uguale a se stesso e sente una forte nostalgia per l’Assoluto.
Documenti sulla web di ZENIT
Interventi pronunciati dai Padri sinodali la mattina del 12 ottobre
CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 12 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Nella Sezione Documenti della pagina web di ZENIT è possibile leggere gli interventi tenuti dai Padri sinodali la mattina del 12 ottobre.
ViviCentro (art. 19 e 21)
La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).
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#2 Lun 12 Ott, 2009 20:41 |
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