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News dal Vaticano :: Il mondo visto da Roma - 17 Ottobre 2009
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Il mondo visto da Roma - 17 Ottobre 2009
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  Sabato, 17 Ottobre 2009: Accadde Oggi  


Il mondo visto da Roma

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Pasolini sulla via del Vangelo
Il Vangelo della carità sorgente, anima e scopo delle nostre opere


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Pasolini sulla via del Vangelo

ROMA, sabato, 17 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito un articolo a firma di padre Virgilio Fantuzzi, S.I., apparso su “La Civiltà Cattolica”.

* * *

Da quando lo studio del cinema è entrato a pieno titolo nelle aule universitarie, la critica cinematografica, la cui superficialità e imprecisione era stata più volte stigmatizzata da Pier Paolo Pasolini, si è dotata di strumenti che le consentono di uscire dall’«impressionismo» giornalistico e di misurarsi ad armi pari con le discipline alle quali fanno capo la critica letteraria e quella che si occupa delle cosiddette arti maggiori (1). Che il gap di un tempo sia stato felicemente colmato ne danno prova, fra l’altro, due libri dovuti a due docenti universitari (Stefania Parigi e Tomaso Subini) che analizzano due film degli esordi di Pasolini (Accattone e La ricotta) con un’attenzione, riservata ai testi audiovisivi, alle loro fonti e alle loro possibili interpretazioni, che può essere definita ineccepibile sotto ogni punto di vista (2).

«Accattone»

Giunto a Roma dal Friuli nel 1950, Pasolini «scopre» il mondo delle borgate. È l’ambiente nel quale è costretto a vivere negli anni di povertà. Due romanzi, Ragazzi di vita (1955) e Una vita violenta (1959), ripropongono quell’ambiente con fedeltà quasi fotografica. Dopo aver collaborato con registi cinematografici come Federico Fellini, Mauro Bolognini, Franco Rossi, Carlo Lizzani e altri, Pasolini realizza con Accattone (1961) il suo primo film. Ambiente e personaggi sono gli stessi dei due romanzi. «Sporchi crocefissi senza spine», come li chiamava lui (3). Giovani e meno giovani senza arte né parte, figli per lo più di immigrati dal Meridione, che vivono di espedienti nella desolata periferia della capitale, non proletari, come gli operai che vivono del proprio lavoro nelle zone industriali del Nord, ma sottoproletari, gli «invisibili» sui quali il suo occhio indagatore si sofferma.

La tecnica cinematografica di Pasolini assomiglia a quella adottata dai maestri del dopoguerra italiano: Roberto Rossellini, Luchino Visconti e la coppia Cesare Zavattini - Vittorio De Sica. Ambienti naturali, attori non professionisti, l’uso del dialetto, la forza di una denuncia sociale, la mancanza di qualsiasi intento evasivo o spettacolare. Se si osservano però con attenzione somiglianze e differenze tra il film di Pasolini e quelli ascrivibili al neorealismo, ci si accorge che, soprattutto per quanto riguarda lo stile, le differenze prevalgono sulle somiglianze. «In Accattone — dice Pasolini — non c’è mai un’inquadratura in cui si veda una persona di spalle o di quinta; non c’è mai un personaggio che entri in campo e poi esca di campo [...]. Il mio gusto cinematografico non è di origine cinematografica, ma figurativa. Quello che io ho in testa come campo visivo, sono gli affreschi di Massaccio, di Giotto, che sono i pittori che amo di più, assieme a certi manieristi (ad esempio, il Pontormo). E non riesco a concepire immagini, paesaggi, composizioni di figure al di fuori di questa mia iniziale passione pittorica, trecentesca, che ha l’uomo come centro di ogni prospettiva» (4).

La trama di Accattone è presto narrata. Vittorio Cataldi, soprannominato Accattone (Franco Citti), è uno sfruttatore di prostitute che vive in una borgata romana. Conduce un’esistenza scioperata, ruota intorno a un baretto dove siede a conversare con gli amici. Quando la sua donna, Maddalena (Silvana Corsini), viene arrestata dalla polizia, ne adesca un’altra, Stella (Franca Pasut), con l’intento di avviarla alla prostituzione. Stella è l’immagine stessa dell’innocenza e Accattone se ne innamora. Non se la sente pertanto di mandarla a «lavorare». Tenta di adattarsi lui stesso a un lavoro faticoso e mal retribuito, ma non ce la fa. Decide allora di mettersi in società con due ladruncoli. I tre rubano alcuni salumi, ma sono sorpresi dalla polizia. Mentre i due compari vengono ammanettati, Accattone inforca una motocicletta e va a sbattere contro un camion. «Aaah... Mo’ sto bene!», sono le ultime parole che pronuncia prima di morire.

Al termine dei titoli di testa, prima che il racconto per immagini abbia inizio, appare sullo schermo una citazione dalla Divina Commedia:

«...l’angel di Dio mi prese e quel d’inferno

gridava: “O tu del Ciel, perché mi privi?

Tu te ne porti di costui l’eterno

per una lacrimetta che ’l mi toglie”...»

(Dante, Purgatorio, Canto V).

Non è fuori di logica vedere in questa citazione l’indicazione del senso nel quale Pasolini vuole che sia letta la vicenda di Accattone: la morte improvvisa di un peccatore, il pentimento in extremis (la lacrimetta, in corsivo nel testo della citazione), la contesa tra l’angelo e il diavolo, la salvezza dell’anima... Dante, come è noto, incontra nel purgatorio Bonconte da Montefeltro, che fu tra i suoi nemici nella battaglia tra fiorentini e aretini, combattuta a Campaldino l’11 giugno 1289, alla quale il poeta prese parte di persona. Di Bonconte, morto sul campo, non fu mai ritrovato il cadavere. Il condottiero racconta come la sua anima e il suo corpo, disgiunti dopo la sua morte, finirono l’una nelle mani dell’Angelo, l’altro in quelle del Diavolo. Quest’ultimo, come si è inteso, protesta perché una lacrima di pentimento, versata in punto di morte, è bastata da sola a cancellare i peccati di tutta una vita. Se questo è il senso nel quale l’intero film dovrebbe essere interpretato, ci si può chiedere in che cosa consista la salvezza di Accattone. È vano cercare sul suo volto una traccia della lacrimetta di cui parla Dante, e che Pasolini sottolinea nell’esergo del film. Accattone non si pente perché, pur essendo un peccatore, non ha consapevolezza dei peccati che commette.

Più che nella consapevolezza incerta e confusa che Accattone ha di se stesso, la possibilità di salvezza, che gli viene offerta, è nella sensibilità con la quale Pasolini lo osserva. «La mia visione del mondo — diceva il regista — è sempre nel suo fondo di tipo epico-religioso; quindi anche in personaggi miserabili, personaggi che sono al di fuori di una coscienza storica [...], questi elementi epico-religiosi giocano un ruolo molto importante. La miseria è sempre, per sua intima caratteristica, epica, e gli elementi che giocano nella psicologia di un miserabile, di un povero, di un sottoproletario, sono sempre in un certo qual modo puri perché privi di coscienza e quindi essenziali» (5). Questo modo di vedere il mondo dei poveri risulta, come osserva lo stesso Pasolini, dallo stile dei suoi film. «Un modo di girare, di vedere le cose, sentire i personaggi, modo che si realizza nella fissità, in un certo senso, ieratica delle mie inquadrature [...], nella frontalità delle inquadrature, nella semplicità quasi austera, quasi solenne delle panoramiche ecc.» (6).

La Parigi nel suo libro analizza Accattone sequenza per sequenza, inquadratura per inquadratura. Non si limita a commentare le singole frasi dei dialoghi e le singole azioni dei personaggi, ma va alla ricerca del senso complessivo dell’opera, che le appare come una sorta di «sacra rappresentazione» trasposta. Non le sfugge la cadenza quasi liturgica delle parole con le quali gli amici di Accattone, seduti al bar di via Fanfulla da Lodi, chiosano e talvolta anticipano le diverse fasi della sua progressiva disfatta scandendole come se fossero «stazioni» di una via crucis.

Quando Accattone fin dalla prima scena del film lancia una sfida alla morte, la Parigi lo segue sul Ciriola, un galleggiante ancorato sul Tevere a pochi metri dal ponte di Castel Sant’Angelo. Assiste al suo pasto con gli amici come se si trattasse di una sorta di «ultima cena». Descrive il suo tuffo dal ponte come se fosse la caduta di un angelo cacciato dal paradiso. «Accattone mezzo nudo sulla spalletta del ponte ha dietro di sé la statua dell’angelo berniniano che tiene in braccio una croce. Il cielo è lo sfondo su cui si stagliano la sagoma del suo corpo e della scultura bianca, risplendente al sole» (p. 138). Questa scena, sempre secondo la Parigi, trova un corrispondente simmetrico e al tempo stesso contrario nella conclusione della sequenza della balera, che segna l’avvio di Stella alla prostituzione. Questa volta la voluttà di morte, che caratterizza il personaggio di Accattone, non si realizza nel tuffo in acqua, ma nell’interramento. «Il suo volto affondato nella sabbia appare come una maschera funebre e diabolica insieme. Se prima è un angelo caduto dal cuore del cielo, scaraventato dal paradiso all’inferno, ora è un demone imbrattato di fango, sprofondato in un inferno senza uscita» (p. 139 s).

Il film è costellato di sguardi verso l’alto, soprattutto da parte del protagonista, e di invocazioni a Dio, alla Madonna, ai santi. A questi gesti e a queste parole si associano diversi segni di croce. Non si tratta di atti di devozione in senso stretto. La religiosità dei sottoproletari infatti mescola cattolicesimo e paganesimo sotto il segno di una inveterata superstizione. I riferimenti al cristianesimo sono legati al tema della morte, che percorre da un capo all’altro la pellicola. «Accattone ha le sembianze di un morto: le sue occhiaie sono scavate, il volto è solcato da chiaroscuri tragici; il corpo si muove come in trance, continuamente tramortito, quasi febbricitante, in preda a uno stordimento prolungato, in bilico tra la veglia e il sonno, l’essere e il nulla. Parla da solo, gettando le frasi nel vuoto, in faccia allo spettatore. I suoi ripetuti monologhi sono invocazioni dirette alla morte o confessioni di un moribondo» (p. 183).

Si giunge così alla sequenza finale, che si svolge nei pressi del monte Testaccio. «La sagoma del monte viene mostrata in otto inquadrature: nelle prime sei essa si staglia sullo sfondo della via in cui Accattone, Cartagine e Balilla [i tre ladri] si fermano per riposarsi e in cui, dopo il furto, riprendono a camminare e vengono arrestati dalla polizia. Nelle altre due inquadrature, invece, è mutata la prospettiva: il monte Testaccio è ripreso dalla strada che costeggia il Tevere e sulla sua cima è visibile una croce» (p. 184). Dopo la morte di Accattone, Balilla (Mario Cipriani), impacciato dalle manette che gli stringono i polsi, si fa il segno di croce. È l’ultima inquadratura del film. Dietro le spalle del ladro, appare la sagoma del monte Testaccio sul quale si staglia una croce. «Riproponendo la figura del Golgota — conclude la Parigi — Pasolini raddoppia e intensifica, quasi di sfuggita e senza sottolineature o indugi retorici, il simbolo del Calvario» (p. 146).

«La ricotta»

I simboli della Passione, che appaiono con insistenza anche se in maniera velata nelle immagini di Accattone, tornano con maggiore incisività nel successivo film di Pasolini, Mamma Roma (1962), anche se, in questo caso, non è esclusa l’intenzione, da parte del regista, di fare di quei simboli un uso «rovesciato» simile a quello che, nello stesso periodo, veniva proposto da Luis Buñuel nel film Viridiana (1961). Ma è nel terzo film, La ricotta, episodio di Rogopag (1963), che Pasolini prende di petto il proprio rapporto, complesso e non privo di contraddizioni, con l’iconografia della Passione (7).

Nella prima parte del volume dedicato a questo film, della durata di 53 minuti, Subini ricostruisce sulla base di documenti di archivio le diverse fasi dell’elaborazione del progetto e della sua realizzazione; ripercorre l’itinerario delle disavventure giudiziarie nelle quali il film è incappato in occasione di un clamoroso processo che si concluse con la condanna del suo autore a quattro mesi di reclusione, con la condizionale, per il reato di vilipendio alla religione dello Stato; si sofferma in particolare sulla requisitoria del Pubblico Ministero Giuseppe Di Gennaro, in occasione della quale fu installata nell’aula del tribunale una moviola per consentire l’esame dettagliato delle sequenze incriminate. Secondo Subini, la lettura proposta da Di Gennaro si dimostra capace di svelare alcune delle più complicate trame significanti del film (cfr p. 50). Nonostante questo, però, non possono essere condivise le conclusioni alle quali il magistrato giunge circa le intenzioni «vilipendiose» dell’imputato (8). La prima parte del volume si conclude con una serie di precisazioni sui 14 tagli o varianti introdotti nel film per iniziativa del produttore Alfredo Bini allo scopo di ottenere il dissequestro.

La seconda parte entra nel merito dell’analisi del film a partire dalla sua trama. Alla periferia di Roma, in un terreno incolto, disseminato di montarozzi irregolari e attraversato da un rigagnolo d’acqua putrida (la marrana della Caffarella) si sta girando un film in costume sulla passione di Gesù. Siamo nella zona compresa tra l’Appia Antica e l’Appia Nuova, denominata Acqua Santa. Tra le irregolarità del terreno spuntano qua e là antichi ruderi avvolti da una vegetazione selvatica. L’orizzonte è chiuso dai «casermoni» dell’edilizia popolare che si allarga a macchia d’olio oltre le mura della città. Mentre il regista (interpretato da Orson Welles) impartisce dalla sua sedia gli ordini per le riprese, Stracci (Mario Cipriani, già visto in Accattone nei panni di Balilla), un sottoproletario ingaggiato per interpretare il ruolo del ladrone buono, cerca disperatamente di sfamarsi tra una pausa e l’altra, avendo ceduto alla propria famiglia il cestino del pranzo a cui aveva diritto. Dopo essersi rimpinzato di ricotta e di ogni altra sorta di cibo che la troupe si è divertita a mettergli davanti, muore per congestione sulla croce durante le riprese.

Tra la stesura del copione de La ricotta, nella primavera del 1962, e le riprese, effettuate nell’autunno dello stesso anno, si colloca il soggiorno di Pasolini presso la Pro Civitate Christiana di Assisi, un’associazione cattolica laicale fondata da don Giovanni Rossi nel 1939, durante il quale il regista ebbe l’idea di girare un film sul Vangelo secondo Matteo. Pasolini aveva dunque un doppio motivo per identificarsi con il personaggio interpretato da Welles: primo perché, come regista, poteva vedere se stesso proiettato nella figura di un altro regista, secondo perché il regista nel quale si vedeva proiettato stava facendo un film di argomento simile a quello che lui aveva in mente di realizzare.

L’aspetto che si impone con maggiore evidenza ne La ricotta è il rapporto di affinità e allo stesso tempo di contrasto tra la vicenda di Stracci, sottoproletario affamato che muore per indigestione su una croce, e il «film nel film»: la passione di Cristo che il regista interpretato da Welles sta traducendo in immagini spettacolari traendo ispirazione dalle composizioni raffinate e dai colori preziosi di due pale d’altare, rappresentanti entrambe la Deposizione, eseguite da due maestri del manierismo toscano, Jacopo Pontormo e il Rosso Fiorentino (9). Il parallelismo tra le traversie del «povero cristo» e quelle del Modello al quale, sia pure indirettamente e implicitamente, esse si riferiscono, è qui più stringente di quanto non apparisse nei due film precedenti: Accattone e Mamma Roma. A renderlo tale è, fra l’altro, la presenza degli oggetti inerenti alla passione di Gesù, e in particolare la corona di spine e la croce, dotati di una valenza simbolica che li rende oggetti di culto nell’ambito della liturgia cristiana e della devozione popolare.

Alla corona di spine, ripresa in dettaglio, è dedicata una delle immagini più intense del film. La doppia valenza che l’oggetto assume in questo caso (inteso come attrezzo di scena e come simbolo religioso) consente a Pasolini di mettere in atto una serie di rinvii tra i due piani sui quali si sta simultaneamente muovendo. Il personaggio del regista richiede la corona per le esigenze sceniche del momento. Come osserva Subini, la richiesta viene sempre più degradata da uno stuolo di servi che ironicamente rilanciano l’ordine con moto discendente finché (e siamo al dettaglio) due mani prelevano da una piccola discarica, piena dei rifiuti del boom economico, l’oggetto che è stato appena irriso e lo innalzano al cielo, restituendogli sacralità, con un movimento contrario a quello descritto nelle inquadrature immediatamente precedenti (cfr p. 107 s). L’incrocio tra i due movimenti contrari, quello discendente e quello ascendente, domina l’intero film. Il movimento discendente è presente tutte le volte che il personaggio del regista esegue il suo lavoro, che consiste nel trasferire sullo schermo, con immagini che assomigliano alle riproduzioni di un libro d’arte in edizione di lusso, la passione di Gesù. Il movimento ascendente è adottato quando viene presentata sullo schermo l’umile figura del «morto de fame» o quella dei suoi familiari.

Nel riproporre con mezzi cinematografici i due quadri di Pontormo e del Rosso in sequenze a colori che si inseriscono a contrasto nel bianco e nero del film, Pasolini ne esalta l’eleganza che caratterizza il loro stile. Nel contempo però ne sminuisce l’ostentata e non del tutto sincera sacralità inserendo nelle riprese «raddoppiate» (nel senso di ripresa di un’altra ripresa) una serie di elementi di disturbo, che funzionano come vere e proprie gag, in palese contrasto con l’argomento religioso del soggetto. Qua il fotografo è sorpreso mentre misura la luce sul volto della Maddalena, là una sarta indugia nell’aggiustare le pieghe al costume di una comparsa. La testa di un «negro» entra in campo quando non dovrebbe. Un figurante è sorpreso nell’atto di scaccolarsi. Nel quadro del Rosso l’interprete di Cristo si mette improvvisamente a ridere. In quello di Pontormo, coloro che sorreggono il corpo che viene deposto dalla croce perdono l’equilibrio e lo fanno ruzzolare per terra.

La passione di Cristo e la morte di Stracci, una trascinata verso il basso, l’altra sospinta verso l’alto, sembrano contrapporsi dentro il film in maniera reciprocamente incompatibile. In realtà, trattandosi in entrambi i casi di rappresentazioni cinematografiche, le due storie, non soltanto sono più vicine di quanto possa sembrare a prima vista, ma, a pensarci bene, sono la stessa storia raccontata in due modi diversi.

Il contrasto tra la passione di Cristo e la passione di Stracci, che non può non apparire stridente ne La ricotta, non riguarda la sostanza dei due racconti, ma il modo in cui essi vengono rappresentati con il cinema. Era questo il problema che in quel momento angustiava Pasolini. Volendo passare dalla rappresentazione indiretta o allusiva della Passione alla rappresentazione diretta, si chiedeva in che modo avrebbe dovuto comportarsi. Riteneva di non essere credente. Non poteva pertanto far leva su un’ispirazione religiosa intesa nel senso tradizionale del termine. Il pericolo che gli si presentava davanti era quello di fare un’opera insincera. Per questo, nel girare La ricotta, attribuisce al personaggio del regista i tratti tipici di un intellettuale del XX secolo, arido e cinico, che non crede in quello che fa. Pasolini fa compiere al personaggio di Welles gli errori che non avrebbe voluto fare lui quando si sarebbe trovato sul set del suo Vangelo.

Il richiamo di Assisi

Nello scorrere i due libri della Parigi e di Subini, ricchi di osservazioni acute e di indicazioni preziose, ci è tornata in mente una conversazione avuta non molto tempo fa con Lucio Settimio Caruso, il volontario della Pro Civitate Christiana che fu amico di Pasolini e fece da tramite tra il regista e don Giovanni Rossi in occasione della preparazione e della realizzazione del film Il Vangelo secondo Matteo. Anziano, ma perfettamente lucido, il dott. Caruso trascorre i suoi giorni presso la Cittadella di Assisi. Seguiamo il suo racconto.

«Come tutti i registi italiani — egli dice — anche Pasolini riceveva ogni anno una lettera d’invito al convegno dei cineasti che si svolgeva ad Assisi per iniziativa di don Giovanni Rossi e dei volontari della Pro Civitate Christiana. Le lettere erano inviate indistintamente a tutte le personalità dell’ambiente cinematografico e, pro forma, anche a Pasolini. Ma chi mandava quell’invito sperava in realtà che Pasolini non lo accettasse perché, nel clima che si respirava in quegli anni (prima del Concilio Vaticano II), una sua eventuale presenza ad Assisi era ritenuta imbarazzante. Io ero incaricato di tenere i contatti con il mondo del cinema. Un giorno don Giovanni mi chiede: “Chi è, secondo te, il cineasta più lontano dalla fede e dalla morale cristiana?”. Risposi senza esitazione: “Pasolini”. Mi disse: “Va’ a cercarlo e convincilo a venire qui”.

«Andai prima di tutto a vedere i film di Pasolini, di cui conoscevo soltanto l’opera letteraria. Vedo Accattone e mi comuovo. Vedo Mamma Roma e mi entusiasmo. Cerco di mettermi in contatto con lui e mi accorgo che i primi approcci non sono facili. Era diffidente nei confronti dell’ambiente cattolico. Dopo molta insistenza da parte mia, accettò di venire ad Assisi per partecipare al convegno che ci sarebbe stato ai primi di ottobre del 1962. Venne, ma non partecipò ai lavori del convegno. Rimase chiuso in camera dicendo che aveva un forte mal di testa. Avrebbe dovuto tornare a casa la sera stessa, ma io riuscii a trattenerlo dicendogli che dopo cena ci sarebbe stata nella nostra comunità una lettura di suoi versi tratti dalla raccolta La religione del mio tempo. Il mio amico Paolo Scappucci, che aveva una dizione perfetta, lesse i versi che fecero una bellissima impressione in comunità. Pasolini si sentì circondato da una grande stima e un grande affetto. Rimase allo stesso tempo sconvolto e contento. Così nacque la nostra amicizia.

«Il giorno dopo, il traffico in città era bloccato perché era in visita il papa Giovanni XXIII. La mattina passeggiammo per Assisi tenendoci fuori dalle rotte del corteo papale. Volle che lo portassi nella basilica di San Francesco per vedere gli affreschi di Giotto. Abbiamo visitato la cappella del pellegrino e altri monumenti dell’Assisi minore. Nel primo pomeriggio lo portai al santuario di San Damiano, dove fu colpito dalla semplicità del luogo, tanto più che io avevo incominciato a parlargli del rapporto di san Francesco con la povertà. Rimase letteralmente scioccato quando non lontano da San Damiano visitammo una comunità di piccole sorelle di Gesù (la congregazione fondata da Charles de Foucauld). C’era una suora italiana e lui cominciò a farle delle domande. La suora parlò degli emarginati; disse che non si può fare apostolato se non si assume la stessa condizione umana delle persone alle quali ci si rivolge eccetera.

«Sulla via del ritorno, non so in che modo, il discorso cadde sulle rappresentazioni cinematografiche della vita di Gesù. Disse che, secondo lui, tutti i film su Gesù che erano stati fatti fino ad allora erano blasfemi e osceni. Quasi senza pensarci, gli dissi: “Soltanto il regista di Accattone sarebbe capace di fare un film sul figlio di un povero falegname di Nazaret”. Ricordo che a queste mie parole seguì una lunga pausa di silenzio.

«Nelle settimane successive i rapporti tra Pasolini e la Cittadella si raffreddarono. Cercai di riprendere il dialogo, ma senza riuscirci. Dopo un paio di mesi lo vidi tornare ad Assisi come un cane bastonato. Ci disse: “Io non posso vivere senza fare un film su Gesù Cristo. La colpa è vostra perché, quando sono venuto qui, mi avete messo in camera il libro dei Vangeli che ho letto avidamente”. Gli dicemmo che in tutte le camere della Cittadella c’è una copia dei Vangeli e che pertanto non avevamo voluto tirarlo dalla nostra parte ricorrendo a questo stratagemma. Ci disse che il suo film su Gesù non avrebbe dovuto offendere la sensibilità dei cattolici e per questo motivo aveva bisogno della nostra collaborazione. Disse così: “Vi chiedo di aiutarmi perché, non essendo io credente, non mi capiti di offendere senza volerlo la fede di chi crede”.

«Successivamente venne ad Assisi con il produttore Bini e con mons. Francesco Angelicchio, un sacerdote molto zelante e di larghe vedute, che allora dirigeva il Centro Cattolico Cinematografico. In quell’occasione c’era anche un fotografo (chiamato evidentemente da Bini), il quale “immortalò” l’abbraccio di don Giovanni con Pasolini. Uscirono articoli e foto su molti giornali, compreso il Borghese, che pubblicò un attacco velenoso nei nostri confronti. Poi Pasolini ci mandò un abbozzo delle prime pagine della sceneggiatura, che non era una sceneggiatura vera e propria, ma il testo del Vangelo di Matteo intercalato con alcune note di regia. L’impostazione del lavoro ci piacque e decidemmo di andare avanti.

«Quando il lavoro della sceneggiatura fu completato, chiedemmo a Bini di farne ciclostilare diverse copie, che inviammo a rappresentanti autorevoli della cultura cattolica, per avere un parere. Ricordo che Romano Guardini, interpellato, disse che la vita di Cristo non può essere tradotta in immagini e pertanto il film era assolutamente da non farsi. Nel frattempo era esploso il caso La ricotta con il processo e tutto quello che ne seguì. Quando Pasolini mi fece vedere in una proiezione privata La ricotta rimasi sconcertato. Gli dissi che quel film metteva in cristi tutti i miei parametri di cattolico. Don Giovanni insistette perché prima delle riprese del Vangelo Pasolini facesse un viaggio in Terra Santa assieme con me e don Andrea Carraro, il biblista della Pro Civitate, che avrebbe dovuto fornire al regista la consulenza esegetica. Per Pasolini quel viaggio aveva un carattere tecnico: vedere i luoghi dove Gesù era vissuto per poter poi trovare altrove luoghi analoghi. Nelle intenzioni di don Giovanni quel viaggio era un vero e proprio pellegrinaggio. Un atto di devozione che avrebbe messo il regista e i suoi collaboratori sulla buona strada».

Caruso prosegue ricordando il senso dei colloqui  che ha avuto con Pasolini durante la lavorazione del Vangelo. «Don Andrea e io — egli dice — ci astenemmo di proposito dal partecipare alle riprese del film. Avevamo avuto da don Giovanni la consegna di non tentare in nessun modo di condizionare il lavoro del regista. Dovevamo tenerci semplicemente a disposizione per rispondere alle sue domande. Queste consultazioni avvenivano per telefono, con conversazioni che a volte superavano la mezzora, oppure a Roma, nel laboratorio Catalucci, dove Pasolini ci faceva vedere il materiale girato e premontato. Le domande che Pasolini rivolgeva a don Andrea erano in prevalenza di carattere esegetico. Con me parlava piuttosto del significato globale del film. Ricordo che una volta ci telefonò per chiederci se i soldati che arrestarono Gesù erano alle dipendenze del Sinedrio oppure soldati romani. Gli dicemmo che erano guardie del Sinedrio. Non ricordo quanti altri problemi di questo genere si presentarono durante la lavorazione, ma ricordo che ci furono discussioni molto vivaci a proposito dei miracoli.

«La scena con Gesù che cammina sulle acque, da un punto di vista della resa cinematografica, era tra le più deboli del film. Pasolini avrebbe voluto tagliarla. Diceva che i miracoli non sono essenziali alla figura del Cristo. Io replicavo che la rappresentazione dei miracoli era una questione di fedeltà al testo di Matteo che lui aveva deciso di rispettare alla lettera.

«Il problema grosso arrivò, verso la fine della realizzazione del film, quando ci mettemmo a discutere sul modo in cui doveva essere rappresentata la risurrezione di Gesù. Pasolini cominciò con il dire che non se la sentiva di girare questa scena perché lui non era credente eccetera. Avrebbe preferito chiudere il film con la morte e il seppellimento di Gesù. Questo suo atteggiamento allarmò moltissimo noi della Pro Civitate. Pasolini si rese conto del  nostro imbarazzo e cominciò a sviluppare una serie di ipotesi. La risurrezione avrebbe potuto essere rappresentata come una soggettiva mentale degli apostoli che ricordano Gesù come era prima della sua morte, oppure come l’apparizione di un fantasma, una figura incorporea.

«A questo punto intervenne don Giovanni con tutto il peso della sua autorità. Ricordo che parlando con Pasolini al telefono gli disse: “Se tu non fai il Cristo risorto, non fai il Cristo di Matteo e noi non potremo avallare il film come corrispondente allo spirito del Vangelo”». Pasolini era molto combattuto su questo argomento. A un certo punto ricordo di essermi accorto, con grande sollievo, che stava cambiando opinione o, per lo meno, cambiava il suo atteggiamento nei confronti del film.

«Ciò accadde a partire dal taglio della scena della corruzione dei soldati. Dopo il ritrovamento della tomba vuota si vedevano, come dice Matteo, i sacerdoti che davano soldi ai soldati posti a guardia della tomba per indurli a rilasciare una falsa testimonianza circa il furto del corpo di Gesù avvenuto mentre dormivano. Pasolini aveva girato questa scena e, facendomela vedere, mi chiese cosa ne pensavo. Gli dissi che in quel momento, dopo tutto quello che era accaduto sul Golgota, la presenza dei sacerdoti risultava a mio avviso ingombrante. Erano figure già viste, che appartenevano al passato e che, secondo me, erano morte. “Allora lei mi autorizza a togliere questa scena”, disse Pasolini. “Non solo autorizzo il taglio — risposi —, ma lo auspico”.

«Pasolini rimase contento di questa mia risposta e, dopo di allora cominciò a pensare che il film non avrebbe dovuto finire come una tragedia, ma... “come un western”. Diceva proprio così. Lui era un appassionato di film western che amava vedere nelle sale cinematografiche di periferia, dove i giovani all’arrivo dei “nostri” si alzavano in piedi e applaudivano. Voleva per il suo film un finale liberatorio di questo genere. Io penso che quando ha girato la scena della risurrezione, alla fine del film, lui ci credesse veramente, non nel senso di una fede religiosa, ma ci credeva poeticamente, come conclusione giusta del lavoro che stava facendo».

Pasolini ha dunque cambiato parere, come spesso gli accadeva, durante la lavorazione di un film. Le parole di Caruso suggeriscono l’ipotesi, che trova riscontro nella visione del film, che Il Vangelo secondo Matteo sia stato fatto da un uomo che, ritenendo di non avere la fede, cerca di appropriarsi, mediante un’ardita operazione di stile, del punto di vista di un ipotetico credente. È forse nell’intera storia del cinema l’unico film che rechi nello scorrere delle sue immagini la traccia di un problema di questo genere vissuto nel corso della realizzazione della pellicola: la tensione tra la difficoltà di credere e la consapevolezza dell’impossibilità di riuscire a fare un film poeticamente valido mantenendosi estraneo a un’ottica di fede.

1 Pasolini diceva che «il più grave difetto della critica cinematografica è quello di mancare di gusto filologico. Essa è una critica tutta sensibilità, di fondo idealistico [...]. Le fonti cinematografiche sono viste come qualcosa di mitico, mai di storico. Direi che per una critica filologica alla saggistica cinematografica manca addirittura la terminologia» (P. P. PASOLINI, «Diario al registratore», in Romanzi e racconti, vol. 2°, a cura di W. SITI e S. DE LAUDE, Milano, Mondadori, 1998, 1.845).

2 S. PARIGI, Pier Paolo Pasolini. Accattone, Torino, Lindau, 2008, 233, € 18,00; T. SUBINI, Pier Paolo Pasolini. La ricotta, ivi, 2009, 221, € 18,00. La Parigi insegna Storia del cinema italiano al Dams di Roma Tre. Subini è ricercatore presso l’Università degli Studi di Milano, dove insegna Storia e critica del cinema.

3 Cfr «La religione del mio tempo», poemetto inserito nella omonima raccolta di versi, ora in P. P. PASOLINI, Tutte le poesie, a cura di W. SITI, vol. 1°, Milano, Mondadori, 2003, 978.

4 Cfr «Diario al registratore», cit., 1.845 s.

5 P. P. PASOLINI, «Una visione del mondo epico-religiosa», dibattito con gli studenti del Centro Sperimentale di Cinematografia, Roma, 9 marzo 1964, pubblicato in Bianco e nero, giugno 1964, ora in Per il cinema, a cura di W. SITI - F. ZABAGLI, t. 2°, Milano, Mondadori, 2001, 2.846.

6 Ivi.

7 Il titolo del film, Rogopag, è composto dalle prime sillabe dei nomi dei quattro autori degli episodi che compongono l’opera collettiva: Rossellini, Jean-Luc Godard, Pasolini e Ugo Gregoretti.

8 Tra le voci che si levarono in difesa de La ricotta e del suo autore ci fu quella del gesuita Domenico Grasso, professore di Teologia pastorale presso la Pontificia Università Gregoriana, il quale così scriveva a Pasolini: «La purezza delle sue intenzioni per me non lascia dubbi. Dalla stessa realizzazione [del film] credo sinceramente che non si possa tirare la conclusione di un voluto vilipendio alla religione. Le sue spiegazioni e, in particolare, il contatto avuto con lei mi fanno escludere il dolo nella maniera più evidente» (cfr p. 63).

9 La pala del Pontormo si trova nella chiesa di Santa Felicita a Firenze, quella del Rosso è custodita nel museo civico di Volterra.

© La Civiltà Cattolica 2009 III 504-516        quaderno 3822

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La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).
 
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  Sabato, 17 Ottobre 2009: Accadde Oggi  


Il Vangelo della carità sorgente, anima e scopo delle nostre opere
ROMA, sabato, 17 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito l'intervento pronunciato il 14 ottobre scorso da mons. Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti-Vasto, in occasione del Convegno ad Assisi sul tema “Il Vangelo nelle opere di carità e nelle attività sociali dei religiosi in Italia”, promosso da Cism (Conferenza Italiana Superiori Maggiori), Usmi (Unione Superiore Maggiori d’Italia), e Firas (Federazione Italiana Religiosi per l’Assistenza Sociale)

 * * *

La carità nel sabato del tempo: introduzione

La situazione dei Consacrati alle prese delle loro opere di carità appare oggi spesso segnata dalla crisi: se alcuni sembrano impegnati nella ricerca affannosa di “vie d’uscita” alla tante situazioni di disagio economico e amministrativo, avvertendo la fatica di coniugare questa condizione con la testimonianza del proprio carisma, altri si chiedono come essere annunciatori della “gratuità” della carità evangelica, quando si è avviluppati dalla ragnatela degli standards economico-legislativi. Comune è il bisogno di un colpo d’ala, di un rinnovamento che faccia scorrere nelle strutture e nelle opere la linfa viva della carità. Anche in questo campo è giusto ritenere che il rinnovamento della vita ecclesiale - come scriveva da giovane professore il futuro Papa Benedetto XVI - “non consiste in una quantità di esercizi ed istituzioni esteriori, ma nell’appartenere unicamente ed interamente a Gesù Cristo... Rinnovamento è semplificazione, non nel senso di un decurtare o di uno sminuire, ma nel senso del divenire semplici, del rivolgersi a quella semplicità vera …che è eco della semplicità del Dio uno”1. La semplicità divina è la carità, l’amore del Dio tre volte santo. L’autentica riforma della Chiesa passa allora anche nel campo delle sue opere sociali attraverso la via dell’amore: chi intende operare per il rinnovamento delle attività ecclesiali di servizio dovrà anzitutto tornare al primato dell’amore, pronto a vivere un nuovo “esodo da sé senza ritorno” (Emanuel Lévinas) sulla strada esigente e coraggiosa della carità.

Sorgente viva di questa carità è Gesù, il Cristo. Nella Sua prima Enciclica, la Deus caritas est (2005), Benedetto XVI sintetizza così questa convinzione centrale: “Abbiamo creduto all’amore di Dio - così il cristiano può esprimere la scelta fondamentale della sua vita. All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva” (n. 1). Gesù Cristo è “l’amore incarnato di Dio” (nn.12-15): a Lui occorre tornare per essere rigenerati nel dono della carità per gli uomini. La carità nasce dall’incontro d’amore col Cristo e vive di questo incontro sempre nuovo. Una simile, totale derivazione della carità della Chiesa dall’amore del Signore Gesù è stata espressa dai Padri con un’immagine fortemente evocativa: quella dell’Ecclesia luna2. La Chiesa è paragonata alla luna perché nella notte del mondo non risplende di luce propria, ma della luce che le è donata da Cristo, il solo sole della sua vita: “Questa è la vera luna. Dall’intramontabile luce dell’astro fraterno ottiene la luce dell’immortalità e della grazia. Infatti la Chiesa non rifulge di luce propria, ma della luce di Cristo”3. La Chiesa riflette la luce del suo Sole per illuminare le notti delle solitudini del mondo, del dolore umano, di tutti i bisogni che appellano alla cura e all’impegno dell’altro. Come luna crescente la Chiesa annuncia la Parola di Dio; come luna piena celebra i divini misteri; come luna calante vive le opere della carità, “perdendosi” nella notte del mondo, dopo averla illuminata con i raggi del sole che l’hanno baciata. La Chiesa non deve cercare trionfi agli occhi del mondo, ma piuttosto - dimentica di sé - deve proiettarsi verso l’altro, soprattutto il povero, nell’esercizio della carità, sentendo che la sua gioia (come quella del vecchio Simeone) è di segnalare l’avvento di Colui che è la luce delle genti, di donarlo al mondo e di scomparire nella notte. Un innamorato della Chiesa, San Cirillo d’Alessandria, non esitava perciò a dire: “Intoniamo il canto di lode per la morte della Chiesa, morte che ci riconduce alla sorgente della vita santa in Cristo”4. Quando la Chiesa morirà, verrà il Regno, di cui la Chiesa è il germe e il segno. Ma la Chiesa può morire in un solo modo, quella che la rende vicina alla sorte del suo Signore: non risparmiandosi nella carità, facendo la scelta preferenziale dei poveri.

Rapita dall’amore delle cose celesti, la Chiesa è fatta per vivere questo amore nel lungo intervallo che sta tra la Croce di Cristo e il tempo della gloria, quando il Risorto tornerà circondato dagli angeli e dai santi. Quest’arco temporale può essere evocato nell’immagine del sabato santo, tempo del desiderio e del ricordo, tempo della memoria, della speranza e dell’attesa, ora preziosa della fede custodita da Maria e della carità da Lei vissuta nella compassione, ma anche tempo dell’oscurità e della prova dei discepoli, segnati dalla fatica del vivere e del morire. La Chiesa dell’amore vive la sua carità nel sabato del tempo, frammista alle opere e ai giorni degli uomini: il suo programma non potrà mai essere quello di una fuga mundi, di una ricerca di Dio in extremis, ma dovrà costruirsi nell’obbedienza alla Parola della vita sempre e totalmente nella storia, nel mezzo del villaggio, dove c’è il silenzio delle lacrime, il chiasso del mercato, la festa della lode e la pesante durezza della bestemmia. Il discepolo di Gesù è colui che ha tempo per gli altri, come il suo Dio che ha avuto tempo per lui: vive, cioè, la carità nel sabato del tempo, nella sequela dell’Amato di fronte alle sfide sempre nuove della storia.

Tutto questo non è scontato, deve anzi essere sempre di nuovo motivato, attraversando a volte passaggi epocali, vivendo conversioni di mentalità e di stili radicati: e questo risulta necessario soprattutto nelle comunità religiose, spesso tentate dalla conservazione tranquillizzante, sebbene per vocazione chiamate alla riforma coraggiosa e continua, in obbedienza alle esigenze del Vangelo e ai segni dei tempi. Ecco perché occorre motivare l’impegno sociale come forma autentica di fedeltà al Dio, cui si è consacrata la propria vita. Perché servire l’uomo nella carità è servire Dio? Perché la sequela di Gesù non porta il discepolo alla “fuga mundi”, ma lo stimola all’impegno al servizio della promozione di tutto l’uomo in ogni uomo? Rispondere a questi interrogativi richiede una riflessione sulla maniera in cui va concepito e vissuto il rapporto fra la carità evangelica e l’impegno storico, e più in generale fra la Chiesa e il mondo. Ecco perché vorrei riflettere sul Vangelo della carità quale sorgente, anima e scopo delle opere della comunità cristiana, attraverso una rilettura evocativa della Costituzione del Concilio Vaticano II sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et Spes e alla luce dell’Enciclica Deus caritas est di Benedetto XVI: se la Costituzione conciliare è come un testo fondante del rapporto fra Chiesa e mondo, l’Enciclica mette a fuoco l’anima profonda di questo stile di vita e di impegno. “Il programma del cristiano - afferma il Papa -, è ‘un cuore che vede’. Questo cuore vede dove c’è bisogno di amore e agisce in modo conseguente” (n. 31).

Proverò a rispondere allora a tre domande, per costruire come tre archi di un ponte che colleghi la riflessione e la vita intorno al Vangelo della carità e alle sue forme. La prima domanda è perché la carità vada vissuta nel sabato del tempo, e cioè “nella” storia, “nel” mondo, ovvero perché l’impegno sociale - con le opere che esso comporta - possa e debba essere vissuto come forma autentica di consacrazione a Dio e di amore al prossimo in Lui. La risposta va cercata nel mostrare come il mondo non sia semplicemente destinatario dell’annuncio, ma anche luogo del Vangelo, luogo della presenza di Dio, santuario dell’adorazione, dove Lui si nasconde e vuole essere amato nei segni della storia. Nel secondo momento vorrei rispondere alla domanda: come abitare da discepoli di Cristo in questo sabato del tempo, e cioè quale deve essere lo stile proprio della carità del credente e delle opere in cui essa si esprime, specialmente di quelle che impegnano la realizzazione di un carisma di consacrazione religiosa nella Chiesa. Vedremo in questo secondo momento come questo stile consista principalmente nel coraggio del discernimento spirituale e pastorale, continuo e fedele, necessario per liberarsi da ogni sclerotizzazione del carisma e dello slancio per realizzarlo. Infine, nella terza parte, vorrei rispondere alla domanda su quale forma di carità vada privilegiata per mettersi al servizio di un mondo nuovo nel sabato del tempo e vivere la condizione di consacrati che, attraverso le loro opere, vorrebbero suscitare il superamento delle solitudini nelle quali spesso gli uomini si trovano e aiutare a vivere l’incontro vivificante con Cristo e il suo amore che salva. Proverò a tracciare la proposta di una carità umile, discreta e bella, rivelazione e sorgente della “bellezza che salverà il mondo” (Fëdor Dostoevskji).

1. Il mondo come luogo del Vangelo: la forza di un “perché”

Per comprendere fino in fondo perché il mondo sia luogo del Vangelo e perché, di conseguenza, l’amore di Dio non possa prescindere dall’amore degli uomini, dobbiamo chiederci quale fosse l’atteggiamento dominante in un non lontano passato (e qual è forse, ancora oggi, l’atteggiamento di alcuni) nel modo di concepire il rapporto fra la Chiesa e il mondo. Per richiamare questo modo di porsi e mostrare il profondo cambiamento operato dal Concilio Vaticano II, si può ricordare la storia del titolo dello “Schema 13”, che poi divenne la costituzione pastorale Gaudium et Spes. Originariamente esso era De ecclesia et mundo huius temporis, la Chiesa e il mondo del nostro tempo. Dopo una travagliata vicenda il titolo divenne De ecclesia in mundo huius temporis, la Chiesa nel mondo contemporaneo. Questo cambiamento fu la cifra di una radicale conversione teologica e pastorale: la Chiesa non veniva più vista come la “dirimpettaia” del mondo, ma come un popolo mescolato al mondo, lievito nella pasta. La Chiesa veniva così ad identificarsi in qualche modo con la città terrena, pur restando altra da essa: non si chiamava fuori dal tempo e dalla storia, riconosceva anzi la sua vocazione e missione innanzitutto in una solidarietà profonda, perfino in una “scandalosa” compromissione con la complessità del tempo presente, vivendo però tutto questo in obbedienza al Cristo, suo unico Signore.

Secondo l’atteggiamento espresso nel titolo De ecclesia et mundo, il mondo è soprattutto la domanda, la Chiesa è la risposta. In questa concezione del rapporto fra Chiesa e mondo la Chiesa è testimone esclusiva della verità, di cui dispone come del suo tesoro, della sua eredità. E questa verità in sé, che viene dall’alto, donata dal Signore, la Chiesa deve custodirla e annunciarla destinandola a un mondo senza verità, che non conosce la bellezza di Dio. Di conseguenza, l’atteggiamento del credente verso il mondo è unidirezionale: ricevendo tutto da Dio, egli prosegue nel tempo il movimento “kénotico” (cf. Fil 2,6ss) dell’Eterno, la discesa del dono dall’alto per portarlo fin nelle pieghe più recondite della storia. Si tratta di un atteggiamento nobile, che ha motivato la passione del Vangelo in tantissimi santi ed è all’origine del grande impulso missionario dell’epoca moderna: un atteggiamento che spesso ha ispirato i fondatori di grandi famiglie religiose e delle opere sociali e missionarie da esse compiute.

C’è, tuttavia, un elemento che ci rende pensosi di fronte a questa impostazione. Lo esprimo con le parole di Walter Kasper: “La realtà di un mondo senza Dio, di fronte alla quale ci troviamo, è in parte solo la reazione ad un Dio senza mondo”5. Una Chiesa che proclama la verità in sé, che viene dall’alto e deve essere unicamente passata al mondo, rischia di risultare del tutto estranea e indifferente al mondo. È la Chiesa casta meretrix, secondo la formula di sant’Ambrogio6: la Chiesa santa, che, poiché deve dare la sua santità ai peccatori, in qualche modo si contamina avvicinandosi ad essi. È il commercium del dono della santità al mondo, che in quanto puro e semplice destinatario di essa è solo tenebra e peccato. Con la Gaudium et Spes il modo di porsi verso il mondo cambia profondamente: la Chiesa riconosce di essere l’amata, il luogo della verità di Dio, ma insieme scopre che la verità di Dio non abita esclusivamente in lei. La Chiesa contempla la verità, più grande del suo cuore, e, riconoscendo la sua piccolezza davanti ad essa (si pensi alla formula audace della Dei Verbum, n. 8: “la Chiesa tende incessantemente alla pienezza della verità divina, finché in essa giungano a compimento le parole di Dio”), si apre alla possibilità che il mondo stesso possa essere luogo della verità, che ci siano semi di verità in esso, presenze della gloria di Dio nascoste nei frammenti della storia. Questa constatazione cambia profondamente il modo di guardare il mondo da parte del credente. La Chiesa non è più semplicemente la padrona del vero, che si rivolge alla massa dannata da illuminare e salvare; mentre vive l’obbedienza della fede al Vangelo in cui ha creduto, la comunità credente sente il bisogno di scoprire nelle pieghe della storia la presenza di Dio, e si pone perciò verso il mondo in un atteggiamento di dialogo, di attenzione, di ascolto, senza peraltro rinunciare alla proclamazione della buona novella.

Su questi temi si è a lungo dibattuto e cercato, prima, durante e dopo il Concilio. Che cos’erano i conflitti intraecclesiali della Chiesa all’inizio degli anni Ottanta (come, ad esempio, la polemica fra i cristiani “della presenza” e i cristiani “della mediazione”) se non un ripresa della questione che ho cercato di evocare? Questo dovrebbe però farci capire che non stiamo parlando di altri: “de re nostra agitur”! Qui si decide il destino del nostro modo di essere Chiesa, lo stile della nostra presenza, la passione più profonda del nostro vivere l’annuncio evangelico. Se questo è vero, dobbiamo chiederci per quali ragioni teologiche possiamo e dobbiamo dire che la verità di Dio va riconosciuta nella fatica e nella complessità della storia e che l’amore a Lui è inseparabile dal dono di sé agli altri anche attraverso le opere sociali che la fede sa esprimere. La Costituzione Gaudium et Spes offre tre prospettive di soluzione alla questione. La prima è la motivazione teologica: “Dio vide che ciò era buono” (tov: Gen 1, passim). La bellezza di Dio ha baciato tutte le cose, e dunque in tutto ciò che esiste è presente un segno della divina bellezza, per il semplice fatto di esistere. Ignazio di Loyola mostra questa verità nella sua Contemplazione per ottenere l’amore7: quando Dio crea il mondo, lo crea per amore. Tutto ciò che esiste, esiste per amore. L’essere porta in sé l’impronta dell’amore eterno. Dio ama tutti gli esseri e per Ignazio la conseguenza profonda di questo “essere come amore” è che ogni cosa merita la reverencia, non solo l’essere umano, ma ogni creatura. In tutto ciò che esiste c’è l’amore creatore che lo fa esistere. Dunque, rispettare la creatura, riconoscerne la bellezza, anche sfigurata dal male, vuol dire amare e lodare Colui che è la sorgente di ogni dono perfetto. Sta qui la motivazione teologica “pura”, che porta a riconoscere nel mondo il luogo della grazia, e a vivere perciò nell’amore alle creature l’amore al Creatore: impegnarsi per un mondo migliore è impegnarsi per Dio; servire la causa della promozione umana è rendere gloria all’Eterno. È la tesi della prima parte della Deus caritas est, dedicata a presentare l’unità dell’amore nella creazione e nella storia della salvezza.

La seconda motivazione presente nella Gaudium et Spes e fortemente ripresa dalla Deus caritas est è di tipo cristologico: tutto è stato creato per mezzo di Cristo e in vista di Lui (cf. l’inno di Col 1,15-16). Da qui derivano due grandi conseguenze: c’è una dimensione cristica della creazione e c’è una dimensione cosmica dell’incarnazione. La dimensione cristica della creazione indica che ogni cosa è destinata al Cristo, porta in sé la vocazione alla Sua luce. La dimensione cosmica dell’incarnazione, invece, ci fa vedere come, facendosi uomo, Cristo abbia assunto la natura umana, per cui tutto in qualche modo è portato in Lui. In ogni cosa il credente può riconoscere il suo Signore amato: “mihi vivere, Christus est” (Fil 1,21). Cristo è in ogni realtà che esiste, perché tutto ha assunto in sé. Cristo è colui che è venuto a far risplendere la luce nascosta in ogni cosa (“Io sono la luce del mondo”, Gv 8,12), a farci riconoscere in tutto ciò che esiste l’originario splendore, come avviene sul Tabor. Seguire Gesù con cuore indiviso vuol dire allora offrire la propria vita, perché in ogni situazione umana risplenda la Sua bellezza e il disegno creatore di Dio, plasmato sul Figlio eterno, venga a realizzarsi nella storia degli uomini.

La terza motivazione, presente nel Concilio a favore di un riconoscimento dell’amore al Creatore nella carità verso le creature, è quella pneumatologica: lo Spirito soffia dove vuole. Dobbiamo ascoltarne i gemiti dovunque siano presenti nel cuore dell’uomo e nel cuore della storia per aprirci al dono di Dio. È la teologia dei segni dei tempi riscoperta e riproposta dal Vaticano II e di cui si innerva la seconda parte della Deus caritas est, dedicata all’esercizio concreto dell’amore da parte della Chiesa. Qui risulta particolarmente chiaro che l’atteggiamento del cristiano nel mondo non potrà essere unidirezionale, come di chi pensasse di avere tutto per dare a chi non ha niente, ma deve diventare quello di chi vive la fatica di un rapporto vivo e complesso con l’altro, riassumibile in un triplice compito: non dedurre mai la storia dal Vangelo; non ridurre mai il Vangelo alla storia; mantenere sempre in una tensione feconda il Vangelo e la storia. Non dedurre la storia dal Vangelo vuol dire non ritenere mai che di fronte ai problemi e alle sfide della carità abbiamo le soluzioni pronte, quasi che tutto sia già scritto e che da padroni della verità possiamo dispensarla come se il mondo nulla avesse da dirci o da aggiungere. Molte volte la nostra azione pastorale e le opere in cui si esprime risultano irrilevanti perché rispondiamo a domande che nessuno ci pone, o poniamo domande che non interessano nessuno. Il problema vero non è dare risposte, ma saper suscitare e riconoscere le vere domande. La carità vissuta non consiste nel trasmettere anzitutto delle risposte prefabbricate, ma nel far nascere nel cuore dell’uomo l’inquietudine delle domande che fanno crescere.

Il rischio opposto è quello di voler ridurre il Vangelo alla storia, facendo del messaggio evangelico una semplice variante della tendenza ideologica o sociologica di moda. Occorre aver chiaro che il Vangelo è irriducibile alle sole coordinate mondane. Come diceva il giovane Lutero, “vere verbum Dei, si venit, venit contra sensum et votum nostrum”, la Parola di Dio, se arriva, arriva sconvolgendo la nostra sensatezza e il nostro desiderio. Il Vangelo è un fermento critico, una riserva escatologica che inquieta il mondo. Nello Spirito occorre, allora, tener sempre viva la tensione fra Vangelo e storia per discernere i sentieri della carità che edifica e salva. Nessuna formula che sia alla base delle nostre opere può darsi per scontata. Occorre amare Dio ed essere docili al Suo Spirito, mettendosi in continuo ascolto della novità della sua voce: la frase di San Bernardo “non est status in via Dei, immo mora peccatum est”, “non si dà sosta nella via di Dio, perfino l’indugio è peccato”, vale in modo stringente per la continua riforma dell’agire di chi si consacra alla Sua causa in questo mondo nel servizio degli uomini.

Dobbiamo chiederci allora: come vivere questo coraggio della novità sempre nuova, dell’“aggiornamento” delle nostre opere in sintonia col soffio dello Spirito? Come far sì che il sale della carità di tanti consacrati e delle loro famiglie religiose non perda il suo sapore? Come aiutare quella parte dei religiosi, che stanno dirigendo istituzioni di carità già consolidate nel tempo a una nuova docilità al vento di Pentecoste, a passare dalle opere della legge a quelle della fede? Come aiutare i religiosi impegnati sulle frontiere dell’emergenza (tratta, immigrazioni, carceri, pastorale della strada) a saper “dire” ogni giorno, in modo credibile, la freschezza dell’annuncio evangelico in ciò che essi sono e fanno? Un primo orizzonte di luce ci viene da ciò che abbiamo detto: se il mondo è luogo del Vangelo, servire la promozione umana non solo non è contrario all’adorazione di Dio, ma ne è espressione autentica e necessaria. Chi si è consacrato al Signore con tutto il cuore e per tutta la vita, non troverà nelle opere al servizio degli uomini uno spazio neutro o addirittura un ostacolo a quest’unico amore, ma potrà vedervi una realizzazione dell’incontro con l’Amato, l’irradiazione di un unico amore. Questo richiede, però, che le sue opere nascano da una profonda unione con Dio, contino sull’aiuto della Sua grazia più che sui mezzi umani e non avanzino alcuna pretesa di merito: siano, insomma, opere della fede e non della legge, frutto della gratuità di un cuore che ama e non della ricerca di gratificazione di una vita povera di amore. Come assicurare che questo avvenga in noi e nelle nostre opere?

2. Il discernimento dei segni dei tempi: lo stile di un “come”

La seconda arcata del mio itinerario di riflessione riguarda la domanda su come vivere nel sabato del tempo il Vangelo della carità: alla luce delle premesse tracciate, che cosa significa coniugare operosamente il Vangelo e la storia? La risposta mi sembra vada cercata nell’esercizio del discernimento spirituale e pastorale, cioè nella capacità di leggere nella complessità delle situazioni umane i segni dei tempi. È ancora la teologia della Gaudium et Spes a venirci incontro, in modo particolare quella espressa nei numeri 4, 11 e 44, testi programmatici che impegnano la Chiesa a discernere sempre nuovamente i segni di Dio nella storia. Dice Gesù: “Quando si fa sera, voi dite: ‘Bel tempo, perché il cielo rosseggia’; e al mattino: ‘Oggi burrasca, perché il cielo è rosso cupo’. Sapete dunque interpretare l’aspetto del cielo e non siete capaci di interpretare i segni dei tempi?” (Mt 16,2s). Che cosa sono questi segni dei tempi? In generale potremmo definirli come le tracce della gloria divina nascosta sotto gli eventi e le parole della storia. Discernere i segni dei tempi vuol dire allora saper leggere nella complessità della storia la presenza del Dio vivente e del suo Spirito che ci orientano a Cristo e alla costruzione della città futura da lui iniziata e promessa. Per compiere questa lettura occorre unire tre momenti, che scandiscono lo stile del discernimento, che è poi lo stile della Chiesa nel mondo, del cristiano nel tempo, impegnato a vivere il Vangelo della carità: assumere la complessità; confrontarla con il criterio della Parola; avanzare proposte provvisorie e credibili.

Assumere la complessità vuol dire non presumere mai di avere la soluzione pronta ai problemi e alle sfide del cambiamento in atto nelle diverse situazioni in cui vivere il Vangelo della carità. Ai discepoli di Cristo e ai consacrati in particolare va raccomandato di non lasciarsi guidare in nessun caso da un’ideologia prefabbricata, che s’imponga alla storia astrattamente, fosse pure quella costruita sull’idealizzazione di un carisma. Ciò che occorre è “aggiornare” le nostre opere, vivendo sempre di nuovo la fatica dell’ascolto, aprendosi all’audacia della compagnia, intesa nel senso etimologico dello spezzare insieme il pane: bisogna, insomma, sempre di nuovo “uscire dall’accampamento”, per andare “verso di lui (Cristo)”, se necessario “portando il suo disonore”, e cioè abbracciando la croce, poiché “non abbiamo quaggiù una città stabile, ma andiamo in cerca di quella futura”(Eb 13, 13s). Occorre impegnarci tutti ad essere una Chiesa che ascolta, che condivide, la cui gloria è innanzitutto nell’essere “con” prima che nell’essere “per”, una Chiesa amica degli uomini e della loro fatica di vivere: quella voluta, appunto, dal Vaticano II. Chiamarsi fuori dalla complessità con soluzioni semplicistiche, frutto di schemi ideologici, è tradimento del Dio vivo, che si lascia invece incontrare nella complessità del tempo e delle scelte umane, come abbiamo appena mostrato alla luce della teologia della Gaudium et Spes e dei suoi fondamenti biblici e patristici.

Assumere la complessità vuol dire, in particolare, non avere fretta nella ricerca delle soluzioni, avere anzi la pazienza dell’ascoltare e dell’imparare, accettando la fatica di volersi docili allo Spirito nel raccogliere la sfida delle stagioni che mutano. Dobbiamo qui imparare tutti dalla sapienza dei poveri, che hanno la capacità di “sopportare la fatica” del tempo. Assumere la complessità vuol dire, quindi, ascoltare le competenze, rispettare il rigore di diversi approcci alla complessità del reale: un religioso che volesse parlare di economia, senza ascoltare gli economisti, non sarebbe un maestro, ma un ignorante. Credo che dovremmo tutti educarci a questa sapienza delle competenze da accogliere e da rispettare per leggere la complessità della storia e non fare delle nostre scelte le conseguenze di una sia pur inconsapevole ideologia. Questa pazienza e questa sapienza della carità non giustificano, peraltro, alcun rimando all’infinito: la ricerca necessaria all’“aggiornamento” non potrà mai essere alibi a conservare il già dato per la semplice paura o pigrizia di non rinnovarsi! La nostalgia delle sicurezze passate è chiusura alla novità dello Spirito almeno quanto lo è il prurito di novità che salta sulla ricerca umile e faticosa della comprensione dei segni dei tempi!

Il secondo compito per vivere il discernimento necessario alla carità è quello di valutare la complessità alla luce della Parola di Dio. Come diceva Karl Barth, “il cristiano ha in una mano la Bibbia e nell’altra il giornale”: il criterio ultimo delle sue scelte è la rivelazione divina. Sub verbo Dei vive chi crede: sotto la Parola di Dio, in ascolto e in obbedienza ad essa. La Parola, tuttavia, cresce con chi la legge, come dice san Gregorio Magno: “Scriptura cum legente crescit”8. E questo vuol dire che la Parola, per essere veramente amata, deve essere “trasgredita”: bisogna bussare alla porta delle Scritture con la violenza dei violenti che conquistano il Regno (cfr. Mt 11,12). Che cos’è questa violenza se non l’urgenza delle domande del tempo? Sta qui la fatica di leggere nella complessità la presenza di Dio: quando si mette a confronto la Parola con le sfide della vita e della storia, essa sprigiona tutta la sua luce, assolve alla funzione del servus lampadarius, che nel mondo romano andava avanti nella notte per illuminare il cammino. La Parola non vuole illuminare solo i lunghi orizzonti. Essa dà sì la speranza della vita, ma - come il servus lampadarius - illumina quel tanto di strada che basta ogni giorno per avanzare verso il domani promesso. Così, “ogni giorno è sufficientemente lungo per sostenere la lotta per conservare la fede” (Dietrich Bonhoeffer). Il credente - anche un religioso o una famiglia religiosa - è un povero ateo che ogni giorno si sforza di cominciare a credere. La fede è agonia, passione, lotta con la Parola, perché dalla Parola si sprigioni la luce delle sorgenti della vita. Dobbiamo “trasgredire” la Parola perché essa ci doni il suo frutto e ce lo faccia gustare nella complessità del presente.

Finalmente, perché ci sia discernimento spirituale e pastorale occorre unire l’ascolto del tempo e l’ascolto della Parola, avanzando proposte provvisorie e credibili. Non si tratta di giungere a soluzioni definitive: non ci sono risposte ideologiche ai mali del mondo. Come credenti, avanzeremo proposte provvisorie, umili, per la situazione e il tempo che ci è dato di vivere. L’importante è che queste proposte siano credibili, caratterizzate, cioè, dalla doppia fedeltà all’eterno e al tempo, alla Parola e alla storia, al mondo presente e al mondo che deve venire. L’etica cristiana è l’etica della duplice fedeltà: e vivere la doppia fedeltà è a volte lacerante, perché ci chiede di essere nel tempo coloro che ricordano la patria di Dio, segno di contraddizione per tener viva la nostalgia del mondo futuro promesso. “L’esilio vero d’Israele - afferma un detto rabbinico - cominciò il giorno in cui Israele non soffrì più del fatto di essere in esilio”: l’esilio non comincia con la lontananza fisica, ma con quella del cuore, quando si è persa la nostalgia della patria. Vivere il desiderio della Gerusalemme celeste vuol dire vivere nel presente, fino in fondo, l’inquietudine della ricerca incessante di soluzioni provvisorie e credibili.

Se la Chiesa del Vaticano II è l’“Ecclesia semper reformanda”, “semper renovanda et purificanda”, non di meno sono chiamati a rinnovarsi e riformarsi i religiosi nello spirito dello stesso Concilio. Realizzare e gestire le opere della carità non è compito che possa sottrarsi alla fatica di un tale “aggiornamento”: e la sola condizione possibile per adempierlo è vivere lo stile del discernimento spirituale e pastorale attento ai segni del tempo, aperto all’ascolto della Parola e capace di coniugare le due fedeltà - a Dio e alla storia - nell’unico amore di carità. Ciò richiede libertà dalla paura del nuovo e dalla nostalgia del passato, disponibilità a mettersi in gioco con coraggio, fiducia nell’azione sempre nuova e fedele dello Spirito nel tempo. Solo così potremo trovare le chiavi che ci aiutino a discernere i tempi che stiamo vivendo e arriveremo a ipotizzare nuovi percorsi di carità, o perlomeno modi nuovi per incarnarla credibilmente nell’oggi. Solo così potremo comprendere se e come nella varietà dei contesti la profezia della vita religiosa dovrà essere più “visibile” o più “anonima”, più “istituzionale” o più “di frontiera”, più “creativa” o più “gestionale” e “organizzata”.

Sulla via di un tale ascolto, sincero e docile dello Spirito, potremo trovare - se necessario - il coraggio di lasciare quello che il “welfare” dello Stato già garantisce per “buttarci” sulla strada, in ascolto dei nuovi poveri e delle nuove povertà, confidando più nella Provvidenza di Dio che sulla previdenza degli uomini. Inoltre, sarà solo un attento discernimento che potrà farci comprendere il ruolo preciso della collaborazione dei laici, interessati in prima persona a capire come coniugare la loro professionalità con la necessità di testimoniare il Vangelo e come aiutare i religiosi del proprio istituto a essere fedeli al carisma del loro Fondatore. Non si stanno forse profilando anche per i nostri collaboratori laici nuovi modi per incarnare e vivere la propria fede? Non è urgente anche per loro discernere come stare nel mondo? Basterà che essi vivano la carità come lo chiede il mondo, con le sue leggi e i suoi accreditamenti? Oppure c'è un “quid” in più, richiesto anche a loro? E se c’è, qual è? E che cosa possono fare i religiosi cui essi si riferiscono per non essere né di ostacolo, né di scandalo al loro cammino ed alle loro scelte di obbedienza a Dio?

3. La carità al servizio di un mondo nuovo: umile, discreta e bella

Arriviamo così all’ultimo arco del nostro ponte fra il pensiero e la vita, riflettendo sul Vangelo dell’amore: quale carità siamo chiamati a vivere nel sabato del tempo? Alla luce di quello che abbiamo detto - pensando il mondo come “luogo del Vangelo”, e dunque una carità che si edifica nella compagnia degli uomini, e al tempo stesso proponendo una carità che non ha soluzioni facili, ma deve vivere il discernimento come suo stile - è possibile qualificare la carità, cui siamo chiamati, e lo stile delle opere, in cui essa si esprime, con tre aggettivi: umile, discreta e bella.

a) Caritas humilis è quella che non sceglie il suo oggetto in forza della gratificazione che se ne aspetta: è la carità “gratuita”, ex nihilo, che ama perché ama e da null’altro è motivata ad amare che dall’urgenza dell’amore e dall’altrui bisogno. Ricordiamo la frase di san Bernardo, ripetuta tante volte da Lutero: “Dio non ci ama perché siamo buoni e belli, Dio ci rende buoni e belli perché ci ama”. Dio non ha ragioni per amare, se non l’amore. Questa è la carità divina, gratuita nelle sue motivazioni. L’umiltà di Dio è il modello dell’amore cui siamo chiamati: Dio ama per amore, soltanto per amore e ci rende capaci di questo possibile   impossibile amore, che è la carità, con la Sua grazia. Un amore impossibile, perché da soli non ce la faremmo mai a viverlo, e possibile perché Lui ce ne rende capaci. L’“impossibile possibilità” di Dio è l’amore gratuito cui Egli ci chiama. La domanda che dobbiamo farci sta allora nel sapere se la nostra carità di persone consacrate nella sequela di Gesù è veramente umile, se, cioè, ciò che facciamo lo facciamo in vista di un secondo scopo, di un interesse, di un ritorno, o per pura gratuità, nella compagnia generosa della vita e della storia. Come dice Paolo, “la carità non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia, ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta” (1Cor 13,5-7).

Commentando il versetto della Lettera ai Romani “Siamo giustificati indipendentemente dalle opere della legge” (3, 28), il giovane Lutero distingue le opere della legge, da quelle della grazia e della fede (non le­gis opera sunt, sed gratiae et fidei: Weimarer Ausgabe 56, 264) precisamente in base alla gratuità dell’intenzione che vi si mette nel farle. Ogni opera umana può essere opera della legge o opera della fede, a seconda che essa motivi la presunzione di giustizia o sia motivata dall’invocazione della giustizia: non è l’opera a fare giusto l’ uomo, ma è la fede a rendere giusta l’opera. E la fede è già un appartenere così totalmente al mondo della grazia, da arren­dersi allo scandalo della croce, pronti a morire a se stessi per vivere solo per Dio. Chi compie le opere della fede si lascia far prigioniero dell’invisibile, si consegna al Dio vivente con un amore puro, senza altra motivazione o interesse al di fuori di Dio stesso. Si affaccia qui un tema, che sconcerta per la sua ra­dicalità, ma che va letto nella luce della ricerca del puro amore di Dio: quello della “resignatio ad infernum”. L’atto della totale sottomis­sione alla volontà divina espresso nell’accettare perfino la dannazione eterna se Dio lo volesse, è per Lutero il segno dell’amore puro, necessario a compiere le opere della fede: “Non c’è purificazione, se non ci si ras­segna all’inferno”9. Viene da chiederci: con quale intenzione di gratuità compiamo le nostre opere? Cerchiamo noi stessi, il nostro successo, la considerazione e l’accrescimento del nostro possibile potere mondano, o unicamente l’amore di Dio e dei poveri a cui Lui ci invia? Le nostre sono opere della legge o opere della fede? Sono motivate da logiche di interesse o dalla carità umile e gratuita?

Nell’Enciclica Caritas in veritate Benedetto XVI avanza in proposito un’idea di grande fascino, che appare suffragata dall’esperienza delle varie forme di “finanza etica” e di “economia di comunione” che vanno sviluppandosi nel mondo: la rilevanza del principio di gratuità in economia (n. 34). Se è vero che non si crescerà se non insieme, il reinvestimento di una parte degli utili al servizio della promozione umana e sociale dei più deboli è garanzia di benessere per tutti: “Senza forme interne di solidarietà e di fiducia reciproca, il mercato non può pienamente espletare la propria funzione economica” (n. 35). Il Papa della Deus caritas est lancia in tal modo nell’Enciclica sulla dottrina sociale un messaggio di estrema attualità: senza regole etico-sociali oggettive lo slancio della solidarietà e l’impresa economica sono a rischio per tutti; senza carità l’economia implode, perché resta priva della forza stessa della verità. Questo “principio di gratuità” dovrebbe essere tenuto sempre presente nella conduzione economica delle nostre opere, sia a livello di programmazione, che di esercizio, che di reinvestimento di eventuali utili. Guai se l’economia delle nostre famiglie religiose fosse guidata da una mera logica garantista o di profitto!

b) Discreta è la carità che non vuole imporre i propri modelli o progetti, ma che si mette in ascolto dell’altro, entrando in quel processo del discernimento - “discretio caritatis” - che assume la complessità e la confronta con la Parola di Dio, avanzando proposte provvisorie e credibili. Questa forma di carità sa leggere la complessità perché si pone in essa con un atteggiamento di ascolto attento e obiettivo. I medievali avevano una formula densa per esprimere questa luce che viene dalla carità: Ubi amor, ibi oculos. Se si sta in una situazione veramente per servire, l’amore dà occhi per vedere. “L’essenziale è invisibile agli occhi, solo il cuore lo vede”, dice Le petit prince di Antoine de Saint Exupéry. La carità discreta non è trionfalista, né impositiva di soluzioni arbitrarie o astratte, né ideologica. Essa cerca la sua via in umiltà, come fa il Poverello di Assisi, pregando davanti al Crocifisso
di San Damiano: “Altissimo, glorioso Dio illumina le tenebre del core mio. E damme fede dritta, speranza certa e caritade perfetta, senno e cognoscemento. Signore, che faccia lo tuo santo e verace comandamento”.

Proprio così, la carità è anche docta, capace di coniugarsi alla passione dell’intelligenza. Dice Agostino senza mezzi termini: “Fides nisi cogitetur nulla est”, la fede se non è pensata non è. La carità, se non è esercitata con intelligenza, rischia di non essere vera. Abbiamo bisogno di cristiani adulti, pensosi, non negligenti nel vivere la fatica del pensiero e della fedeltà: cristiani che usano l’intelligenza, che amano il sapere della fede. Ne abbiamo particolarmente bisogno fra i religiosi! Non lasciamo mai la riflessione critica della fede e della carità come riserva di caccia di pochi, ma sappiamo innamorarcene, farla nostra, perché abbiamo bisogno di credenti liberi e pensosi, che vivano la fatica di credere, ma anche l’infinita gioia di lottare con Dio, possibilmente lasciando che egli vinca, e di servirlo con intelligenza d’amore. Questa è la carità cui siamo chiamati, perché soltanto una carità non negligente, attenta e pensosa, saprà discernere ciò cui è veramente chiamata per il bene degli uomini e la gloria dell’Eterno.

c) Una simile carità saprà riconoscere, accogliere e testimoniare la bellezza di Dio: bella è la carità, della bellezza che viene dall’alto. La carità sa che i poveri hanno diritto alla bellezza e vuole loro offrire la possibilità di realizzare questo diritto. Non a caso nel Vangelo di Giovanni (10,11) Gesù viene chiamato “il pastore bello” (o’ poimen o kalòs), buono e bello (o’ kalòs). L’ora pasquale rivelerà il volto di questa bellezza nell’Uomo dei dolori che si consegna alla morte per amore nostro: “Due flauti suonano in modo diverso - scrive Agostino -, ma uno stesso Spirito vi soffia dentro. Dice il primo: ‘Egli è il più bello tra i figli degli uomini’ (Sal 45,3); e il secondo, con Isaia, dice: ‘Lo abbiamo visto: non aveva più né bellezza, né decoro’ (Is 53,2). I due flauti sono suonati da un unico Spirito: essi dunque non discordano nel suono. Non devi rinunciare a sentirli, ma cercare di capirli. Interroghiamo l’apostolo Paolo per sentire come ci spiega la perfetta armonia dei due flauti. Suoni il primo: ‘Il più bello tra i figli degli uomini’; ‘benché avesse la forma di Dio, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio’ (Fil 2,6). Ecco in che cosa sorpassa in bellezza i figli degli uomini. Suoni anche il secondo flauto: ‘Lo abbiamo visto: non aveva più né bellezza, né decoro’: questo perché ‘spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana’ (Fil 2,7). ‘Egli non aveva bellezza né decoro’ per dare a te bellezza e decoro. Quale bellezza? Quale decoro? L’amore della carità, affinché tu possa correre amando e amare correndo... Guarda a Colui dal quale sei stato fatto bello”10. È l’amore con cui ci ha amati che trasfigura “l’uomo dei dolori davanti a cui ci si copre la faccia” (Is 53,3) nel “più bello dei figli degli uomini”: il crocefisso Amore è la bellezza che salva. La via del Vangelo della carità è allora anzitutto quella della conversione del cuore a Cristo: nel Crocefisso Risorto i discepoli incontrano l’Amore incarnato e si lasciano rendere da Lui capaci di amare. La carità delle opere dei religiosi sarà bella se esse saranno animate dalla continua conversione a Cristo del cuore di chi le fa, e nasceranno dunque da un profondo spirito di adorazione e da una continua scelta di sequela evangelica.

C’è però anche un altro dato evangelico che aiuta a riconoscere nella bellezza una via del Vangelo della carità: a notarlo è Pavel Florenskij, il “Leonardo da Vinci russo”, genio della scienza e del pensiero teologico e filosofico, sacerdote di Cristo, morto martire della barbarie staliniana. Commentando Mt 5,16 - “Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli” - egli osserva che “ ‘i vostri atti buoni’ non vuole affatto dire ‘atti buoni’ in senso filantropico e moralistico: ymòn tà kalà érga vuol dire ‘atti belli’, rivelazioni luminose e armoniose della personalità spirituale - soprattutto un volto luminoso, bello, d’una bellezza per cui si espande all’esterno ‘l’interna luce’ dell’uomo, e allora, vinti dall’irresistibilità di questa luce, ‘gli uomini’ lodano il Padre celeste, la cui immagine sulla terra così sfolgora”11. La testimonianza della carità, via privilegiata per l’annuncio del Vangelo di Gesù, si compie attraverso lo sfolgorio della bellezza del cuore negli atti del discepolo interiormente trasfigurato dallo Spirito: dove la carità si irradia dall’interiorità, trasformata dallo Spirito, lì s’affaccia la bellezza che salva, lì è resa lode al Padre celeste e cresce l’unità dei discepoli dell’Amato, uniti a Lui come discepoli del Suo amore crocifisso e risorto.

Conclusione: alle sorgenti della carità evangelica

Dove una tale bellezza della carità si offre a noi e ci contagia? È lo stesso Florenskij a indicarci il luogo del misterioso e trasformante incontro fra l’amore divino e la nostra fatica di amare. Ricordando una delle sue celebrazioni nella Chiesa sulla collina Makovec, rivolta verso il grande Monastero (la “Lavra”) di Sergiev Possad, cuore del cristianesimo russo, così descrive la paradossale bellezza della liturgia, simbolo dei simboli del mondo, in cui il cielo dimora sulla terra e l’eternità mette le sue tende nel tempo, trasformando lo spazio nel “tempio santo, misterioso, che brilla di una bellezza celeste”: “Il Signore misericordioso mi concesse di stare presso il suo trono. Scendeva la sera. I raggi dorati danzavano esultanti, il sole appariva come un inno solenne all’Eden. L’occidente impallidiva rassegnato, e verso di esso era rivolto l’altare, posto sulla sommità della collina. Una catena di nuvole si stendeva sulla Lavra come un filo di perle. Dalla finestra sopra l’altare erano visibili le nitide lontananze e la Lavra dominava come una Gerusalemme celeste. Al Vespero il canto ‘Luce di pace’ sigillava il tramonto. Il sole morente si abbassava sontuoso. Si intrecciavano e si scioglievano le melodie antiche come il mondo; si intrecciavano e si scioglievano i nastri d’incenso azzurro. La lettura del canone pulsava ritmicamente. Qualcosa nella penombra tornava alla mente, qualcosa che ricordava il Paradiso, e la tristezza per la sua perdita veniva trasformata misteriosamente dalla gioia del ritorno. E al canto ‘Gloria a Te che ci hai mostrato la luce’ accadeva significativamente che la tenebra esterna, pure essa luce, calava, ed allora la Stella della Sera brillava attraverso la finestra dell’altare e nel cuore di nuovo sorgeva la gioia che non svanisce, quella gioia del crepuscolo della grotta. Il mistero della sera si univa con il mistero del mattino ed entrambi erano una cosa sola”12. La liturgia è culmine e fonte di tutta la vita della Chiesa dell’amore, sorgente sempre nuova della carità e delle sue opere, perché è il luogo potente dove il mistero del mondo, che è “il mistero della sera”, si incontra con l’eternità, il “mistero del mattino”, e si lascia trasformare da esso. Nella preghiera che nasce dalla liturgia e ad essa conduce, l’eternità mette le sue tende nel tempo e il Vangelo della carità entra nella vita e nella storia. Come testimoniano i grandi Santi della carità, non ci sono opere di carità autentica che non nascano dall’adorazione di Dio, dall’azione di grazie e dal sacrificio della lode. La bellezza della carità si accoglie all’altare della vita, dove Cristo si dona per noi: “Il pane è importante - scrive il gesuita tedesco Alfred Delp, morto martire della barbarie nazista -, la libertà è più importante, ma la cosa più importante di tutte è la costante fedeltà e l’adorazione vera”. Anche nella vita dei religiosi e nelle opere cui li chiama la fedeltà al loro carisma e allo Spirito che soffia dove vuole e parla in maniera sempre nuova nei segni dei tempi.

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1) J. Ratzinger, Il nuovo popolo di Dio, Brescia 1971, 301. 303.

2) Cf. H. Rahner, L’ecclesiologia dei Padri. Simboli della Chiesa, Roma 1971: Mysterium Lunae, 145-287.

3) S. Ambrogio, Hexaemeron 4, 8, 32: CSEL 32, I, 138, 15-20.

4) S. Cirillo d’Alessandria, Glaphyrorum in Genesim 6: PG 69, 329.

5) W. Kasper, Il mondo come luogo del Vangelo, in Id., Fede e storia, Queriniana, Brescia 1975, 160.

6) Nel Commento al Vangelo di Luca 3, 17-23.

7) Nella Quarta Settimana degli Esercizi Spirituali: nn.230-237.

Commento morale a Giobbe, XX,1.

9) Ib. 391-392.

10) Sant’Agostino, In Io. Ep., IX, 9.

11) P.Florenskij, Le porte regali. Saggio sull’icona, Adelphi, Milano 19997, 50.

12) P. Florenskij, Sulla collina Makovec, 20. 5. 1913, in Id., Il cuore cherubico. Scritti teologici e mistici, Piemme, Casale Monferrato 1999, 260s

 





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