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News dal Vaticano :: Il mondo visto da Roma - 17 settembre 2009
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Il mondo visto da Roma - 17 settembre 2009
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Giovedì, 17 Settembre 2009: Accadde Oggi  

Il mondo visto da Roma

SANTA SEDE
Il Papa ricorda che i sacerdoti non devono entrare nella politica
La preghiera del Papa per i militari italiani uccisi a Kabul
Benedetto XVI riceve i vincitori del premio Van Thuan
Auguri del Papa agli ebrei in occasione del Capodanno
Preoccupazione vaticana per la Cattedrale di Bucarest in pericolo
La vita del Card. Van Thuan ispira progetti di musica e televisione

NOTIZIE DAL MONDO
Dopo 50 anni si potrà celebrare la Messa nelle carceri cubane
Muore mons. Nicholas Shi, ultimo Vescovo agostiniano in Cina
I Vescovi australiani ai giovani: “lottare contro l'ingiustizia”

DOTTRINA SOCIALE E BENE COMUNE
La “Caritas in veritate” e il mondo del lavoro (II)

ITALIA
L'impegno dell'Opera Romana Pellegrinaggi per l’Anno Compostelano 2010

INTERVISTE
Abate cattolico, Canonico onorario della Cattedrale anglicana di Londra
Le droghe e la malacultura che alimentarono il '68

DOCUMENTI
Discorso del Papa ai Vescovi brasiliani della regione Nord Est II


Santa Sede

Il Papa ricorda che i sacerdoti non devono entrare nella politica
Né i laici possono assumere le funzioni di un presbitero

di Inma Álvarez

CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 17 settembre 2009 (ZENIT.org).- I sacerdoti devono favorire l'unità e la comunione di tutti i fedeli, e per questo devono mantenersi lontani dalla politica, che è il campo d'azione dei laici.

Lo ha affermato Papa Benedetto XVI questo giovedì accogliendo il secondo gruppo di Vescovi brasiliani, proveniente dalla Regione Nord-Est, nel Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo in occasione della visita “ad limina”.

Il Pontefice ha dedicato il suo intervento a mettere in guardia contro “la secolarizzazione dei sacerdoti e la clericalizzazione dei laici” a insistere sul fatto che la figura del sacerdote nella Chiesa è “insostituibile”.

“L'approfondimento armonico, corretto e chiaro della relazione tra sacerdozio comune e ministeriale rappresenta attualmente uno dei punti più delicati dell'essere e della vita della Chiesa”, ha sottolineato.

“E' nella diversità fondamentale tra sacerdozio ministeriale e sacerdozio comune che si comprende l'identità specifica dei fedeli ordinati e laici”, ha aggiunto.

Benedetto XVI ha ammesso che lo scarso numero di sacerdoti è un problema importante soprattutto in quelle zone del Brasile, dove l'assistenza pastorale “deve organizzarsi con pochi presbiteri”, ma ha osservato che questa situazione “non deve essere considerata normale o tipica del futuro”.

Dall'altro lato, ha rilevato, “la mancanza di presbiteri non giustifica una partecipazione più attiva e numerosa dei laici. In realtà, quanto più i fedeli diventano consapevoli delle proprie responsabilità nella Chiesa, tanto più spiccano l'identità specifica e il ruolo insostituibile del sacerdote”.

Il Papa ha anche ricordato ai Vescovi che l'Anno Sacerdotale in corso rappresenta una buona occasione per riflettere sull'esempio del Santo Curato d'Ars.

“Egli continua ad essere un modello attuale per i vostri presbiteri, soprattutto nel vivere il celibato come esigenza del dono totale di sé, espressione di quella carità pastorale che il Concilio Vaticano II presenta come centro unificatore dell'essere e dell'agire sacerdotale”.

In questo senso, il Pontefice ha spiegato che è necessario sia cercare più vocazioni che il fatto che “i sacerdoti manifestino la gioia della fedeltà alla propria identità con l'entusiasmo della missione”.

E' inoltre importante che i presbiteri “vivano con coerenza e pienezza la grazia e gli impegni del Battesimo”, e che celebrino la Messa e recitino l'ufficio divino quotidianamente.

“Dovete concentrare i vostri sforzi sul risvegliare nuove vocazioni sacerdotali e trovare i pastori indispensabili alle vostre Diocesi, aiutandovi reciprocamente perché tutti dispongano di presbiteri con una migliore formazione e più numerosi per sostenere la vita di fede e la missione apostolica dei fedeli”, ha concluso il Papa.


La preghiera del Papa per i militari italiani uccisi a Kabul

ROMA, giovedì, 17 settembre 2009 (ZENIT.org).- Benedetto XVI ha assicurato la sua vicinanza nella preghiera alle vittime, alle famiglie e a tutte le persone coinvolte nell'attentato verificatosi questo giovedì a Kabul, in Afghanistan, che ha colpito una pattuglia di militari italiani, uccidendone 6 e ferendone in maniera grave altri tre.

Lo ha riferito il Direttore della Sala Stampa della Santa Sede, padre Federico Lombardi.

I soldati italiani erano a bordo di due blindati Lince, quando sono stati attaccati da un attentatore suicida alla guida di un veicolo imbottito di esplosivo. L'attacco è stato sferrato nel centro di Kabul alle 12.10 ora locale (le 9.40 in Italia).

Nell'attentato sono morti anche quindici civili afghani mentre altri sessanta sono rimasti feriti.

Il convoglio militare stava trasportando dall'aeroporto di Kabul al quartier generale di Isaf alcuni militari che erano tornati da una licenza: due di questi sarebbero tra le vittime.

I militari coinvolti appartengono tutti al 186° reggimento della Folgore di stanza a Kabul.

Nell'apprendere la notizia, il Cardinale Angelo Bagnasco, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, ha espresso “grande vicinanza” e "grande dolore” per quanto avvenuto assicurando “una preghiera per le loro anime”.

Con l'attentato di oggi sale a 20 il numero di militari italiani morti in Afghanistan dall'inizio della missione italiana nel 2004.


Benedetto XVI riceve i vincitori del premio Van Thuan
Tra loro, il granduca Henri del Lussemburgo

CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 17 settembre 2009 (ZENIT.org).- Benedetto XVI ha ricevuto questo giovedì in udienza nel Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo i vincitori del premio Van Thuan, consegnato questo mercoledì a Roma.

Il riconoscimento viene conferito dalla fondazione San Matteo, fondata nel 2007 in memoria del Cardinale vietnamita François Xavier Nguyen Van Thuan, ex presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, morto nel 2002 e di cui è in corso la causa di beatificazione.

Il premio, ha ricordato il Cardinale Renato Raffaele Martino, presidente del dicastero e della fondazione San Matteo, vuole sottolineare l'impegno di chi lo riceve “a favore della difesa della dignità e della centralità della persona umana” e incoraggiare le “persone che dedicano la loro vita a progetti umanitari di grande valore sociale, esempio di vera passione per l'umano e vero amore per Cristo”.

Quest'anno il riconoscimento è stato conferito al granduca Henri del Lussemburgo e a quattro fondazioni: la Comis, di Salerno, che costruisce parrocchie in territori in cui mancano; il progetto ALAS della Colombia, che offre un'opera di evangelizzazione ai carcerati, agli ex reclusi e alle loro famiglie; il “Centro di sviluppo delle abilità per non vedenti” della Thailandia, che organizza corsi biennali per aiutare i non vedenti a sviluppare altre facoltà per poter trovare un lavoro; l'associazione francese Le Rocher, che svolge un'opera di accompagnamento ed evangelizzazione per gli immigrati in quartieri “sensibili”.

Il granduca Henri del Lussemburgo ha ricevuto il premio Van Thuan “per il suo impegno nella difesa dei diritti umani, specialmente del diritto alla vita e alla libertà religiosa”, ha spiegato il Cardinal Martino.

Insieme alla moglie ha creato una fondazione per l'assistenza umanitaria ed è membro attivo della Mentor Foundation, creata con il patrocinio dell'Organizzazione Mondiale della Sanità per evitare il consumo di droghe tra i giovani.

Lo scorso anno, inoltre, il granduca si è opposto alla legge approvata dal Parlamento lussemburghese per legalizzare l'eutanasia.

Il granduca è stato accompagnato all'udienza papale dal primogenito, il principe Guglielmo, dal consigliere ecclesiastico dell'Ambasciata presso la Santa Sede e dal suo luogotenente, il colonnello Chrisnach.

Il Papa ha quindi incontrato i rappresentanti delle quattro fondazioni premiate: monsignor Andrea Vece, fondatore di Comis; padre Andrés Fernánez Pinzón, del progetto ALAS; don Carlo Velardo, salesiano, che si occupa della fondazione che opera in Thailandia, e Ciryl Tisserand, il giovane francese fondatore di Le Rocher.


Auguri del Papa agli ebrei in occasione del Capodanno
Messaggio di Benedetto XVI al Rabbino capo di Roma

CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 17 settembre 2009 (ZENIT.org).- Benedicto XVI ha inviato un messaggio di stima al Rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, in occasione dell'annuale ricorrenza di Rosh Ha Shanah 5770, di Yom Kippur e di Sukkot, in attesa di poter visitare la sinagoga di Roma.

"Invoco dall'Eterno per tutti gli ebrei copiose benedizioni a costante incoraggiamento dell'impegno profuso per promuovere la giustizia, la concordia e la pace", ha scritto il Papa nel telegramma.

Nel formulare alla comunità ebraica romana i "più sentiti auguri", Benedetto XVI ha quindi auspicato che "queste feste siano motivo di comune santa letizia".

Il Vescovo di Roma ha poi rinnovato a Di Segni la sua "cordiale amicizia", in attesa "di compiere con gioia, dopo le vostre feste, la visita a codesta comunità e alla sinagoga, animato dal vivo desiderio di manifestarvi la personale vicinanza mia e quella di tutta la Chiesa cattolica".

Rosh Ha Shanah, oltre ad essere la festività che celebra il capodanno ebraico, è anche il primo dei dieci giorni penitenziali che terminano con lo Yom Kippur (Giorno del Perdono).

Il Rabbino Capo di Roma da parte sua ha espresso gratitudine per questo messaggio.

Secondo quanto riferito dalla Radio Vaticana, il Papa visiterà la sinagoga di Roma in autunno, anche se non si conosce la data esatta.

In questo modo il Pontefice visiterà per la terza volta un luogo di culto ebraico, dopo la sinagoga di Colonia, in Germania, nell’agosto 2005, e la sinagoga di Park East a New York, nell'aprile del 2008.

La visita alla sinagoga di Roma avrà luogo a 23 anni dalla storica visita di Giovanni Paolo II, avvenuta il 13 aprile 1986, quando per la prima volta dopo san Pietro un Papa metteva piede in un luogo di culto ebraico.


Preoccupazione vaticana per la Cattedrale di Bucarest in pericolo
Il Cardinal Bertone avverte il premier rumeno ricevendolo in Vaticano

CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 17 settembre 2009 (ZENIT.org).- Il Cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato vaticano, ha trasmesso al Primo Ministro della Romania, Emil Boc, la sua grande preoccupazione e la sua delusione per la costruzione di un enorme grattacielo accanto alla Cattedrale di Bucarest.

Lo ha fatto ricevendolo, insieme al segretario per i Rapporti con gli Stati, monsignor Dominique Mamberti, questo giovedì in Vaticano, ricorda la "Radio Vaticana".

L'Arcidiocesi di Bucarest ha avvertito che questo progetto potrebbe ripercuotersi negativamente sulla struttura della Cattedrale di San Giuseppe e danneggiarne le fondamenta.

La riunione ha permesso "un fruttuoso scambio di opinione sui temi di attualità internazionale e di soffermarsi, in particolare, su alcuni aspetti della cooperazione bilaterale tra Santa Sede e Romania", indica un comunicato della Sala Stampa della Santa Sede.

In una nota dell'Ambasciata di Romania presso la Santa Sede pubblicata prima dell'incontro, il Governo rumeno sperava di dare "un nuovo impulso al dialogo e alle eccellenti relazioni bilaterali".

Il Ministro aveva anche previsto di invitare il Cardinal Bertone in Romania.

Questo mercoledì Emil Boc, insieme a una rappresentanza di spicco del Governo rumeno, è stato ricevuto dal Papa in una piccola sala annessa all'Aula Paolo VI dopo l'Udienza generale.

Secondo una nota, il Primo Ministro ha ringraziato per il "costante sostegno della Santa Sede" ai rumeni della diaspora, soprattutto alle "comunità religiose rumene ortodosse, cattoliche e greco-cattoliche e alle parrocchie rumene in Europa".

All'incontro con il Pontefice, il premier era accompagnato da vari membri del Governo: il Ministro degli Esteri Cristian Diaconescu, quello dell'Economia Adriean Videanu, quello della Sanità Ion Bazac, il segretario di Stato Stefania Ferencz e l'ambasciatore presso la Santa Sede Marius Lazurca.

Per l'ambasciata rumena, il Governo della Romania "dà grande importanza alle comunità religiose della diaspora, come strumenti rilevanti per il mantenimento dell'identità nazionale e per una buona integrazione nelle società di accoglienza".

Poco più di un anno fa, ricevendo il Presidente rumeno Traian Basescu a Castel Gandolfo, il Papa aveva menzionato le difficoltà della comunità rumena emigrata.

In quell'occasione, il Presidente aveva ringraziato per l'azione delle istituzioni della Chiesa cattolica, che offrono un aiuto generoso ed efficace agli immigrati rumeni.

La Romania ha più di 21 milioni di abitanti, per oltre l'85% ortodossi, per il 6% cattolici di rito latino e bizantino e per il 7% protestanti.


La vita del Card. Van Thuan ispira progetti di musica e televisione
Un musical e una serie televisiva in onore del Servo di Dio

di Carmen Elena Villa

CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 17 settembre 2009 (ZENIT.org).- Per far conoscere la vita del Cardinale vietnamita François Nguyen Van Thuan, di cui è in corso la causa di beatificazione, vari artisti e produttori anticipano progetti in cui si sottolineano la vita e gli scritti di questo Servo di Dio morto nel 2002.

Lo ha rivelato il Cardinale Renato Raffaele Martino, presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, durante una conferenza stampa presso la Santa Sede durante la quale è stato presentato il premio Van Thuan.

Il riconoscimento, conferito questo mercoledì a Roma dalla fondazione San Matteo, vuole premiare personalità e fondazioni che lavorano per lo sviluppo e la dignità umana.

Musica per preghiere e versi di Van Thuan

La cantata “Sentieri di speranza”, composta da monsignor Marco Frisina, direttore del Coro della Diocesi di Roma, è l'adattamento musicale di alcune preghiere e degli scritti del Cardinale Van Thuan risalenti al periodo della sua prigionia.

La cantata è stata presentata per la prima volta questo mercoledì durante la consegna dei premi.

“Sono rimasto colpito dalla luminosità di questi testi”, ha confessato monsignor Frisina. “Sentire tanta speranza fa bene al cuore”, ha aggiunto.

Il musical comprende anche citazioni bibliche e preghiere e scritti di altri santi sulla croce, sulla sofferenza e la speranza, che trovano eco nell'esperienza e nella testimonianza di Van Thuan.

Tra questi figurano il Magnificat, alcuni brani di San Paolo, la preghiera di San Francesco davanti alla croce di San Damiano e l'Anima Christi.

Monsignor Frisina ha detto inoltre che leggendo le preghiere del Servo di Dio vietnamita lo ha sorpreso il fatto che “un uomo possa avere sentimenti così delicati verso i persecutori” e ha detto che il suo esempio deve “diventare per noi luce nel cammino della nostra vita”.

“Lui ha parlato di questa prigionia come di un dono ed è riuscito a mantenere questo contatto con Dio. Alle tre del pomeriggio celebrava una Messa molto personale con tre gocce di vino e un pezzo di pane. E' riuscito a sopravvivere grazie alla sua fede”, ha concluso Frisina.

La sua vita sul piccolo schermo

Il regista Gianluca Caruso ha annunciato durante la presentazione dei premi Van Thuan questo martedì che sta preparando una serie televisiva sul Cardinale.

Caruso ha spiegato a ZENIT che la produzione si basa sulla storia vera di un soldato comunista che vigilava la cella in cui era rinchiuso l'allora Vescovo Van Thuan, con il quale intavolò un'amicizia che lo portò poi alla conversione.

La sentinella confessò a Van Thuan che quando aveva iniziato a incontrare Dio andava ogni settimana in bicicletta al santuario della Madonna di La Vang a pregare per lui, per la sua forza e la sua liberazione.

“La cosa interessante sarebbe utilizzare questa figura negativa come punto di vista per raccontare la storia di Van Thuan”, ha detto il regista a ZENIT.

“In questo modo, colui che ha un'ideologia diversa da Van Thuan racconta la storia di un santo”, ha aggiunto, spiegando che il progetto è in una fase iniziale di redazione del copione e di ricerca dei finanziamenti e dei permessi necessari.

Tra dolore e speranza

Il Cardinale François Nguyen Van Thuan nacque nel 1928. Nel 1975 venne nominato Vescovo coadiutore di Saigon da Papa Paolo VI. Nello stesso anno il regime comunista del Vietnam lo arrestò perché era contrario a quell'ideologia.

Rimase in prigione 13 anni, otto dei quali in regime di totale isolamento. Venne liberato nel 1988.

Nel 1998 Giovanni Paolo II lo nominò presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, dicastero del quale era vicepresidente dal 1994.

Durante la Quaresima del 2000 predicò gli esercizi spirituali a Papa Karol Wojtyŀa. Il Cardinale morì il 16 settembre 2002.

La sua fama di santità è dovuta all'integrità con cui affrontò i momenti in cui rimase ingiustamente in prigione, alla capacità di perdonare i suoi carcerieri e alla profondità e alla speranza che si riflettono nei suoi scritti.

E' autore di vari libri, come “Testimoni di Speranza” e “Cinque pani e due pesci”.


Notizie dal mondo

Dopo 50 anni si potrà celebrare la Messa nelle carceri cubane
Anche gli evangelici saranno consentite funzioni religiose

L'AVANA, giovedì, 17 settembre 2009 (ZENIT.org).- Dopo 50 anni di divieto, il Governo guidato da Raúl Castro Ruiz ha dato il via libera questo mercoledì alla celebrazione in modo regolare dell'Eucaristia nelle prigioni dell'isola caraibica, dove ci sono migliaia di prigionieri cattolici.

La Chiesa cattolica ha espresso la propria soddisfazione per questa iniziativa del Governo castrista, che aveva proibito le Messe appena salito al potere a Cuba, mezzo secolo fa. Il segretario esecutivo della Conferenza Episcopale Cubana, il sacerdote José Félix Pérez, ha detto che si tratta di una questione su cui si stava lavorando e che esiste una canale aperto di comunicazione con il Governo che ha favorito la decisione.

Anche se ci sono dettagli ancora da definire, il segretario esecutivo dell'episcopato cubano ha sottolineato che il sollevamento del divieto “è reale e ci rallegriamo che sia così”. La possibilità di realizzare funzioni religiose nelle prigioni di Cuba si estende anche alle Chiese evangeliche.

Negli ultimi mesi si è lavorato, soprattutto da parte della pastorale penitenziaria della Chiesa cattolica, all'apertura di servizi religiosi per i prigionieri – alcuni dei quali per reati d'opinione – nelle carceri cubane.

In realtà Vescovi e sacerdoti avevano già celebrato Eucaristie nelle prigioni, ma solo in date specifiche. Il divieto di celebrare ogni settimana è quello che dovrebbe essere eliminato.

“Ora (la celebrazione delle Messe) sarà permessa in via permanente, ma questa permanenza dipenderà un po' dai luoghi”, ha affermato padre Pérez, aggiungendo che “i sistemi carcerari provinciali hanno i propri regolamenti. Dipenderà da dove si trovano i reclusi che chiedono la celebrazione della Messa”.


Muore mons. Nicholas Shi, ultimo Vescovo agostiniano in Cina
In missione da prima del comunismo, è rimasto in carcere per decenni

ROMA, giovedì, 17 settembre 2009 (ZENIT.org).- E' morto questo mercoledì a Shangqiu (Henan, Cina) monsignor Nicholas Shi Jing Xian, di 88 anni. Era l'ultimo dei Vescovi agostiniani recolletti in Cina e anche l'ultimo dei religiosi in vita che si dedicavano alla missione fin da prima della rivoluzione comunista.

Shi, “dopo decenni di persecuzione e isolamento, reinstaurò la vita religiosa nella sua Diocesi e recuperò le relazioni della Chiesa cattolica con le autorità civili grazie alla sua autorità umana e al suo impegno evangelizzatore”, ha reso noto a ZENIT l'Ufficio Stampa dell'Ordine degli Agostiniani Recolletti.

Nicholas Shi era nato nel 1921, appena tre anni prima che l'Ordine degli Agostiniani Recolletti arrivasse nella Missione di Henan (oggi Shangqiu, dopo il cambiamento di nome in seguito alla rivoluzione comunista).

Entrò nel seminario minore dei Recolletti del suo paese natale, dove fece anche il noviziato e professò come religioso il 16 gennaio 1940. Dopo aver compiuto gli studi di Filosofia e Teologia, venne ordinato sacerdote il 29 luglio 1948.

Gli eventi vissuti dalla Cina nella prima metà del XX secolo (guerra sino-giapponese, II Guerra Mondiale, Guerra Civile e avvento del regime comunista) provocarono poco dopo l'ordinazione sacerdotale di Nicholas l'espulsione dei religiosi spagnoli, la dispersione di quelli cinesi – quando non vennero inviati nei campi di concentramento – e la chiusura definitiva della missione.

Quando i missionari spagnoli (con alla guida il Vescovo, spagnolo) vennero espulsi, Nicholas Shi fu nominato vicario episcopale, fino a che non venne definitivamente proibita ogni azione pastorale.

Shi divenne oculista, ma poi subì il confinamento per tre anni in una fabbrica di mattoni per essere “rieducato”, seguito da altri due anni di carcere, e dovette vivere in miseria e con il disprezzo pubblico da parte delle autorità.

Ad ogni modo non abbandonò la sua opera pastorale e continuò a visitare le case dei cristiani e ad affettuare celebrazioni liturgiche clandestine. Il suo valore umano colpì anche quanti vigilavano su di lui.

L'arrivo al potere di Deng Xiaoping e la fine della Rivoluzione Culturale nel 1979 fecero sì che Shi riuscisse a ottenere una “lettera di riabilitazione” e fosse destinato all'insegnamento dell'inglese, lavoro che svolse fino al pensionamento nel 1986.

All'inizio degli anni Ottanta riuscì a entrare in contatto con gli Agostiniani Recolletti con lettere scritte a indirizzi che aveva memorizzato da giovane e che arrivarono a Manila, dando inizio a un contatto inaspettato dalle due parti: Shi non sapeva nemmeno se l'Ordine esistesse ancora – una delle pressioni psicologiche abituali a cui fu sottoposto era sentirsi dire che l'Ordine non esisteva più in alcun luogo del mondo – , e gli stessi Agostiniani Recolletti non sapevano se c'era ancora qualche religioso cinese in vita.

Dopo il pensionamento dal suo lavoro di insegnante, nel 1980 tornò a Shangqiu per dedicarsi esclusivamente all'opera pastorale. Ottenne dalle autorità civili la restituzione dei beni confiscati nel 1948, riaprì la parrocchia e contattò alcuni dei religiosi recolletti che rimanevano in Cina dopo la dispersione. Iniziò anche a ricevere la visita di religiosi di altri luoghi, dopo che era stato permesso di viaggiare.

Per anni i suoi contatti con le autorità civili passarono per alti e bassi, momenti di maggior controllo e altri di rispetto, permettendogli di aprire i canali della vita religiosa femminile e maschile nella sua Diocesi. Per il suo lavoro leale, esemplare e pieno di abnegazione, l'8 maggio 1991 venne nominato Vescovo della Diocesi, che da 39 anni era senza un pastore.

“Nicholas Shi merita un posto d'onore nella storia dell'Ordine e in quella della Chiesa cattolica in Cina. La sua umanità, la sua discrezione, la capacità di reazione e la prudenza lo portarono ad avere sempre un rapporto teso ma rispettoso con le autorità. La sua figura ha attratto molti dei suoi compatrioti al cattolicesimo e alla vita religiosa”, informa l'Ordine.

“Era una persona dalla profonda vita spirituale, con grande fede e un'intelligenza fuori dal comune – aggiunge –. Pur non avendo mai vissuto fuori dalla Cina, scriveva in latino, inglese e spagnolo, ed era arrivato a tradurre anche testi ufficiali. Quando contattò i primi religiosi spagnoli dopo quasi 40 anni senza aver parlato, ascoltato o letto una parola in spagnolo, non ebbe problemi a scrivere lettere e rapporti in questa lingua con una precisione sorprendente”.

“Il suo amore per l'Ordine degli Agostiniani Recolletti in cui si era formato, a cui apparteneva e che reinstaurò nella sua Diocesi, con una grande fioritura vocazionale, è stato un elemento che tutti gli Agostiniani Recolletti riconoscono e per cui lo ringraziano”, conclude l'Ordine.

Per ulteriori informazioni, www.agustinosrecoletos.org.


I Vescovi australiani ai giovani: “lottare contro l'ingiustizia”
A un anno dalla GMG di Sydney

di Inma Álvarez

SYDNEY, giovedì, 17 settembre 2009 (ZENIT.org).- Raccogliendo la sfida lanciata da Papa Benedetto XVI nella Giornata Mondiale della Gioventù dell'estate 2008, i Vescovi australiani invitano i giovani a lottare per la giustizia sociale come parte della loro testimonianza cristiana.

Lo ha affermato monsignor Anthony Fisher, Vescovo ausiliare di Sydney, nella presentazione ufficiale del documento “And You Will Be My Witnesses. Young peple and justice” (“E sarete miei testimoni. I giovani e la giustizia”) della Conferenza Episcopale Australiana per la Domenica della Giustizia Sociale (Social Justice Sunday), che si celebrerà nel Paese il 27 settembre.

I Vescovi hanno voluto così accogliere la sfida presentata dal Pontefice in Australia: “Cosa lascerete alla prossima generazione? Che eredità lascerete ai giovani che vi succederanno?”.

Secondo monsignor Christopher Saunders, Vescovo di Broome e presidente del Consiglio Cattolico per la Giustizia Sociale, la GMG di Sydney ha rappresentato “un'opportunità per i giovani e per tutti noi” di essere “agenti di speranza e di pace”.

Per i presuli, a Sydney “è successo qualcosa di speciale” e, soprattutto per i giovani australiani, ci sono stati un prima e un dopo.

“Siamo testimoni della vostra passione e dell'impegno nelle questioni della giustizia sociale, e della vostra preoccupazione per i vostri fratelli e le vostre sorelle che in Australia e in altri luoghi soffrono le piaghe della povertà, della guerra, dello sfruttamento e della persecuzione”, afferma il messaggio.

I Vescovi si rifanno a quell'esperienza per proporre ai giovani un maggiore impegno per la giustizia come parte della loro testimonianza cristiana: “Quando affrontate questa sfida e considerate come rispondere, siate sicuri che non siete soli”.

“Generazioni di giovani hanno risposto alla chiamata di essere una forza di giustizia sociale nel nostro mondo”, affermano, ricordando l'opera sociale di Caroline Chisholm nei confronti degli immigrati, della beata Mary MacKillop con le sue scuole e gli orfanotrofi e di Eileen O’Connor per i poveri, tutte cristiane australiane.

Al suo arrivo a Sydney, ricordano i Vescovi, il Papa parlò delle ingiustizie commesse contro gli aborigeni australiani, dei malati e degli emarginati, degli immigrati e del rispetto della libertà religiosa.

“Il Santo Padre ha sottolineato che la vera pace si base sulla verità, e che il nostro impulso verso la giustizia e la pace ci rende assetati della verità e della virtù”.

“State attenti! Ascoltate! Attraverso la dissonanza e la divisione del nostro mondo, potete sentire la voce concorde dell'umanità? Dal bambino indifeso in un campo del Darfur, da un adolescente con problemi, da un padre ansioso in qualche sobborgo o forse anche ora nel profondo del vostro cuore, nasce lo stesso grido umano di riconoscimento, di appartenenza, di umanità”.

“Arricchiti dai doni dello Spirito, avrete il potere di andare al di là delle visioni parziali, della vuota utopia, della fugacità, per offrire la coerenza e la certezza della testimonianza cristiana”, aggiungono.

In particolare, i presuli hanno insistito sulla necessità di aiutare i giovani aborigeni, molti dei quali vivono in condizioni di emarginazione nella società australiana.

Per ulteriori informazioni: www.socialjustice.catholic.org.au

[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]


Dottrina Sociale e Bene Comune

La “Caritas in veritate” e il mondo del lavoro (II)
L'Arcivescovo Crepaldi presenta l’enciclica al Comitato esecutivo della CISL

ROMA, giovedì, 17 settembre 2009 (ZENIT.org).- Per la rubrica di Dottrina sociale della Chiesa riportiamo di seguito la seconda parte dell'intervento pronunciato il 9 settembre da mons. Gianpaolo Crepaldi, Arcivescovo-Vescovo di Trieste e Presidente dell’Osservatorio internazionale “Cardinale Van Thuân”, in occasione della presentazione dell’enciclica “Caritas in veritate” al Comitato esecutivo della CISL

La prima parte è stata pubblicata il 10 settembre scorso.

 * * *
6. Qualcuno ha osservato che la Caritas in veritate si occupa poco del lavoro e del sindacato[1]. Se consideriamo lo spazio espressamente dedicato a questi problemi si può forse appoggiare questa valutazione. Ma se, come credo sia giusto fare, si tengono presenti le molteplici indicazioni che possono illuminare il mondo del lavoro, come per esempio quelle da me appena indicate, possiamo avere un quadro diverso. Vediamo allora, a questo punto della nostra riflessione, quali sono le ripercussioni nel mondo del lavoro della prospettiva generale che ho sopra indicato, ossia del precedere del ricevere sul fare.

Prima di tutto vale la pena fare almeno una breve riflessione su un aspetto che di solito viene scansato perché troppo retorico, ma che invece, a mio avviso, ha un considerevole significato pratico e concreto. Anche per il lavoro vale il principio che il suo scopo va oltre se stesso: scopo del lavoro non è il lavoro. Questo perché nel lavoro, in ogni lavoro, c’è qualcosa di gratuito, dato che la persona che lavora è sempre di più del suo lavoro. Era in fondo questa la distinzione tra lavoro in senso soggettivo e lavoro in senso oggettivo della Laborem exercens di Giovanni Paolo II. Di conseguenza c’è sempre una quota di lavoro non pagato o, meglio, che esula dal contratto di lavoro stesso, che si presuppone e che è l’anima stessa del lavoro[2]. Anche per il lavoro vale il principio che i presupposti che non si possono produrre, sono le cose più importanti. E più concrete ed utili, alla fine. Infatti la vera ricchezza prodotta dal lavoro è soprattutto dovuta a questa parte non quantificabile, che esula dai numeri delle statistiche. Il lavoro come vocazione, possiamo dire, è l’aspetto economicamente più rilevante del lavoro. Il lavoro come tecnica è l’aspetto meno rilevate, anche economicamente. Tanto è vero che molti analisti si sono chiesti se una delle cause della crisi finanziaria ed economica sia proprio questa: l’indebolimento della percezione di quanto nel lavoro c’è necessariamente di irriducibile. Si sta perdendo il senso del lavoro come vocazione. Ripeto: non si tratta di retorica se ciò figura tra le possibili cause – e non all’ultimo posto – della crisi che stiamo attraversando. Mi sembra che questo sia importante per il sindacato, perché fa da linea portante per un certo modo di fare contrattazione. Si dice sempre, o spesso, che nella contrattazione si deve tenere presente la persona del lavoratore. Ma appunto dicendo questo si fa riferimento a quella dimensione del lavoro che trascende il lavoro in senso tecnico e che, se non c’è, debilita anche il lavoro in senso tecnico. Emergono qui aspetti relazionali, ambientali, partecipativi della contrattazione di notevole importanza per un sindacato moderno.

7. La Caritas in veritate ha alcuni passaggi molto interessanti e di grande novità quando afferma, con un certo coraggio per una enciclica, che oggi le espressioni profit e non profit non sono più sufficienti (n. 41). Vedo in questa affermazione una notevole capacità di lettura dei fenomeni attuali ed anche una grande capacità di indicare percorsi da battere. In effetti, la quantità di lavoratori che opera in contesti non indirizzati dal self interest sono molti: «I mercati degli economisti – interazioni di attori economici individualistici, competitivi e self-interested – sono veramente molto difficili da trovare. La maggior parte della gente lavora a casa o in grandi organizzazioni – imprese, università, ospedali. Molti lavorano nei vari settori e agenzie del governo, che gioca un ruolo economico dominante non di mercato. Il lavoro domestico è chiaramente una attività non di mercato, ma così è presumibilmente anche per la maggior parte del lavoro all’interno di organizzazioni basate sul mercato. Come entità, queste possono essere competitive e self-interested (se si possono attribuire questi aggettivi a delle entità), ma per le persone che vi lavorano esse sono prima di tutto organizzazioni gerarchiche che promuovono uno sforzo cooperativo verso certi beni. Se si guarda alla moderna economia come un tutto, la competizione, che pure è presente, svolge un ruolo meno significativo delle leggi, dei regolamenti e dei costumi»[3].

8. Oltre che un dato di fatto così motivabile, l’osservazione di Benedetto XVI è confermata dalle tendenze in corso. Un’impresa sociale, nella forma per esempio della cooperativa, non è propriamente né profit né non profit. Una Società per azioni che stabilisca dei patti parasociali secondo i quali il 30 per cento degli utili vanno destinati a potenziamento delle imprese partners nel terzo mondo; oppure una società di commercio equo e trasparente che garantisca il rispetto delle clausole sociali ma in modo veramente trasparente; oppure una Community Foundation o le imprese che aderiscono alla cosiddetta “economia di comunione”: tutte queste realtà esulano dalla distinzione profit e non profit[4]. Ammettiamo che le scuole, come sembrava da un certo progetto di riforma, si trasformassero in fondazioni: sarebbero collocabili nel profit o nel non profit?

9. Ritengo che il sindacato debba affrontare queste tematiche, uscendo lui per primo da queste dicotomie, di cui è espressione la contrapposizione pubblico / privato, interpretando il nuovo e trovando un significativo rapporto con tutte queste nuove realtà. Qui non si tratta più solo del vecchio “terzo settore”, espressione ormai obsoleta e figlia della medesima contrapposizione profit / non profit. Infatti la Caritas in veritate dice che indispensabili elementi di gratuità ci sono in tutti gli ambiti, senza dei quali niente può funzionare. Il sindacato ha una grande vocazione, quella di favorire la coesione sociale, facendosi portatore di rivendicazioni e di autentici valori, di richieste normative e salariali ma anche di spazi di espressione per la persona, spazi in cui le persone, soprattutto i giovani, i non ancora occupati (n. 64), possano rispondere alla loro chiamata e, così, dare il meglio di sé. Così facendo, il sindacato scoprirà nuovi importanti campi di intervento.

10. Tra questi campi nuovi di intervento vorrei richiamare qui i due principali: la famiglia e la vita. Come ho detto prima, la prospettiva proposta dalla Caritas in Veritate è di vedere nelle persone e nelle cose non una nostra produzione ma un dono di senso che ci responsabilizza all’esercizio di una libertà non arbitraria. Ora, questa esperienza si fa prima di tutto in famiglia, dove l’accoglienza reciproca nell’amore e l’accoglienza della vita insegnano la logica del dono. Questo ci rende fratelli. L’enciclica dice che la vicinanza può essere prodotta ma non la fraternità. Quest’ultima va accolta come un dono. Dove se non nella famiglia facciamo questa esperienza? La Caritas in Veritate spiega così cosa significhi che la famiglia è la cellula della società. Senza l’esperienza della gratuità non c’è fraternità. Se questa esperienza non si fa in famiglia – ossia se la famiglia viene indebolita – tutta la società ne risente. Lo stesso si deve dire della vita. L’enciclica ci ricorda che l’accoglienza della vita comporta una ricchezza economica e che ad essa è legato lo sviluppo.

Questi due grandi temi, unitamente ad altre tematiche particolarmente sensibili presenti nell’enciclica, dai drammi provocati dall’ingegneria bioetica a turismo a sfondo sessuale, mi inducono a fare un’ultima considerazione su una problematica di frontiera sulla quale il sindacato sarà fortemente chiamato in causa in futuro, ma su cui mi sembra non si rifletta a sufficienza. Mi riferisco al diritto all’obiezione di coscienza per tutti i lavoratori che entrano in contatto con disposizioni legislative che impongono loro di partecipare operativamente al non rispetto della vita e della famiglia. Non è il caso che io esemplifichi qui le tante situazioni che già oggi interessano moltissimi lavoratori non solo nel campo sanitario, ma anche in quello giuridico ed amministrativo. Né la carità né la verità possono essere un diritto. Infatti esse sono un dono e non si possono produrre, ma solo accogliere. Esiste però il diritto a cercare la verità e la carità e ad attenersi responsabilmente ad esse una volta scoperte. La Chiesa ha una “missione di verità”. Ma credo che anche il sindacato, nel suo ambito e con le sue modalità, abbia una missione di verità (n. 9). La Chiesa difende la verità dell’uomo e della famiglia perché altrimenti contraddirebbe la creazione. Anche il sindacato, nel suo ambito e con le sue modalità, deve difendere la verità dell’uomo e della famiglia, perché altrimenti diventano impossibili lo sviluppo e la giustizia. Tale difesa passa anche attraverso la difesa della libertà di coscienza del lavoratore.
 
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1) In senso stretto ne parlano i paragrafi 63 e 64.

2) «Ogni lavoratore è un creatore» (Caritas in veritate 41 che riprende la Laborem exercens).

3) E. Hadas, L’economia, la finanza e il bene: una crisi concettuale cit, p. 53.

4) S. Fontana, L’immateriale nell’economia. Crisi finanziaria e ripensamento di alcune categorie economiche, “Bollettino di Dottrina sociale della Chiesa” V (2009) 1, pp. 8-11.


Italia

L'impegno dell'Opera Romana Pellegrinaggi per l’Anno Compostelano 2010
Al via la ristrutturazione della “Casa del Deàn”

ROMA, giovedì, 17 settembre 2009 (ZENIT.org).- In occasione dell’Anno Santo Compostelano, che si aprirà ufficialmente il 1° gennaio del 2010, l’Opera Romana Pellegrinaggi (O.R.P.), su richiesta della Chiesa spagnola, sta offrendo la propria consulenza nella preparazione di questo anno giubilare.

In particolare, in collaborazione con GEIE Cammini d’Europa, ente dell’Unione Europea, che promuove i cammini, l’O.R.P. si sta impegnando a rendere il viaggio di Santiago più appropriato ai pellegrini del XXI secolo, offrendo la propria consulenza nell'ambito di una serie di programmi.

In primis la ristrutturazione della “Casa del Deàn (canonico)”, che comprende il nuovo punto di incontro, il centro di accoglienza e di rilascio della Compostele, che ieri è stata inaugurata e benedetta dall’Arcivescovo di Santiago, mons. Julián Barrio Barrio.

Inoltre l’O.R.P. è impegnata anche nella formazione degli animatori pastorali dediti all’accoglienza, nell’organizzazione delle visite all’interno della Cattedrale e nell’assistenza lungo il cammino di Santiago.

Il Cammino di Santiago di Compostela è il lungo percorso che i pellegrini fin dal Medioevo intraprendono, attraverso la Francia e la Spagna, per giungere alla Cattedrale di Santiago di Compostela, dove riposano le spoglie di San Giacomo.

Santiago, Sant Yago in spagnolo (San Giacomo), da secoli meta di pellegrinaggio, rappresenta una forte esperienza di gambe e di anima, ed è una delle destinazioni dell’O.R.P.

A distanza di secoli quei passi che hanno tracciato la nostra identità culturale sono gli stessi che fanno di Santiago, capitale della Galizia, il cuore pulsante di quella gioventù europea che qui arriva spinta dal desiderio di vivere un’esperienza “forte” di fede e di vita.

Oggi Santiago è la meta dei giovani di tutta Europa che qui s’incontrano, pregano, stringono amicizie, vivono l’esperienza della loro vita. E qui vi trovano accoglienza. Basti pensare che si contano circa 70mila universitari (sono circa 25mila le “matricole” di quest’anno) su una cittadina che di abitanti ne fa 80mila.


Interviste

Abate cattolico, Canonico onorario della Cattedrale anglicana di Londra
Dom Edmund Power, Abate di San Paolo fuori le Mura

di Marco Cardinali

ROMA, giovedì, 17 settembre 2009 (ZENIT.org).- Il benedettino dom Edmund Power, Abate di San Paolo fuori le Mura, è stato nominato lo scorso 9 settembre Canonico onorario della Cattedrale anglicana di San Paolo di Londra.

Si tratta di una nomina onorifica che la Chiesa anglicana ha concesso ad un Abate cattolico. Attorno a lui, il giorno della cerimonia, erano presenti alti prelati anglicani e una delegazione dei monaci della sua comunità di San Paolo fuori le Mura.

Per ZENIT abbiamo domandato al padre Abate Edmund Power il valore e il perché di questa nomina.

Edmund Power: Credo che ci siano più ragioni. La prima è che sono personalmente coinvolto da tempo nel lavoro ecumenico; poi c’è il fatto di essere l’Abate di san Paolo fuori le Mura, abate della comunità benedettina che dall’VIII secolo cura la liturgia e il luogo della sepoltura dell’Apostolo Paolo, di cui abbiamo da poco terminato di celebrare l’anno bimillenario della nascita, e questo mi offre una posizione privilegiata per operare in questo ambito, per lo stesso incarico che ci è stato confermato ulteriormente come benedettini di questa particolare comunità, dallo stesso Papa Benedetto XVI.

Altro fattore che credo abbia influito nel grande onore che mi è stato fatto è il mio essere inglese, che mi rende in qualche modo più vicino al mondo anglicano. Comprendo molto bene la mentalità anglicana perché è inserita nella storia e nella cultura inglese. Inoltre sono un  cattolico romano e, dunque, comprendo bene anche ciò che questo vuol dire.

Dunque i rapporti con gli anglicani e l’Abbazia di San Paolo vanno certamente in un senso positivo, come si è visto anche durante l’Anno paolino.

Negli ultimi anni, infatti, i rapporti a Roma tra la nostra comunità e la Comunione anglicana sono ottimi, basti pensare al Centro anglicano a Roma, gestito dal rappresentante dell’Arcivescovo di Canterbury e anche con le due parrocchie anglicane, quella di “Tutti i santi” e di “San Paolo dentro le Mura” con cui abbiamo un particolare legame. C’è anche un collegamento quasi naturale dei monaci benedettini con la Cattedrale di San Paolo a Londra, fondata nel 604 da S. Mellito monaco, discepolo di S. Agostino di Canterbury. Infatti gli Anglicani la ritengono una fondazione di un benedettino, anche se storicamente non siamo sicuri che S. Mellito sia stato un benedettino, ma sicuramente monaco. La Cattedrale di Londra, la prima nella capitale inglese, fu poi dedicata a S. Paolo patrono di Roma insieme a Pietro, il che indicava anche l’influsso grande della missione di Roma alla fine del VI secolo.

Questa nomina si inserisce, dunque, in modo privilegiato nell’opera che svolgete come comunità monastica per chi giunge come pellegrino nella Basilica di San Paolo in Roma. Crede che questo si rifletta in parte anche nel dialogo a livello teologico tra anglicani e cattolici?

Edmund Power: Credo che questo tipo di amicizia e di rapporti siano preziosi e molto utili, anche se sembra che ad un livello più teologico non tutto sia ancora affrontato; insieme possiamo fare cose importanti: pregare insieme, fare del bene insieme, servire i poveri insieme, collaborare insieme per progetti di questo tipo. Possiamo fare tanto insieme, non solo in senso teologico, inteso dogmaticamente, ma anche e soprattutto per quanto riguarda la spiritualità, la teologia ascetica e monastica, un ambito assai vicino e molto sentito dal mondo anglicano, che può diventare così un terreno fertile comune su cui il dialogo diventa più agevole e condiviso.

Ho notato un grande interesse da parte di molti anglicani a Londra di cercare il modo di poter dialogare su questioni che sono urgenti per tutti coloro che credono in Cristo, non soltanto fermandoci su alcune  questioni in gioco, come possono essere il sacerdozio femminile o l’omosessualità nei sacerdoti, ma soprattutto porre lo sguardo e l’attenzione, ad esempio, sulla questione fondamentale di una cultura che non riconosce più Cristo, una sfida uguale per cattolici e anglicani, basti pensare all’Europa. Una sfida fondamentale che richiede una condivisione, un dialogo totalmente sincero e trasparente per vedere insieme, umilmente come andare avanti per collaborare insieme per Cristo nel mondo moderno e spero che questo riconoscimento di cui sono molto grato e onorato sia veramente un’occasione non solo per me, ma per tutti coloro che credono che si possa lavorare insieme per il bene comune e per il Vangelo.


Le droghe e la malacultura che alimentarono il '68
Intervista a Mario Iannaccone, autore de la “Rivoluzione psichedelica”

di Antonio Gaspari

ROMA, giovedì, 17 settembre 2009 (ZENIT.org).- Grandi attori, noti cantanti, medici e scienziati, santoni e guru, la presentarono come un sogno di libertà, una sostanza miracolosa che avrebbe liberato le menti, la chimica che avrebbe “spalancato le porte della percezione”. Si diceva che LSD ti permetteva di entrare nel mondo delle divinità, anzi di essere come Dio.

In milioni ci credettero, e morirono. Quelle sostanze magiche che venivano proposte come liberatrici, invece distruggevano il cervello e la salute. I consumatori diventarono schiavi in marcia verso la morte.

Era la generazione del baby boom, quelli le cui aspirazioni erano di rivoluzionare in meglio il mondo. Invece l’uso delle droghe, lo stravolgimento del senso della vita, la rivoluzione culturale che promosse aborto, divorzio, rifiuto di Dio, ne ha fiaccato la spinta innovativa.

La storia degli hippies e degli psichiatri della rivoluzione culturale degli anni Sessanta è ora raccontata nel libro “Rivoluzione Psichedelica” di Mario Arturo Iannaccone (Sugarco Edizioni, pp. 400, Euro 25,00).

Iannaccone è giornalista e scrittore, autore di diversi saggi e romanzi, collabora con diverse riviste e con le pagine culturali del quotidiano ‘Avvenire’. Tra le sue attività cura anche un corso di scrittura creativa che si svolge a Milano.

Per cercare di comprendere meglio cosa accadde negli anni Sessanta e che cosa c’entrano le droghe con la cultura del Sessantotto, ZENIT lo ha intervistato.

Che tipo di rivoluzione è quella che lei indica come “psichedelica”?

Iannaccone: La locuzione “Rivoluzione psichedelica” era comune negli anni Sessanta. Usandola, si dava ad intendere che la massiccia diffusione di droghe “psichedeliche” (cioè capaci di “rivelare l’interiore”, l’etimologia fu inventata dallo psichiatra britannico Humphrey Osmond) avesse provocato effetti rivoluzionari, in particolare uno slittamento dei paradigmi mentali, religiosi e morali.

Allude ad un periodo rivoluzionario durato vent’anni, il cui apice è stato il Sessantotto. Dal punto di vista culturale, più che politico, è stato effettivamente un periodo rivoluzionario le cui “conquiste” distruttive sono rimaste tra noi.

E chi sono i leader di questa rivoluzione?

Iannaccone: I leader furono molti, ma un ruolo particolare spetta, oltre ad Aldous Huxley, allo psicologo Timothy Leary. I “paradisi artificiali” erano ricercati sin dal Settecento da un’élite artistica ed intellettuale. Si trattò d’un fenomeno circoscritto. Tutto cambiò attorno al 1950 con l’improvvisa disponibilità di droghe a basso prezzo, per un’inedita convergenza di interessi.

Gli psichiatri credevano nelle proprietà curative di queste sostanze mentre gli uomini dei servizi segreti (non ultimi quelli americani) pensavano di rendere malleabili le menti dei nemici “riprogrammandole” con le droghe. S’inaugurarono numerose sperimentazioni in ospedali, università e prigioni coinvolgendo moltissimi giovani.

Si formò così una massa di consumatori interessati allo shock chimico, e un ricco mercato nero. Intellettuali come Aldous Huxley proponevano queste esperienze come istantanee “illuminazioni mistiche” affermando che l’estasi psichedelica potesse sostituire le religioni rivelate, e riportare in auge gli antichi misteri pagani, una spiritualità senza religione.

E quali sono i cambiamenti che ha operato negli anni Settanta e nel mondo odierno?

Iannaccone: È una storia complessa. La cultura del Sessantotto, profondamente edonistica e individualistica (e in questo erede delle controculture degli inizi secolo, Futurismo compreso), passata la sua fase “politica”, una febbre presto guarita, si rivelò per quello che era: il nichilismo puro profetizzato da Nietzsche.

La cultura contemporanea, basata sul consumo, sul diritto incondizionato al piacere, sui “diritti” ad ogni costo, sul rifiuto del passato, della tradizione e degli odiatissimi (e incompresi) “dogmi”, vinse.

Lo shock che le droghe psichedeliche hanno operato, a livelli epidemici, su milioni di menti, trasformando mentalità, è stato, credo, un fattore importante, unitamente ad altri con i quali entrò in risonanza; alludo alla distruzione della tradizione musicale e artistica europea, alla rivoluzione sessuale, alla secolarizzazione e alla crisi religiosa della cristianità.

Nel libro lei sostiene che la cultura e la diffusione delle droghe, in particolare dell’LSD, è strettamente connessa allo stravolgimento antropologico avvenuto nel 1968 e negli anni a seguire. Può spiegarci questo passaggio delle sue argomentazioni?

Iannaccone: La diffusione epidemica delle droghe psichedeliche, anche dopo la loro messa al bando nel 1966, fu celebrata con imponenti riti di massa, che furono modellati secondo cerimonie Buddhiste o Indù come il Kumbha Mela e il Wesak.

I famosi raduni di San Francisco del 1967, e poi Woodstock e Altamont avevano, secondo i loro organizzatori, una valenza magica.

Le date vennero fissate in base a precisi calcoli astrologici. La controcultura giovanile di quegli anni era, perlomeno nelle sue frange più influenti, fortemente radicata nell’immaginario magico e i festival dionisiaci del rock furono modellati su riti tradizionali orientali.

La fusione di falsa tradizione e modernità fu profondamente sovversiva. Propagò un’ondata psichica ed ideologica potentissima che arrivò in Europa (da dove era partita ad inizio secolo) veicolata essenzialmente dalla musica.

Da noi fu riformulata in un linguaggio marxista, di “sinistra”. Negli anni Ottanta questa polarizzazione di “estrema sinistra” si dissolse quasi da un giorno all’altro, ma restarono gli effetti. Èlemire Zolla, un intellettuale sempre informatissimo, descrisse questi processi, queste chimiche culturali, con singolare lucidità.

Passata l’onda rimase l’edonismo, il laicismo, l’antidogmatismo del partito radicale di massa che proclama il “tutto e subito”. Ecco il brodo di coltura della società dello spettacolo che oggi mostra effetti devastanti.

Gli psichedelici hanno “sfondato” la barriera, ma le sostanze che in seguito hanno stabilizzato il godimento di massa sono quelle che appartengono alla famiglia dell’MDMA, la famosa “Ecstasy”, diffusa dagli stessi circuiti culturali che quarant’anni fa promossero l’LSD. Oggi, i raduni di massa sono sostituiti da raduni più circoscritti, i rave party per tacere delle discoteche.

Lo “sballo” è entrato nella normalità, è tenuto ad un livello energetico più basso ma non per questo meno distruttivo. Dioniso, per così dire, si è insediato nelle città. La stessa eroina, uno stupefacente non psichedelico, sostituì l’LSD quando questo divenne più scarso.

Sempre secondo il suo libro, la rivoluzione psichedelica avrebbe veicolato e alimentato la cultura del rifiuto, le manifestazioni contro l’ordine morale e le autorità, le campagne per l’aborto e il divorzio, l’utilizzo delle pillole contraccettive, la pratica diffusa della riduzione delle nascite…. Può illustrarci in che modo e perchè l’utilizzo delle droghe ha generato questo ‘tsunami’ culturale?

Iannaccone: Diciamo che la cultura della droga, dunque del piacere incondizionato, diede l’illusione a molti che le regole morali fossero un “prodotto culturale”, da scartare. Fu un innesco per il relativismo terminale. Timothy Leary ha scritto pagine interessanti sull’effetto delle droghe sui sistemi di valori.

Le droghe psichedeliche gettano in uno stato di alterità totale dove ci si illude di scoprire segreti arcani e si sente la necessità di riformulare la propria visione del mondo. Non accade a tutti, ma a molti sì. Curiosamente, Leary e altri leader libertari si formarono all’interno delle stesse istituzioni che avevano perfezionato l’ideologia della “pianificazione familiare” (contraccezione, aborto, riduzione delel nascite, depopolamento), come la Kaiser Wilhelm.

L’accettazione delle pratiche abortive è stato un passo successivo. Non c’è causa-effetto, ma una volta accettate le premesse libertarie radicali, comprese quelle del diritto al consumo delle droghe, il resto viene come conseguenza.

Ricordo che il caso che innescò negli Stati Uniti (e poi a catena, in altri paesi occidentali) la discussione sull’aborto fu aperto proprio nel 1969, nel pieno della contestazione.

È il famoso Row vs. Wade che divenne una bandiera dei giovani radicali americani. Quest’onda arrivò in Italia con un decennio di ritardo. La battaglia qui fu ingaggiata dai radicali, i cui riferimenti culturali erano proprio i “liberal” americani, immersi nella cultura antiproibizionista.

Lei sostiene che l’utilizzo delle droghe era indicato come pratica per liberare l’umanità dai condizionamenti, e poi si parlava della scoperta di mondi segreti, della rivelazione dei misteri, della conoscenza di una spiritualità universale. In questo contesto i fautori della rivoluzione psichedelica hanno teorizzato e scritto anche della creazione di una nuova religione che le comprendesse tutte, i cui sacerdoti erano dispensatori delle droghe come strumento di conoscenza. Questa nuova religione universale si oppone decisamente al cristianesimo e alla Chiesa cattolica. Può spiegarci in che modo la rivoluzione psichedelica intendeva rovesciare la religione cattolica e le altre fedi?

Iannaccone: Il legame fra le droghe e la contestazione religiosa fu molto evidente. L’LSD era chiamata “sacramento” o anche “droga deprogrammante”. Si pensava spazzasse via il condizionamento dell’educazione religiosa.

Molti beat, consumatori di psichedelici e anfetamine, negli anni Cinquanta, dopo la loro “deprogrammazione” si scoprirono, a modo loro, buddhisti. Così Kerouac, Ginsberg o Alan Watts, il popolare “maestro zen” che morì alcolizzato. Il movimento New Age, un prodotto di sintesi dell’età psichedelica, riunì sotto ad un’unica sigla pratiche di autorealizzazione contro la Rivelazione cristiana.

San Francisco (ma potremmo parlare di Amsterdam, Londra o Zurigo) divenne il luogo dell’autorealizzazione personale nel quale, con un dècor a volte buddhista a volte induista, si dispensava l’“illuminazione” sulle supreme realtà dell’universo.

Pensi al centro di Esalen, frequentato da tutti i guru psichedelici e del New Age californiano (spesso coincidevano). O a Richard Alpert, lo psicologo promotore dell’LSD, che si trasformò nell’ascoltatissimo guru Baba Ram Dass. Dispensando la droga come “sacramento” si pretendeva d’illuminare la gente protestando l’inutilità del cattolicesimo in particolare.

Nel libro Rivoluzione psichedelica racconto in esteso di un esperimento secondo me illuminante per comprendere il fenomeno. Fu organizzato durante la Pasqua del 1963 in una cappella di Harvard da un gruppo di psicologi. Si voleva dimostrare che la psilocibina (una droga psichedelica) poteva regalare un’estasi religiosa identica a quella vera, conseguita con preghiere e digiuni.

In sintesi, la Rivoluzione psichedelica fu parte di un vasto movimento di ribellione al cristianesimo e soprattutto alla Chiesa cattolica. Lo slogan era quello solito: “Non serviam”.

La cultura e l’utilizzo delle droghe ha fatto e fa ancora milioni di vittime. Lei ha rivelato questo progetto malvagio che invece di  liberare ha reso schiavi e ucciso, ma quale cultura e quali azioni secondo lei sarebbero necessarie per spostare l’interesse dei giovani verso verità, giustizia e bellezza?

Iannaccone: Ci vorranno generazioni, temo, per ricostruire quello che è stato distrutto. Una rivoluzione culturale di quest’entità, frutto di calcolo, di ingegneria sociale e di incoscienza non avrebbe avuto la forza devastante che ha avuto senza l’incipiente scristianizzazione. Fra le varie cose da suggerire, ne scelgo una: credo sia importante favorire la rinascita di una grande arte cristiana.

Lei giustamente abbina la giustizia alla bellezza e dunque all’armonia, fattori spirituali non estetici. Lo squallore decorativo di troppe chiese, le canzoncine dal suono pop o rock strimpellate durante i riti sono un varco per il disordine. Credo che l’ordine estetico sia straordinariamente potente per ricomporre l’armonia perduta.

Papa Benedetto XVI, che ha molto a cuore questo aspetto, ha dato un segnale fortissimo in questa direzione. Perché di questo si tratta: nella droga si ricerca disperatamente un’armonia perduta.

 





ViviCentro (art. 19 e 21)

La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).
 
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Giovedì, 17 Settembre 2009: Accadde Oggi  


Documenti

Discorso del Papa ai Vescovi brasiliani della regione Nord Est II
I preti facciano i preti, i laici facciano i laici

CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 17 settembre 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il discorso pronunciato questo giovedì da Benedetto XVI nel ricevere in udienza i Vescovi della regione Nord Est II della Conferenza episcopale del Brasile, in occasione della loro visita “ad limina Apostolorum”.

* * *

Venerati fratelli nell'episcopato,

come l'apostolo Paolo ai primordi della Chiesa, siete venuti, amati pastori delle provincie ecclesiastiche di Olinda e Recife, Paraiba, Maceió e Natal, a visitare Pietro (cfr. Gal 1, 18). Accolgo e saluto con affetto ognuno di voi, a cominciare da monsignor Antônio Munoz Fernandes, arcivescovo di Maceió, che ringrazio per i sentimenti che ha espresso a nome di tutti, facendosi interprete anche delle gioie, delle difficoltà e delle speranze del popolo di Dio che peregrina nel Regional Nordeste ii. Nella persona di ognuno di voi, abbraccio i presbiteri e i fedeli delle vostre comunità diocesane.

Con i suoi fedeli e con i suoi ministri, la Chiesa è sulla terra la comunità sacerdotale organicamente strutturata come Corpo di Cristo, per svolgere efficacemente, unita al suo capo, la sua missione storica di salvezza. Così ci insegna san Paolo: «Voi siete corpo di Cristo e, ognuno secondo la propria parte, sue membra» (1 Cor 12, 27). In effetti, le membra non hanno tutte la stessa funzione: è questo che costituisce la bellezza e la vita del corpo (cfr. 1 Cor 12, 14-17). È nella diversità fondamentale fra sacerdozio ministeriale e sacerdozio comune che si comprende l'identità specifica dei fedeli ordinati e laici. Per questo è necessario evitare la secolarizzazione dei sacerdoti e la clericalizzazione dei laici. In tale prospettiva, i fedeli laici devono quindi impegnarsi a esprimere nella realtà, anche attraverso l'impegno politico, la visione antropologica cristiana e la dottrina sociale della Chiesa.

Diversamente, i sacerdoti devono restare lontani da un coinvolgimento personale nella politica, al fine di favorire l'unità e la comunione di tutti i fedeli e poter così essere un punto di riferimento per tutti. È importante far crescere questa consapevolezza nei sacerdoti, nei religiosi e nei fedeli laici, incoraggiando e vegliando affinché ciascuno possa sentirsi motivato ad agire secondo il proprio stato.

L'approfondimento armonioso, corretto e chiaro del rapporto fra sacerdozio comune e sacerdozio ministeriale costituisce attualmente uno dei punti più delicati dell'essere e della vita della Chiesa. Il numero esiguo di presbiteri potrebbe infatti portare le comunità a rassegnarsi a questa carenza, consolandosi a volte con il fatto che quest'ultima evidenzia meglio il ruolo dei fedeli laici. Ma non è la mancanza di presbiteri a giustificare una partecipazione più attiva e consistente dei laici. In realtà, quanto più i fedeli diventano consapevoli delle loro responsabilità nella Chiesa, tanto più si evidenziano l'identità specifica e il ruolo insostituibile del sacerdote come pastore dell'insieme della comunità, come testimone dell'autenticità della fede e dispensatore, in nome di Cristo-Capo, dei misteri della salvezza.

Sappiamo che «la missione di salvezza affidata dal Padre al proprio Figlio incarnato è affidata agli apostoli e da essi ai loro successori; questi ricevono lo Spirito di Gesù per operare in suo nome e in persona di lui. Il ministro ordinato è dunque il legame sacramentale che collega l'azione liturgica a ciò che hanno detto e fatto gli apostoli e, tramite loro, a ciò che ha detto e operato Cristo, sorgente e fondamento dei sacramenti» (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1120). Per questo, la funzione del presbitero è essenziale e insostituibile per l'annuncio della Parola e per la celebrazione dei sacramenti, soprattutto dell'eucaristia, memoriale del sacrificio supremo di Cristo, che dona il proprio Corpo e il proprio Sangue. Per questo urge chiedere al Signore di mandare operai per la sua messe; oltre a ciò, è necessario che i sacerdoti manifestino la gioia della fedeltà alla propria identità con l'entusiasmo della missione.

Amati fratelli, sono certo che, nella vostra sollecitudine pastorale nella vostra prudenza, cercate con particolare attenzione di assicurare alle comunità delle vostre diocesi la presenza di un ministro ordinato. È importante evitare che la situazione attuale, in cui molti di voi sono costretti a organizzare la vita ecclesiale con pochi presbiteri, non sia considerata normale o tipica del futuro. Come ho ricordato la scorsa settimana al primo gruppo di vescovi brasiliani, dovete concentrare i vostri sforzi per risvegliare nuove vocazioni sacerdotali e trovare i pastori indispensabili alle vostre diocesi, aiutandovi reciprocamente affinché tutti dispongano di presbiteri meglio formati e più numerosi per sostenere la vita di fede e la missione apostolica dei fedeli.

D'altro canto, anche coloro che hanno ricevuto gli ordini sacri sono chiamati a vivere con coerenza e in pienezza la grazia e gli impegni del Battesimo, ossia a offrire se stessi e tutta la loro vita in unione con l'oblazione di Cristo. La celebrazione quotidiana del sacrificio dell'altare e la preghiera diaria della liturgia delle ore devono essere sempre accompagnate dalla testimonianza di un'esistenza che si fa dono a Dio e agli altri e diviene così orientamento per i fedeli.

In questi mesi la Chiesa ha dinanzi agli occhi l'esempio del santo curato d'Ars, che invitava i fedeli a unire la propria vita al sacrificio di Cristo e offriva se stesso esclamando: «Come fa bene un padre a offrirsi in sacrificio a Dio tutte le mattine!» (Le Curé d'Ars. Sa pensée — son coeur, coord. Bernard Nodet, 1966, pagine 104). Egli continua a essere un modello attuale per i vostri presbiteri, in particolare nel vivere il celibato come esigenza di dono totale di sé, espressione di quella carità pastorale che il concilio Vaticano ii presenta come centro unificatore dell'essere e dell'agire sacerdotali. Quasi contemporaneamente viveva nel nostro amato Brasile, a San Paolo, fra Antônio de Sant'Anna Galvão, che ho avuto la gioia di canonizzare l'11 maggio 2007; anch'egli ha lasciato una «testimonianza di fervente adoratore dell'Eucaristia vivendo in laus perennis, in costante atteggiamento di adorazione» (Omelia per la sua canonizzazione, n. 2). In tal modo entrambi cercarono di imitare Gesù Cristo, facendosi ognuno non solo sacerdote ma anche vittima e oblazione come Gesù.

Amati Fratelli nell'Episcopato, sono già visibili numerosi segni di speranza per il futuro delle vostre Chiese particolari, un futuro che Dio sta preparando attraverso lo zelo e la fedeltà con cui esercitate il vostro ministero episcopale. Desidero assicurarvi del mio sostegno fraterno e allo stesso tempo chiedo le vostre preghiere affinché mi sia concesso di confermare tutti nella fede apostolica (cfr. Lc 22, 32). La Beata Vergine Maria interceda per tutto il popolo di Dio in Brasile, affinché Pastori e fedeli possano, con coraggio e gioia, «annunciare apertamente il mistero del Vangelo» (cfr. Ef 6, 19). Con questa preghiera, imparto la mia Benedizione Apostolica a voi, ai presbiteri e a tutti i fedeli delle vostre diocesi: «Pace a voi tutti che siete in Cristo!» (1 Pt 5, 14).
[Traduzione del testo originale in portoghese a cura de “L'Osservatore Romano”]

 





ViviCentro (art. 19 e 21)

La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).
 
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