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News dal Vaticano :: Il mondo visto da Roma - 15 Ottobre 2009
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Il mondo visto da Roma - 15 Ottobre 2009
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Giovedì, 15 Ottobre 2009: Accadde Oggi  


Il mondo visto da Roma

  SINODO SPECIALE SULL'AFRICA
Vescovi africani contro l'imperialismo culturale dell'Occidente
Sinodo: la discussione si sposta nei circoli minori
Il Sinodo per l'Africa dà spazio all'arte

SANTA SEDE
I libri del Papa conquistano anche le librerie “laiche”
Il Papa auspica la ricollocazione della statua di Monte Mario
Il dialogo tra cattolici e protestanti entra in una nuova fase
La Santa Sede chiede più impegno nella tutela dei cristiani
Iniziano i colloqui con la Fraternità San Pio X
La Santa Sede lancia un appello per la difesa della supremazia del diritto

NOTIZIE DAL MONDO
Leader cristiani: le migrazioni sono “un problema umano di fondo”
Uganda: ricostruzione difficile dopo l'abbandono dei campi per sfollati

DOTTRINA SOCIALE E BENE COMUNE
Che cosa dice alla Cina la “Caritas in Veritate”?

ITALIA
Card. Ruini: in Italia, “auto-referenzialità del mondo cattolico”
Il monachesimo come apertura all’infinito
Un incontro approfondisce il ruolo della donna in Africa

DOCUMENTI
Intervento della Santa Sede all'Osce sull'intolleranza anticristiana

DOCUMENTI SULLA WEB DI ZENIT
Interventi “in scriptis” e relazioni dei Circoli minori (15 ottobre mattina)


Sinodo speciale sull'Africa

Vescovi africani contro l'imperialismo culturale dell'Occidente
Gli aiuti umanitari non possono essere condizionati

di Carmen Elena Villa

CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 15 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Gli aiuti umanitari che arrivano al continente africano sono a volte accompagnati da “una sorta di imperialismo culturale”, ha denunciato il Cardinale Théodore-Adrien Sarr, Arcivescovo di Dakar (Senegal).

Il porporato è intervenuto questo mercoledì durante una conferenza stampa nella quale è stato presentato un primo bilancio della seconda Assemblea Sinodale per l'Africa, in svolgimento dal 5 al 24 ottobre.

“Se ci vogliono aiutare, non possono però instillarci idee che non riteniamo corrette. Vogliamo essere aiutati, ma nella verità, e rispettati per quello che siamo”, ha detto.

Per questo, ha esortato a che “i popoli occidentali si distacchino dal pensiero che tutto quel che credono e fanno diventi regola in tutto il mondo”.

Da parte sua, il Cardinale John Njue, Arcivescovo di Nairobi (Kenya), ha sottolineato che “la cooperazione e gli aiuti sono necessari”, ma che bisogna anche “rispettare l’indipendenza e il punto di vista, la cultura e la dignità” dei popoli africani.

Il Cardinale Njue ha osservato che “non va bene dare aiuti condizionati al cambiamento dei valori della persona su temi come l'aborto e la concezione della famiglia”, e ha indicato che “gli africani hanno bisogno di cooperazione, ma bisogna rispettare la loro indipendenza, la loro cultura e la dignità della persona umana”.

Dall'altro lato, il Cardinale Wilfrid Fox Napier, Arcivescovo di Durban (Sudafrica) e presidente delegato del Sinodo, ha affermato che “in Africa persiste una situazione difficile dal punto di vista dei conflitti e delle calamità”, e ha segnalato che, anche se c'è bisogno della cooperazione internazionale, “bisogna che l’indipendenza delle popolazioni africane venga rispettata”.

Ciò che “viene da fuori deve essere nel rispetto della cultura e della dignità della persona umana”. A questo proposito, ha portato ad esempio il settore commerciale, dove “chi soffre alla fine è il produttore”.

Il porporato ha quindi ricordato che l'Africa “ha enormi potenzialità” e che “lo sviluppo deve essere aiutato”, ma che si vuole “una partnership su un piano di parità”.


Sinodo: la discussione si sposta nei circoli minori

di Chiara Santomiero

CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 15 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Troppo poco tempo per la discussione nei circoli minori: quasi tutti i relatori dei 12 gruppi linguistici nel quali si è spezzettata la riflessione sulla relatio post disceptationem della II Assemblea per l’Africa del Sinodo dei vescovi, lo hanno messo in evidenza riportando oggi in aula la sintesi del confronto avvenuto.

E’ stato possibile, infatti, dedicare alle 25 domande poste a chiusura del documento presentato martedì pomeriggio, solo la giornata di mercoledì, nella quale i lavori sono stati interrotti alle 18.30 per offrire ai partecipanti al Sinodo la visione della sintesi di un’ora del film Rai dedicato a S. Agostino, peraltro molto apprezzata dagli spettatori.

E’ stata lamentata inoltre la stringatezza della relatio in merito ad alcuni argomenti, causata dalla necessità – sottolineata dalla segreteria del Sinodo – di condensare tutto il dibattito dell’aula in 60 mila caratteri.

Tutti gli argomenti proposti sono stati però affrontati, con alcune sottolineature ricorrenti.

Grande gioia ha recato ai partecipanti al Sinodo il carattere universale dato all’assise non solo dall’essere riuniti attorno al Papa, ma dai saluti dei rappresentanti delle conferenze episcopali degli altri continenti e dei delegati fraterni. Lo svolgimento dei lavori del Sinodo sono salutati come “esercizio autentico di comunione e di democrazia nella Chiesa”.

Al documento è stato chiesto “un maggior equilibrio tra gli approfondimenti teologici e i drammi umani dell’Africa ai quali i padri sinodali devono rispondere”. L’Africa deve godere di autonomia nella gestione delle proprie risorse, contro lo sfruttamento, altrimenti “come si può parlare di pace ad un popolo che ha fame?”.

Le ferite del continente devono essere curate attraverso la giustizia, in base a “un doppio approccio: denunciare e annunciare la Buona novella” del Vangelo per restaurare il processo di pace. E se è importante attingere dalla tradizione africana massime e pratiche utili per i riti di riconciliazione, occorre tener conto degli elementi che vi oppongono come “la solidarietà clanica e le categorie di colpe senza perdono”. Si è sottolineato ancora una volta, inoltre, che “la stregoneria è la vera guerra occulta che il continente fa al proprio interno”.

E’ stata proposta la celebrazione di una giornata della pace a livello continentale, oltre a quella del 1° gennaio.

Si è insistito molto sull’importanza della formazione a tutti i livelli. Prima e dopo il matrimonio per rinsaldare la famiglia. Per i laici, da accompagnare nella preparazione professionale, spirituale e sociale, incoraggiando a questo scopo i movimenti laicali e di Azione cattolica. Per i giovani, dei quali valorizzare il ruolo di “protagonisti della riconciliazione” e non solo deplorare la condizione di vittime.

Per i leader politici perché siano sorretti nella loro azione da un’etica di servizio e non di sfruttamento a fini personali e familiari della carica ricoperta. A questo proposito, diversi interventi hanno chiesto l’istituzione di centri per lo studio della Dottrina sociale della Chiesa e di cappellanie presso i Parlamenti nazionali e gli organismi sovranazionali africani.

Per i sacerdoti, affinché siano formati a non concepire il loro ministero come una forma di autorità ma di servizio.

E’ stata particolarmente sottolineata la necessità di valorizzare il ruolo delle donne, promuovendone la formazione e la liberazione dai condizionamenti culturali. E’ stato chiesto che le istituzioni cattoliche come le scuole e i centri di salute “si impegnino risolutamente contro la pratica delle mutilazioni genitali femminili” ed è stata proposta l’istituzione di una commissione per promuovere la dignità della donna presso la Conferenza episcopale africana oltre che la convocazione di un “incontro panafricano delle donne per dare continuità alla riflessione del Sinodo in questo campo”.

Nel campo della promozione della donna, è stato anche sottolineato il ruolo che possono svolgere i consacrati il cui contributo come agenti di riconciliazione nella vita della Chiesa africana è stato poco approfondito nella relatio post disceptationem.

I padri sinodali hanno chiesto con forza il “rispetto degli immigrati africani negli altri continenti”, non solo quando vengono trattenuti in centri di permanenza o rimandati nella loro terra d’origine, ma anche quando si fermano a lavorare e a vivere nei vari paesi.

Da più parti, infine, si è auspicato che i media contribuiscano a diffondere i contenuti del dibattito sinodale oltre che “i molti aspetti positivi del continente africano che meritano l’attenzione del mondo”.


Il Sinodo per l'Africa dà spazio all'arte
All'ingresso dell'Aula Paolo VI l'esposizione “Tempo d'Africa”

di Carmen Elena Villa

CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 15 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Oltre alle intense ore di interventi e di discussioni libere, i Cardinali, i Vescovi e gli invitati alla seconda Assemblea Sinodale per l'Africa hanno avuto l'opportunità di apprezzare anche l'arte.

Nelle tradizionali pause per il caffè o per il pranzo, all'ingresso dell'Aula Paolo VI i Padri sinodali hanno potuto arricchirsi e ispirarsi con una mostra di pittura religiosa africana.

Le nozze di Cana festeggiate dalle tribù africane, dipinte da Joseph Belly Malenga Mpasi della Repubblica Democratica del Congo, e un angelo che cerca di liberarsi dalla schiavitù di Tondo Mamgengi sono alcune delle opere che si possono ammirare in questi giorni nell'esposizione intitolata “Tempo d'Africa”.

La mostra ha la particolarità di avvicinare al cuore della Chiesa le risorse umane, le espressioni complesse e originali e le ricche tradizioni ancestrali dell'arte sacra africana.

E' organizzata con il sostegno del Centro Orientamento Educativo (COE), un'associazione di laici volontari cristiani impegnati in Italia e in vari Paesi del mondo nello sviluppo di una cultura di dialogo, scambio e solidarietà.

Il COE è stato fondato alla fine degli anni Cinquanta, e nel 1974 ha ottenuto il riconoscimento come ONG dal Ministero degli Esteri. In Africa sostiene progetti in vari Paesi, come Camerun, Zambia e Repubblica Democratica del Congo.

ZENIT ha parlato con l'organizzatore della mostra, Joseph Atangana Ndzie, che lavora come coordinatore del COE in Camerun. Per lui, l'esposizione vuole mostrare l'“ereditá cristiana dei fedeli africani e radicare il Vangelo nella loro vita”.

La mostra è nata dal sogno del sacerdote italiano Francesco Pedretti, fondatore del COE, morto dieci anni fa. Inizialmente la voleva realizzare durante il primo Sinodo per l'Africa, nel 1994. “E' un omaggio al Sinodo e al fondatore”, ha detto Joseph Atangana

Un linguaggio universale

L'organizzatore della mostra, che ha studiato arte alla Pontificia Università Urbaniana di Roma, ha sottolineato come in ogni opera si possa vedere che gli artisti esprimono “l'universalità del cristianesimo, quella identità cattolica dei fedeli africani. C'è una comunione dei sentimenti”.

“Quando qualcuno vede questo arte, c'è un linguaggio universale che può esprimere la devozione; una partecipazione all'espressione verso Dio singolare che arrichisce l'universalità della Chiesa”, ha osservato.

Per Rosa Scandella, presidente del COE, la mostra fa vedere come gli artisti africani possano essere una specie di “profeti che gridano con le loro opere i grandi valori ideali degli uomini in questo continente, troppo spesso tormentato dalle situazione storiche ma ancora capace di futuro”.

“Tempo d'Africa” rende realtà una delle principali conclusioni dopo il primo Sinodo per l'Africa: il dialogo tra il Vangelo e la cultura africana.

Esprime, come ha detto Atangana, la particolarità degli africani di “esprimere la religiosità con tutto il loro corpo, con la loro natura. Non è una fede solo di testa. E' una fede gioiosa e semplice. E' un'espressione di vita”.


Santa Sede

I libri del Papa conquistano anche le librerie “laiche”
Tavola rotonda della Libreria Editrice Vaticana alla Fiera del libro di Francoforte

FRANCOFORTE, giovedì, 15 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Le cospiscue vendite dei volumi scritti da Benedetto XVI, prima e durante il suo pontificato, testimoniano che il Papa non solo è “un forte volano per l’editoria cattolica” ma che è riuscito anche a conquistare le comuni librerie.

E' quanto è emerso questo giovedì, alla Fiera Internazionale del libro di Francoforte, durante la tavola rotonda dal titolo “Il contributo del mondo dell’editoria nella promozione e nella diffusione dell’opera di Joseph Ratzinger/Benedetto XVI)”, organizzata dalla Libreria Editrice Vaticana (LEV).

All'incontro erano presenti oltre al Direttore della LEV, don Giuseppe Costa e al Responsabile editoriale, padre Edmondo Caruana, anche il prof. Paul Henderson - Responsabile editoriale della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti d’America -, Burkhard Menke - Responsabile editoriale della Editrice Herder, che pubblica l’Opera Omnia di Joseph Ratzinger in tedesco - e il prof. Pierluca Azzaro - docente di Storia del Pensiero politico alla Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano -.

“I titoli oggi disponibili in Italia di Joseph Ratzinger e di Benedetto XVI sono 178, pubblicati complessivamente da 27 case editrici, nella stragrande maggioranza cattoliche”, ha esordito Pierluca Azzaro.

“Di questi testi, 22 sono stati pubblicati dal 1971 al 2004, dunque prima della sua elezione al Soglio pontificio – ha continuato –. Dei 156 titoli di Joseph Ratzinger pubblicati dopo la sua elezione a Papa, 100 attingono direttamente dal Magistero del Santo Padre, il resto e riferibile alla produzione di Ratzinger come Professore universitario, Arcivescovo e Cardinale”.

A questo proposito, ha detto il prof. Azzaro, “la Spe Salvi del 30 novembre 2007 in soli due mesi esauriva una prima tiratura di un milione e duecentomila copie”.

Mentre, “la Caritas in Veritate del 29 giugno 2009, partita con una tiratura iniziale di 600.000 copie, si è subito esaurita e già alla fine di luglio si è piazzata al primo posto delle maggiori classifiche dei libri più venduti in Italia, superando bestseller italiani ed internazionali”.

“Tenendo conto anche dei picchi di vendite dovuti a particolari momenti della storia di questo Pontificato – ha proseguito –, i volumi della parola di Benedetto XVI pubblicati dalla LEV e dalle altre editrici esaminate hanno una tiratura media di 15.000-20.000 copie per singolo libro, tiratura che corrisponde alle copie vendute a libro”.

Questi dati, ha poi spiegato, testimoniano quindi l’ampia diffusione del pensiero di Benedetto XVI in Italia, tanto da essere alla base del balzo all’insù del 26,7% nel venduto fatto registrare nell’ultimo anno all’editoria cattolica italiana.

“Ma il dato più significativo è un altro – ha sottolineato Pierluca Azzaro –: Benedetto XVI non è stato solo un forte volano per l’editoria cattolica. È entrato bene non già solo nelle librerie religiose, ma anche nelle comuni librerie, quelle per così  dire 'laiche'”.

Per il docente della Cattolica di Milano questi dati dimostrano che “viviamo in un tempo nel quale, forse come non mai, l’uomo grida il suo bisogno vitale di entrare in relazione con il Trascendente, l’Eterno, e questo ben al di là dei confini del campo cattolico e cristiano”.

“Il Papa risponde a questa sfida nel modo più vero e perciò più efficace possibile – ha osservato – : mette al centro del suo Magistero l’amore del Creatore per la sua creatura, l’amore smisurato di Gesù Cristo per l‘uomo”.

Parlando del contesto statunitense Paul Henderson ha quindi affermato che “uno degli obiettivi principali del mondo dell’editoria americana è proporre idee nuove”. “Quando Ratzinger era Professore e poi Cardinale a capo della Congregazione della Dottrina della Fede le opere del grande teologo si incentrarono sulla difesa della fede dal punto di vista teologico e liturgico”.

“Oggi – ha proseguito Paul Henderson – Benedetto XVI non vuole più brillare di luce propria ma solo riflettere la luce di Cristo. Il suo magistero piace in America – e i dati lo dimostrano –, perché oggi il Pastore Universale indica ai fedeli in modo credibile e convincente l’accesso alla fede nel nuovo mondo del XXI secolo”.

“Quando Ratzinger era Professore e poi Arcivescovo di Monaco – ha detto dal canto suo Burkhard Menke – per la Germania, era conosciuto soprattutto a livello scientifico, come grande teologo. Furono proprio le case editrici a spronarlo a scrivere qualcosa di spirituale, più per i semplici credenti. Emerse così la sua carica spirituale enorme, fino ad allora un pò sommersa”.

“Oggi bisogna evitare che si pubblichino troppi titoli del Papa simili tra loro” ha sottolineato Menke, aggiungendo tuttavia che “il Papa pubblica libri di ottima qualità, che dimostrano come il buon libro rimanga strumento insostituibile per nutrire lo spirito”.


Il Papa auspica la ricollocazione della statua di Monte Mario
Il maltempo ha fatto cadere l'immagine della Madonna modellata da uno scultore ebreo

di Antonio Gaspari

ROMA, giovedì, 15 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Il Papa ha espresso "vicinanza" e auspicato la “pronta ricollocazione" per la madonnina del Don Orione, crollata nei giorni scorsi a causa del maltempo che ha colpito Roma.

"Il Santo Padre – si legge in un messaggio inviato a don Flavio Peloso, superiore generale degli Orionini – , appresa la notizia, assicura la Sua vicinanza spirituale a questa famiglia religiosa e, mentre auspica che la Statua venga quanto prima ricollocata a devozione di tutti i romani, di cuore imparte a lei e a quanti vivono e operano nel Centro di Monte Mario una speciale benedizione apostolica".

La statua dorata della Madonna di Monte Mario, alta 9 metri e posta su una torretta di 19 metri, è caduta il 13 ottobre, in seguito ad una tempesta di vento e acqua.

Nel messaggio a firma dell’assessore mons. Peter B.Wells, la Madonnina del Centro Don Orione di Monte Mario è definita "uno dei simboli religiosi più importanti e significativi di Roma".

In effetti oltre ad essere posta su uno dei monti più alti della città capitolina la statua di “Maria Salus Populi Romani” ha una storia particolare perchè modellata da un artista ebreo.

Il famoso scultore ebreo Arrigo Minerbi fu salvato assieme alla sua famiglia dall’Opera di Don Orione. Come ha raccontato lui stesso: “Sotto un diluvio d’acqua fui  scaricato da un auto di fortuna  a Roma il 7 dicembre del 1943”.

Fuggiasco con il  nome falso di Arrigo della Porta venne accolto nell’Istituto di S. Filippo. Mentre i tedeschi rastrellavano Roma, Arrigo Minerbi insieme ad altri correligionari, militari ed antifascisti vennero celati dall’opera di carità di quei sacerdoti che rischiavano la vita.

C’erano nell’istituto professori e maestri in soprannumero: erano perseguitati nascosti. Una magnifica discrezione vietava a tutti, laici, religiosi e seminaristi anche la più larvata richiesta di informazioni. Solo il direttore sapeva e vegliava su tutti.

“La mia ammirazione aumentava nel vedere i sacerdoti che non avevano riposo - ha ricordato Minerbi -, nessuna comodità, né riposo di piume, di tutto si privavano senza rammarico,a un cenno del Superiore, nessun mestiere, nessuna mansione anche più vile, respingevano”.

Per ringraziare quanto l’Opera Don Orione aveva fatto per lui lo scultore Arrigo Minerbi forgiò “Il Don Orione morente” e la più famosa “Maria Salus Populi Romani” una statua situata a Monte Mario in uno dei punti più elevati della città.

Una copia di questa Madonna “The Queen of the Universe” è stata collocata a Boston (USA).

Così lo scultore ebreo è autore di due statue di Maria che sono oggetto di una grande devozione popolare.

L’idea di dedicare una statua a Maria nacque da un gruppo di “amici di don Orione” che riuniti in una casa privata fecero un voto: qualora la città di Roma fosse stata preservata dalle atrocità della guerra e dalle violenze delle bombe avrebbero trovato il modo di elevare un monumento alla Vergine.

Il voto fu fatto conoscere ad altre persone e in poco tempo raccolse l’adesione di oltre un milione di fedeli. Alla fine della guerra tutti i giovani del Don Orione e le persone che avevano aderito al voto si misero ad ammassare rottami di rame.

Il bozzetto venne effettuato dal Minerbi che trasse le sembianze della Vergine dalla Sacra Sindone con l’idea che il volto della Vergine dovesse avere in qualche modo i lineamenti di Gesù. Il lavoro di traduzione dal modello originale scolpito da Minerbi al modello in gesso e alla successiva esecuzione in rame sbalzato venne eseguito da una ditta di Milano, la stessa che aveva realizzato la porta orientale del Duomo, modellata dallo stesso Minerbi.

La statua fusa a Milano giunse a Roma nell’aprile del 1953, fu accolta dall’entusiasmo dei romani e dalle ire della Massoneria che la indicò come gesto di sfida alla statua di Giuseppe Garibaldi posta al Gianicolo.


Il dialogo tra cattolici e protestanti entra in una nuova fase
Il Cardinale Kasper presenta un libro sui 40 anni di dialogo

di Patricia Navas

CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 15 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Il dialogo ufficiale tra la Chiesa cattolica e le Chiese protestanti storiche – anglicana, luterana, riformata e metodista – sta entrando in una nuova fase dopo la chiusura della prima tappa che percorre gli ultimi quarant’anni, dalla fine del Concilio Vaticano II a oggi.

Lo ha segnalato il presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani, il Cardinale Walter Kasper, presentando questo giovedì nella Sala Stampa della Santa Sede un libro che riunisce e presenta i risultati del dialogo.

“Con questo libro, ci troviamo alla fine di una prima tappa che è stata copiosa di frutti, e allo stesso tempo stiamo entrando in una nuova fase, che ci auguriamo sarà altrettanto fruttuosa e potrà risolvere i non facili problemi rimasti tuttora aperti”, ha spiegato.

Il volume, realizzato dal Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani in collaborazione con le Chiese protestanti citate, si intitola “Harvesting the Fruits. Basic Aspects of Christian Faith in Ecumenical Dialogue” (“Raccolta dei frutti. Aspetti fondamentali della fede cristiana nel dialogo ecumenico. Consensi, convergenze e differenze”).

Il dicastero ha analizzato per due anni il dialogo con le principali comunità protestanti, perché queste sono state le prime a intavolare un dialogo ufficiale con la Chiesa cattolica dopo il Concilio.

Successi

Il Cardinale Kasper ha affermato che è il momento di compiere un bilancio della situazione del dialogo e ha osservato: “Noi stessi siamo stati positivamente sorpresi da quanto è stato conseguito in questi anni”.

Quanto all'accoglienza dei frutti del dialogo a cui si riferisce il titolo del libro, il porporato ha indicato che “si tratta di una raccolta veramente molto ricca, che supera le tante polemiche ed i grandi problemi storici della Riforma”.

“Ciò può rappresentare una chiara risposta alle opinioni che si stanno diffondendo talvolta anche nella Curia Romana, ovvero all’ingiustificata accusa che l’ecumenismo con le comunità protestanti non abbia finora portato frutti e ci abbia lasciato con le mani vuote”, ha aggiunto.

“Non vogliamo che la ricchezza dei risultati conseguiti sia dimenticata e che si debba ricominciare di nuovo da zero”.

“Comportamento ecumenico”

“Desideriamo iniziare un processo di recezione di questi ricchi frutti nel corpo della Chiesa stessa, per arrivare ad un nuovo tipo di comportamento ecumenico”, ha rivelato il porporato, segnalando che attualmente, nell'ambito ecumenico come in tutti gli altri, si verificano cambiamenti rapidi in Occidente.

In questo senso, ha indicato che dopo l'entusiasmo dei primi anni successivi al Concilio si sperimenta oggi nel dialogo ecumenico una certa stanchezza.

“Tuttavia, la nuova sobrietà instauratasi può essere anche un segno di maggiore maturazione, che riconosce il peso della realtà”, ha ammesso. “Probabilmente il percorso ecumenico sarà più lungo di quanto fosse sembrato dopo il Concilio”.

Il libro constata che le comunità ecclesiali in dialogo dal Concilio Vaticano II sono cambiate durante questi quarant'anni.

“Talvolta i nostri partner non sono più gli stessi, sono molto diversi da quelli incontrati durante e dopo il Concilio – ha osservato –. Ci sono frammentazioni interne, nuovi problemi nel campo dell’etica, problemi sconosciuti nel passato”.

“Anche nella Chiesa cattolica sono avvenuti cambiamenti; talvolta i nostri documenti sono difficili 'da digerire' per i nostri partner”.

“Con questo libro vogliamo dunque incoraggiare, dare un nuovo slancio. Illustrando i tanti risultati positivi di quarant’anni, vogliamo mostrare che siamo capaci di raggiungere qualcosa se rimaniamo impegnati nell’ecumenismo”.

Il volume sottolinea per la prima volta i risultati dei quattro dialoghi bilaterali con le quattro Chiese protestanti citate, raggruppati per temi, per permettere il confronto e una visione più chiara dei successi di quarant'anni di dialogo.

Il testo dedica anche spazio alle zone di convergenza ecumenica che potrebbero essere d'aiuto nel processo di ricezione dei risultati nelle varie Chiese.

Sui problemi da risolvere, il Cardinale ha spiegato: “abbiamo identificato problemi nell’ermeneutica, nell’antropologia, nell’ecclesiologia ed anche nella comprensione dell’Eucaristia”.

Simposio nel 2010

La Chiesa cattolica e quelle protestanti hanno intenzione di organizzare un simposio nel febbraio 2010 in cui dibatteranno il futuro dell'ecumenismo occidentale, ha annunciato il Cardinale Kasper.

Il libro presentato questo giovedì in Vaticano servirà da base per le conversazioni dell'incontro.

Oltre al porporato, alla conferenza stampa è intervenuto anche monsignor Mark Langham, officiale del dicastero e uno dei principali collaboratori del Cardinale nell'elaborazione del libro.

Monsignor Langham ha sottolineato che il Cardinale ha voluto “far conoscere i frutti di quarant’anni di dialogo ecumenico ad una nuova generazione che, cresciuta nel periodo post-conciliare, probabilmente non conosce a fondo quanto è stato finora realizzato”.

Temi di dialogo

L'officiale ha spiegato che il testo è strutturato in quattro capitoli: “Fondamenti della nostra fede comune”, “Salvezza, giustificazione e santificazione”, “La Chiesa” e “Battesimo ed Eucaristia”.

Applicando la metodologia del dialogo ecumenico, il primo capitolo affronta le basi comuni a tutte le parti del dialogo.

Il secondo si occupa di una questione centrale per la Riforma – la salvezza, la giustificazione e la santificazione –, in cui “è stato raggiunto un accordo significativo, che costituisce una pietra miliare nelle relazioni ecumeniche”, ha detto monsignor Langham.

Ad ogni modo, ha aggiunto, permangono “questioni che richiedono ulteriori chiarimenti, come quelle riguardanti il ruolo della dottrina della giustificazione all’interno dell’intera ecclesiologia”.

Il terzo capitolo, il più lungo, esamina la missione, l'autorità e il ministero della Chiesa, partendo dal modo in cui questi aspetti sono presentati nelle dichiarazioni comuni delle Chiese in questi anni.

“In questo contesto, le polemiche ed i malintesi del XVI secolo sono stati riesaminati ed in parte superati”, ha affermato, pur rimanendo problemi su questioni centrali come “cosa sia” e “dove sia” la Chiesa.

Secondo monsignor Langham, “ciò dimostra che la relazione tra gli elementi spirituali e concreti che definiscono la Chiesa dovrà essere studiata in maniera più approfondita”.

Nel quarto capitolo si parla, ad esempio, della controversia sull'Eucaristia avvenuta durante la Riforma, sulla quale “grazie ad un intenso dialogo e soprattutto ad una rinnovata enfasi posta sul ruolo dello Spirito Santo è stato possibile pervenire ad importanti convergenze”, ha dichiarato l'officiale.

Ad ogni modo, ha aggiunto, si dovranno “studiare ulteriormente alcune questioni riguardanti tale sacramento, come il carattere sacrificale della Messa, la Presenza Reale del Signore nell’Eucaristia, il significato di 'transustanziazione'”.

Nel capitolo finale, il Cardinale Kasper affronta la sintesi dei quattro dialoghi e l'importanza di tutti i risultati che sono stati raggiunti.


La Santa Sede chiede più impegno nella tutela dei cristiani
Tolleranza e rispetto sono “una disciplina civile”

CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 15 ottobre 2009 (ZENIT.org).- La tolleranza e il rispetto autentici “sono una disciplina civile, non solo un'attitudine personale”, ha affermato monsignor Anthony Frontiero, del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace.

Il presule è intervenuto nell'ambito dell'incontro sulla realizzazione degli impegni assunti nella “dimensione umana” dall'Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE)/Ufficio per le Istituzioni Democratiche e i Diritti Umani (ODIHIR), durante la sessione dedicata al tema “Combattere il razzismo, la xenofobia e la discriminazione, puntando l'attenzione anche sull'intolleranza e sulla discriminazione contro i cristiani e i membri di altre religioni”.

Nel suo discorso, monsignor Frontiero ha sottolineato che “incidenti causati dall'odio, dalla discriminazione, dalla violenza e dall'intolleranza contro cristiani e membri di altre religioni continuano a verificarsi troppo spesso nella regione dell'OSCE e sono sintomatici della mancanza di pace nel mondo”.

“L'obiettivo dell'impegno dell'OSCE di combattere l'intolleranza e la discriminazione contro i cristiani e contro i membri di altre religioni non è in qualche modo 'livellare il campo da gioco' o rimanere indifferenti verso diverse visioni del mondo, ma rispettare autenticamente le differenze fra tali visioni”.

Monsignor Frontiero ha dichiarato che l'assenza di convinzioni “non è sinonimo di tolleranza”, perché “in mancanza di una nozione convincente della verità che ci richiede di essere tolleranti verso chi ha un'idea diversa della verità delle cose, ci sono solo scetticismo e relativismo”.

Una nozione autentica di tolleranza in società pluralistiche richiede invece che, “nel trattare con i non credenti e con quanti hanno diverse fedi, i credenti comprendano di dover ragionevolmente aspettarsi che il dissenso che incontrano continuerà a esistere”.

Di fronte agli incidenti di intolleranza, discriminazione e violenza contro i cristiani e contro i membri di altri credo, la delegazione vaticana esorta quindi l'OSCE a concepire e promuovere “una nuova tolleranza”: “non quella indifferente”, “ma una tolleranza autentica di differenze civilmente assunte”.

“Rispettare l'altro come persona che ricerca la verità e la bontà, permette ai credenti e agli altri di affrontare un dialogo che porta all'arricchimento reciproco piuttosto che a uno scetticismo più profondo sulla possibilità stessa di afferrare la verità delle cose”, ha osservato.


Iniziano i colloqui con la Fraternità San Pio X
Dichiarazione di padre Federico Lombardi

CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 15 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Lunedì 26 ottobre avrà luogo il primo colloquio tra i rappresentanti della Fraternità San Pio X e i membri della Pontificia Commissione “Ecclesia Dei”.

Lo ha spiegato questo mercoledì il direttore della Santa Stampa, padre Federico Lombardi, in una breve dichiarazione.

I colloqui, annunciati quando è stato pubblicato il decreto di sollevamento della scomunica, affronteranno questioni dottrinali aperte, e i loro contenuti, come ha affermato padre Lombardi questo giovedì, “rimarranno strettamente riservati”.

E' ad ogni modo prevista la pubblicazione di un comunicato al termine del colloquio.

L'incontro si svolgerà nel Palazzo del Sant'Uffizio e vi parteciperanno il segretario della Commissione “Ecclesia Dei”, monsignor Guido Pozzo, e il segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede, monsignor Luis F. Ladaria Ferrer, S.I.

Saranno presenti anche i consultori della Congregazione per la Dottrina della Fede Charles Morerod, segretario della Commissione Teologica Internazionale, monsignor Fernando Ocáriz, Vicario General dell'Opus Dei, e Karl Josef Becker.


La Santa Sede lancia un appello per la difesa della supremazia del diritto
Monsignor Migliore sottolinea il nesso tra legge e giustizia

di Roberta Sciamplicotti

ROMA, giovedì, 15 ottobre 2009 (ZENIT.org).- L'Arcivescovo Celestino Migliore, Nunzio Apostolico e Osservatore Permanente della Santa Sede, è intervenuto questo giovedì alla 64ma sessione dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite sull'item 83, “La supremazia della legge a livello nazionale e internazionale”, osservando che questa è “la base di una società più giusta”.

“Con troppa gente esclusa in qualche modo dalla difesa e dai benefici della legge e con una crisi finanziaria globale che interessa tutte le regioni, promuovere la legge a livello internazionale è uno strumento sempre più fondamentale per raggiungere gli obiettivi stabiliti dalla Carta delle Nazioni Unite”, ha spiegato.

Monsignor Migliore ha ricordato che la legge in sé “non è l'obiettivo”. Ciò che conta è piuttosto il fatto di tener conto che “alla base di ogni legge c'è un valore o una verità fondamentale che deve essere sostenuto perché abbia un significato e uno scopo reali”.

A questo proposito, ha rimarcato il collegamento tra legge e giustizia, affermando che parlare solo della supremazia della legge senza includere il bisogno di giustizia “sarebbe inadeguato e rischierebbe di sostituire la supremazia della legge con la supremazia da parte della legge”.

Il diritto internazionale

Se la responsabilità primaria di promuovere e creare una giusta supremazia della legge spetta alle autorità locali e nazionali, in una società globalizzata riveste “la massima importanza” la necessità di regole e leggi giuste per governare gruppi al di là dei confini nazionali.

Il diritto internazionale, ha riconosciuto monsignor Migliore, “riconosce questo aspetto fondamentale e cerca di assicurare i meccanismi per una maggiore solidarietà, promuovendo così i diritti e le responsabilità di individui e società oltre i confini della Nazione”.

Per questa ragione, ha osservato, le autorità che hanno a che fare col diritto internazionale e quelle nazionali devono “rimanere vigili per assicurare che la legge continui a rispettare le capacità dei singoli Stati e delle comunità locali di governare i propri affari in modo giusto, intervenendo solo quando una questione ha conseguenze globali o lo Stato o la comunità locali fallisce nel far fronte alla responsabilità di difesa”.

Il diritto internazionale, ha proseguito l'Osservatore Permanente, continua a rivestire una grande importanza nei settori della pace e della sicurezza, dello sviluppo economico e del degrado ambientale.

“Corruzione diffusa, conflitti nazionali e internazionali, terrorismo, violenza sessuale come strumento di guerra e abusi di altri diritti umani sono troppo spesso perpetrati da o sono dovuti alla mancanza di aderenza a un giusto sistema di leggi a vari livelli”, ha commentato.

A questo riguardo, “i trattati e le norme legali internazionali sono stati strumentali alla promozione di un maggior rispetto per la legge e alla creazione di una maggiore fiducia tra gli Stati”.

Il campo economico

Anche nel settore dell'economia, la supremazia della legge a livello internazionale è sempre più necessaria, ha rilevato l'Arcivescovo.

“La natura interconnessa degli affari e del commercio globali non permettono più alle singole Nazioni di controllare e regolamentare la propria economia perché, come dimostra la recente crisi finanziaria, il fallimento nella giusta regolamentazione di un singolo mercato o prodotto può portare a effetti devastanti in tutto il globo”.

In questo contesto, l'Arcivescovo ha esortato a un sistema legislativo che favorisca un commercio giusto capace di difendere la dignità dei lavoratori.

Perché la supremazia della legge sia efficace, ha avvertito, non basta ad ogni modo concentrarsi solo sugli aspetti tecnici e amministrativi, ma si deve tener conto del “sostegno culturale sottostante necessario per rispettare coloro per i quali la legge esiste”.

“La riforma delle Nazioni Unite e dei suoi vari corpi è della massima importanza per promuovere la supremazia della legge a livello internazionale”, ha concluso il presule. “I corpi internazionali che ampliano l'obiettivo e il significato dei trattati al di là del contenuto concordato in origine perdono il rispetto del ruolo di sussidiarietà, minando l'intento dei trattati stessi e rischiando di perdere credibilità”.


Notizie dal mondo

Leader cristiani: le migrazioni sono “un problema umano di fondo”
Plenaria Chiesa cattolica-Consiglio Mondiale delle Chiese a Córdoba

di Nieves San Martín

CÓRDOBA, giovedì, 15 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Il Gruppo Misto di Lavoro tra la Chiesa cattolica e il Consiglio Mondiale delle Chiese affronta in questi giorni durante la riunione che si celebra a Córdoba (Spagna) le questioni stabilite per i sette anni del suo mandato, tra le quali spicca il tema delle migrazioni.

Attualmente compongono il Gruppo Misto di Lavoro circa 40 membri di 30 nazionalità diverse dei cinque continenti, cattolici, ortodossi, protestanti, anglicani e appartenenti a Chiese libere.

Le sessione di lavoro del Gruppo Misto, in svolgimento da questo lunedì al 19 ottobre, è presieduta dal metropolita Nifon di Targoviste (Patriarcato di Romania) e da monsignor Diarmuid Martin, Arcivescovo di Dublino (Irlanda).

Il Gruppo di Lavoro è stato creato nell'anno della chiusura del Concilio Vaticano II, il 1965, ed è un organismo ufficiale consultivo per il dialogo ecumenico, nella modalità della multilateralità, che promuove, valorizza e sostiene la collaborazione tra la Chiesa cattolica e il Consiglio Mondiale delle Chiese.

In questi giorni, si stanno affrontando la situazione economica attuale e l'apporto di riflessioni concrete con studi specifici, oltre alle implicazioni ecumeniche del fenomeno mondiale delle migrazioni.

Lo ha segnalato monsignor Brian Farrell, segretario del Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani, sottolineando che la Chiesa cattolica deve compiere uno sforzo per educare sulla ricchezza delle tradizioni delle altre Chiese, per “imparare le une dalle altre”.

Il presule ha anche segnalato che i movimenti migratori significano l'esistenza di “un problema umano di fondo”, visto che le persone “si muovono perché manca loro qualcosa”. Per il segretario del dicastero vaticano, è fondamentale inquadrare questa situazione “in un contesto molto ampio”, visto che “è una questione umanitaria, sociale e politica”.

Il Gruppo di Lavoro parlerà anche di come portare nella vita quotidiana dei cristiani i processi ecumenici, nonché del cambiamento di mentalità per “purificare le offese e le sofferenze del passato e cercare la conversione al Vangelo di Cristo”.

Sulla presenza emergente del laicismo nella società spagnola, il delegato diocesano per l'Ecumenismo e il Dialogo Interreligioso, Manuel González Muñana, ha sottolineato l'esistenza di una “radicalizzazione” negli ultimi tempi, una cosa che dipende dal colore politico del Governo di turno.

“Tutta la cultura, tutto il pensiero europeo, ha tratto spunti da questi canali secolaristi con le loro filiali, come il nichilismo, il soggettivismo o il consumismo della società, coadiuvando inoltre un cristianesimo poco formato”.

González Muñana ha affermato che “un cristianesimo così impoverito, così decaffeinato, fa sì che questi semi gettino radici in terreni poco preparati”, aggiungendo che “tutti siamo colpevoli di questo” e che la soluzione è una migliore formazione religiosa della società.

Córdoba, aveva detto monsignor Asenjo prima dell'incontro, “diventerà la capitale mondiale dell'ecumenismo”. Per questo, ha approfittato per rivolgere un appello all'unità dei cristiani.

In una lettera pastorale, ha chiesto a tutti i cattolici di coinvolgersi “nella causa dell'unità, che non impegna solo gli esperti e i teologi che partecipano al dialogo istituzionale tra le varie Chiese”, visto che “l'ecumenismo è la via della Chiesa, che non è una realtà ripiegata su se stessa, ma costantemente aperta alla dinamica missionaria ed ecumenica”, e per questo “l'ecumenismo è un impegno di tutti i battezzati, delle Diocesi, delle parrocchie, di tutte le comunità ecclesiali e della pastorale ordinaria”.

Domenica, i membri del Gruppo Misto di Lavoro parteciperanno alla celebrazione dell'Eucaristia, presieduta da monsignor Brian Farrell nella Cattedrale, e al culto domenicale dei cristiani evangelici nella chiesa evangelica battista di Córdoba.

In un colloquio con la “Radio Vaticana”, monsignor Farrell ha affermato che è necessario “far arrivare alle Chiese, attraverso gli esperti, i teologi ed anche attraverso i documenti, i progressi che si fanno e gli accordi che si trovano, non solo su astratte cose dottrinali, ma anche sulle conseguenze della vita per le comunità locali, le parrocchie, le associazioni”.

“L’unità dei cristiani non è una cosa che possiamo fare da noi soli : è un dono di Dio – ha aggiunto –. Pertanto, al centro del nostro incontro c’è la preghiera, la conversione al Vangelo, la purificazione delle memorie storiche. E noi cerchiamo i modi per educare i fedeli di tutte le Chiese a questo senso della priorità dello Spirito nella ricerca dell’unità”.

Tra le varie questioni sulle quali lavorare a livello ecumenico, ha sottolineato, ce n'è una che rappresenta un compito “gravissimo”: “la formazione cristiana dei giovani e la presenza dei giovani nelle Chiese”.

[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]


Uganda: ricostruzione difficile dopo l'abbandono dei campi per sfollati
La sfida maggiore è modificare i comportamenti

ROMA, giovedì, 15 ottobre 2009 (ZENIT.org).- La Chiesa in Uganda sta aiutando le persone che lasciano i campi per sfollati in cui hanno vissuto durante la guerra tra forze governative e milizie ribelli a ricostruirsi una vita, ma il compito non è affatto facile.

Padre Paul Okello, della Diocesi di Lira, nel nord del Paese, ha riferito all'associazione caritativa internazionale Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS) che la Chiesa incoraggia la riconciliazione e il ripristino di valori come l'integrità, l'onestà e la fedeltà.

“La Chiesa ha esortato ciascuno a capire che le armi non risolvono niente, che nessuno vince se si usa la violenza, che è un circolo vizioso che nessuno può fermare tranne Dio”.

Degenerazione morale

Secondo il presbitero, “la moralità era completamente degenerata” nei campi per sfollati, dove dilagavano prostituzione, infedeltà, abusi sui bambini e abuso di sostanze stupefacenti.

I genitori non solo permettevano, ma incoraggiavano il fatto che i loro figli si prostitussero “come se fosse un modo per guadagnarsi da vivere”, ha denunciato.

La situazione nei campi era così drammatica che la diffusione dell'Hiv/Aids, che nel Paese ha uno dei tassi più bassi dell'Africa, era tre volte superiore rispetto a quella del resto della popolazione.

“Come Chiesa abbiamo promosso la fedeltà nel matrimonio e il giusto ruolo del sesso, parlando a giovani e adulti di astinenza e di un cambiamento totale di comportamento”, ha spiegato padre Okello. “La castità e la verginità: sono questi i valori che promuoviamo”.

Cambiare il comportamento sessuale della popolazione non è tuttavia un compito semplice. “E' una grande sfida quando si deve dire alle persone qualcosa che è vero ma che per loro non è facile da seguire”, ha riconosciuto.

“E' una sfida ancor maggiore per la Chiesa predicare a qualcuno sull'orlo della povertà, che ha perso la speranza, che muore di fame, che preferirebbe fare ciò che non è corretto ma riempirsi lo stomaco”.

Le sfide dell'agricoltura

Il sacerdote ha anche ricordato che la gente non ha potuto svolgere attività agricole quando viveva nei campi perché le terre che possedeva erano troppo lontane.

“Le persone si svegliavano al mattino e anziché lavorare si limitavano ad aspettare che arrivasse il cibo”, ha sottolineato.

La Chiesa ha fornito cibo e attrezzi agricoli e ha predisposto molti laboratori per formare le persone, organizzando anche seminari di pace perché la gente potesse capire che “Dio ci ha creati per vivere in armonia e unità”.

Ora gli ugandesi dei campi sono tornati a praticare l'agticoltura, ma il tempo imprevedibile pone nuove sfide.

Gli agricoltori, infatti, non possono più contare sulla stabilità del ciclo che alternava stagione secca e stagione piovosa, necessaria per far crescere il raccolto.

“Attualmente piove 2-3 giorni, o forse 2-3 settimane, poi la pioggia scompare e arriva un sole cocente che brucia i raccolti”, ha lamentato padre Okello. “A volte capita il contrario, all'improvviso arriva una tormenta e c'è acqua ovunque”.

Questa situazione, ha concluso, “ci riporta sempre al punto d'inizio”.

Per aiutare gli agricoltori che hanno perso il raccolto a causa delle piogge, ACS ha donato più di 25.000 euro per l'acquisto di sementi.


Dottrina Sociale e Bene Comune

Che cosa dice alla Cina la “Caritas in Veritate”?
Le riflessioni di una laica cattolica dell

ROMA, giovedì, 15 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito le riflessioni di una laica cattolica dell'Hebei che - su invito di “Mondo e Missione” - ha promosso un Forum tra studiosi cinesi sull'ultima enciclica di Benedetto XVI.

Teresa Enhui Xiao è una cattolica cinese, laica, che ha compiuto studi di letteratura ed è membro dell'associazione degli scrittori della provincia dell’Hebei. Dopo alcuni anni di studi teologici a Roma, è tornata in Cina. Opera a Shanghai a stretto contatto con l’editrice cattolica locale.

Missionline mette a disposizione, a partire da oggi, in lingua italiana, alcuni di questi contributi.

* * *

1. La ricezione dell’enciclica in Cina

L’enciclica Caritas in veritate ha due punti cruciali: il primo è la giustizia e il bene comune nello sviluppo di un mondo in via di globalizzazione; il secondo riguarda il posto di Dio nel mondo. Il secondo è principio e garanzia del primo. Se paragoniamo il primo al corpo, il secondo ne sarebbe l’anima, mentre la Caritas in Veritate è il suo spirito. Ebbene, l’Enciclica tocca alcuni temi di discussione nel mondo cinese. In Cina, i temi caldi attualmente: sono sviluppo, giustizia, disparità, corruzione, disoccupazione, bene comune, la libertà di parola, e soprattutto la relazione interpersonale, cui si riferisce il progetto di "società armoniosa" avanzato dal Presidente Hu Jintao due anni fa. In Cina si respira una tensione, un’attesa; ci si chiede quale sia il punto di vista cristiano sulla stessa "società armoniosa", quasi una luce che la illumini. Questo è stato mostrato da molti sia campo ecclesiale sia accademico sia governativo. Ebbene, sull’Enciclica Caritas in Veritate, tutti media i ecclesiali in Cina hanno parlato, sia giornali sia internet sia riviste; oltre che a Taiwan e Hong Kong, questo è accaduto anche in Cina continentale. Tutti i membri della Chiesa (preti, religiosi e religiose e laici), ne hanno sentito e parlato. Anche alcuni funzionari del governo sugli affari religiosi e alcuni professori universitari hanno avuto cenni di quel documento. Però tutti costoro sono rimasti toccati solo a livello informativo: una notizia, anzi solo alcune parole, su “una nuova enciclica”, “sulla morale sociale”… Forse hanno sentito anche di una “calorosa riflessione in Europa e negli USA”. Penso che quando la versione cinese dell’Enciclica sarà pubblicata, questo “calore” giungerà lontano con il vento. Nonostante ciò, la riflessione non è mancata, così come alcune voci di lettori entusiasti, perché tocca proprio il cuore dei cinesi.

2. Società armoniosa e sviluppo cristiano

Negli ultimi anni, la "società armoniosa" e il "mondo armonioso" sono ormai diventati i due grandi concetti di valore del pacifico sviluppo della Cina. Il termine "società armoniosa" indica lo sviluppo della Cina con una società democratica e basata sulla legge, su giustizia e parità, sincerità e fraternità, capace di eccezionale dinamica, di stabilità ed ordine, e di coesistenza armoniosa fra uomo e natura. L’Enciclica Caritas in Veritate, fa riferimento a tutte queste questioni, riguardando la giustizia e il bene comune nello sviluppo di una società in via di globalizzazione. Dello sviluppo l’Enciclica offre una visione articolata, spiegando che significa “far uscire i popoli anzitutto dalla fame, dalla miseria, dalle malattie endemiche e dall'analfabetismo. Dal punto di vista economico, ciò significava la loro partecipazione attiva e in condizioni di parità al processo economico internazionale; dal punto di vista sociale, la loro evoluzione verso società istruite e solidali; dal punto di vista politico, il consolidamento di regimi democratici in grado di assicurare libertà e pace.”(21). Nello stesso tempo l’Enciclica non dimentica di vedere la situazione concreta che noi viviamo attualmente. Le capacità tecniche e lo sfruttamento sregolato delle risorse della terra, la crescita di ricchezza che aumenta disparità e nuova povertà, la disoccupazione, la corruzione e l'illegalità sono presenti da per tutto, il non rispettare i diritti umani dei lavoratori, eccessi di protezione della conoscenza da parte dei Paesi ricchi, troppo rigido diritto di proprietà intellettuale, l’importanza della giustizia distributiva e della giustizia sociale, l’egoismo nella economia e finanza, la necessità delle organizzazioni sindacali, la carenza di alimentazione, il diritto alla libertà religiosa, l’esasperazione dei diritti e la dimenticanza dei doveri, la tutela dell'ambiente e problematiche energetiche, un maggiore accesso all'educazione, questione delle migrazioni, dialogo interculturale, le nuove forme di schiavitù della droga e la disperazione... L’Enciclica sottolinea i forti legami esistenti tra etica della vita ed etica sociale, ricordando che non è sufficiente progredire solo da un punto di vista economico e tecnologico o istituzionale. Solo l'uomo infatti è l'autore, il centro e il fine di tutta la vita economico-sociale; la solida base di una società è la dignità della persona, la giustizia e la pace. L’uomo non deve essere ridotto a mezzo per lo sviluppo. Lo sviluppo vero, l’Enciclica afferma, è una vocazione: “Nel disegno di Dio, ogni uomo è chiamato a uno sviluppo, perché ogni vita è vocazione”(16). Tale sviluppo vocazionale “nasce da un appello trascendente”. L’uomo “è incapace di darsi da sé il proprio significato ultimo” (16). Lo sviluppo come vocazione comporta la centralità in esso della carità (19), che renderà uno sviluppo vero e integrale, perché comporta una libera e solidale assunzione di responsabilità da parte di tutti. Un tale sviluppo ha bisogno di Dio: “senza di Lui lo sviluppo o viene negato o viene affidato unicamente alle mani dell'uomo... L'uomo non si sviluppa con le sole proprie forze, né lo sviluppo gli può essere semplicemente dato dall'esterno.”

3. La centralità della carità

L’Enciclica afferma all’inizio: “La carità nella verità è la principale forza propulsiva per il vero sviluppo di ogni persona e dell'umanità intera”(1). La carità è il dono più grande che Dio abbia dato agli uomini, è sua promessa e nostra speranza.(2); la carità è “espressione autentica di umanità e come elemento di fondamentale importanza nelle relazioni umane, anche di natura pubblica”(3). Caritas in veritate è il principio intorno a cui ruota la dottrina sociale della Chiesa. L’Enciclica afferma che chi ama con carità gli altri è anzitutto giusto verso di loro. La giustizia è inseparabile dalla carità, intrinseca ad essa. La giustizia è la prima via della carità, la misura minima di essa, parte integrante di quell'amore. La carità esige la giustizia. Essa s'adopera per la costruzione della “città dell'uomo” secondo diritto e giustizia (cf 6). Facendo un passo avanti, il Papa indica: ” Accanto al bene individuale, c'è un bene legato al vivere sociale delle persone: il bene comune. È il bene di quel ‘noi-tutti’, formato da individui, famiglie e gruppi intermedi che si uniscono in comunità sociale” (7). D'altra parte, la carità supera la giustizia e la completa nella logica del dono e del perdono. Senza la gratuità non si riesce a realizzare nemmeno la giustizia. La “città dell'uomo” “non è promossa solo da rapporti di diritti e di doveri, ma ancor più e ancor prima da relazioni di gratuità, di misericordia e di comunione.”. Tale dottrina è servizio della carità, ma nella verità, il bisogno di coniugare la carità con la verità non solo nella direzione di «veritas in caritate », ma anche di «caritas in veritate ». “La verità va cercata, trovata ed espressa nell'economia della carità, ma la carità a sua volta va compresa, avvalorata e praticata nella luce della verità” (2). “Senza verità si cade in una visione empiristica e scettica della vita, incapace di elevarsi sulla prassi, perché non interessata a cogliere i valori — talora nemmeno i significati — con cui giudicarla e orientarla. La fedeltà all'uomo esige la fedeltà alla verità che, sola, è garanzia di libertà e della possibilità di uno sviluppo umano integrale.” (9) L’Enciclica approfondisce due grandi verità cristiane: “La prima è che tutta la Chiesa, in tutto il suo essere e il suo agire, quando annuncia, celebra e opera nella carità, è tesa a promuovere lo sviluppo integrale dell'uomo. ...La seconda verità è che l'autentico sviluppo dell'uomo riguarda unitariamente la totalità della persona in ogni sua dimensione” (11). L’Enciclica sottolinea che la verità dello sviluppo si trova nell’integrità, e il vero sviluppo consiste nello sviluppo di tutto l'uomo e di ogni uomo. Lo sviluppo in fondo è lo sviluppo delle persone. Non ci sono sviluppo pieno e bene comune universale senza il bene spirituale e morale delle persone. Quindi il Papa osserva: “Lo sviluppo non sarà mai garantito compiutamente da forze in qualche misura automatiche e impersonali, siano esse quelle del mercato o quelle della politica internazionale. Lo sviluppo è impossibile senza uomini retti, senza operatori economici e uomini politici che vivano fortemente nelle loro coscienze l'appello del bene comune” ( 71). L'Enciclica esprime molta concretezza: “Non avremo solo reso un servizio alla carità, illuminata dalla verità, ma avremo anche contribuito ad accreditare la verità, mostrandone il potere di autenticazione e di persuasione nel concreto del vivere sociale”(2). Ci chiede di dare il nostro contributo alla credibilità della verità, fare di noi stessi testimonianza alla verità, come Cristo, Egli stesso è la Verità (1), perché Egli “s'è fatto testimone con la sua vita terrena e, soprattutto, con la sua morte e risurrezione” (1) alla verità. Egli è Cristo, Salvatore, che ha innalzato noi a una dignità sublime i (GS 22), svela pienamente l’uomo a se stesso, in quella vocazione ultima e divina, di diventare figli di Dio. Il Papa ci chiede di essere cristiani veri, piccoli cristi noi stessi, piccoli salvatori del mondo. Gli uomini retti sono coloro che sanno “non vedere nell'altro sempre soltanto l'altro, ma riconoscere in lui l'immagine divina, giungendo così a scoprire veramente l'altro e a maturare un amore che diventa cura dell'altro e per l'altro”(11). Ciò è permesso solo dall'incontro con Dio. Lo sviluppo ha bisogno di cristiani con le braccia alzate verso Dio nel gesto della preghiera, cristiani mossi dalla consapevolezza che l'amore pieno di verità, caritas in veritate, da cui procede l'autentico sviluppo, non è da noi prodotto ma ci viene donato.

4. Il futuro è “guardare in alto”

Nel 2007 il premier cinese Wen Jiabao ha scritto una poesia per gli studenti universitari: “Guardare al cielo” nella quale agli studenti che un popolo avrà speranza solo quando avrà persone che sono attente al cielo. Un popolo che guarda solo ai propri piedi, perderà il futuro. Invita gli studenti a guardare spesso al cielo, contemplarlo, cercare il senso dell'essere umano, non solo studiare scienza e tecnologia, ma tenere conto del destino del mondo e del Paese. L’insegnamento dell’Enciclica va nella medesima direzione: “Lo sviluppo implica attenzione alla vita spirituale, seria considerazione delle esperienze di fiducia in Dio, di fraternità spirituale in Cristo, di affidamento alla Provvidenza e alla Misericordia divine, di amore e di perdono, di rinuncia a se stessi, di accoglienza del prossimo, di giustizia e di pace.”(79)


 





ViviCentro (art. 19 e 21)

La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).
 
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Giovedì, 15 Ottobre 2009: Accadde Oggi  


Italia

Card. Ruini: in Italia, “auto-referenzialità del mondo cattolico”
Il porporato parla del volume “Confini” frutto di un dialogo con Galli della Loggia

ROMA, giovedì, 15 ottobre 2009 (ZENIT.org).- In Italia si assiste o si è assistito a “una certa auto-referenzialità del mondo cattolico”, nel senso di una scarsa attitudine “a confrontarsi sul serio, specialmente in certi passi della sua storia moderna, con il mondo a lui esterno”.

E' quanto ha affermato il Cardinale Camillo Ruini, Presidente del comitato “Progetto culturale” della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), in una intervista concessa alla Radio Vaticana in merito al volume “Confini. Dialogo sul cristianesimo e il mondo contemporaneo”, edito recentemente da Mondadori e frutto di un suo colloquio con lo storico e pensatore laico Ernesto Galli della Loggia.

In Italia, ha sottolineato il porporato, vi è inoltre la presenza di forze “orientate a ridurre il più possibile la presenza dei cattolici nel mondo della cultura”.

Accennado poi al ruolo pubblico della Chiesa in Italia dopo la caduta della Democrazia Cristiana, il Cardinale Ruini ha detto che questo avvenimento ha rappresentato “un vantaggio accanto – certamente – allo svantaggio della fine di una presenza organizzata dei cattolici nella politica italiana”.

Tuttavia, a suo avviso il mutamento che ha richiesto una nuova presenza della Chiesa in Italia è legato all’emergere della “'nuova questione antropologica', cioè le grandi sfide antropologiche ed etiche che riguardano l’uomo come tale e in particolare lla tutela della vita e della famiglia.

Parlando degli ostacoli affrontati attualmente dal cristianesimo, il Cardinale ha notato che la modernità occidentale “ha preso fin dall’inizio sotto vari profili un orientamento non troppo favorevole al cristianesimo e, in particolare, al cattolicesimo”.

“Le difficoltà hanno origine anche all’interno della Chiesa – ha aggiunto –: da quello che possiamo dire sinceramente, una certa lentezza nel comprendere i fenomeni, nel valorizzare gli aspetti positivi, insieme al giusto contrasto verso quelli incompatibili con la fede cristiana”.

Nel libro il Cardinale condivide l’invito di Benedetto XVI ad allargare gli spazi della razionalità, proprio per favorire la nuova evangelizzazione dell’Occidente nel senso “di non limitare la ragione umana in senso proprio, la ragione capace di verità, alle scienze empiriche, secondo una tendenza diffusa nel mondo scientifico e culturale di oggi”. E quindi superare quella che il Papa definisce “la dittatura del relativismo”.

“L’umanità – ha aggiunto Ruini –, se vuole andare avanti, se vuole affrontare seriamente i grandi problemi che ha davanti a sé, deve avere una ragione più larga, una ragione non prigioniera né dello scientismo né del relativismo”.


Il monachesimo come apertura all’infinito
Convegno della Fondazione Russia Cristiana su monachesimo orientale e occidentale

di Antonio Gaspari

ROMA, giovedì, 15 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Si aprirà domani 16 ottobre alle ore 15,30, all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, il convegno internazionale sul tema “Cercatori dell’eterno, creatori di civiltà. Il Monachesimo tra Oriente e Occidente”.

Organizzato dalla Fondazione Russia Cristiana al convegno parteciperanno tra gli altri anche molti russi tra cui: Ol'ga Sedakova, dell’Università Statale di Mosca; Aleksandr Kyrlezev, della Commissione teologica sinodale della Chiesa ortodossa russa; Aleksej Beglov, dell’Accademia delle Scienze; Pëtr Meščerinov, igumeno del Monastero San Daniil di Mosca; Michail Skarovskij, dell’Accademia Teologica di San Pietroburgo; Natal'ja Likvinceva, dell’Istituto Solženicyn “Russia nell’emigrazione”; Aleksandr Kraveckij, dell'Accademia delle Scienze; e Tat'jana Kasatkina, dell’Università Pedagogica di Mosca.

Intervistato da ZENIT il prof. Adriano dell’Asta, docente di Lingua e Letteratura Russa all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, ha spiegato che “il monachesimo non è qualcosa il cui significato è perso in tempi ormai andati, ma è qualche cosa che nella sua esperienza e nel suo significato ha valore per l’oggi e per gli anni a venire”.

“È l’idea - ha sostenuto -, è l’esperienza di un cristianesimo integrale che coinvolge tutta la vita, che non lascia nulla fuori di sé e in questo è una sfida e un pungolo per la ragione”.

Il docente ha poi precisato che uno dei motivi che sottendono tutto il convegno è esattamente “quello del rapporto tra fede e ragione come sfida che è stata lanciata da Benedetto XVI nei suoi tre famosi discorsi: a Regensburg, alla Sapienza e al Collegio dei Bernardini”.

La domanda attorno alla quale ruota tutto il convegno è: “Che ne è del rapporto tra fede e ragione e quale enorme ricchezza può venire ad entrambe quando non si contrappongono più?”.

I vari interventi che si alterneranno durante l'incontro porteranno in primo piano l’esistenza di ponti culturali e religiosi: il ponte tra il monachesimo e la società laica, quello tra l’esperienza russa e quella occidentale.

Secondo il prof. dell’Asta “tra l’Europa occidentale e la Russia c’è un’unità continua che nonostante i peccati e gli incidenti della storia non è mai venuta meno. C’è un’unità profonda anche sulla questione di fede e ragione nonostante solitamente si sostenga che questo sia invece il punto di maggiore distanza quando si afferma che l’Occidente è tutto il razionalismo mentre l’Oriente, la tradizione russa, è tutta fede”.

“In realtà – ha precisato il docente della Cattolica di Milano – nell’esperienza della cultura e della vita cristiana fede e ragione non possono contrapporsi. Se si contrappongono, come del resto se si contrappongono nell’uomo, è l’uomo nella sua pienezza che salta”.

“La storia – ha affermato – è piena di questa esperienza di un’unità che permette a ragione e fede di crescere, altrimenti si aprono i baratri che Benedetto XVI ha ricordato sin dal suo discorso di Regensburg o che noi possiamo ritrovare nella storia del XX secolo quando la ragione ha creduto di poter fare a meno della fede è nata la ‘notte della ragione’”.

Tra i relatori spicca Ol’ga Sedakova, forse la maggiore poetessa russa vivente, di cui tra l’altro verrà presentata l’edizione italiana dell’ultimo libro “L’Apologia della ragione”.

L’altra personalità che interverrà sarà una critica letteraria e studiosa di Dostoevskij, Tat’jana Kasatkina.

Sia la Sedakova che la Kasatkina parleranno della ragione come strutturalmente aperta all’infinito che è poi l’obiettivo del convegno, e cioè mostrare il monachesimo come apertura all’infinito.

Per il monaco ortodosso Pëtr Meščerinov, che terrà una relazione dal titolo: “Che cosa cerca in monastero l’uomo di oggi?”, l’ecclesialità, l’escatologicità e il massimalismo generano il presentimento e la prefigurazione del “nuovo cielo e terra nuova” (Ap 21,1), e “animano l’uomo a ricercare il significato, l’amore, la pace, l’impavidità, la giustizia e la libertà in Cristo”.

In merito al monachesimo russo ortodosso, Meščerinov spiegherà che esiste una spinta a ‘ritirarsi in monastero’, una sorta di motivazione negativa perchè chi decide che attraverso il monachesimo, in monastero, potrà liberarsi dai suoi problemi interiori da passioni che lo tormentano o da qualche dipendenza (ad esempio, l’alcolismo), non va molto lontano e non resta nel monastero.

Il monaco ortodosso evidenzierà come dopo una remissione più o meno lunga, nel periodo del noviziato passioni e dipendenze ritornano, e con forza rinnovata, mentre viceversa si spegne la ‘luce all’orizzonte’, cioè la speranza di potersi sottrarre ai problemi con l’aiuto del monachesimo.

In conclusione Meščerinov dimostrerà che non ci si può ‘ritirare’ nel monachesimo, lo si può solo ‘abbracciare’, facendosi guidare dal desiderio non solo di liberarsi da qualcosa, ma soprattutto di cercare il massimalismo evangelico e cioè di “cercare la libertà, la verginità, la giustizia, l’amore di Cristo, e prima di ogni altra cosa, facendosi guidare dal desiderio di cercare Lui stesso”.


Un incontro approfondisce il ruolo della donna in Africa
Questo venerdì a Roma, promosso da Harambee Onlus

ROMA, giovedì, 15 ottobre 2009 (ZENIT.org).- “Il ruolo della donna in Africa” è il tema del primo Forum 2009/2010 organizzato da Harambee Onlus, un progetto di solidarietà che promuove iniziative di educazione in Africa e sull'Africa.

L'incontro si svolgerà questo venerdì alle 19.00 a Roma presso l'Icef (viale delle Belle Arti e sarà moderato dalla giornalista Rossella Miranda.

Interverrà al Forum Florence Oloo, vicerettore della Strathmore University di Nairobi (Kenya), in questi giorni a Roma per partecipare come esperta al Sinodo dei Vescovi sull’Africa.

L’Università di Strathmore, ricordano gli organizzatori dell'incontro in un comunicato inviato a ZENIT, è tra le più prestigiose del Paese ed è impegnata da alcuni anni nella realizzazione di programmi per il rafforzamento della qualità dell’insegnamento in collaborazione con il Kenya Education Staff Institute, l’Agenzia del Ministero dell’Educazione.

In questo contesto, promuove un programma triennale di miglioramento della qualità dell'insegnamento del personale docente delle scuole elementari e secondarie del Kenya (Tep Project), programma che Harambee Onlus sostiene con l’obiettivo di coinvolgere 50.000 insegnanti e 2,5 milioni di bambini.

In Kenya ci sono 6 milioni di alunni delle scuole elementari e appena 700.000 delle scuole secondarie. II tasso di diserzione scolastica è molto alto, perché spesso i bambini contribuiscono al sostentamento della famiglia, che non può sostenere il costo degli studi dei figli.

“La mancanza di infrastrutture, le condizioni igieniche pessime, e la conseguente diffusione delle malattie, unite ad un livello salariare del corpo docenti insufficiente, rischiano di compromettere la formazione della nuova generazione e dunque di pregiudicare la speranza per il Paese di crescere e migliorare”, ricordano gli organizzatori, sottolineando che l'educazione è “la strada per lo sviluppo”.

“Attraverso la realizzazione di corsi di riqualificazione e corsi motivazionali, centinaia di insegnanti e di direttori scolastici delle scuole primarie e secondarie si riappropriano della consapevolezza del ruolo decisivo che rivestono nella costruzione del futuro dei giovani, in contesti sociali complicati, e diventano figure di riferimento per gli alunni e per le loro famiglie”.

Nel 2009, hanno partecipato ai corsi 450 maestri. L'obiettivo è raggiungere 6.000 persone, di 42 diverse etnie, nelle varie zone del Paese.

Il Forum di Harambee Onlus mira a “promuovere occasioni d’incontro e confronto tra esperti e personalità con il proposito di diffondere nella pubblica opinione una più corretta informazione sull’Africa e di sensibilizzare cittadini, istituzioni, imprese sui problemi e sulle potenzialità del continente”.

Per ulteriori informazioni: www.harambee-africa.org.


Documenti

Intervento della Santa Sede all'Osce sull'intolleranza anticristiana

CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 15 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il testo dell'intervento pronunciato il 5 ottobre da monsignor Anthony Frontiero, del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, nell'ambito dell'incontro sulla realizzazione degli impegni assunti nella “dimensione umana” dell'Osce, durante la sessione dedicata al tema: “Combattere il razzismo, la xenofobia e la discriminazione, puntando l'attenzione anche sull'intolleranza e sulla discriminazione contro i cristiani e i membri di altre religioni”.

* * *

Signor Moderatore,

la Delegazione della Santa Sede apprezza l'opportunità di partecipare a quest'importante dibattito. Incidenti causati dall'odio, dalla discriminazione, dalla violenza e dall'intolleranza contro cristiani e membri di altre religioni continuano a verificarsi troppo spesso nella regione dell'Osce e sono sintomatici della mancanza di pace nel mondo. Papa Benedetto XVI ha deplorato questa situazione affermando: «Parlando in particolare dei cristiani, debbo rilevare con dolore che essi non soltanto sono a volte impediti; in alcuni Stati vengono addirittura perseguitati, ed anche di recente si sono dovuti registrare tragici episodi di efferata violenza. Vi sono regimi che impongono a tutti un'unica religione, mentre regimi indifferenti alimentano non una persecuzione violenta, ma un sistematico dileggio culturale nei confronti delle credenze religiose. In ogni caso, non viene rispettato un diritto fondamentale, con gravi ripercussioni sulla convivenza pacifica. Ciò non può che promuovere una mentalità e una cultura negative per la pace». (Benedetto XVI, Messaggio in occasione della Giornata Mondiale della pace (2007), n. 5).

La tolleranza e il rispetto autentici sono una disciplina civile, non solo un'attitudine personale. L'obiettivo dell'impegno dell'Osce di combattere l'intolleranza e la discriminazione contro i cristiani e contro i membri di altre religioni non è in qualche modo «livellare il campo da gioco» o rimanere indifferenti verso diverse visioni del mondo, ma rispettare autenticamente le differenze fra tali visioni. Un'assenza di convinzioni non è sinonimo di tolleranza. In mancanza di una nozione convincente della verità che ci richiede di essere tolleranti verso chi ha un'idea diversa della verità delle cose, ci sono solo scetticismo e relativismo (cfr. George Weigel, The Cube and the Cathedral [2005], 110). Una nozione autentica di tolleranza in società pluralistiche richiede che, nel trattare con i non credenti e con quanti hanno diverse fedi, i credenti comprendano di dover ragionevolmente aspettarsi che il dissenso che incontrano continuerà a esistere. Tuttavia, nello stesso tempo, le culture politiche laiche devono incoraggiare i non credenti ad assumere lo stesso atteggiamento nel trattare con i non credenti. Quando i cittadini laici agiscono nel loro ruolo di cittadini, non devono negare per principio che le immagini religiose del mondo abbiano il potenziale di esprimere la verità né devono negare ai loro cittadini il diritto di rendere contributi ai dibattiti pubblici con un linguaggio religioso (cfr. Jurgen Habermas, The Dialectics of Secularization (2005), 50-51).

L'incontro della tavola rotonda sul tema Intolleranza e Discriminazione contro i cristiani, svoltosi a Vienna a marzo del 2009, è stato un evento di successo e di speranza, e ha rivelato la possibilità di un dialogo costruttivo verso una comprensione e un rispetto reciproci fra cristiani, membri di altre religioni e non credenti. Si auspica un seguito di tale tavola rotonda. Di fronte agli incidenti di intolleranza, discriminazione e violenza contro i cristiani e contro i membri di altre religioni, la Delegazione della Santa Sede propone che questo importante organismo concepisca una nuova tolleranza, non quella indifferente che dice: «Dovremmo essere tolleranti perché funziona meglio», ma una tolleranza autentica di differenze civilmente assunte. In conclusione, sostengo la nozione descritta da Papa Benedetto XVI quando dice: «Il dialogo fecondo fra fede e ragione non può che rendere l'opera di carità più efficace nella società, e costituisce il quadro più appropriato per promuovere la collaborazione fraterna fra credenti e non credenti nel loro impegno condiviso per operare per la giustizia e per la pace della famiglia umana» (Caritas in veritate, n. 57). Rispettare l'altro come persona che ricerca la verità e la bontà, permette ai credenti e agli altri di affrontare un dialogo che porta all'arricchimento reciproco piuttosto che a uno scetticismo più profondo sulla possibilità stessa di afferrare la verità delle cose. Una lista di raccomandazioni concrete su questo item sarà fornita al Segretariato insieme con il testo delle mie osservazioni.

[Traduzione del testo in inglese a cura de “L'Osservatore Romano”]


Documenti sulla web di ZENIT

Interventi “in scriptis” e relazioni dei Circoli minori (15 ottobre mattina)

CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 15 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Nella Sezione Documenti della pagina web di ZENIT è possibile leggere i testi degli interventi non pronunciati in aula e i riassunti delle relazioni dei Circoli minori.

(c) Innovative Media Inc.

 





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