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News dal Vaticano :: Il mondo visto da Roma - 20 Settembre 2009
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Il mondo visto da Roma - 20 Settembre 2009
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Domenica, 20 Settembre 2009: Accadde Oggi  


Il mondo visto da Roma

SANTA SEDE
Occorre purificarsi dalle "scorie della menzogna e dell'egoismo"
Il Papa ricorda i parà italiani morti e tutti gli operatori di pace
Il Papa in Repubblica Ceca per incoraggiare nella carità e nella verità
Il Papa: giornalisti, propagate una cultura del dialogo e del rispetto
Comincia la prepazione del Sinodo per il Medio Oriente del 2010
Arcivescovo Hilarion: non c'è competizione tra cattolici e ortodossi
La Santa Sede chiede passi concreti verso il disarmo nucleare
Il Papa “verde”, l'ecologia e lo sviluppo sostenibile

ANALISI
Il boom del gioco d’azzardo: un successo... per alcuni

ITALIA
Ucciso in Amazzonia il missionario Ruggero Ruvoletto
Cardinale Bagnasco: l’annuncio di Cristo è il primo fattore di sviluppo

BIOETICA
La diagnosi pre-impiantatoria in "Dignitas Personae" (II)

ANGELUS
Benedetto XVI: “la sapienza non ha bisogno di imporsi con la forza”

DOCUMENTI/
La Santa Sede alla 53ª conferenza generale dell'Aiea
Udienza del Papa ai Patriarchi e agli Arcivescovi maggiori orientali


Santa Sede

Occorre purificarsi dalle "scorie della menzogna e dell'egoismo"
L'appello di Benedetto XVI prima della preghierea dell'Angelus

ROMA, domenica, 20 settembre 2009 (ZENIT.org).- Davanti alla tendenza nei rapporti sociali a non rispettare la verità e ad abbandonarsi a vendetta e odio, Benedetto XVI ha rivolto questa domenica un appello ad attingere alla sapienza di Dio che sola può purificare dalle “scorie della menzogna e dell’egoismo”.

In particolare, parlando da Castel Gandolfo prima della preghiera mariana dell'Angelus, il Papa ha rivolto il suo invito a “chi è chiamato ad essere promotore e 'tessitore' di pace nelle comunità religiose e civili, nei rapporti sociali e politici e nelle relazioni internazionali”.

Anche se, ha precisato il Papa, l’appello è rivolto a tutti noi.

Ai nostri giorni, ha infatti spiegato Benedetto XVI, “si constata non di rado un carente rispetto della verità e della parola data, insieme ad una diffusa tendenza all’aggressività, all’odio e alla vendetta”.

“Forse – ha aggiunto – è dovuto anche a certe dinamiche proprie delle società di massa”.

E allora, si è domandato il Papa, “perché non attingere dalla fonte incontaminata dell’amore di Dio la sapienza del cuore, che ci disintossica dalle scorie della menzogna e dell’egoismo?”.

Il Papa ha preso spunto nella sua riflessione dalla Lettera di Giacomo proposta nella Liturgia di oggi, in cui si contrappone la vera sapienza dalla falsa sapienza.

Una è “terrestre, materiale e diabolica”, ha spiegato, l’altra “che viene dall’alto anzitutto è pura, poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, imparziale e sincera”.

Anche in questo caso, ha continuato il Santo Padre, la Sacra Scrittura ci conduce a “riflettere su aspetti morali dell’umana esistenza, ma a partire da una realtà che precede la stessa morale, cioè dalla vera sapienza”.

“Come Dio dal quale proviene, la sapienza non ha bisogno di imporsi con la forza, perché detiene il vigore invincibile della verità e dell’amore, che si afferma da sé”.

“Perciò è pacifica, mite e arrendevole; non usa parzialità, né tanto meno ricorre a bugie; è indulgente e generosa, si riconosce dai frutti di bene che suscita in abbondanza".

“Per fare opere di pace bisogna essere uomini di pace”, ha sottolineato poi il Papa.

“Se ciascuno – ha infine concluso –, nel proprio ambiente, riuscisse a rigettare la menzogna e la violenza nelle intenzioni, nelle parole e nelle azioni, coltivando con cura sentimenti di rispetto, di comprensione e di stima verso gli altri, forse non risolverebbe tutti i problemi della vita quotidiana, ma potrebbe affrontarli più serenamente ed efficacemente".


Il Papa ricorda i parà italiani morti e tutti gli operatori di pace
E incoraggia a contrastare “la logica della violenza e della morte”

ROMA, domenica, 20 settembre 2009 (ZENIT.org).- Questa domenica, da Castel Gandolfo, al termine della preghiera domenicale dell'Angelus, Benedetto XVI ha dedicato un pensiero speciale a tutti gli operatori di pace impegnati nei diversi conflitti mondiali.

“Per le numerose situazioni di conflitto che esistono nel mondo, ci giungono, quasi quotidianamente, tragiche notizie di vittime sia tra i militari che tra i civili”, ha detto il Santo Padre.

“Sono fatti – ha poi aggiunto – a cui mai possiamo abituarci e che suscitano profonda riprovazione, nonché sconcerto nelle società che hanno a cuore il bene della pace e della civile convivenza”.

Il Papa ha poi confessato di aver provato “profondo dolore” per la morte dei sei militari italiani della Folgore caduti in un attentato il 17 settembre a Kabul, in Afghanistan, e le cui salme sono rientrate in Italia questa mattina, prima delle solenni esequie funebri che verranno presiedute a Roma dall'Arcivescovo Vincenzo Pelvi, Ordinario militare per l'Italia, nella Basilica di San Paolo Fuori le Mura il 21 settembre, alle ore 11.

“Mi unisco con la preghiera alla sofferenza dei familiari e delle comunità civili e militari – ha continuato – e, al tempo stesso, penso con eguali sentimenti di partecipazione agli altri contingenti internazionali, che anche di recente hanno avuto vittime e che operano per promuovere la pace e lo sviluppo delle istituzioni, così necessarie alla coesistenza umana”.

“A tutti assicuro il mio ricordo davanti al Signore, con un particolare pensiero alle care popolazioni civili, e per tutti invito ad elevare a Dio la nostra preghiera”.

“Desidero qui anche rinnovare – ha poi concluso – il mio incoraggiamento alla promozione della solidarietà tra le Nazioni per contrastare la logica della violenza e della morte, favorire la giustizia, la riconciliazione, la pace e sostenere lo sviluppo dei popoli partendo dall’amore e dalla comprensione reciproca, come ho scritto recentemente nella mia Enciclica Caritas in veritate”.


Il Papa in Repubblica Ceca per incoraggiare nella carità e nella verità
All'Angelus domenicale chiede preghiere per il suo prossimo viaggio

CITTA' DEL VATICANO, domenica, 20 settembre 2009 (ZENIT.org).- Questa domenica Benedetto XVI ha chiesto ai fedeli di pregare per il suo prossimo viaggio apostolico nella Repubblica Ceca, che si svolgerà dal 26 al 28 settembre.

“Sosterò nella capitale Praga, ma mi recherò anche a Brno, in Moravia, e a Stará Boleslav, luogo del martirio di san Venceslao, patrono principale della Nazione”, ha detto il Papa a Castel Gandolfo dopo la preghiera dell'Angelus.

“La Repubblica Ceca – ha continuato – si trova geograficamente e storicamente nel cuore dell’Europa, e dopo essere passata attraverso i drammi del secolo scorso, ha bisogno, come l’intero Continente, di ritrovare le ragioni della fede e della speranza”.

“Sulle orme del mio amato predecessore Giovanni Paolo II, che visitò quel Paese per ben tre volte, anch’io renderò omaggio agli eroici testimoni del Vangelo, antichi e recenti, e incoraggerò tutti ad andare avanti nella carità e nella verità”.

“Ringrazio fin d’ora quanti mi accompagneranno con la preghiera in questo viaggio, perché il Signore lo benedica e lo renda fruttuoso”, ha aggiunto.

Successivamente salutando i pellegrini della Repubblica Ceca giunti questa domenica a Castel Gandolfo, in particolare il gruppo della Parrocchia di Polná, il Papa ha chiesto loro di continuare a pregare “affinché la visita pastorale nella vostra Patria contribuisca al rafforzamento della fede, della speranza e della carità nel Popolo ceco”.


Il Papa: giornalisti, propagate una cultura del dialogo e del rispetto
Per la Giornata dei Mezzi di Comunicazione Sociale in Polonia

CITTA' DEL VATICANO, domenica, 20 settembre 2009 (ZENIT.org).- Questa domenica, dopo aver ricordato che oggi in Polonia si celebra la Giornata dei Mezzi di Comunicazione Sociale, Benedetto XVI ha lanciato un appello ai giornalisti perché diventino propagatori di una cultura del dialogo e del rispetto.

“In quest’occasione – ha detto il Papa al termine della preghiera dell'Angelus a Castel Gandolfo –, rivolgo particolari parole di gradimento e di riconoscenza alle redazioni cattoliche dei media in Polonia, che festeggiano il 20° anniversario della loro attività”.

“Auguro a tutti gli operatori nel settore delle comunicazioni sociali di propagare una cultura del rispetto, del dialogo e dell’amicizia. Che il suo fondamento sia Cristo e il suo Vangelo”, ha quindi concluso.


Comincia la prepazione del Sinodo per il Medio Oriente del 2010
Lo ha annunciato questo sabato Benedetto XVI

CITTA' DEL VATICANO, domenica, 20 settembre 2009 (ZENIT.org).- Sono già cominciati i preparativi del Sinodo speciale per il Medio Oriente, che avrà luogo dal 10 al 24 ottobre 2010.

L'annuncio ufficiale è stato fatto dal Pontefice durante un incontro con i Patriarchi e gli Arcivescovi maggiori orientali svoltosi questo sabato a Castel Gandolfo.

Il tema al centro di questa assemblea speciale dei Vescovi, secondo quanto rivelato dal Papa, sarà "La Chiesa cattolica in Medio Oriente: comunione e testimonianza: 'La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un'anima sola' (At 4, 32)".

Lo stesso Benedetto XVI, nello spiegare le ragioni che hanno motivato questa scelta, ha riconosciuto che "parlando di pace, il pensiero va, in primo luogo, alle regioni del Medio Oriente".

Già da lunedì 21 settembre si riunirà per la prima volta il Consiglio presinodale, nella sede della Segreteria generale del Sinodo dei Vescovi a Palazzo del Bramante, in via della Conciliazione, per avviare i preparativi dell'incontro, secondo quanto rivelato dall'Arcivescovo Nikola Eterovic, Segretario generale del Sinodo dei Vescovi.

"Due giorni di lavoro, lunedì 21 e martedì 22 settembre, per mettere a punto una macchina organizzativa che dovrà partire subito a pieno regime perché i tempi sono ristrettissimi", ha detto il presule a "L'Osservatore Romano".

Alla riunione prenderanno parte i Cardinali Ivan Dias, Walter Kasper, Jean-Louis Tauran e Leonardo Sandri insieme con i Patriarchi Nasrallah Pierre Sfeir, Emmanuel III Delly, Antonios Naguib, Gregorios III Laham, Nerses Bedros XIX Tarmouni e Fouad Twal. Il Patriarca Ignace Youssif III Younan ha designato a rappresentarlo monsignor Jules Mikhael Al-Jamil.

Ci saranno, dice monsignor Eterovic, anche l'Arcivescovo Ramzi Garmou, Presidente della Conferenza episcopale iraniana,  il Vescovo Luigi Padovese, Presidente della Conferenza episcopale turca e alcuni esperti.

Il pesule ha avvertito però che "l'elenco non è ancora completo, considerato il poco tempo a disposizione".

L'annuncio del Sinodo per il Medio Oriente, ha spiega il Segretario generale, "non è  di per sé una sorpresa. Da anni i pastori di quella regione riflettevano sull'opportunità di indirlo. Era un'idea che circolava con insistenza. Ma l'accelerazione decisiva è venuta dal viaggio di Benedetto XVI in Terra Santa nel maggio scorso".

All'ordine del giorno della riunione che inizia lunedì mattina ci sono proprio "le indicazioni del Papa sulle prospettive di dialogo per una convivenza pacifica in quella regione tormentata, tenendo conto delle realtà dei singoli Paesi".

"Il tema del Sinodo – ha rivelato Eterovic – è stato scelto personalmente da Benedetto XVI dopo aver ascoltato i suggerimenti raccolti dalla segreteria generale che ha fatto una consultazione tra i Vescovi. L'indicazione del Papa è di riflettere innanzitutto sulla comunione e sulla testimonianza che la Chiesa è chiamata a dare nel particolare contesto mediorientale".

"E la citazione degli Atti degli Apostoli - 'La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un'anima sola' (4, 32) - ci ricorda che quella regione è particolarmente cara a tutti i cristiani perché là è nato, è morto e risorto il Signore Gesù. È nata  lì la Chiesa e, nonostante le vicende  della  storia,  è ancora presente con  difficoltà ma anche con speranza", ha spiegato l'Arcivescovo croato.

Il Sinodo si svolgerà  nella tradizionale aula nuova in Vaticano. "Durerà  - ha commentato Eterovic - una settimana in meno rispetto al solito. È ancora prematuro pensare all'elenco e al numero dei partecipanti, i criteri devono essere stabiliti. Certo, se i pastori del Medio Oriente saranno i primi protagonisti, si avvertirà la dimensione universale della Chiesa".

"Una questione particolarmente importante – ha affermato - riguarderà il coinvolgimento di ebrei e musulmani. Non sappiamo ancora le modalità, ma è evidente che si dovrà tener conto di tutta la complessa realtà del Medio Oriente. Il Sinodo non è 'contro' qualcuno ma è uno spazio di dialogo aperto che punta alla comunione e alla pace nella giustizia e nella verità. Troveremo sicuramente il modo di sentire le voci del mondo ebraico e di quello musulmano".

Il dialogo e il confronto "con le altre religioni e le altre culture" sarà, per Eterovic, uno dei temi centrali del Sinodo "che dovrà però partire da una riflessione interna alla Chiesa, per rafforzare la comunione ecclesiale”.

“È questo il primo  mandato del Papa – ha aggiunto –. La diversità dei riti e delle tradizioni nella Chiesa è una ricchezza, non un ostacolo e va condivisa sul serio. È da una rinnovata, autentica comunione tra tutti i cattolici che può scaturire una testimonianza forte, anche dove le nostre comunità sono piccole. La comunione le rende più credibili".

"Per i temi più specifici – ha proseguito – si deve aspettare almeno la pubblicazione dei Lineamenta. Sono sicuro che dal Sinodo verrà un contributo alla riconciliazione, facendo seguito alle parole e ai gesti del Papa che a maggio in Terra Santa ha aperto nuovi orizzonti nel complesso ed esigente cammino di pace, nel rispetto dei diritti e dei doveri di tutti”.

Il pensiero, ha sottolineato Eterovic, va alla fine del Sinodo di un anno  fa  e all' “indimenticabile  appello di pace che proprio i Patriarchi e gli arcivescovi  maggiori orientali hanno consegnato nelle mani di Benedetto XVI per invocare giustizia e libertà religiosa".

Dopo la prima riunione del 21 e 22 settembre, l'iter sinodale proseguirà secondo i canali collaudati "applicati però di volta in volta alla situazione particolare del Medio Oriente".

Innanzitutto andrà preparato "quanto prima, sicuramente entro la fine dell'anno", il testo dei Lineamenta. "Sarà un documento breve – ha anticipato – perché c'è poco tempo a disposizione e poi vogliamo che le comunità abbiano l'opportunità di discuterlo".

Per l'Instrumentum laboris "bisognerà aspettare Pasqua. Anche quel testo sarà più snello e cercherà di puntare dritto all'essenziale".

Il Segretario generale ha rilevato infine "l'eccezionalità di  un  Sinodo regionale […] Finora si erano svolti sinodi continentali e due  avevano  riguardato  direttamente le questioni dei Paesi  Bassi e del Libano".


Arcivescovo Hilarion: non c'è competizione tra cattolici e ortodossi
Occorre, al contrario, un'alleanza al servizio dei valori

ROMA, domenica, 20 settembre 2009 (ZENIT.org).- La Chiesa cattolica e quella ortodossa devono essere alleate nel riaffermare i valori cristiani nel mondo di oggi: è quanto ha dichiarato l'Arcivescovo Hilarion di Volokolamsk, in una conferenza stampa tenuta dopo l’incontro di venerdì con Benedetto XVI a Castel Gandolfo.

Il Presidente del Dipartimento per le Relazioni Ecclesiastiche Esterne del Patriarcato di Mosca ha auspicato che Benedetto XVI e il Patriarca Kirill possano presto incontrarsi, parlando a un gruppo di giornalisti riunitisi presso la Chiesa ortodossa di Santa Caterina di Roma.

"Noi sosteniamo il Papa nel suo impegno per la difesa dei valori cristiani – ha detto –, lo sosteniamo anche quando le sue coraggiose dichiarazioni suscitano reazioni negative da parte di alcuni uomini politici o personalità pubbliche o sono osteggiate e a volte travisate da parte di alcuni mass media".

"Crediamo che egli abbia il dovere della testimonianza della verità e siamo quindi con lui anche quando la sua parola incontra opposizione", ha aggiunto l'Arcivescovo.

Proprio per questo, l’Arcivescovo ortodosso ha auspicato che si realizzi quanto prima l’incontro a lungo atteso tra il Papa e il Patriarca di Mosca.

“Personalmente spero che presto o tardi si realizzi l’incontro da tanti atteso tra il Papa e il Patriarca di Mosca. Posso dire con responsabilità che da entrambe le parti c’è il desiderio di preparare con grande cura tale incontro”, ha assicurato

Un incontro, ha rilevato, che rappresenterebbe un grande balzo in avanti nelle relazioni tra cattolici e ortodossi.

Hilarion ha ribadito che esiste attualmente una vastissima possibilità di cooperazione tra le due Chiese.

Davanti a noi, ha affermato, si apre il campo vastissimo del “mondo scristianizzato di oggi”.

“A queste sfide tutti noi cristiani e particolarmente noi ortodossi e cattolici possiamo e dobbiamo rispondere insieme – ha aggiunto –. Insieme possiamo proporre al mondo i valori spirituali e morali della fede cristiana. Insieme possiamo offrire la nostra visione cristiana della famiglia affermare il nostro concetto di giustizia sociale, di un impegno per la salvaguardia dell’ambiente, per la difesa della vita umana e della sua dignità”.

La Chiesa “non è un supermarket dello spirito”, ha proseguito, la Chiesa “rende la vita più piena, più umana e divina”.

Il presule si è quindi augurato che il rapporto tra cattolici e ortodossi si sviluppi più intensamente e che siano presto superati i problemi che sussistono tra le due tradizioni.

L’Arcivescovo Hilarion ha infine evidenziato che il Patriarca di Mosca vuole aprire anche una nuova pagina nei rapporti con il Patriarcato Ecumenico di Costantinopoli, all’insegna di un dialogo aperto e sincero.


La Santa Sede chiede passi concreti verso il disarmo nucleare
Intervenendo alla 53° Conferenza generale dell’ Aiea

ROMA, domenica, 20 settembre 2009 (ZENIT.org).- Occorrono “passi seri e concreti” verso la non proliferazione e il disarmo delle armi nucleari non solo per contrastare efficacemente il terrorismo nucleare, ma anche per realizzare “una cultura della vita e della pace capace di promuovere in maniera efficace lo sviluppo umano integrale dei popoli”.

E' quanto ha ricordato l’Arcivescovo Marcelo Sanchez Sorondo, capo della delegazione della Santa Sede, intervenendo alla 53° conferenza generale dell’ Agenzia internazionale per l'energia atomica (Aiea), svoltasi a Vienna dal 15 al 18 settembre.

All'inizio del suo discorso il presule ha indicato tra le sfide che la società di oggi può e deve affrontare anche la crescita della domanda di energia e il mercato nero di materiale nucleare.

"Al fine di realizzare una convivenza umana veramente libera – ha spiegato il presule, riprendendo le parole di Benedetto XVI nell’enciclica 'Caritas in veritate' – è necessario difendere e promuovere instancabilmente un vero sviluppo umano di portata universale tra i saperi e le operatività".

In questo ambito, l’Arcivescovo ha sottolineato tra le priorità dell'Aiea “quella di sollecitare e accrescere in tutto il mondo il contributo dell’energia atomica alle cause della pace e della prosperità”.

“Ma anche – ha continuato – orientare le conoscenze nucleari verso altri campi quali la medicina, l’agricoltura, la sicurezza alimentare, l’accesso all’acqua potabile, attività queste che vanno inserite all’interno di un più esteso quadro di sviluppo, che metta al centro la persona umana, contemplando ripercussioni importanti non solo per le generazioni presenti ma anche per quelle future".

L’Arcivescovo Sorondo ha quindi invitato gli Stati a perseguire come scopo ultimo il bene comune dei popoli e non il potere nazionale, sia esso economico o militare.

"La Santa Sede – ha concluso il presule – nota con soddisfazione alcuni segnali positivi della volontà di mettere di nuovo il disarmo nucleare al centro del dibattito internazionale su pace e sicurezza”.

Segnali quindi positivi, a suo avviso, in vista dell'VIII Conferenza di revisione sul Trattato di non proliferazione delle armi nucleari, prevista per il 2010 a New York, quando la comunità internazionale sarà “chiamata a porre in essere passi concreti, trasparenti e convincenti”.

Il Trattato di non proliferazione nucleare (TNP), che contiene l’unico impegno vincolante al disarmo nucleare in un trattato multilaterale e dà inoltre a tutti i firmatari il diritto di sviluppare programmi pacifici per produrre energia nucleare a scopi civili, è diventato legge internazionale nel 1970.

Per lungo tempo ci sono stati cinque Stati con armi nucleari: Stati Uniti, Regno Unito, Unione Sovietica, Francia e Cina. Da allora, India, Israele e Pakistan hanno sviluppato armi nucleari, e restano gli unici Paesi fuori dal Trattato.

I 188 Governi che hanno ratificato il Trattato si incontrano ogni cinque anni alla Conferenza di revisione per valutarne l’implementazione.

Oggi nel mondo esistono più di 26.000 testate nucleari e alcune nazioni anelano ancora a entrare nel “club nucleare”.

Il 18 settembre, per la prima volta in quasi vent'anni, l'Aiea ha approvato una risoluzione che chiede a Israele di aderire al Trattato di non proliferazione nucleare e di aprire tutti i suoi siti nucleari alle ispezioni.


Il Papa “verde”, l'ecologia e lo sviluppo sostenibile
Padre Lombardi spiega l'apertura ecologica di Benedetto XVI

CITTA' DEL VATICANO, domenica, 20 settembre 2009 (ZENIT.org).- Partendo dall'appellattivo di “Papa verde” affibbiato dai giornalisti a Benedetto XVI, il portavoce vaticano ha spiegato l'apertura ecologica profondamente ancorata ad una visione religiosa ed etica del mondo dell'attuale Pontefice.

"Effettivamente nel magistero di Benedetto XVI i pronunciamenti sulla tutela dell’ambiente, sulla salvaguardia del creato, sono frequenti e – possiamo dire – quasi continui", ha riconosciuto padre Federico Lombardi S.I., Direttore della Sala Stampa della Santa Sede.

Nella sua analisi, trasmessa nell'ultima edizione di "Octava Dies", il rotocalco informativo del Centro Televisivo Vaticano, da lui diretto, il sacerdote ha riconosciuto che "l’umanità diventa sempre più cosciente e preoccupata dei riflessi della sua attività sui fragili equilibri del pianeta".

L'intervento del portavoce vaticano anticipa il vertice convocato dalle Nazioni Unite per il 22 settembre a New York per discutere sui cambiamenti climatici, al fine di preparare l’appuntamento cruciale della Conferenza Mondiale a Copenhagen alla fine di novembre.

"In questo contesto il Papa offre un quadro di solidi riferimenti religiosi, razionali e morali per programmi di azione efficaci e per nuovi comportamenti e stili di vita adatti a uno sviluppo responsabile", ha sottolineato Lombardi.

"L’ultima enciclica tratta ampiamente il tema – ha aggiunto –: lo sfruttamento delle risorse non rinnovabili e la giustizia verso i popoli poveri, le questioni dei consumi energetici, la responsabilità verso le generazioni future, il rapporto fra ecologia e rispetto della vita".

Però come spiega il portavoce, "bisogna anzitutto – ricorda il Papa – che si impari 'a vedere nel creato qualcosa di più di una semplice fonte di ricchezza e di sfruttamento nelle mani dell’uomo', a vederla come è realmente, cioè 'espressione di un progetto di amore e di verità che ci parla del Creatore e del suo amore per l’umanità'”.

"Gli accordi e i compromessi dei politici potranno raggiungere lo scopo solo sulla base di motivazioni e atteggiamenti condivisi e compresi dai loro popoli", ha assicurato padre Lombardi.

"Abbiamo bisogno di un senso per il cammino e lo sviluppo dell’umanità. Il Papa 'verde' e la Chiesa lo sanno bene e offrono il loro servizio", ha concluso.


Analisi

Il boom del gioco d’azzardo: un successo... per alcuni
Gli Stati fanno ricorso una “tassa” pagata volentieri

di padre John Flynn, LC

ROMA, domenica, 20 settembre 2009 (ZENIT.org).- Negli ultimi decenni il gioco d’azzardo lecito si è diffuso a macchia d’olio negli Stati Uniti, mentre al contempo altri tipi di vizi hanno continuato ad essere oggetto di forte opposizione. La diffusione del gioco ha ricevuto scarsa attenzione accademica, ma un recente libro tenta di porvi rimedio.

Alan Wolfe, docente di scienze politiche presso il Boston College ha curato, insieme a Erik C. Owens, il libro di recente pubblicazione dal titolo “Gambling: Mapping the American Moral Landscape” (Baylor University Press).

Come viene osservato nell’introduzione del libro, il giro d’affari dell’industria dell’azzardo è notevole. Si stima che nel 2005 gli introiti sono stati pari a 84,65 miliardi di dollari (57,5 miliardi di euro), e che nel 2006 circa un americano su quattro abbia fatto ingresso in un casinò – un cambiamento radicale rispetto a non molti anni fa quando il Nevada era l’unico posto in cui era legale fare puntate in denaro. Oggi invece il gioco d’azzardo, in una forma o in un’altra, è legalizzato in 48 Stati, oltre al Distretto di Columbia.

A fronte delle campagne di sensibilizzazione contro il fumo e l’alcol, e della scarsa tolleranza per gli scandali sessuali di personaggi pubblici, l’opposizione al gioco d’azzardo è relativamente debole, osservano. Wolfe tratta di questo curioso fenomeno nel suo capitolo intitolato “The Culture War Issue That Never Was”.

Un secolo fa, l’opposizione al gioco d’azzardo da parte delle Chiese era feroce, e i leader evangelici erano fortemente critici denunciandolo come un vizio. Wolfe spiega che l’opposizione religiosa alle scommesse era una manifestazione della vena puritana presente nella cultura americana.

Questo puritanesimo è ciò che ha alimentato la campagna contro l’alcol dell’epoca del proibizionismo. Per contro, osserva Wolfe, l’opposizione religiosa al gioco non è mai assurta al rango di una campagna coordinata a livello nazionale. Inoltre, non poche persone appartenenti a gruppi cristiani hanno attivamente avallato e promosso nell’ambito politico il gioco d’azzardo.

Wolfe sostiene inoltre che i leader protestanti sono noti per essere politicamente pragmatici e poco propensi a criticare pratiche diffuse fra i propri membri.

Nessuna causa comune

Per esempio, nella lotta alla pornografia si era stabilita una causa comune tra i cristiani e alcune femministe, ma un’alleanza simile non è avvenuta riguardo al gioco d’azzardo, sottolinea l’autore. E questo, nonostante l’effettiva posizione critica di alcune femministe rispetto al gioco, soprattutto rispetto all’impatto economico per le madri e le famiglie derivanti dalle perdite da gioco del marito.

Nel suo contributo, John Dombrink, professore del dipartimento di criminologia, diritto e società, dell’Università della California, osserva che molti Stati hanno scelto di sfruttare le entrate derivanti dal gioco per risolvere i loro problemi fiscali. Tale fu, per esempio, l’argomentazione utilizzata dal Governatore del Massachusetts Deval Patrick nel 2007, quando annunciò di voler consentire l’apertura di altre case da gioco.

Ma questo può portare ad un conflitto di interessi, aggiunge Dombrink. Che gli operatori del gioco vogliano massimizzare i propri profitti è un fatto pacifico, ma cosa avviene quanto è lo stesso Stato a regolamentare il gioco e allo stesso tempo a ricavarne gli utili?

Dombrink spiega inoltre che se l’opposizione al gioco da parte dei conservatori sociali è stata silente, neanche i cosiddetti “progressisti” hanno voluto alzare la voce contro la dilagante legalizzazione delle scommesse.

La mancanza di opposizione ha portato ad una comoda relazione fra gli operatori del settore e la dirigenza di governo, come osserva R. Shep Melnick, docente di politica americana presso il Boston College. Le società attive nel gioco d’azzardo hanno speso milioni di dollari per ingraziarsi i politici, e in alcuni casi hanno persino contribuito a scrivere la normativa che regolamenta il settore, secondo Melnick.

Melnick cita poi anche uno studio che indica in più di 100 milioni di dollari l’ammontare speso dall’industria del gioco in attività di lobby e in contributi elettorali nel periodo 1994-96.

Gli Stati, a loro volta, hanno un interesse evidente nella gestione dei giochi. Le lotterie statali spendono infatti circa mezzo miliardo di dollari l’anno in pubblicità, secondo Melnick. Così, mentre è stata messa al bando la pubblicità del tabacco, il gioco è stato invece promosso e diffuso. La Federal Trade Commission si è spinta persino al punto di esentare le lotterie pubbliche dalla normativa contro la pubblicità ingannevole, aggiunge Melnick.

“Molte norme ordinarie sul gioco non si applicano alle politiche sulle lotterie”, osserva.

Al contempo Melnick spiega che la collettività ne è in qualche modo complice. La gente vuole avere più servizi dallo Stato, ma poi si oppone a ogni tentativo di aumentare il prelievo fiscale. In questo senso, le lotterie e i casinò offrono ai governi una soluzione di fronte a queste esigenze contrastanti.

“Una tassa che la gente fa la fila per pagare, una tassa che ricade sulla gente povera che non andrebbe a votare comunque. Quanti politici sotto pressione resisterebbero?”, osserva Melnick.

L’autore prosegue approfondendo la questione dell’impatto sulla popolazione povera. Chi ha un reddito inferiore a 10.000 dollari l’anno (6.800 euro l’anno), ne spende in media 600 (400 euro) in biglietti della lotteria, mentre chi guadagna più di 50.000 dollari (34.000 euro) ne spende meno di 250 (170 euro).

Chi smette di andare a scuola spende quattro volte di più per tentare la sorte, rispetto ai laureati, e i neri spendono cinque volte tanto rispetto ai bianchi.

È quantomeno discutibile, sostiene Melnick, che le entrate derivanti dal gioco riescano poi a compensare gli effetti di ciò che di fatto è una tassa regressiva sui poveri.

Conseguenze dannose

John P. Hoffmann, docente di sociologia presso la Brigham Young University, esamina i danni che derivano dal gioco d’azzardo, che viene generalmente ricompreso nella categoria dei reati senza vittime, anche se a suo dire questa terminologia non è corretta.

Fenomeni come quello delle scommesse hanno risvolti sostanzialmente negativi sui rapporti tra i coniugi e sul funzionamento delle famiglie. Molte persone che giocano sembrano non avere problemi, ammette Hoffmann, ma la ricerca afferma che il 9% dei giocatori sono persone a rischio, mentre l’1,5% ha problemi, e lo 0,9% presenta forme patologiche.

Queste percentuali potrebbero sembrare basse, ma se si considera la popolazione totale degli Stati Uniti, si tratta di milioni di persone, evidenzia l’autore.

Per quanto riguarda la vita familiare, Hoffmann osserva che il gioco a livello patologico è associato a problemi di salute mentale e al divorzio. Inoltre, anche i figli subiscono spesso gravi conseguenze quando il gioco raggiunge livelli problematici. Non solo in termini di tempo che i genitori trascorrono a casa, ma anche in quanto i figli soffrono di una forma di ridotto attaccamento ai propri genitori e di una perdita di fiducia nei loro confronti.

La dimensione morale

Di per sé, il gioco d’azzardo non è immorale, secondo l’insegnamento della Chiesa cattolica, e l’uso delle lotterie o del bingo è diventato un elemento comune nelle attività di raccolta fondi della Chiesa a livello locale e parrocchiale.

Come sottolinea il Catechismo della Chiesa cattolica al n. 2413, il gioco d’azzardo o le scommesse “diventano moralmente inaccettabili allorché privano la persona di ciò che le è necessario per far fronte ai bisogni propri e altrui”.

“La passione del gioco rischia di diventare una grave schiavitù”, avverte.

Come ci è possibile resistere a questa schiavitù ed evitare i mali provocati dall’eccessiva dedizione al gioco? Forse la risposta sta nel riscoprire una vita orientata dalla virtù

“Le virtù umane sono attitudini ferme, disposizioni stabili, perfezioni abituali dell'intelligenza e della volontà che regolano i nostri atti, ordinano le nostre passioni e guidano la nostra condotta secondo la ragione e la fede”, afferma il Catechismo al n. 1804.

La virtù cardinale della temperanza sembra appropriata al tema del gioco d’azzardo. La temperanza, spiega il Catechismo al n. 1809, “è la virtù morale che modera l'attrattiva dei piaceri e rende capaci di equilibrio nell'uso dei beni creati”. Una moderazione e un equilibrio spesso gravemente assenti nella cultura contemporanea, e non solo nel gioco d’azzardo.


Italia

Ucciso in Amazzonia il missionario Ruggero Ruvoletto
La polizia parla di un possibile tentativo di rapina

ROMA, domenica, 20 settembre 2009 (ZENIT.org).- Don Ruggero Ruvoletto è stato assassinato sabato mattina nella sua parrocchia di Santa Evelina alla periferia di Manaos, nel nord-est del Brasile.

Dopo le prime ricostruzioni, la polizia ha parlato di un possibile tentativo di rapina, ma l’ipotesi sembra non convincere poiché nella Chiesa sarebbero stati rubati solo una cinquantina di reali (circa una quindicina di euro), mentre altro denaro è stato lasciato nell'abitazione del sacerdote.

Alcuni testimoni affermano di aver visto due ''sconosciuti'' fuggire con alcuni oggetti appartenenti al religioso.

Secondo quanto riportato dall'agenzia missionaria “Misna”, per ora le forze dell’ordine hanno arrestato tre persone sospettate di essere coinvolte nell'assassinio. L’identità dei tre e l’eventuale movente restano tuttavia sconosciuti.

Don Ruggero Ruvoletto era nato il 23 marzo 1957 a Galta di Vigonovo (Venezia), nella diocesi di Padova ed era stato ordinato sacerdote nel 1982 dal Vescovo Filippo Franceschi, di cui era stato Segretario, durante tutto il suo episcopato (1982-1988).

Aveva poi studiato ecclesiologia a Roma ed era rientrato in diocesi nell’Agosto del 1994 occuopandosi per circa un anno di Pastorale sociale e del lavoro come delegato vescovile. Era stato quindi nominato Direttore del Centro missionario diocesano dal 1995 al 2003.

Nel luglio di sei anni fa era partito per il Brasile, come missionario fidei donum, nella diocesi di Itaguaì a Mangaratiba insieme con don Orazio Zecchin.

L’anno seguente aveva raggiunto don Francesco Biasin, nel frattempo consacrato Vescovo nella diocesi di Pesqueira, nel nord est del Brasile, per partecipare ad un progetto di presenza missionaria alla periferia di Manaus, voluto dalle diocesi locali.

La periferia di Manaus, si legge in una nota della diocesi di Padova, è "un luogo di confine tra la città e la foresta dove la criminalità è particolarmente aggressiva e ultimamente si erano verificati vari assalti. Lo stesso don Ruggero aveva recentemente partecipato a una manifestazione per chiedere maggiore sicurezza".

Dopo la notizia centinaia di abitanti del sobborgo di Manaos si sono raccolti attorno alla parrocchia per rendere omaggio alle spoglie del missionario italiano, che verrà sepolto in Italia.

Questa domenica mattina, il Vescovo di Padova, mons. Antonio Mattiazzo ha ricordato che don Ruggero “si è sempre speso tantissimo per la missione. Era uomo e prete di animo buono, sereno, sempre sorridente e di una disponibilità totale”.


Cardinale Bagnasco: l’annuncio di Cristo è il primo fattore di sviluppo
Il Presidente della CEI commenta la “Caritas in veritate”

di Antonio Gaspari

ROMA, domenica, 20 settembre 2009 (ZENIT.org).-Nel corso della lectio magistralis pronunciata il 19 settembre a Genova nell’ambito di un convegno di studi dedicato all'ultima enciclica di Benedetto XVI “Caritas in veritate”, il Cardinale Angelo Bagasco, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), ha spiegato che “l’annuncio di Cristo è il primo e principale fattore di sviluppo”.

Facendo riferimento alla difficile sfida della globalizzazione, l’Arcivescovo di Genova ha precisato che “lo sviluppo non è solo una questione quantitativa, ma risponde piuttosto ad una vocazione” ed è evidente che “la questione sociale sia oggi inscindibilmente legata alla questione antropologica”.

Dopo aver ribadito che “il primo capitale da salvaguardare e valorizzare è l’uomo” il Presidente della CEI ha rilevato che “lo sviluppo non è un processo rettilineo, quasi automatico e di per sé illimitato, ma è determinato dalla qualità umana degli attori chiamati in causa”.

“Ed una visione trascendente della persona - ha aggiunto -, ha bisogno di Dio: senza di Lui lo sviluppo o viene negato o viene affidato unicamente alle mani dell’uomo, che cade nella presunzione dell’autosalvezza e finisce per promuovere uno sviluppo disumanizzato”.

A questo proposito il Cardinale Bagnasco ha denunciato che 1,02 miliardi di persone sono in condizioni di sotto nutrizione e che la combinazione della recessione economica mondiale e dei persistenti alti prezzi dei beni alimentari ha aggiunto altri 100 milioni di persone in stato di denutrizione e povertà cronica.

Parlando dell’Enciclica “Caritas in veritate” il Presidente della CEI ha affermato che la Dottrina sociale della Chiesa è il luogo in cui la carità purifica la giustizia, e “non c’è carità senza giustizia perché si tratterebbe di semplice assistenzialismo, per altro verso non si dà giustizia senza carità perché si finirebbe nelle secche di un arido legalismo”.

Riprendendo una affermazione del Concilio Vaticano II, l’Arcivescovo di Genova ha sottolineato che “lo sviluppo dei popoli dipende soprattutto dal riconoscimento di essere una sola famiglia” e che la Chiesa fornisce il proprio apporto allo sviluppo anzitutto quando “annuncia, celebra e testimonia Cristo, quando, cioè, adempie alla propria missione di evangelizzazione”.

Sullo sviluppo sociale come questione antropologica, il Presidente della CEI ha spiegato che “lo sviluppo vero non può tenere separati i temi della giustizia sociale da quelli del rispetto della vita e della famiglia e che sbagliano quanti in questi anni, anche nel nostro Paese, si sono contrapposti tra difensori dell’etica individuale e propugnatori dell’etica sociale”.

Facendo riferimento all’inverno demografico che sta penalizzando l’intero sistema sociale il Cardinale Bagnasco ha commentato amaramente che “aver sottovalutato l’impatto della famiglia sul piano sociale ed economico riconducendola ad una questione privata, quando non addirittura ad un retaggio culturale del passato, è stata una miopia di cui oggi pagano le conseguenze soprattutto le generazioni più giovani, sempre meno numerose e sempre meno importanti”.

“La saldatura tra etica sociale ed etica della vita è un imperativo categorico”, ha affermato l’Arcivescovo di Genova, e “porta a convincersi ad esempio che l’eugenetica è molto più preoccupante della perdita della biodiversità nell’ecosistema o che l’aborto e l’eutanasia corrodono il senso della legge e impediscono all’origine l’accoglienza dei più deboli, rappresentando una ferita alla comunità umana dalle enormi conseguenze di degrado”.

Citando l’enciclica al n. 28 il Cardinale Bagnasco ha ripetuto che “se si perde la sensibilità personale e sociale verso l’accoglienza di una nuova vita, anche altre forme di accoglienza utili alla vita sociale si inaridiscono”.

Nella parte finale della lectio magistralis il presidente della CEI ha parlato dell’ecologia umana a cui è dedicata una parte significativa del capitolo IV dell’Enciclica.

Riprendendo le parole del Pontefice, il porporato ha sostenuto che “la Chiesa ha una responsabilità per il creato”, che non significa solo difendere la terra, l’acqua e l’aria come doni della creazione appartenenti a tutti.

Ma, ha precisato, “deve proteggere soprattutto l’uomo contro la distruzione di se stesso. E’ necessario che ci sia qualcosa come un’ecologia dell’uomo, intesa in senso giusto”.

“Il degrado della natura è infatti strettamente connesso alla cultura che modella la convivenza umana: quando l’ecologia umana è rispettata dentro la società, anche l’ecologia ambientale ne trae beneficio”.

Citando ancora il Pontefice nell’omelia per l’inizio del Ministero petrino, 24 aprile 2005, il cardinale Bagnasco ha sottolineato che “la crisi ecologica dunque non può essere interpretata come un fatto esclusivamente tecnico, ma rimanda ad una crisi più profonda perché ai 'deserti esteriori' corrispondono 'i deserti interiori'”.

Per questo motivo, ha aggiunto, “alla morte dei boschi 'attorno a noi' fanno da pendant le nevrosi psichiche e spirituali 'dentro di noi', all’inquinamento delle acque corrisponde l’atteggiamento nichilistico nei confronti della vita”.

“Quando infatti l’uomo non viene considerato nell’integralità della sua vocazione – ha ribadito – e non si rispettano le esigenze di una vera 'ecologia umana' si scatenano le dinamiche perverse delle povertà, compromettendo fatalmente anche l’equilibrio della Terra”.

Il Presidente della CEI ha concluso affermando che lo sguardo dell’Enciclica è tutt’altro che pessimista o fatalista e che al contrario ci dice con realismo che “la crisi diventa occasione di discernimento e di nuova progettualità” ed in questa chiave, “fiduciosa piuttosto che rassegnata, conviene affrontare le difficoltà del momento presente”.

 

 





ViviCentro (art. 19 e 21)

La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).
 
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Domenica, 20 Settembre 2009: Accadde Oggi  


Bioetica

La diagnosi pre-impiantatoria in "Dignitas Personae" (II)

di Carlo Bellieni*

ROMA, domenica, 20 settembre 2009 (ZENIT.org).- La diagnosi pre-impiantatoria è quindi espressione di quella mentalità eugenetica, «che accetta l’aborto selettivo, per impedire la nascita di bambini affetti da vari tipi di anomalie. Una simile mentalità è lesiva della dignità umana e quanto mai riprovevole, perché pretende di misurare il valore di una vita umana soltanto secondo parametri di normalità e di benessere fisico, aprendo così la strada alla legittimazione anche dell’infanticidio e dell’eutanasia» (cfr. Istruzione “Dignitas Personae” n. 22).

Il Documento giustamente riporta al centro del dibattito etico due termini: “eugenetica” e “normalità”: l’eugenetica è tale quando chiunque voglia selezionare una vita sulla base delle sue caratteristiche, e la normalità diventa un disvalore quando non rispetti e non valorizzi le differenze. A questo proposito bisogna ricordare che i primi a riportare le conseguenze di una mentalità eugenetica e normalizzante sono le persone disabili, non solo quelle che ancora non sono nate e che da tale mentalità possono essere eliminate, ma anche i soggetti già nati che sentono una tale mentalità lesiva del loro stesso diritto ad esistere, dato che li fa sentire come “sopravvissuti” o “indesiderati”. Infatti oggi esiste un dibattitoin cui paradossalmente si vuole aprire ad una specie di “consumismo procreativo” [16] in cui i genitori possano selezionare il figlio sulla base di qualunque tratto desiderato[17], proprio per non creare una stigmatizzazione dei malati di sindrome Down o altre patologie più gravi che inevitabilmente sorgerebbe se la selezione fosse fatta per dette malattie. Ovviamente neanche questa soluzione (il libero mercato procreativo) è una soluzione eticamente accettabile. Ma le caratteristiche della mentalità eugenetica e normalizzante vanno anche a riflettersi sui figli già nati[18] che può espandersi alla società intera e all’attuale generazione che si rende conto che, come dice la psicologa Marie Chatel, oggi il figlio “non desiderato” è diventato “indesiderabile”[19], e che la stessa generazione attuale si sta rendendo sempre più conto che, tra DPI e DGP, oggi si nasce perché si è conformi al desiderio dei genitori. Non a caso questa generazione viene descritta dai sociologi come “echo-boomers”, cioè come la generazione che non ha ideali ma vive di riflesso degli ideali, o meglio dei desideri irrealizzati dei loro genitori e che loro si ritrovano a dover realizzare.

6

Trattando l’embrione umano come semplice “materiale di laboratorio”, si opera un’alterazione e una discriminazione anche per quanto riguarda il concetto stesso di dignità umana. La dignità appartiene ugualmente ad ogni singolo essere umano e non dipende dal progetto parentale, dalla condizione sociale, dalla formazione culturale, dallo stato di sviluppo fisico.

Intanto dobbiamo sempre ricordare che trattando l’embrione umano come materiale di laboratorio non sappiamo ancora gli effetti che provochiamo, soprattutto a livello epigenetico[20], cioè dell’espressione del DNA del soggetto nel futuro, dato che sappiamo che l’influsso dell’ambiente (addirittura la presenza della luce) può provocare un cambiamento non dei geni, ma della loro espressione. Vari studi mostrano le possibili conseguenze di questo, ad esempio mostrando i possibili rapporti tra ICSI e malattie dell’imprinting genomico.

La sottolineatura del termine “dignità” ci ricorda un fatto importante: come non è possibile “creare” un embrione, così tutti gli embrioni hanno la stessa dignità e, aggiungeremo, gli stessi diritti, indipendentemente da come sono stati generati. Se un figlio può ereditare anche se il padre è premorto alla nascita, anche gli embrioni superstiti e congelati dovrebbero avere gli stessi diritti anche se purtroppo così non è[21]. Troppo facile e troppe implicazioni anche sui figli concepiti naturalmente avrebbe non far valere questo diritto giuridico se il genitore non ha “personizzato” il figlio con un atto di volontà. L’essere umano non può dipendere nei suoi diritti dal volere di altri; purtroppo invece assistiamo alla presenza di questa mentalità che non è solo eugenetica, ma anche pedofobica, cioè essenzialmente discriminante i diritti di tutti coloro che vivono le prime fasi della vita, ovvero non solo in epoca prenatale ma anche neonati, che alcuni non reputano “persone”.

7

Se in altri tempi, pur accettando in generale il concetto e le esigenze della dignità umana, veniva praticata la discriminazione per motivi di razza, religione o condizione sociale, oggi si assiste ad una non meno grave ed ingiusta discriminazione che porta a non riconoscere lo statuto etico e giuridico di esseri umani affetti da gravi patologie e disabilità: si viene così a dimenticare che le persone malate e disabili non sono una specie di categoria a parte perché la malattia e la disabilità appartengono alla condizione umana e riguardano tutti in prima persona, anche quando non se ne fa esperienza diretta.

Questo passaggi introduce il fondamentale concetto di handifobia[22], cioè la condizione per cui la normale paura della malattia diventa una fobia pregiudiziale verso ogni rischio per un danno permanente alla propria salute e una avversione verso la stessa presenza di persone disabili. Varie categorie di soggetti oggi vengono considerate come “non-persone” e tra queste, oltre ai bambini ritroviamo le persone disabili, ovvero quei livelli della vita umana in cui non si può vantare una completa “autonomia”. Anche J Maroteaux, che per tutta la vita ha studiato le patologie legate al nanismo, tanto da dare il suo nome ad una sindrome, scrisse nel 1996 un articolo intitolato significativamente “J’accuse” [23] e come sottotolo ha il seguente: “la bassa statura ha ancora diritto di cittadinanza?”, nel quale denuncia la facilità con cui si acceda all’aborto in caso di previsione di bassa statura del nascituro. Ma vari studiosi negli ultimi anni hanno sottolineato come anche i bambini neonati non ricevano lo stesso livello di cure dei soggetti più grandi in quanto vengono ritenuti portatori di diritti meno cogenti, tra cui in particolare il subordinare la loro rianimazione non al loro miglior interesse, ma agli interessi dei genitori o ad una loro prevista disabilità , cosa che non avverrebbe al momento di dover decidere se rianimare un adulto.  In realtà oggi il disabile viene sentito essere una specie di corpo estraneo alla società, anche perché ricorda a tutti la loro originaria dipendenza dagli altri, che l’attuale clima individualistico e autonomistico vuole a tutti i costi negare.

8

Tale discriminazione è immorale e perciò dovrebbe essere considerata giuridicamente inaccettabile, così come è doveroso eliminare le barriere culturali, economiche e sociali, che minano il pieno riconoscimento e la tutela delle persone disabili e malate.

L’ultimo richiamo è la conditio sine qua il resto della trattazione resterebbe puro esercizio teorico: se non si mostra la strada per attuare un principio, o se non si cammina insieme a chi deve operare in una certa direzione, si opera una vera violenza o un atto di ipocrisia. La dichiarazione Dignitas Personae invece mostra il suo realismo e la sua concreta presenza a fianco dei problemi delle persone disabili cui non è corretto proporre scorciatoie inaccettabili moralmente, ma cui deve essere spalancata la porta della solidarietà sociale. La società ha l’obbligo di realizzare tutti gli strumenti per un superamento della disabilità, laddove essa sia superabile, per un aiuto economico sempre, e per una conoscenza nelle scuole e sui media dei problemi e della dignità delle persone con disabilità, dei loro diritti e del loro desiderio di un trattamento non “compassionevole”, ma semplicemente “amicale”, per quanto fortemente integrativo e cooperante. I genitori di bambini disabili si trovano in condizioni spesso terribilmente emarginate, e per superare questa forma di nuova emarginazione e discriminazione non si deve risparmiare nessuno sforzo sociale e politico. Viene in realtà chiesta dalla Dichiarazione una rivoluzione culturale, dato che oggi gli Stati fanno molto per gli screening prenatali, ma non fanno altrettanto per la ricerca scientifica delle malattie rare e l’aiuto alle persone colpite da malattie genetiche. E’ una sfida verso un cambiamento di sensibilità generale, che porterà frutti se recepita correttamente nel prossimo futuro.

[16] Henn W., Consumerism in prenatal diagnosis: a challenge for ethical guidelines, J Med Ethics 2000, 26(6): 444-446.

[17] Jean-Yves Nau: Un rapport préconise l'élargissement du diagnostic préimplantatoire. Le Monde, 11 aprile, 2008. dIsponibile a: http://www.lemonde.fr/cgi-bin/ACHAT...ef=ARC-TRK-D_01

Aldred M., Crawford P.J., Savarirayan R. et Al., It's only teeth are there limits to genetic testing?, Clin Genet. 2003, 63(5): 333-339.

Dahl E., Ethical issues in new uses of pre-implantation genetic diagnosis: should parents be allowed to use pre-implantation genetic diagnosis to choose the sexual orientation of their children?, Hum Reprod. 2003, 18(7): 1368-1369.

Robertson J.A., Extending pre-implantation genetic diagnosis: medical and non-medical uses, J Med Ethics 2003, 29(4): 213-216.

18 Bayle B: L’embryon sur le divan. Masson, Paris 2003

[19] Chatel M.M., Malaise dans la procréation, Paris: Albin Michel, 1993.

[20] Bellieni CV: Non tutto è scritto, dunque non va manipolato. Avvenire 22 novembre 2007. Disponibile a: http://www.avvenireonline.it/Vita/Articoli/Scienza/20071122.htm

[21] John Lyon - Court: Embryo implanted in mother's womb after father's death not an heir, Arkansas News Bureau, Jan. 11, 2008. Disponibile a: http://lawprofessors.typepad.com/tr...death-impl.html

[22] Bellieni C, Buonocore G: Handiphobia, leading cause of eutanasia. JMP 2005;3(3):114-8. Disponibile a: http://www.jmpweb.com/resources/art...115bellieni.pdf

[23] P Maroteaux: J'accuse! La petite taille a-t-elle encore droit de cité?. Archives de pédiatrie   1999;3(7):649-50

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*Il dott. Carlo Bellieni è dirigente del Dipartimento di Terapia intensiva neonatale del Policlinico universitario "Le Scotte" di Siena e membro della Pontificia Accademia Pro Vita.

[La prima parte è stata pubblicata il 13 settembre]


Angelus

Benedetto XVI: “la sapienza non ha bisogno di imporsi con la forza”
Intervento in occasione dell'Angelus domenicale

CITTA' DEL VATICANO, domenica, 20 settembre 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo le parole pronunciate da Benedetto XVI questa domenica, in occasione dell'Angelus, rivolgendosi ai pellegrini riuniti nel cortile interno del Palazzo apostolico di Castel Gandolfo.

* * *

Carissimi fratelli e sorelle!

Quest’oggi, per la consueta riflessione domenicale, prendo spunto dal passo della Lettera di Giacomo che ci viene proposto nell’odierna Liturgia (3,16-4,3), e mi soffermo, in particolare, su una espressione che colpisce per la sua bellezza e per la sua attualità. Si tratta della descrizione della vera sapienza, che l’Apostolo contrappone alla falsa. Mentre quest’ultima è "terrestre, materiale e diabolica", e si riconosce dal fatto che provoca gelosie, contese, disordini e ogni sorta di cattive azioni (cfr 3,16), al contrario, "la sapienza che viene dall’alto anzitutto è pura, poi pacifica, mite, arrendevole, piena di misericordia e di buoni frutti, imparziale e sincera" (3,17). Un elenco di sette qualità, secondo l’uso biblico, da cui risaltano la perfezione dell’autentica sapienza e gli effetti positivi che essa produce. Come prima e principale qualità, posta quasi a premessa delle altre, san Giacomo cita la "purezza", cioè la santità, il riflesso trasparente – per così dire – di Dio nell’animo umano. E come Dio dal quale proviene, la sapienza non ha bisogno di imporsi con la forza, perché detiene il vigore invincibile della verità e dell’amore, che si afferma da sé. Perciò è pacifica, mite e arrendevole; non usa parzialità, né tanto meno ricorre a bugie; è indulgente e generosa, si riconosce dai frutti di bene che suscita in abbondanza.

Perché non fermarsi a contemplare ogni tanto la bellezza di questa sapienza? Perché non attingere dalla fonte incontaminata dell’amore di Dio la sapienza del cuore, che ci disintossica dalle scorie della menzogna e dell’egoismo? Questo vale per tutti, ma, in primo luogo, per chi è chiamato ad essere promotore e "tessitore" di pace nelle comunità religiose e civili, nei rapporti sociali e politici e nelle relazioni internazionali. Ai nostri giorni, forse anche per certe dinamiche proprie delle società di massa, si constata non di rado un carente rispetto della verità e della parola data, insieme ad una diffusa tendenza all’aggressività, all’odio e alla vendetta. "Per coloro che fanno opera di pace – scrive san Giacomo – viene seminato nella pace un frutto di giustizia" (Gc 3,18). Ma per fare opere di pace bisogna essere uomini di pace, mettendosi alla scuola della "sapienza che viene dall’alto", per assimilarne le qualità e produrne gli effetti. Se ciascuno, nel proprio ambiente, riuscisse a rigettare la menzogna e la violenza nelle intenzioni, nelle parole e nelle azioni, coltivando con cura sentimenti di rispetto, di comprensione e di stima verso gli altri, forse non risolverebbe tutti i problemi della vita quotidiana, ma potrebbe affrontarli più serenamente ed efficacemente.

Cari amici, ancora una volta la Sacra Scrittura ci ha condotto a riflettere su aspetti morali dell’umana esistenza, ma a partire da una realtà che precede la stessa morale, cioè dalla vera sapienza. Domandiamo a Dio con fiducia la sapienza del cuore, per intercessione di Colei che ha accolto in grembo e generato la Sapienza incarnata, Gesù Cristo, nostro Signore. Maria, Sede della Sapienza, prega per noi!

[DOPO L’ANGELUS]

Per le numerose situazioni di conflitto che esistono nel mondo, ci giungono, quasi quotidianamente, tragiche notizie di vittime sia tra i militari che tra i civili. Sono fatti a cui mai possiamo abituarci e che suscitano profonda riprovazione, nonché sconcerto nelle società che hanno a cuore il bene della pace e della civile convivenza. In questi giorni, la notizia del gravissimo attentato in Afghanistan ad alcuni militari italiani mi ha provocato profondo dolore. Mi unisco con la preghiera alla sofferenza dei familiari e delle comunità civili e militari e, al tempo stesso, penso con eguali sentimenti di partecipazione agli altri contingenti internazionali, che anche di recente hanno avuto vittime e che operano per promuovere la pace e lo sviluppo delle istituzioni, così necessarie alla coesistenza umana; a tutti assicuro il mio ricordo davanti al Signore, con un particolare pensiero alle care popolazioni civili, e per tutti invito ad elevare a Dio la nostra preghiera. Desidero qui anche rinnovare il mio incoraggiamento alla promozione della solidarietà tra le Nazioni per contrastare la logica della violenza e della morte, favorire la giustizia, la riconciliazione, la pace e sostenere lo sviluppo dei popoli partendo dall’amore e dalla comprensione reciproca, come ho scritto recentemente nella mia Enciclica Caritas in veritate (n. 72).

Da sabato prossimo, 26 settembre, a lunedì 28, a Dio piacendo, compirò un viaggio apostolico nella Repubblica Ceca. Sosterò nella capitale Praga, ma mi recherò anche a Brno, in Moravia, e a Stará Boleslav, luogo del martirio di san Venceslao, patrono principale della Nazione. La Repubblica Ceca si trova geograficamente e storicamente nel cuore dell’Europa, e dopo essere passata attraverso i drammi del secolo scorso, ha bisogno, come l’intero Continente, di ritrovare le ragioni della fede e della speranza. Sulle orme del mio amato predecessore Giovanni Paolo II, che visitò quel Paese per ben tre volte, anch’io renderò omaggio agli eroici testimoni del Vangelo, antichi e recenti, e incoraggerò tutti ad andare avanti nella carità e nella verità. Ringrazio fin d’ora quanti mi accompagneranno con la preghiera in questo viaggio, perché il Signore lo benedica e lo renda fruttuoso.

[Il Papa ha poi salutato i pellegrini in diverse lingue. In Italiano ha detto:]

Infine, saluto con affetto i pellegrini di lingua italiana, in particolare due scolaresche di Castel Gandolfo: la Scuola Pontificia Paolo VI e la Scuola Maestre Pie Filippini. Saluto inoltre il gruppo dell’UNITALSI di Martina Franca e i partecipanti all’Ecorally di San Marino. Domenica prossima, come dicevo, sarò nella Repubblica Ceca, e nella settimana seguente rientrerò in Vaticano; perciò rivolgo il mio più cordiale "arrivederci" alla comunità di Castel Gandolfo, che sempre ricordo nella preghiera. A tutti auguro una buona domenica.

[© Copyright 2009 - Libreria Editrice Vaticana]


Documenti

La Santa Sede alla 53ª conferenza generale dell'Aiea
Chiesti passi concreti verso il disarmo per rafforzare la non proliferazione

CITTA' DEL VATICANO, domenica, 20 settembre 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo l'intervento svolto dall'Arcivescovo Marcelo Sánchez Sorondo, capo della delegazione della Santa Sede, alla 53ª conferenza generale dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica svoltasi a Vienna dal 14 al 18 settembre.

* * *

Signora presidente,
signor direttore generale
e signori partecipanti,

Nella mia veste di cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze e della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, è un mio grande onore portare in questa autorevole assise il saluto del Santo Padre Benedetto XVI. Estendo le mie congratulazioni anche a lei, signora presidente, per la sua elezione a presidente della conferenza generale e le assicuro il sostegno della mia delegazione.

Congratulazioni altresì al Regno di Cambogia e alla Repubblica del Rwanda per essere divenuti membri dell'Agenzia. Le mie congratulazioni vanno anche all'ambasciatore Yukiya Amano per la sua elezione a direttore generale dell'Agenzia. Lavoreremo insieme a lei per promuovere l'uso pacifico della tecnologia nucleare.

Nella sua recente enciclica Caritas in veritate, Papa Benedetto XVI ha inteso porre in evidenza gli obiettivi da perseguire e i valori da promuovere e difendere instancabilmente, al fine di realizzare una convivenza umana veramente libera e solidale in grado di promuovere efficacemente un vero sviluppo umano integrale "di portata universale, nel dialogo tra i saperi e le operatività" (Caritas in veritate, n. 4).

"Il rischio del nostro tempo è che all'interdipendenza di fatto tra gli uomini e i popoli non corrisponda l'interazione etica delle coscienze e delle intelligenze, dalla quale possa emergere come risultato uno sviluppo veramente umano" (Caritas in veritate, n. 9). Tale rischio assume ancora più rilevanza di fronte alle numerose sfide che si stanno manifestando in seno al cosiddetto "rinascimento nucleare", che sta emergendo a livello mondiale:  penso alle problematiche inerenti il disarmo e la non proliferazione delle armi nucleari, alla crescita della domanda di energia, al terrorismo, al mercato nero di materiale nucleare, che coinvolge anche attori non statali. Sfide che possono essere affrontate seriamente solo coltivando una cultura della pace fondata sul primato del diritto e sul rispetto della vita umana.

In questo ambito, l'Aiea può e deve contribuire a favorire la menzionata "interazione etica delle coscienze e delle intelligenze", essenziale per rispondere efficacemente alle citate sfide, a promuovere un vero sviluppo umano integrale e a soddisfare in tal modo lo stesso mandato dell'Aiea:  "Sollecitare e accrescere il contributo dell'energia atomica alle cause della pace, della salute e della prosperità in tutto il mondo" (art. ii dello Statuto).

D'altronde, riprendendo le parola di Papa Benedetto XVI, "lo sviluppo umano integrale suppone la libertà responsabile della persona e dei popoli" (Caritas in veritate, n. 17). "La libertà umana è propriamente se stessa, solo quando risponde al fascino della tecnica con decisioni che siano frutto di responsabilità morale" (Caritas in veritate, n. 70). Di qui, l'urgenza di una formazione alla responsabilità etica nell'uso delle conoscenze scientifiche e tecniche che - anche e soprattutto nel campo nucleare - devono essere sempre applicate con senso di responsabilità e per il bene comune, nel pieno rispetto del diritto internazionale, a favore di un autentico sviluppo, rispettoso dell'ambiente e sempre attento alle popolazioni più svantaggiate.
Anche grazie al Technical Co-operation Programme, l'Aiea può e deve svolgere un importante ruolo nel favorire una più responsabile e appropriata applicazione delle conoscenze nucleari non solo nel campo dell'energia, ma anche nei campi della medicina, dell'agricoltura, dell'idrologia, della sicurezza alimentare, dell'accesso all'acqua potabile. Si tratta di attività che vanno inserite all'interno di un più esteso quadro etico di sviluppo, poiché hanno ripercussioni importanti non solo per le generazioni presenti ma anche per le generazioni future:  i finanziamenti destinati a tali attività vanno visti come investimenti per il futuro dell'umanità.

Signora presidente,
"Lo sviluppo dei popoli dipende soprattutto dal riconoscimento di essere una sola famiglia, che collabora in vera comunione ed è costituita da soggetti che non vivono semplicemente l'uno accanto all'altro" (Caritas in veritate, n. 53).

Ciò chiama in causa la necessità di rinvigorire quell'approccio al multilateralismo permeato dal dialogo e dall'onesta e responsabile cooperazione da parte di tutti i membri della comunità internazionale. Ogni Stato è chiamato a perseguire lo sviluppo e il bene comune dei popoli e non il potere nazionale, sia esso economico o militare; il punto essenziale di riferimento resta, di fatto, la persona umana, con la sua dignità e i suoi diritti fondamentali. Tale approccio deve essere improntato sullo sviluppo e sull'attuazione di un nuovo paradigma di sicurezza collettiva nel quale ogni Paese riconosca i chiari limiti del fare affidamento alle armi nucleari per la propria sicurezza.

Nel difficile crocevia in cui l'umanità si trova, caratterizzato da una sempre più stretta interdipendenza a livello economico, politico, sociale e ambientale, ci si domanda:  l'uso della forza rappresenta una soluzione sostenibile nel tempo? Esso infatti alimenta la diffidenza reciproca e fa riferimento a un distorto senso di priorità che impegna ingenti risorse in maniera poco lungimirante. Vanno respinte le tentazioni di affrontare nuove situazioni con vecchi sistemi. Bisogna ridefinire le priorità e le scale di valori in base alle quali mobilitare le risorse verso obiettivi di sviluppo morale, culturale ed economico, sulla base del fatto che sviluppo, solidarietà e giustizia non sono altro che il vero nome della pace, di una pace duratura nel tempo e nello spazio.

In questa direzione, le attività di sorveglianza e di monitoraggio dell'Aiea vanno intese non come un limite agli interessi legittimi degli Stati, ma come una garanzia per la sicurezza e il bene comune di tutti i popoli. Anche i programmi civili, penso alla questione dell'uso duale, richiedono un efficace monitoraggio internazionale, pur nel rispetto della libertà degli Stati.

Tuttavia, va sottolineato che le minacce alla sicurezza derivano, in profondità, da atteggiamenti e azioni ostili alla natura umana. Dunque è a livello umano che bisogna agire, a livello culturale ed etico:  "Lo sviluppo è impossibile senza uomini retti, senza operatori economici e uomini politici che vivano fortemente nelle loro coscienze l'appello del bene comune. Sono necessarie sia la preparazione professionale sia la coerenza morale" (Caritas in veritate, n. 71). Se, nel breve periodo, vi è anzitutto bisogno di misure tecniche e legali per proteggere materiali e siti nucleari e per prevenire atti di terrorismo nucleare, sul lungo periodo sono invece necessarie misure di prevenzione che possano incidere sulle più profonde radici culturali e sociali dell'attività criminale e del terrorismo. Un ruolo speciale deve essere riservato a codici di condotta per le risorse umane che, nel settore nucleare, devono essere sempre consapevoli dei possibili effetti della loro attività. Ancora una volta, l'attività dell'Aiea in questo campo è preziosa e va rafforzata.

Signora presidente,
La caratteristica predominante che deve pervadere l'opera svolta dall'Aiea nelle tre aree del suo mandato, ossia tecnologia, sicurezza e verifica, dovrebbe essere sempre quella di unire e associare, non di dividere e opporre:  lavorare insieme per l'incolumità e la sicurezza in campo nucleare; lavorare insieme per l'uso di una tecnologia nucleare pacifica e sicura, che rispetti l'ambiente e tenga sempre presente le popolazioni più svantaggiate; lavorare insieme per il disarmo e la non proliferazione nucleare.

L'odierna crescente espansione di programmi di energia nucleare per uso civile pone nuove potenziali sfide al regime di non proliferazione. Tuttavia, senza passi seri e concreti verso il disarmo, il pilastro della non proliferazione si indebolirà ulteriormente. Il disarmo e la non proliferazione di armi nucleari hanno un grande valore politico perché affermano la supremazia della fiducia rispetto alle armi e della diplomazia sulla forza. Non proliferazione e disarmo delle armi nucleari sono, come più volte affermato dalla Santa Sede, interdependent and mutually reinforcing e la loro attuazione trasparente e responsabile rappresenta uno dei principali strumenti non solo per la lotta al terrorismo nucleare, ma anche per la concreta realizzazione di una cultura della vita e della pace capace di promuovere in maniera efficace lo sviluppo umano integrale dei popoli.

Signora presidente,
La Santa Sede nota con soddisfazione alcuni segnali positivi della volontà di mettere di nuovo il disarmo nucleare al centro del dibattito internazionale su pace e sicurezza. Le varie iniziative prese e le posizioni assunte negli ultimi mesi sono passi incoraggianti che suscitano una rinnovata speranza nel fatto che sia raggiungibile l'obiettivo di un mondo privo di armi nucleari. Ciò lascia ben sperare anche per gli esiti della prossima conferenza di esame del Trattato di non proliferazione delle armi nucleari, dove la comunità internazionale è chiamata a porre in essere passi concreti, trasparenti e convincenti. La Santa Sede si augura che i negoziati sul Trattato per l'eliminazione di materiale fissile comincino al più presto e che vengano intrapresi tutti i passi per facilitare l'entrata in vigore del Trattato sull'interdizione globale degli esperimenti nucleari (Ctbt). È ben noto come la Santa Sede consideri il Ctbt uno strumento importante per raggiungere l'obiettivo di un mondo privo di armi nucleari, per non parlare della sua potenziale applicazione in ambito civile e scientifico mediante il suo sistema di monitoraggio internazionale.

Signora presidente,
Il mero benessere materiale non elimina i rischi e i conflitti legati alla povertà e alla miseria culturali e morali degli uomini e delle donne:  "Non è sufficiente progredire solo da un punto di vista economico e tecnologico. Bisogna che lo sviluppo sia anzitutto vero e integrale" (Caritas in veritate, n. 23). Per questo motivo, le politiche nucleari devono essere considerate nella prospettiva dello "sviluppo integrale dell'essere umano" (Dichiarazione sul diritto allo sviluppo del 1986, p. 5), che implica non solo lo sviluppo materiale, ma, soprattutto, quello culturale e morale di ogni persona e di tutti i popoli. Siamo tutti coinvolti in questo progetto ambizioso e indispensabile, sia all'esterno che all'interno del settore nucleare, in campo pubblico così come in quello privato, a livello governativo e non governativo. In tal modo, un impegno comune alla sicurezza e alla pace potrà portare non solo a un'equa distribuzione delle risorse della terra, ma, soprattutto, all'edificazione di un "ordine sociale e internazionale in cui diritti e libertà" di tutte le persone umane possano pienamente realizzarsi (Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo, art. 28).

In conclusione, signora presidente, vorrei esprimere sincera gratitudine al dottor Mohamed ElBaradei per il suo lavoro instancabile, professionale e imparziale nel dirigere l'Aiea durante questi anni. La Santa Sede è convinta che lo sviluppo sia un altro nome per la pace. Il lavoro del dottor ElBaradei è stato in favore dello sviluppo e della pace. Ammiriamo i suoi sforzi e siamo grati per il suo lavoro.


(©L'Osservatore Romano - 20 settembre 2009)


Udienza del Papa ai Patriarchi e agli Arcivescovi maggiori orientali
CITTA' DEL VATICANO, domenica, 20 settembre 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il discorso pronunciato questo sabato da Benedetto XVI nell'incontrarsi con i Patriarchi e gli Arcivescovi maggiori orientali.

* * *

Signori Cardinali,

Beatitudini,

Venerati Patriarchi ed Arcivescovi Maggiori!

Vi saluto tutti cordialmente e vi ringrazio per avere accolto l’invito a partecipare a questo incontro: a ciascuno do il mio fraterno abbraccio di pace. Saluto il Cardinale Tarcisio Bertone, mio Segretario di Stato, e il Cardinale Leonardo Sandri, Prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, insieme al Segretario e agli altri collaboratori del Dicastero.

Rendiamo grazie a Dio per questa riunione di carattere informale, che ci permette di ascoltare la voce delle Chiese che voi servite con ammirevole abnegazione, e di rafforzare i vincoli di comunione che le legano alla Sede Apostolica. L’odierno incontro mi richiama alla mente quello del 24 aprile 2005 presso la tomba di san Pietro. Allora, all'inizio del mio pontificato, volli intraprendere un ideale pellegrinaggio nel cuore dell’Oriente cristiano: pellegrinaggio che oggi conosce un’altra significativa tappa e che è mia intenzione proseguire. In diverse circostanze è stato da voi sollecitato un contatto più frequente con il Vescovo di Roma per rendere sempre più salda la comunione delle vostre Chiese col Successore di Pietro ed esaminare insieme, all’occasione, eventuali tematiche di particolare importanza. Proposta questa rinnovata anche nell’ultima Plenaria del Dicastero per le Chiese Orientali e nelle Assemblee Generali del Sinodo dei Vescovi.

Quanto a me, avverto come precipuo dovere promuovere quella sinodalità tanto cara all’ecclesiologia orientale e salutata con apprezzamento dal Concilio Ecumenico Vaticano II. La stima che l’Assise conciliare ha riservato alle vostre Chiese nel Decreto Orientalium Ecclesiarum, e che il mio venerato Predecessore Giovanni Paolo II ha ribadito soprattutto nell’Esortazione apostolica Orientale Lumen, è da me pienamente condivisa, insieme all’auspicio che le Chiese Orientali Cattoliche "fioriscano" per assolvere "con rinnovato vigore apostolico la missione loro affidata… di promuovere l’unità di tutti i cristiani, specialmente orientali, secondo il decreto sull’ecumenismo…" (Orientalium Ecclesiarum, 1). L’orizzonte ecumenico è spesso connesso a quello interreligioso. In questi due ambiti è tutta la Chiesa ad avere bisogno dell’esperienza di convivenza che le vostre Chiese hanno maturato fin dal primo millennio cristiano.

Venerati Fratelli, in questo fraterno incontro, dai vostri interventi emergeranno certamente quelle problematiche che vi assillano e che potranno trovare orientamenti adeguati nelle sedi competenti. Io vorrei assicurarvi che siete costantemente nel mio pensiero e nella mia preghiera. Non dimentico, in particolare, l’appello di pace che avete posto nelle mie mani alla fine dell’Assemblea del Sinodo dei Vescovi dello scorso ottobre. E, parlando di pace, il pensiero va, in primo luogo, alle regioni del Medio Oriente. Colgo pertanto l’occasione per dare l’annuncio dell’Assemblea Speciale del Sinodo dei Vescovi per il Medio Oriente, da me convocata e che si terrà dal 10 al 24 ottobre 2010, sul tema "La Chiesa cattolica in Medio Oriente: comunione e testimonianza: "La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola" (At 4,32).

Mentre auguro che l’odierna riunione apporti i frutti sperati, invocando la materna intercessione di Maria Santissima, di cuore benedico voi e tutte le Chiese Orientali Cattoliche.

[© Copyright 2009 - Libreria Editrice Vaticana]

 





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