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News dal Vaticano :: Il mondo visto da roma - 18 Settembre 2009
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Il mondo visto da roma - 18 Settembre 2009
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Venerdì, 18 Settembre 2009: Accadde Oggi  


Il mondo visto da Roma

SANTA SEDE
Benedetto XVI incontra l'Arcivescovo ortodosso Hilarion
Il secondo volume del “Gesù di Nazaret” entro la primavera 2010
Sabato, udienza dei Patriarchi cattolici orientali dal Papa
Il Papa invita il presidente di Manos Unidas al Sinodo sull'Africa
Colloqui costruttivi tra Santa Sede e Israele sull'Accordo Economico
Mons. Vincenzo Manzella, nuovo Vescovo di Cefalù
“Convergenza” tra Santa Sede e una delegazione di deputati francesi

NOTIZIE DAL MONDO
Mary Ann Glendon: c'è una relazione tra libertà religiosa e democrazia
Il Cardinale Shan riceve il premio presidenziale per la pace a Taiwan
Vescovi irlandesi: si può votare “sì” al Trattato di Lisbona
Il cattolicesimo non si può diluire in un discorso generico
Colombia: la Chiesa si offre come mediatrice per liberare gli ostaggi

ITALIA
I giornali manipolano la sentenza del TAR sul fine vita
Ordinario militare per l'Italia: “il terrorismo ha paura della solidarietà”

PAROLA E VITA
La vita è un bambino nel mezzo

FORUM
Paolo e Teilhard, teologi della Materia?


Santa Sede

Benedetto XVI incontra l'Arcivescovo ortodosso Hilarion
In visita in Vaticano su invito del Cardinale Walter Kasper

CITTA' DEL VATICANO, venerdì, 18 settembre 2009 (ZENIT.org).- Questo venerdì, Benedetto XVI ha ricevuto a Castel Gandolfo l'Arcivescovo Hilarion di Volokolamsk, Presidente del Dipartimento per le Relazioni Ecclesiastiche Esterne del Patriarcato di Mosca.

Hilarion, alla sua prima visita a Roma dopo la nomina al suo attuale incarico, aveva avuto giovedì un colloquio con il Cardinale Walter Kasper, Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani.

Successivamente il porporato ha affermato ai microfoni di Radio Vaticana che “l'incontro ha mostrato la nuova situazione tra Chiesa cattolica e Patriarcato di Mosca: abbiamo superato tutte le tensioni che c’erano negli anni scorsi e siamo adesso in un rapporto normale, tranquillo e anche positivo, costruttivo”.

“Dapprima – ha aggiunto –, Hilarion ha espresso la sua alta stima per il Papa Benedetto XVI, che è molto apprezzato nella Chiesa ortodossa russa, e poi abbiamo parlato dei nostri rapporti, soprattutto del dialogo teologico che avrà luogo a Cipro nelle prossime settimane”.

La Commissione mista internazionale per il dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa nel suo insieme si riunità infatti per la sua XI sessione plenaria a Cipro, dal 16 al 23 ottobre 2009, per esaminare un progetto di documento abbozzato in un incontro a Creta nel 2008.

La Commissione sta riflettendo attualmente sul ruolo del Vescovo di Roma nella comunione della Chiesa nel primo millennio - quando non si era ancora verificato il Grande Scisma del 1054 -.

Un'altra questione che dovrà essere studiata è come il contenuto del primato del successore di San Pietro si sia poi evoluto nel secondo millennio, dopo la rottura tra le due confessioni, e qual è la situazione attuale dopo il Concilio Vaticano I e II.

Il tema era già stato approfondito in occasione della X Assemblea plenaria della Commissione mista che aveva riunito a Ravenna, dall'8 al 14 ottobre 2007, 30 delegati cattolici e 30 ortodossi per riflettere sul tema: “Le conseguenze ecclesiologiche e canoniche della natura sacramentale della Chiesa: comunione ecclesiale, conciliarità e sinodalità nella Chiesa”.

A Ravenna la delegazione del Patriarcato di Mosca decise di ritirarsi in segno di protesta contro la partecipazione all’evento dei membri della cosiddetta Chiesa apostolica estone, creata dal Patriarcato di Costantinopoli nel 1996 in Estonia e da questo dichiarata “autonoma”, uno statuto che non viene riconosciuto dalla Chiesa moscovita.

“Adesso loro vogliono ritornare al tavolo del dialogo – ha spiegato il Cardinale Kasper –, hanno superato queste tensioni tra Mosca e Costantinopoli sul caso dell’Estonia, e vogliono collaborare normalmente”.

“Poi abbiamo parlato anche dei nostri rapporti bilaterali: su una mostra, un concerto che loro vogliono fare qui a Roma; io ho suggerito che anche noi possiamo fare una mostra a Mosca”, ha continuato il porporato tedesco.

“Abbiamo parlato dello scambio di preti, di teologi e tutto quello che può aiutare per migliorare i rapporti e superare anche i pregiudizi e le resistenze che esistono in Russia contro la Chiesa cattolica e contro l’ecumenismo; ma, passo dopo passo, possiamo superare anche questo”.

“Le due parti sono decise ad andare avanti”, ha aggiunto sottolineando poi che “per il momento, la visita del Papa a Mosca non è sull’agenda”, anche se “loro non rifiutano un incontro col Papa”.

Il 17 settembre, l’Arcivescovo Ilarion ha qui assistito alla preghiera serale della Comunità di Sant'Egidio nella Basilica di S. Maria in Trastevere rivolgendo poi un saluto ai presenti.

In quell'occasione, ringraziando i membri della Comunità di Sant'egidio per il loro “contributo al dialogo” e l'impegno verso i poveri e i più bisognosi, ha parlato della sfida comune rappresentata da “un mondo scristianizzato” dominato da “consumismo, edonismo, materialismo pratico e relativismo morale”.

“Soltanto insieme potremo proporre al mondo i valori spirituali e morali della fede cristiana – ha detto –; insieme potremo offrire la nostra visione cristiana della famiglia, della procreazione, di un amore umano fatto non soltanto di piacere; affermare il nostro concetto di giustizia sociale, di una più equa distribuzione dei beni, di un impegno per la salvaguardia dell´ambiente, per la difesa della vita umana e della sua dignità”.

“E' quindi ora di passare dallo scontro e dalla concorrenza alla solidarietà, al rispetto reciproco e alla stima – ha affermato –; direi anzi senza esitazione che dobbiamo passare all'amore reciproco”.

“La nostra predicazione cristiana può avere effetto, può essere convincente anche nel nostro mondo contemporaneo se sapremo vivere questo amore reciproco tra noi cristiani”, ha quindi concluso.


Il secondo volume del “Gesù di Nazaret” entro la primavera 2010
L'infanzia, la Passione e la Resurrezione di Cristo

ROMA, venerdì, 18 settembre 2009 (ZENIT.org) - La seconda parte del libro di Benedetto XVI “Gesù di Nazaret” è attesa per la primavera del 2010, ha annunciato il portavoce vaticano, padre Federico Lombardi, S.I., all'agenzia televisiva Rome Reports.

La prima parte del libro è stata pubblicata nell'aprile 2007 e in molti Paesi è stata un successo.

Il primo volume analizza la vita pubblica di Gesù, dal Battesimo al Giordano fino alla Trasfigurazione.

Nonostante quello che ha definito “piccolo incidente” estivo – la frattura del polso destro il 17 luglio –, il Papa ha lavorato a questo libro, che è una lezione di esegesi biblica e un trattato spirituale per ritrovare Gesù di Nazaret.

Questa seconda parte è dedicata all'infanzia, alla Passione e alla Resurrezione di Cristo.

Benedetto XVI ha indicato nel 2007 che il libro è frutto della sua riflessione personale, non come Papa. Per questo è firmato da Joseph Ratzinger-Benedetto XVI.

L'obiettivo, come egli stesso spiega nel prologo, è promuovere “l'amicizia con Gesù” e farlo conoscere nella sua relazione con il Padre.

Joseph Ratzinger aggiunge che desidera presentare Cristo come una figura storicamente sensata e convincente.


Sabato, udienza dei Patriarchi cattolici orientali dal Papa
Tra i temi: fondamentalismo e dialogo islamo-cristiano

CITTA' DEL VATICANO, venerdì, 18 settembre 2009 (ZENIT.org).- Questo sabato Benedetto XVI riceverà in udienza a Castel Gandolfo i sette Patriarchi cattolici orientali.

Secondo quanto anticipato dalla Radio Vaticana, tra i punti al centro dell'incontro ci saranno: la crescita del fondamentalismo in Medio Oriente e l’inquietudine dei cristiani, l’importanza del dialogo islamo-cristiano, lo statuto del Patriarca cattolico orientale nella Chiesa universale e la giurisdizione ecclesiastica in Kuwait e nei Paesi del Golfo.

La delegazione è formata dal Patriarca maronita Nasrallah Boutros Sfeir, dall’armeno cattolico Bédros XIX, dal siro-cattolico Ignace Youssef III Younane, dal melkita Gregorio III, dal caldeo Emmanuel Delly, dal Patrirca latino di Gerusalemme Fouad Twal e dal copto Antonios Nagib.

Le considerazioni dei Patriarchi sono illustrate in una nota che sarà portata al Papa, al quale, nel loro incontro, i Patriarchi parleranno in primo luogo delle questioni della presenza delle loro Chiese nell’ambito della Chiesa universale e di altri temi ecclesiologici.

Tra questi anche la questione della giurisdizione ecclesiastica del Kuwait e degli altri emirati del Golfo, verso i quali, nel corso degli ultimi anni, sono emigrate dagli altri Paesi arabi decine di migliaia di operai e funzionari cristiani, chiamati dal boom economico.

Nella nota i Patriarchi, manifestano la loro inquietudine per i cristiani del Medio Oriente, sfidati dalla crescita del fondamentalismo soprattutto in Egitto e Iraq e sottolineano l’importanza della questione palestinese. Viene anche nuovamente sottolineata l’importanza del dialogo islamo-cristiano.

Secondo quanto riportato dall'agenzia “AsiaNews”, nel corso della loro permanenza a Roma, i Patriarchi dovrebbero partecipare anche, il 21 e 22 settembre, a una sessione preparatoria in vista di una assemblea speciale del Sinodo dei Vescovi per il Medio Oriente, che potrebbe tenersi nel 2010, in Vaticano.


Il Papa invita il presidente di Manos Unidas al Sinodo sull'Africa
ONG spagnola impegnata nel continente

CITTA' DEL VATICANO, venerdì, 18 settembre 2009 (ZENIT.org).- Il presidente di Manos Unidas, Myriam García Abrisqueta, ha ricevuto da Benedetto XVI l'invito a partecipare al Sinodo dei Vescovi dell'Africa.

L'invito, confermato a ZENIT dalla stessa organizzazione non governativa spagnola, è stato trasmesso con una lettera dall'Arcivescovo Nikola Eterović, segretario generale del Sinodo dei Vescovi.

La seconda assemblea sinodale dei Vescovi del continente africano si svolgerà dal 4 al 25 ottobre sul tema “La Chiesa in Africa a servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace”.

Con la presenza al Sinodo del presidente della ONG, il Papa riconosce implicitamente l'importanza dell'opera svolta in Africa da questa istituzione.

L'Africa è il continente in cui Manos Unidas, organizzazione cattolica di volontari, finanzia più progetti di sviluppo (305 progetti nel 2008 rispetto ai 278 in Asia e ai 191 in Oceania).

Myriam García Abrisqueta parteciperà in qualità di “uditore”, il che implica un intervento davanti alla plenaria e la presenza e la partecipazione attiva alle sessioni. Gli uditori, ad ogni modo, non hanno il diritto di voto nell'approvazione delle proposizioni che sorgono dall'assemblea sinodale.

Per ulteriori informazioni: www.manosunidas.org/


Colloqui costruttivi tra Santa Sede e Israele sull'Accordo Economico

CITTA' DEL VATICANO, venerdì, 18 settembre 2009 (ZENIT.org).- La Commissione di lavoro bilaterale permanente tra la Santa Sede e lo Stato di Israele si è incontrata giovedì e venerdì per continuare i negoziati sull’Accordo Economico.

“Le Delegazioni – si legge in una nota della Sala Stampa vaticana – hanno lavorato in modo costruttivo per conseguire gli obiettivi comuni”.

I negoziati cercano di raggiungere un accordo su tutte le questioni relative a proprietà e imposte pendenti, perché la Chiesa possa contare sulla sicurezza giuridica e fiscale che le permetta di svolgere il proprio compito.

Tra i temi dell'Accordo Economico che Israele e la Santa Sede stanno preparando dal 1993 c'è la garanzia della tutela giuridica in caso di controversia.

Figurano anche la salvaguarda del patrimonio ecclesiastico (soprattutto i Luoghi Santi), un regime fiscale per la Chiesa che riconosca e ribadisca i diritti che aveva al momento della creazione dello Stato di Israele e la sicurezza sociale per il clero e i religiosi.

Quando la Santa Sede stabilì relazioni diplomatiche con lo Stato di Israele nel 1993, come gesto di buona volontà Giovanni Paolo II decise di proporre un Accordo Fondamentale ("Fundamental Agreement") e negoziare in seguito tali questioni in dettaglio.

Negli ultimi anni, i negoziati avviati nel 1999 sono proseguiti in modo piuttosto lento, segnando una battuta d'arresto tra il 2002 e il 2007.

Il prossimo incontro si terrà tra il 28 e il 29 ottobre 2009.


Mons. Vincenzo Manzella, nuovo Vescovo di Cefalù

CITTA' DEL VATICANO, venerdì, 18 settembre 2009 (ZENIT.org).- Benedetto XVI ha nominato Vescovo di Cefalù, mons. Vincenzo Manzella, finora Vescovo di Caltagirone.

Il Santo Padre aveva precedentemente accettato la rinuncia al governo pastorale della diocesi di Cefalù, presentata da mons. Francesco Sgalambro, al raggiungimento dei 75 anni d'età.

Mons. Vincenzo Manzella è nato a Casteldaccia, in provincia e arcidiocesi di Palermo, il 16 novembre 1942. Ha compiuto gli studi medi e il quadriennio teologico nel Seminario Arcivescovile Maggiore di Palermo.

In seguito, dopo l’ordinazione sacerdotale, ha conseguito la specializzazione in Pastorale e la laurea in Diritto Canonico presso la Pontificia Università Lateranense, come pure la laurea in Teologia presso la Pontificia Università San Tommaso d’Aquino. È stato ordinato sacerdote il 1° luglio 1967, per l’Arcidiocesi di Palermo.

Ha svolto i seguenti incarichi: Segretario dei Cardinali Francesco Carpino e Salvatore Pappalardo dal 1968 al 1978; Segretario aggiunto della Conferenza Episcopale Siciliana dal 1976 al 1978; Arciprete della Parrocchia Matrice di Termini Imerese dal 1978 al 1986.

Nel 1986 è stato nominato Rettore del Seminario Arcivescovile Maggiore di Palermo che ha retto fino al 1991.

Per diversi anni ha svolto anche il compito di Difensore del Vincolo presso il Tribunale ecclesiastico diocesano. E’ stato Presidente dell’Istituto diocesano per il sostentamento del clero e Membro del Consiglio Presbiterale e del Collegio dei Consultori.

Eletto Vescovo di Caltagirone il 30 aprile 1991, è stato consacrato Vescovo il 29 giugno dello stesso anno.

In seno alla Conferenza Episcopale Siciliana è Delegato per i Problemi sociali, del Lavoro e Giustizia e Pace.


“Convergenza” tra Santa Sede e una delegazione di deputati francesi
Sul piano internazionale e davanti alle grandi sfide della società

CITTA' DEL VATICANO, venerdì, 18 settembre 2009 (ZENIT.org).- Tra la Santa Sede e la delegazione del gruppo France-Sainte-Siège dell'Assemblea nazionale francese c'è “una profonda convergenza di vedute sia sul piano internazionale sia a proposito delle grandi sfide che affronta la società attuale”.

Lo ha affermato il presidente del gruppo, il deputato Jacques Remiller, descrivendo la visita che i rappresentanti francesi hanno compiuto in Vaticano dal 14 al 17 settembre, come riporta “L'Osservatore Romano”.

Il programma della visita, che si inscrive nel processo di dialogo voluto dalla Camera dei Deputati ed è stata organizzata insieme all'ambasciata di Francia presso la Santa Sede e il suo ambasciatore, Stanislas de Laboulaye, ha incluso numerosi incontri con personalità della Santa Sede e la visita al Seminario francese, che per Remiller riflette la vivacità della Chiesa in Francia e della sua gioventù in stato di missione.

La delegazione è stata ricevuta dall'Arcivescovo Dominique Mamberti, segretario per i Rapporti con gli Stati, affrontando temi di interesse comune come la situazione in Africa, i rapporti con l'islam e la situazione in Medio Oriente e in Terra Santa.

Allo stesso modo, sono state affrontate anche questioni sociali come la legge sulla bioetica e la vita nella sua fase terminale.

I parlamentari hanno inoltre incontrato monsignor Jean-Marie Speich, capo della sezione francofona della Segreteria di Stato, ribadendo l'attaccamento della Francia ai valori cristiani e l'importanza del dialogo fra la Chiesa e lo Stato con le sue istituzioni, e il segretario della Congregazione per l'educazione cattolica, l'Arcivescovo Jean-Louis Bruguès, sottolineando l'urgenza di educare le nuove generazioni.

Vista l'importanza della comunicazione per un deputato, i delegati si sono riuniti con il segretario del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, monsignor Paul Tighe, il direttore della “Radio Vaticana”, della Sala Stampa della Santa Sede e del Centro Televisivo Vaticano, padre Federico Lombardi, e il direttore de “L'Osservatore Romano”, Giovanni Maria Vian.

“Nel resoconto che consegneranno a Bernard Accoyer, presidente dell'Assemblea nazionale, i deputati francesi non mancheranno di riferire l'atmosfera di speranza e di ottimismo per il futuro che hanno respirato durante la loro visita, in particolare con il Cardinale Roger Etchegaray, ma anche e soprattutto durante l'udienza generale con il Papa, punto culminante della loro visita”, conclude il quotidiano vaticano.


Notizie dal mondo

Mary Ann Glendon: c'è una relazione tra libertà religiosa e democrazia
Simposio Internazionale “Voces: lo Stato Laico e la Libertà Religiosa”

CITTA' DEL MESSICO, venerdì, 18 settembre 2009 (ZENIT.org).- Esperti di tutto il continente discuteranno sullo stato della libertà religiosa in Messico e in America nel Simposio Internazionale “Voces: lo Stato Laico e la Libertà Religiosa”, a Città del Messico.

Mary Ann Glendon, docente di Diritto presso l'Università di Harvard ed ex ambasciatrice degli Stati Uniti presso la Santa Sede, ha affermato a questo proposito che “esiste una correlazione molto stretta tra la libertà religiosa e il mantenimento di uno Stato democratico”.

Il Simposio, che si celebrerà il 25 e il 26 settembre, è stato organizzato dal Fondo Becket Pro-Libertad Religiosa, un'organizzazione non governativa con status di consultore presso le Nazioni Unite. E' sostenuto dall'Arcidiocesi di Città del Messico e patrocinato dai Cavalieri di Colombo.

“Coprendo una varietà di temi, dall'applicazione della libertà religiosa in un contesto internazionale alle questioni specifiche in vari Paesi del continente americano, il Simposio è un'esperienza innovativa per la società messicana”, spiegano gli organizzatori.

L'evento offrirà discussioni e laboratori su aspetti della libertà religiosa che interessano Messico, Argentina, Cile, Canada, Brasile, Colombia e Stati Uniti.

Esperti di questi Paesi si concentreranno sulle basi filosofiche, i precedenti storici e le sfide che la libertà religiosa affronta in ogni Paese, soprattutto in Messico.

Mary Ann Glendon, una dei partecipanti, ha sottolineato l'importanza del Simposio affermando che “l'esperienza storica indica che esiste una correlazione molto stretta tra la libertà religiosa e il mantenimento di uno Stato democratico che rispetta la libertà individuale, l'uguaglianza e un regime di diritto, e che assiste le necessità dei cittadini più svantaggiati”.

“Credo che ci si debba congratulare con gli organizzatori del Simposio Voces per aver sottolineato un tema così opportuno e rilevante”, ha osservato l'ex ambasciatrice.

Da parte sua Carl Anderson, cavaliere supremo dei Cavalieri di Colombo, ha spiegato che “la libertà religiosa è un diritto fondamentale, il cuore dei diritti umani e la pietra angolare di una salutare democrazia”.

“Il Simposio 'Voces' sarà la conferenza a cui devono assistere tutti coloro che sono interessati a salvaguardare libertà e giustizia in tutta l'America, dal Canada all'Argentina”.

Obiettivo del Simposio è aumentare la conoscenza degli standard internazionali del diritto alla libertà religiosa e della loro applicazione nei Paesi dell'emisfero occidentale.

Vuole anche promuovere le voci nascenti della libertà religiosa in quei Paesi e incoraggiare la collaborazione tra accademici, attivisti e altri innovatori della cultura religiosa.


Per ulteriori informazioni, www.simposiovoces.org.


Il Cardinale Shan riceve il premio presidenziale per la pace a Taiwan
A 85 anni, malato di cancro, viaggia per animare chi soffre

TAIPEI, venerdì, 18 settembre 2009 (ZENIT.org).- Il Cardinale Paul Shan ha ricevuto il premio presidenziale per la pace di Taiwan per il suo contributo alla convivenza e all'armonia etnica, ha annunciato questo lunedì l'Associazione Nazionale Culturale del Paese.

A 85 anni di età e malato di cancro al pancreas, il Vescovo emerito di Kaohsiung ed ex presidente della Conferenza Episcopale Regionale Cinese di Taiwan si è dedicato ultimamente ad animare il prossimo nell'affrontare la vita con coraggio, attraverso visite alle Diocesi di Taiwan.

Di recente ha incontrato le vittime del tifone Morako, che nel mese di agosto ha provocato più di 500 morti e ingenti danni materiali.

Il Cardinale ha detto di sentirsi molto onorato per il conferimento del premio, secondo quanto reso noto dal quotidiano Taipei Times.

Tra i vincitori dei premi presidenziali di quest'anno c'è anche la ONG Good Shepherd Social Welfare Service, delle suore del Buon Pastore, che si dedica alla cura di adolescenti maltrattate o prostitute.

Il Presidente di Taiwan, Ma Ying-jeou, consegnerà i premi nel corso di una cerimonia che avrà luogo il 1° novembre nella città di Wufeng (Taichung). I vincitori riceveranno un certificato e una somma di quasi 21.000 euro.


Vescovi irlandesi: si può votare “sì” al Trattato di Lisbona
Monsignor Treanor: “Non ci sono ragioni religiose o etiche per il 'no'”

di Inma Álvarez

DUBLINO, venerdì, 18 settembre 2009 (ZENIT.org).- Non ci sono obiezioni di tipo religioso o etico che giustifichino un nuovo “no” al Trattato di Lisbona. Al contrario, un rifiuto “potrebbe mettere in pericolo questo risultato importante per la fede e la società”.

Lo ha affermato questo mercoledì il Vescovo di Down e Connor, monsignor Noel Treanor, che è stato anche rappresentante dell'Irlanda presso la Commissione degli Episcopati della Comunità Europea (COMECE) davanti al Comitato parlamentare per gli affari europei del Trattato di Lisbona (Oireachtas Joint Committee on Europe Affairs on the Lisbon Treaty).

La riunione si è svolta in vista del referendum che si svolgerà nel Paese il 2 ottobre per ratificare o meno il Trattato di Lisbona dopo il rifiuto espresso nella prima votazione, nel maggio 2008.

Il presule, che ha detto di avere il sostegno del Cardinale Séan Brady, primate d'Irlanda e presidente della Conferenza Episcopale, ha affermato che “un cattolico può, senza riserve e in buona coscienza, votare il Trattato di Lisbona”.

Citando lo stesso Cardinale Brady, monsignor Treanor ha ricordato che “la cristianità irlandese ha giocato un ruolo di primo piano nello stabilire gli ideali di base di un'Europa unita”, e che il rifiuto degli irlandesi per l'UE “indebolirebbe l'influenza della nostra eredità cristiana nella futura direzione dell'Europa”.

“La Chiesa cattolica ha sostenuto decisamente gli obiettivi e la direzione dell'Unione Europea”, un processo “piuttosto fragile in cui non tutto è deciso” e in cui l'Irlanda, così unita all'Europa dalla sua storia, “non dovrebbe essere assente”.

Aborto e laicismo

Il presule si è anche riferito a una delle questioni che preoccupano di più l'opinione pubblica cattolica irlandese, quella dell'aborto, legalmente proibito in Irlanda. In questo campo, ha affermato monsignor Treanor, durante il dibattito ci sono stati “paure e fraintendimenti”.

“Il Trattato di Lisbona non altera la posizione legale dell'aborto in Irlanda. Questo è stato assicurato mediante garanzie legali (che diventeranno protocolli) assicurati dal Governo irlandese dal primo referendum”, ha ribadito.

Alludendo a certe pubblicazioni e organizzazioni che a suo avviso “hanno fornito informazioni incomplete o poco affidabili sulla possibilità che il Trattato elimini le difese legali irlandesi per il concepito”, il presule ha affermato che “nessuna di queste parla in rappresentanza della Chiesa cattolica”.

Pur ammettendo che non è possibile dire come si evolverà la legislazione, ha spiegato che è necessario che i cristiani non siano assenti dalla “fabbrica” dell'Europa del domani.

Proprio “per l'influenza dell'ideologia secolare, con le forze culturali che attentano contro una consistente etica della vita, o per le preoccupazioni sullo status del matrimonio e della famiglia, l'ideale della partecipazione invita i cristiani a impegnarsi pienamente con i rappresentanti e le istituzioni democratiche disponibili, a livello sia nazionale che europeo”.

“Come ha detto Papa Benedetto XVI, noi cristiani dobbiamo essere attivamente presenti nel dibattito pubblico a livello europeo”, ha aggiunto. “Dobbiamo promuovere il dialogo della ragione e della fede nella vita dell'Europa e delle sue istituzioni”.

Per leggere l'intervento completo: www.catholicbishops.ie


Il cattolicesimo non si può diluire in un discorso generico
Card. Scherer: realizziamo le opere tipiche della fede cattolica?

SAN PAOLO, venerdì, 18 settembre 2009 (ZENIT.org).- Il Cardinale Odilo Scherer, Arcivescovo di San Paolo (Brasile), invita i fedeli a praticare le opere tipiche della fede cattolica, evitando così che il cattolicesimo venga diluito in un discorso generico.

In un articolo pubblicato sul settimanale arcidiocesano “O São Paulo”, il porporato spiega che i musulmani “sono al termine del mese di digiuno sacro (Ramadan), durante il quale praticano il digiuno, pregano più intensamente, vanno alla moschea ad ascoltare le prediche e svolgono altre attività religiose”.

“Qualcosa di simile a ciò che i cattolici sono invitati a fare durante la Quaresima... – ha constatato –. Questo ci fa chiedere se anche noi realizziamo le opere di fede tipiche della fede cattolica, e non solo durante la Quaresima”.

Il Cardinale sottolinea poi che alcune pratiche della nostra fede “devono essere recuperate se non vogliamo che il cattolicesimo resti diluito in un discorso generico, a volte anche bello”.

Come esempio, cita la santificazione della domenica e la Messa domenicale. “Andando in chiesa, diamo una testimonianza pubblica della nostra fede in Dio, alimentiamo la vita cristiana nella preghiera, nell'ascolto della Parola di Dio e nell'Eucaristia, e ci esortiamo alla vita di speranza e di carità”.

“Ma è importante anche l'esercizio quotidiano della preghiera, come è insegnato dalla Chiesa e in conformità con le devozioni cattoliche – osserva –. E leggere la Bibbia, Parola di Dio, con l'interesse di chi vuole ascoltare Dio”.

Secondo il porporato, “la fede cattolica, senza carità, non è autentica”; per questo, “ha bisogno di essere tradotta nelle pratiche quotidiane della carità con il prossimo”. “L'elemosina, l'aiuto concreto ai bisognosi, l'alleviamento dei dolori di chi soffre, l'impegno per la giustizia sociale e la difesa della dignità della persona e dei suoi diritti, tutte queste cose sono espressioni concrete della fede, che opera mediante la carità”.

“La Chiesa raccomanda saggiamente la pratica delle opere di misericordia, che danno un carattere concreto alla nostra fede: dar da mangiare agli affamati, dar da bere agli assetati; vestire chi non ha abiti; ospitare chi non ha un tetto; visitare i malati e i carcerati, consolare gli afflitti, seppellire i defunti...”.

“Ricordiamo ancora queste cose o pensiamo che siano atteggiamenti 'assistenzialisti' e quindi ci giustifichiamo?”, ha chiesto monsignor Scherer. “Queste sono proprio le opere elencate nel capitolo 25 di San Matteo, nella cena del grande giudizio finale, quando Gesù dirà: 'L'avete fatto a me' o 'non l'avete fatto a me'”.

“A questo proposito – conclude il Cardinale –, quando è stata l'ultima volta che ho fatto un'elemosina a qualcuno? O che ho visitato un malato? Un prigioniero? Quando ho soccorso qualcuno che era nel bisogno?”.


Colombia: la Chiesa si offre come mediatrice per liberare gli ostaggi
Il Governo gli affida il coordinamento della liberazione di 24 poliziotti e militari

BOGOTA', venerdì, 18 settembre 2009 (ZENIT.org).- La Chiesa cattolica in Colombia ha annunciato questo mercoledì di essersi offerta per mediare la liberazione dei 24 poliziotti e militari sequestrati dalle Forze Armate Rivoluzionarie di Colombia (FARC), ma con l'autorizzazione del Governo e della guerriglia.

“Il Governo ha ammesso che con la guida e il coordinamento della Chiesa si accetterà la missione della dottoressa Piedad Córdoba come accompagnatrice con la Croce Rossa. Manca solo che le FARC accettino la proposta”, ha detto ai mezzi di comunicazione il segretario della Conferenza Episcopale della Colombia (CEC), monsignor Juan Vicente Córdoba Villota.

Il presule ha sottolineato che si tratterebbe di un'ottima opportunità, “perché l'intermediario non ha alcun interesse politico”.

Le FARC tengono sotto sequestro membri delle forze di sicurezza colombiane, alcuni da più di 12 anni, e chiedono al Governo di Álvaro Uribe in cambio degli ostaggi la liberazione di alcuni ribelli che si trovano in carcere.

Il 31 agosto scorso, vari video con testimonianze di sette poliziotti e due militari sequestrati dalle FARC sono stati diffusi come prova del fatto che sono ancora in vita, tra le richieste generalizzate dei familiari e degli stessi prigionieri affinché la guerriglia liberi tutti gli ostaggi.


Italia

I giornali manipolano la sentenza del TAR sul fine vita
Il Movimento per la Vita chiede una rettifica al Corriere della Sera

di Antonio Gaspari

ROMA, venerdì, 18 settembre 2009 (ZENIT.org).- Questo venerdì gran parte dei mezzi di comunicazione ha scritto articoli e trasmesso servizi sostenendo che il Tribunale Amministrativo Regionale (TAR) del Lazio avrebbe bocciato con la sentenza n.8650/09 l'imposizione di alimentazione e idratazione, riconoscendo la necessità di rispettare la volontà del cittadino anche in stato vegetativo persistente.

In questo modo la sentenza del TAR sarebbe un tentativo di respingere il disegno di legge firmato dal senatore Raffaele Calabrò, già votato al Senato e in discussione alla Camera dei Deputati.

La valutazione espressa dai mass media, tuttavia, non è vera. La sentenza non boccia alcunché, e l'opposizione al ddl Calabrò è l'opinione di un magistrato e non della sentenza.

A questo proposito, il sottosegretario di Stato al Lavoro, alla Salute e alle Politiche Sociali, Eugenia Roccella, ha scritto in una nota che sulla sentenza del TAR del Lazio "c'è stato da parte dei mezzi di comunicazione un clamoroso e totale fraintendimento".

"Una vittoria, cioè il respingimento del ricorso, è stata trasformata da stampa e televisioni, tranne pochissime eccezioni, in una sconfitta", ha osservato la Roccella.

Secondo il sottosegretario di Stato, "la sentenza parla chiaramente: il tribunale amministrativo ha dichiarato il ricorso inammissibile ammettendo di non avere la competenza per esprimersi sull'argomento".

Per la Roccella, "il fatto che all'interno di una sentenza in cui il giudice si dichiara non competente a decidere lo stesso giudice esprima le proprie opinioni su idratazione e alimentazione non ha alcun effetto giuridico, né su altri tribunali né sull'iter parlamentare del disegno di legge sul testamento biologico".

Di fronte ad un tale tentativo di manipolare l'informazione, il presidente del Movimento per la Vita Carlo Casini ha scritto una lettera al direttore del Corriere della Sera, Francesco De Bortoli, in cui esprime sorpresa e chiede di rettificare l'informazione in questione.

"Con sorpresa - scrive il presidente del MpV - abbiamo aperto oggi il Corriere trovandovi fin dalla prima pagina una serie di gravi travisamenti della realtà a proposito della decisione del TAR Lazio sul provvedimento Sacconi in materia di idratazione e alimentazione di persona in stato vegetativo persistente".

Si legge, tanto per fare degli esempi, che "Il TAR boccia l'alimentazione forzata ai pazienti in stato vegetativo" o che "Il TAR boccia la direttiva Sacconi sul caso Englaro".

"La verità, come lei ben saprà, è l'esatto contrario - sottolinea Casini -: il TAR del Lazio ha dichiarato inammissibile il ricorso del Movimento di difesa dei cittadini che chiedeva la cancellazione del provvedimento del Ministro Sacconi e senza dichiarare in alcun modo nel dispositivo che 'a nessuna persona cosciente o in stato di incoscienza possono essere imposte alimentazione e idratazione artificiali'".

"Il TAR - continua il presidente del MpV - si è limitato a dichiarare di non poter decidere sulla questione perché riguarda l'esistenza o l'inesistenza di un diritto, questione su cui esso non ha alcuna competenza".

In merito alle opinioni del giudice che ha redatto la sentenza, Casini precisa che "è vero che la redattrice della motivazione della decisione ha fatto intendere che - secondo lei - esiste il diritto a rifiutare idratazione e alimentazione anche da parte incoscienti" , ma "questo, se fa temere un uso politico dell'attività giurisdizionale (perché una sentenza dovrebbe maturare soltanto sui presupposti della loro decisione finale), non influisce sulla sostanza della decisione del Tribunale e di conseguenza non dovrebbe condizionare chi dovrebbe tenere ben distinte le notizie dalle opinioni".

Il presidente del MpV sostiene che "in un periodo in cui molto si discute su diritti e doveri dell'informazione risulta veramente insopportabile un uso giornalistico delle notizie mirato - com'è di tutta evidenza - ad influire sull'opinione pubblica ed in particolare sul legislatore impegnato ad esaminare la delicatissima materia".

In merito agli esiti del procedimento, il Movimento per la Vita, che era intervenuto nella procedura per sostenere l'inammissibilità del ricorso, si ritiene "ovviamente più che soddisfatto del risultato ottenuto. Ma non può non criticare il modo, quanto meno superficiale, che molti giornali - Corriere in testa - hanno usato per riportare la notizia".

"In questo senso - conclude Casini nella lettera inviata al direttore del Corriere della Sera -, anche ai sensi della legge sulla stampa, le chiedo di rettificare l'informazione data ai suoi lettori".


Ordinario militare per l'Italia: “il terrorismo ha paura della solidarietà”
All'indomani dell'attentato a Kabul in cui sono morti 6 militari italiani

ROMA, venerdì, 18 settembre 2009 (ZENIT.org) - “Il terrorismo ha paura della solidarietà, per questo si nutre del disprezzo per la vita umana”. E' quanto ha dichiarato a “L'Osservatore Romano” l'Arcivescovo Vincenzo Pelvi, Ordinario militare per l'Italia, all'indomani del tragico attentato a Kabul in cui hanno perso la vita sei militari italiani della Folgore.

“Ci sono momenti - ha confessato - in cui il bene e il male si confondono, in cui la rabbia prevarica, momenti in cui è naturale chiedersi: perché? Essere in un Paese ostile per il bene dello stesso sembra un paradosso”.

Tuttavia, ha affermato, “bisogna ricordare che non è il Paese a essere ostile, ma solo una minoranza di chi lo popola”.

“I nostri militari sono in Afghanistan per proteggere e incoraggiare chi vuole vivere in pace e migliorare le proprie drammatiche condizioni di vita”, ha ricordato l'Arcivescovo.

“A nessuno può sfuggire la loro generosità – ha continuato – che, oltre a garantire la sicurezza del territorio, sta aiutando a ricostruire le istituzioni e le infrastrutture di quel Paese”.

“In questo periodo così delicato, dunque, sento anzitutto il dovere di ringraziare i giovani militari, sia come uomo che come fratello e padre nel Signore”, ha sottolineato il presule.

Nella situazione drammatica che si vive in Afghanistan, ha poi affermato, “il primo pensiero è rivolgere a Dio la nostra supplica intensa e fiduciosa”.

Infatti, ha concluso, “quanto più insormontabili sembrano le difficoltà e oscure le prospettive, tanto più insistente deve farsi la preghiera per implorare da Dio il dono della comprensione reciproca, della concordia e della pace”.


Parola e vita

La vita è un bambino nel mezzo
XXV Domenica del Tempo Ordinario, 20 settembre 2009

di padre Angelo del Favero*

ROMA, venerdì, 11 settembre 2009 (ZENIT.org).- “Partiti di là, attraversavano la Galilea, ma egli non voleva che alcuno lo sapesse. Insegnava infatti ai suoi discepoli e diceva loro: 'Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà'. Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo. Giunsero a Cafarnao. Quando fu in casa chiese loro: “Di che cosa stavate discutendo per la strada?”. Ed essi tacevano. Per la strada, infatti, avevano discusso tra loro chi fosse più grande. Sedutosi, chiamò i Dodici e disse loro: 'Se uno vuol essere il primo sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti'. E, preso un bambino, lo pose in mezzo a loro e, abbracciandolo, disse loro: 'Chi accoglie uno solo di questi bambini nel mio nome, accoglie me; e chi accoglie me, non accoglie me, ma colui che mi ha mandato' (Mc 9,30-37)”.

“Fratelli miei, dove c’è gelosia e spirito di contesa, c’è disordine e ogni sorta di cattive azioni. Invece la sapienza che viene dall’alto anzitutto è pura, poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, imparziale e sincera” (Gc 3,16-17).

Questa discussione dei discepoli su chi tra loro fosse più grande ci sorprende: sembra alquanto infantile e un po’ ridicola, indegna fra gente che ha rinunciato a tutto per seguire il Signore. Se poi consideriamo il contesto immediato dell’annuncio della sua passione rimaniamo sconcertati: è mai possibile tanta superficialità? Stare con Gesù (Mc 3,14) non ha cambiato il modo di pensare dei discepoli?

Una cosa è evidente: il cuore dell’uomo è e rimane un abisso di fragilità anche negli amministratori della grazia divina, e non c’è nessuno tra i battezzati che possa presumere di mantenersi sempre fedele con le proprie forze. Pur non volendolo, rinnegare il Signore anche in materia grave è sventura del tutto possibile, data la nostra natura, e il triplice rinnegamento di Pietro di fronte alla giovane portinaia è monito eloquente per tutti (Gv18,17). Tuttavia sappiamo che Dio non permetterà mai che siamo tentati al di sopra delle nostre forze, se sapremo essere vigilanti. Ma la disonorevole discussione degli apostoli non rimanda solo alla sabbia della nostra natura e alla roccia della Parola del Signore. Scopriamo, infatti, che la questione di chi sia il più grande occupa anche la gran parte dei nostri discorsi, costituendo in tal modo un’attitudine peccaminosa profonda.

Lo dimostra la propensione quotidiana al giudizio; la pratica della critica sistematica verso familiari, verso i politici nazionali e locali; la mormorazione verso i sacerdoti, i vescovi, il Papa; le più che ingenerose considerazioni sui vicini di casa, sui colleghi, sugli amici, ecc. Ora è chiaro che tutta questa inesauribile e ricorrente materia di confessione scaturisce da un implicito confronto: “io non sono così; io non farei mai una cosa simile; io, se fossi al posto suo...”. In altre e più vere parole: “io sono più grande di lui, di lei, di loro”.

Un minimo di pudore e una buona dose di falsa umiltà impediscono quest’ultima e più sfacciata affermazione, ma i nove decimi dell’iceberg dell’amor proprio che affiora sulla superficie della nostra coscienza, sono questi. E’ vero che molto spesso taluni comportamenti altrui meritano oggettiva disapprovazione, ma il tono e il sentimento con cui ne parliamo rivelano inesorabilmente che in quel momento ci stiamo collocando nel mezzo del tempio, in compagnia del fariseo soddisfatto di non essere come gli altri, in particolare come quel pubblicano là dietro, in fondo alla chiesa, intento a battersi il petto per sua colpa, sua colpa, sua massima colpa (Lc 18,9-14).

Ecco, oggi Gesù ci mostra anzitutto l’iceberg sommerso del nostro orgoglio ed egoismo originale, dopodichè ci insegna come fare per cominciare a scioglierlo: “Se uno vuole essere il primo – (questo istintivamente ci piace, ma subito viene la doccia fredda...) – sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti” (Mc 9,35). Uno shock, se prendiamo alla lettera queste parole! Ma con questo deciso scossone il Signore non vuole gettare a terra nessuno: al contrario vuole solamente aiutarci a camminare sicuri in una nuova e più lieta direzione: quella dell’accoglienza reciproca nell’abbraccio dell’ amore del Padre.

Il senso delle parole drastiche di Gesù potrei esprimerlo così: “non cercate mai di primeggiare, ma siate disponibili ed accoglienti verso tutti; abbiate un atteggiamento pronto al servizio e fatevi prossimo di chi ha bisogno del vostro soccorso, specialmente dei più deboli e poveri, quelli lasciati e tenuti ai margini di questa società, quelli che si trovano nelle necessità più gravi ed urgenti. Sì, accoglieteli nel vostro cuore come se accoglieste me, poiché siamo tutti fratelli, siamo tutti dentro l’abbraccio amorevole del Padre mio e Padre vostro”.

Vediamo, infatti, che Gesù prende la mano di uno tra i suoi più piccoli ascoltatori presenti (probabilmente gli unici non scandalizzati), lo mette in mezzo (come a dire: state attenti perché vi sto mostrando il cuore della questione), lo abbraccia e ci esorta a fare nostra questa sua concreta tenerezza. In effetti, al tempo di Gesù, il bambino, pur godendo una grande stima in Israele come premio e benedizione di Dio, era l’ultimo nella scala sociale, del tutto privo di considerazione.

Oggi il bambino messo al centro ed abbracciato da Gesù è la vita umana, la vita al suo sorgere e la vita al suo tramonto, semplicemente la vita! Ma più di tutto è la vita dell’uomo nel grembo la più inerme ed innocente, la più minacciata ed odiata, la più bisognosa di quell’accoglienza che nemmeno nel luogo più sicuro del mondo e da parte delle persone più fidate (i genitori), trova più.

E’ assolutamente imprescindibile, affinchè si sviluppi nella società globalizzata la civiltà dell’amore e della pace, che al centro di tutto sia messa la vita umana, cioè ogni bambino concepito che Dio stesso fa essere, nel suo Figlio, il cuore del mondo.

Lo fa intendere esplicitamente Benedetto XVI: “L’apertura alla vita è il centro del vero sviluppo. Quando una società s’avvia verso la negazione e la soppressione della vita, finisce per non trovare più le motivazioni necessarie per adoperarsi al servizio del bene dell’uomo. Se si perde la sensibilità personale e sociale verso l’accoglienza di una nuova vita, anche le altre forme di accoglienza utili alla vita sociale si inaridiscono. L’accoglienza alla vita tempra le energie morali e rende capaci di aiuto reciproco” (Enciclica “Caritas in veritate”, n° 28).

E’ questa la strada della fiducia in Dio, in direzione opposta a quella dell’orgogliosa e presuntuosa autosufficienza, strada maestra dell’affidamento totale a Lui, nella certezza di fede che tutto è governato dalla divina provvidenza del Padre. E’ l’atteggiamento stesso di Gesù, sempre abbandonato alla volontà del Padre ed Egli stesso Via della semplicità e dell’umiltà, Verità da conoscere e Vita da accogliere. E’ Lui la “Sapienza che viene dall’alto, anzitutto pura, poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, imparziale e sincera” (Gc 3,17).

Preghiamo allora la Madre della Vita perché affretti il compimento della Parola di oggi: “O Maria, aurora di un mondo nuovo, siamo consapevoli che la vita è costantemente nel mezzo di una grande lotta. Il Maligno, omicida fin dal principio, attenta continuamente alla vita dell’uomo e dell’umanità. A te è affidato il compito di difenderci dal dragone infernale, fino al giorno in cui il Frutto del tuo seno riporterà la vittoria definitiva. Accogli, o Maria, i nostri grandi desideri per la vita, falli passare per il tuo Cuore Immacolato e presentali a Gesù, come facesti a Cana, dicendogli: “Non hanno più vino!”; e noi, ammaestrati dalla tua sapienza materna, faremo quello che Gesù ti dirà per far vincere la Vita. Amen”.

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* Padre Angelo del Favero, cardiologo, nel 1978 ha co-fondato uno dei primi Centri di Aiuto alla Vita nei pressi del Duomo di Trento. E' diventato carmelitano nel 1987. E' stato ordinato sacerdote nel 1991 ed è stato Consigliere spirituale nel santuario di Tombetta, vicino a Verona. Attualmente si dedica alla spiritualità della vita nel convento Carmelitano di Bolzano, presso la parrocchia Madonna del Carmine.


Forum

Paolo e Teilhard, teologi della Materia?
La rivalutazione della materia in Pierre Teilhard de Chardin

ROMA, venerdì, 18 settembre 2009 (ZENIT.org).- Riportiamo di seguito l'articolo apparso sul nuovo numero di Paulus, dedicato a “Paolo il cosmopolita”.

* * *

Padre Teilhard de Chardin ha illustrato una prospettiva ai suoi tempi piuttosto innovativa, riguardo alla concezione della vita che – al contrario di visioni sbilanciate in modo esclusivo sull’Aldilà, mortificando questa dimensione esistenziale – valorizza la dimensione materiale tanto da parlare di «Santa Materia» (cfr. Rm 14,14). La critica ormai poderosa sull’opera teilhardiana ha messo ampiamente in risalto alcuni suoi costanti riferimenti biblici, in particolare gli scritti di san Paolo e di san Giovanni, come precisato dallo stesso padre Teilhard in più occasioni. Tuttavia, ai suoi tempi l’esegesi moderna stava ancora muovendo i primi passi, senza essere ancora in grado d’identificare nell’ampio corpus paulinum i testi attribuibili all’Apostolo, rispetto a quelli collocabili soltanto nella cosiddetta “scuola paolina”. Assumiamo qui l’ipotesi secondo cui la visione di padre Teilhard – senza nulla togliere alle sue eccezionali intuizioni e alle sue ardite formulazioni di raccordo tra teologia e scienza – non costituisca un novum in senso assoluto, ma riprenda un sapere già presente nella Tradizione della Chiesa e, ancor prima, nella stessa sacra Scrittura, soprattutto a partire dall’apostolo Paolo. Visione cui il gesuita francese, tuttavia, non perviene partendo dal testo biblico, ma attraverso l’osservazione della natura, applicandosi all’analisi empirica della paleontologia. Questo senza mai proporsi, peraltro, né un’elaborazione teorica – tanto meno filosofica e teologica – sistematica, bensì cercando di avanzare ciò che egli stesso umilmente definisce «un’ipotesi probabile».

Gli ambienti divini in Paolo:“cosmo”, “corpo”, “cuore”

Assumendo l’odierna configurazione delle fonti prime dell’Apostolo (1Ts, 1 e 2Cor, Fm, Fil, Gal, Rm), non intendiamo escludere quelle seconde per accedere a una visione complessiva del corpus paulinum riguardo alla sequenza escatologica riassunta nei termini di parusía e pléroma. Fatta la debita premessa sulle implicazioni assai complesse dell’orizzonte semantico giudaico-ellenistico che si riscontra nei testi paolini, valga il richiamo all’antropologia biblica e a quella cristiana, segnata indelebilmente dal Mistero dell’Incarnazione, e dalla nuova economia di salvezza così inaugurata. Scontando dunque la lontananza della nostra comprensione rispetto al linguaggio biblico, ove non compare mai il termine di “materia” come oggi intesa, si sono anzitutto individuate le occorrenze di altri termini di senso ampliato, quali “cosmo”, “corpo”, “cuore”.

Cosmo. Nel linguaggio biblico non si trova un termine equivalente, se non negli ultimi libri dell’Antico Testamento (Sapienza, 2Maccabei): si usa piuttosto il termine “creazione” (ktísis, dal verbo ktízo: “fondare, installare, costruire, creare”), corrispondente all’ebraico bara’ (X. Leon-Dufour). Nel Nuovo Testamento, Paolo riconsidera il cosmo secondo una prospettica cristologica e antropologica. Per Paolo kósmos è l’universo che comprende in sé tutte le cose (tà pánta, cfr. Rm 11,36), comprese la stessa umanità e perfino le pretese divinità (1Cor 8,41). Identico il termine in Galati 3,22 e in Romani 11,32. Senonché, a dispetto dell’armonia prospettata nell’incipit della Genesi, Paolo percepisce che il mondo ha perduto il suo equilibrio originario: pertanto lo evoca con l’appellativo «questo mondo» (1Cor 1,20-21; 3,19; 5,10; 7,31.33-34), la cui sapienza è stolta (1Cor 1,20; 3,18; 8,13). L’eone cosmico, in tal senso, è caduco (1Cor 7,31). D’altra parte, però, «del Signore è la terra e tutto ciò che contiene» (1Cor 10,26; cfr. Sal 24,1), «poiché da Lui, grazie a Lui e per Lui sono tutte le cose» (Rm 11,36). Insomma, «Dio è e opera in tutto, così che tutto ha in lui consistenza e da lui deriva» (R. Schnackenburg). Di qui, una serie di realtà (lavoro, fatica, impegno, cibo) traggono linfa vitale e concorrono all’opera di salvezza.

Corpo. Il riferimento di Paolo all’orizzonte semantico ebraico è forte, ma capace di operare un salto iperbolico captando dall’ellenismo la categoria dello “spirituale” (1Cor 15,46) e operando un’inedita contaminazione nel creare il concetto di «corpo spirituale». Esso si estende dalla persona umana al «corpo di gloria» del Kýrios, per giungere fino alla figura ecclesiale. La corporeità di Cristo è pneumatica perché totalmente ancorata nella dipendenza da Dio e animata dal suo Spirito. La salvezza si opera qui: Gesù Cristo, infatti, è colui al quale Dio ha sottomesso ogni cosa (1Cor 15,27). La salvezza cristica raggiunge l’uomo anche nella sua dimensione corporea (Rm 8,23), realizzando una solidarietà tra corpo e cosmo (Rm 8,19-25). Nella versione greca dei LXX gli equivalenti dell’ebraico basar (“corpo”) sono sóma e, per il Nuovo Testamento, anche sárx (“carne”). Se vi è un’antitesi, essa non è tra fisicità e interiorità (entrambe compongono la natura umana), bensì tra l’essere creato e Dio creatore. Se il corpo è già in sé “cosa buona”, le Lettere ai Galati e ai Romani ne accentuano il valore in chiave cristologica: la redenzione, infatti, è connessa all’assunzione della carne. Essa è abitata dal peccato che ha reso schiavo il corpo, ma Gesù Cristo ha assunto un corpo, rendendolo il luogo dove si attua la riconciliazione. Per questo possiamo glorificare Dio nel nostro corpo (1Cor 6,19-20). Oltrepassando l’opposizione ellenica tra materiale e immateriale, il dinamismo concepito da Paolo realizza una continuità tra dimensione somatica e prospettiva della risurrezione: ecco il «corpo celeste». In sintesi: «la carne [del peccato] in Cristo è ridivenuta corpo, quindi possibilità che tutto, fino alle estreme propaggini della materia, sia da Dio, di Dio e per Dio» (R. Cavedo).

Cuore. Per Paolo “coscienza” (in greco synéidesis; non ha un corrispondente in ebraico) riflette la nozione biblica di cuore (Rm 2,14ss.): negli scritti paolini questo concetto si forma dalla confluenza tra filosofia stoica (J. McKenzie) e il greco kardía, che evoca l’ebraico leb quale luogo delle forze vitali (X. Leon-Dufour). Proprio nella Lettera ai Romani si evidenzia la centralità dell’elemento kardía rispetto all’intera storia di salvezza, come una sinfonia senza fine. Fin dagli esordi dell’Antico Testamento «l’uomo non vede quel che vede Dio: l’uomo, infatti, guarda all’apparenza, ma il Signore guarda al cuore» (1Sam 16,7). Pertanto, come ha esplicitato il magistero di Benedetto XVI (Deus caritas est), l’intera storia della salvezza potrebbe essere ricondotta allo scambio interiore tra Dio e il cuore umano.

Pantokrátor: il Cristo cosmico

cantato negli inni deuteropaolini

Nella Lettera ai Romani vengono configurate le principali tappe della storia della salvezza e dunque il testo risulta altrettanto capace di illuminare la poderosa e alquanto ardita prospettiva storico-escatologica delineata da padre Teilhard. Ma anche dagli scritti attribuiti alla cosiddetta “scuola di Paolo” (deuteropaolini), emergono utili agganci rispetto alla presente ricerca, specie nelle Lettere della prigionia:

- Colossesi 1,15-20. Nell’inno cristologico, Cristo è mediatore della creazione, riconciliatore di tutte le cose. La sua è una “Signoria cosmica”.

- Efesini 1,3-14. L’inno, affine ai berakót sinagogali e agli inni giudaici, mostra il ruolo ecumenico di Cristo in relazione con il piano salvifico

di Dio (1,9-10). Gesù Cristo

è presentato come il pantokrátor cosmico, a partire però dal suo ambito di rivelazione storica che è la Chiesa, suo corpo (1,22-23).

- Filippesi 2,6-11. Questo inno liturgico delle comunità giudeo-cristiane palestinesi, forse in lingua aramaica, propone una sovraesaltazione della Signoria cosmica di Cristo, nuovo kosmokrátor. «Tutto il cosmo confessa» che egli, dopo la sua kénosi, è ora il Kýrios per antonomasia: un percorso dunque più dinamico – di discesa e ascesa – rispetto alle letture patristiche che sottolineavano il Verbo eterno preesistente e incarnato.

La stretta connessione di “cosmo-corpo-cuore” ha dunque portato alla luce una loro dipendenza vitale da un centro propulsore: il cosmo è anche creazione (ktísis), mondo creato (At 17,24): di qui prende il via la visione paolina tutta cristocentrica del cosmo (Col 1,15-17). Per Teilhard Cristo è l’evento-soggetto che si colloca oggettivamente al centro della storia, divenendone il Redentore-Evolutore. A Paolo-Saulo sulla via di Damasco, così come a padre Pierre sul fronte della prima guerra mondiale, la centralità assoluta della figura di Cristo venne rivelata in momenti mistici, che subito innestarono nella loro persona l’esigenza irrefrenabile di manifestarla in ogni dove e in ogni direzione: probabilmente aderendo alla medesima percezione della forza del «Dio della speranza» e della «potenza dello Spirito Santo» (Rm 15,13).

Messa sul mondo: la sublime convergenza eucaristica

Partendo dalla formula paolina «in Cristo», studiata a fondo da P. Benoît, si deduce che con la comunione questo corpo deve divenire «uno solo in Cristo» (Rm 12,5) e raggiungere «la misura perfetta della pienezza di Cristo» (Ef 4,13). Paolo mette in evidenza l’unità tra il corpo risorto di Cristo e il corpo di Cristo composto da tutti i credenti. La cena eucaristica rende possibile la crescita di questo corpo e, riconciliati nella fede, distrugge quanto potrebbe nuocere allo sviluppo dell’uomo nuovo. Se Paolo ha colto la trasfigurazione del corpo del Signore nel corpo spirituale della Chiesa, padre Pierre ha intuito la presenza operante dell’energia cristica nel corpo della Terra, consacrato quale “Ostia totale”, segno della manifestazione (diafanía) del cuore di Cristo: «Niente può sussistere fuori della tua carne, o Gesù» (La Messa sul Mondo). Anche sul piano esistenziale l’Apostolo e padre Teilhard hanno vissuto vicende in qualche modo analoghe, offrendo la propria vita quale «sacrificio profumato» (Ef 5,2): così risulta per Paolo nei numerosi passi a carattere autobiografico delle sue Lettere (cfr. 2Cor 2,14-17), così pure per padre Teilhard nel vastissimo epistolario, rivolto per lo più a persone di fede. Sofferenze e prove entrambi le hanno metabolizzate, assumendole nell’obbedienza a Cristo e nella fedeltà alla Chiesa, oltre alle incomprensioni subìte. Questo perché il tema della croce è per entrambi centrale: per Paolo essa è «scandalo [...] stoltezza [...] potenza [...] sapienza», per Teilhard è «la via dell’evoluzione storica». Come pure il valore soteriologico della risurrezione di Cristo è per entrambi fuori discussione, è l’assioma che tutto sostiene (Rm 4,25)! Paolo e Teilhard sono accomunati anche dalla “formazione” nel deserto: i primi tre anni in Arabia per il nuovo Saulo, gli anni di esilio forzato in Cina per il gesuita. Ognuno di loro ha poi cercato di “fuoriuscire” dal proprio ambito semantico – il primo dall’universo giudaico alla koiné ellenistica, il secondo dalla disciplina scientifica alla ricerca umana – anche a costo di inedite forzature idiomatiche. Si pensi alla coincidenza tra ricapitolazione in Paolo e cristificazione in Teilhard. E se Paolo fu «pazzo per Cristo» nelle agorá antiche, padre Pierre lo fu nella comunità scientifica in via di formazione, quando ancora si era ben lontani dal realizzare la rete invisibile delle telecomunicazioni satellitari e virtuali che egli preconizzò come noosfera.

Un’antica e nuovissima via per la felicità

Possiamo concludere sottolineando non solo la piena conformità del padre Teilhard all’insegnamento della Chiesa, ma sottolineando come la sua riflessione si mostri sempre più congeniale alla comprensione scientifica del mondo. Essa può ricondurre la vita odierna al suo centro cristico, che la sostiene e l’attira a sé, proprio in linea con la visione paolina: cogliere tutto il buono del mondo (1Tm 4,4; Fil 4,8), facendo tutto per la gloria di Dio (1Cor 10,31), senza tuttavia piegarsi alla perversità del mondo (Gal 1,4) né conformandosi alla mentalità del mondo (Rm 12,2). Opera possibile soltanto se si ha «la mente di Cristo» (1Cor 2,16) e si trasfigura la propria vita (1Cor 7,29-31) mediante la conversione/metánoia, cioè il rinnovamento del cuore, che permette di diventare creature nuove. Ecco il nuovo stato di coscienza che Teilhard de Chardin auspicava per l’uomo moderno nel suo saggio La via alla felicità! E tutto questo grazie alla potenza dello Spirito Santo, vero agente per il riscatto del corpo (Rm 8,23) e anche del mondo materiale. Azione che – in una sublime visione trinitaria che sembra richiamare quella profetica (Is 65,17) – Teilhard chiama la «trinitizzazione» e l’«amorizzazione» del mondo. Una visione verso il fine ultimo che egli definisce niente meno che «cristogenesi», ma calcando ancora le orme di san Paolo, poiché: «Tutto è vostro, e Paolo, e Apollo, e Cefa, e il mondo, e la vita, e la morte, e il presente, e il futuro: tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio» (1Cor 3,22-23). Visioni tutte riassunte nelle sintesi operate dal Concilio Vaticano II nella Costituzione dogmatica Lumen Gentium e in quella pastorale Gaudium et spes, così come nell’analogia musicale proposta da J. Ratzinger, secondo cui la Chiesa riesce a far risuonare le sue molteplici note e risonanze come un organo ben “accordato”. Come l’Apostolo meritò l’appellativo di “araldo delle genti”, così padre Teilhard è stato definito come “araldo del Terzo millennio”. Egli visse veramente per un unico scopo eucaristico, cioè convergere tutti per Cristo, con Cristo e in Cristo: «Io non saprò mai predicare che il mistero della tua Carne e Anima, che trasparisce in tutto ciò che ci avvolge!».

Luciano Benoni Mazzoni

 





ViviCentro (art. 19 e 21)

La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).
 
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