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News dal Vaticano :: Il mondo visto da Roma - 16 Ottobre 2009
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Il mondo visto da Roma - 16 Ottobre 2009
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  Venerdì, 16 Ottobre 2009: Accadde Oggi  


Il mondo visto da Roma

SINODO SPECIALE SULL'AFRICA
Vescovo sudanese denuncia terribili massacri di cristiani
I problemi dell’Africa sono quelli di tutti gli uomini

SANTA SEDE
Il Papa: contro la fame nel mondo, occorre cambiare stili di vita
L'incontro del Papa con il Primo Ministro dell'Ucraina
Udienza di Benedetto XVI al Principe Alberto II di Monaco
Indù e cristiani collaborino per lo sviluppo umano integrale
Mostra in Vaticano su “Padre Matteo Ricci e la Cina”

ANNO SACERDOTALE
Romania: si è chiuso il primo Incontro nazionale dei sacerdoti cattolici

NOTIZIE DAL MONDO
Il missionario rapito nelle Filippine ha urgente bisogno di medicinali
La Spagna si prepara alla manifestazione contro la legge sull'aborto

ITALIA
Carità globale per uno sviluppo integrale dell’uomo

INTERVISTE
Accompagnare l'obiezione di coscienza con la dottrina politica cattolica

PAROLA E VITA
Il Servo Gesù è la luce della vita

FORUM
In Africa le nuove sementi porteranno a una vita migliore?
Sementi migliorate per l’Africa, benedizione o maledizione?

DOCUMENTI
Messaggio del Papa per la Giornata Mondiale dell’Alimentazione 2009
Messaggio vaticano per la festa indù di Diwali 2009


Sinodo speciale sull'Africa

Vescovo sudanese denuncia terribili massacri di cristiani
La violenza nel Sud del Sudan vuole ostacolare il referendum, afferma

ROMA, venerdì, 16 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Il Sinodo per l'Africa ha dedicato particolare attenzione al Sudan, Paese diviso tra il Nord principalmente arabo che ha imposto la legge coranica e il Sud cristiano e animista. Monsignor Hiiboro Kussala, Vescovo della Diocesi meridionale di Tombura Yambio, afferma che c'è interesse a ostacolare il cammino verso l'autodeterminazione del Sud, provocando la violenza.

Le elezioni politiche previste dagli accordi di pace del 2005 dovrebbero svolgersi nel 2010, mentre è fissato per il 2011 il referendum per l'autodeterminazione del Sud.

L'appuntamento con le urne è a rischio per le continue violenze perpetrate da gruppi ribelli legati al Governo di Khartoum, come ha confermato monsignor Kussala in alcune dichiarazioni alla “Radio Vaticana”.

“Questi ribelli, a nostro modo di vedere, stanno ricevendo aiuti da parte del governo del Nord. Tutti hanno fucili, armi… Credo ci sia la volontà di lasciare il Sud Sudan in difficoltà perché non abbia quella pace necessaria per preparare il referendum che è previsto per l’anno prossimo”, ha dichiarato.

Il presule ha anche informato sugli attacchi ai cristiani: “Il 13 agosto scorso, i ribelli sono entrati nella chiesa della mia parrocchia ed hanno preso tante persone in ostaggio. Mentre fuggivano nella foresta, ne hanno uccise sette: li hanno crocifissi agli alberi. Si verificano tanti drammi come questo. Alcuni di loro sono stati istruiti da al Qaeda in Afghanistan: sono contro la Chiesa. Il progetto è intimidire i cristiani”.

Vivere il Vangelo in Sudan è una scelta difficile, si corre il rischio del martirio, ha confessato monsignor Kussala: “Noi viviamo proprio in questo senso, perché stanno uccidendo la gente, bruciano le loro case, le chiese: questo è martirio”.

I cristiani vivono nella paura. “Ma noi non vogliamo morire: tutto questo rafforza la fede della gente, la gente continua a venire in chiesa”.

Essere segno di pace e di riconciliazione è testimoniare il Vangelo in una terra che perseguita i cristiani: “Questo è il nostro motto, continuare a vivere la riconciliazione e la pace. Dopo sei secoli, il cristianesimo è stato praticamente distrutto nel Nord del Sudan, e noi ne soffriamo in nome del Signore”.

Pensando alla situazione della sua Diocesi e al conflitto del Darfur, monsignor Kussala ha chiesto aiuto alla comunità internazionale, ma ha anche detto “Abbiamo bisogno dei Buoni samaritani della Sacra Bibbia”.

“Vogliamo i Buoni samaritani: i nostri fratelli, i nostri amici nella comunità internazionale possono venire in nostro aiuto. Ma più ancora di questo, chiediamo preghiere, tante! Per noi, affinché possiamo essere forti e proseguire su questo cammino così difficile. Ma con il Signore, lo sappiamo bene, alla fine vinceremo!”, ha concluso.


I problemi dell’Africa sono quelli di tutti gli uomini
L’arcivescovo di Antananarivo, mons. Razanakolona, incontra i giornalisti

di Chiara Santomiero

CITTA' DEL VATICANO, venerdì, 16 ottobre 2009 (ZENIT.org).- “Affrontando i problemi dell’Africa durante questo Sinodo, ci siamo accorti che sono problemi dell’uomo, di tutti i paesi”: lo ha affermato mons. Odon Marie Arséne Razanakolona, arcivescovo di Antananarivo in Madagascar, incontrando questo venerdì i giornalisti che stanno seguendo i lavori della II Assemblea speciale per l’Africa.

“La necessità della riconciliazione e della pace riguarda tutti gli uomini – ha proseguito Razanakolona – ma oltre il livello umano, un credente è sollecitato dal suo rapporto con Dio a lasciarsi riconciliare da Lui e con i fratelli”.

L’arcivescovo di Antananarivo ha esperienza di conflitti e mediazioni; in qualità di presidente del Consiglio delle Chiese cristiane (Ffkm) del suo Paese - che riunisce cattolici, luterani, riformati ed anglicani -, ha partecipato alla mediazione, nello scorso febbraio, tra il presidente del Madagascar, Marc Ravolamanana e il sindaco di Antananarivo, Andry Rajoelina, protagonisti di una crisi politica che per mesi aveva dato vita nella capitale a proteste, manifestazioni e incidenti tra sostenitori delle parti opposte. La mediazione si è conclusa con la firma di un accordo tra le parti.

Lo stesso Razanakolona aveva spiegato nel suo intervento al Sinodo le ragioni per le quali il Ffkm era stato scelto per mediare: “insieme, i capi religiosi hanno lanciato appelli alla calma”. La conferenza dei vescovi del Madagascar, inoltre “non ha mai cessato di dare l’allarme per attirare l’attenzione del potere in carica sul fatto che la maggioranza delle persone diventa sempre più povera mentre una minoranza si arricchisce; che era in atto una deriva dittatoriale dopo l’adozione di una Costituzione a misura di presidente, che si moltiplicava la vendita di terreni a compagnie straniere, per non parlare dei brogli elettorali”.

“Ognuno – ha detto Razanakolona – vive la propria fede ponendo attenzione alla realtà del posto in cui si trova: questo significa mettere insieme fede e vita”. In Madagascar “l’esperienza ecumenica è molto importante perchè gli appartenenti alle chiese cristiane sono in numero equivalente, ci sono molti matrimoni misti e i rapporti tra di noi hanno un impatto sulla vita sociale. Questo lavorare insieme è uno dei contributi che la Chiesa africana può offrire a tutta la Chiesa”.

Un altro contributo della Chiesa riguarda la mediazione culturale in una società in cui le divisioni etniche hanno un peso rilevante: “Io vengo dal sud – ha raccontato l’arcivescovo di Antananarivo – e sono stato mandato, nella prima destinazione, al nord, a 1400 chilometri dalla mia terra. Dopo sette anni sono stato spostato nella capitale, dove non c’è nessuna delle mie tribù. Ho dovuto imparare molto sulle altre culture ed è quanto la Chiesa cerca di fare a vari i livelli: è la persona che fa l’unità facendo sintesi delle varie culture della realtà malgascia”.

La Chiesa è quindi impegnata in uno sforzo di formazione e di diffusione della conoscenza reciproca, ma non va dimenticato, ha sottolineato Razanakolona che “spesso alla radice dei conflitti etnici ci sono i gruppi e le persone che vogliono dividere la società per potersi meglio impadronire delle risorse e del potere”.

L’arcivescovo di Antananarivo non si è sottratto alle sollecitazioni dei giornalisti su celibato dei preti, valorizzazione del ruolo delle donne e importanza dei media nella Chiesa.

Riguardo ai problemi segnalati nella sua chiesa in merito al celibato sacerdotale, “ se si è scelta una via – ha affermato Razanakolona – occorre rimanervi fedeli, guardando a Cristo come al nostro modello”. Bisogna tener conto anche delle difficoltà di contesto: “è difficile – ha aggiunto Razanakolona – essere sacerdoti così come vivere la coppia e la famiglia in una società che ha altri orientamenti. Lo stesso avviene in Europa. Tutto ciò, insieme alla scarsità di vocazioni, non può non sollevare delle domande e necessita di approfondimenti”.

Per quanto riguarda le donne, “esse in Madagascar rivestono ruoli rilevanti a abbiamo avuto ministre della giustizia e del turismo”. Tuttavia “è molto importante lottare contro la povertà perché questo permetterà alle donne di andare a scuola e di formarsi adeguatamente”.

Infine il ruolo dei media. “Nella mia prima diocesi – ha raccontato Razanakolona – non avevo neanche il telefono. Non si può comunicare se non si hanno i mezzi ed è difficile coprire i vasti territori delle nostre diocesi senza i media. Per questo abbiamo chiesto alla Chiesa universale di metterci a disposizione dei mezzi di comunicazione”.

“La necessità dei media per contribuire all’evangelizzazione – ha confermato don Giorgio Costantino, portavoce del Sinodo per i giornalisti di lingua italiana – è una preoccupazione molto avvertita da tutti i padri sinodali e si è chiesto da più parti che una raccomandazione in tal senso entri in maniera preponderante nel messaggio finale”.


Santa Sede

Il Papa: contro la fame nel mondo, occorre cambiare stili di vita
Nel messaggio alla FAO in occasione della Giornata Mondiale dell’Alimentazione

CITTA' DEL VATICANO, venerdì, 16 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Nella lotta contro la fame occorre cambiare stili di vita, promuovere lo sviluppo agricolo dei Paesi più poveri e mettere da parte privilegi e profitti. E’ quanto ha affermato Benedetto XVI nel messaggio per l’odierna Giornata Mondiale dell’Alimentazione che ha come tema: “Raggiungere la sicurezza alimentare in tempo di crisi”.

“L’accesso al cibo è un diritto fondamentale delle persone e dei popoli”, ha sottolineato il Papa nel messaggio inviato al Direttore generale della FAO, Jacques Diouf, e per questo i governi e le diverse componenti della Comunità internazionale sono chiamati, specialmente di fronte all'attuale crisi globale, a “operare scelte determinanti ed efficaci”.

Secondo il Sofi 2009, il Rapporto annuale sullo stato dell'alimentazione nel mondo, pubblicato dalla FAO e dal Programma alimentare mondiale (PAM) dell'Onu, quest'anno per la prima volta il numero degli affamati ha superato il miliardo - le cifre parlano di un miliardo e venti milioni di persone - con un aumento del 9% nell'ultimo anno.

La quasi totalità degli affamati vivono nei Paesi in via di sviluppo: in Asia e nel Pacifico si stima che siano 642 milioni; nell’Africa sub-sahariana 265 milioni; in America Latina e Caraibi 53 milioni; nel Vicino Oriente e in nord Africa 42 milioni. Ma il numero degli affamati è aumentato anche nei Paesi ricchi del nord del mondo, dove ha raggiunto i 15 milioni.

Nel corso dell’ultimo decennio - anche prima dell’attuale crisi - il numero delle persone sottonutrite era aumentato, in modo lento ma costante. Ma tra il 1995-97 ed il 2004-06, con il calo sostanziale degli aiuti pubblici allo sviluppo (Oda) destinati all’agricoltura, il numero dei sottonutriti è aumentato in tutte le regioni, tranne in America Latina e Caraibi, sebbene anche in questa regione crisi economica ed alimentaria abbiano cancellato i progressi fatti.

Nel messaggio il Santo Padre sottolinea che “l’agricoltura deve poter disporre di un sufficiente livello di investimenti e di risorse” e che oltre a questo sono necessari anche “una profonda solidarietà e una lungimirante fraternità”.

"In particolare – ha aggiunto richiamando la “Caritas in veritate” – il dramma della fame potrà essere sconfitto solo 'eliminando le cause strutturali che lo provocano e promuovendo lo sviluppo agricolo dei Paesi più poveri mediante investimenti in infrastrutture rurali, in sistemi di irrigazione, in trasporti, in organizzazione dei mercati, in formazione e diffusione di tecniche agricole appropriate, capaci cioè di utilizzare al meglio le risorse umane, naturali e socio-economiche maggiormente accessibili a livello locale'”.

Il Papa ha poi osservato che “il conseguimento di questi obiettivi richiede una necessaria modificazione degli stili di vita e dei modi di pensare”.

Per questo è indispensabile “favorire una cooperazione che protegga i metodi di coltivazione propri di ogni area ed eviti un uso sconsiderato delle risorse naturali”, oltre a salvaguardare “i valori propri del mondo rurale e i fondamentali diritti dei lavoratori della terra”.

Le soluzioni tecniche, pur avanzate, mancano di efficacia “se non si riferiscono alla persona, principale protagonista che, nella sua dimensione spirituale e materiale, è origine e fine di ogni attività”, ha evidenziato Benedetto XVI.

Tuttavia, ha concluso, “mettendo da parte privilegi, profitti e comodità, questi obiettivi potranno essere realizzati a vantaggio di uomini, donne, bambini, famiglie e comunità, che vivono nelle aree più povere del pianeta e sono, dunque, più vulnerabili”.


L'incontro del Papa con il Primo Ministro dell'Ucraina

ROMA, venerdì, 16 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Questo venerdì Benedetto XVI ha ricevuto in udienza Yulia Timoshenko, Primo Ministro dell'Ucraina.

“Nel corso dei cordiali colloqui – si legge in una nota vaticana – sono stati affrontati temi inerenti alla promozione della pace e alla collaborazione internazionale, specie in ambito europeo”.

“In seguito – continua la nota – , ci si è soffermati sul contributo che la Chiesa cattolica, di entrambi i riti, offre alla società ucraina, soprattutto in campo educativo e nella diffusione dei valori umani e cristiani”.

“Inoltre, si è richiamato l'insieme delle questioni di interesse comune nei rapporti fra le Autorità civili e quelle religiose, auspicando che i recenti sviluppi positivi aiutino la soluzione delle questioni ancora pendenti”.

Infine, il Primo Ministro dell'Ucraina ha incontrato il Cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato, e l'Arcivescovo Dominique Mamberti, Segretario per i Rapporti con gli Stati.


Udienza di Benedetto XVI al Principe Alberto II di Monaco

ROMA, venerdì, 16 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Nella mattina di venerdì, Benedetto XVI ha ricevuto in udienza il Principe Alberto II di Monaco.

“Nel corso dei colloqui – ha fatto sapere una nota vaticana –, dopo aver evocato alcune questioni di attualità internazionale, come lo sviluppo integrale dei popoli e la protezione delle risorse naturali e dell'ambiente, ci si è soffermati su alcuni temi di interesse comune, come l'importanza di una solida formazione culturale e morale delle giovani generazioni e la difesa della vita in tutte le sue fasi.

Subito dopo, il Principe Alberto II si è incontrato con il Cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato, accompagnato dall'Arcivescovo Dominique Mamberti, Segretario per i Rapporti con gli Stati.


Indù e cristiani collaborino per lo sviluppo umano integrale
Messaggio della Santa Sede in occasione della festa del Diwali

CITTA' DEL VATICANO, venerdì, 16 ottobre 2009 (ZENIT.org).- La Santa Sede ha chiesto questo venerdì un impegno dei cristiani e degli indù per lo sviluppo umano integrale.

Lo ha fatto nel tradizionale messaggio del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso rivolto agli indù di tutto il mondo in occasione della celebrazione della festa indù del Diwali o “della luce”, che dà inizio al nuovo anno e che molti indù celebrano il 17 ottobre.

Il messaggio, firmato dal presidente e dal segretario del dicastero, rispettivamente il Cardinale Jean-Louis Tauran e l'Arcivescovo Pier Luigi Celata, sottolinea “la necessità di lavorare insieme per lo sviluppo umano integrale”.

“Lo sviluppo umano integrale comporta un progresso nella direzione del vero bene di ciascun individuo, comunità e società, in ogni dimensione della vita umana: sociale, economica, politica, intellettuale, emozionale, spirituale e religiosa”, segnala il testo.

“Tale autentico sviluppo umano si può raggiungere solo attraverso l’assunzione di una responsabilità condivisa gli uni per gli altri ed impegnandosi seriamente in azioni di collaborazione”, aggiunge.

Secondo il dicastero vaticano, questo atteggiamento “scaturisce dalla nostra stessa natura di esseri umani e dalla nostra appartenenza all’unica famiglia umana”.

Entrando nei dettagli, il documento indica che “nel processo dello sviluppo integrale, la protezione della vita umana ed il rispetto della dignità e dei diritti fondamentali della persona sono responsabilità di ciascuno, sia individualmente che collettivamente”, e che “il rispetto per gli altri implica, dunque, il riconoscimento della loro libertà: libertà di coscienza, di pensiero e di religione”.

“Quando le persone si sentono rispettate nelle loro scelte di fondo come esseri religiosi, solo allora esse sono in grado di incontrare gli altri e di cooperare per il progresso dell’umanità. Ciò forma un ordine sociale più pacifico che contribuisce allo sviluppo”, dichiara il messaggio.

In questa occasione, il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso ha voluto segnalare agli indù che “lo sviluppo umano integrale richiede anche la volontà politica di lavorare per garantire una maggiore protezione dei diritti umani ed una coesistenza pacifica”.

“Sviluppo, libertà e pace sono indissolubilmente legati e si completano reciprocamente. Una pace duratura e relazioni armoniose emergono in un’atmosfera di libertà; allo stesso modo, lo sviluppo umano integrale si realizza in un ambiente pacifico”.

Il messaggio termina e si conclude con l'auspicio, a nome del dicastero, di una felice festa del Diwali.

“Le feste religiose ci offrono l’opportunità di ravvivare il nostro rapporto con Dio e tra noi”, osserva.

Conosciuta anche come Deepavali, ossia “fila di lampade ad olio”, dalle fiammelle che la simboleggiano, la festa rappresenta la vittoria della verità sulla menzogna, della luce sulle tenebre, della vita sulla morte e del bene sul male.

La festa del Diwali è la festa più antica e più grande dell’induismo.

La celebrazione vera e propria dura tre giorni, segnando l’inizio di un nuovo anno all’insegna dell’adorazione di Dio e della riconciliazione, dove le famiglie si riuniscono e celebrano in maniera significativa i riti prescritti dall’antico dharma.


Mostra in Vaticano su “Padre Matteo Ricci e la Cina”
Verrà inaugurata il 29 ottobre in occasione del IV centenario della sua morte

ROMA, venerdì, 16 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Il 29 ottobre prossimo verrà inaugurata nel Braccio di Carlo Magno, in Vaticano, la Mostra “Padre Matteo Ricci e la Cina”, che rievoca la figura e l’opera del gesuita italiano nel IV centenario della morte.

La Mostra ospitata in Vaticano è suddivisa in cinque sezioni: La Compagnia di Gesù e Padre Matteo Ricci. Ritratti e documenti; La Roma di Matteo Ricci; Matteo Ricci e la Cina; L’opera scientifica e geografica; e L’eredità/inculturazione.

In esposizione figurano opere conservate nel Museo Missionario Etnologico Vaticano e nel Museo Nazionale di Arte Orientale oltre a reperti provenienti da altri musei e istituzioni scientifiche.

L’esposizione è curata dal Comitato promotore delle celebrazioni centenarie di padre Ricci, in collaborazione con i Musei Vaticani, la Curia Generalizia della Compagnia di Gesù e la Pontificia Università Gregoriana.

Nato a Macerata il 6 ottobre 1552, il futuro “Apostolo della Cina” entrò a diciotto anni nella Compagnia di Gesù a Roma, maturando ben presto un’autentica vocazione missionaria.

Nel 1577 chiese di essere destinato alle Missioni d’Oriente e a tal fine partì per il Portogallo, tappa di preparazione all’apostolato orientale; imbarcatosi a Lisbona con 14 confratelli, il 13 settembre 1578 approdò a Goa, in India, dove era sepolto San Francesco Saverio.

Trascorse alcuni anni in terra indiana, insegnando materie umanistiche nelle scuole della Compagnia, prima dell’ordinazione sacerdotale ricevuta a Cochin, luogo in cui celebrò la prima Messa il 26 luglio 1580.

Si stavano intanto avvicinando i tempi della nuova destinazione: il Visitatore delle Missioni d’Oriente Alessandro Valignano trasmise a padre Ricci l’ordine di recarsi a Macao per studiare la lingua cinese e prepararsi ad entrare in Cina, allora impenetrabile agli stranieri.

Il tanto atteso ingresso ebbe luogo il 10 settembre 1583. Padre Matteo e il confratello Michele Ruggieri raggiungono Zhaoqing, dove iniziano a costruire la prima casa e la prima chiesa, completata nel 1585. La piccola comunità gesuita si trasferì poi a Shaozhou, Nanchang e Nanchino, per entrare finalmente a Pechino il 24 gennaio 1601.

Ben accolto dall’imperatore Wanli della dinastia Ming, padre Ricci fu elevato al rango di Mandarino, ricevuto alla corte del Celeste Impero, ospitato da alti funzionari civili e militari. “Farsi cinese con i cinesi”: questo l’innovativo metodo di evangelizzazione di padre Ricci, che seppe adattarsi agli usi e tradizioni locali, per essere più vicino a coloro ai quali annunciava il Vangelo.

La via dell’ “inculturazione” scelta dal gesuita, unita alla pratica instancabile della carità, seppe dare i suoi frutti, con le conversioni di importanti dignitari e di esponenti di ceti modesti, colpiti dal grande rispetto del missionario per il Confucianesimo e per il patrimonio culturale cinese.

Grande ammirazione destarono anche le conoscenze scientifiche del Ricci, che portò in Cina la matematica e la geometria dell’Occidente, insieme ai grandi apporti del Rinascimento nel campo della geografia, della cartografia e dell’astronomia.

Oltre ad insegnare in lingua cinese numerose discipline scientifiche ed umanistiche, lasciò un gran numero di scritti, quali il “Trattato sull’amicizia”, il “Mappamondo cinese”, il Trattato “Genuina nozione del Signore del Cielo”, “Sommario della dottrina cristiana”, “Christianità nella Cina”, “Commentari” e “Lettere dalla Cina”, contribuendo in modo decisivo alla fondazione della moderna sinologia e alla diffusione della conoscenza dell’Occidente in Cina e in tutto l’Oriente.

“Li Madou” – questo il nome cinese di padre Ricci – si spense a Pechino l’11 maggio 1610. In deroga alla tradizione di non consentire l’inumazione in Cina agli stranieri, l’imperatore concesse un terreno per la sua sepoltura, come estremo tributo alla sua scienza e al suo amore per i cinesi.

La mostra sarà visitabile dal 30 ottobre 2009 fino al 24 gennaio 2010.


Anno Sacerdotale

Romania: si è chiuso il primo Incontro nazionale dei sacerdoti cattolici
Il Card. Hummes invita i sacerdoti del Paese a “vivere nel sì quotidiano” la fedeltà a Cristo

ROMA, venerdì, 16 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Si è concluso questo venerdì il primo Incontro nazionale dei sacerdoti cattolici della Romania, ospitato dall’Arcidiocesi di Bucarest. All’incontro hanno preso parte 65 sacerdoti - di ambedue i riti (romano e greco-cattolici) - provenienti da 9 delle 11 diocesi ed eparchie cattoliche romene.

Sacerdoti di riti diversi, etnie diverse (romeni, ungheresi, tedeschi), età diverse hanno trascorso alcuni giorni insieme (dal 13 al 16 ottobre) nel monastero dei padri carmelitani a Ciofliceni (Snagov, non lontano da Bucarest) per pregare insieme e riflettere insieme sul tema “Il sacerdozio, tra servizio carismatico e funzionalismo istituzionale”.

Le diverse conferenze sono state tenute da don Tarciziu Serban - professore di teologia nella Facoltà di Teologia Romano-Cattolica dell’Università di Bucarest -, da mons. Ioan Robu - Arcivescovo di Bucarest e Presidente della Conferenza Episcopale Romena -, da mons. Mihai Fratila - Vescovo ausiliare dell’Arcieparchia di Alba Iulia e Fagaras, con sede a Bucarest -, e da mons. Cornel Damian - Vescovo ausiliare di Bucarest -.

L’incontro di Snagov, sarà seguito da altri cinque Incontri di questo tipo, che verranno ospitati da altre diocesi ed eparchie. Con questi appuntamenti, i Vescovi romeni intendono offrire ai presbiteri, durante l’Anno Sacerdotale voluto da Benedetto XVI, l’opportunità di pregare insieme, di riflettere insieme sulla loro missione, e di conoscersi meglio gli uni gli altri.

Alcuni dei sacerdoti presenti a Snagov hanno espresso il desiderio di continuare simili Incontri anche dopo la chiusura dell’Anno Sacerdotale, per una formazione permanente non solo a livello locale, ma anche nazionale, e per rafforzare l’unità nella diversità della Chiesa Cattolica in Romania.

In una lettera inviata a mons. Ioan Robu, il Cardinale Claudio Hummes, Prefetto della Congregazione per il Clero, ha assicurato ai sacerdoti romeni la sua preghiera ed ha augurato loro una “fruttuosa riuscita di questo incontro e dei successivi cinque Incontri che verranno ospitati da altre diocesi/eparchie di questo nobile Paese”.

Nella lettera il Cardinale Prefetto ha incoraggiato i sacerdoti romeni a “vivere nel sì quotidiano” il motto “Fedeltà di Cristo, fedeltà del sacerdote”, scelto per questo anno indetto dal Papa in occasione dei 150 anni della morte del Santo Curato d'Ars, che proclamerà patrono di tutti i sacerdoti del mondo.

Il porporato li ha quindi invitati tutti all'Incontro internazionale dei sacerdoti che si terrà a Roma dal 9 all'11 giugno 2010, per “vivere insieme la gioia della communio nella fraternità sacerdotale”.

Il prossimo Incontro nazionale dei sacerdoti cattolici della Romania sarà ospitato dall’arcidiocesi di Alba Iulia – la quale quest’anno celebra i mille anni dalla sua creazione – dal 9 al 12 novembre 2009.


Notizie dal mondo

Il missionario rapito nelle Filippine ha urgente bisogno di medicinali
La Chiesa chiede preghiere per la sua liberazione

di Patricia Navas

PAGADIAN, venerdì, 16 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Padre Michael Sinnott, irlandese della Società Missionaria di San Colombano sequestrato domenica a Pagadian (Mindanao, Filippine), ha urgente bisogno di medicinali a causa del suo precario stato di salute.

Lo ha riferito all'agenzia Fides il Vescovo di Pagadian, monsignor Emmanuele Cabajar, che ha chiesto di “pregare per la sua salvezza” e ha supplicato i rapitori “perché lo rilascino subito e lo trattino con compassione”.

Il missionario, che ha 79 anni, ha due bypass ed è stato operato di recente al cuore. E' stato sequestrato domenica sera mentre usciva di casa.

Sette uomini armati lo hanno fatto salire su un veicolo che è stato poi rinvenuto dato alle fiamme e abbandonato su una spiaggia. I rapitori l'hanno portato via su un gommone.

Il Vescovo Cabajar ha pubblicato un manifesto, “Padre Michael Sinnot, un uomo di pace”, in cui esprime il suo dolore per l'accaduto.

“La nostra priorità oggi è cercare di fargli recapitare le medicine di cui ha bisogno per la sua vita – ha affermato –. Stiamo tentando in tutti i modi di stabilire un canale con i sequestratori”.

“Speriamo sia liberato ben presto, entro una settimana, dato che il suo fisico potrebbe non resistere al lungo ed estenuante disagio in mano ai sequestratori, che spesso costringono le vittime a marce forzate”, ha aggiunto il vicario generale della Diocesi, monsignor Gilbert Hingone.

Servizio ai bambini disabili

“Attendiamo fiduciosi buone notizie, perché il religioso possa tornare presto al suo servizio pastorale, che ha sempre svolto con amore, zelo e dedizione, specialmente in favore dei bambini disabili”, ha dichiarato monsignor Cabajar.

Il missionario, nato in Irlanda, coordinava un progetto di riabilitazione per bambini disabili.

Subito dopo il suo sequestro, i leader militari della regione hanno comunicato che il sacerdote era stato avvistato nella zona di Lanao Sud.

Circa i sequestratori, padre Gilbert ha spiegato che “i sospetti vanno su bande dedite al business dei sequestri a scopo di estorsione. Vogliono denaro per finanziare la loro lotta. Ma la politica della Chiesa nelle Filippine del Sud è non cedere alle richieste di riscatto”.

Solidarietà di cattolici e musulmani

La comunità cattolica della Diocesi sta pregando per il missionario in parrocchie, scuole e associazioni.

Cattolici di tutta la regione si sono recati nella città di Pagadian per esprimere la propria solidarietà e il proprio affetto e chiedere a Dio di proteggere la vita del missionario.

Anche alcuni gruppi musulmani locali hanno fatto giungere al Vescovado dimostrazioni di solidarietà e hanno condannato il sequestro.

Padre Sinnott lavora nella zona da trent'anni ed è molto conosciuto e amato dalla popolazione locale.

Il vicario generale ha affermato che “episodi come il sequestro di p. Sinnott, per quanto dolorosi e ingiusti, non fermeranno l’azione della Chiesa a Mindanao per la riconciliazione, il dialogo interreligioso e il processo di pace”.

Secondo l'agenzia AsiaNews, dal 1993 almeno 15 sacerdoti e pastori protestanti – 8 stranieri e 7 di nazionalità filippina – sono stati sequestrati a Mindanao.

L'agenzia informativa delle Pontificie Opere Missionarie OMPress ha comunicato che padre Sinnott è il terzo sacerdote rapito nella zona di Mindanao occidentale negli ultimi 12 anni.

Nel 1991 è stato rapito padre Desmond Hartford, liberato alcuni giorni dopo. Nel 2001 padre Rufus Halley è stato assassinato per aver resistito a un tentativo di sequestro. Nel 2007, alcuni uomini armati hanno rapito il missionario italiano Giancarlo Bossi.


La Spagna si prepara alla manifestazione contro la legge sull'aborto
I Vescovi non guidano la protesta ma la ritengono “legittima e conveniente”

di Nieves San Martín

MADRID, venerdì, 16 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Si stanno ultimando i preparativi per la manifestazione che si svolgerà a Madrid (Spagna) questo sabato contro la nuova legge sull'aborto promossa dal Governo. La concentrazione, che prevede la partecipazione di manifestanti di tutto il Paese, è convocata da più di 40 associazioni civili e religiose.

Il Consiglio per i Laici dell'Arcidiocesi di Madrid ha invitato i fedeli a partecipare alla protesta attraverso un comunicato pubblicato dall'Arcivescovado madrileno.

Oltre a esortare ad assistere alla marcia, il Consiglio per i Laici ricorda che la partecipazione dei fedeli dimostrerà “il loro impegno per la vita, la donna e la maternità”.

Nel comunicato, si spiega che l'iniziativa del Governo “obbliga tutti noi che valorizziamo la vita umana e il diritto alla maternità a manifestare pubblicamente il nostro impegno per evitare che si degradi ancor di più il già precario e insufficiente impegno della legislazione spagnola in questo senso”.

Si sottolinea inoltre che la riforma dell'Esecutivo – per la quale si potrà abortire liberamente fino alla 14ma settimana – presupporrà che nelle prime settimane di gestazione il bambino “sia privato del suo diritto alla vita per la mera volontà della madre”.

Allo stesso modo, si avverte che, con la scusa di concederle il “diritto” e la “libertà” di decidere sulla vita di suo figlio, la donna “non sarà sostenuta come dovuto” e “si imporranno con carattere obbligatorio e coattivo in tutti i centri sanitari ed educativi sia l'ideologia di genere che la sua visione della sessualità e della persona”.

Le organizzazioni che convocano l'evento chiedono in un manifesto una presenza massiccia “perché i governanti e i parlamentari della Spagna sappiano che c'è un'amplissima maggioranza di spagnoli che rifiuta ogni legislazione permissiva sull'aborto e reclama alternative solidali a sostegno della donna in stato di gravidanza”.

Anche se la Chiesa non guida la manifestazione, molte Diocesi, a livello individuale, hanno rivolto un chiaro appello ai fedeli affinché sostengano la mobilitazione recandosi a Madrid.

Numerosi Vescovi – informa nel suo ultimo numero la rivista “Vida Nueva” -, soprattutto attraverso le loro delegazioni di “Familia y Vida”, rimandano per ulteriori informazioni alla pagina ufficiale degli organizzatori (www.cadavidaimporta.org), in cui si forniscono istruzioni e si offrono dettagli su come partecipare, o alla stessa Dichiarazione che la Conferenza Episcopale ha diffuso il 17 giugno scorso.

Altre Diocesi esortano direttamente a partecipare alla manifestazione, offrendo tutte le informazioni per partire in modo organizzato in pullman. Le Diocesi di Barbastro-Monzón, Palencia, Pamplona e Tudela, Jaén e Tarazona hanno incluso lettere pastorali dei loro Vescovi in cui si critica duramente la controversa iniziativa legislativa.

I Vescovi hanno espresso la loro posizione favorevole alla partecipazione alla protesta al termine della Commissione Permanente che hanno celebrato recentemente a Madrid.

Nella nota finale della riunione episcopale si afferma che “i Vescovi considerano legittima e conveniente questa convocazione e la partecipazione ad essa”.

“I fedeli laici – aggiungono – rispondono adeguatamente alla sfida posta – di grande importanza morale e sociale – facendo uso del loro diritto di manifestare pacificamente per esprimere il loro disaccordo con la legge prevista, che rappresenta un serio passo indietro nella difesa del diritto alla vita dei concepiti, un maggiore abbandono delle madri gestanti e un danno irreparabile al bene comune”.

[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]


Italia

Carità globale per uno sviluppo integrale dell’uomo
Un libro e un seminario di studio proposti dall'Azione cattolica italiana

ROMA, venerdì, 16 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Un libro e un seminario di studio: li propone l’Azione cattolica italiana (Aci) sul tema della “Carità globale. Per uno sviluppo integrale dell’uomo”, affrontato dall’enciclica di Papa Benedetto XVI Caritas in veritate.

“L’economia globale, il significato autentico dello sviluppo, la giustizia sociale, la promozione della vita umana in ogni angolo del pianeta – afferma la Presidenza nazionale dell’Aci – sono i temi su cui pone l’attenzione l’enciclica”.

“Il testo del Santo Padre – aggiunge – parla al cuore di ogni persona e, al contempo, chiama i credenti a una piena responsabilità per costruire un mondo più giusto, rispettoso della dignità di ogni essere umano, della famiglia, dell’ambiente”.

L’enciclica, inoltre, “rivolge lo sguardo sulle donne e gli uomini di oggi, sulle trasformazioni sociali, culturali e politiche in atto, contando su una guida sicura e aperta al domani: la Parola di Dio”.

“Carità globale” è il titolo del libro edito dall’Editrice Ave, in collaborazione con la Libreria Editrice Vaticana, che avvalendosi dei contributi di vari studiosi – laici, teologi e vescovi – si propone di fornire materiali per approfondire la riflessione avviata da Benedetto XVI.

“Carità globale. Per uno sviluppo integrale dell’uomo” è anche il tema del seminario di studio che si terrà il 16 ottobre alla Domus Mariae di Roma alle ore 17.00. Dopo l’introduzione ai lavori di Paolo Trionfini, coordinatore del Centro Studi dell’Aci, seguirà la relazione di mons. Arrigo Miglio, vescovo di Ivrea e presidente del Comitato scientifico e organizzativo delle Settimane sociali dei cattolici italiani sul tema “La carità via maestra della Dottrina sociale della Chiesa”.

Successivamente l’economista Ferruccio Marzano interverrà su “Fraternità, sviluppo economico e società civile”. A Franco Miano, presidente nazionale dell’Azione cattolica italiana, il compito di sintetizzare le conclusioni del seminario.


Interviste

Accompagnare l'obiezione di coscienza con la dottrina politica cattolica
Intervista a uno degli organizzatori del Congresso “Stato e Coscienza”

di Patricia Navas

MADRID, venerdì, 16 ottobre 2009 (ZENIT.org).- “La vera resistenza di fronte alle ingerenze da parte dello Stato deve essere accompagnata dall'autentica affermazione della dottrina politica cattolica”.

Lo segnala il docente di Scienza Politica e Diritto Costituzionale Miguel Ayuso in questa intervista concessa a ZENIT.

Ayuso fa parte del comitato del Congresso dell'Unione Internazionale dei Giuristi Cattolici che si svolgerà a Madrid il 12 e il 13 novembre sul tema “Stato e Coscienza”.

Tra le varie personalità che parteciperanno al Congresso figurano il Cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, e l'Arcivescovo Raymond L. Burke, prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica.

Gli Stati stannno guadagnando terreno nell'ambito proprio della coscienza?

Miguel Ayuso: E' certo che attualmente può essere più evidente la potenziale conflittualità del rapporto tra Stato e coscienza.

Bisogna tener presente che lo Stato moderno è nato basato sull'affermazione della libertà di coscienza, che ha portato a costituire il potere politico come unica fonte di moralità.

Potrebbe fornire qualche esempio?

Miguel Ayuso: Si vede chiaramente nella vita interna degli Stati e in quella delle organizzazioni internazionali.

I criteri con cui si vuole evitare il contagio dell'Aids o regolamentare la natalità presuppongono l'esclusione di qualsiasi normatività morale di origine religiosa.

Allo stesso tempo, lo Stato separato dalla Chiesa tende anche a negare la presenza della fede nell'educazione o nella vita sociale.

Da ciò deriva il dinamismo con cui il liberalismo scristianizza, come si vede in un mondo in cui i paradigmi della modernità forte si dissolvono in un discorso di matrice nichilista.

Quali differenze ci sono in questo senso rispetto al passato?

Miguel Ayuso: Per iniziare, bisogna distinguere, con la retta filofia e la dottrina cattolica, tra libertà “di” coscienza e libertà “dalla” coscienza.

La seconda, che la Chiesa difende, non è altro che il riflesso della legge morale oggettiva inscritta nella coscienza, in tutte le coscienze.

La prima, invece, che è quella della cultura moderna e quella che si è imposta, presuppone la rivendicazione di un'autonomia morale soggettiva.

Le conseguenze politiche di questa distinzione non sono di poco conto, perché la libertà “di” coscienza porta all'individualismo esasperato, che si risolve in una visione del diritto positivo come pura forza e presuppone il concetto di libertà negativa, cioè la libertà senza regole.

Affermare che tutte le concezioni morali e religiose hanno diritto di cittadinanza, con l'unico limite che gli atti che ne derivano non danneggino altri, implica sostenere che ciascuno può, nella sfera privata, fare ciò che più gli piace.

Il fatto di drogarsi, di rifiutare trasfusioni di sangue necessarie, di avere varie donne o di nascondere capitali all'estero, per portare esempi di vario spessore, diventano problemi insolubili.

Come si possono limitare le ingerenze dello Stato nell'ambito proprio della coscienza?

Miguel Ayuso: Una prima soluzione conduce al campo dell'obiezione di coscienza.

Bisogna tuttavia tracciare una distinzione parallela a quella che abbiamo proposto sulla libertà di coscienza.

C'è anche un'obiezione “di” coscienza e un'obiezione “della” coscienza. E allo stesso modo, la prima risulta estranea e contraria alla cultura cattolica, mentre la seconda non solo è accettabile, ma può risultare anche obbligatoria in funzione delle circostanze.

Per questo, attualmente si sente parlare molto di obiezione di coscienza. Ed è positiva quando presuppone il rifiuto di leggi fondamentalmente ingiuste, anche se spesso implica una cerca ambiguità, per il contesto delle affermazioni politiche in cui si formula e che non sempre discerne chiaramente l'obiezione “della” coscienza dall'obiezione “di” coscienza.

Per questa ragione, la vera resistenza di fronte alle ingerenze da parte dello Stato deve essere accompagnata dall'autentica affermazione della dottrina politica cattolica.

E' questa che sostiene che lo Stato (o meglio, la comunità politica) è uno strumento dell'ordine che si fonda su una costante morale, così che quando si prescinde da questa non solo si rifiuta quello che potremmo chiamare lo “Stato cattolico”, ma è lo “Stato” stesso a scomparire.

Non capita però frequentemente di ascoltare questo tipo di affermazioni nel mondo cattolico contemporaneo, forze perché è stato “inghiottito” (anche in modo incosciente) dalla cultura liberale.

Perché per il Congresso di quest'anno è stato scelto il tema “Stato e Coscienza”?

Miguel Ayuso: In primo luogo è un tema centrale della filosofia pratica, cioè morale, giuridica e politica.

Per i professionisti cattolici del diritto, quindi, non è mai troppo contribuire a chiarire concetti così importanti, sia in se stessi che nella loro interrelazione.

In secondo luogo, non si può tuttavia nascondere che l'esperienza contemporanea rende più urgente questa riflessione, visto che richiede l'analisi di molteplici questioni delicate in cui è coinvolto il rapporto tra la coscienza e lo Stato con il suo ordinamento giuridico.

Quante persone e di quanti Paesi prevede che parteciperanno al Congresso a novembre?

Miguel Ayuso: L'Unione Internazionale dei Giuristi Cattolici è un'associazione privata internazionale di fedeli di diritto pontificio, dotata di personalità giuridica, con sede centrale a Roma, nel Palazzo della Cancelleria, che gode di extraterritorialità perché appartiene alla Santa Sede.

Riunisce professionisti o studiosi del diritto di venti Paesi e ha più di 5.000 soci.

A questo Congresso, il primo mondiale che si celebra dal 1994, attendiamo circa 300 partecipanti, provenienti da una quindicina di Paesi.

Per il momento, hanno annunciato la propria presenza colleghi di Stati Uniti, Messico, Colombia, Perù, Cile, Argentina, Uruguay, Brasile, Portogallo, Francia, Italia, Ungheria, Polonia e Spagna.

[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]


Parola e vita

Il Servo Gesù è la luce della vita
XXIX Domenica del Tempo Ordinario, 18 ottobre 2009

di padre Angelo del Favero*


ROMA, venerdì, 16 ottobre 2009 (ZENIT.org).- “Mentre erano sulla strada per salire a Gerusalemme, Gesù camminava davanti a loro ed essi erano sgomenti; coloro che lo seguivano erano impauriti. Presi di nuovo in disparte i discepoli, si mise a dire loro quello che stava per accadergli: 'Ecco, noi saliamo a Gerusalemme…lo uccideranno, e dopo tre giorni risorgerà'. Gli si avvicinarono Giacomo e Giovanni, i figli di Zebedeo, dicendogli: 'Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo'. Egli disse loro: 'Che cosa volete che io faccia per voi?'. Gli risposero: 'Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra' (…). Gli altri dieci, avendo sentito, cominciarono ad indignarsi con Giacomo e Giovanni. Allora Gesù li chiamò a sé e disse loro: 'Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi li opprimono. Tra voi, però, non è così; ma chi vuol diventare grande tra voi sarà vostro servitore e chi vuol essere il primo tra voi si farà schiavo di tutti. Anche il figlio dell’uomo, infatti, non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti'” (Mc 10,35-45).

“Fratelli, poiché abbiamo un sommo sacerdote grande, che è passato attraverso i cieli, Gesù il Figlio di Dio, manteniamo ferma la professione della fede. Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia prendere parte alle nostre debolezze: egli stesso è stato messo alla prova come noi, escluso il peccato. Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, così da essere aiutati al momento opportuno” (Eb 4,14-16).

Il tema della 83a Giornata Missionaria Mondiale, che la Chiesa celebra in questa Domenica, è: “Le nazioni cammineranno alla sua luce”. Nel suo Messaggio, Papa Benedetto afferma: “Scopo della missione della Chiesa, infatti, è di illuminare con la luce del Vangelo tutti i popoli nel loro cammino storico verso Dio, perché in Lui abbiano la loro piena realizzazione ed il loro compimento. Dobbiamo sentire l’ansia e la passione di illuminare tutti i popoli con la luce di Cristo, che risplende sul volto della Chiesa, perché tutti si raccolgano nell’unica famiglia umana, sotto la paternità amorevole di Dio”.

Questo tema si collega bene con le Letture odierne. Infatti, se la luce del Vangelo, che è la Verità della vita rivelata in Cristo da Dio Padre, avvolge ed illumina il mondo intero, ciò è dovuto al sacrificio espiatorio di Gesù, Servo del Signore (Is 53,10-11), che ci ha giustificati e riconciliati con Dio grazie a due “passaggi”: “è passato attraverso i cieli”, cioè la sfera di Dio cui apparteneva per natura (come un bambino che “rompe le acque” uscendo dal grembo), ed ha attraversato la nostra umanità, facendosi prossimo di ogni uomo al punto da condividere la fragilità della nostra condizione umana, con tutte le sue tentazioni e sofferenze, escluso il peccato (Eb 4,14-16).

Il Vangelo ci rivela poi un terzo “passaggio”, quello che dipende da ognuno di noi, se davvero vogliamo che la luce del Vangelo trasfiguri la nostra vita: abbandonare la logica naturale del potere e del successo per entrare in quella del servizio, del dono di sé fino all’immolazione della propria vita, come ha fatto Gesù.

Questo terzo passaggio è decisivo per la vita di fede come il latte materno per un neonato. Al riguardo, il fatto che la Giornata Missionaria sia “Mondiale” rischia di proiettarla nel vago lontano e generico dell’evangelizzazione dei popoli, sottraendola al suo presupposto e fondamento personale: la Giornata è Missionaria, è Mondiale e riguarda le nazioni, ma le nazioni sono costituite dalle persone, ed è in primo luogo la singola persona ad avere bisogno di camminare, giorno dopo giorno, alla luce del Vangelo che promana dal Signore Risorto.

Qual è questa luce, dove viene proiettata e in cosa consiste questo cammino personale? La luce è la Verità rivelata da Dio Padre per mezzo della sua Parola, che è Cristo: “Lampada ai miei passi è la tua Parola, luce sul mio cammino” (Salmo 119,105); se uno ascolta veramente la Parola-Gesù, la sua luce viene proiettata come faro sulla intelligenza e sulla coscienza, chiarificando con certezza ciò che è bene e ciò che è male, e abilitando il cuore ad agire in conseguenza, obbedendo alla volontà di Dio di giorno in giorno, passo dopo passo.

Questo è il cammino della vita, che ci interpella per mezzo delle circostanze familiari, dei fatti di cronaca, della mentalità corrente, delle persone che incontriamo, ecc. Dicendo “il cammino della vita”, tuttavia, non intendo solamente l’esistenza quotidiana, ma “la vita umana in cammino”, cioè l’uomo vivente che avanza nella vita, dal primo passo del concepimento all’ultimo della morte naturale. La vita stessa, infatti, è diventata “segno di contraddizione” per questo nostro tempo (Lc 2,34).

Lasciamoci qui illuminare dalla luce del Magistero della Chiesa. Nell’enciclica “Evangelium vitae”, Giovanni Paolo II parla accoratamente di questo cammino e delle sue insidie mortali, tra le quali massima è l’accecamento della coscienza, contagiata dal virus endemico del laicismo: “Ogni minaccia alla dignità e alla vita dell’uomo non può non ripercuotersi nel cuore stesso della Chiesa, non può non toccarla al centro della propria fede nell’incarnazione redentrice del Figlio di Dio, non può non coinvolgerla nella sua missione di annunciare il Vangelo della vita in tutto il mondo e ad ogni creatura. Oggi questo annuncio si fa particolarmente urgente per l’impressionante moltiplicarsi ed acutizzarsi delle minacce alla vita delle persone e dei popoli, soprattutto quando essa è debole e indifesa.(…). La stessa medicina, che per sua vocazione è ordinata alla difesa e alla cura della vita umana, in alcuni suoi settori si presta sempre più largamente a realizzare questi atti contro la persona e in tal modo deforma il suo volto, contraddice se stessa e avvilisce la dignità di quanti la esercitano. L’esito al quale si perviene è drammatico: se è quanto mai grave e inquietante il fenomeno dell’eliminazione di tante vite umane nascenti o sulla via del tramonto, non meno grave e inquietante è il fatto che la stessa coscienza, quasi ottenebrata da così vasti condizionamenti, fatica sempre più a percepire la distinzione tra il bene e il male in ciò che tocca lo stesso fondamentale valore della vita umana” (n° 4).

Pensiamo non solo alla “pillola del giorno dopo”, alla RU 486, alla strage embrionale programmata nella fecondazione artificiale, alla ricerca omicida sulle staminali embrionali, all’aborto “194”, all’eutanasia, ma anche alla questione recente sull’omofobia. Al riguardo, la tenebra dell’ideologia impedisce di lasciarsi illuminare dallo splendore della verità che la Chiesa insegna: l’omosessualità, come condizione involontaria di un diverso orientamento sessuale personale, non è peccato, né sminuisce la dignità dei figli di Dio; mentre il comportamento omosessuale, in quanto esercizio moralmente disordinato della sessualità, è peccato che avvilisce tale intatta dignità.

Alla cataratta della coscienza conduce fatalmente la superbia e la bramosia di potere, manifestata nel Vangelo dai discepoli Giacomo e Giovanni nel pretendere i primi posti in Paradiso: “Maestro, vogliamo che tu faccia per noi quello che ti chiederemo” (Mc 10,35). All’opposto sta la virtù dell’umiltà, fondamento che da’ equilibrio a tutte le nostre relazioni, in particolare l’amicizia e l’amore reciproco, vissuti come servizio: “Anche il Figlio dell’uomo, infatti, non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” (Mc 10,45).

Scrive la carmelitana santa Teresa d’Avila, Dottore della Chiesa: “Mi chiedevo una volta perché Dio ami tanto l’umiltà, e mi venne in mente, d’improvviso, senza alcuna mia riflessione, che ciò deve essere perché Egli è somma Verità, e che l’umiltà è verità. E’ verità indiscutibile che da parte nostra non abbiamo nulla di buono, ma solo miseria e niente. Chi più lo intende, più si fa accetto alla suprema Verità, perché in essa cammina” (“Castello interiore”, seste mansioni, cap. 10, n°7).

----------

* Padre Angelo del Favero, cardiologo, nel 1978 ha co-fondato uno dei primi Centri di Aiuto alla Vita nei pressi del Duomo di Trento. E' diventato carmelitano nel 1987. E' stato ordinato sacerdote nel 1991 ed è stato Consigliere spirituale nel santuario di Tombetta, vicino a Verona. Attualmente si dedica alla spiritualità della vita nel convento Carmelitano di Bolzano, presso la parrocchia Madonna del Carmine.


 





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La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).
 
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  Venerdì, 16 Ottobre 2009: Accadde Oggi  


Forum

In Africa le nuove sementi porteranno a una vita migliore?
Gli alimenti geneticamente modificati, questione chiave per il continente

di Robert Moynihan*


WASHINGTON, D.C., venerdì, 16 ottobre 2009 (ZENIT.org).- La questione delle sementi geneticamente modificate non è in sé una questione religiosa – sicuramente non è una questione di fede.

E' tuttavia quasi un argomento religioso perché si intreccia con questioni di giustizia fondamentale – e di fondamentale senso comune – che rivestono un'importanza decisiva per i cattolici, così come per tutti gli uomini di buona volontà.

E' per questo che il documento preparatorio del Sinodo per l'Africa, in svolgimento a Roma, parla tra molte altre questioni anche delle sementi geneticamente modificate, ed è per questo che negli ultimi anni il Vaticano stesso ha studiato da vicino – con molta cautela – la questione relativa agli OGM.

Una volta ho viaggiato per due mesi nell'Africa occidentale, da Algeri ad Abidjan.

L'Africa, per me, è un luogo vivace, un luogo di vita – anche nell'aridità del Sahara. Sto quindi dalla parte di coloro che auspicano che la vita in Africa sia vissuta in modo più abbondante, che cessino le guerre tribali e il continente trovi la propria strada per il futuro.

Quando ero in Africa, ho incontrato un bambino, forse di tre anni, con un taglio su un tallone. Raccoglieva gli avanzi di una carota che stavo raschiando perché era sporca e non avevo acqua per lavarla, e se li metteva subito in bocca. Il suo taglio non era fasciato. La ferita era piena di sporco e dai lati usciva un po' di pus bianco.

Abbiamo trovato dell'acqua e ho lavato la ferita. Lo sporco e il pus se ne sono andati, e ho coperto il taglio con un cerotto che avevo con me. La ferita si è rimarginata.

A volte le cose essenziali sono molto semplici: un cerotto o tubi per l'acqua. O forse sementi migliorate.

Ma gli OGM sono davvero migliori?

Pro e contro

“In un continente, alcune parti del quale vivono in situazioni di conflitto e di morte, la Chiesa deve spargere semi di vita: iniziative che generano vita”, ha affermato il Cardinale Peter Turkson aprendo la seconda Assemblea Speciale per l'Africa del Sinodo dei Vescovi.

Chiunque, credo, sarebbe d'accordo sul fatto che produrre migliori raccolti sarebbe una cosa positiva, ma molti Vescovi africani temono che gli OGM possano rendere gli agricoltori africani economicamente dipendenti dalle compagnie multinazionali che producono i nuovi semi.

Temono anche che queste nuove sementi, destinate a resistere a certe malattie, possano non essere buone come si promette, visto che nascono altre malattie che attaccano le piante e che gli effetti a lungo termine delle piante modificate sulla salute umana restano ignote.

Con alcune di queste sementi c'è un problema fondamentale: sono sterili.

Ciò vuol dire che la pianta cresce, il frutto viene prodotto – sia esso grano o riso o soia –, ma il grano, il riso o la soia non sono fertili, per cui il seme non può essere messo da parte e utilizzato per il raccolto dell'anno successivo, perché non crescerà.

Le nuove sementi devono essere acquistate dalle compagnie produttrici ogni anno.

Molti dei Vescovi africani ritengono che questo sia un problema.

E non hanno tutti i torti, è un problema. Per migliaia di anni, gli agricoltori hanno messo da parte i semi per la semina successiva, ma questo ciclo sarebbe interrotto dalle nuove tecnologie.

L'agricoltore perderebbe la capacità di essere autosufficiente, anche se solo a livello di sussistenza, e diventerebbe del tutto dipendente dalla compagnia che vende le sementi.

L'Instrumentum laboris del Sinodo dei Vescovi afferma: “La campagna di semina di organismi geneticamente modificati (OGM), che pretende di assicurare la sicurezza alimentare, non deve far ignorare i veri problemi degli agricoltori: la mancanza di terra arabile, di acqua ed energia, di accesso al credito, di formazione agricola, di mercati locali, infrastrutture stradali, ecc. Questa tecnica rischia di rovinare i piccoli coltivatori e di sopprimere le loro semine tradizionali rendendoli dipendenti dalle società produttrici di OGM. [...] I Padri sinodali possono restare insensibili a questi problemi che pesano sulle spalle dei contadini?”.

Fame

Ad ogni modo, proprio mentre i Vescovi africani esprimono le loro preoccupazioni su queste nuove sementi, alcuni officiali vaticani suggeriscono che i semi possono essere un buon modo per migliorare i prodotti delle fattorie africane, aiutando ad evitare la fame in futuro.

Migliorare l'agricoltura è la chiave per il miglioramento della vita degli africani, e per raggiungere questo obiettivo devono essere presi in considerazione tutti i mezzi, inclusi gli OGM, hanno detto gli oratori a un simposio svoltosi a Roma il 24 settembre sul tema “Per una Rivoluzione verde in Africa”.

Agricoltori del Sudafrica e del Burkina Faso hanno testimoniato i miglioramenti nelle coltivazioni e nella loro vita da quando hanno introdotto gli organismi geneticamente modificati.

L'Arcivescovo Giampaolo Crepaldi, ex segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace (è stato appena nominato Vescovo della Diocesi di Trieste e quindi non è più un officiale vaticano), ha detto che il sottosviluppo e la fame in Africa sono in gran parte causati “dall’arretratezza e inadeguatezza delle tecniche agricole utilizzate”, e che devono essere rese disponibili le nuove tecnologie che possono “stimolare e sostenere gli agricoltori africani”, incluse “sementi opportunamente migliorate tramite tecniche che intervengono sul loro patrimonio genetico”.

Una valida spiegazione è stata fornita da padre Gonzalo Miranda, docente di Bioetica presso l'Ateneo Pontificia “Regina Apostolorum” di Roma, che ha promosso il simposio. Il sacerdote ha affermato a sostegno delle nuove biotecnologie che “se i dati mostrano che la biotecnologia può offrire grandi vantaggi per lo sviluppo dell'Africa, è un dovere morale permettere a questi Paesi di fare le proprie sperimentazioni”.

La frase chiave però è “se i dati mostrano”.

E' qui che risiede il vero problema. Perché i dati non sono ancora chiari.

In effetti, ci sono molti dati che suggeriscono l'esistenza di problemi con le nuove sementi: possono richiedere più acqua dei vecchi semi; costano di più di quelli vecchi, portando il piccolo agricoltore a indebitarsi; molti sono sterili, il che significa che ogni anno devono essere comprati nuovi semi.

Questi aspetti negativi sono stati notati in un articolo del 1° maggio 2009 apparso su “L'Osservatore Romano” e a firma di Francesco M. Valiante, che scrive regolarmente per il quotidiano vaticano, e sono stati sottolineati dall'Arcivescovo del Camerun George Nkuo in un'interessante intervista concessa al giornalista americano John Allen, Jr. pubblicata il 20 maggio scorso.

Nkuo ha partecipato a una “settimana di studio” svoltasi dal 15 al 19 maggio a Roma e promossa dalla Pontificia Accademia delle Scienze per studiare tutto il problema degli OGM. Era l'unico Vescovo africano, e uno dei pochi partecipanti a non essere uno scienziato.

Insicurezza

“Se questa tecnologia rende davvero una pianta più produttiva, se è accessibile ai poveri e non ci sono pericoli evidenti per la salute o l'ambiente, credo che non ci sia niente di sbagliato”, ha detto l'Arcivescovo dopo l'incontro.

Il presule ha comunque aggiunto di non sapere se tutto questo – maggiore produttività, accessibilità ai poveri, assenza di effetti collaterali – sia proprio vero.

“Non lo so”, ha ammesso. “Il mio problema è questo. Non capisco come la scienza possa essere così confusa. Pensavo che ci dovessero essere prove oggettive, ma la scienza sembra essere in conflitto. Penso che la divergenza di opinioni sia strabiliante”.

“I favorevoli agli OGM dicono che queste piante non creano danni all'ambiente e non minacciano la salute. Gli anti-OGM dicono che sono pericolose e ci sono problemi di sicurezza. Cosa devo credere?”.

Se la situazione è questa, se un Arcivescovo che ha trascorso una settimana a un recente incontro sugli OGM a Roma non sa ancora in cosa credere, allora la cosa più prudente è evitare i giudizi finché i fatti non saranno chiari.

Per questo, sembra che per il Sinodo dei Vescovi per l'Africa sia prudente e sensibile affermare nel documento finale che la salute e la vita delle popolazioni del continente è la cosa più importante, e che per migliorare la loro vita verranno abbracciati tutti i mezzi – a patto che i dati mostrino che c'è un vero miglioramento, e non un vicolo cieco.

Sulle sementi geneticamente modificate l'Africa non deve prendere decisioni affrettate di cui poi potrebbe pentirsi.


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* Robert Moynihan è fondatore ed editore del mensile “Inside the Vatican” e autore del libro “Let God's Light Shine Forth: the Spiritual Vision of Pope Benedict XVI” (2005, Doubleday). Il suo blog è consultabile all'indirizzo www.insidethevatican.com. Il suo indirizzo è: .

[Traduzione dall'inglese di Roberta Sciamplicotti]


Sementi migliorate per l’Africa, benedizione o maledizione?
Due biologi sottolineano il dovere morale di permettere gli OGM


di Piero Morandini e Ingo Potrykus*

venerdì, 16 ottobre 2009 (ZENIT.org).- C’è una diffusa paura nei mezzi di comunicazione, nel pubblico e anche tra i vescovi che le nuove varietà di sementi renderanno i coltivatori africani economicamente dipendenti dalle ditte sementiere. Questa possibilità si può verificare per i semi, ma anche per molti altri prodotti delle biotecnologie, così come per quelli di diverse altre tecnologie.

Molti prodotti sono al giorno d’oggi come delle “scatole nere”. La gente non riesce a capire cosa succeda lì dentro (provate a pensare a telefoni cellulari, TV, motori, etc.) e per questo hanno poca o nessuna capacità di ripararli o cambiarli in qualche modo. Per le tecnologie più antiche il problema è meno sentito. Prendete ad esempio una bicicletta: uno riesce a vedere le varie parti come i pedali, le ruote e la catena che fa da collegamento; si possono facilmente smontare e rimontare i freni e le ruote. In una parola, riusciamo a capire e a controllare meglio questa tecnologia, anche se uno deve ammettere che non sappiamo creare i suoi prodotti da noi stessi. Cose come i calcolatori e i semi sono molto più complicate da capire, e di conseguenza siamo meno capaci di crearle o anche solo alterarle.

Questa aumentata dipendenza da chi ci fornisce la tecnologia potrà anche non piacere, ma è una cosa irreversibile e pervasiva. E non deve essere considerata come negativa di per sé, visto che ci permette di trarre beneficio da tante tecnologie, anche se abbiamo poco controllo su di esse. Sarebbe quindi ingiusto esprimere preoccupazioni per la dipendenza solo per quanto riguarda i semi ed in particolare per i semi prodotti con i metodi delle moderne biotecnologie (comunemente detti geneticamente modificati o GM).

Il problema della sterilità

Uno dei miti che circolano da più di dieci anni su questi semi si è ripresentato recentemente in un articolo di ZENIT a firma di Robert Moynihan [1]. Il mito sostiene che i semi prodotti attraverso le moderne biotecnologie siano sterili. Questo è appunto un mito. Per prima cosa, tutti i metodi di miglioramento genetico creano e usano variabilità genetica per ottenere colture con caratteristiche migliorate (p. es. resistenza a patogeni o insetti, rese migliori, resistenza a condizioni avverse come scarsità o eccesso d’acqua o ancora resistenza a erbicidi) e per questo tutte le colture presentano profonde modificazioni genetiche.

Le nuove varietà migliorate con le biotecnologie moderne sono quindi meglio definite come colture geneticamente ingegnerizzate (GI o, in inglese, GE) poiché le modificazioni genetiche sono più precise e predicibili di quelle fatte in passato. Secondo e più importante punto, nessuna coltura GI commerciale è stata resa sterile per impedire ai contadini di riutilizzare i semi.

Terzo, molte colture, specialmente nei paesi più sviluppati, sono cresciute a partire da semi commerciali. I contadini comprano i semi per diverse, semplici ragioni. In alcuni casi è la biologia stessa della pianta che determina la scelta: molte colture (come mais, barbabietola, riso, girasole e la maggior parte degli ortaggi) sono tipicamente o spesso, a seconda della specie, cresciute come ibridi F1. Questo significa che i semi usati per la semina sono il risultato di un incrocio tra due genitori che sono simili (di solito due varietà della stessa specie) ma distinti per diversi caratteri come ad es. l’altezza o la resa. [2]

Il risultato dell’incrocio è in genere una pianta vigorosa, spesso molto più vigorosa di entrambi i genitori, e le rese sono così aumentate di molto. L’esempio più eclatante è il mais, dove le rese possono aumentare anche 2-3 volte rispetto ai genitori non ibridi. Purtroppo il vigore dell’ibrido diminuisce rapidamente nelle generazioni successive.

Per questo motivo oltre il 99% del mais coltivato nei paesi sviluppati è mais ibrido la cui semente è ricomprata ogni anno dagli agricoltori. Potrebbero benissimo usare parte del raccolto per la semina dell’anno successivo, ma sanno che questo comporta un calo significativo nella resa.

Sono quindi capaci di calcolare la differenza tra le due scelte (ripiantare il seme raccolto o ricomprare nuove semente) e la grande maggioranza decide di ricomprare i semi. Per altre colture, la situazione è più diversificata: il riso e la colza sono solo in parte cresciuti come ibridi, mentre per soia e frumento questo accade molto raramente. Anche quando una coltura non è ibrida, gli agricoltori spesso comprano la semente perché sanno che la qualità del seme è importante. Ma produrre una buona semente è un duro lavoro. I semi devono essere puri (senza semi di erbacce, per esempio), devono germinare velocemente, in modo sincrono e con un’alta percentuale. Devono inoltre essere liberi da malattie (virus, batteri, funghi…) e insetti nocivi, avere una buona resa ed essere capaci di sopportare bene condizioni non ottimali come poca pioggia o caldo forte.

Se una partita di semi manca di una o di diverse di queste caratteristiche, allora il raccolto è a rischio. Per questo ci sono ditte il cui compito è produrre semi di alta qualità, così che sia la ditta sementiera che i contadini possono trarne beneficio. Produrre questi semi comporta delle spese e quindi i semi non possono semplicemente essere donati, altrimenti la ditta smette di esistere. Sta al contadino decidere se i semi valgono veramente il prezzo e se rendono veramente quanto costano. Spesso quindi gli agricoltori fanno piccole prove su nuove varietà per una o due stagioni di seguito prima di comprarne una grossa quantità per la semina. Vogliono prima verificare se la qualità superiore vantata dalla ditta corrisponda a verità. Quando una nuova varietà incontra il favore degli agricoltori, allora potete essere sicuri che è una buona varietà e che il prezzo è ragionevole. Gli agricoltori – i compratori del seme – sono quelli che decidono se un seme e la ditta che lo produce avranno successo.

Sicurezza

Un altro mito è che non ci sono ancora dati per decidere se le colture GI siano sicure per l’uomo o l’ambiente.

Dopo quasi 15 anni di coltivazione a scopo commerciale (e più di 25 anni di ricerca sulle colture GI), con un numero di piante coltivate che si aggira sui 200.000 miliardi su una superficie di quasi un miliardo di ettari, possiamo dire che fino ad oggi non ci sono stati danni maggiori rispetto a quelli causati dalle varietà convenzionali e spesso sono stati minori.

Diverse accademie nazionali ed internazionali (Stati Uniti, India, Brasile, Francia, Germania, Inghilterra, Italia, Cina, Messico, la Pontificia Accademia delle Scienze e l’Accademia del Terzo Mondo) hanno emesso dichiarazioni in favore di questa tecnologia. Esse hanno sottolineato in particolare i benefici ben documentati e quelli potenziali per i contadini poveri del mondo. Anche numerose società scientifiche e organizzazioni internazionali (WHO, FAO) (si veda [3] per una lista lunga ma incompleta) hanno esaminato la questione e sono arrivati alla conclusione che, sulla base della grande esperienza accumulata di migliaia di pubblicazioni scientifiche, le colture GI non presentano rischi nuovi o differenti rispetto alle varietà convenzionali e possono (e di fatto lo fanno) ridurre o alleviare alcuni degli impatti negativi dell’agricoltura convenzionale.

Il fatto che le piante GI non comportino nuovi rischi è illustrato con il seguente esempio. Ci sono diverse piante tolleranti agli erbicidi che sono state sviluppate con tecniche convenzionali meno precise e che sono state approvate per la coltivazione senza il lungo e costoso processo di richiesto per le piante GI. (Il processo include una valutazione del rischio e un processo d’analisi ben regolamentato che dura tra 5 e 10 anni con costi dell’ordine di oltre 10 milioni di dollari). Ebbene, queste varietà convenzionali (ad es. colza, girasole, riso o frumento) coltivate su milioni di ettari presentano gli stessi rischi, e, talvolta, la stessa modificazione genetica, delle piante GI tolleranti agli erbicidi.

Benefici

Insomma, i dati mostrano in modo evidente che le piante GI offrono grandi benefici. Li offrono oggi in tutto il mondo e in modo particolare per milioni di agricoltori nei paesi in via di sviluppo. Infatti la grande maggioranza (il 90% dei circa 13 milioni) degli agricoltori che usano piante GI sono contadini poveri dei paesi in via di sviluppo, alcuni dei quali in paesi africani come il Burkina Faso e il Sud Africa. [4] Questo dovrebbe essere materia di riflessione per coloro che spargono falsità tra gli africani sulle opzioni a loro disposizione per lo sviluppo agricolo. I lettori indecisi sono invitati a leggere il libro di Robert Paarlberg "Starved for Science."[5]

Alla luce di quanto detto finora crediamo fermamente che non solo ci sia “un obbligo morale nel permettere che questi paesi facciano la loro sperimentazione”, come suggerito da padre Gonzalo Miranda, professore di bioetica all’Università Pontificia “Regina Apostolorum”, ma anche nel fornire loro gli strumenti (l’educazione) per farlo.

Inoltre consideriamo un lusso inutile, e perciò stesso un peccato da parte dei paesi occidentali, richiedere una maniacale regolamentazione per questa tecnologia quando un’agricoltura africana in parte stagnante significa morte e malnutrizione per molti. La sicurezza alimentare per l’Africa inizia con il produrre più cibo. Ora.

----------

* Piero Morandini è ricercatore in Fisiologia vegetale e docente di Biotecnologie vegetali industriali all’Università di Milano. Ingo Potrykus è Presidente del comitato “Humanitarian Golden Rice” e professore emerito in Scienze vegetali dell’Istituto Svizzero Federale di Tecnologia.


[1] Robert Moynihan, “In Africa le nuove sementi porteranno a una vita migliore?” (cfr. ZENIT 16 ottobre 2009).

[2] http://www.isaaa.org/Kc/inforesourc...et_K_No._13.htm

[3] Lista di Accademie/società scientifiche/organizzazioni che supportano l’uso di piante GI: http://users.unimi.it/morandin/Sources-Academies-societies.doc

[4] http://www.isaaa.org/resources/publ...ry/default.html

[5] Robert Paarlberg. "Starved for Science: How Biotechnology Is Being Kept Out of Africa," Harvard University Press, March 2008.


Documenti

Messaggio del Papa per la Giornata Mondiale dell’Alimentazione 2009
CITTA' DEL VATICANO, venerdì, 16 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il messaggio che Benedetto XVI ha inviato al Direttore Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (F.A.O.), Jacques Diouf, in occasione della Giornata Mondiale dell’Alimentazione 2009 che si celebra questo venerdì.

* * *

Al Signor Jacques Diouf

Direttore Generale

Della F.A.O.

Se la celebrazione della Giornata Mondiale dell’Alimentazione ricorda la fondazione della FAO e la sua azione per combattere la fame e la malnutrizione, essa sottolinea soprattutto l’urgenza e la necessità di interventi a favore di tutti coloro che sono privi del pane quotidiano in tanti Paesi, a causa della mancanza di condizioni di sicurezza alimentare adeguate.

La crisi attuale, che attraversa senza distinzione l’insieme dei settori dell’economia, colpisce particolarmente in maniera grave il mondo agricolo, dove la situazione diventa drammatica. Questa crisi chiede ai Governi e alle diverse componenti della Comunità internazionale ad operare scelte determinanti ed efficaci.

Garantire a persone e popoli la possibilità di sconfiggere il flagello della fame significa assicurare loro un accesso concreto a un’adeguata e sana alimentazione. Si tratta, in effetti, di una concreta manifestazione del diritto alla vita, che, pur solennemente proclamato, resta troppo spesso lontano da una piena attuazione.

Il tema scelto quest’anno dalla FAO per la Giornata Mondiale dell’Alimentazione è "Raggiungere la sicurezza alimentare in tempi di crisi". Esso invita a considerare il lavoro agricolo come elemento fondamentale della sicurezza alimentare e, quindi, come una componente integrale dell’attività economica. Per tale motivo, l’agricoltura deve poter disporre di un sufficiente livello di investimenti e di risorse. Questo tema richiama il fatto e fa comprendere che i beni della creazione sono limitati per loro natura: essi richiedono, pertanto, atteggiamenti responsabili e capaci di favorire la sicurezza alimentare, pensando anche a quella delle generazioni future. Una profonda solidarietà e una lungimirante fraternità sono dunque necessari.

Il conseguimento di questi obiettivi richiede una necessaria modificazione degli stili di vita e dei modi di pensare. Obbliga la Comunità internazionale e le sue Istituzioni a intervenire in maniera più adeguata e più determinata. Auspico che tale intervento possa favorire una cooperazione che protegga i metodi di coltivazione propri di ogni area ed eviti un uso sconsiderato delle risorse naturali. Auspico, inoltre, che tale cooperazione salvaguardi i valori propri del mondo rurale e i fondamentali diritti dei lavoratori della terra. Mettendo da parte privilegi, profitti e comodità, questi obiettivi potranno essere realizzati a vantaggio di uomini, donne, bambini, famiglie e comunità, che vivono nelle aree più povere del pianeta e sono, dunque, più vulnerabili. L’esperienza dimostra che le soluzioni tecniche, pur avanzate, mancano di efficacia se non si riferiscono alla persona, principale protagonista che, nella sua dimensione spirituale e materiale, è origine e fine di ogni attività.

L’accesso al cibo, più che un bisogno elementare, è un diritto fondamentale delle persone e dei popoli. Potrà diventare una realtà, e quindi una sicurezza, se sarà garantito un adeguato sviluppo in tutte le diverse regioni. In particolare, il dramma della fame potrà essere sconfitto solo "eliminando le cause strutturali che lo provocano e promuovendo lo sviluppo agricolo dei Paesi più poveri mediante investimenti in infrastrutture rurali, in sistemi di irrigazione, in trasporti, in organizzazione dei mercati, in formazione e diffusione di tecniche agricole appropriate, capaci cioè di utilizzare al meglio le risorse umane, naturali e socio-economiche maggiormente accessibili a livello locale" (Caritas in veritate, n. 27).

La Chiesa cattolica, fedele alla sua vocazione ad essere vicina agli ultimi, promuove, sostiene e partecipa agli sforzi realizzati per consentire ad ogni popolo e comunità di disporre dei mezzi necessari a garantire un adeguato livello di sicurezza alimentare.

Con questi auspici, Le rinnovo, Signor Direttore Generale, le espressioni della mia alta considerazione, ed invoco sulla FAO, i suoi Stati membri e il personale tutto abbondanti benedizioni celesti.

Dal Vaticano, 8 ottobre 2009

BENEDICTUS PP. XVI


[© Copyright 2009 - Libreria Editrice Vaticana]


Messaggio vaticano per la festa indù di Diwali 2009
Indù e cristiani: impegnati per lo sviluppo umano integrale

ROMA, venerdì, 16 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il messaggio inviato dal Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso sul tema: "Indù e Cristiani: impegnati per lo sviluppo umano integrale" in occasione della festa di Diwali che sarà celebrata da molti indù il 17 ottobre.

* * *

Cari amici indù,

1. È per me una gioia presentarvi ancora una volta, a nome del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, l’augurio di un felice Deepavali! Le feste religiose ci offrono l’opportunità di ravvivare il nostro rapporto con Dio e tra noi. Mentre eleviamo le nostre menti ed i nostri cuori verso Dio, la Luce Suprema, questa festa delle luci possa rafforzare l’amicizia fra di noi e donare a tutti la benedizione della gioia e della pace.

2. Facendo onore alla tradizione di questo Pontificio Consiglio di condividere una riflessione su un argomento di comune interesse, vorrei proporre quest’anno alla nostra considerazione la necessità di lavorare insieme per lo sviluppo umano integrale.

3. Lo sviluppo umano integrale comporta un progresso nella direzione del vero bene di ciascun individuo, comunità e società, in ogni dimensione della vita umana: sociale, economica, politica, intellettuale, emozionale, spirituale e religiosa. Il Papa Paolo VI l’ha descritto come: "lo sviluppo di tutto l’uomo e di tutti gli uomini" (Populorum Progressio, 1967, n. 42) "da condizioni meno umane a condizioni più umane" (ibid., n. 20). Ed il Papa Benedetto XVI ha scritto recentemente che: "lo sviluppo umano integrale suppone la libertà responsabile della persona e dei popoli" (Caritas in veritate, n. 17).

4. Tale autentico sviluppo umano si può raggiungere solo attraverso l’assunzione di una responsabilità condivisa gli uni per gli altri ed impegnandosi seriamente in azioni di collaborazione. Ciò scaturisce dalla nostra stessa natura di esseri umani e dalla nostra appartenenza all’unica famiglia umana.

5. Nel processo dello sviluppo integrale, la protezione della vita umana ed il rispetto della dignità e dei diritti fondamentali della persona, sono responsabilità di ciascuno, sia individualmente che collettivamente.

6. Il rispetto per gli altri implica, dunque, il riconoscimento della loro libertà: libertà di coscienza, di pensiero e di religione. Quando le persone si sentono rispettate nelle loro scelte di fondo come esseri religiosi, solo allora esse sono in grado di incontrare gli altri e di cooperare per il progresso dell’umanità. Ciò forma un ordine sociale più pacifico che contribuisce allo sviluppo.

7. Lo sviluppo umano integrale richiede anche la volontà politica di lavorare per garantire una maggiore protezione dei diritti umani ed una coesistenza pacifica. Sviluppo, libertà e pace sono indissolubilmente legati e si completano reciprocamente. Una pace duratura e relazioni armoniose emergono in un’atmosfera di libertà; allo stesso modo, lo sviluppo umano integrale si realizza in un ambiente pacifico.

Tutti insieme, come persone di buona volontà, uniamoci per dissipare ogni tenebra che nasconde una vera visione di coesistenza, l’armonia religiosa e lo sviluppo integrale per ogni singola persona.

Possa essere il Deepavali un’occasione per celebrare la nostra amicizia e proclamare fermamente la vittoria del bene sul male, della luce sulle tenebre e per lavorare insieme al fine di conseguire un’era di vera libertà ‘per tutti’ e di un integrale sviluppo umano ‘di tutti’. Ancora una volta, vi porgo i migliori auguri per uno splendido e gioioso Deepavali.

Jean-Louis Cardinal Tauran
Presidente
Arcivescovo Pier Luigi Celata
Segretario

 





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