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News dal Vaticano :: Il mondo visto da Roma - 19 ottobre 2009
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Il mondo visto da Roma - 19 ottobre 2009
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  Lunedì, 19 Ottobre 2009: Accadde Oggi    


Il mondo visto da Roma

 SINODO SPECIALE SULL'AFRICA
Il Sinodo per l'Africa prepara le sue "proposizioni" e il messaggio finale
Incontro dei Vescovi dell'Africa con Focolarini e Sant'Egidio
Il Sinodo dei Vescovi per l'Africa entra nella sua fase finale
Africa: la sfida di sapersi comunicare e di comunicare al mondo

SANTA SEDE
Benedetto XVI: "L'Europa non permetta che il suo modello di civiltà si sfaldi"
Messa in San Pietro secondo il rito precedente al Vaticano II
La Santa Sede chiede un maggior impegno per la tutela dei bambini
I Venerdì di Propaganda: ospite Gian Franco Svidercoschi

NOTIZIE DAL MONDO
Beatificato questa domenica a Toledo il Cardinale Sancha
Il Cardinal Errázuriz chiede di seminare gioia nei cristiani indifferenti
Cardinal Cipriani: sottolineare la verità sul diritto alla vita

INTERVISTE
Le confessioni del Cardinale Óscar Andrés Rodríguez Maradiaga
A ottant'anni dalla fine della “guerra cristera”

FORUM
Il lavoro, cammino di santità cristiana

DOCUMENTI
Il Papa al nuovo Capo delegazione della Commissione delle Comunità Europee


Sinodo speciale sull'Africa

Il Sinodo per l'Africa prepara le sue "proposizioni" e il messaggio finale
Serviranno per il documento papale che orienterà la vita della Chiesa nel continente

di Jesús Colina

CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 19 ottobre 2009(ZENIT.org).- Finalmente un giorno libero per i partecipanti al Sinodo dei Vescovi per l'Africa. Dopo l'ondata di interventi, discussioni e relazioni, questo lunedì i Vescovi hanno potuto prendersi una pausa di riflessione.

L'aspetto più duro del lavoro è ricaduto tuttavia sulle spalle dei Vescovi incaricati di unificare la prima redazione delle "proposizioni" che il Sinodo presenterà a Benedetto XVI come conclusione dell'Assemblea, che gli serviranno come base per redigere l'Esortazione Apostolica post-sinodale, che dovrebbe orientare la Chiesa in Africa nei prossimi anni.

L'unificazione delle "proposizioni" rappresenta un lavoro enorme che è stato affrontato dal Relatore Generale del Sinodo, il Cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson, Arcivescovo di Cape Coast (Ghana), assistito da due segretari speciali - monsignor Damião António Franklin, Arcivescovo di Luanda (Angola), e monsignor Edmond Djitangar, Vescovo di Sarh (Ciad) - e dai relatori dei dodici gruppi di lavoro.

L'elenco unico delle proposizioni verrà presentato ai padri sinodali questo martedì mattina. I circoli minori si riuniranno poi di nuovo per preparare gli emendamenti alle proposizioni.

Venerdì pomeriggio verrà presentato l'elenco finale delle proposizioni, su cui si voterà sabato mattina, alla vigilia della Messa conclusiva dei lavori sinodali.

Gli argomenti principali delle "proposizioni" possono già essere constatati sia nella "Relatio post disceptationem" del Cardinale Turkson, presentata il 13 ottobre, che nelle relazioni dei gruppi di lavoro.

Il Cardinale del Ghana ha concluso la relazione con alcune domande che hanno rappresentato la bussola per redigere le "proposizioni".

Da questi enunciati e dalle proposte dei gruppi di lavoro si può constatare che il Sinodo diventerà un annuncio di Cristo come "nostra riconciliazione", "nostra giustizia" e "nostra pace".

Tra i temi che hanno ricevuto maggiore interesse sia nell'Aula che nei gruppi di lavoro, spiccano la destabilizzazione della famiglia, la dignità della donna e la sua missione al servizio della pace e della giustizia, la missione profetica della Chiesa al servizio della giustizia e della pace, la necessità di formare laici impegnati in politica, l'urgenza di utilizzare i mezzi di comunicazione nell'evangelizzazione, la testimonianza di "servizio" dei sacerdoti.

Parallelamente alle "proposizioni", avanza la redazione del messaggio al popolo di Dio (in latino "Nuntius"), la cui prima bozza è stata presentata all'assemblea sabato da monsignor John Olorunfemi Onaiyekan, Arcivescovo di Abuja (Nigeria) e presidente della commissione che si occupa della redazione.

Il messaggio, che sarà presentato e votato dall'assemblea sinodale venerdì mattina, si dirigerà tra gli altri ai responsabili dei popoli africani per ricordare loro la responsabilità riguardo non solo violenza e ingiustizia, ma anche povertà e fame.

Il messaggio arriva nel mezzo della recrudescenza di malattie letali, tra le quali si chiede di inserire, oltre all'Aids, quelle "storiche" come la malaria, che colpisce più di 250 milioni di persone, o la tubercolosi, che ne affligge oltre 200 milioni. L'Hiv infetta 30 milioni di individui, anche se causa ancora il maggior numero di vittime.


Incontro dei Vescovi dell'Africa con Focolarini e Sant'Egidio
Squarci di vita del Vangelo nel Continente nero

ROMA, lunedì, 19 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Fontem, una regione sperduta nella foresta equatoriale del Camerun occidentale anglofono, terra del popolo Bangwa, è diventata “terra di pace”.

“Prefetti e magistrati notano una diminuzione dei processi in Tribunale. Diminuiscono i divorzi. C'è più dialogo nelle famiglie”. E’ la testimonianza di una donna bangwa, la dott.ssa Mary Ategwa, intervenuta domenica 18 ottobre a Roma all'incontro promosso dal Movimento dei Focolari per approfondire insieme ad alcuni partecipanti al Sinodo alcune sfide al centro dei lavori assembleari.

Dall'evangelizzazione alla riconciliazione

Mary Ategwa ha raccontato che “le donne che vendono al mercato si rifiutano di imbrogliare i clienti” e che “tanti si sentono spinti a fare il primo passo verso la riconciliazione e l'amore fraterno”.

“Sono i frutti della nuova evangelizzazione di cui sono primi protagonisti proprio i re, detti Fon, e i capi villaggio – ha aggiunto –. E’ un’ondata di vita nuova che nasce da un solenne patto d’amore reciproco, fatto da Chiara Lubich nel 2000 a Fontem con due capi tribù”.

“Un patto a cui avevano aderito le migliaia di persone presenti nella grande spianata davanti al palazzo reale – ha continuato Ategwa –. Ne nasce l’impegno di sanare sempre ogni screzio e conflitto. In 9 anni questa vita del Vangelo ha raggiunto varie altre tribù dal Sudovest al nord ovest del Paese”.

Tanto che, ha sottolineato Maria Voce, Presidente dei Focolari, il Fon di Fontem, Lucas Njufua, la massina autorità civile e religiosa del popolo Bangwa, ha espresso pubblicamente la gratitudine del suo popolo, un tempo a rischio di estinzione, “non solo per l’ospedale, le scuole e le molte opere portate avanti, in poco più di 40 anni, dal Movimento insieme al popolo, ma soprattutto per questa corrente di amore e di unità che sta cambiando la sua gente”.

L'inculturazione

E mentre al Sinodo si discute sulla necessità di una più profonda inculturazione del Vangelo, Maria Magnolfi, docente di Sacra Scrittura al Seminario maggiore di Pretoria (Sudafrica), ha parlato dei frutti del Centro di inculturazione nato nel ’92 a Nairobi, nell’annuncio del Vangelo, nell’accompagnamento di vocazioni, nell’impegno sociale.

Da questa esperienza è nata, ha detto, una profonda “inter-inculturazione tra le culture africane stesse ricche di diversità etniche”, che ha permesso di accostarsi ad esse con “occhi nuovi di amore” e con una “nuova consapevolezza delle proprie radici”.

“Tutto parte, come suggeriva Chiara Lubich, dall’evidenziare e studiare la sapienza africana, il patrimonio delle loro culture, illuminato da quel ‘farsi uno’ con l’altro, dal ‘farsi tutto a tutti’ di S. Paolo, che mette in posizione di imparare e fa entrare nell’animo del fratello”, ha affermato Maria Magnolfi.

Lotta alla corruzione

Patience Mollé Lobé, la prima donna camerunese ingegnere del genio civile ad entrare in un Ministero dei lavori pubblici, ha parlato delle non poche difficoltà incontrate nella lotta alla corruzione, ma superate nell’impegno di non cedere alle pressioni.

“Le imprese che erano convinte di dover comprare qualcuno per far andare avanti le loro pratiche, ora sanno che in qualche parte del Camerun si lavora senza corruzione”, ha detto.

“Con gli altri amici che condividono questa spiritualità e che lavorano nell'amministrazione o in politica ci incoraggiamo – ha continuato – . Crediamo fortemente che il nostro Paese andrà avanti solo con un cambiamento di mentalità. L’esperienza ci convince che la Parola di Dio ha una potenza straordinaria in qualunque ambiente ci troviamo”.

Formazione spirituale dei sacerdoti

Su richiesta dei Vescovi del Kenya, nel 2001 è nato un Centro di spiritualità nella cittadella dei Focolari nei pressi di Nairobi, aperta a sacerdoti e seminaristi di tutta l’Africa. Le parole d'ordine sono studio e riflessione ma innanzitutto Vangelo vissuto nel lavoro manuale, nei contatti personali, nella comunione delle esperienze.

In 8 anni sono passati tanti sacerdoti: hanno trovato luce per i rapporti con i propri Vescovi, con gli altri sacerdoti, con i laici, nell’affrontare le questioni affettive, l’attivismo, la gestione dei beni ecclesiastici.

Le diverse dimensioni della vita trasformate in amore sono così diventate esperienza di Dio, gioia e profonda, piena realizzazione.

Sant’Egidio, per la pace e contro l'Aids

Mario Giro della Comunità di Sant’Egidio ha parlato degli sforzi portati avanti da questa associazione laicale nella pacificazione del Mozambico, a partire dal luglio del 1990 quando presso la sede della Comunità a Roma hanno avuto inizio i negoziati, conclusisi il 4 ottobre 1992, che hanno posto fine a sedici anni di guerra con un milione di morti.

La Comunità di Sant'Egidio ha poi continuato ad essere presente in Mozambico con progetti di sostegno alla democrazia e allo sviluppo, tanto che oggi ci sono comunità di Sant'Egidio in 38 luoghi diversi del Paese.

La pace, ha spiegato Mario Giro, è innanzitutto lotta interiore per conformarsi a Gesù umile e mite di cuore, ma è anche dialogo, ascolto, amicizia coi poveri che diventa metodo per la mediazione nei conflitti, puntando al cambiamento del cuore, alla scuola del Vangelo.

E' poi stata la vota del responsabile del progetto DREAM (“Drug Resource Enhancement against AIDS and Malnutrition”) contro l’Aids in Guinea Conakry, Kpakilé Felemou.

Questo progetto, lanciato nel 2002 e attivo inizialmente in Mozambico, Malawi, Tanzania, Kenya e Guinea Bissau, si è ora esteso ad altri Paesi africani.

A questo proposito, Kpakilé Felemou ha testimoniato che il principio di risanamento è saldamente legato all’amicizia che attinge forza dalla preghiera e si fa aiuto materiale, azione di prevenzione e cura della pandemia, che è prima di tutto profondo rinnovamento interiore.

[Per maggiori informazioni: www.focolare.org, www.santegidio.org]


Il Sinodo dei Vescovi per l'Africa entra nella sua fase finale
I Padri sinodali si preparano a elaborare le conclusioni

CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 19 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Il Relatore Generale, i segretari speciali e i relatori dei circoli minori del Sinodo dei Vescovi per l'Africa si dispongono a preparare una lista unica di proposizioni che una volta terminata l'assemblea verrà consegnata al Papa in vista dell'elaborazione dell'Esortazione Apostolica post-sinodale.

Secondo quanto ha reso noto "L'Osservatore Romano", la lista verrà presentata ai Padri sinodali durante la 17ma congregazione generale, che si svolgerà questo martedì mattina.

In seguito i circoli minori si riuniranno di nuovo per preparare gli emendamenti alle proposizioni.

Per venerdì mattina è prevista la votazione del messaggio, mentre nel pomeriggio sarà presentata la lista finale delle proposizioni, sulla quale si voterà sabato mattina. Domenica sarà celebrata la Messa conclusiva dei lavori sinodali.


Africa: la sfida di sapersi comunicare e di comunicare al mondo
Il Sinodo dei Vescovi riflette sul tema delle comunicazioni

di Carmen Elena Villa

CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 19 ottobre 2009 (ZENIT.org).- La "Radio Vaticana" e il Pontificio Consiglio per le Comunicazioni Sociali promuovono una serie di tre incontri sul tema "L'Africa nei mezzi di comunicazione" nel contesto della II Assemblea Speciale per l'Africa del Sinodo dei Vescovi.

Si sono già svolti due incontri di questo tipo. Il prossimo si terrà questo giovedì nella Sala Marconi della "Radio Vaticana".

Secondo gli organizzatori dell'evento, "è certamente un'ottima opportunità per parlare dell'Africa e dei problemi che l'affliggono".

La gran parte di queste sfide è collegata al tema della pace e della riconciliazione, aspetti fondamentali nella riflessione dell'assemblea sinodale.

Agli incontri partecipano Padri sinodali, giornalisti ed esperti di comunicazione, che offrono le proprie riflessioni sui problemi che ostacolano un'informazione giusta e obiettiva sull'Africa.

Per gli organizzatori è un'opportunità che deve essere colta dai mezzi di comunicazione per offrire un'informazione che promuova lo sviluppo dell'Africa senza togliere attenzione alla "situazione reale del continente".

Un continente più comunicato

Durante il suo intervento al Sinodo, il presidente del Pontificio Consiglio per le Comunicazioni Sociali, l'Arcivescovo Claudio Maria Celli, ha sottolineato i frutti dell'Assemblea Sinodale svoltasi nel 1994 in materia di mezzi di comunicazione.

Alcuni di questi sono la creazione di nuove facoltà di comunicazione nelle università cattoliche africane e l'apertura di nuovi canali televisivi e di stazioni radiofoniche cattoliche (nel 1994 erano 15, ora sono 163).

Il presule ha indicato che ora è necessario concentrarsi sulla sfida pastorale rappresentata dall'applicazione delle nuove tecnologie per l'evangelizzazione in Africa e ha ricordato l'urgenza di creare un'agenzia stampa cattolica per il continente.

A questo scopo, ha rilevato, è importante la formazione degli agenti di comunicazione. La nuova sfida per la comunicazione in Africa "non si risolve solo con macchine tecnologiche sempre più sofisticate, ma soprattutto con persone formate appositamente nel settore della comunicazione", ha concluso.

[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]


Santa Sede

Benedetto XVI: "L'Europa non permetta che il suo modello di civiltà si sfaldi"
Riceve il nuovo Capo della Delegazione della Commissione europea presso la Santa Sede

di Inma Álvarez

CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 19 ottobre 2009 (ZENIT.org).- "È importante che l'Europa non permetta che il suo modello di civiltà si sfaldi, pezzo dopo pezzo. Il suo slancio originale non deve essere soffocato dall'individualismo o dall'utilitarismo", ha affermato Papa Benedetto XVI questo lunedì.

Il Pontefice ha insistito sull'importanza di riconoscere le radici cristiane dei valori europei ricevendo il nuovo Capo della delegazione della Commissione delle Comunità Europee presso la Santa Sede, l'ambasciatore Yves Gazzo.

Il Papa ha ricordato che l'Europa non si limita a condividere dei valori, "ma che sono stati piuttosto questi valori condivisi a farla nascere".

"Questi valori sono il frutto di una lunga e tortuosa storia nella quale, nessuno lo può negare, il cristianesimo ha svolto un ruolo di primo piano", ha ricordato.

Se l'Europa dimentica le sue radici cristiane, ha avvertito, questi valori "rischiano di essere strumentalizzati da individui e da gruppi di pressione desiderosi di far valere interessi particolari" a detrimento del bene comune.

Tra i valori più importanti, il Pontefice ha citato la questione "del giusto e delicato equilibrio fra l'efficienza economica e le esigenze sociali, della salvaguardia dell'ambiente, e soprattutto dell'indispensabile e necessario sostegno alla vita umana dal concepimento fino alla morte naturale, e alla famiglia fondata sul matrimonio fra un uomo e una donna".

"Le immense risorse intellettuali, culturali ed economiche del continente continueranno a recare frutto se continueranno a essere fecondate dalla visione trascendente della persona umana che costituisce il tesoro più prezioso dell'eredità europea", ha affermato.

Questa tradizione umanista, "nella quale si riconoscono tante famiglie dal pensiero a volte molto diverso, rende l'Europa capace di affrontare le sfide di domani e di rispondere alle attese della popolazione".

Oblio storico

Benedetto XVI ha negato che ricordare le radici cristiane dell'Europa rappresenti la "ricerca di uno statuto privilegiato per se stessa".

La Chiesa, ha sottolineato, "vuole fare opera di memoria storica ricordando in primo luogo una verità - sempre più passata sotto silenzio - ossia l'ispirazione decisamente cristiana dei Padri fondatori dell'Unione Europea".

Allo stesso modo, "desidera mostrare anche che la base dei valori proviene soprattutto dall'eredità cristiana che continua ancora oggi ad alimentarla".

"La pari dignità di tutti gli esseri umani, la libertà d'atto di fede alla radice di tutte le altre libertà civili, la pace come elemento decisivo del bene comune, lo sviluppo umano - intellettuale, sociale ed economico - in quanto vocazione divina e il senso della storia che ne deriva, sono altrettanti elementi centrali della Rivelazione cristiana che continuano a modellare la civiltà europea".

In tal senso, il Papa ha voluto ricordare il suo recente viaggio nella Repubblica Ceca nell'anno in cui si celebra il ventesimo anniversario della caduta del Muro di Berlino.

"In quella terra provata dal giogo di una dolorosa ideologia, ho potuto rendere grazie per il dono della libertà recuperata che ha permesso al continente europeo di ritrovare la sua integrità e la sua unità", ha affermato.

Richiamando il discorso pronunciato a Praga il 26 settembre davanti alle autorità e al Corpo Diplomatico, ha osservato che l'Europa è "più che un continente", è una "patria spirituale".

"La Chiesa desidera 'accompagnare' la costruzione dell'Unione Europea. Per questo si permette di ricordarle quali sono i valori fondatori e costitutivi della società europea affinché possano essere promossi per il bene di tutti", ha concluso.


Messa in San Pietro secondo il rito precedente al Vaticano II
Al termine di un Congresso sul Motu proprio "Summorum Pontificum"

CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 19 ottobre 2009(ZENIT.org).- Questa domenica mattina, per la prima volta dai tempi della riforma liturgica, è stata celebrata nella Basilica di San Pietro una Messa secondo il rito straordinario in latino (il Messale precedente il Concilio Vaticano II).

La Messa, celebrata nella Cappella dell'Adorazione Eucaristica da monsignor Raymond Leo Burke, prefetto del Tribunale Supremo della Segnatura Apostolica, ha concluso il 2° Convegno sul Motu proprio "Summorum Pontificum", svoltosi a Roma dal 16 al 18 ottobre.

All'atto ha partecipato anche monsignor Guido Pozzo, nominato di recente dal Papa segretario della Pontificia Commissione "Ecclesia Dei", incaricata del dialogo con i seguaci della Fraternità San Pio X, fondata dall'Arcivescovo Marcel Lefebvre.

La cappella non ha potuto accogliere tutti coloro che volevano partecipare alla Messa ed è stata riempita totalmente da 70 sacerdoti e circa 400 persone.

Dopo la Messa, i partecipanti al Congresso si sono riuniti in Piazza San Pietro per recitare l'Angelus insieme al Papa, che ha rivolto loro un saluto speciale nelle parole che ha pronunciato in italiano.

Con il titolo "Un grande dono per tutta la Chiesa", il Congresso ha analizzato l'applicazione del Motu proprio "Summorum Pontificum" sull'uso della liturgia romana precedente alla riforma del 1970.

L'incontro, svoltosi presso la "Casa Bonus Pastor", è stato organizzato da "Giovani e Tradizione" e da "Amicizia Sacerdotale Summorum Pontificum".

La giornata intermedia, quella di sabato, è stata chiusa dal canto del "Te Deum" e dalla benedizione eucaristica da parte di monsignor Camille Perl, vicepresidente emerito della Commissione "Ecclesia Dei".

Inaugurando il Congresso, l'organizzatore, padre Vincenzo Nuara O.P., ha constatato le difficoltà che incontrano a volte quanti vogliono applicare il Motu proprio.

"Possono gli uomini di Chiesa rifiutare la Messa in rito antico?" ha chiesto padre Nuara.

"Se ciò avviene è un grande problema per la Chiesa. Ma spesso, dove Vescovi e parroci la rifiutano, si ottiene il risultato di spingere i giovani (laici e sacerdoti) ad amarla e a praticarla. Ci sono comunque grandi segni di speranza, in particolare il sorgere di nuove vocazioni per la Messa in rito antico", ha aggiunto.

Secondo un sondaggio Doxa, in Italia il 63% dei cattolici praticanti assisterebbe regolarmente (almeno una volta al mese) alla Messa in rito antico se i Vescovi e i parroci applicassero il Motu proprio.

La ricerca, commissionata dall'associazione Paix Liturgique e dal sito Internet "Messa in latino", è stato presentato nel corso del Convegno ed è stata condotta sugli italiani che si dicono cattolici, il 76% della popolazione.

In base ai suoi risultati, solo il 58% dei cattolici italiani ha sentito parlare dell'introduzione della liturgia tradizionale da parte di Benedetto XVI.

Quando informato del Motu proprio, il 71% degli intervistati considera normale che nella propria parrocchia possano essere celebrate entrambe le forme liturgiche, quella ordinaria e quella straordinaria in latino.


La Santa Sede chiede un maggior impegno per la tutela dei bambini
Intervento di mons. Migliore al Palazzo di Vetro di New York

ROMA, lunedì, 19 ottobre 2009 (ZENIT.org).- La Santa Sede è tornata a lanciare il suo appello affinché tutti i governi moltiplicono i loro sforzi per la tutela dei diritti dell'infanzia.

E' quanto ha ribadito l’Osservatore permanente della Santa Sede presso l’ufficio Onu di New York, mons. Celestino Migliore, intervenendo il 15 ottobre scorso a una sessione sulla promozione e protezione dei diritti dell’infanzia.

In questa occasione il presule ha esortato i 193 governi che hanno adottato la Convenzione sui diritti dell’infanzia, entrata in vigore il 2 settembre 1990, ad applicarla in modo corretto ed efficace.

Citando un rapporto dell'UNICEF, ha detto che in base alle statistiche “nell’ultimo decennio più di due milioni di bambini sono stati uccisi durante dei conflitti armati e sei milioni sono rimasti disabili, mentre oltre 300 mila sono stati reclutati come bambini-soldato”.

Ricordando poi la situazione dei troppi bambini vittime della fame, della violenza, dell’Aids, dello sfruttamento e dell’analfabetismo, mons. Migliore ha sottolineato la necessità di “proteggere e promuovere” le famiglie affinché possano “portare avanti il loro compito” a difesa dei diritti dei bambini.

“Da parte loro – ha continuato –, le 300.000 istituzioni sociali, di cura ed educative della Chiesa cattolica lavorano giornalmente per assicurare la formazione dei bambini e per permettere la reintegrazione nelle loro famiglie e, qualora sia possibile, nella società di quei bambini che sono stati abusati o abbandonati”.

“La Santa Sede – ha concluso mons. Migliore – torna a riaffermare la sua costante preoccupazione per il benessere e la protezione di tutti i bambini e delle loro famiglie e continua a chiedere agli Stati di fare lo stesso con rinnovata urgenza perché i bambini meritano di crescere in un ambiente sano che ne garantisca la dignità”.


I Venerdì di Propaganda: ospite Gian Franco Svidercoschi
“Il Papa che non muore. L’eredità di Giovanni Paolo II”

ROMA, lunedì, 19 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Venerdì 23 ottobre alle ore 17.30 presso la Libreria Internazionale Paolo VI in via di Propaganda n. 4, a Roma, verrà presentato il volume “Il Papa che non muore. L’eredità di Giovanni Paolo II” (Edizioni San Paolo, 160 pagine € 13,50) di Gian Franco Svidercoshi.

Gian Franco Svidercoschi proporrà attraverso la sua opera, ricca di fatti inediti e privati della vita di Giovanni Paolo II, un’analisi appassionante dell’eredità lasciata dal Papa polacco.

Il testo è racchiuso tra due istantanee della morte di Karol Wojtyla e ricostruisce le origini polacche del Pontefice, la sua storia personale, i cambiamenti mondiali ai quali ha partecipato e dei quali è stato spesso ispiratore, le sfide del dialogo interreligioso, della pace, della santità.

Sabato 17 ottobre, il volume è stato donato ai partecipanti al Sinodo dei Vescovi per l'Africa.

Gian Franco Svidercoschi, nato ad Ascoli Piceno ma di origini polacche, inizia la carriera giornalistica giovanissimo nel 1959. E' stato dell’Ansa al Concilio Vaticano II e successivamente ha ricoperto l’incarico di Vicedirettore de L’Osservatore Romano.

Ha collaborato con Giovanni Paolo II alla stesura di “Dono e Mistero” (1996) e con mons. Stanislao Dziwisz, Arcivescovo di Cracovia, alla pubblicazione di “Una vita con Karol” (2007).


Notizie dal mondo

Beatificato questa domenica a Toledo il Cardinale Sancha
La cerimonia ha coinciso con il centenario della sua morte

di Carmen Elena Villa

TOLEDO, lunedì, 19 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Da mille anni, fin dai tempi dei Visigoti, un Vescovo di Toledo non veniva elevato agli onori degli altari. Questa domenica è avvenuto con la beatificazione del Cardinale Ciriaco María Sancha y Hervás.

L'Eucaristia è iniziata alle 10.00 nella Cattedrale di Toledo ed è stata presieduta da monsignor Angelo Amato, prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi e inviato speciale di Papa Benedetto XVI alla cerimonia.

Hanno concelebrato quattro Cardinali spagnoli: Francisco Álvarez Martínez, Arcivescovo emerito di Toledo; Antonio Cañizares Llovera, prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti; Antonio María Rouco Varela, Arcivescovo di Madrid e presidente della Conferenza Episcopale Spagnola; Agustín García Gasco, Arcivescovo emerito di Valencia.

Ha concelebrato anche il Cardinale primate d'America, Nicolás de Jesús López Rodríguez, Arcivescovo di Santo Domingo (Repubblica Dominicana).

Amore per la Chiesa

"I santi sono come i nostri fratelli maggiori nella famiglia di Dio, che vogliono prenderci per mano per condurci per il mondo e ci dicono: se questo o quello c'è riuscito, perché no?", ha detto monsignor Braulio Rodríguez Plaza, Arcivescovo di Toledo e primate di Spagna, durante la conferenza stampa di presentazione degli atti commemorativi per la beatificazione e il centenario della morte del Cardinale Sancha.

Proveniente da una famiglia umile, Ciriaco María Sancha y Hervás nacque nel 1883. La sua infanzia su segnata dal dolore: quando aveva 10 anni morì sua madre, due anni dopo la sua sorella maggiore.

A 25 anni fu ordinato sacerdote. Sei anni dopo si recò a Santiago de Cuba per essere segretario dell'Arcivescovo del luogo.

"Lì trovò molta miseria. Molti poveri richiedevano la sua attenzione: mendicanti, bambini abbandonati, persone mutilate durante la guerra d'indipendenza. Di fronte a questa realtà, non poté rimanere indifferente", spiega una biografia distribuita dal postulatore della sua causa, padre Romulado Rodrigo Lozano O.A.R, nella Sala Stampa della Santa Sede.

In questa situazione, vide la necessità di fondare una Congregazione particolarmente dedicata a loro. Il 5 agosto 1869, giorno di Nostra Signora della Neve, fondò così la comunità delle Suore della Carità del Cardinale Sancha.

Per dieci mesi fu anche arrestato per aver difeso la parola e i diritti della Chiesa, scrivendo varie opere: "Consigli a un giovane levita", "Lo Scisma di Cuba" e "Domande e risposte". Tornò poi in Spagna, dove nel 1876 venne nominato Vescovo ausiliare di Toledo.

Quattro anni dopo fu trasferito ad Ávila. Era preoccupato per la mancanza di risorse economiche di molti giovani che avevano inquietudini vocazionali. Per questo creò borse di studio e acquisì strutture di laboratorio e scienze per il seminario.

Per rispondere a queste necessità fondò anche la prima Trappa Femminile in Spagna, le cui appartenenti sono oggi conosciute come religiose cistercensi di stretta osservanza.

Papa Leone XIII lo nominò Arcivescovo di Madrid nel 1886. Lì, ha sottolineato il postulatore, si distinse "per le opere apostoliche, la preoccupazione per i poveri, i seminaristi, gli operai, le scuole domenicali". Il Papa lo incaricò anche di occuparsi della Lega cattolica, che doveva incanalare l'azione dei cattolici nella vita pubblica.

Dopo 6 anni fu nominato Vescovo di Valencia, dove nel 1893 organizzò il Primo Congresso Eucaristico Nazionale. Nel 1895 ricevette il titolo di Cardinale.

"Lavorò per liberare il clero da impegni politici, consapevole che in ciò si giocavano la dignità dello stato sacerdotale e la penetrazione che il Vangelo era chiamato ad effettuare nella società", ha affermato padre Carlos Miguel García Nieto, docente di Storia della Chiesa, durante la conferenza stampa.

"Esercitò inoltre una notevole influenza sugli intellettuali valenciani attraverso incontri mensili che convocava nel Palazzo arcivescovile e la rivista scientifica che si pubblicava periodicamente", ha detto il docente.

Divenne infine titolare della Diocesi di Toledo e primate di Spagna nel 1898. I fedeli lo ricevettero entusiasti con striscioni che dicevano "Al Padre dei poveri", "All'iniziatore dei Congressi Cattolici", "All'instancabile apostolo delle dottrine del Romano Pontefice", e furono questi i punti chiave del suo servizio episcopale negli ultimi 11 anni di vita.

Nel 1904, grazie alla sua promozione, si svolse a Siviglia il congresso della buona stampa, da cui nacquero un'agenzia di informazione cattolica con sede a Madrid e una di scrittori e artisti cattolici. Nel 1907 il Cardinale convocò la prima assemblea dell'episcopato spagnolo, che anticipò l'attuale Conferenza Episcopale.

Morì il 25 febbraio 1909, dopo essere uscito in una mattina d'inverno sotto la neve per portare coperte ai poveri.

La tomba del Cardinale Sancha si trova nella Cattedrale di Toledo. Nel suo epitaffio appare la frase: "Con zelo di ardente carità si fece tutto per tutti. Visse povero e morì poverissimo".

Nell'omelia della Messa del centenario, il Cardinale Antonio Cañizares ha detto che il porporato fu un "sollecito medico delle anime, appassionato d'amore per la Chiesa e per gli uomini, in tempi di gravi difficoltà e di crisi sociale, culturale e umana".

Il Cardinale Sancha "si lasciò modellare da Dio e cercò in tutto la sua volontà: che gli uomini si salvassero e arrivassero alla conoscenza della verità, che avessero la vita, che fossero una cosa sola e rimanessero nell'amore rispettando i comandamenti".

[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]


Il Cardinal Errázuriz chiede di seminare gioia nei cristiani indifferenti
Più di 70.000 giovani nel Santuario di Santa Teresa de los Andes

SANTIAGO DEL CILE, lunedì, 19 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Il Cardinale Francisco Javier Errázuriz, Arcivescovo di Santiago del Cile, ha chiesto agli oltre 70.000 giovani che questo sabato si sono recati in pellegrinaggio al Santuario di Auco di essere luce di Cristo per il mondo.

"Voi sapete quanta gente non vive davvero con pienezza il fatto di essere cristiana, in quante persone non c'è gioia e si percepiscono indifferenza e tristezza", ha detto loro durante l'Eucaristia celebrata sulla spianata del Santuario.

"Vogliamo essere luce del mondo per il nostro spirito di servizio, e perché vogliamo seminare speranza e gioia - ha aggiunto -. La nostra missione, allora, è far sì che anche loro siano luce del mondo e per questo il nostro compito è condurle a Gesù".

La Messa è stata il momento culminante del tradizionale pellegrinaggio annuale di giovani provenienti da tutto il Cile al Santuario di Santa Teresa de los Andes.

I pellegrini hanno percorso a piedi 27 chilometri in riferimento alla testimonianza di Santa Teresa de Los Andes e sul tema "Luce di Cristo per il mondo", ispirato al Messaggio del Papa per la Giornata Missionaria Mondiale di quest'anno.

Lungo il cammino, i pellegrini hanno trovato dodici stazioni che li hanno esortati con segni, canti e motti che li invitavano a celebrare e rinnovare la loro fede in Gesù.

Quattro giovani hanno anche copiato il Vangelo del Cile, trascrivendo i versetti della Lettera agli Ebrei.

Circa quest'atto simbolico, il Cardinale ha segnalato nell'omelia della Messa che "il grande dono" che la Chiesa vuole fare al Paese è "che siamo Vangelo vivo".

"Che queste parole scritte dai giovani su questo foglio siano parola scritta nella nostra vita, nel nostro cuore e nelle nostre azioni", ha auspicato.

"Vogliamo essere la luce del mondo proprio facendo sì che il Vangelo viva nella nostra patria e che la cultura sia di nuovo uno spazio d'amore, di speranza, di giustizia, di pace e di verità".

La storia del pellegrinaggio "Da Chacabuco al Carmelo! Un cammino di santità" risale al 1989, quando si effettuò per la prima volta.

La celebrazione, che il 17 ottobre di ogni anno convoca decine di migliaia di giovani, è organizzata dalla Chiesa di Santiago attraverso la Vicaria della Speranza Giovane, in coordinamento con il Santuario di Santa Teresa de Los Andes.


Cardinal Cipriani: sottolineare la verità sul diritto alla vita
Intervenendo all'Università Cattolica Santo Toribio de Mogrovejo

LIMA, lunedì, 19 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Un grave “offuscamento morale, che può portare a far dimenticare il precetto divino e costituzionale a favore della vita”, è stato denunciato dal Cardinale Juan Luis Cipriani Thorne, Arcivescovo di Lima (Perù), in un intervento di mercoledì scorso all'Università Cattolica Santo Toribio de Mogrovejo, a Chiclayo, nel nord del Paese.

Il porporato ha ricevuto la laurea Honoris Causa in Scienze Sanitarie, menzione in Bioetica, per il suo lavoro pastorale e la sua difesa della verità e della vita dal concepimento fino alla morte naturale.

L'Arcivescovo di Lima ha affermato che le politiche contro la natalità, così come la manipolazione genetica, rappresentano una congiura di carattere “politico e universale” che avviene “in strutture democratiche”.

Allo stesso modo, si è lamentato per tutte le misure che si applicano sempre più in America Latina, che vanno contro i più deboli, “in nome della libertà, del progresso e dei diritti individuali che si negano ad altri”, al punto di permettere “l'eliminazione di esseri umani innocenti, il cui diritto elementare alla vita viene negato”.

Ha anche esortati quanti lavorano nel settore della scienza e della medicina a utilizzare la tecnologia “al servizio della vita e dell'amore”.

Per questo, ha osservato, non si possono permettere “strumentalizzazioni artificiali che snaturano le leggi della natura e facilitano la sua corruzione”.

In questo contesto, il Cardinal Cipriani ha esortato la direzione dell'Università a perseguire un'istruzione integrale per la vita e l'amore per i giovani, affermando che l'unica via è quella dell'insegnamento e dell'esempio basandosi sui valori della famiglia e del matrimonio.


Interviste

Le confessioni del Cardinale Óscar Andrés Rodríguez Maradiaga
Arcivescovo di Tegucigalpa e presidente di Caritas Internationalis, racconta la sua vocazione

di Mercedes de la Torre

CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 19 ottobre 2009 (ZENIT.org).- "Sono un salesiano honduregno nato 66 anni fa a Tegucigalpa". Inizia così le sue "confessioni" il Cardinale Óscar Andrés Rodríguez Maradiaga, Arcivescovo della capitale dell'Honduras.

Subito dopo menziona il fatto che avrebbe cambiato decisamente la sua vita: "Sono entrato nella Congregazione Salesiana quando avevo 16 anni e lì ho compiuto tutto il mio cammino come educatore, maestro. Sono stato ordinato sacerdote nel 1970".

Il Cardinale ha condiviso con ZENIT la storia della sua vocazione per la serie di testimonianze che l'agenzia sta raccogliendo in occasione dell'Anno Sacerdotale, inaugurata dal Cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato vaticano.

"In seguito i miei superiori mi hanno destinato agli studi qui a Roma. Ho studiato Teologia Morale e anche Psicologia Clinica tra Roma e Innsbruck (Austria), poi sono tornato come prefetto degli studi all'Istituto Teologico Salesiano di Città del Guatemala e poi come rettore del Seminario Minore di Filosofia a Città del Guatemala".

"Nel 1978 sono stato nominato Vescovo ausiliare di Tegucigalpa, ordinato l'8 dicembre di quell'anno", ha proseguito. "Poi sono stato segretario generale del Consiglio Episcopale Latinoamericano (CELAM), vivendo quattro anni a Bogotà. 16 anni fa sono stato nominato Arcivescovo di Tegucigalpa e nel concistoro del 2001 sono stato creato Cardinale dal Servo di Dio Papa Giovanni Paolo II. Due anni fa sono stato eletto presidente di Caritas Internationalis".

Sono questi, in sintesi, i grandi momenti della sua vita, ma da soli non sarebbero abbastanza eloquenti. In questa intervista il Cardinale va oltre, per mostrare il perché della sua vocazione e i momenti più belli e più difficili che ha vissuto.

Com'è avvenuta la sua chiamata a seguire il Signore? Come ha deciso di diventare sacerdote?

Cardinale Rodríguez Maradiaga: La chiamata è stata del Signore, attraverso il sacerdote direttore della scuola. Ero incantato dalla vita salesiana: iniziai a sei anni alla scuola elementare. Mi piaceva moltissimo l'ambiente, sono stato accolito, e tornando da una Santa Messa della scuola Maria Ausiliatrice con il sacerdote direttore, che poi divenne Arcivescovo di Tegucigalpa, questi mi disse: "Non ti piacerebbe essere sacerdote?". Io risposi subito: "Sì". Da quel momento mi sentivo già in seminario, ma quando terminai le scuole elementari, a dodici anni, dissi a mio padre che volevo entrare nel seminario minore salesiano e mi disse: "Non vai da nessuna parte, perché non decidi da solo. Sei un monello e ti rispediranno indietro il giorno dopo". E infatti in seguito ho pensato molte volte: "Aveva ragione".

Lei ha una passione per l'aviazione, ma molti conoscono anche il suo amore per la musica...

Cardinale Rodríguez Maradiaga: Sì, perché fin da quando ero bambino in casa mia si sentiva musica: mio padre l'amava, mia sorella maggiore suonava il piano. Io ho studiato il pianoforte fin da piccolo. Quando sono entrato nella Congregazione sono stato destinato all'insegnamento della musica. Mi hanno fatto studiare al Conservatorio e per molti anni ho insegnato musica sacra e canto gregoriano - che mi piace moltissimo - e ho organizzato orchestre e bande nelle scuole in cui ho lavorato, imparando a suonare vari strumenti.

Quali?

Cardinale Rodríguez Maradiaga: Il sassofono, la fisarmonica, l'organo, la batteria, il contrabbasso, il clarinetto...

C'è stata qualche persona che ha influito particolarmente sulla sua decisione di seguire Dio?

Cardinale Rodríguez Maradiaga: Sì, il direttore della scuola, così come San Giovanni Bosco. L'anno prima della mia ordinazione sacerdotale, mia madre mi rivelò una cosa che non sapevo: ero nato prematuro e il medico diceva che non sarei sopravvissuto. Allora lei si offrì di recitare tutti i giorni il Santo Rosario per la mia salute, assicurando che, se Dio mi avesse chiamato, mi avrebbe offerto al Signore. Non l'avevo mai saputo e ora ecco il risultato.

Quali sono stati alcuni dei momenti più felici da quando ha deciso di dire "sì" al Signore?

Cardinale Rodríguez Maradiaga: Ce ne sono stati moltissimi. Logicamente, quando ho pronunciato i miei primi voti come salesiano sono stato estremamente felice. Il momento più felice e decisivo è stato ovviamente l'ordinazione sacerdotale, che è la grazia più grande che Dio può dare a una persona, dopo il Battesimo. In seguito l'episcopato mi ha suscitato più che altro paura; non pensavo che fosse la mia vocazione, ma ho accettato perché don Bosco diceva che un desiderio del Papa per un salesiano era un ordine, e quindi ho accettato nella fede. Credo che il Signore mi abbia concesso 31 anni di Vescovado con molta gioia. Quando Papa Giovanni Paolo II mi ha chiamato per essere Cardinale è stata una sorpresa. Non l'avevo mai sognato, perché l'Honduras non aveva mai avuto un Cardinale. Per questo sono stato felice per la gioia che ho suscitato nel mio popolo.

E alcuni dei momenti più difficili?

Cardinale Rodríguez Maradiaga: Il Signore dice anche: "Se qualcuno vuol venire dietro di me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua". Tra questi momenti c'è stata la morte di mio padre, proprio quando stavo iniziando il cammino, al secondo anno di Filosofia. A volte ho avuto anche qualche problema di salute: per vari anni ho sofferto d'asma, mi ha guarito miracolosamente la Madonna quando ero al primo anno di Teologia. In seguito ho avuto molte difficoltà anche a causa della situazione dell'America Centrale. Come Vescovo amministratore apostolico mi trovavo in una Diocesi di frontiera con il Guatemala e El Salvador e avevamo molti rifugiati. Erano tempi di guerriglia, e chiaramente tutto era complicato. Un altro momento molto triste è stata la morte di Giovanni Paolo II.

Perché?

Cardinale Rodríguez Maradiaga: Perché io gli volevo un bene enorme, era praticamente mio padre e mi ha sempre dimostrato una fiducia e un affetto molto grandi. Chiaramente lo vedevamo indebolirsi, ma non pensavo che sarebbe morto così presto. Per me è stato come quando è morto mio padre.

[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]


A ottant'anni dalla fine della “guerra cristera”
Parla il sacerdote Juan González Morfín

di Jaime Septién


QUERÉTARO, lunedì, 19 ottobre 2009 (ZENIT.org).- A 80 anni dalla fine ufficiale della cosiddetta “guerra cristera” in Messico (1926-1929), padre Juan González Morfín, laureato presso la Pontificia Università della Santa Croce di Roma e docente all'Università Panamericana di Città del Messico, ha scritto un vibrante saggio sulla liceità morale della sollevazione cristera.

Saggio pioniere nel suo genere, “La guerra cristera y su licitud moral” (Porrúa, 2009) diverrà un riferimento obbligatorio per chiunque voglia addentrarsi nello studio di questa epoca difficile per il Messico, in questa guerra motivata dall'intransigenza del Governo del generale Plutarco Elías Calles (1924-1928) e del suo successore, Emilio Portes Gil (1928-1930), riguardo alla libertà religiosa e alla libertà dei fedeli.

In questa intervista, padre González Morfín parla di questo importante anniversario.

Cosa dicono il Magistero, la dottrina e la tradizione del pensiero cristiano su un'azione armata come la guerra cristera in Messico, terminata 80 anni fa?

P. Juan González Morfín: Nel momento in cui alcuni cattolici messicani optavano per la difesa armata per recuperare diritti che erano stati strappati loro, il Magistero della Chiesa era unanime nel condannare qualunque insurrezione armata contro il potere costituito per i mali maggiori al bene comune che sarebbero derivati. Non c'era ancora quella che si potrebbe definire una “dottrina cattolica sulla resistenza armata”. Ad ogni modo, in alcuni libri di morale si iniziava a proporre che, se si compivano le condizioni che facevano considerare giusta la difesa armata di un Paese contro un aggressore ingiusto, si poteva ritenere giusta la sollevazione di un popolo contro un Governo che si era trasformato in un ingiusto aggressore.

Era soprattutto una soluzione teorica e le condizioni segnalate erano andate evolvendosi nel corso di vari secoli, ma nella pratica c'erano molti problemi: come si poteva garantire che i mezzi pacifici fossero stati esauriti? Che tipo di aggressione, o che tipo di diritti dovevano essere coinvolti perché si considerasse necessario il ricorso alle armi? Chi poteva esortare alla sollevazione? Come si vede, la risposta non era così semplice. Ne “La guerra cristera y su licitud moral” presento un ampio studio sulla questione, che, tuttavia, non è né esaustivo né pretende di dire l'ultima parola.

Quale fu la base sociale del movimento cristero?

P. Juan González Morfín: La guerra cristera è stata una sollevazione popolare nel vero senso della parola: ha coinvolto tutte le fasce sociali, il che non vuol dire che tutti abbiano partecipato nella stessa proporzione. Le prime sollevazioni, a Zacatecas, sono state di contadini che, abituati a difendersi dalle bande di malviventi che li assalivano continuamente in quell'epoca di grande anarchia, videro la necessità di difendersi dal Governo che impediva loro di praticare la religione. La causa scatenante della sollevazione del generale Pedro Quintanar fu un'aggressione dei soldati contro una folla di cattolici. Dopo pochi giorni si unì a lui il generale Aurelio Acevedo con alcune decine di persone che ritenevano necessario sollevarsi quanto prima perché le truppe governative stavano confiscando le armi con cui si difendevano abitualmente dalle bande di ex rivoluzionari e capivano che se se le lasciavano senza armi sarebbero rimaste indifese di fronte a qualsiasi arbitrio del Governo, che “aveva già chiuso le chiese”, per cui decisero di lottare in difesa della loro fede, senza avere una prospettiva chiara di ciò che avrebbe potuto ottenere un numero così esiguo di persone.

L'insurrezione del 1926 si estese rapidamente?

P. Juan González Morfín: Sollevazioni simili quanto ai motivi si verificarono in varie zone in quei mesi che seguirono la sospensione del culto, cioè dall'agosto 1926. Allo stesso tempo, iniziarono le azioni di persecuzione più ripugnanti contro la popolazione cattolica, per cui le sollevazioni aumentarono: in quei primi momenti troviamo già gente che non apparteneva più al ceto contadino, come i fratelli Navarro Origel, di Pénjamo, Guanajuato; Carlos Díez de Sollano, anch'egli a Guanajuato; i Guízar, nella zona di Cotija, Michoacán; una trentina di giovani delle famiglie ricche di Piedras Negras, Coahuila. Si potrebbero indicare molte altre persone di classe medio-alta e alta, così come molte altre della classe media, presenti fin dall'inizio della guerra cristera. Per ragioni semplicemente matematiche, la percentuale più elevata dei protagonisti della sollevazione era di origini contadine.

Cosa distingue quello cristero da altri movimenti cosiddetti “rivoluzionari”? Il fatto che non voleva sovvertire né l'ordine sociale né il potere, ma che aspirava a vedersi permesso il ritorno alle pratiche di fede?

P. Juan González Morfín: Gli stessi cristeros molte volte respinsero, come attacco, il fatto di essere definiti “rivoluzionari”. L'obiettivo della loro resistenza non era cambiare il regime politico attraverso le armi, ma vedersi restituire i diritti di cui erano stati privati; per questo, quando pensarono di riavere la possibilità di tornare a praticare la propria fede liberamente consegnarono le armi. In questo senso, è interessante la testimonianza del responsabile militare degli Stati Uniti al termine della guerra cristera: “Ci si aspettava che, terminata la guerra, un gran numero di cristeros si desse al banditismo. Ma non accadde”.

Che ruolo giocarono i Vescovi e i sacerdoti nella guerra cristera e negli “arreglos” (accordi) del 1929?

P. Juan González Morfín: Quando avevano iniziato a proliferare le sollevazioni dei cattolici che cercavano di difendere la propria fede con le armi, la Lega Nazionale per la Difesa della Libertà Religiosa, associazione civica laica fondata verso il 1925, volle guidare i vari movimenti per dar loro una certa organizzazione. In quel momento si chiese il sostegno dell'episcopato in vari sensi, ma l'unica cosa che si ottenne fu una specie di impegno a non condannare il movimento armato.

Per i quasi tre anni in cui durò la lotta armata, la maggior parte dei Vescovi rimase in esilio ed effettivamente non condannò mai la difesa armata. Uno di loro, l'Arcivescovo di Durango, monsignor José Ma. González y Valencia, si vide nella necessità di rispondere alla domanda esplicita di quanti si erano sollevati e il senso della sua risposta fu che, non avendo loro provocato l'aggressione, avendo poi esaurito tutti i mezzi pacifici e difendendo diritti veramente irrinunciabili per loro e per i loro figli, come il diritto di praticare la loro religione, coloro che si erano sollevati potevano avere la coscienza tranquilla. I sacerdoti in quell'epoca non tanto di guerra, ma di terribile persecuzione, si impegnarono a nascondersi.

Erano tempi molto difficili per il sacerdozio...

P. Juan González Morfín: Con il rischio di perdere la vita, come di fatto accadde a molti, in sacerdoti facevano fronte clandestinamente alle richieste dei fedeli. Alcuni di loro, meno di cinquanta, esercitavano il ministro tra gli insorti in qualità di cappellani castrensi. Pochi, meno di dieci, arrivarono anche a impugnare le armi.

E il ruolo dei Vescovi negli “arreglos”?

P. Juan González Morfín: Sugli “arreglos” la spiegazione non è così semplice, perché in genere si dà per scontato che i Vescovi intervennero per patteggiare la pace con il Governo senza tener conto degli insorti, ma non andò proprio così. E' un tema complesso e difficile da spiegare i poche parole, soprattutto in modo convincente. Alcuni dirigenti cristeros, tra cui lo stesso generale al comando, Enrique Gorostieta, confessavano nella loro corrispondenza privata la necessità di arrivare a un accordo di pace.

Ciò che i Vescovi patteggiarono con il Governo di Portes Gil fu soprattutto un contesto di applicazione delle leggi che permettesse loro di esercitare il ministero senza essere soggetti all'autorità civile in questioni di disciplina esterna, cioè si arrivò a un “arreglo” che permetteva loro di riprendere il culto. Le basi del congedo dei cristeros furono negoziate da colui che in quel momento era il generale capo dell'esercito cristero, Jesús Degollado Guízar, che in precedenza aveva concordato con il comitato di guerra della Lega un documento che accettò integralmente il Governo di Portes Gil. Quelle basi in un primo momento furono rispettate, ma poco tempo dopo iniziò la mattanza selettiva di tutti coloro che avevano occupato qualche incarico nel movimento armato. Insisto sul fatto che non è semplice da spiegare in poche parole.

E Roma?

P. Juan González Morfín: I Vescovi avevano chiesto al Papa l'autorizzazione a sospendere il culto; era logico che la chiedessero anche per ripristinarlo, soprattutto se le condizioni che avevano portato alla sospensione non solo non erano migliorate, ma anzi si erano estremamente aggravate. Per questo, per permettere il ripristino, si chiese l'autorizzazione della Santa Sede, che suggerì che qualsiasi accordo al quale si fosse arrivati rispettasse queste condizioni: a) una soluzione pacifica e laica; b) amnistia completa per Vescovi, sacerdoti e fedeli; c) restituzione di proprietà come chiese, seminari, case di Vescovi e sacerdoti; d) che la Sante Sede potesse avere relazioni senza alcuna restrizione con la Chiesa messicana.

Si può dire che i Vescovi, spinti dal bene che la pace avrebbe portato ai loro figli, da quasi tre anni privati dell'ausilio dei sacramenti, si rassegnarono ad accettare molto meno di ciò che la Santa Sede aveva indicato. Per farsi un'idea più completa dell'azione della Sede Apostolica nel conflitto, raccomando la lettura di “El conflicto religioso en México y Pío XI” (Minos, 2009), un libretto che ho pubblicato qualche mese fa.

Quali insegnamenti lascia la guerra cristera?

P. Juan González Morfín: Bisogna continuare a studiare questo tema, perché fino a pochissimo tempo fa era quasi proibito dalla storiografia – ufficiale e non –, forse per il tanto dolore che ha provocato. Vorrei cambiare un po' la domanda e rispondere, in un modo che forse io stesso dovrei correggere una volta approfondito il tema, parlando più che degli “insegnamenti” delle “conseguenze”; e in questo senso posso dire che la guerra cristera aiutò enormemente il rafforzamento della fede dei messicani. Nei territori del nostro Paese in cui si svolse, attualmente la pratica religiosa è più estesa e più consolidata. Il sangue di molta gente morta a causa della fede continua a dare frutti.

A suo avviso, la sollevazione cristera è stata lecita moralmente parlando?

P. Juan González Morfín: Papa Pio XI, in un'Enciclica scritta nel 1937, cioè otto anni dopo la fine della guerra cristera, diede ragione ai Vescovi che non condannarono l'insurrezione, spiegando che “non si vede come sarebbe stato possibile allora condannare il fatto che i cittadini si unissero per difendere la Nazione e difendere se stessi con mezzi leciti e appropriati contro coloro che si avvalevano del potere pubblico per portarla alla rovina”. Questo è in qualche modo una conferma a posteriori del fatto che la difesa armata intrapresa da alcuni cattolici messicani in difesa della libertà religiosa non si può condannare come un'azione immorale; ad ogni modo, con ciò non si vuol dire che tutte le azioni intraprese dai cristeros siano state moralmente lecite.

[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]


 





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  Lunedì, 19 Ottobre 2009: Accadde Oggi    


Forum

Il lavoro, cammino di santità cristiana

ROMA, lunedì, 19 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Riportiamo di seguito un articolo apparso sul nuovo numero di Paulus, dedicato a “Paolo il lavoratore e a firma della prof.ssa Carla Rossi Espagnet, docente di Mariologia presso la Pontificia Università della Santa Croce.

* * *

La dottrina e la prassi diffuse da san Josemarìa Escrivà, fondatore dell’Opus Dei, richiamano alla memoria l’immagine del «padrone di casa che trae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche» (Mt 13,52), cioè gli insegnamenti perenni del Vangelo rinnovati per tutti i cristiani laici che sono chiamati a santificarsi in mezzo al mondo. Per questo Giovanni Paolo II ha definito san Josemarìa «il santo dell’ordinario» (Discorso del 7 ottobre 2002). Il carisma fondazionale dell’Opus Dei mette in luce la presenza di una dinamica che lega lavoro professionale e santità, un rapporto che raramente nella spiritualità cristiana è stato messo a fuoco in senso positivo; a lungo sono prevalse piuttosto letture che sottolineano le difficoltà che il lavoro pone alla ricerca della santità, in quanto fonte di “distrazione” dalle cose di Dio, o addirittura occasione di cedimento alle lusinghe della disonestà, dell’ambizione, della sete di potere.

Nell’Eden non c’era ozio

Eppure il giovane Josemarìa, raccolto in preghiera il 2 ottobre 1928, “vide” gli uomini e le donne del lavoro innalzare a Dio la lode e l’offerta a Lui gradita del frutto delle loro menti e dei loro corpi impegnati nella fatica quotidiana del lavoro, dell’edificazione di questo mondo e del servizio ai propri fratelli, in obbedienza al mandato divino: «Il Signore prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse» (Gn 2,15; cfr. Gn 1,28). Quel giorno san Josemarìa comprese che il lavoro è presente nel piano di Dio non come castigo per il peccato, ma come parte del comando originario e beatificante ricevuto dai nostri progenitori, e che l’uomo e la donna furono creati in una situazione paradisiaca, ma non oziosa. Il lavoro accompagnò la loro vita nel giardino, alimentandone la gioia e la comunione con Dio, e fu strumento di crescita personale e di servizio alla loro discendenza. Quando il peccato ruppe l’armonia tra l’umanità e il Creatore, anche il lavoro venne snaturato e divenne strumento di asservimento dell’uomo, com’è indicato dal segno della fatica: «Con il sudore del tuo volto mangerai il pane» (Gn 3,19). Da quel momento, nel cuore dell’uomo entrò la falsificazione del bene originario e anche il lavoro diventò un potenziale strumento di peccato contro Dio, contro il prossimo, contro se stessi e tutto il creato. Ma, come tutta la creazione, esso non perse il suo orientamento al bene e conservò il progetto fondamentale del Creatore, di modo che il suo destino si compie pienamente solo quando è indirizzato alla lode di Dio, al servizio del prossimo, alla crescita personale e allo sviluppo del mondo. L’offerta di Abele è chiamata a ripetersi nella storia, fino alla fine del mondo (Gn 4,4).

Un privilegio... ma per molti

A conferma della bontà sostanziale del lavoro, il Verbo redentore si fece non solo uomo, ma uomo lavoratore (cfr. Giovanni Paolo II, Laborem exercens, n. 26). A Nazareth, stupiti per la sua attività di predicatore, i suoi concittadini si domandavano: «Non è costui il carpentiere?» (Mc 6,3); «Non è egli forse il figlio del carpentiere?» (Mt 13,55), mostrando di conoscerlo per il lavoro che svolgeva e gli era stato insegnato da Giuseppe. Gesù è vero uomo, e come tale fa sue tutte le realtà umane buone. È un lavoratore e ha la mentalità di chi lavora; per questo, va a chiamare i discepoli mentre lavorano. San Josemarìa vi meditò spesso e scrisse: «Ciò che ti meraviglia a me sembra ragionevole. – Che il Signore sia venuto a cercarti nell’esercizio della tua professione? Così cercò i primi: Pietro, Andrea, Giovanni e Giacomo accanto alle reti: Matteo seduto al banco degli esattori... E – sbalordisci! – Paolo nel suo accanimento di metter fine alla semenza dei cristiani» (Cammino, n. 799). San Josemarìa comprese, quel 2 ottobre in cui nacque l’Opus Dei, come questo significasse che tutto il campo dell’attività professionale è un luogo adatto per incontrare Dio; che il tempo e i luoghi del lavoro non devono essere “senza Dio”; che Egli non va cercato solo nella preghiera personale e liturgica, e negli spazi sacri delle chiese e dei chiostri. «Dall’inizio dell’Opera, nel 1928, la mia predicazione è stata questa: la santità non è un privilegio di pochi, perché possono essere divini tutti i cammini della terra, tutte le condizioni di vita, tutte le professioni, tutte le occupazioni oneste» (Colloqui con mons. Escrivà, n. 26). Spesso, quando gli si chiedeva di spiegare che cosa fosse l’Opus Dei, san Josemarìa ricorreva al paragone con i primi cristiani, che assunsero con pienezza la loro vocazione senza modificare per questo la propria vita familiare e professionale: «essi [...] non si distinguevano esteriormente dagli altri cittadini. I soci dell’Opus Dei sono persone comuni; svolgono un lavoro qualsiasi; vivono in mezzo al mondo come realmente sono: cittadini cristiani che vogliono corrispondere in pieno alle esigenze della loro fede» (Colloqui, n. 24; in seguito all’erezione canonica dell’Opus Dei come Prelatura personale, non si parlerà più di “soci”, ma di “membri” o di “fedeli”). I primi cristiani avevano accolto Gesù nella loro esistenza e sapevano di essere chiamati alla santità; sapevano che la prospettiva della santità non era riservata solo a quanti avessero adottato un regime di vita particolare, come se ci fossero differenze sostanziali tra i battezzati, o diversi gradi nella chiamata divina a essere un altro Cristo. La vocazione universale alla santità è ben espressa negli scritti del Nuovo Testamento che il fondatore dell’Opus Dei meditava con impegno. Ad esempio, lo colpiva molto l’incipit di varie Lettere di san Paolo: «“Salutate tutti i santi. Tutti i santi vi salutano. A tutti i santi che sono in Efeso. A tutti i santi in Cristo Gesù che sono a Filippi”. – Non è davvero commovente questo appellativo – “santi”! – che i primi fedeli cristiani impiegavano per nominarsi fra loro?» (Cammino, n. 469).

Per costruire un mondo nuovo

Il lavoro svolto in mezzo al mondo, a contatto con altre persone che vi vengono coinvolte in complessi rapporti umani, e con le tensioni caratteristiche di ogni impegno volto a ottenere dei risultati e a incidere nella realtà sociale, economica e culturale: questa è la materia dell’incontro con Cristo di chi è consapevole che il battesimo comporta una chiamata a vivere “con Gesù e come Gesù”, e ha accolto questa sfida, con la grazia di Dio. Poiché è il battesimo che ci configura con Cristo, è evidente che l’impegno vocazionale a svolgere santamente il lavoro professionale interessa tutti i battezzati. San Josemarìa comprese che Dio chiama la maggior parte dei cristiani a santificare non delle attività svolte in modo generico, come fossero hobby o passatempi, ma l’ambito specifico nel quale ognuno impiega le proprie potenzialità e il proprio tempo con maggiore continuità e intensità, applicandosi non solo nell’azione ma anche nello studio e nella continua formazione professionale. Il suo è un concetto di lavoro propriamente laicale, diverso da quello monastico per il quale il lavoro è molto importante – basti ricordare l’Ora et labora della regola benedettina [cfr. dossier di questo numero, p. 375] – ma come esercizio di virtù teso a evitare l’ozio e altri vizi, piuttosto che come attività tesa a costruire il mondo e a stringere legami di socialità. Evidentemente il lavoro monastico ha portato frutti preziosi per tutta la società, ma ciò è avvenuto quasi a prescindere dall’intenzione di coloro che, con la loro attività, perseguivano un intento eminentemente ultramondano. Il laico cristiano ha a cuore questo mondo, nel quale incontra Cristo e lo serve soprattutto attraverso il suo lavoro professionale svolto con competenza, passione e sensibilità. Si tratta di un lavoro nel quale confluiscono le capacità intellettuali e affettive necessarie ad affrontare le problematiche non solo tecniche che si presentano, ma anche quelle umane, e che molto spesso porta ad essere all’avanguardia nell’individuarle e risolverle. L’attenzione al cuore del cristiano e nel contempo al mondo in cui vive sono sempre presenti in Escrivà: «Dall’insegnamento paolino, sappiamo che dobbiamo rinnovare il mondo nello spirito di Cristo, che dobbiamo mettere il Signore nell’alto e nel profondo di tutte le cose. – Ti pare che tu lo stia facendo nella tua occupazione, nel tuo lavoro professionale?» (Forgia, n. 678). La domanda di san Josemarìa non è oziosa, perché nasce dalla consapevolezza di quanto sia facile trasformare la passione per il lavoro professionale in uno strumento di ambizione personale, allontanandosi così diametralmente dall’ideale evangelico. Infatti, in un altro suo scritto, egli ammonisce: «È importante che ti dia da fare, che offra la spalla... In ogni modo, metti gli impegni professionali al loro posto: sono esclusivamente mezzi per arrivare al fine: non possono essere considerati neanche remotamente come la cosa fondamentale. Quante “professionalìti” impediscono l’unione con Dio!»

(Solco, n. 502). Il neologismo “professionalìte” venne coniato da san Josemarìa sul modello del linguaggio medico che indica col suffisso -ite l’infiammazione di un organo:

come l’appendicite o la congiuntivite sono l’infiammazione dell’organo corrispondente, così la “professionalite” è la malattia spirituale di chi fa del proprio lavoro un fine egoistico, alterandone la funzione originaria. Il lavoro che serve all’affermazione di sé, che sottrae tempo ed energie ai rapporti in cui non vi è un interesse professionale, invece di essere il luogo di incontro con Cristo, allontana da Dio e dagli altri, a cominciare dalla famiglia. Il progetto di amore della propria vita, da cui nasce la famiglia, dovrebbe trovare nel lavoro lo strumento per sostenersi ed espandersi non solo dal punto di vista economico; al contrario, spesso esso viene inaridito a livello spirituale ed affettivo proprio dall’eccessivo impegno professionale che, se può essere redditizio sul piano economico, non lo è certo su quello delle relazioni familiari, che vengono relegate ai ritagli di tempo e private delle energie di cui hanno bisogno per crescere. Per incontrare Dio nel suo lavoro, il laico cristiano deve impostare l’attività professionale come un servizio di eccellenza alla propria famiglia e a chi usufruisce di quel lavoro; deve impegnarsi per svolgere nel miglior modo possibile il suo compito specifico, sapendo che questa è una forma di carità particolarmente importante per chi vuole amare Dio attraverso le cose del mondo. L’onestà, la competenza e il senso di solidarietà contribuiscono a rendere migliori i rapporti umani, e a umanizzare la vita sociale prima ancora delle diverse forme di volontariato, che pure sono in molti casi necessarie per risolvere situazioni di disagio. La fede vissuta con profondità non porta dunque a disinteressarsi delle questioni terrene, ma a riconoscere il loro valore proprio arricchendolo di un ulteriore e più importante significato: «Da’ un motivo soprannaturale alla tua ordinaria occupazione professionale, e avrai santificato il lavoro» (Cammino, n. 359).

Materializzare la vita spirituale

Concludo questa breve presentazione del pensiero di san Josemarìa sulla santificazione del lavoro, con un passo della sua omelia più meritatamente famosa, alla quale rimando per ulteriori approfondimenti: «A quegli universitari e a quegli operai che mi seguivano verso gli anni Trenta, io solevo dire che dovevano saper materializzare la vita spirituale. Volevo allontanarli in questo modo dalla tentazione – così frequente allora, e anche oggi – di condurre una specie di doppia vita: da una parte, la vita interiore, la vita di relazione con Dio; dall’altra, come una cosa diversa e separata, la vita famigliare, professionale e sociale, fatta tutta di piccole realtà terrene. No, figli miei! Non ci può essere una doppia vita, non possiamo essere come degli schizofrenici, se vogliamo essere cristiani: vi è una sola vita, fatta di carne e di spirito, ed è questa che dev’essere – nell’anima e nel corpo – santa e piena di Dio: questo Dio invisibile lo troviamo nelle cose più visibili e materiali. Non vi è altra strada, figli miei: o sappiamo trovare il Signore nella nostra vita ordinaria, o non lo troveremo mai. Per questo vi posso dire che la nostra epoca ha bisogno di restituire alla materia e alle situazioni che sembrano più comuni, il loro nobile senso originario, metterle al servizio del Regno di Dio, spiritualizzarle, facendone mezzo e occasione del nostro incontro continuo con Gesù Cristo» (Amare il mondo appassionatamente, in Colloqui, n. 114).

Carla Rossi Espagnet

Pontificia Università della Santa Croce


Documenti

Il Papa al nuovo Capo delegazione della Commissione delle Comunità Europee
L'Europa non deve permettere che il suo modello di civiltà si sfaldi

CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 19 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il discorso pronunciato questo lunedì da Benedetto XVI nel ricevere in udienza il signor Yves Gazzo, nuovo Capo della delegazione della Commissione delle Comunità Europee presso la Santa Sede, il quale ha presentato le Lettere con le quali viene accreditato nell'alto ufficio.

* * *

Signor Ambasciatore,

Sono lieto di riceverla, Eccellenza, e di accreditarla come Rappresentante della Commissione delle Comunità Europee presso la Santa Sede. Le sarei grato se volesse esprimere a S.E. il signor José Manuel Barroso, che è stato appena rieletto a capo della Commissione, i miei voti cordiali per la sua persona e per il nuovo mandato che gli è stato affidato, e anche per tutti i suoi collaboratori.

Quest'anno l'Europa commemora il ventesimo anniversario della caduta del muro di Berlino. Ho voluto onorare in modo particolare  questo evento recandomi nella Repubblica Ceca. In quella terra provata dal giogo di una dolorosa ideologia, ho potuto rendere grazie per il dono della libertà recuperata che ha permesso al continente europeo di ritrovare la sua integrità e la sua unità.

Lei, signor Ambasciatore, ha appena definito l'Unione Europea come «un'area di pace e di stabilità che riunisce ventisette Stati con gli stessi valori fondamentali». È una felice definizione. È tuttavia giusto osservare che l'Unione Europea non si è dotata di questi valori, ma che sono stati piuttosto questi valori condivisi a farla nascere e a essere la forza di gravità che ha attirato verso il nucleo dei Paesi fondatori le diverse nazioni che hanno successivamente aderito a essa, nel corso del tempo. Questi valori sono il frutto di una lunga e tortuosa storia nella quale, nessuno lo può negare, il cristianesimo ha svolto un ruolo di primo piano. La pari dignità di tutti gli esseri umani, la libertà d'atto di fede alla radice di tutte le altre libertà civili, la pace come elemento decisivo del bene comune, lo sviluppo umano — intellettuale, sociale ed economico — in quanto vocazione divina (cfr. Caritas in veritate, nn. 16-19) e il senso della storia che ne deriva, sono altrettanti elementi centrali della Rivelazione cristiana che continuano a modellare la civiltà europea.

Quando la Chiesa ricorda le radici cristiane dell'Europa, non è alla ricerca di uno statuto privilegiato per se stessa. Essa vuole fare opera di memoria storica ricordando in primo luogo una verità — sempre più passata sotto silenzio — ossia l'ispirazione decisamente cristiana dei Padri fondatori dell'Unione Europea. A livello più profondo, essa desidera mostrare anche che la base dei valori proviene soprattutto dall'eredità cristiana che continua ancora oggi ad alimentarla.

Questi valori comuni non costituiscono un aggregato anarchico o aleatorio, ma formano un insieme coerente che si ordina e si articola, storicamente, a partire da una visione antropologica precisa.  Può l'Europa omettere il principio organico originale di questi valori che hanno rivelato all'uomo allo stesso tempo la sua eminente dignità e il fatto che la sua vocazione personale lo apre a tutti gli altri uomini con i quali è chiamato a costituire una sola famiglia? Lasciarsi andare a questo oblio, non significa esporsi al rischio di vedere questi grandi e bei valori entrare in concorrenza o in conflitto gli uni con gli altri? O ancora, questi valori non rischiano di essere strumentalizzati da individui e da gruppi di pressione desiderosi di far valere interessi particolari a detrimento di un progetto collettivo ambizioso — che gli europei attendono — che si preoccupi del bene comune degli abitanti del Continente e del mondo intero? Questo rischio è già stato percepito e denunciato da numerosi osservatori che appartengono a orizzonti molto diversi. È importante che l'Europa non permetta che il suo modello di civiltà si sfaldi, pezzo dopo pezzo. Il suo slancio originale non deve essere soffocato dall'individualismo o dall'utilitarismo.

Le immense risorse intellettuali, culturali ed economiche del continente continueranno a recare frutto se continueranno a essere fecondate dalla visione trascendente della persona umana che costituisce il tesoro più prezioso dell'eredità europea.  Questa tradizione umanista, nella quale si riconoscono tante famiglie dal pensiero a volte molto diverso, rende l'Europa capace di affrontare le sfide di domani e di rispondere alle attese della popolazione. Si tratta principalmente della ricerca del giusto e delicato equilibrio fra l'efficienza economica e le esigenze sociali, della salvaguardia dell'ambiente, e soprattutto dell'indispensabile e necessario sostegno alla vita umana dal concepimento fino alla morte naturale, e alla famiglia fondata sul matrimonio fra un uomo e una donna. L'Europa sarà realmente se stessa solo se saprà conservare l'originalità che ha fatto la sua grandezza e che è in grado di fare di essa, nel futuro, uno degli attori principali nella promozione dello sviluppo integrale delle persone, che la Chiesa cattolica considera come l'unica via in grado  di porre rimedio agli squilibri presenti nel nostro mondo.

Per tutti questi motivi, signor Ambasciatore, la Santa Sede segue  con rispetto e grande attenzione l'attività delle Istituzioni europee, auspicando che queste, con il loro lavoro e la loro creatività, onorino l'Europa che è più di un continente, è una «casa spirituale» (cfr. Discorso alle Autorità civili e al Corpo diplomatico, Praga, 26 settembre 2009). La Chiesa desidera «accompagnare» la costruzione dell'Unione Europea. Per questo si permette di ricordarle quali sono i valori fondatori e costitutivi della società europea affinché possano essere promossi per il bene di tutti.

Mentre comincia la sua missione presso la Santa Sede, desidero ribadirle la mia soddisfazione per le eccellenti relazioni che intrattengono la Comunità Europea  e la Santa Sede, e le formulo, signor Ambasciatore,  i miei voti migliori per il buon svolgimento del suo nobile incarico. Sia certo che troverà presso i miei collaboratori l'accoglienza e la comprensione di cui potrà aver bisogno.

Su di lei, Eccellenza, sulla sua famiglia e sui suoi collaboratori, invoco di tutto cuore l'abbondanza delle Benedizioni divine.

[Traduzione del testo originale in francese a cura de “L'Osservatore Romano”]

 





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