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News dal Vaticano :: Il mondo visto da Roma - 18 ottobre 2009
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Il mondo visto da Roma - 18 ottobre 2009
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  Domenica, 18 Ottobre 2009: Accadde Oggi  


  
Il mondo visto da Roma

SANTA SEDE
Il Papa: la Chiesa deve annunciare il Vangelo a tutta l'umanità
Il Papa: san Leonardi fece brillare la luce di Cristo in tempi difficili
Il Papa: la musica, un linguaggio universale che si fa preghiera
Un anno per recuperare la meraviglia interiore di rivedere le stelle
Documentario rivela segreti su "Pio XII e l'Olocausto"

NOTIZIE DAL MONDO
Si è svolto in Polonia il X° Simposio internazionale su san Giuseppe

ANALISI
L’erroneo senso di pietà

ITALIA
Ebrei del tempo di guerra lodano gli italiani che li salvarono
Card. Bagnasco: no alla “lotta di tutti contro tutti”

INTERVISTE
Quanto ha inciso la Fides et ratio sulla vita della Chiesa?

BIOETICA
La bioetica non è solo un'etica dell'emergenza

ANGELUS
Benedetto XVI: la Chiesa deve annunciare il Vangelo

DOCUMENTI
Il Papa al concerto dell’Accademia Pianistica Internazionale di Imola


Santa Sede

Il Papa: la Chiesa deve annunciare il Vangelo a tutta l'umanità
All’Angelus in occasione della Giornata Missionaria Mondiale

ROMA, domenica, 18 ottobre 2009 (ZENIT.org).- La Chiesa è chiamata ad annunciare il Vangelo a tutta l’umanità. Parlando questa domenica di fronte ai fedeli riunitisi in piazza San Pietro per il tradizionale Angelus domenicale, Benedetto XVI ha ricordato che quest'oggi si celebra la Giornata Missionaria Mondiale

All'inizio il Papa ha richiamato il tema che fa da sfondo a questa Giornata tratto dal Libro dell’Apocalisse - “Le nazioni cammineranno alla sua luce”-, sottolineando che questa luce è “quella di Dio, rivelata dal Messia e riflessa sul volto della Chiesa”.

“E’ la luce del Vangelo, che orienta il cammino dei popoli e li guida verso la realizzazione di una grande famiglia, nella giustizia e nella pace, sotto la paternità dell’unico Dio buono e misericordioso”, ha detto e “la Chiesa esiste per annunciare questo messaggio di speranza all’intera umanità”.

Guidata dallo Spirito Santo, ha affermato ancora il Pontefice, la Chiesa “sa di essere chiamata a proseguire l’opera di Gesù stesso annunciando il Vangelo del Regno di Dio”.

“Questo Regno è già presente nel mondo come forza di amore, di libertà, di solidarietà, di rispetto della dignità di ogni uomo, e la Comunità ecclesiale sente premere nel cuore l’urgenza di lavorare, affinché la sovranità di Cristo si realizzi pienamente”, ha continuato.

Il Papa ha quindi richiamato i tanti missionari e missionarie, sacerdoti, religiosi, religiose e laici volontari, “che consacrano la loro esistenza a portare il Vangelo nel mondo, affrontando anche disagi e difficoltà e talvolta persino vere e proprie persecuzioni”.

A questo proposito ha rivolto un pensiero speciale a don Ruggero Ruvoletto, sacerdote fidei donum di 52 anni, assassinato il 19 settembre scorso alla periferia di Manaos, nel nord-est del Brasile, forse per un tentativo di furto, e a padre Michael Sinnot, 79 anni, della Società Missionaria di San Colombano, rapito l'11 ottobre a Pagadian (Mindanao, Filippine), e che ha urgente bisogno di medicinali a causa del suo precario stato di salute.

“E come non pensare a quanto sta emergendo dal Sinodo dei Vescovi per l’Africa in termini di estremo sacrificio e di amore a Cristo e alla sua Chiesa?”, si è poi domandato.

Il Papa ha quindi rivolto a tutti i cristiani l'invito a un “gesto di condivisione materiale e spirituale per aiutare le giovani Chiese dei Paesi più poveri”.

La Giornata Missionaria Mondiale, ha affermato infine, rappresenta “un forte richiamo all’impegno di annunciare e testimoniare il Vangelo a tutti, in particolare a quanti ancora non lo conoscono”.


Il Papa: san Leonardi fece brillare la luce di Cristo in tempi difficili
Messa del Card. Dias in San Pietro a 400 anni dalla morte del Patrono dei farmacisti

ROMA, domenica, 18 ottobre 2009 (ZENIT.org).- San Giovanni Leonardi fece brillare la luce di Cristo in tempi difficili. E' quanto ha affermato Benedetto XVI in un messaggio letto in occasione della Messa celebrata questa domenica nella Basilica Vaticana a 400 anni dalla morte del fondatore dei Chierici Regolari della Madre di Dio.

Nel corso della celebrazione, presieduta dal Cardinale Ivan Dias, Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli,il porporato ha letto un messaggio del Papa indirizzato a padre Francesco Petrillo, rettore generale dell'Ordine della Madre di Dio.

“San Giovanni Leonardi risplende nel firmamento dei Santi come faro di generosa fedeltà a Cristo”, ha scritto il Papa, secondo quanto riportato dalla “Radio Vaticana”, sottolineando poi che in una “società convulsa” come quella tra la fine del ‘500 e l’inizio del ‘600, il Santo “si adoperò perché tra i suoi contemporanei tornasse a brillare la luce di Cristo e si avvertisse il calore dell’amore misericordioso di Dio”.

Un concetto ribadito anche dal Cardinale Dias che, nella sua omelia, ha ricordato come san Leonardi “con la sua vita luminosa, ha fatto ritornare Dio presso gli uomini”.

“Tutta la sua vita – ha detto – ha il sigillo dell’amore incontenibile e instancabile per la gloria di Cristo. La sua missionarietà non è solo geografica (…) ma doveva essere capace di trasformare in missionario ogni gesto, ogni sforzo, ogni briciola di tempo e di energia per un unico e supremo interesse: Cristo e Cristo Crocifisso”.

San Giovanni Leonardi, ha detto il porporato, voleva una Chiesa tutta missionaria, “senza ingerenze di patronati politici o amministrativi”, ma intimamente protesa verso l’uomo.

Al termine della preghiera domenicale dell'Angelus, il Papa ha salutato i chierici regolari della Madre di Dio, venuti per la conclusione del IV centenario della morte del loro fondatore, così come gli alunni di tutti i Collegi di Propaganda Fide e i rappresentanti dei farmacisti, di cui san Giovanni Leonardi è patrono, esortandoli “a seguirlo sulla via della santità e ad imitare il suo zelo missionario”.

Leonardi nacque a Lucca il 9 ottobre 1541 e morì a Roma nel 1609. Fondò l'istituto religioso dei Chierici Regolari della Madre di Dio (OMD).

Nato in una famiglia di agricoltori benestanti, Leonardi studiò Farmacia a Lucca, e in quel periodo si avvicinò alla confraternita laica dei Colombini, vicina alla spiritualità del Savonarola e sotto la direzione dei Padri Domenicani.

Dopo aver esercitato per alcuni anni la professione dello speziale nel suo paese natale, verso il 1568 decise di dedicarsi allo studio della Teologia. Il 22 dicembre 1571 venne ordinato sacerdote. Intraprese quindi la predicazione e l'insegnamento del catechismo, istituendo anche una Congregazione della Dottrina cristiana.

Assieme ad altri sacerdoti, il 1° settembre 1574 fondò presso la chiesa di Santa Maria della Rosa di Lucca la congregazione dei Preti Riformati della Beata Vergine, dedita all'apostolato e alla formazione del clero.

Leonardi redasse per i sacerdoti della nuova famiglia religiosa le Constitutiones Clericorum Regularium Matris Dei, subito approvate dal Vescovo di Lucca Alessandro Guidiccioni e confermate da Papa Clemente VIII.

La congregazione venne elevata a ordine religioso il 3 novembre 1621 da Gregorio XV, assumendo l'attuale nome di Ordine dei Chierici Regolari della Madre di Dio.

Leonardi venne poi espulso dalla Repubblica di Lucca con l'accusa di disturbo all'ordine pubblico e mancanza di rispetto alle autorità costituite. Rifugiatosi a Roma, nel 1596 Papa Clemente VIII lo nominò visitatore apostolico e commissario con l'incarico di riformare, secondo i canoni del Concilio di Trento, le congregazioni benedettine di Montevergine, di Vallombrosa e di Monte Senario; fu anche incaricato dal Pontefice di dirimere una controversia tra il Vescovo di Nola e il viceré di Napoli relativa al Santuario della Madonna dell’Arco.

Con lo spagnolo Juan Bautista Vives y Marja diede poi vita a Roma a un movimento missionario che, dopo la sua morte, portò all'istituzione del Collegio Missionario di Propaganda Fide (1624, poi Università Urbaniana) e all'erezione della Sacra Congregazione per la Propagazione della Fede (1627).

Dichiarato venerabile da Clemente XI nel 1701, venne beatificato il 10 novembre 1861 da Pio IX. Leone XIII volle nel 1893 che il suo nome fosse iscritto nel Martirologio Romano (cosa mai accaduta per i beati, ad eccezione dei pontefici); Pio XI lo canonizzò il 17 aprile 1938.

L' 8 agosto 2006 la Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, in forza delle facoltà che le ha concesso Papa Benedetto XVI, lo ha proclamato Santo Patrono di tutti i farmacisti.


Il Papa: la musica, un linguaggio universale che si fa preghiera
Al termine del concerto nell'Aula Paolo VI della pianista cinese Jin Ju

ROMA, domenica, 18 ottobre 2009 (ZENIT.org).- La musica è un linguaggio spirituale e universale che può tramutarsi in preghiera. E' quanto ha detto questo sabato Benedetto XVI al termine del concerto in Aula Paolo VI offerto in suo onore e alla presenza dei Padri sinodali, dall’Accademia pianistica internazionale di Imola a 20 anni dalla sua fondazione.

La pianista cinese Jin Ju, 33 anni, nata a Shangai da una famiglia di musicisti e talento dell’Accademia, si è esibita su sette dei 120 strumenti appartenenti alla Collezione di Palazzo Monsignani di Imola, per ripercorre sinteticamente la storia e l’evoluzione del pianoforte.

La giovane artista ha cominciato con l'eseguire il preludio n. 1 da “Il Clavicembalo Ben Temperato” di J. S. Bach su un fortepiano a tavolo Wood Small di fine ’700, creato in Inghilterra per soddisfare le esigenze della musica in ambiente domestico suonata dai cosiddetti “dilettanti”, per finire con la parafrasi sul Rigoletto di Verdi composta da Franz Liszt suonata su un grancoda moderno degli inizi ’900 Steinway & Sons.

“Questo concerto – ha detto al termine il Santo Padre – ci ha permesso, ancora una volta, di gustare la bellezza della musica, linguaggio spirituale e quindi universale, veicolo quanto mai adatto alla comprensione e all’unione tra le persone e i popoli”.

“La musica fa parte di tutte le culture e, potremmo dire, accompagna ogni esperienza umana, dal dolore al piacere, dall’odio all’amore, dalla tristezza alla gioia, dalla morte alla vita”, ha aggiunto.

Il Papa ha quindi sottolineato come nel corso dei secoli e dei millenni “la musica è sempre stata utilizzata per dare forma a quello che non si riesce a fare con le parole, perché suscita emozioni altrimenti difficili da comunicare”.

"La grande musica – ha proseguito –, distende lo spirito, suscita sentimenti profondi ed invita quasi naturalmente ad elevare la mente e il cuore a Dio in ogni situazione, sia gioiosa che triste, dell’esistenza umana”.

Per questo ha concluso, “la musica può diventare preghiera".

Al termine del concerto, un giovane talento dell’Accademia, Andrè Gallo (20 anni), ha omaggiato il Papa con un cofanetto delle 32 sonate di Beethoven incise da 32 allievi provenienti da ogni parte del mondo, quale sintesi del sano confronto tra nazioni e pensieri diversi, scambio di identità musicali.

L’Accademia pianistica internazionale “Incontri col Maestro” di Imola, fondata e diretta da Franco Scala, è una scuola di alto perfezionamento musicale nata nel 1989 con sede nella splendida cornice della Rocca Sforzesca di Imola.


Un anno per recuperare la meraviglia interiore di rivedere le stelle
Il portavoce vaticano parla dell'impegno della Santa Sede nel campo dell'astronomia

ROMA, domenica, 18 ottobre 2009 (ZENIT.org).- L’Anno internazionale dell’Astronomia, attualmente in corso, "può aiutarci a rialzare lo sguardo verso il firmamento" e a scoprire la meraviglia della creazione di Dio, ha detto il portavoce vaticano.

Padre Federico Lombardi S.I., Direttore della Sala Stampa vaticana, ha parlato degli sforzi portati avanti dalla Santa Sede in occasione di queste celebrazioni, in modo speciale attraverso l'Osservatorio Astronomico Vaticano, nell'editoriale dell'ultimo numero di “Octava Dies", rotocalco informativo del Centro Televisivo Vaticano.

"Le stelle continuano a brillare nel firmamento, ma è sempre più difficile vederle dalle nostre città, sia per l’inquinamento atmosferico, sia per la presenza permanente dell’illuminazione artificiale”, ha esordito il gesuita.

“Un tempo – ha continuato – era spontaneo per il salmista cantare: 'Se guardo il cielo, opera delle tue mani, la Luna e le stelle che hai fissato…' (Sal. 8). Oggi rischiamo di dimenticarci di loro".

Per questo, ha spiegato, "l’Anno internazionale dell’Astronomia, che è in corso, può aiutarci a rialzare lo sguardo verso il firmamento, e l’attiva partecipazione – con convegni e mostre - dell’Osservatorio Vaticano (la famosa 'Specola') ci incoraggia a ritrovare questo spazio quasi naturale del dialogo fra la scienza e la fede".

"Il giovane direttore della Specola, padre José Gabriel Funes, SJ. , ci dice che gli indiani dell’Arizona – dove gli scienziati hanno costruito numerosi osservatori per il cielo terso e cristallino – hanno definito gli astronomi 'il popolo dagli occhi lunghi'".

"Proprio così: tutti dobbiamo allungare i nostri occhi, abituati a guardare troppo vicino, per superare i veli che ci impediscono di lasciarci prendere nuovamente dallo stupore vertiginoso, dalla meraviglia, dalla trepidazione, che suscita la profondità dello spazio che ci circonda".

"E lasciar rinascere in noi le inevitabili domande su chi siamo e dove siamo, su questo piccolo e fragile pianeta in volo attraverso il tempo e lo spazio…"

"Infatti il salmista continua il suo canto: 'Che cosa è l’uomo perché te ne ricordi? Eppure gli hai dato potere sulle opere delle tue mani…'. E alla fine conclude: 'O Signore, nostro Dio, quanto è grande il tuo nome su tutta la terra!'”.

"Per molti dei nostri contemporanei la conclusione non è così rapida, ma per tutti è possibile ritrovare la domanda iniziale e il senso del mistero. Accompagniamoci a loro allungando gli occhi per cercare le risposte più profonde, più vere e più belle", ha quindi concluso.

Il 16 ottobre è stata inaugurata presso i Musei Vaticani la mostra Astrum 2009, presentata alla stampa dal Presidente del Pontificio Consiglio per la Cultura, mons. Gianfranco Ravasi, e che riunisce telescopi, strumenti di osservazione e oggetti di grande pregio costruiti tra l'XI e il XX sec.

L'Anno internazionale dell’Astronomia è stata convocato dall'UNESCO per ricordare l'invenzione del cannocchiale da parte di Galileo Galilei, avvenuta quattrocento anni fa.


Documentario rivela segreti su "Pio XII e l'Olocausto"
CITTA' DEL VATICANO, domenica, 18 ottobre 2009 (ZENIT.org).- In occasione dell’anniversario della morte di Papa Pio XII avvenuta il 9 ottobre 1958 viene proposto al pubblico il primo documentario su Pio XII e il suo ruolo cruciale a favore di centinaia di migliaia di Ebrei durante le persecuzioni naziste.


Intitolato “Pius XII and the Holocaust: The Secret History of the Great Rescue”, il documentario, in formato DVD di 30 minuti, include filmati d’archivio, documenti dettagliati e testimonianze dirette di sopravissuti all’Olocausto.

“E’ una produzione di grande valore storico, che contribuisce a documentare la grandezza del pontificato di Pio XII”, ha dichiarato Francesco Robatto, presidente di HDH Communications, la società che distribuisce in esclusiva i DVD del Centro Televisivo Vaticano in tutto il mondo.

Il DVD prodotto da Rome Reports è al momento disponibile in inglese e spagnolo ed è proposto su internet da HDH Communications, distributore esclusivo del Centro Televisivo Vaticano.


Link versione spagnola: "Pío XII y el Holocausto: Historia secreta del Gran Rescate” - DVD
http://www.hdhcommunications.com/in...products_id=243

Link versione inglese: "Pius XII and the Holocaust: The Secret History of the Great Rescue” - DVD
http://www.hdhcommunications.com/in...products_id=244


Notizie dal mondo

Si è svolto in Polonia il X° Simposio internazionale su san Giuseppe
Proposta l'introduzione nelle preghiere eucaristiche del nome dello sposo di Maria

ROMA, domenica, 18 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Dal 27 settembre al 4 ottobre scorso, si è tenuta a Kalisz in Polonia la decima edizione del Simposio internazionale su san Giuseppe, un appuntamento cominciato a Roma nel 1970 e che si tiene ormai regolarmente ogni quattro anni.

L'evento, organizzato dalla Congregazione dei Giuseppini del Murialdo e svoltosi nella cornice del santuario di san Giuseppe di una delle pià antiche città polacche, all'interno del seminario diocesano, si è aperto con una solenne celebrazione e l’inaugurazione del nuovo centro “Jozefologiczne” davanti al quale è stata collocata un’imponente statua di san Giuseppe.

Relatori ed esperti sono arrivati da Italia, Spagna, Francia, Germania, Polonia, Messico, Stati Uniti, Cile, Salvador, Angola e India. Un consistente spazio è stato dedicato ogni giorno alla preghiera e alle concelebrazioni eucaristiche in santuario, presiedute da vari Vescovi.

Si è creata un’atmosfera straordinaria di solennità, devozione e raccoglimento.

Guidato da padre Andrea Laton, il Simposio si è svolto in due sessioni scientifiche giornaliere, con una sessantina di relazioni nelle varie lingue, di cui alcune in traduzione simultanea. Il primo intervento è stato quello di Giovanni Paolo II, in video, col suo discorso nella storica visita a Kalisz nel 1997, in cui ha sottolineato l’importanza di san Giuseppe e del suo santuario, ha rivelato di pregare ogni giorno il santo prima e dopo la Messa, ed ha invitato a difendere la vita fin dal concepimento.

La relazione di apertura è stata quella del noto studioso giuseppino padre Tarcisio Stramare a vent’anni dall'Esortazione apostolica Redemptoris Custos, una pietra miliare della josefologia. Il tema generale del Simposio riprende infatti il titolo dell’ultimo capitolo di questo documento pontificio: San Giuseppe “patrono della Chiesa del nostro tempo”.

Mons. Zygmunt Zimowski, Presidente del Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari, è intervenuto su san Giuseppe “negli scritti e nella vita di Benedetto XVI”. Tra i tanti relatori figuravano: suor Regina Kolinko (“modello di vita spirituale e patrono per le persone consacrate”), suor Dolores Siuta (“uomo dell’ottimismo cristiano e della gioia evangelica”), padre Giuseppe Piccinno (“il patrocinio di san Giuseppe nella storia del culto cristiano”), padre Gabriel Rodriguez (nella storia e nella poesia),  padre Enrique Llamas (teologia e patrocinio), Krysztof Konecki (“nella riforma del concilio Vaticano II”), padre Guglielmo Spirito (“nell’Ordine dei FratiMinori Convemntuali”), Wojciech Hanc (“la dimensione ecumenica del culto di san Giuseppe alla luce dei dialoghi tra le confessioni”), padre José de Jesus Maria (nella storiografia) e Daniel Picot (nelle apparizioni).

Anche il Centro studi dei Giuseppini del Murialdo è stato presente con le relazioni di padre Angelo Catapano (“san Giuseppe nelle rappresentazioni cine-televisive del nostro tempo”), padre Pedro Olea (“evangelio morisco de Bernabé”), Luis Fernandez (nel dibattito esegetico), Stefania Colafranceschi  (patrocinio, intercessione e gloria, attraverso l’iconografia devozionale in Italia), Salvatore Fischetti (“di madre in figlia: aspetti della ritualità devozionale nella Puglia meridionale”); padre Gianfranco Verri ha invece inviato il suo contributo (“il patrocinio di san Giuseppe negli scritti del Servo di dio don Eugenio Reffo”).

Il pellegrinaggio al santuario mariano di Lichen e le escusioni al Santuario della Madonna di Jasna Gora a Czestochowa, al campo di concentramento di Auschwitz, a Wadowice - la città natale di Karl Wojtyla -, a Cracovia – presso il santuario carmelitano di san Giuseppe e il nuovo santuario della Divina Misericordia - e a Varsavia hanno fatto da suggello ai lavori congressuali.

Nel messaggio finale del Simposio si è lanciato l’impegno di chiedere alle Conferenze episcopali nazionali che introducano in tutte le preghiere eucaristiche il nome di san Giuseppe, aggiungendo dopo Maria la dizione “con san Giuseppe suo sposo”, secondo quanto stabilito a suo tempo da Giovanni XXIII.

Il prossimo Simposio internazionale su san Giuseppe si terrà nel 2013 in Messico a Guadalajara.


Analisi

L’erroneo senso di pietà
Continuano le pressioni per aprire al suicidio assistito in Inghilterra


di padre John Flynn, LC

ROMA, domenica, 18 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Il dibattito sul suicidio assistito si è riacceso qualche giorno fa in Inghilterra, in seguito al caso di una donna che è morta per aver intenzionalmente bevuto liquido antigelo, impedendo ai medici di intervenire.

Secondo un servizio della BBC del 1° ottobre, la donna di 26 anni, Kerrie Wooltorton, aveva preventivamente dichiarato la sua volontà in cui richiedeva l’astensione da ogni intervento nel caso in cui avesse tentato di porre fine alla propria vita. La notizia di questo caso si è diffusa dopo la conclusione della recente inchiesta sulla morte della donna avvenuta nel settembre 2007.

Secondo il coroner (l’organo inquirente), i medici del Norwich University Hospital avrebbero rischiato di violare la legge, qualora fossero intervenuti.

“La donna aveva la capacità di dare il consenso alle cure, che con ogni probabilità le avrebbero impedito di morire”, ha dichiarato il coroner nelle sue conclusioni. “La donna ha rifiutato le cure in piena consapevolezza delle conseguenze che poi l’hanno portata alla morte”.

Successivamente, il Ministro della sanità, Andy Burnham, ha suggerito al Parlamento di rivedere la legge sulla capacità mentale che regola casi come questo, secondo quanto riportato dal quotidiano Telegraph del 4 ottobre.

Burnham ha dichiarato che il caso Wooltorton ha portato la legge su un “nuovo terreno”, cosa che a suo avviso non era nelle intenzioni del legislatore.

Un portavoce della Conferenza episcopale americana si è espresso a sostegno di una revisione della normativa.

“Ciò che ora appare evidente, è che questa parte della legge non è sufficientemente chiara e vincolante”, ha affermato il portavoce.

Pressioni

Nonostante i ripetuti fallimenti legislativi in Parlamento, diretti a legalizzare l’eutanasia, le pressioni per un allentamento dei vincoli normativi non diminuiscono. Uno dei principali risvolti concreti della questione riguarda i casi di cittadini britannici che commettono suicidio avvalendosi dell’aiuto della società svizzera “Dignitas”.

Coloro che aiutano un’altra persona a servirsi dell’opera di Dignitas sono penalmente perseguibili dalle autorità britanniche. L’estate scorsa, a Debbie Purdy, affetta da sclerosi multipla, è stato riconosciuto il diritto di sapere in quali circostanze suo marito verrebbe posto sotto giudizio se l’accompagnasse alla clinica Dignitas.

Come riferito dal quotidiano Daily Mail del 31 luglio, i giudici della Camera dei Lord (istanza di cassazione) hanno disposto che il Direttore della pubblica accusa, che decide quali accuse siano da rinviare a giudizio, specifichi in quali circostanze si procederebbe contro una persona che prestasse aiuto a un amico o parente intenzionato a commettere suicidio all’estero.

Secondo l’articolo, Purdy ha in programma di recarsi in Svizzera per commettere suicidio quando il dolore le sarà diventato insopportabile e per tale occasione vorrebbe che suo marito, Omar Puente, la potesse accompagnare.

La decisione è stata criticata da Anthony Ozimic, dell’organizzazione pro-life Society for the Protection of Unborn Children: “Il terribile messaggio, per i disabili e i malati gravi, è che la loro vita vale meno di quella degli altri”.

Il Direttore della pubblica accusa, Keir Starmer, QC, ha recentemente reso note le linee guida richieste dai giudici della Camera dei Lord, pur avvertendo che queste non costituiscono garanzia per non essere sottoposti a giudizio, secondo quanto riferito dal quotidiano Times del 23 settembre.

Tuttavia, Starmer ha ammesso che l’avvio dell’inchiesta sarebbe improbabile fintanto che la persona non incoraggi dolosamente l’atto del suicidio e si limiti ad assistere solo “desideri chiari, definiti e informati” di porre fine alla propria vita.

Questo non implica la possibilità di aprire cliniche di suicidio assistito in Gran Bretagna, ha aggiunto. “Il suicidio assistito è reato penale da quasi 50 anni e la mia reggenza non si pone in discontinuità con questo”, ha affermato.

Secondo il Times, più di 100 britannici hanno posto fine alla propria vita presso la clinica Dignitas. Le linee guida illustrano 16 elementi in favore del procedimento e 13 elementi contro.

Dignitas

La clinica Dignitas è sicuramente rinomata tra gli inglesi, ma le sue attività sono diffusamente criticate. I medici inglesi hanno avvertito che un certo numero di persone che hanno posto fine alla propria vita in questo modo non erano affette da malattie in fase terminale, secondo quanto riferito dal quotidiano Guardian del 21 giugno.

Il Guardian ha ottenuto un elenco di 114 persone britanniche che sono andate a morire in quella clinica. Tra queste, alcune erano malate all’addome, altre al fegato, mentre una soffriva di artrite.

“Questo elenco mi fa rabbrividire”, ha dichiarato il professor Steve Field, presidente del Royal College of General Practitioners. “La cosa mi preoccupa perché so che molte delle condizioni in cui si trovavano quelle persone sono condizioni con cui si convive e si può convivere per molti anni e continuare ad essere produttivi e a dare senso alla propria vita”.

La clinica è stata ulteriormente oggetto di critiche quando un’ex impiegata, Soraya Wernli, ha chiamato in causa il comportamento di alcuni medici. In un articolo pubblicato il 19 luglio sul Sunday Times, Wernli ha descritto Dignitas come un’attività di lucro del proprietario Ludwig Minelli.

“È diventata un’industria”, ha detto Wernli, 51 anni, aggiungendo che il prezzo richiesto da Dignitas è salito da 2.000 sterline (3.000 euro) di sette anni fa, a 7.000 sterline (8.000 euro) di oggi.

Nell’articolo, Wernli racconta di come persuase una donna inglese malata di cancro a non suicidarsi, convincendola che con le giuste cure poteva ancora avere una vita decente. Più tardi quella donna le scrisse ringraziandola per averle salvato la vita.

Secondo un articolo pubblicato il 18 luglio dal Telegraph, le autorità di Zurigo hanno reso note le nuove norme che disciplinano le attività di organizzazioni come Dignitas.

La nuova normativa, che entra in vigore nell’autunno di quest’anno, richiede che i pazienti siano sottoposti ad un periodo più lungo presso la clinica per ottenere maggiori consigli, prima di poter commettere suicidio.

“I viaggi del suicidio in Svizzera non saranno vietati, ma vi saranno controlli più rigorosi; i cosiddetti ‘suicidi lampo’ per i pazienti stranieri diventeranno illegali”, ha affermato il Ministro della giustizia di Zurigo, Markus Notter.

Altre preoccupazioni

Sebbene l’eutanasia rimanga illegale in Gran Bretagna, vi sono comunque preoccupazioni per come i malati terminali vengono gestiti. Un gruppo di esperti che si occupa di malati terminali ha scritto una lettera al quotidiano Telegraph, pubblicata il 2 settembre, in cui avverte che i pazienti vengono fatti morire prematuramente.

Sulla base delle linee guida del Servizio sanitario nazionale, ai pazienti terminali è possibile non somministrare fluidi e farmaci, e molti sono sottoposti a una continua sedazione finché non sopraggiunge la morte.

Gli esperti osservano che questi trattamenti possono mascherare eventuali segni di miglioramento nei pazienti.

“Le previsioni in tema di morte non sono una scienza esatta”, secondo gli esperti. Di conseguenza, i pazienti vengono definiti come vicini alla morte “senza tenere conto del fatto che la diagnosi potrebbe essere sbagliata”, prosegue la lettera.

Precedentemente, in un servizio pubblicato il 12 agosto dalla BBC, si afferma che l’uso continuo di sedazione profonda costituisce una forma lenta di eutanasia.

L’articolo cita la ricerca della London School of Medicine and Dentistry, secondo cui questo tipo di sedazione è responsabile di circa un decesso su sei.

Secondo l’articolo, il dr. Nigel Sykes, direttore sanitario del St. Christopher's Hospice in Sydenham, avrebbe affermato che solo per una manciata di pazienti ogni anno sarebbe necessaria una sedazione tale da impedire lo stato di veglia al punto di morte.

Cure adeguate

Se tutti avessero accesso a cure palliative di alta qualità, non vi sarebbero casi di suicidio assistito, ha dichiarato Steve Field, presidente del Royal College of General Practitioners, in un articolo d’opinione pubblicato il 22 giugno sul Guardian.

Purtroppo, i servizi sanitari e di assistenza sociale non sono adeguati a far fronte alle necessità delle persone che si avvicinano alla fine della propria vita, ha sottolineato Field. In queste condizioni, il suicidio assistito non è la soluzione giusta, ha rimarcato.

Da parte sua, in un articolo pubblicato il 16 luglio sul Telegraph, l’Arcivescovo di Westminster, mons. Vincent Nichols, ha sostenuto che la nozione di un diritto alla “buona morte” mina le fondamenta della società.

Se riduciamo la vita umana allo status di un prodotto, a una questione di controllo di qualità, allora non abbiamo chiaro il valore della vita umana, ha sostenuto l’Arcivescovo. Se invece ci prendiamo cura della vita umana, dal suo inizio alla sua fine naturale, allora ci eleviamo nella nostra umanità, ha concluso. Parole preziose mentre si continua a discutere su come considerare e gestire la sofferenza.


Italia

Ebrei del tempo di guerra lodano gli italiani che li salvarono
Gli ultimi sopravvissuti all'Olocausto raccontano le loro storie

di Edward Pentin

ROMA, domenica, 18 ottobre 2009 (ZENIT.org).- E' soprattutto grazie al film “Schindler's List” che la maggior parte della gente è venuta a conoscenza della vicenda di Oskar Schindler, l'industriale tedesco che salvò 1.200 ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale.

Ci sono tuttavia altre storie non raccontate di atti di eroismo simili del tempo di guerra avvenuti in tutta Europa, molti in Italia. Anche se non sempre delle dimensioni dell'opera di Schindler, sono stati comunque notevoli atti di coraggio disinteressato.

Un nuovo libro rivela ora quanti italiani comuni, molti dei quali sacerdoti e religiosi, aiutarono a salvare gli ebrei dall'Olocausto. Il testo si intitola “It happened in Italy” (“Accadde in Italia”) ed è stato scritto da Elizabeth Bettina, una newyorkese italoamericana che registra testimonianze affascinanti di sopravvissuti la cui vita è stata salvata da italiani di ogni ceto sociale.

La sua ricerca è iniziata quando, durante i viaggi estivi a casa della nonna in Campania, ha visto una fotografia di un rabbino in una chiesa. Ha saputo che molti ebrei stranieri erano vissuti nella zona, ed essendo cresciuta con molti ebrei americani a New York era ovviamente curiosa di sapere perché. In seguito ha scoperto che nel paese c'era un campo di internamento per ebrei durante la guerra, uno dei tanti in Italia.

Dopo essere stata incoraggiata da un amico, ha quindi deciso di capire quanti ebrei vennero salvati in Italia – secondo alcuni storici 32.000 su 39.000.

E' interessante notare che il tasso di sopravvivenza degli ebrei vissuti in tempo di guerra in Italia è uno dei più alti d'Europa, e tra gli italiani più eroici c'è stato Giovanni Palatucci, che si pensa abbia salvato la vita di circa 5.000 persone. A differenza di Schindler, che sopravvisse alla guerra, Palatucci morì a Dachau ad appena 36 anni.

Aiutare i vicini

La Bettina sottolinea che non tutti gli italiani rischiarono la propria vita per salvare i vicini ebrei, ma l'eroismo fu comunque notevole. “Non so quante volte ho sentito dire: 'Tutto il paese sapeva che eravamo ebrei e nessuno ci ha denunciati'”.

La politica italiana durante la guerra prevedeva che gli ebrei nati nel Paese potessero rimanere in casa propria, mentre quelli che erano arrivati prima della guerra venivano internati. I campi, tuttavia, erano in gran parte umani: il libro mostra gli ebrei vestiti normalmente, che sorridono e suonano strumenti musicali. La loro vita fu messa veramente in pericolo quando l'Italia si unì agli Alleati alla fine della guerra e la Germania invase il Paese.

Molti vennero deportati nei campi di concentramento, insieme ai loro parenti che vivevano altrove in Europa. “Avvennero cose molto brutte e le riconosco nel libro”, ha affermato l'autrice. “Qualcuno ti tradiva, non ti aiutavano anche se potevano o non avevi fortuna – non c'era nessuno che ti potesse aiutare perché viveva altrove”. Ci furono “molte, molte ragioni per cui in Italia sopravvissero così tanti ebrei, e il motivo è che qualcuno li aiutò”, ha aggiunto.

La Bettina spiega che chi salvò gli ebrei rischiando la propria vita (se fosse stato scoperto sarebbe stato senz'altro fucilato, affermano i sopravvissuti) rientrava in uno di cinque gruppi di individui: il primo tipo era l'italiano comune che si rifiutava di informare le autorità o nascondeva gli ebrei. Il secondo era l'ufficiale di polizia che magari li avvertiva che qualcuno sarebbe tornato ad arrestarli il giorno dopo, dando quindi loro il tempo di fuggire. Il terzo era una persona che lavorava per le autorità che procurava documenti falsi. Il quarto era il sacerdote o la suora del luogo che li ospitava o li aiutava a trovare un falso certificato di Battesimo.

“Avevano ricevuto un ordine ufficiale? Non lo so”, ha detto la Bettina quando le è stato chiesto se Papa Pio XII poteva aver dato istruzioni di salvare gli ebrei. “Ma molte delle persone che ho intervistato hanno detto che sono stati un sacerdote o una suora ad aiutarli”.

Il quinto gruppo era rappresentato da chi lavorava nei campi di internamento e cercava di rendere la vita più umana possibile.

Uscire allo scoperto

Ciò che aumenta l'interesse per questa storia è il fatto che “It Happened in Italy” è il risultato di innumerevoli coincidenze – di persone che sono venute in contatto in qualche modo con la Bettina e hanno raccontato intense storie di autentica gratitudine nei confronti degli italiani che salvarono la loro vita – o quella di un loro parente stretto – durante la guerra. Un serie di ulteriori coincidenze le ha permesso di portare un gruppo di sopravvissuti in Vaticano per un'udienza speciale con il Papa. “Chiunque venga in contatto con questo libro ha un modo divertente di farlo”, ha detto l'autrice.

Il progetto non è iniziato con lo scopo di scrivere un libro, ma ha acquisito vita propria man mano che sempre più persone si presentavano con testimonianze da tutto il mondo. “Non pensavamo che la questione potesse essere così vasta, semplicemente andava avanti”, ha spiegato la Bettina, insistendo sul fatto che dietro al progetto non c'è alcun obiettivo nascosto. “Non ho un'agenda, tranne il fatto di assicurare che queste storie siano vere”, ha dichiarato. “Voglio che queste persone che mi hanno raccontato le loro storie siano ascoltate. Voglio che abbiano questa soddisfazione”.

Nonostante tutto, resta una domanda persistente: perché queste persone hanno impiegato tanto tempo per farsi avanti ed esprimere la propria gratitudine? La Bettina crede che molti sopravvissuti ebrei fossero così schiacciati da ciò che era successo che inizialmente volevano solo buttarselo alle spalle. Dice che è solo quando sono usciti film come “Schindler's List” che hanno iniziato a pensare: “E io? E la mia storia?”. Altri credono che sia per il fatto che gli ebrei non vogliono che all'Olocausto sia associato niente di buono.

Catalizzatore

Durante una conferenza stampa svoltasi a Roma il mese scorso per lanciare il libro, l'ambasciatore di Israele presso la Santa Sede, Mordechay Lewy, ha confessato che neanche lui conosce la ragione, ma che forse tutti loro avevano bisogno di una persona come Elizabeth Bettina per esprimere la propria gratitudine.

L'ambasciatore ha anche detto di essere perplesso per il fatto che gli ebrei italiani, che avevano radici in Italia e sono stati salvati durante la guerra, “non siano sempre molto desiderosi” di esprimere la loro gratitudine. A suo avviso, potrebbe avere qualcosa a che fare con una storia di relazioni difficili tra gli ebrei romani e il Vaticano, ma ha sottolineato il “fenomeno molto strano” di ebrei che hanno trovato rifugio in monasteri ma “esprimono ancora idee piuttosto anticlericali”.

La Bettina dice che il suo libro potrebbe diventare un film, anche se sottolinea che non è mai stata sua intenzione. “Non sono una scrittrice, non ho mai scritto un libro prima e [...] non ho mai girato un film o un documentario”, ha spiegato. Una delle sue motivazioni principali, piuttosto, è il fatto che c'è sempre meno tempo per raccontare queste storie. “Tutte le persone hanno detto: 'Dopo di noi, non c'è nessuno'”, ha ricordato. “Sono gli ultimi della generazione”.

L'obiettivo, ha aggiunto, non era far sembrare grande l'Italia, ma mostrare che ci possono essere persone buone che fanno la cosa giusta, e trasmettere un insegnamento importante: se non si è indifferenti, le cose possono essere diverse. “Qualcuno non è stato indifferente”, ha concluso. “Ha aiutato delle persone, e queste persone sono sopravvissute”.

[Traduzione dall'inglese di Roberta Sciamplicotti]


Card. Bagnasco: no alla “lotta di tutti contro tutti”
L’ora di religione islamica non è motivata da scelte

ROMA, domenica, 18 ottobre 2009 (ZENIT.org).- L'italia ha bisogno in questo momento di “coesione nazionale” e non di una “lotta di tutti contro tutti” o di un “clima di scontro sistematico alimentato ad arte”. E' quanto ha affermato il Cardinale Angelo Bagnasco, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, in una intervista al Corriere della Sera.

Secondo il porporato, infatti, “quando la polemica prende il sopravven­to sui problemi reali della gente, come ad esempio l’occupazione o la sanità, la politica smarrisce il suo fine”.

Per Bagnasco, “il rischio viene da lonta­no e certamente il bipolarismo ha enfatizza­to, ma non creato la nostra atavica tendenza a dividerci piuttosto che ad affrontare le que­stioni nodali del Paese”.

L'Arcivescovo di Genova si è quindi detto convinto che questo clima non solo non giova a nessuno ma che anzi è nocivo in un periodo di crisi economica che impone al contrario “misure con­divise e pesi equamente ripartiti se non vo­gliamo sciupare quella risorsa a beneficio di tutti che è la coesione nazionale”.

Per quanto riguarda la vicenda Boffo, Bagnasco ha rivelato che è “vicina” la scelta di un suo successore alla guida di “Avvenire”, mentre sulle ripetute voci circa uno strappo tra la Conferenza Episcopale Italiana e la Segreteria di Stato,ha risposto: “Personalmente non vedo in atto degli scontri nella Chiesa, tantomeno tra la Cei e la Santa Sede”.

“So piuttosto – ha spiegato – che c’è una sorta di divisione dei compiti che corrisponde alla di­versa fisionomia delle due realtà che assolvo­no a compiti asimmetrici, essendo noi solo una espressione locale a differenza dell’altra che ha invece una vocazione universale”.

E a chi parla della fine del “ruinismo” e della Chiesa che parla “a voce alta”, Bagnasco ha replicato che “non esiste una Chiesa dell’era Ruini e og­gi una Chiesa dell’era Bagnasco perché la Chiesa anzitutto appartiene solo a Gesù Cri­sto e, nel caso specifico, la Chiesa che è in Italia intende essere vicina al magistero del Papa, per tradurne le istanze nel nostro con­testo”.

La maggiore preoccupazione per il Cardinale è che in Italia “la Chiesa non è conosciuta realmente per quello che pensa e per quello che fa. Spes­so si va avanti per luoghi comuni, rieditando interpretazioni superate dalla storia”.

“Ad esempio, continuare a presentarci sempre co­me una parte politica e non invece come una istanza religiosa e culturale che ha tutto il di­ritto di entrare nei dibattiti pubblici che han­no a che fare con l’uomo e con la società, è riduttivo”, ha affermato.

“Così come perpetuare pregiudizi di vario genere che tendono a fare una carica­tura delle nostre posizioni piuttosto che cer­care di porsi in dialogo con esse è ugualmen­te riduttivo”.

“Penso che anche oggi, come in ogni epoca storica, la Chiesa sia portatrice di una visione della vita alternativa e spesso in controtendenza che non vuole imporre – ha continuato – : chie­de solo di essere lasciata libera di proporla, nella ferma convinzione di contribuire al be­ne comune”.

Il criterio d'azione della Chiesa è “l’uomo e il suo desti­no” e quando questo criterio “è messo in crisi, la Chiesa, che dell’uomo è amica e alleata, non può ta­cere. Sarebbe peccato di omissione. Essa è in­viata ad annunciare a tutti la grande speran­za che è il Signore Gesù”.

Riguardo invece alla “deriva mediatica” che tende ad alterare le parole del Papa, Bagnasco ha osservato che “si preferisce talvolta una lettura parziale che tende a distorcere il messaggio evangeli­co perché appaia o risuoni come incoerente o anacronistico, e la Chiesa venga dipinta co­me animata solo dalla volontà 'di alzare mu­ri e scavare fossati', soprattutto in materia di etica”.

Rispetto poi alla politica dei respingimenti adottata dal governo italiano in materia di immigrazione, il Cardinale ha detto che siamo di fronte a un problema che “non può essere risolto nel chiuso del nostro Paese per­ché si tratta di un fenomeno globale che esi­ge una risposta concertata”.

“Penso che l’Euro­pa non possa rinnegare le sue radici cristiane che ne hanno fatto storicamente una terra di passaggio e di progressiva integrazione, at­traverso una politica che sappia rigorosa­mente tenere insieme il principio dell’acco­glienza e quello della legalità”, ha sottolineato.

“La storia è lì per ricordarci, casomai la memoria fosse sva­nita, che anche in epoche molto più statiche e lontane il mondo è sempre stato attraversa­to dalle persone e dalle merci – ha proseguito –. Perché pro­prio quando il mondo si è fatto ancora più piccolo dovremmo bloccare questo processo di sempre?”.

Circa invece la proposta del Viceministro Adolfo Urso di introdurre l’insegnamento facoltativo dell’Islam nelle scuole, il Cardinale ha osservato che in questo caso non si è di fronte alla “ragionevole e riconosciuta motivazione” che giustifica l'ora di religione cattolica “in base all’articolo 9 del Concordato, in quanto essa è parte integran­te della nostra storia e della nostra cultura”.

“La conoscenza del fatto religioso cattolico – ha commentato – è condizione indispensabile per la comprensione della nostra cultura e per una convivenza più consapevole e responsabile. Non si configura, quindi, come una catechesi confessionale, ma come una disciplina culturale nel quadro delle finalità della scuola”.


Interviste

Quanto ha inciso la Fides et ratio sulla vita della Chiesa?
Un convegno alla Pontificia Università Urbaniana fa il punto della situazione

di Antonio Gaspari


ROMA, domenica, 18 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Mercoledì 11 novembre 2009, dalle ore 9:30 alle 18:00, si svolgerà presso l’Auditorium Giovanni Paolo II della Pontificia Università Urbaniana una giornata di studio su “Il legame intimo tra la sapienza teologica e il sapere filosofico”.

Il convegno, organizzato dalla Facoltà di Filosofia della Pontificia Università Urbaniana, intende riflettere sulla ricezione dell’enciclica Fides et ratio a dieci anni dalla sua pubblicazione.

Per comprendere il senso e le finalità di tale convegno ZENIT ha intervistato il professor Aldo Vendemiati, Decano della Facoltà di Filosofia della Pontificia Università Urbaniana.

Perchè un convegno sull'enciclica Fides et ratio? Quali sono gli obiettivi che pensate di raggiungere?

Vendemiati: L’11 novembre 1998, Giovanni Paolo II venne di persona alla Pontificia Università Urbaniana, accompagnato dall’allora card. Josef Ratzinger, per presentare la Fides et ratio. A dieci anni dalla pubblicazione di quell’enciclica vi sono state molte iniziative di carattere scientifico e celebrativo. Da parte nostra abbiamo preferito dare un taglio di “verifica” al nostro incontro: dieci anni fa il Papa ci ha consegnato un documento, che uso ne abbiamo fatto? Quanto ha inciso quell’enciclica sul nostro modo di fare filosofia, teologia, missiologia e diritto? L’obiettivo del convegno è fare il punto della situazione, vedere cosa si è fatto, cosa si sta facendo e cosa resta da fare in merito.

Non è paradossale che ci sono scrittori atei che accusano la Chiesa di essere ‘l'oppio dei popoli’, mentre la Fides st ratio è una enciclica che difende la ragione?

Vendemiati: Sinceramente penso che accuse di questo genere, se non sono frutto di ignoranza crassa, sono espressioni di malafede ideologica. Non è solo la Fides et ratio a difendere la ragione: la Chiesa lo ha fatto incessantemente nel corso dei secoli. Credere che Gesù Cristo è il logos incarnato, significa coltivare la “logica” – in senso ampio – come la massima espressione dell’uomo: questo ha portato i monaci medievali a costituire scolae e biblioteche, ha portato i vescovi a istituire le università, ha portato tanti uomini di Chiesa a dare i loro contributi capitali alla ricerca scientifica (si pensi a Copernico, Pascal, Redi, Mendel e tanti altri).

Il vero oppio per il popolo sono quelle che a me piace chiamare “scorciatoie mentali”. Mi spiego: di fronte al mistero (la vita, la morte, l’infinito, l’amore…), la tentazione più grossa è quella di addomesticare l’angoscia che ci assale riducendo la realtà a qualcosa di già noto. “Scorciatoie mentali” sono gli schemi precostituiti sulla base dei quali cerchiamo di spiegare tutto, anche quel che non conosciamo. In questo modo evitiamo il confronto con la realtà, che è pur sempre un confronto “duro”; evitiamo il cammino, a volte inquietante, da compiere insieme con l’oggetto che vogliamo conoscere.

Così facendo, forse, evitiamo l’angoscia, ma smettiamo di ragionare e ci dedichiamo alla più pericolosa delle attività mentali umane: l’ideologia. La filosofia dovrebbe essere l’antidoto all’ideologia.

Ma come trascurare la «meraviglia e dispiacere» manifestati da Giovanni Paolo II nel rilevare che «non pochi teologi condividono disinteresse per lo studio della filosofia»? E come non sentirsi responsabili, in quanto filosofi, del fatto che, alla base di questa disaffezione dei teologi per la filosofia, sta in primo luogo «la sfiducia nella ragione che gran parte della filosofia contemporanea manifesta, abbandonando largamente la ricerca metafisica sulle domande ultime dell’uomo, per concentrare la propria attenzione su problemi particolari e regionali, talvolta anche puramente formali»? (Fides et ratio, n. 61).

Sia Giovanni Paolo II che Benedetto XVI sono convinti che la verità è impossibile da raggiungere senza le ali della fede e della ragione. Qual è il suo parere in proposito?

Vendemiati: La fede costituisce un orizzonte interpretativo globale, capace di offrire alla ragione un senso ultimo alla vita e alla morte. In essa valori, le norme e le motivazioni risultano garantiti incondizionatamente, concretizzati, resi capaci di creare sicurezza spirituale, fiducia e speranza. D’altra parte la fede senza la ragione non può sussistere: gli animali irragionevoli non credono. Sant’Agostino dice: Fides nisi cogitatur nulla est, la fede, se non viene pensata, è nulla.

Laddove la secolarizzazione taglia il cordone ombelicale fra le grandi tradizioni della fede e la ricerca razionale, o laddove il fondamentalismo esclude la possibilità della ricerca razionale stessa, i rischi sono evidenti. Il fondamentalismo, quando non conduce all’isolamento e all’incomunicabilità, sfocia nel conflitto e nel terrorismo. Il secolarismo radicale tende a sostituire la verità con il consenso, e «quanto fragili siano i consensi e quanto rapidamente, in un certo clima intellettuale, gruppi partitici possano imporsi come gli unici rappresentanti autorizzati del progresso e della responsabilità è davanti agli occhi di noi tutti» (J. Ratzinger).

In che modo la fede nel Dio cristiano può favorire l'allargamento degli orizzonti della ragione?

Vendemiati: Questo è il grande tema della fides quaerens intellectum, la fede che cerca l’intelligenza, la provoca, la mette in questione perché risponda a problemi nuovi e sempre più stimolanti. Certamente la filosofia non può “aggiungere” nulla alla Rivelazione, può tuttavia aiutarci a capirla meglio, a penetrarne più profondamente il senso; così facendo la ragione acquista forza e intelligenza, allargando – appunto – i suoi orizzonti. Si pensi a un concetto centrale per la civiltà occidentale: quello di “persona”.

Ebbene noi non avremmo questa nozione se non ci fosse stata la rivelazione cristiana e, segnatamente, senza le dispute cristologiche e trinitarie del IV secolo. La fede in Gesù Cristo e nella Santissima Trinità ha richiesto ai pensatori di elaborare concetti e distinzioni che consentissero una formulazione idonea del dogma. Quei concetti e quelle distinzioni sono diventate poi patrimonio culturale di tutti. La fede è uno sprone mirabile per spingere in avanti la conoscenza razionale nella ricerca della verità e nella confutazione dell’errore. Un assioma teologico classico dice: «La grazia non distrugge la natura, ma la suppone e la perfeziona»; nel nostro campo questo può essere tradotto così: «La fede non distrugge la ragione, ma la suppone e la perfeziona».


Bioetica

La bioetica non è solo un'etica dell'emergenza

ROMA, domenica, 18 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Per la rubrica di bioetica riportiamo la risposta alla domanda di un lettore a cura del dott. Carlo Bellieni, dirigente del Dipartimento di Terapia intensiva neonatale del Policlinico universitario "Le Scotte" di Siena e membro della Pontificia Accademia Pro Vita.

* * *

Si parla tanto di riciclare i rifiuti, e talora ci si sente inadeguati perché sembra di combattere una lotta impari. Tuttavia, riciclare i rifiuti è uno dei pochi messaggi morali condivisi universalmente, mentre il principio di non uccidere, ad esempio, è sempre più messo in discussione come valore universale. Non pensa allora che ci sia uno sbilanciamento tra i messaggi politicamente corretti e quelli moralmente corretti? E se c’è questo sbilanciamento, come si può testimoniare un equilibrio, pur non volendo far la guerra a misure come per l’appunto il riciclaggio dei rifiuti che in sé sono buone?

La bioetica affonda le sue radici nella vita di tutti i giorni; chi pensa che la bioetica sia solo un’etica dell’emergenza sbaglia. Primo perché la vita di tutti i giorni è zeppa di scelte etiche (nulla è eticamente neutro); secondo perché, biopoliticamente parlando, se si fa la guerra solo rispondendo alle provocazioni, la guerra si perde in un baleno.

Occorre ritornare a vedere la “vita-vita”; e qui rispondiamo alla domanda su un dettaglio della “vita-vita”, per vederne le implicazioni etiche e il risvolto sulle emergenze bioetiche. Il dettaglio (il riciclaggio dei rifiuti) sembra lontano dai problemi bioetici, ma non lo è. Oggi infatti siamo all’interno di un sistema in cui i rifiuti vanno accumulandosi, resta difficile stoccarli e ancor più eliminarli, dato che non sono spesso selezionati per tipologia, sono commisti a rifiuti tossici e bruciandoli o lasciandoli interrati si rischia un solenne inquinamento rispettivamente dell’aria o dell’acqua. Per questo è un obbligo morale aiutare a risolvere questa emergenza, e per questo siamo oggetto di inviti pressanti a “riciclare e riciclare”… tanto che “riciclare” è diventato realmente uno dei 3-4 “nuovi comandamenti laici” che ci vengono inculcati sin dalla culla. Riciclare è una cosa ottima, ovviamente, ma se diventa un valore assoluto, ci dobbiamo domandare da dove emerga realmente.

Ci viene allora da notare che il termine “riciclare” è un termine modernissimo, che non esisteva nella storia anche recente: solo cinquant’anni fa, non c’era bisogno di “riciclare” proprio perché nessuno si sognava di produrre cose che non si potevano usare. Il termine “rifiuti” è esso stesso un termine moderno: fino agli anni ’50 si parlava solo di “spazzatura”. Poi è arrivato qualcosa che ha imposto che parte della natura venisse considerato come “inutile”, “superfluo”, “da buttare”: un rifiuto.

Notiamo per inciso che oggi all’idea di “superfluo” si legano due sentimenti ambivalenti. Da una parte viene collegato all’idea di “benessere”: la misura del nostro benessere (o di quello di un personaggio noto) si misura in ragione delle cose di cui si può disfare, del superfluo che possiede, in altri termini, dei suoi rifiuti. D’altro canto, all’idea di superfluo si associa l’idea di perfezione di cui il superfluo sarebbe contaminazione (“peli superflui” “grasso superfluo”, batteri superflui – talora invece buoni e utili – nei panni e nei lavandini così tanto avversati in certi spot) e dunque si associa il senso di ripugnanza.

Detto ciò, focalizziamo l’attenzione sul termine “rifiuti” e vedremo che non solo produciamo cose che sappiamo che dovremo buttare (imballaggi) o che non aggiusteremo (costa meno comprare il nuovo), ma che addirittura uccidiamo animali e strappiamo alla terra vegetali che non mangeremo (il 30% del cibo prodotto in occidente viene buttato via).

Un tempo i piatti rotti si riparavano, degli animali si impiegava tutto, financo i peli, ma non perché la società era povera, ma perché si aveva un concetto di “utile” che si è perso, dal momento che allora dire “utile” era avere nello sguardo tutto un mondo: dalla vita di un animale che non si uccideva non tanto perché era “sacra” quanto  perché era stupido uccidere senza motivo; alla vita dei figli cui nessuno avrebbe pensato di sottrarre le fonti di sostentamento strappando piante e uccidendo animali, come oggi avviene in dimensioni mondiali e catastrofiche.

Insomma, si crea un senso di colpa ai bambini o agli anziani che non buttano la cartaccia nell’apposito contenitore, ma si continua a produrre tonnellate di quella stessa cartaccia. Chi fa più danni: l’anziano che non ricicla o la cultura che produce sapendo che poi butterà via il prodotto?

Non si può combattere aborto ed eutanasia se non si affronta la mentalità che sta alla base, e la mentalità è quella della cultura che getta via quello che non sa gestire (fino a gettare via noi stessi, quando non sappiamo gestire la nostra tristezza). Aborto ed eutanasia nascono dalla voglia di far sparire quello che non si può o non si sa gestire. Far sparire quello che non si sa gestire è alla base del concetto di ”rifiuto”. E’ alla base del piatto di carne ottima buttato via, come è alla base del matrimonio buttato via. Alla base sta l’idea, ecco il vero nocciolo, che al mondo “qualcosa non serva”, che qualcosa (qualcuno!) sia inutile; e –ancor più paradossale e più chiaro – diventi inutile quando noi non sappiamo cosa farne. Ma, come faceva dire Federico Fellini al personaggio de “Il Matto”, "Io sono ignorante, ma ho letto qualche libro e mi son fatto un'idea...e cioè che non c'è niente al mondo che non serve. Lo vedi questo sassolino? Ecco, anche questo sassolino serve a qualcosa. Io non lo so a che cosa serve… se uno sapesse tutto, quando si nasce, quando si muore, sarebbe Dio. Io non lo so a che cosa serve questo sasso, ma serve. Perché se non serve questo sasso, non servono neanche le stelle..." (cfr. Federico Fellini, La Strada). E’ contro la cultura del “significato” che si alza la cultura del “rifiuto”. E non si può venirne fuori, se non si ammette che da qualche parte il tutto ha un Senso.  

L’ecologia moderna in gran parte si basa su un intento buono: nulla deve andare sprecato perché le risorse sono poche; ma raramente dà un  giudizio più ampio: nulla va sprecato perché tutto è utile.  E’ un fraintendimento che sorge dalla mancanza di certezza che “tutto è bene” (cfr. Tito 1,15), anche “i capelli del capo” (Matteo 10,30) E’ stato cacciato dall’orizzonte pubblico la possibilità che esista un Significato del mondo e ci si è ridotti col buttare via tutto quello che “non serve” o “non serve più”; e in questo “tutto” entrano sempre più categorie, fino a lasciarne fuori solo i soggetti umani “adulti, sani, attivi, e capaci di autodeterminazione”, e che tuttavia possono diventare “rifiuti” per un altro popolo durante una guerra o per un’altra categoria durante una crisi sociale.



 





ViviCentro (art. 19 e 21)

La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).
 
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  Domenica, 18 Ottobre 2009: Accadde Oggi  


Angelus

Benedetto XVI: la Chiesa deve annunciare il Vangelo
Discorso introduttivo all'Angelus per la Giornata Missionaria Mondiale

ROMA, domenica, 18 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo le parole pronunciate questa domenica da Benedetto XVI ad introduzione della preghiera dell'Angelus recitata insieme ai fedeli e pellegrini giunti in piazza San Pietro.

* * *

Cari fratelli e sorelle!

Oggi, terza domenica di ottobre, si celebra la Giornata Missionaria Mondiale, che costituisce per ogni comunità ecclesiale e per ciascun cristiano un forte richiamo all’impegno di annunciare e testimoniare il Vangelo a tutti, in particolare a quanti ancora non lo conoscono. Nel Messaggio, che ho scritto per questa occasione, mi sono ispirato a un’espressione del Libro dell’Apocalisse, che a sua volta riecheggia una profezia di Isaia: "Le nazioni cammineranno alla sua luce" (Ap 21,24). La luce di cui qui si parla è quella di Dio, rivelata dal Messia e riflessa sul volto della Chiesa, rappresentata come la nuova Gerusalemme, città meravigliosa dove risplende in pienezza la gloria di Dio. E’ la luce del Vangelo, che orienta il cammino dei popoli e li guida verso la realizzazione di una grande famiglia, nella giustizia e nella pace, sotto la paternità dell’unico Dio buono e misericordioso. La Chiesa esiste per annunciare questo messaggio di speranza all’intera umanità, che nel nostro tempo "conosce stupende conquiste, ma sembra aver smarrito il senso delle realtà ultime e della stessa esistenza" (Giovanni Paolo II, Enc. Redemptoris missio, 2).

Nel mese di ottobre, specialmente in questa Domenica, la Chiesa universale pone in rilievo la propria vocazione missionaria. Guidata dallo Spirito Santo, essa sa di essere chiamata a proseguire l’opera di Gesù stesso annunciando il Vangelo del Regno di Dio, che "è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo" (Rm 14,17). Questo Regno è già presente nel mondo come forza di amore, di libertà, di solidarietà, di rispetto della dignità di ogni uomo, e la Comunità ecclesiale sente premere nel cuore l’urgenza di lavorare, affinché la sovranità di Cristo si realizzi pienamente. Tutte le sue membra ed articolazioni cooperano a tale progetto, secondo i diversi stati di vita e i carismi. In questa Giornata Missionaria Mondiale voglio ricordare i missionari e le missionarie - sacerdoti, religiosi, religiose e laici volontari - che consacrano la loro esistenza a portare il Vangelo nel mondo, affrontando anche disagi e difficoltà e talvolta persino vere e proprie persecuzioni. Penso, tra gli altri, a don Ruggero Ruvoletto, sacerdote fidei donum, recentemente ucciso in Brasile, al Padre Michael Sinnot, religioso, sequestrato pochi giorni fa nelle Filippine. E come non pensare a quanto sta emergendo dal Sinodo dei Vescovi per l’Africa in termini di estremo sacrificio e di amore a Cristo e alla sua Chiesa? Ringrazio le Pontificie Opere Missionarie, per il prezioso servizio che rendono all’animazione e alla formazione missionaria. Invito inoltre tutti i cristiani a un gesto di condivisione materiale e spirituale per aiutare le giovani Chiese dei Paesi più poveri.

Cari amici, quest’oggi, 18 ottobre, è anche la festa di san Luca evangelista che, oltre al Vangelo, ha scritto gli Atti degli Apostoli, per narrare l’espandersi del messaggio cristiano fino ai confini del mondo allora conosciuto. Invochiamo la sua intercessione, insieme con quella di san Francesco Saverio e di santa Teresa di Gesù Bambino, patroni delle missioni, e della Vergine Maria, affinché la Chiesa possa continuare a diffondere la luce di Cristo tra tutti i popoli. Vi chiedo, inoltre, di pregare per l’Assemblea speciale per l’Africa del Sinodo dei Vescovi, che in queste settimane si sta svolgendo qui, in Vaticano.

[Il Papa ha poi salutato i pellegrini in diverse lingue. In Italiano ha detto:]

Rivolgo un cordiale saluto ai Chierici Regolari della Madre di Dio, venuti per la conclusione del IV centenario della morte del loro Fondatore, san Giovanni Leonardi. Cari fratelli, con voi ci sono anche gli alunni di tutti i Collegi di Propaganda Fide, accompagnati dal Cardinale Ivan Dias, Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, come pure i rappresentanti dei Farmacisti, dei quali san Giovanni Leonardi è Patrono. Vi esorto tutti a seguirlo sulla via della santità e ad imitare il suo zelo missionario. Accolgo con affetto i pellegrini di lingua italiana, in particolare la Comunità Cenacolo, che da tanti anni aiuta i giovani, specialmente quelli caduti nel baratro delle droghe, a ritrovare la via della vita incontrando Gesù Cristo. Saluto inoltre i partecipanti al convegno sul Motu proprio Summorum Pontificum, svoltosi in questi giorni a Roma, l’Associazione Nazionale Piccoli Comuni d’Italia, la Banda musicale "Valletiberina" e la sezione di Pontedera dell’Associazione Nazionale Carabinieri. A tutti auguro una buona domenica.

[© Copyright 2009 - Libreria Editrice Vaticana]


Documenti

Il Papa al concerto dell’Accademia Pianistica Internazionale di Imola

ROMA, domenica, 18 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il discorso pronunciato questo sabato da Benedetto XVI al termine del concerto nell'Aula Paolo VI offerto in suo onore dall’Accademia Pianistica Internazionale di Imola.

Al pianoforte la pianista cinese Jin Ju che ha eseguito, su sette pianoforti di diverse epoche, musiche di Bach, Scarlatti, Mozart, Czerny, Beethoven, Chopin, Ciakovskij e Liszt.


* * *

Signori Cardinali,

cari Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,

distinte Autorità,

cari amici!

Ci ritroviamo questa sera per un altro concerto, anche questo di notevole livello artistico e di alto valore storico, a breve distanza da quello tenutosi la scorsa settimana nell’Auditorium di Via della Conciliazione. Rivolgo a ciascuno di voi il mio cordiale saluto: ai Signori Cardinali, ai Vescovi e ai Prelati, alle Autorità, ai graditi ospiti e a tutti i presenti. Un saluto particolare desidero indirizzare ai Padri Sinodali, che hanno voluto condividere insieme anche questo momento di serena distensione.

A nome di tutti esprimo un cordiale ringraziamento all’Accademia Pianistica Internazionale "Incontri con il maestro" di Imola. Vorrei ringraziare e manifestare sentimenti di vivo apprezzamento soprattutto al maestro Franco Scala, che vent’anni fa ha fondato tale benemerita istituzione musicale e continua a dirigerla con passione e talento. A lui va la mia gratitudine pure per le parole con le quali, all’inizio della serata, ha voluto interpretare i comuni sentimenti dei presenti. Un cortese ringraziamento dirigo alla pianista, Jin Ju, che ci ha fatto assaporare le potenzialità espressive del fortepiano e del pianoforte, e la carica emotiva delle musiche che ha eseguito. Mi preme, infine, salutare e ringraziare tutti coloro che, in diversi modi, hanno cooperato alla realizzazione del concerto.

Cari amici, questa sera siamo stati accompagnati in un avvincente ed ideale iter storico e artistico che ha ripercorso l’evoluzione del fortepiano, poi pianoforte, uno fra gli strumenti musicali maggiormente conosciuti e prediletti dai compositori più famosi, strumento capace di offrire una non piccola gamma di sfumature musicali armoniche. I sette strumenti utilizzati, provenienti dall’importante collezione di Imola che ne annovera più di cento, costituiscono di per sé un patrimonio estetico, artistico e storico, sia perché emettono quei suoni che hanno ascoltato gli uomini del passato, sia perché testimoniano il progresso dell’artigianato del pianoforte, rivelando le intuizioni e i successivi perfezionamenti di abili e impareggiabili costruttori.

Questo concerto ci ha permesso, ancora una volta, di gustare la bellezza della musica, linguaggio spirituale e quindi universale, veicolo quanto mai adatto alla comprensione e all’unione tra le persone e i popoli. La musica fa parte di tutte le culture e, potremmo dire, accompagna ogni esperienza umana, dal dolore al piacere, dall’odio all’amore, dalla tristezza alla gioia, dalla morte alla vita. Vediamo come, nel corso dei secoli e dei millenni, la musica è sempre stata utilizzata per dare forma a quello che non si riesce a fare con le parole, perché suscita emozioni altrimenti difficili da comunicare. Non è pertanto un caso se ogni civiltà ha dato importanza e valore alla musica nelle sue varie forme ed espressioni.

La musica, la grande musica, distende lo spirito, suscita sentimenti profondi ed invita quasi naturalmente ad elevare la mente e il cuore a Dio in ogni situazione, sia gioiosa che triste, dell’esistenza umana. La musica può diventare preghiera. Grazie ancora a coloro che hanno organizzato questa bella serata. Tutti, cari amici, vi benedico di cuore.

[© Copyright 2009 - Libreria Editrice Vaticana]

 





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La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).
 
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