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News dal Vaticano :: Il mondo visto da Roma - 14 Ottobre 2009
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Il mondo visto da Roma - 14 Ottobre 2009
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Mercoledì, 14 Ottobre 2009: Accadde Oggi  


  
Il mondo visto da Roma

 SINODO SPECIALE SULL'AFRICA
Primo bilancio del Sinodo dell'Africa
I Vescovi africani commentano un recente rapporto sull'aborto
Inculturazione della fede e religione tradizionale in Africa
Lotta contro l’Aids: la Chiesa parte del problema o della soluzione?
La Chiesa in Africa preoccupata per la teoria di genere
Sinodo: l'abolizione della pena di morte e l'apostolato nelle carceri

SANTA SEDE
Il Papa: imperativi del cristiano, apertura al prossimo e ricerca della pace
Il Pontefice incoraggia la Famiglia di Radio Maria
Mons. Migliore: mai più povertà e mortalità infantile
Ratificato un accordo sul patrimonio tra Austria e Santa Sede

NOTIZIE DAL MONDO
Vescovi USA propongono regole d'azione in Afghanistan
La mentalità antivita e le conseguenze per la famiglia

ITALIA
Presentata a Roma la seconda edizione del JOSP Fest
Nonostante la crisi, cresce la vendita di libri religiosi

FORUM
La crisi economica, un'opportunità per salvare matrimoni

UDIENZA DEL MERCOLEDÌ[/b]
Riflessione di Benedetto XVI su Pietro il Venerabile, Abate di Cluny

DOCUMENTI SULLA WEB DI ZENIT
Interventi pronunciati dai Padri sinodali la mattina del 13 ottobre


Sinodo speciale sull'Africa

Primo bilancio del Sinodo dell'Africa
Del Relatore Generale, il Cardinale Turkson

CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 14 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Questo martedì pomeriggio è stata presentata al Sinodo dei Vescovi per l'Africa la cosiddetta “Relatio post disceptationem”, la Relazione successiva alla discussione.

Si chiude così la prima parte dell'assemblea sinodale, in cui i padri sinodali hanno avuto l'opportunità, in 13 sessioni plenarie, di presentare le loro proposte, raccolte nella Relazione.

Alla sessione plenaria è stato presente Papa Benedetto XVI, che ha seguito con attenzione il discorso del Relatore Generale del Sinodo, il Cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson, come ha testimoniato padre David Gutiérrez della “Radio Vaticana”.

Il Cardinale Turkson ha articolato la Relazione in 20 grandi temi ricalcati sui 195 interventi dei padri sinodali che si sono succeduti nelle 13 precedenti congregazioni generali.

Nelle proposte dei padri, ha segnalato, ci sono allusioni a molte luci e a vari successi ottenuti negli ultimi 15 anni, soprattutto per l'applicazione del primo Sinodo per l'Africa (1994).

Ad ogni modo, ci sono state anche molte ombre e si sono presentati vari problemi, facendo pensare in qualche momento che l'assemblea assomigliasse più a una riunione delle Nazioni Unite, dove si presentano le lamentele per le difficoltà che si vivono.

Per questo, nella Relazione il Cardinale Turkson, citando un padre sinodale, insiste sul carattere pastorale del Sinodo, che deve esortare la Chiesa in Africa a continuare il suo pellegrinaggio accompagnando i popoli, cercando il miglioramento delle condizioni sociali, politiche ed economiche, rafforzando la fede in Cristo degli abitanti di quel continente.

I 20 temi scelti dal Relatore spaziano dalla natura della riunione alle strutture di comunione ecclesiale, affrontando le sfere socio-culturale, socio-politica e socio-economica per poi soffermarsi a riflettere su Cristo riconciliatore, come giustizia e come pace.

Le parti finali della Relazione sono state dedicate a temi specifici, come la famiglia, la dignità della donna e il suo ruolo nella società e nella Chiesa, i laici, il clero, la vita consacrata, riservando un paragrafo a valutare l'azione dei mezzi di comunicazione in Africa.

Nella sfera socio-culturale, ha riferito il Relatore, i padri sinodali deplorano il fatto che nella società africana, al di là del nomadismo e dei conflitti per l'acqua e le zone di pascolo, ci siano tendenze emergenti che sono divergenti e perfino opposte ai valori tradizionali e hanno un carattere e contenuto morale discutibile.

Molti padri sinodali lamentano il destino della famiglia in Africa con “la distruzione di una autentica visione del matrimonio e la nozione di una sana famiglia”, e considerano l'istituzione seriamente minacciata di instabilità e dissoluzione a causa della povertà, dei conflitti, dei credo e delle pratiche tradizionali, come la stregoneria, e delle malattie, soprattutto la malaria e l'Hiv/Aids.

I padri sinodali hanno anche descritto in vari modi il feroce attacco alla famiglia e all'istituzione fondamentale del matrimonio giunta da Paesi esterni all'Africa e attribuibile a varie fonti: ideologica (ideologi di genere, nuova etica sessuale globale, ingegneria genetica) e clinica (anticoncezionali, pianificazione familiare ed educazione alla salute sessuale, sterilizzazione), e ad emergenti stili di vita “alternativi” (matrimoni omosessuali, unioni di fatto).

Le donne, a cui nella prima Assemblea Speciale per l'Africa si è alluso come a “bestie da soma”, hanno iniziato ad accedere in certi Paesi a posti di spicco e leadership a livello giuridico, politico, di economia e ingegneria, ma in altri Stati subiscono ancora l'esclusione dalle funzioni sociali, dall'eredità, dall'istruzione e dal processo decisionale. Sono inoltre vittime indifese nelle zone di conflitto: vittime di matrimoni poligamici, di abusi, del traffico per la prostituzione.

I bambini, “la parte più sofferente della popolazione africana”, sono descritti come maltrattati (bambini-soldato, lavoro infantile, traffico di esseri umani) e viene loro negato il diritto all'istruzione. Ovunque, tuttavia, sono beneficiari di vigorosi programmi di informatizzazione delle scuole.

Anche i giovani sono stati menzionati tra i problemi dell'Africa a causa della loro esposizione all'abuso di droghe, all'infezione da Hiv/Aids, alle gravidanze adolescenziali, all'emigrazione, al traffico di esseri umani e ai viaggi che li riducono in condizione servile.

Nell'ambito socio-politico, i padri sinodali sottolineano la necessità di avere Governi e politici che esercitino una leadership di servizio con un esercizio del potere trasparente e responsabile, il rispetto dei diritti umani e l'amministrazione della ricchezza nazionale per il benessere pubblico.

Nell'ambito socio-economico, il Relatore segnala che “povero” e “povertà” sono due parole ricorrenti nelle esposizioni dei padri sinodali circa i loro Paesi e Governi, le popolazioni e le Chiese. La povertà ha giustificato innumerevoli interventi della Chiesa per la ricerca di soluzioni efficaci.

La “Relatio post disceptationem”, presentata questo martedì pomeriggio, termina con una serie di 25 domande che guideranno i lavori dei 12 circoli minori, che da questo mercoledì hanno il compito di preparare le proposizioni che saranno portate nelle sessioni plenarie per la loro approvazione e la consegna al Santo Padre.


I Vescovi africani commentano un recente rapporto sull'aborto
Ribadiscono che il problema non sono gli aborti clandestini

di Carmen Elena Villa

CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 14 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Durante la conferenza stampa che ha offerto questo mercoledì la Santa Sede sulla “Relatio post disceptationem” del Sinodo dei Vescovi dell'Africa, vari giornalisti hanno chiesto se nell'aula sinodale è stato discusso il tema dell'aborto.

La domanda è stata posta nel contesto del rapporto dell'Istituto Guttmacher, pubblicato questo martedì, secondo il quale circa 70.000 donne muoiono ogni anno a causa di aborti, 20.000 dei quali realizzati clandestinamente da persone inesperte nei Paesi in cui l'aborto non è permesso.

Di fronte a questa domanda, il Cardinale Théodore-Adrien Sarr, Arcivescovo di Dakar (Senegal), ha affermato che per i Vescovi l'aborto “non è una pratica da incentivare”.

Anche se l'aborto non è stato il tema più ricorrente – che è stato invece quello della riconciliazione, della pace e dell'evangelizzazione –, ha indicato, i presuli hanno ribadito nell'aula del Sinodo che ogni vita merita di essere rispettata “dall'inizio alla fase finale”.

Gli agenti pastorali in Africa devono cercare di aiutare le donne in gravidanza che si trovano in difficoltà, ha segnalato, avvertendo che “c'è una via d'uscita a una maternità difficile che non è l'aborto”.

“Bisogna che alcuni popoli occidentali si distacchino da questa convinzione, dal fatto di pensare che debba essere la regola del mondo”.

Le politiche contro la vita dal concepimento alla morte naturale, ha aggiunto, “non devono essere imposte a tutti i popoli”.

Aborto, sinonimo di morte

Dal canto suo, l'Arcivescovo di Durban (Sudafrica), Wilfrid Fox Napier, O.F.M., ha messo in discussione il fatto che l'Istituto Guttmacher cerchi con il suo rapporto di legalizzare una pratica in cui i bambini vengono assassinati nel ventre materno, con la scusa di salvare la vita di molte donne.

“Che cos'è la morte?”, si è chiesto. “E' la fine della vita”. “Noi abbiamo grande difficoltà a capire questa cultura che dice che il diritto alla vita è un diritto supremo” ma che va “contro i più indifesi”.

Conferenza di Pechino e Protocollo di Maputo

Il Cardinale Napier ha criticato alcuni eventi mondiali come il Protocollo di Maputo, che ha iniziato ad essere applicato nel 2005 e che, tra le altre cose, ha incentivato i diritti sessuali e riproduttivi della donna in Africa.

Allo stesso modo, si è riferito alla IV Conferenza sulla donna svoltasi a Pechino nel 1995, che vuole “minare il sistema morale giudaico-cristiano”.

Il porporato ha ricordato che la Chiesa ha adottato una difesa contro le politiche per le quali “la gravidanza è una malattia”.

“Non vogliamo spegnere la salute sessuale, ma il Protocollo di Maputo ha avuto un effetto devastante sulla donna”, ha dichiarato.

Su questo tema, il portavoce della Santa Sede, padre Federico Lombardi, ha ricordato che il Protocollo di Maputo ha dei vantaggi – come la fine delle mutilazioni genitali femminili –, ma è da considerare un “miscuglio di elementi buoni e di altri assolutamente inaccettabili”.


Inculturazione della fede e religione tradizionale in Africa

di Chiara Santomiero

ROMA, mercoledì, 14 ottobre 2009 (ZENIT.org).- “La paura e l’incertezza caratterizzano la vita di fede in molte popolazioni africane”: è quanto afferma la Relatio post disceptationem della II Assemblea per l’Africa del Sinodo dei Vescovi a proposito del “settore socio-religioso” che analizza i rapporti tra fede e vita nei credenti.

Paura ed incertezza, si afferma, determinano diffidenza, autodifesa, aggressività così come il ricorrere a pratiche di magia ed occultismo o a tentare il sincretismo tra cristianesimo e religione tradizionale.

Il tema del complesso rapporto tra inculturazione della fede e religione tradizionale è stato ripreso nella conferenza stampa tenutasi oggi a chiusura della prima fase di lavoro del Sinodo.

“Veniamo da lontano, siamo lontani e stiamo andando lontano: questa è la situazione della Chiesa in Africa”, ha affermato il Cardinale Njue, Arcivescovo di Nairobi e Presidente della Conferenza episcopale del Kenya, rispondendo ad alcune sollecitazioni dei giornalisti.

“Se vogliamo essere cristiani – ha proseguito Njue – non possiamo scegliere i valori secondo i quali camminare”. Inculturazione della fede significa “discernere quali valori della tradizione culturale africana siano compatibili con il cristianesimo”.

Riguardo al matrimonio, “noi incoraggiamo gli sposi – ha affermato il Cardinale Théodore-Adrien Sarr, Arcivescovo di Dakar in Senegal e Vicepresidente del Simposio di Conferenze episcopali di Africa e Madagascar (Secam) – a celebrare il matrimonio religioso, ma chiediamo di tener conto delle loro prassi tradizionali, come la cerimonia a casa del padre della sposa, e verifichiamo che siano state compiute prima che vengano in chiesa”.

Allo stesso modo “chiediamo loro di celebrare il matrimonio civile con l’impegno di scegliere, all’atto del matrimonio, la monogamia e non la poligamia. In Senegal, infatti, dove il codice civile le ammette entrambe, se si sceglie un’opzione non si può più cambiare”.

Un altro aspetto affrontato è quello del persistere delle pratiche esoteriche.

“La relazione con il mistero – ha affermato mons. Manuel Antonio Mendes dos Santos, Vescovo di Sao Tomé e Principe – fa parte della cultura africana. L’ateismo, ad esempio, in questa prospettiva, non è comprensibile per un africano”.

Da questo senso del mistero occorre distinguere “l’esoterismo, spesso solo un mezzo per dare risposte a persone fragili che hanno problemi materiali o psicologici”. Se “va compresa la fragilità esistenziale occorre però opporsi al tentativo di sfruttarla”. Tutto ciò, ha concluso Mendes dos Santos, ci interroga come credenti: “In che modo presentare Cristo come l’uomo nuovo la cui forza non è determinata dalla magia?”.


Lotta contro l’Aids: la Chiesa parte del problema o della soluzione?
Durante la conferenza stampa di presentazione della “Relatio post disceptationem”

di Chiara Santomiero

ROMA, mercoledì, 14 ottobre 2009 (ZENIT.org).- “Perché riguardo all’Aids i media continuano a trattare la Chiesa come parte del problema e non della soluzione?”. Lo ha chiesto il Cardinale Wilfrid Fox Napier, Arcivescovo di Durban in Sudafrica, ai giornalisti riuniti questo mercoledì per la seconda conferenza stampa di presentazione della “Relatio post disceptationem” (relazione dopo la discussione), in occasione del Sinodo dei Vescovi sull'Africa.

La relazione ha raccolto le denunce dei padri sinodali riguardo vari aspetti della società africana, in particolare la minaccia all’istituzione della famiglia derivante da molteplici cause, tra le quali malattie a grande diffusione come l’Aids.

Oltre alla “miracolosa transizione dal regime di apartheid alla democrazia - ha affermato Napier -, l’altro fenomeno per cui è noto il Sudafrica è proprio l’alto tasso di contagiati da Aids e la Chiesa svolge un ruolo molto importante per la cura della malattia e la qualità dell’assistenza”.

Per prima cosa, le istituzioni ecclesiali coinvolte offrono informazioni sulla malattia al fine di evitare il contagio. Quindi danno un sostegno fattivo nell’assistenza e hanno rapporti con le case farmaceutiche intervenendo per verificare se i farmaci retrovirali diffusi siano adatti a tutte le persone malate (per alcune l’effetto non si produce) e per incentivare lo sviluppo della ricerca.

“Cerchiamo di fare del nostro meglio – ha affermato Napier – mettendo in atto programmi di prevenzione che richiedono anche di guardare con attenzione alla causa di questa tremenda diffusione della malattia”.

“Se, in linea generale, la causa è da ricercare in comportamenti sessuali irresponsabili – ha proseguito l’Arcivescovo di Durban – noi non possiamo fare a meno di dire che occorrono comportamenti sessuali responsabili”. Sulla base di due principi: “se si è sposati, occorre essere fedeli al proprio coniuge; se non si è sposati, è necessario astenersi da pratiche irresponsabili”.

Occorre perseguire questo risultato con tutti i mezzi possibili. “Nella nostra diocesi – ha raccontato Napier – abbiamo un programma chiamato ‘Il dono della vita’ che ha l’obiettivo di far comprendere agli adolescenti, in primo luogo, ma anche agli adulti, l’importanza di trasmettere la vita attraverso l’atto sessuale”.

“L’atto sessuale deve portare alla procreazione – ha concluso Napier – e anche se sappiamo che in Occidente avete convinzioni diverse, per noi è importante che l’atto sessuale sia un momento nella creazione della vita”.


La Chiesa in Africa preoccupata per la teoria di genere
Alcune istituzioni cristiane contribuiscono alla sua diffusione, dice un esperto

CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 14 ottobre 2009 (ZENIT.org).- “In Africa, per l'azione di certe istituzioni cristiane, la teoria del genere si impone progressivamente nella società e nella Chiesa”.

Lo ha segnalato a ZENIT lo psicoanalista ed esperto in Psichiatria sociale monsignor Tony Anatrella, consultore del Pontificio Consiglio per la Famiglia e del Pontificio Consiglio per la Pastorale della Salute.

Monsignor Anatrella ha affermato che “gli africani non vogliono essere colonizzati dalle ideologie occidentali” e ha deplorato il fatto che “la maggior parte dei temi sulla teoria del genere continui ad espandersi ampiamente nella Chiesa”.

L'Arcivescovo Robert Sarah, segretario della Congregazione per l'Evangelizzazione dei Popoli, ha pronunciato un intervento sull'ideologia di genere nel dibattito del Sinodo dei Vescovi in svolgimento in Vaticano.

Il presule l'ha definita una teoria “irrealistica e disincarnata”, perfino “assassina” ed estranea ai valori africani.

In questo senso, monsignor Anatrella ha spiegato che in Africa “la cura del senso della famiglia è molto importante e dare vita a molti bambini riguarda la cultura di questo continente”.

“I bambini sono la ricchezza della famiglia e della società – ha indicato –, ma gli esperti di quella teoria affermano, con pregiudizi occidentali, che tre figli per donna è un numero troppo alto che si dovrebbe ridurre”.

“Ciò dicono gli africani è: il bambino è il futuro dell'uomo!”, ha sottolineato monsignor Anatrella.

Anche il presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia, il Cardinale Ennio Antonelli, ha lamentato davanti al Sinodo l'estensione della teoria di genere in Africa per mediazione di istituzioni cristiane in linea con le istituzioni internazionali, le loro agenzie (ONU, OMS, UNICEF, UNESCO) e le ONG.

“In Africa, gli attivisti stanno portando avanti questa azione al margine dei rappresentanti democraticamente eletti nei Parlamenti nazionali”, ha denunciato monsignor Anatrella.

Il presule ha denunciato che questa ideologia si estende anche attraverso sessioni di formazione diretta a sacerdoti, religiosi e religiose e laici cristiani.

Ha anche lamentato che “per ricevere aiuti internazionali (nell'ambito finanziario, sanitario ed educativo), la maggior parte dei Paesi africani è sottoposta, attraverso varie associazioni, al discorso di genere”.

L'esperto ha detto che la preoccupazione di questi attivisti, “ad esempio per la salute e la cura medica delle donne, si traduce unicamente in termini di 'salute riproduttiva'”.

Questa nozione “è molto problematica perché banalizza la contraccezione e l'aborto e mette in discussione i valori familiari, escludendo l'uomo dalle relazioni di cooperazione con la donna e dalla procreazione”.

Secondo monsignor Anatrella, i teorici del genere esercitano pressioni sui Parlamenti nazionali perché legislino e approvino leggi nel senso previsto dalla sua ideologia.

“Anche i Paesi africani sono sottoposti alle pressioni dei Paesi occidentali che, in nome dell'uguaglianza degli orientamenti sessuali, cercano di presentare l'omosessualità come un modello che può realizzarsi in una coppia e nel matrimonio”, ha spiegato.

“Per ora la maggior parte dei deputati resiste a questa visione della coppia, della famiglia e della procreazione che non corrisponde ai valori africani – ha detto –. Purtroppo, questo tipo di idee e comportamenti continua a diffondersi in Africa”.

Molte comunità cristiane africane, tuttavia, sono “più decise e reattive” a tali questioni rispetto ad alcune comunità occidentali.

Secondo quanto ha affermato l'Arcivescovo di Ouagadougou, monsignor Ouédraogo, al Sinodo, “le nostre comunità umane e religiose in Africa, in generale, respingono la pratica giuridica codificata in molti Paesi occidentali; valorizzano la promozione dei valori collegati alla famiglia e alla vita”.


Sinodo: l'abolizione della pena di morte e l'apostolato nelle carceri
Vescovo della Sierra Leone denuncia il trattamento dei prigionieri di guerra

CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 14 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Il presidente della Conferenza Episcopale della Sierra Leone e Vescovo di Makeni, monsignor George Biguzzi, S.X., ha invitato i padri sinodali a lanciare “un appello inequivocabile per l’abolizione totale e universale della pena di morte”.

Il presule è intervenuto questo lunedì all'11ª congregazione generale del Sinodo dei Vescovi per l'Africa.

Monsignor Biguzzi si è riferito al “trattamento disumano dei prigionieri di guerra”, al “sacrificio dei civili durante i conflitti” e all’“arruolamento di bambini-soldati” come a “crimini contro l’umanità, chiaramente espressi nella Convenzione di Ginevra e protocolli allegati”.

“Il cammino verso la pace e la riconciliazione passa attraverso il riconoscimento, il rifiuto e la riparazione di questi crimini – ha dichiarato –. La guerra non giustifica crimini contro l’umanità”.

L'apostolato nelle prigioni

Nella 10ª congregazione generale, un'uditrice, suor Jacqueline Manyi Atabong, assistente della Superiora generale delle Suore di Santa Teresa del Bambin Gesù della Diocesi di Buea (Camerun) e coordinatrice per l'Africa dell'International Catholic Commission for Prison Pastoral Care, ha invitato a riconsiderare l'apostolato nelle carceri.

“Sappiamo che molte nostre carceri sono delle celle sovraffollate di persone povere e svantaggiate – ha affermato –. Sono strutturalmente inadeguate e vi si verificano pratiche disumanizzanti, violente e repressive, che talvolta causano la morte”.

“I diritti dei detenuti non vengono rispettati e il reinserimento degli ex detenuti è un’impresa difficile. Sappiamo che in molte Diocesi l’apostolato delle carceri o non esiste affatto, oppure è organizzato male, con personale scarsamente o per nulla preparato, e che riceve poco o nessun sostegno dalle autorità ecclesiastiche e dallo Stato”, ha aggiunto.

“Occorre una migliore organizzazione della cappellania delle carceri a livello nazionale, diocesano e parrocchiale, coinvolgendo le piccole comunità cristiane, personale adeguatamente formato e un team che possa offrire un’assistenza completa”.


Santa Sede

Il Papa: imperativi del cristiano, apertura al prossimo e ricerca della pace
Nel riflettere sull'esempio di Pietro il Venerabile, Abate di Cluny nel XII sec.

ROMA, mercoledì, 14 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Apertura al prossimo, perdono e ricerca della pace sono le qualità che devono contraddistinguere lo stile di vita di un autentico discepolo di Cristo. E quanto ha ribadito questo mercoledì Benedetto XVI, durante la catechesi per l'Udienza generale dedicata alla figura di Pietro il Venerabile, Abate di Cluny (1094-1156).

“Asceta rigoroso con se stesso e comprensivo con gli altri”, a un tempo “severo” e “dotato di profonda umanità”, uomo retto, leale e con una "speciale attitudine a meditare" così ha descritto il Papa questo monaco che per 34 anni fu a capo dell'abbazia fondata attorno al 909/910 da Guglielmo d'Aquitania e nata come monastero privato di famiglia.

“Di indole sensibile e affettuosa, sapeva congiungere l’amore per il Signore con la tenerezza verso i familiari, particolarmente verso la madre, e verso gli amici – ha continuato il Papa parlando davanti a circa 20.000 pellegrini –. Fu un cultore dell’amicizia, in modo speciale nei confronti dei suoi monaci, che abitualmente si confidavano con lui, sicuri di essere accolti e compresi”.

“Potremmo dire – ha proseguito – che questo santo Abate costituisce un esempio anche per i monaci e i cristiani di questo nostro tempo, segnato da un ritmo di vita frenetico, dove non rari sono gli episodi di intolleranza e di incomunicabilità, le divisioni e i conflitti”.

Infatti, ha speigato il Pontefice, “la sua testimonianza ci invita a saper unire l’amore a Dio con l’amore al prossimo, e a non stancarci nel riannodare rapporti di fraternità e di riconciliazione”.

Pietro il Venerabile nutrì anche una profonda “cura e sollecitudine […] per chi era al di fuori della Chiesa, in particolare per gli ebrei e i musulmani”, tanto che “per favorire la conoscenza di questi ultimi provvide a far tradurre il Corano”.

Un modello per i fedeli di oggi, rapiti da ritmi di vita frenetici, “dove non rari sono gli episodi di intolleranza e di incomunicabilità, le divisioni e i conflitti”.

E un esempio di “santità monastica” di stampo benedettino, ha concluso infine il Papa, che non smette di insegnare che un’esistenza “pervasa di amore profondo per Dio” diventa una vita di amore e di “sincera apertura al prossimo, nel perdono, e nella ricerca della pace”.

Salutando infine i gruppi di lingua italiana presenti all'Udienza generale il Papa ha riproposto ai giovani “la testimonianza di santa Teresa d'Avila” - la cui festa si celebra giovedì 15 ottobre - ricordando che “l'amore autentico non può essere scisso dalla verità”.

Successivamente il Papa ha ricevuto in dono da dei bambini hawaiani un mosaico composto da cinquantamila tessere raffigurante Damiano de Veuster, canonizzato l'11 ottobre scorso.

Quest'opera d'arte – ha spiegato L'Osservatore Romano – nasce dall'idea dell'artista hawaiana Peggy Chun, che in questo modo intendeva rendere omaggio all'apostolo dei lebbrosi nell'isola di Molokai.

Chun, però, era affetta da Sla che l'aveva interamente ridotta all'immobilità. Riusciva solo a muovere gli occhi e per realizzare il suo progetto dovette chiedere aiuto a qualcuno. Pensò così di rivolgersi ai 142 bambini della Holy Trinity school di Honolulu, i quali si misero a disposizione dell'artista e, seguendo le sue indicazioni, hanno composto, tessera dopo tessera, il mosaico.

Purtroppo, Peggy Chun non ha potuto consegnare di persona al Papa il dono, in quanto è morta il 19 novembre dello scorso anno.

Il Santo Padre ha poi ricevuto dalle mani della Superiora generale delle sorelle dei poveri, suor Celine de la Visitation, una gigantografia come ringraziamento dell'avvenuta canonizzazione di Maria della croce, al secolo Jeanne Jugan.


Il Pontefice incoraggia la Famiglia di Radio Maria
Nella sua opera a servizio della diffusione del Vangelo

di Antonio Gaspari

ROMA, mercoledì, 14 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Questo mercoledì, al termine dell'Udienza generale in piazza San Pietro, Benedetto XVI ha rivolto un saluto particolare ai circa 200 tra presidenti e direttori della Famiglia di Radio Maria, provenienti dai vari continenti, incoraggiandoli “a proseguire la loro importante opera a servizio della diffusione del Vangelo”.

Radio Maria è presente nei cinque continenti con 58 differenti Radio, con un ascolto medio quotidiano di trenta milioni di persone.

Il tema dell’incontro mondiale che si sta svolgendo nel santuario di Collevalenza è “Con Maria servitori della Chiesa”.

Parlando con ZENIT, padre Francisco Palacios, responsabile della attività editoriali nella famiglia mondiale, ha spiegato che Radio Maria è “una sfida ai modelli di comunicazione dominanti perchè in un mondo che sembra sempre più secolarizzato e lontano da Dio, Radio Maria pratica e porta la preghiera ovunque”.

“Non si tratta di una azione unilaterale – ha spiegato padre Francisco – preghiamo e invitiamo gli ascoltatori a orare e meditare insieme a noi”.

Fedele al magistero della Chiesa, Radio Maria pratica un'attività pastorale di formazione integrale diffondendo il messaggio cristiano in tutte le sue forme, dalla teologia alla dottrina sociale, dalla liturgia all’apologetica.

Radio Maria, che in tutte le sue stazioni tramette per tutte le 24 ore, ha un palinsesto con 7 ore di preghiera, messa, adorazione eucaristica, rosario, 7 ore di formazione cristiana, 7 ore di formazione umana, e tre ore di informazione e musica.

Ogni Radio nazionale ha un sacerdote come direttore editoriale ed un presidente dell’associazione laico. Il sacerdote garantisce che il palinsesto si svolga secondo il rispetto del magistero della Chiesa, mentre il Presidente dell’associazione organizza, promuove e sviluppa la comunità sociale che mantiene le attività della Radio.

La comunicazione della parola di Dio e delle virtù che sono alla base dell’insegnamento cristiano, fa lievitare la qualità e il numero degli ascoltatori.

Ogni Radio Maria diventa così espressione di un gruppo sempre più vasto di persone, unite fraternamente in un progetto di miglioramento della vita di ognuno.

In merito alla forza della preghiera che ha operato questa espansione a livello mondiale, padre Livio Fanzaga, che di Radio Maria Italia è anima e conduttore, ha detto a ZENIT che il programma più seguito è la celebrazione eucaristica.

Radio Maria Italia si collega ogni giorno con almeno due parrocchie, con la prima trasmette le lodi e le preghiere del mattino, con la seconda l’adorazione eucaristica. A questo si aggiunge il rosario serale.

Padre Livio si è detto molto colpito dalla crescita di maturità e di fede dei direttori delle Radio Maria nel mondo, ed ha sottolineato che la forza e il carisma di questa opera sta tutto in Maria.

“Tanto più seguiremo la Vergine, tanto più porteremo il messaggio cristiano nel mondo”, ha affermato padre Livio.


Mons. Migliore: mai più povertà e mortalità infantile
L'appello del rappresentante vaticano all'ONU

di Roberta Sciamplicotti

ROMA, mercoledì, 14 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Garantire il benessere dei bambini è “fondamentale per assicurare che le generazioni future possano saper respingere la povertà e la mortalità infantile come vestigia storiche più che come una realtà quotidiana”.

L'Arcivescovo Celestino Migliore, Nunzio Apostolico e Osservatore Permanente della Santa Sede, lo ha affermato questo lunedì intervenendo alla 64ma sessione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite nella commemorazione del 15° anniversario della Conferenza Internazionale su Popolazione e Sviluppo (ICPD), svoltasi al Cairo nel 1994.

Il rinnovamento degli sforzi per rispondere alla salute integrale e alle necessità sociali della comunità, ha infatti osservato, implica il fatto di “tener conto delle necessità sociali, culturali e spirituali di tutti”, soprattutto dei più vulnerabili.

Paura “infondata” della sovrappopolazione

Quando gli Stati si sono riuniti al Cairo nel 1994, ha riconosciuto monsignor Migliore, molti di loro “avevano l'impressione che si sarebbe verificata un'esplosione di popolazione che avrebbe ostacolato la possibilità di raggiungere un adeguato sviluppo economico globale”.

Quindici anni dopo, si è constatato che questa percezione era “infondata”.

In molti Paesi sviluppati, infatti, la crescita della popolazione “è diminuita al punto che alcuni legislatori nazionali stanno ora incoraggiando un aumento dei tassi di natalità per assicurare una crescita economica continuata”.

Numerosi Paesi poveri, dal canto loro, hanno sperimentato una crescita “a tassi precedentemente non raggiunti”, e la più grande sfida allo sviluppo “non è l'esplosione della popolazione, ma l'irresponsabile gestione economica a livello mondiale e locale”.

“L'ingegnosità umana e la capacità delle persone di collaborare”, ha aggiunto il presule, hanno inoltre dimostrato che gli uomini sono “la più grande risorsa mondiale”.

L'importanza della famiglia

La Conferenza Internazionale su Popolazione e Sviluppo, ha constatato l'Osservatore Permanente, “ha ribadito il bisogno da parte degli Stati di promuovere e rafforzare la famiglia come elemento fondamentale per produrre un maggiore sviluppo sociale ed economico”.

“La presenza sempre maggiore delle donne sul mercato del lavoro ha causato nuove sfide per la famiglia e le donne, sia nel settore lavorativo che a casa”, ha aggiunto.

“Lo sfruttamento sessuale ed economico, il traffico di donne e ragazze e le pratiche discriminatorie nel mercato lavorativo hanno sfidato i Governi a promuovere ed applicare politiche per porre fine a queste ingiustizie e a sostenere la famiglia nelle sue responsabilità”.

Riconoscere i benefici delle migrazioni

Nel suo intervento, il presule ha parlato anche delle politiche demografiche, ricordando che devono tener conto delle necessità dei migranti come parte della “responsabilità globale di porre la persona umana al centro di tutte le politiche dello sviluppo”.

Troppo spesso, ha sottolineato, le migrazioni sono considerate “una conseguenza involontaria della globalizzazione” e gli stereotipi negativi sui migranti vengono usati per “promuovere politiche che hanno un effetto disumanizzante”.

Per questo, l'Arcivescovo esorta a riconoscere “i benefici condivisi delle migrazioni”, sottolineando il fatto che i migranti “spesso forniscono competenze necessarie ai Paesi di destinazione, assicurando allo stesso tempo un prezioso sostegno ai loro Paesi d'origine”.

Allo stesso modo, chiede di “affrontare le ragioni alla base delle migrazioni e di approvare politiche che difendano i migranti dal traffico”.

Le donne: istruzione e salute

Secondo l'Arcivescovo Migliore, l'appello dell'ICPD a un'istruzione di qualità “continua ad essere il mezzo più efficace per promuovere uno sviluppo economico, sociale e politico sostenibile”.

“E' superfluo dire che l'accesso all'istruzione per le donne e le bambine a tutti i livelli è al cuore del rafforzamento delle donne nella società e della promozione dell'uguaglianza tra i sessi”, ha aggiunto.

Per il presule, affrontando il ruolo dell'ICPD sulla salute materna sono stati compiuti “troppo spesso” tentativi di “promuovere una nozione di salute sessuale e riproduttiva che va a detrimento della vita umana non ancora nata e della necessità delle donne e degli uomini nella società”.

“Suggerire che la salute riproduttiva include un diritto all'aborto viola esplicitamente il linguaggio dell'ICPD, sfida gli standard legali e morali nelle comunità locali e divide gli sforzi per affrontare le reali necessità di madri e bambini”, ha concluso.


Ratificato un accordo sul patrimonio tra Austria e Santa Sede
Scambio degli strumenti tra il Cardinal Bertone e l'ambasciatore Bolldorf

CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 14 ottobre 2009 (ZENIT.org).- La Repubblica Austriaca e la Santa Sede hanno ratificato questo mercoledì l'Accordo per regolamentare i rapporti patrimoniali tra i due Stati.

Il Segretario di Stato, il Cardinale Tarcisio Bertone, e l'ambasciatore d'Austria presso la Santa Sede, Martin Bolldorf, si sono scambiati gli strumenti di ratifica, secondo quanto ha comunicato la Sala Stampa della Santa Sede.

Con questo gesto, si ratifica il sesto Accordo Addizionale alla Convenzione tra la Santa Sede e la Repubblica Austriaca per la Regolamentazione delle Relazioni Patrimoniali del 23 giugno 1960, firmato a Vienna il 5 marzo 2009.

L'Accordo rappresenta quindi una clausola addizionale alla Convenzione che già regge la relazione su questo punto.

All'atto erano presenti, tra gli altri, il Segretario per i Rapporti con gli Stati, monsignor Dominique Mamberti; il capo del Protocollo, monsignor Fortunatus Nwachukwu, e l'aggiunto dell'ambasciata d'Austria presso la Santa Sede, Moritz Ehrmann.


Notizie dal mondo

Vescovi USA propongono regole d'azione in Afghanistan
Chiedono al Governo di rivedere le forze militari e gli obiettivi

WASHINGTON, mercoledì, 14 ottobre 2009 (ZENIT.org).- La Conferenza Episcopale degli Stati Uniti ha chiesto ai leader del Paese un uso della forza militare in Afghanistan “proporzionato e discriminato”.

Il Vescovo di Albany, monsignor Howard Hubbard, presidente della Commissione Episcopale Giustizia e Pace Internazionale, ha rivolto un appello in una lettera datata 6 ottobre al generale James Jones, consigliere per la Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti.

Il presule ha scritto la lettera per proporre suggerimenti nel momento in cui l'Ammministrazione del Paese rivedrà la sua strategia in Afghanistan.

“Anche se siamo pastori ed educatori e non esperti militari – ha dichiarato in rappresentanza di tutta la Conferenza –, possiamo condividere la dottrina e l'esperienza cattolica che può aiutare a documentare le varie opzioni politiche”.

“Riconosciamo che la situazione in Afghanistan e nel vicino Pakistan si trova ad affrontare un momento critico. Un insuccesso di questi Stati, soprattutto per il possesso di armi nucleari da parte del Pakistan, avrebbe gravi implicazioni per la sicurezza regionale e internazionale”.

Il Vescovo ha poi riconosciuto che “di fronte alle minacce terroristiche sappiamo che la nostra Nazione deve rispondere agli attacchi indiscriminati contro civili innocenti in modi che combinino la decisione di fare ciò che è necessario, il controllo per assicurare che agiamo giustamente e la saggezza per affrontare temi più ampi come la povertà e l'ingiustizia usati senza scrupoli dai terroristi per conquistare reclute”.

Ha anche alluso a una dichiarazione emessa dalla Conferenza Episcopale dopo gli attentati terroristici dell'11 settembre 2001, sottolineando alcuni dei principi in essa contenuti.

In rappresentanza degli altri Vescovi, monsignor Hubbard ha esortato l'Amministrazione a “riconsiderare l'uso della forza militare – quanto la forza sia necessaria per difendere gli innocenti e resistere al terrorismo – per assicurare che sia proporzionata e discriminata”.

Ha quindi suggerito lo sviluppo di criteri specifici per determinare “quando è appropriato porre fine all'azione militare in Afghanistan”.

Allo stesso modo, la Conferenza esorta l'Amministrazione a concentrarsi di più “sulla diplomazia, sullo sviluppo a lungo termine, soprattutto sui programmi agricoli, e sull'assistenza umanitaria”.

Ciò, ha proseguito, sarebbe importante per “rafforzare il buongoverno locale e la partecipazione dei gruppi locali alla pianificazione del proprio sviluppo” e per “promuovere il sostegno internazionale alla creazione di Governi efficaci nazionali e locali”.

“L'implicazione militare nello sviluppo dovrebbe essere ridotta progressivamente nella misura in cui la situazione si stabilizza e le agenzie civili riprendono la loro attività”, ha affermato il Vescovo.

I suoi suggerimenti, ha segnalato, provengono anche dalle consultazioni sull'esperienza del Catholic Relief Services (la Caritas statunitense), un'organizzazione che lavora in Afghanistan da un decennio in progetti locali che abbracciano l'agricoltura, la questione idrica, la promozione di entrate, l'istruzione e la sanità.

La sua “capacità di sviluppare collaborazioni locali, di coinvolgere la gente nell'analisi delle sue necessità e nella determinazione delle priorità si traduce nel fatto che queste comunità sono più impegnate nel proprio sviluppo”, ha affermato il Vescovo di Albany.

“Noi Vescovi riconosciamo che il nostro Paese ha la responsabilità morale di combattere il terrorismo e di aiutare a ricostruire l'Afghanistan”.

“Non ci sono risposte facili su come realizzare al meglio questi obiettivi”, ha riconosciuto, ma ha anche espresso la speranza che queste riflessioni aiutino le autorità a pianificare una strategia sul futuro lavoro in Afghanistan.


La mentalità antivita e le conseguenze per la famiglia
Secondo Elizabeth Bunster, cofondatrice del Progetto Speranza


di Carmen Elena Villa

AREQUIPA, mercoledì, 14 ottobre 2009 (ZENIT.org).- I criteri della cultura della morte rappresentano una minaccia per la società a partire dal suo nucleo fondamentale, la famiglia.

Lo ha affermato l'orientatrice familiare Elizabeth Bunster, cofondatrice del Proyecto Esperanza (Progetto Speranza), nell'intervento sul tema “Conseguenze della mentalità antivita all'interno della famiglia”, pronunciato durante l'Incontro Latinoamericano di Azione per la donna, svoltosi all'Università Cattolica di San Paolo di Arequipa (Perù) alla fine di settembre.

L'obiettivo principale del Proyecto Esperanza è quello di dare accompagnamento pastorale e psicologico alle donne che hanno abortito perché trovino la riconciliazione nella loro vita.

L'entità presta i suoi servizi pastorali in Cile, Colombia, Ecuador, Perù, Bolivia, Nicaragua, El Salvador e Costa Rica.

Ferire la famiglia

Secondo Elizabeth Bunster, la famiglia ha subito vari attacchi vedendo disconosciuto il suo ruolo naturale e storico nella vita della società e debilitata “l'indissolubilità del matrimonio, vincolo tra un uomo e una donna”.

L'esperta ha definito negativo il fatto che la società modifichi il concetto di famiglia “non fornendo sostegno alle famiglie che desiderano vari figli, e ancor di più proibendo loro di essere numerose o di promuovere la fertilità come se fosse una malattia e i figli un peso”, nonché “respingendo il diritto insostituibile dei genitori di educare e trasmettere i valori autenticamente umani alle nuove generazioni”.

“La famiglia è attaccata e messa alle strette in una cultura materialista, molte volte con l'impossibilità di un lavoro degno e stabile, non protetta dai sistemi statali e dalle politiche pubbliche che cercano sempre più la riduzione dei membri di questa istituzione naturale”, ha aggiunto la Bunster.

Conseguenze per la donna

In questo momento, ha aggiunto, si presentano invece nuove proposte per le famiglie moderne con migliaia di ripercussioni negative a livello familiare.

“La sterilizzazione o la promozione delle campagne di controllo demografico sono promosse come un beneficio e una forma di libertà per la donna attraverso la contraccezione, che non tiene conto delle conseguenze per la salute della donna e per i figli”, ha affermato.

Queste politiche implicano conseguenze come “il riconoscimento delle coppie di fatto e delle unioni omosessuali, e dell'adozione di bambini da parte di queste”.

Tali tendenza mostrano un concetto utilitaristico e una cultura dell'usa e getta”, con idee come “il cosiddetto diritto alla morte degna o eutanasia, il diritto di avere figli sani, di eliminare ogni tipo di violenza contro la donna come una gravidanza forzata”.

Ciò porta a una “cultura edonista, cerca il piacere al di sopra della dignità della persona e del valore della vita”.

La Bunster ha anche illustrato come i metodi anticoncezionali in varie occasioni possano promuovere il machismo: “C'è una chiara tendenza a usare l'aborto o a recriminare contro la donna perché non usa bene gli anticoncezionali”.

Partendo dalla sua esperienza nel Proyecto Esperanza, l'esperta ha sottolineato il profondo contraccolpo morale, psicologico e fisico per la donna, con conseguenze come “un profondo danno all'autostima, incubi, alterazioni del sonno, disaccordi con la famiglia o con gli altri, depressione, perdita del senso della vita, ansia, solitudine, rimorso”.

Allo stesso modo, le donne presentano in questi casi “senso di colpa, rabbia, dolore, disturbi alimentari, disturbi della condotta, ricerca di fuga nella droga o nell'alcool, tentativi di suicidio”; “sono tormentante dal peso di sapersi responsabili di una perdita così dolorosa”.

Per ulteriori informazioni: www.proyectoesperanza.cl


[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]


Italia

Presentata a Roma la seconda edizione del JOSP Fest
Il Festival del turismo religioso organizzato dall’Opera Romana Pellegrinaggi

ROMA, mercoledì, 14 ottobre 2009 (ZENIT.org).- È stata presentata questo mercoledì mattina a Roma la seconda edizione del JOSP Fest, il Festival internazionale dedicato ai “viaggi” dello spirito, promosso dall'Opera Romana Pellegrinaggi (O.R.P.), che lo scorso anno ha accolto ben 35mila visitatori.

Il Journeys of the Spirit Festival è una manifestazione che mira a celebrare i pellegrini e a coinvolgere tutti coloro che desiderano mettersi in cammino verso santuari e altri luoghi sacri, con lo scopo di stimolarli e contribuire alla loro crescita spirituale.

Organizzato da Quovadis, il JOSP Fest, che quest'anno ha come tema “Non nascondermi il tuo volto” (Sal 26, 9), si terrà dal 14 al 17 gennaio alla Nuova Fiera di Roma.

Per questa seconda edizione, che riunirà 400 espositori da 4 continenti, gli organizzatori prevedono circa 100.000 visitatori.

Attraverso una serie di incontri, seminari e tavole rotonde, il Festival punterà a creare un confronto aperto a tutti sul concetto del value grounded tourism, in modo da chiarire cosa vuol dire “fare” turismo valoriale.

Per aiutare gli operatori che lavorano nel turismo, il Festival ospiterà per la prima volta il JOSP trade workshop, incentrato sulle opportunità del business-to-business. Il workshop inizierà con la presentazione dei prodotti turistici legati al mondo del pellegrinaggio e ai “viaggi dello Spirito”.

Poi un gruppo di buyer nazionali e internazionali, scelti dall'Opera Romana Pellegrinaggi, s’incontreranno con gli espositori di JOSP Fest con lo scopo di far crescere la loro presenza nel settore. Inoltre al JOSP trade workshop parteciperanno i leader del mondo del turismo.

In programma anche momenti di arte e di spettacolo. Il Festival si servirà, infatti, del linguaggio universale della musica, del teatro, della danza e del cinema, per far “abbracciare” tutti i popoli del mondo.

Oltre agli artisti italiani, l’agenda include artisti di fama internazionale come la cantante tibetana Yungchen Lhamo, conosciuta per i suoi messaggi di straordinaria spiritualità, e il ghanese Rocky Dawuni, un artista reggae affermato per il suo impegno nell’ambito della giustizia sociale.

Il pubblico sarà coinvolto anche direttamente con una mostra fotografica “In Viaggio attraverso i tuoi occhi”. Ognuno potrà inviare una foto del proprio pellegrinaggio e potrà vederla esposta durante il Festival in un apposito spazio creato per la mostra.

Nel prendere la parola, durante la conferenza stampa odierna, monsignor Liberio Andreatta, Vicepresidente dell’O.R.P., ha spiegato che “nella società dell’egoismo e dell’individualismo, il pellegrinaggio recupera la dimensione del dialogo, di un tempo e uno spazio comune”, e permette di “camminare insieme nella diversità, riscoprendo arte, storia, cultura, i valori alla base del nostro vivere sociale”.

Dal canto suo, padre Caesar Atuire, Amministratore delegato dell’O.R.P., ha detto che “un festival è un momento in cui si celebra lo spirito di una comunità e l’espressione di una cultura. È importante guardare il mondo con gli occhi anche delle altre culture, per evitare conflitti; per far questo, è necessario muoversi, viaggiare e conoscere l’Altro”.

[Per ulteriori informazioni: www.jospfest.com]


Nonostante la crisi, cresce la vendita di libri religiosi
L’Unione Editori e Librai Cattolici Italiani rileva una crescita di 350.000 lettori

di Antonio Gaspari

ROMA, mercoledì, 14 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Non vengono conteggiati nelle classifiche stilate dai quotidiani nelle pagine dedicate alla vendita dei libri. Se trattano di temi mariani o legati alla devozione sono oggetto del disprezzo degli ambienti radical-scic.

Gli atei li indicano come portatori dell’oppio dei popoli. Eppure, in una fase di forte crisi nella vendita dei libri, l’editoria cattolica fa segnare un consistente incremento di lettori: più 350.000 negli anni che vanno dal 2000 al 2007.

Alla vigilia della Buchmesse di Francoforte l’Ufficio studi dell’Aie (l’Associazione Italiana Editori) per conto dell’Uelci (l’Unione Editori e Librai Cattolici Italiani) ha reso noto i risultati di un “Rapporto sul mercato dell’editoria cattolica e della libreria religiosa”.

Secondo il report coordinato da Giovanni Peresson crescono i lettori di testi religiosi (350.000 in più dal 2000 al 2007), e cresce la produzione di questo tipo di titoli, circa quattromila nel 2008, con un mercato che vale - a prezzo di copertina - 235 milioni di euro.

Secondo il rapporto sta cambiando il pubblico dei lettori: aumentano i giovani, mentre scende il numero del clero e dei religiosi. Del fenomeno se ne sono accorti anche gli editori laici che stanno cercando di strappare titoli e autori all’editoria cattolica.

Il rapporto in questione registra un aumento del 13,8% nella domanda di lettura di libri su tematiche “religiose”.

Tra il 2000 e il 2007 è cresciuta sensibilmente la domanda dei lettori di libri religiosi: all’inizio del decennio erano 2,650 milioni (l’11,5% di chi si dichiarava lettore nel “tempo libero”), sette anni dopo sono passati a 3,015 milioni (il 12,5% dei lettori di “almeno un libro nei 12 mesi precedenti”).

L’incremento è del 13,8%: decisamente superiore alla crescita media fatta registrare dalla lettura nel nostro Paese nello stesso periodo (+4,7%). I dati disponibili si fermano al 2007, ma gli indicatori confermano il proseguimento del trend per quello che è uno dei segmenti di domanda più dinamici in Italia nell’ultimo periodo: inferiore solo ad “attualità” (+23,6%) e “arte” (+14,7%); rafforzato anche dalla nuova traduzione della Bibbia della Conferenza Episcopale Italiana.

E’ probabile che la crescita della domanda sia anche più alta considerando la dimensione religiosa al centro di libri di saggistica e varia che affrontano temi come la bioetica, la geopolitica, ecc. Nello specifico settore che riguarda il clero tra il 1999 ed il 2007, si verifica un -6,8% tra i sacerdoti, compensato da un +2,1% tra le religiose.

L’interesse alla lettura di libri di argomento religioso cresce in pressoché tutte le fasce giovanili della popolazione: dal 6,4% al 7,3% tra i 20-24enni; dal 13,4% al 15,0% tra i 45-54enni. Oggi il 49,6% dei lettori ha tra 25 e 54 anni.

Cresce anche la produzione di libri di argomento religioso: sono quasi il 10% dei libri di varia.

Nel 2008 sono stati pubblicati dalle case editrici italiane 4.125 titoli di libri religiosi ( il 9,7% della produzione editoriale di varia immessa nei canali di vendita) e sono 9,7 milioni le copie distribuite (il 14,8% del distribuito totale).

Anche in questo caso si assiste a una crescita dell’offerta di libri religiosi: nel 2000 erano il 6,8% di tutti i titoli di varia pubblicati, oggi sfiorano l’8% . Questa crescita si traduce in un +10,8% come effetto della crescita di un’offerta che sta avvenendo attraverso processi di crescente segmentazione.

Sono quasi 500 le case editrici oggi attive nel segmento religioso. Tra editori religiosi (cattolici e non) e laici nel 2008 erano 483 le case editrici che avevano in catalogo almeno un titolo di argomento religioso. Di queste, 209 sono editori di varia “laici”, e 274 quelli propriamente religiosi.

Delle 274 editrici del segmento religioso 32 sono riconducibili a religioni e filosofie orientali, evangelici, islam, ebraismo. L’editoria cattolica esprime il 9% degli addetti delle case editrici italiane.

Nel 2008, gli editori cattolici hanno pubblicato 2.717 titoli, il 66% dei titoli religiosi. La parte restante della produzione è stata realizzata da case editrici religiose, ma appartenenti ad altre fedi (345 titoli; l’8,4%), e soprattutto da case editrici “laiche” (1.038 titoli; 25,3%).

Per quanto riguarda il tipo di titoli non ci sono solo titoli di catechesi (8,3% di titoli), devozionali (9,1%), ma anche libri per bambini (2,7%), scolastici (10,2%) e un 55,7% di “altro”, in cui confluiscono microsegmenti che vanno dal dialogo interreligioso, alla bioetica, alle scienze bibliche, alla saggistica in generale, all’arte, alla storia della Chiesa o delle religioni, ai problemi della famiglia, ecc.

Il mercato dell’editoria cattolica (2008) vale - a prezzo di copertina - 235,3 milioni di euro, un valore che rappresenta il 9,5% del mercato italiano del libro venduto nei canali trade (libreria, grande distribuzione, Internet, edicola, fiere e saloni).

Un valore che è il risultato di settori di mercato diversi: innanzitutto quello delle riviste,quello scolastico, gli audiovisivi, i libri.

Circa la diffusione sul territorio le librerie cattoliche sono il 14% delle librerie italiane. Inoltre a queste librerie si possono aggiungere altri 488 punti vendita, che però non hanno come attività prevalente quella della vendita di libri (sono localizzati presso enti religiosi, monasteri, ecc.).

In funzione di un progetto per un’editoria che guarda ai libri non solo come beni di consumo, bensì come opportunità per incidere nelle mediazioni culturali e di formazione del Paese, Enzo Pagani, libraio e vicepresidente dell’Uelci, ha spiegato che: “le librerie religiose affrontano il futuro con un ampliamento dei servizi soprattutto riconoscendo la necessità di dare spazio anche all’editoria di varia, non per ragioni di sopravvivenza nel mercato, ma per offrire un panorama più ampio alla sua offerta religiosa e un servizio più completo alla propria clientela fidelizzata”.


 





ViviCentro (art. 19 e 21)

La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).
 
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Mercoledì, 14 Ottobre 2009: Accadde Oggi  


Forum

La crisi economica, un'opportunità per salvare matrimoni
Le coppie rimandano il divorzio per i problemi finanziari

di Carl Anderson*

NEW HAVEN, martedì, 13 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Qualsiasi problema abbia creato la recessione, ha anche fornito a ciascuno di noi, così come alle parrocchie e alle organizzazioni cattoliche, una grande opportunità di aiutare a salvare i matrimoni.

I dati sembrano mostrare che in occasione dell'attuale crisi economica si sta verificando la stessa tendenza che si riscontrò nella Grande Depressioone degli anni Trenta, quando i tassi di divorzio precipitarono.

Il mese scorso, l'agenzia France Press ha riportato che i tassi di divorzio in Spagna sono diminuiti del 12,5% e le separazioni di quasi il 25%. Negli Stati Uniti i rapporti suggeriscono un calo simile.

Storie che spaziano da Washington, D.C. a Phoenix (Arizona) e a Reno (Nevada) suggeriscono una tendenza nazionale che porta la gente almeno a rimandare il divorzio, visto che non si riesce ad “andare avanti da soli”.

Steve King, avvocato divorzista di Reno, ha riferito al giornale locale “Gazette Journal” che “alcuni si trovano in una situazione per cui non si ottiene niente con il divorzio, se non il fatto di tornare ad essere single. […] Spesso non ci si possono permettere due case separate o il pagamento dell'affitto, e questo se entrambi i coniugi hanno ancora un lavoro”.

Visto che questo approccio sconsolante ma pratico sta prendendo piede, dobbiamo approfittare di questa situazione per aiutare quanti “rimandano” il divorzio ad evitarlo del tutto.

I cattolici hanno un'opportunità unica di ribadire l'importanza del matrimonio a molte persone che in precedenza potrebbero non essere state ricettive nei confronti di questo messaggio. A chi considera improvvisamente la possibilità di mettere fine al proprio matrimonio, l'insegnamento matrimoniale della Chiesa offre speranza.

Come ha affermato Beendetto XVI il mese scorso, la ferma convinzione della Chiesa è che la vera soluzione ai problemi che affrontano oggi le coppie sposate e che indeboliscono la loro unione è un ritorno alla solidità della famiglia cristiana, un luogo di fiducia e donazione reciproca, di rispetto per la libertà e di educazione alla vita sociale.

Il ruolo della Chiesa

L'insegnamento della Chiesa ha un forte messaggio a livello teologico – e pratico – per chi rimane insieme.

Consideriamo questo: uno studio del 2002 dell'Istituto per i Valori Americani ha rivelato che “i due terzi delle persone con un matrimonio infelice che sono rimasti insieme ha affermato che il loro matrimonio era felice cinque anni dopo, e i matrimoni più infelici hanno sperimentato i cambiamenti maggiori”.

Anche a livello economico, il divorzio ha conseguenze terribili. Studi delle conseguenze finanziarie dei divorzi sulle donne e i bambini hanno evidenziato come dopo il divorzio la ex moglie e i figli abbiano subito un declino tra il 30 e il 73% dello standard di vita.

La religione ha giocato un ruolo cruciale nelle tendenze relative al divorzio.

Secondo l'esperta Barbara Dafoe Whitehead, i tassi di divorzio sono stati incoraggiati dalla tendenza diffusa in molte religioni a considerare il matrimonio come il campo d'azione della psicologia più che della teologia. “I terapisti sono diventati gli insegnanti e coloro che dettano le regole del matrimonio, e poi della dissoluzione del matrimonio stesso”.

Il risultato è stato incredibile. Il clero e altre persone che danno consigli matrimoniali hanno ceduto il proprio ruolo ai terapisti, ha sottolineato la Whitehead. “In contrasto con i primi che offrivano aiuto al matrimonio come parte della loro vocazione, i terapisti hanno venduto i loro servizi sul mercato”.

“La paura dello sfruttamento commerciale del divorzio è scomparsa ed è aumentato il suo potenziale commerciale”, ha aggiunto.

Se però il denaro è troppo poco per divorziare, sarebbe bene che le persone cercassero aiuto in sedi meno costose, sedi che per la maggior parte del XX secolo, ha ricordato la Whitehead, hanno incluso la famiglia, gli amici e il clero.

Il nostro ruolo come cattolici non potrebbe essere più importante.

Parlando il mese scorso ai Vescovi brasiliani riuniti a Roma per la loro visita “ad limina”, Benedetto XVI ha esortato infatti i sacerdoti “ad accompagnare le famiglie affinché non siano sedotte dagli stili di vita relativisti promossi dal cinema, dalla televisione e da altri mezzi di comunicazione”.

Un compito per ciascuno

Il Papa ha anche parlato dell'importanza della testimonianza delle famiglie cattoliche, dicendo: “Ho fiducia nella testimonianza delle famiglie che hanno tratto la forza di superare le prove dal sacramento del matrimonio. [...] E' sulla base di famiglie come queste che si deve ricreare il tessuto sociale”.

In un momento in cui i problemi economici ci danno una maggiore opportunità di salvare i matrimoni, possiamo fare molto.

Per i sacerdoti, questo significa mettere in guardia le coppie sposate sui pericoli del divorzio e sulla speranza che deriva dal superamento dei problemi in un vincolo matrimoniale.

Per le coppie sposate, affrontare i problemi significa lavorare in coppia, sostenute dalla Chiesa, per vincere insieme i loro problemi.

Per le coppie sposate il cui matrimonio è felice, significa essere d'esempio e mostrare l'amore che è possibile e può essere realizzato in un matrimonio, e condividere i mezzi con cui si sono superate le difficoltà passate.

Per ciascuno di noi, infine, significa ascoltare gli amici il cui matrimonio può essere difficile e indirizzarli verso risorse che li possano aiutare a salvare il loro legame, memori del fatto che a livello sia teologico che pratico il divorzio e la separazione hanno sempre conseguenze drammatiche.

Con il nostro esempio, i nostri consigli e il nostro aiuto a chi pensa al divorzio – soprattutto in questo momento –, non dobbiamo perdere l'opportunità di aiutare a costruire la civiltà dell'amore, una famiglia e un matrimonio alla volta.


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*Carl Anderson è Cavaliere Supremo dei Cavalieri di Colombo e autore di bestseller.


Udienza del mercoledì

Riflessione di Benedetto XVI su Pietro il Venerabile, Abate di Cluny
Catechesi per l'Udienza generale del mercoledì

CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 14 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il discorso pronunciato questo mercoledì da Benedetto XVI nell'incontrare i fedeli e i pellegrini in piazza San Pietro per la tradizionale Udienza generale.

Nel discorso in lingua italiana, il Papa, continuando il ciclo di catechesi sui grandi Scrittori della Chiesa di Oriente e di Occidente del Medioevo, si è soffermato su Pietro il Venerabile (1094-1156).

* * *

Cari fratelli e sorelle,

la figura di Pietro il Venerabile, che vorrei presentare nell’odierna catechesi, ci riconduce alla celebre abbazia di Cluny, al suo «decoro» (decor) e al suo «nitore» (nitor) – per usare termini ricorrenti nei testi cluniacensi – decoro e splendore, che si ammirano soprattutto nella bellezza della liturgia, via privilegiata per giungere a Dio. Più ancora che questi aspetti, però, la personalità di Pietro richiama la santità dei grandi abati cluniacensi: a Cluny "non ci fu un solo abate che non sia stato un santo", affermava nel 1080 il Papa Gregorio VII. Tra questi si colloca Pietro il Venerabile, il quale raccoglie in sé un po’ tutte le virtù dei suoi predecessori, sebbene già con lui Cluny, di fronte agli Ordini nuovi come quello di Cîteaux, inizi a risentire qualche sintomo di crisi. Pietro è un esempio mirabile di asceta rigoroso con se stesso e comprensivo con gli altri. Nato attorno al 1094 nella regione francese dell’Alvernia, entrò bambino nel monastero di Sauxillanges, ove divenne monaco professo e poi priore. Nel 1122 fu eletto Abate di Cluny, e in tale carica rimase fino alla morte, avvenuta nel giorno di Natale del 1156, come egli aveva desiderato. "Amante della pace – scrive il suo biografo Rodolfo – ottenne la pace nella gloria di Dio il giorno della pace" (Vita, I,17; PL 189,28).

Quanti lo conobbero ne esaltarono la signorile mitezza, il sereno equilibrio, il dominio di sé, la rettitudine, la lealtà, la lucidità e la speciale attitudine a mediare. "È nella mia stessa natura – scriveva - di essere alquanto portato all’indulgenza; a ciò mi incita la mia abitudine a perdonare. Sono assuefatto a sopportare e a perdonare" (Ep. 192, in: The Letters of Peter the Venerable, Harvard University Press, 1967, p. 446). Diceva ancora: "Con quelli che odiano la pace vorremmo, possibilmente, sempre essere pacifici" (Ep. 100, l.c., p. 261). E scriveva di sé: "Non sono di quelli che non sono contenti della loro sorte, … il cui spirito è sempre nell’ansia o nel dubbio, e che si lamentano perché tutti gli altri si riposano e loro sono i soli a lavorare" (Ep. 182, p. 425). Di indole sensibile e affettuosa, sapeva congiungere l’amore per il Signore con la tenerezza verso i familiari, particolarmente verso la madre, e verso gli amici. Fu un cultore dell’amicizia, in modo speciale nei confronti dei suoi monaci, che abitualmente si confidavano con lui, sicuri di essere accolti e compresi. Secondo la testimonianza del biografo, "non disprezzava e non respingeva nessuno" (Vita, I,3: PL 189,19); "appariva a tutti amabile; nella sua bontà innata era aperto a tutti" (ibid., I,1: PL, 189,17).

Potremmo dire che questo santo Abate costituisce un esempio anche per i monaci e i cristiani di questo nostro tempo, segnato da un ritmo di vita frenetico, dove non rari sono gli episodi di intolleranza e di incomunicabilità, le divisioni e i conflitti. La sua testimonianza ci invita a saper unire l’amore a Dio con l’amore al prossimo, e a non stancarci nel riannodare rapporti di fraternità e di riconciliazione. Così in effetti agiva Pietro il Venerabile, che si trovò a guidare il monastero di Cluny in anni non molto tranquilli per varie ragioni esterne e interne all’Abbazia, riuscendo ad essere al tempo stesso severo e dotato di profonda umanità. Soleva dire: "Da un uomo si potrà ottenere di più tollerandolo, che non irritandolo con le lamentele" (Ep. 172, l.c., p. 409). In ragione del suo ufficio dovette affrontare frequenti viaggi in Italia, in Inghilterra, in Germania, in Spagna. L’abbandono forzato della quiete contemplativa gli pesava. Confessava: "Vado da un luogo all’altro, mi affanno, mi inquieto, mi tormento, trascinato qua e là; ho la mente rivolta ora agli affari miei ora a quelli degli altri, non senza grande agitazione del mio animo" (Ep. 91, l.c., p. 233). Pur dovendosi destreggiare tra poteri e signorie che circondavano Cluny, riuscì comunque, grazie al suo senso della misura, alla sua magnanimità e al suo realismo, a conservare un’abituale tranquillità. Tra le personalità con cui entrò in relazione ci fu Bernardo di Clairvaux con il quale intrattenne un rapporto di crescente amicizia, pur nella diversità del temperamento e delle prospettive. Bernardo lo definiva: "uomo importante, occupato in faccende importanti" e aveva grande stima di lui (Ep. 147, ed. Scriptorium Claravallense, Milano 1986, VI/1, pp. 658-660), mentre Pietro il Venerabile definiva Bernardo "lucerna della Chiesa" (Ep. 164, p. 396), "forte e splendida colonna dell’ordine monastico e di tutta la Chiesa" (Ep. 175, p. 418).

Con vivo senso ecclesiale, Pietro il Venerabile affermava che le vicende del popolo cristiano devono essere sentite nell’"intimo del cuore" da quanti si annoverano "tra i membri del corpo di Cristo" (Ep. 164, l.c., p. 397). E aggiungeva: "Non è alimentato dallo spirito di Cristo chi non sente le ferite del corpo di Cristo", ovunque esse si producano (ibid.). Mostrava inoltre cura e sollecitudine anche per chi era al di fuori della Chiesa, in particolare per gli ebrei e i musulmani: per favorire la conoscenza di questi ultimi provvide a far tradurre il Corano. Osserva al riguardo uno storico recente: "In mezzo all’intransigenza degli uomini del Medioevo – anche dei più grandi tra essi –, noi ammiriamo qui un esempio sublime della delicatezza a cui conduce la carità cristiana" (J. Leclercq, Pietro il Venerabile, Jaca Book, 1991, p. 189). Altri aspetti della vita cristiana a lui cari erano l’amore per l’Eucaristia e la devozione verso la Vergine Maria. Sul Santissimo Sacramento ci ha lasciato pagine che costituiscono "uno dei capolavori della letteratura eucaristica di tutti i tempi" (ibid., p. 267), e sulla Madre di Dio ha scritto riflessioni illuminanti, contemplandola sempre in stretta relazione con Gesù Redentore e con la sua opera di salvezza. Basti riportare questa sua ispirata elevazione: "Salve, Vergine benedetta, che hai messo in fuga la maledizione. Salve, madre dell’Altissimo, sposa dell’Agnello mitissimo. Tu hai vinto il serpente, gli hai schiacciato il capo, quando il Dio da te generato lo ha annientato… Stella fulgente dell’oriente, che metti in fuga le ombre dell’occidente. Aurora che precede il sole, giorno che ignora la notte… Prega il Dio che da te è nato, perché sciolga il nostro peccato e, dopo il perdono, ci conceda la grazia e la gloria" (Carmina, PL 189, 1018-1019).

Pietro il Venerabile nutriva anche una predilezione per l’attività letteraria e ne possedeva il talento. Annotava le sue riflessioni, persuaso dell’importanza di usare la penna quasi come un aratro per "spargere nella carta il seme del Verbo" (Ep. 20, p. 38). Anche se non fu un teologo sistematico, fu un grande indagatore del mistero di Dio. La sua teologia affonda le radici nella preghiera, specie in quella liturgica e tra i misteri di Cristo, egli prediligeva quello della Trasfigurazione, nel quale già si prefigura la Risurrezione. Fu proprio lui ad introdurre a Cluny tale festa, componendone uno speciale ufficio, in cui si riflette la caratteristica pietà teologica di Pietro e dell’Ordine cluniacense, tesa tutta alla contemplazione del volto glorioso (gloriosa facies) di Cristo, trovandovi le ragioni di quell’ardente gioia che contrassegnava il suo spirito e si irradiava nella liturgia del monastero.

Cari fratelli e sorelle, questo santo monaco è certamente un grande esempio di santità monastica, alimentata alle sorgenti della tradizione benedettina. Per lui l’ideale del monaco consiste nell’"aderire tenacemente a Cristo" (Ep. 53, l.c., p. 161), in una vita claustrale contraddistinta dalla "umiltà monastica" (ibid.) e dalla laboriosità (Ep. 77, l.c., p. 211), come pure da un clima di silenziosa contemplazione e di costante lode a Dio. La prima e più importante occupazione del monaco, secondo Pietro di Cluny, è la celebrazione solenne dell’ufficio divino – "opera celeste e di tutte la più utile" (Statuta, I, 1026) – da accompagnare con la lettura, la meditazione, l’orazione personale e la penitenza osservata con discrezione (cfr Ep. 20, l.c., p. 40). In questo modo tutta la vita risulta pervasa di amore profondo per Dio e di amore per gli altri, un amore che si esprime nella sincera apertura al prossimo, nel perdono e nella ricerca della pace. Potremmo dire, concludendo, che se questo stile di vita unito al lavoro quotidiano, costituisce, per san Benedetto, l’ideale del monaco, esso concerne anche tutti noi, può essere, in grande misura, lo stile di vita del cristiano che vuole diventare autentico discepolo di Cristo, caratterizzato proprio dall’adesione tenace a Lui, dall’umiltà, dalla laboriosità e dalla capacità di perdono e di pace.

[Il Papa ha poi salutato i pellegrini in diverse lingue. In Italiano ha detto:]

Rivolgo il mio cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare saluto i delegati della Famiglia di Radio Maria, provenienti dai vari Continenti e li incoraggio a proseguire la loro importante opera a servizio della diffusione del Vangelo. Saluto i rappresentanti del Villaggio don Bosco di Tivoli, accompagnati dal Vescovo Mons. Mauro Parmeggiani; cari amici, il centenario della nascita del vostro fondatore, il compianto don Nello Del Raso, sia occasione propizia per continuare fedelmente la sua intuizione educativa. Saluto il gruppo dei Consoli di Milano e della Lombardia e li incoraggio ad operare con rinnovato impegno in favore dell’uomo e della sua dignità.

Il mio pensiero va infine ai giovani, ai malati ed agli sposi novelli. Carissimi, celebreremo domani la festa di santa Teresa d’Avila, Dottore della Chiesa. Questa grande Santa testimoni a voi, cari giovani, che l’amore autentico non può essere scisso dalla verità; aiuti a voi, cari malati, a comprendere che la croce di Cristo è mistero di amore che redime l’umana sofferenza. Per voi, cari sposi novelli, sia modello di fedeltà a Dio, che affida ad ognuno una speciale missione.

[© Copyright 2009 - Libreria Editrice Vaticana]


Documenti sulla web di ZENIT

Interventi pronunciati dai Padri sinodali la mattina del 13 ottobre

CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 14 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Nella Sezione Documenti della pagina web di ZENIT è possibile leggere gli interventi tenuti dai Padri sinodali la mattina del 13 ottobre.

 





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La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).
 
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