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News dal Vaticano :: Il mondo visto da Roma - 21 ottobre 2009
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Il mondo visto da Roma - 21 ottobre 2009
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  Mercoledì, 21 Ottobre 2009: Accadde Oggi  


Il mondo visto da Roma

SINODO SPECIALE SULL'AFRICA
L'idea di giustizia nel pensiero africano e l'esperienza dei conflitti recenti

SANTA SEDE
Senza fede e preghiera, la teologia è un “vano esercizio intellettuale”
Il Papa riceve da Rondine il Documento per la pace nel Caucaso
Gli ortodossi bulgari rilanciano l'unità con i cattolici
La Santa Sede chiede di eliminare i pregiudizi sull'Africa
L'Africa ha bisogno del nostro sostegno spirituale e materiale
Consegnata al Papa una copia del “Compendium Eucharisticum”
Per l'unità dei cristiani, più giovani e un cambio di mentalità

NOTIZIE DAL MONDO
Arcivescovo anglicano: le nostre preghiere sono state esaudite
Cristiani in Pakistan: “Ci incoraggia sapere che non siamo soli”
Appello Caritas per la crisi alimentare in Sudan
In Vietnam 30.000 nuovi cattolici

INTERVISTE
Milano si prepara alla beatificazione di don Carlo Gnocchi
Liturgia, fonte di vita

FORUM
La piccola rivoluzione di Benedetto XVI

UDIENZA DEL MERCOLEDÌ  
Il Papa presenta la figura di san Bernardo di Chiaravalle


Sinodo speciale sull'Africa

L'idea di giustizia nel pensiero africano e l'esperienza dei conflitti recenti
Seminario su “Riconciliazione, Giustizia e Pace in Africa” dell'Istituto Toniolo e del Fiac

di Chiara Santomiero

ROMA, mercoledì, 21 ottobre 2009 (ZENIT.org).- “Possiamo seppellire un cadavere, ma non una palabre, cioè una disputa”. Martin Nkafu Nkemnkia, docente di cultura, religione, arte e pensiero africano, ha portato la saggezza di un proverbio del Ghana all’interno della riflessione su “Riconciliazione, giustizia e pace in Africa”, tema del seminario di studio svoltosi lunedì scorso a Roma.

L'evento si è tenuto in occasione della II Assemblea speciale per l’Africa del Sinodo dei vescovi, per iniziativa dell’Istituto internazionale della pace “Giuseppe Toniolo” – organismo dell’Azione cattolica italiana – e del Forum internazionale di Azione cattolica (Fiac).

Infatti le dispute e i problemi - che non mancano in nessuna famiglia o comunità - non vanno seppelliti, ma affrontati all’interno del contesto sociale.

“Ogni atto e comportamento deviante dalla legge naturale-tradizionale – ha spiegato Nkafu Nkemnkia a proposito di “Volontà di pace e perdono nel pensiero africano” – contribuisce alla distruzione dell’unità della comunità, dell’armonia nelle relazioni interpersonali e coloro che se ne sono resi colpevoli necessitano di un’operazione di reintegro nella società cioè di un procedimento di riconciliazione”.

Per arrivare alla riconciliazione occorre che l’individuo confessi le proprie colpe alla comunità la quale concede il perdono attraverso un rito – presieduto dagli anziani, resi saggi dalla vicinanza agli antenati - che si conclude con un pasto in un’atmosfera di festa. A volte viene chiesto un risarcimento per il danno arrecato, che varia a seconda delle situazioni e dei paesi. Quando tutto ciò è compiuto, la persona interessata e la comunità devono necessariamente concedere il perdono a coloro che li hanno offesi.

“Senza la comunità – ha sottolineato Nkafu Nkemnkia – l’individuo è privo d’identità, sia di quella spirituale che religiosa e culturale”.

La giustizia gacaca in Rwanda

I tribunali gacaca sono espressione di questa giustizia partecipativa e riconciliatrice.

“Gacaca – ha spiegato mons. Servilien Nzakamwita, vescovo di Byumba e presidente della Commissione episcopale per l’apostolato dei laici del Rwanda – significa ‘prato’. Gli adulti di una comunità vi si siedono per ascoltare le persone in conflitto e stabilire quale sia la verità, attribuendo responsabilità e ragioni”. Il colpevole deve riparare il danno e la parte lesa far valere i propri diritti ma entrambi sono tenuti ad accettare la riconciliazione.

Ad evitare l’errore di pensare che si tratti di un procedimento giudiziario naive, occorre ricordare che il conflitto etnico scoppiato in Rwanda nel 1994 ha provocato un milione di morti, circa 3 milioni di rifugiati oltre un numero non precisato di orfani e mutilati. Alla fine del conflitto c’erano 120 mila persone detenute in carcere per crimini legati al genocidio.

“Nel 1996 – ha raccontato Nzakamwita – fu emanata una legge che istituiva sezioni speciali presso i tribunali penali per l’accertamento e la punizione di questi crimini. Dopo 12 anni, erano state evase 6 mila pratiche su 120 mila. Ci si è accorti che ci sarebbe voluto più di un secolo per giudicare tutti”.

La soluzione fu proprio ricorrere alla giustizia gacaca. “Ogni collina – ha aggiunto il vescovo di Byumba – aveva il suo tribunale con giudici di quella collina per accertare crimini compiuti in quella collina”.

Il compito dei tribunali era per prima cosa riunire le informazioni su quanto avvenuto, ascoltando le vittime. Gli accusati venivano condotti sulle colline e giudicati; una volta accertatane l’innocenza venivano liberati, altrimenti rimandati in carcere con il capo d’imputazione stabilito dalla legge. Si cercava anche di facilitare il processo di ammissione della colpa (per la quale sono previsti benefici di pena) e della richiesta di perdono alle vittime o alle loro famiglie.

“L’obiettivo – ha affermato Nzakamwita – era ridurre la durata dei processi, sradicando la cultura dell’impunità per ricostruire il Paese e dare fiducia ai ruandesi sulla loro capacità di risolvere i propri problemi”.

“La situazione oggi del Rwanda – ha concluso Nzakamwita – dimostra che la riconciliazione è possibile e che ognuno si adopera per questo obiettivo”.

Le commissioni per la verità e la riconciliazione in Sierra Leone

“E’ difficile dire cosa sia scattato in una popolazione di indole tanto gentile così da portarla a compiere violenze inaudite”. Mons. Giorgio Biguzzi, vescovo di Makeni e presidente della Conferenza episcopale di Gambia e Sierra Leone, non ha risposte semplici a proposito delle violenze scoppiate in Sierra Leone dieci anni fa.

“Non si è trattato sicuramente né di motivi religiosi né di motivi etnici perché nelle famiglie sono comuni le appartenenze a tribù e religioni diverse; piuttosto lo sfociare violento di una situazione di malcontento diffuso dovuto alla situazione sociale precaria in uno Stato in cui non era più assicurato il funzionamento di nessuna struttura pubblica”.

In quella situazione “il consiglio interreligioso composto da rappresentanti dei musulmani – che sono la maggior parte della popolazione – e dei cristiani, cattolici e protestanti, è diventata una forza di mediazione con i ribelli, perché godeva di grande rispetto da parte della popolazione che la riteneva capace di ascolto e di dialogo”.

“La costituzione di commissioni per la verità e la riconciliazione – ha spiegato Biguzzi – facevano parte degli accordi di pace firmati dal governo della Sierra Leone e il Fronte unito rivoluzionario nel luglio del 1999 in seguito alla mediazione del consiglio interreligioso e dell’Onu”.

L’obiettivo era “ascoltare le vittime, appurando la verità dei fatti avvenuti e cercando le cause delle violenze per evitare, per quanto possibile, che si ripetano in futuro”. Le commissioni, inoltre, “formulano raccomandazioni obbligatorie per il governo per riparare i danni causati alle vittime. Oltre ai saccheggi e all’incendio delle case, agli omicidi, molti hanno subito il taglio di una mano o di entrambe e hanno bisogno di risorse per vivere”.

“La pace ha il suo prezzo – ha affermato Biguzzi – e le vittime sono quelle che pagano il prezzo più alto, ma se hanno la forza di perdonare questo diventa molto liberante per loro stesse e dà la possibilità di nuova vita”.

L'esperienza del tribunale penale internazionale

Su un altro modello di giustizia – quella retributiva – si basa un’esperienza relativamente nuova e in evoluzione (i cui precedenti sono i tribunali di Norimberga e Tokio, alla fine della seconda guerra mondiale): il Tribunale penale internazionale che si basa, ha affermato Paolo Benvenuti, docente di diritto internazionale e preside della Facoltà di giurisprudenza dell’Università Roma Tre, “sull’idea di una giustizia per crimini contro l’umanità che deve funzionare a livello ampio e sull’evoluzione della coscienza collettiva rispetto all’impunità”.

Nel 1994 è stato istituito ad Arusha, in Tanzania, un tribunale penale internazionale per i crimini legati al genocidio in Rwanda. Sulla scorta anche di questa esperienza si è arrivati, nel 1998, all’approvazione dello statuto di una corte penale internazionale permanente “fondato su un trattato internazionale aperto a una partecipazione tendenzialmente universale”.

Lo statuto è entrato in vigore nel 2002 tra i primi 60 stati che lo hanno ratificato; ad oggi sono 110 gli stati che ne fanno parte e tra questi 30 sono africani. Dei 18 giudici che lo compongono, 4 sono africani e provengono da Mali, Uganda, Ghana e Botswana.

“Gli africani – ha affermato Benvenuti – con la loro adesione e partecipazione, dimostrano fiducia verso questa istituzione per fare giustizia verso le vittime, nonostante i limiti che ancora ci sono”.

Data la sua natura di trattato internazionale, “funziona solo con la cooperazione degli stati che devono modificare le leggi nazionali e anche questo contribuisce a produrre mutamenti nella coscienza collettiva di un Paese. Il Rwanda, per adeguarsi, ha abolito la pena di morte”.

L'impegno della Chiesa in Burundi

“Il genocidio non c'è stato solo in Rwanda e non si è trattato di una fatalità. La Chiesa è famiglia di Dio chiamata a perdonare ma anche a denunciare, perché non ci può essere pace senza giustizia”. Mons. Simon Ntamiwana, arcivescovo di Gitega e presidente dell'Aceac (associazione conferenze episcopali dell'Africa centrale) ha tracciato la mappa delle situazioni vecchie e nuove che continuano a causare le sofferenze del popolo del Burundi e di tutta la Regione dei Grandi laghi.

“I nostri popoli continuano a subire conflitti, miseria, epidemia e l'annientamento dei diritti dell'uomo. Sul nostro territorio si abbattono gli effetti perversi della globalizzazione con il traffico di armi, gli abusi di potere della classe politica che sfruttano le divisioni etniche per arricchirsi, lo sfruttamento delle risorse naturali”.

“Cercare la riconciliazione – ha affermato Ntamiwana che ha rimproverato ai media di non mettersi spesso al servizio della verità – significa andare alla radice di questi mali con la fiducia che il dialogo è sempre possibile e la pace è un impegno di tutti”.

Nella ricostruzione sociale ed economica del Paese, secondo mons. Evariste Ngoyagoye, arcivescovo di Bujumbura e presidente della Commissione episcopale per l'apostolato dei laici del Burundi, “gioca un grande ruolo la Chiesa, non solo cattolica ma anche protestante. Attualmente sono presenti in Africa oltre 200 confessioni religiose, di cui molte nate negli ultimi anni”.

Anche in Burundi è prevista la costituzione di commissioni per la pace e la riconciliazione “perché abbiamo un passato molto pesante con il quale fare i conti. Tutte le diocesi sono impegnate nei sinodi per partecipare tutti insieme alla dinamica della riconciliazione”.

Le priorità d'impegno riguardano le famiglie e i giovani: “molti di essi sono stati strumentalizzati e coinvolti nelle violenze. Oggi tornano alle loro case e non trovano più nulla ad aspettarli”. Per aiutarli a tornare alla vita normale “un grande aiuto è venuto dai Movimenti di Azione cattolica che offrono a tutte le fasce d'età momenti di formazione ed occasioni di incontro nello sport o nelle marce per la pace che permettono, insieme anche ai giovani di Congo e Rwanda, di riscoprire la comune umanità e il comune destino di essere il futuro dell'Africa”.

La scuola di pace dell'Azione cattolica

“L'impegno del Forum internazionale di Azione cattolica nel continente africano – ha affermato Emilio Inzaurraga, coordinatore del Segretariato del Fiac – è continuare a lavorare alla promozione di un laicato maturo capace di assumersi responsabilità significative nella Chiesa e nella società”. Si inserisce in questa attenzione la Scuola di pace realizzata in colaborazione con l'Istituto di diritto internazionale della pace “Giuseppe Toniolo”.

“Si tratta di un progetto biennale – ha spiegato Francesco Campagna, direttore dell'Istituto – che prevede moduli di formazione ai diritti umani e alla pace per formatori di giovani ed adolescenti, con sessioni in Burundi, in Italia, in Rwanda, nella Repubblica democratica del Congo e ancora in Italia, a partire dall'agosto 2010”.

“Una formazione alla luce della dottrina sociale della Chiesa – ha aggiunto don Salvatore Niciteretse, segretario della Commissione episcopale per l'apostolato dei laici del Burundi e coordinatore del Fiac in Africa – che metta al centro la dignità della persona umana e i suoi diritti inalienabili; una presa di coscienza dell'inutilità politica della guerra e dei costi umani, morali ed economici della violenza armata”.

“Poiché riconosciamo – ha concluso Campagna – il forte bisogno di riconciliazione in Italia e in Europa, crediamo che l'esperienza delle chiese africane possa essere feconda anche per le nostre comunità occidentali”.


Santa Sede

Senza fede e preghiera, la teologia è un “vano esercizio intellettuale”
Riflessione del Papa su san Bernardo di Chiaravalle all'Udienza generale

CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 21 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Senza fede e preghiera, la ragione da sola non riesce a trovare Dio, e la teologia diventa “vano esercizio intellettuale”. E' quanto ha detto questo mercoledì Benedetto XVI ricordando l'insegnamento di san Bernardo di Chiaravalle durante l'Udienza generale in piazza San Pietro.

Parlando di fronte ai circa 40mila pellegrini presenti, il Papa ha tratteggiato la figura di san Bernardo (1090-1153), da alcuni ritenuto "l’ultimo dei Padri" della Chiesa, come quella di un grande rinnovatore della vita monastica del suo tempo e di “un grande pensatore che ha iniziato un nuovo modo di fare teologia”.

Fondatore a 25 anni del monastero di Clairvaux (Chiaravalle) e poi di altri monasteri femminili, Bernardo sottolineò “con decisione la necessità di una vita sobria e misurata” e incoraggiò costantemente “il sostentamento e la cura dei poveri”.

Bernardo prese poi “le difese degli ebrei, condannando i sempre più diffusi rigurgiti di antisemitismo”, e contrastò l’eresia dei Catari, diffusasi anche in Francia sullo scorsio del XII sec. e che rifiutando la materia, attraverso cui a loro avviso si perpetuava il regno della corruzione, arrivava a disprezzare il Creatore.

Benedetto XVI ha poi richiamato i due aspetti centrali del pensiero teologico di Bernardo riguardanti Gesù Cristo e Maria.

Per l'abate francese, ha continuato il Papa, “la fede è anzitutto incontro personale, intimo con Gesù, è fare esperienza della sua vicinanza, della sua amicizia, del suo amore, e solo così si impara a conoscerlo sempre di più, ad amarlo e seguirlo sempre più”.

E a condurci a Gesù è Maria che tramite “la particolarissima partecipazione della Madre al sacrificio del Figlio”, conquista “un posto privilegiato” “nell’economia della Salvezza”.

Bernardo, era innamorato di Gesù e Maria, e il suo esempio è una provocazione non solo per i teologi ma per tutti i credenti che a volte pretendono “di risolvere le questioni fondamentali su Dio, sull’uomo e sul mondo con le sole forze della ragione”.

San Bernardo infatti sosteneva che “senza una profonda fede in Dio, alimentata dalla preghiera e dalla contemplazione, da un intimo rapporto con il Signore, le nostre riflessioni sui misteri divini rischiano di diventare un vano esercizio intellettuale, e perdono la loro credibilità”.

“Insieme a Bernardo di Chiaravalle, anche noi dobbiamo riconoscere che l’uomo cerca meglio e trova più facilmente Dio 'con la preghiera che con la discussione'”, ha sottolineato infine il Santo Padre.


Il Papa riceve da Rondine il Documento per la pace nel Caucaso
“È un nuovo passo per costruire la pace”

ROMA, mercoledì, 21 ottobre 2009 (ZENIT.org).- “È un nuovo passo per costruire la pace”. Lo ha detto Benedetto XVI, questo mercoledì mattina al termine dell’udienza, rivolgendosi agli Studenti Internazionali di Rondine Cittadella della Pace che gli hanno consegnato il “Documento in 14 punti per la pace nel Caucaso”, frutto della conferenza internazionale dei popoli caucasici svoltosi nel maggio scorso al Santuario de La Verna (Arezzo).

Il Pontefice, primo Capo di Stato a ricevere il Documento, ha espresso vivo apprezzamento per il suo contenuto, ne ha voluto conoscere i dettagli e si è soffermato a lungo con i giovani, accompagnati dal Presidente dell’Associazione Rondine, il prof. Franco Vaccari, dall’Arcivescovo Riccardo Fontana, alla guida della Diocesi di Arezzo-Cortona-Sansepolcro e da fra’ Massimo Grassi, Padre guardiano de La Verna.

Insieme al Documento è stata donata la bottiglia nr. 1 del vino toscano “Vigna della Pace”, dedicato al Caucaso e vendemmiato nella zona del Chianti dai giovani dello Studentato Internazionale di Rondine che provengono da Paesi in conflitto tra loro (Federazione Russa, Caucaso, Balcani, Medio Oriente, Africa) e che nel borgo toscano convivono e studiano, sperimentando ogni giorno la via del dialogo quali “radici profonde che hanno prodotto questa nuova fioritura di speranza” come ha sottolineato l’Arcivescovo Fontana.

“Con la ‘Vigna della Pace’ arriva la pace”, ha affermato sorridendo il Pontefice alludendo alla metafora del Vangelo. A porgere il vino al Santo Padre anche la d.ssa Maria Cristina Rocchi, Presidente del Consorzio Agrario di Siena e Arezzo, partner dell’iniziativa.

Il Papa, che aveva già incoraggiato un anno fa l’iniziativa, con questo apprezzamento dà ulteriore impulso al Documento di Rondine già consegnato nelle ultime settimane in  incontri successivi, agli ambasciatori di Armenia, Georgia e Azerbaijan.

Il testo rappresenta il primo principale esito del progetto “Ventidipacesucaucaso”: è stato discusso e approvato da oltre 150 esponenti caucasici (giovani, famiglie, accademici, imprenditori, rappresentanti della società civile, esperti ecc. ecc.) quale significativo gesto di diplomazia popolare.

I 14 punti - riferimenti concreti per azioni future volte a favorire la pacifica convivenza dei popoli del Caucaso - propongono la creazione di un tavolo di confronto permanente, diritto al rientro per chi ha dovuto abbandonare la propria casa per eventi bellici, progressivo disarmo e promozione della crescita umana, culturale ed economica di tutti popoli della regione caucasica, attraverso la cooperazione e il rispetto delle identità dei popoli, dell’inter-culturalità e dei diritti umani.


Gli ortodossi bulgari rilanciano l'unità con i cattolici
Il Vescovo Tichon si è incontrato con Benedetto XVI

ROMA, mercoledì, 21 ottobre 2009 (ZENIT.org).- "Dobbiamo trovare l'unità prima possibile e celebrare finalmente insieme, la gente non capisce le nostre divisioni e le nostre discussioni": è quanto ha detto il Vescovo ortodosso bulgaro Tichon al Papa, al termine dell'Udienza di oggi, che "non risparmierà sforzi" per contribuire a ripristinare "presto la comunione tra cattolici e ortodossi".

Secondo quanto riferito da “L'Osservatore Romano”, per Tichon, a capo della diocesi per l'Europa centrale e occidentale del Patriarcato di Bulgaria, "è certamente importante il dialogo teologico che si sta portando avanti in questi giorni a Cipro, ma non si deve aver paura di dire che bisogna trovare prima possibile il modo di celebrare insieme”.

“Un cattolico non diventerà ortodosso e viceversa, ma all'altare dobbiamo accostarci insieme". Tichon ha quindi detto al Pontefice che "questa aspirazione è un sentire emerso dai lavori dell'assemblea" della sua diocesi, svoltasi a Roma, a cui hanno preso parte tutti i sacerdoti e due delegati di ogni parrocchia ortodossa bulgara.

"Siamo venuti dal Papa – ha sottolineato – per dirgli il nostro desiderio di unità e anche perché lui è il Vescovo di Roma, la città che ha ospitato la nostra assemblea".


La Santa Sede chiede di eliminare i pregiudizi sull'Africa
L'Arcivescovo Celestino Migliore interviene all'ONU

di Roberta Sciamplicotti

ROMA, mercoledì, 21 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Certi pregiudizi sull'Africa “devono essere eliminati una volta per tutte”, ha dichiarato l'Arcivescovo Celestino Migliore, Nunzio Apostolico e Osservatore Permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite.

Il presule è intervenuto questo mercoledì a New York alla 64ª sessione dell'Assemblea Generale dell'organismo sull'item 63, “Nuova partnership economica per lo sviluppo dell'Africa: progresso nell'implementazione e sostegno internazionale”.

“Quando si parla di Africa, a livello sia giornalistico che accademico o politico, si parla spesso di estrema povertà, colpi di Stato, corruzione e conflitti regionali”, ha riconosciuto, sottolineando che anche quando si parla positivamente del continente “è sempre del suo futuro, come se attualmente non avesse niente da offrire”.

La realtà, ha aggiunto monsignor Migliore, è che l'Africa, “anche nei suoi momenti più difficili”, ha saputo “fornire alla comunità internazionale esempi e valori degni di ammirazione, e oggi può offrire anche segni di realizzazione di molte delle sue speranze”.

Segni di successo

A questo proposito, il presule ha citato i vari casi in cui il continente ha dimostrato “la sua grande capacità di gestire i processi di transizione all'indipendenza o di ricostruzione dopo situazioni di conflitto”.

Allo stesso modo, ha invitato a considerare “la presenza di tanti validi funzionari alle Nazioni Unite e nelle agenzie ONU attraverso i quali l'Africa mostra al mondo la capacità e i talenti della sua popolazione nella gestione del settore multilaterale”, così come “il crescente contributo dei figli e delle figlie d'Africa alla vita scientifica, accademia e intellettuale dei Paesi sviluppati”.

Alcuni Paesi africani hanno inoltre compiuto grandi progressi nel settore agricolo, ottenendo risultati “fino a questo momento ritenuti impossibili”.

Ancor più importante, ha aggiunto, è il fatto che molti Stati siano riusciti a compiere “passi di rilievo nel settore dell'istruzione elementare e del miglioramento della situazione femminile”.

Obiettivi per il futuro

L'Osservatore Permanente ha tuttavia riconosciuto che malgrado questi successi la maggior parte della popolazione del continente vive in condizioni di “estrema povertà” e che l'obiettivo del dimezzamento dell'indigenza entro il 2015 è “al di là della portata della maggioranza dei Paesi africani”.

Per questo, ha sottolineato, l'Africa ha bisogno di “una solidarietà fattiva” “per sradicare l'inaccettabile flagello della povertà e rendere disponibile agli altri Paesi il vero potenziale africano”.

Accanto a questo, serve “un forte rafforzamento del suo sostegno economico di base, consistente nell'assistenza allo sviluppo e nelle sovvenzioni ufficiali”, mentre dal punto di vista finanziario sono necessari programmi di finanziamento a lungo termine per “superare il debito estero dei Paesi poveri altamente indebitati, consolidare i sistemi economici e costituzionali e creare una rete di sicurezza sociale”, senza dimenticare che le condizioni commerciali internazionali devono “conformarsi ai bisogni e alle sfide economiche”.

Il sostegno all'agricoltura

Ricordando che nel contesto della crisi attuale i Paesi sviluppati “non dovrebbero ridurre gli aiuti allo sviluppo”, ma anzi “aumentare i loro investimenti”, il presule ha sottolineato che l'Africa ha anche bisogno di sostegno per i suoi programmi agricoli.

Nel far fronte al dramma dell'insicurezza alimentare, infatti, bisognerebbe tenere nella dovuta considerazione “i sistemi strutturali”, come facilitazioni alle esportazioni che permettano agli agricoltori africani di sopravvivere.

Il lungo declino degli investimenti nel settore agricolo in Africa, ha aggiunto, deve essere invertito, favorendo “un rinnovato impegno ad assistere gli agricoltori per favorire una produzione alimentare sostenibile”.

“Il fallimento nell'aiutare gli africani a nutrire se stessi e i loro vicini provocherà solo una continua e inutile perdita di vite umane per una sicurezza alimentare inadeguata e crescenti conflitti sulle risorse naturali”.

Diversificazione economica e integrazione politica

Per aiutare il continente africano a migliorare la propria situazione, l'Arcivescovo ha anche proposto un sostegno alla diversificazione dell'economia.

A tale riguardo, ha ricordato la recente istituzionalizzazione del G20 come “un forte punto di riferimento per gestire l'economia mondiale”.

Se il coinvolgimento dei Paesi emergenti o in via di sviluppo “permette ora di gestire meglio la crisi”, ha rilevato, si nota anche che “le economie emergenti che avranno un'influenza sulla politica e sull'economia mondiale sono quelle che sono riuscite, in maniera maggiore o minore, a diversificare le proprie strutture industriali e agricole”.

Monsignor Migliore ha quindi terminato il suo intervento sottolineando l'importanza delle iniziative regionali e subregionali di cooperazione economica, commerciale e culturale, di gestione dei conflitti, di peace-keeping e di ricostruzione, che dovrebbero essere “promosse e rafforzate”.

“L'economia integrata del momento attuale non rende superfluo il ruolo degli Stati. Impegna anzi i Governi a una maggiore collaborazione reciproca”, ha concluso. “L'articolazione dell'autorità politica a livello locale, nazionale e internazionale è uno dei modi migliori per dare una direzione al processo di globalizzazione economica”.


L'Africa ha bisogno del nostro sostegno spirituale e materiale
L'appello del Papa al termine dell'Udienza generale

CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 21 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Non dobbiamo far mancare il nostro aiuto all'Africa. E' questo l'appello rivolto mercoledì da Benedetto XVI al termine dell'Udienza generale in piazza san Pietro.

Nel rivolgere i propri saluti ai pellegrini di lingua polacca presenti, il Santo Padre ha ricordato che il Sinodo speciale per l'Africa si sta avviando ormai alla conclusione, sottolineando poi che “la Chiesa in quel continente, malgrado diverse difficoltà, cresce continuamente”.

“Non solo propaga e approfondisce la fede in Cristo – ha aggiunto –, ma anche porta aiuto ai popoli che ancora soffrono a causa della povertà, dei conflitti o della mancanza d’accesso all’istruzione e alla sanità”.

“Non le manchi il nostro sostegno spirituale e materiale!”, ha invocato infine.


Consegnata al Papa una copia del “Compendium Eucharisticum”

ROMA, mercoledì, 21 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Il Cardinale Antonio Cañizares Llovera, Prefetto della Congregazione per il Culto divino e la Disciplina dei sacramenti, ha consegnato questo mercoledì a Benedetto XVI una copia del "Compendium Eucharisticum" (in Urbe Vaticana, apud Librariam Vaticanam, 2009, pagine 467, euro 30), pubblicato il 19 ottobre dalla Libreria Editrice Vaticana.

La pubblicazione del “Compendio” - ha fatto sapere la Radio Vaticana - era stata preannunciata dal Papa nell'Esortazione apostolica post-sinodale Sacramentum Caritatis, pubblicata nel febbraio 2007 a conclusione dell’XI Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi tenutasi a Roma nel 2005 sul tema: “L'Eucaristia: fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa”.

In quel documento il Papa spiegava che accogliendo la richiesta avanzata dai Padri sinodali, sarebbe stato pubblicato – a cura dei competenti dicasteri un ‘Compendio Eucaristico’.

Il testo - scriveva il Pontefice – “raccoglierà testi del Catechismo della Chiesa Cattolica, orazioni, spiegazioni delle Preghiere Eucaristiche del Messale e quant'altro possa rivelarsi utile per la corretta comprensione, celebrazione e adorazione del Sacramento dell'altare”.

La pubblicazione del “Compendio” – spiegava Benedetto XVI - accoglie la richiesta che i Padri hanno avanzato “per aiutare il popolo cristiano a credere, celebrare e vivere sempre meglio il Mistero eucaristico”.

Nella Sacramentum Caritatis il Papa esprimeva inoltre l’auspicio che il ‘Compendio’ potesse “contribuire a fare sì che il memoriale della Pasqua del Signore diventi ogni giorno di più fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa”.

“Ciò stimolerà ogni fedele - concludeva - a fare della propria vita un vero culto spirituale”.


Per l'unità dei cristiani, più giovani e un cambio di mentalità
Vertice di Cordoba tra Chiesa cattolica e Consiglio Ecumenico delle Chiese

ROMA, mercoledì, 21 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Il cammino verso l'unità dei cristiani richiede un “profondo cambiamento di mentalità” e soprattutto una maggiore leadership dei giovani. E' quanto è emerso della sessione plenaria del Gruppo Misto di Lavoro (GML), riunitosi presso la Casa Sant’Antonio, un Centro di spiritualità della diocesi di Cordoba, in Spagna, dal 12 al 19 ottobre.

Co-moderatori il Metropolita Nifon di Targoviste (Romania) e mons. Diarmuid Martin, Arcivescovo di Dublino (Irlanda). Presente anche il Vescovo Brian Farrell L.C., Segretario del Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani.

Scopo dell'incontro del Gruppo Misto di Lavoro (GML), un organismo incaricato di monitorare e promuovere la collaborazione tra la Chiesa cattolica ed il Consiglio Ecumenico delle Chiese (CEC), quello di dar forma al suo lavoro sui temi della “recezione ecumenica” e delle “radici spirituali dell’ecumenismo”.

“La scelta di questi temi – afferma un comunicato stampa diffuso al termine dei lavori – è stata motivata dalla necessità di raccogliere i frutti di molti anni di incontri e di dialogo ecumenici”.

“Le radici spirituali dell’ecumenismo – si legge ancora – sono alla base stessa della ricerca dell’unità dei cristiani e comportano conversione, rinnovamento, santità di vita secondo il Vangelo, preghiera individuale e comune”.

“I partecipanti – continua il comunicato – hanno molto apprezzato il centro ecumenico locale, sotto la direzione del rev.do Manuel González Muñana, per i suoi programmi ben strutturati e per le sue iniziative concrete, che comprendono corsi di ecumenismo per bambini, seminari ecumenici sulla Bibbia, progetti sociali, celebrazioni e preghiere comuni”.

All’interno del mandato del Gruppo Misto di Lavoro sono stati inoltre affrontati altri due temi: le “migrazioni” e i “giovani”.

“Il fenomeno attuale delle migrazioni sta modificando il volto delle chiese locali in molte parti del mondo – prosegue la nota –. Ciò rappresenta una sfida ed al contempo un’opportunità per l’approfondimento delle relazioni ecumeniche oltre i confini nazionali e culturali”.

“Il Gruppo Misto di Lavoro ha inoltre sottolineato la necessità di dare ai giovani più leadership e responsabilità nel movimento ecumenico”.

A tal fine, il gruppo sta collaborando con la Commissione sui Giovani del Consiglio Ecumenico delle Chiese (ECHOS) e con alcuni movimenti giovanili della Chiesa cattolica.

Un momento centrale di questa sessione è stato poi un panel sulle sfide ecumeniche contemporanee e sull’attuale situazione dei dialoghi bilaterali tra le Chiese.

“Con l’avvicinarsi della celebrazione del Centenario della Conferenza Missionaria Mondiale di Edimburgo del 1910 – si sottolinea ancora –, la plenaria ha ricordato che i pionieri del movimento ecumenico avevano sperato di raggiungere il loro obiettivo nell’arco di un secolo”.

A questo proposito, hanno affermato i partecipanti, “l’esperienza ci ha mostrato che avanzare verso l’unità in Cristo richiede molto più tempo. Richiede un profondo cambiamento di mentalità, di atteggiamento, di vita”.

Il Gruppo Misto di Lavoro è stato creato nel 1965, anno di chiusura del Concilio Vaticano II, ed è composto da 36 persone, 18 nominate dalla Chiesa cattolica e 18 scelte da varie Chiese membro del CEC.

Il mandato del GML ha una durata di sette anni. L’attuale mandato va dall’ultima Assemblea generale del CEC, tenutasi a Porto Alegre, in Brasile, nel febbraio del 2006, alla prossima Assemblea generale che avrà luogo nel 2013 a Busan, in Corea.

La prossima sessione plenaria del GML si riunirà nel settembre del 2010 in Medio Oriente.


Notizie dal mondo

Arcivescovo anglicano: le nostre preghiere sono state esaudite
Loda l'offerta del Papa di Ordinariati Personali

BLACKWOOD (Australia), mercoledì, 21 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Le preghiere degli anglicani che desiderano entrare in piena comunione con la Chiesa cattolica sono state più che esaudite questo martedì, afferma il primate della Comunione Anglicana Tradizionale.

L'Arcivescovo John Hepworth lo ha affermato in una dichiarazione in risposta all'annuncio vaticano secondo il quale Benedetto XVI permetterà agli anglicani di entrare in piena comunione con la Chiesa cattolica mantenendo elementi della tradizione spirituale e liturgica anglicana.

Questa politica sarà esplicitata in una prossima Costituzione Apostolica e risponde alle richieste degli anglicani che hanno espresso il desiderio di diventare cattolici, soprattutto visto che la Comunione Anglicana continua a compiere passi verso l'apertura del sacerdozio e dell'episcopato a donne e omosessuali, oltre che a benedire le unioni tra persone dello stesso sesso.

Tra 20 e 30 Vescovi anglicani hanno espresso questa richiesta.

La Costituzione è stata annunciata durante una conferenza stampa svoltasi questo martedì in Vaticano, offerta dal Cardinale William Levada, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede.

Hepworth ha riconosciuto che la Comunione Anglicana Tradizionale è “profondamente commossa dalla generosità del Santo Padre, Papa Benedetto XVI”.
L'unità

“Nella sua Costituzione Apostolica, egli offre i mezzi per permettere 'ai fedeli già anglicani di entrare nella piena comunione con la Chiesa Cattolica'”, ha spiegato l'Arcivescovo.

“Spera che 'i chierici e fedeli anglicani desiderosi dell’unione con la Chiesa Cattolica troveranno in questa struttura canonica l’opportunità di preservare quelle tradizioni anglicane che sono preziose per loro e conformi con la fede cattolica'”.

“Afferma quindi: 'Siamo pertanto felici che questi uomini e donne offrono i loro contributi particolari alla nostra comune vita di fede'”.

“In primo luogo posso dire che questo è un atto di grande bontà da parte del Santo Padre”, ha proseguito Hepworth. “Ha dedicato il suo pontificato alla causa dell'unità”.

“Oltrepassa i sogni che osavamo includere nella nostra richiesta di due anni fa”, ha aggiunto. “Oltrepassa le nostre preghiere”.

“In questi due anni, siamo diventati ben consapevoli delle preghiere dei nostri amici nella Chiesa cattolica. Forse le loro preghiere hanno osato chiedere ancor più delle nostre”.

L'Arcivescovo ha affermato che porterà l'offerta della Santa Sede a ciascuno dei sinodi nazionali della Comunione Anglicana Tradizionale.

“La Santa Sede ci sfida a cercare nelle strutture specifiche ora disponibili la piena e visibile unità, soprattutto la comunione eucaristica, per cui abbiamo a lungo pregato e che abbiamo sognato. Il processo inizierà subito”, ha dichiarato.

Sottolineando che l'ufficio anglicano della preghiera mattutina includeva l'Inno di Ringraziamento, il Te Deum, Hepworth ha spiegato che “è con una sentita riconoscenza a Dio Onnipotente, Signore e Fonte di ogni pace e unità, che l'inno è oggi sulle nostre labbra”.

“E' un momento di grazia, forse perfino un momento storico, non perché il passato viene eliminato, ma perché è trasformato”.


Cristiani in Pakistan: “Ci incoraggia sapere che non siamo soli”

ROMA, mercoledì, 21 ottobre 2009 (ZENIT.org).- “Ci sentiamo molto incoraggiati quando sappiamo che non siamo soli, quando vediamo che c'è qualcuno dietro di noi, che ci aiuta, che prega per noi”.

Sono questi i sentimenti dei cristiani pakistani, espressi sabato scorso dal Vescovo Joseph Coutts di Faisalabad durante l'incontro annuale organizzato dall'associazione caritativa internazionale Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS) nella Westminster Cathedral Hall di Londra.

“ACS è molto speciale, perché fornisce non solo aiuti materiali, ma anche spirituali”, ha confessato il presule, che ha ricevuto minacce di morte per i suoi sforzi a favore della cooperazione interreligiosa.

“Noi [cristiani] abbiamo sempre sperimentato forme di discriminazione, ma quello che stiamo vedendo ora è ben più serio – ha sottolineato –. Viviamo in uno stato di costante tensione”.

Ad ogni modo, ha aggiunto, “continueremo a testimoniare Cristo malgrado le difficoltà rappresentate dagli estremisti. Perfino la nostra sofferenza è una testimonianza di Cristo”.

Secondo il Vescovo, i problemi principali per i tre milioni di cristiani del Pakistan sono rappresentati dall'“uso improprio” delle cosiddette Leggi sulla Blasfemia, per cui i fedeli sono vittime degli assalti degli estremisti per presunte offese contro Maometto o il Corano.

La giornata di sabato è iniziata con una Messa celebrata dal Vescovo Coutts nella Cattedrale di Westminster ed è proseguita con l'incontro con 400 sostenitori di ACS e il discorso di benvenuto al Vescovo pakistano da parte dell'Arcivescovo Vincent Nichols di Westminster, che ha incoraggiato l'associazione per il lavoro che svolge “soprattutto in Paesi come il Pakistan, in cui la Chiesa ha grande bisogno di aiuto”.

ACS ha un “carattere specificamente cattolico”, ha affermando, ricordando l'importanza della “carità radicata in un senso di fede condivisa ma espressa attraverso l'aiuto pratico e mantenuta mediante la preghiera e l'amore”.

Il direttore nazionale di ACS per il Regno Unito, Neville Kyrke-Smith, ha dichiarato a proposito della visita del Vescovo Coutts che “è un grande incoraggiamento per gli amici di ACS il fatto di sapere che le nostre preghiere e il nostro aiuto ai cristiani oppressi del Pakistan sono profondamente apprezzati nel mondo odierno, in cui la fede è così sotto attacco”.

“ACS sta aiutando a portare la croce”, ha concluso.


Appello Caritas per la crisi alimentare in Sudan
Provocata da guerra e siccità

ROMA, mercoledì, 21 ottobre 2009 (ZENIT.org).- La Caritas ha lanciato un appello per sfamare 35.000 persone vittime della crisi alimentare che affligge il Sud del Sudan a causa dei conflitti e della siccità.

L'organizzazione ha chiesto 2,3 milioni di euro per fornire cibo negli Stati di Equatoria Occidentale ed Equatoria Orientale.

Nell'Equatoria Orientale, due anni di siccità hanno lasciato centinaia di migliaia di abitanti nel bisogno. La Caritas fornirà cibo e sementi a 10.000 persone e formerà gli agricoltori sulle nuove tecniche per sostenere le popolazioni fino al raccolto del 2010.

Nel frattempo, una recrudescenza di violenza nell'Equatoria Occidentale ha costretto 68.000 persone ad abbandonare le proprie case.

Il conflitto si è aggravato con l'arrivo nella zona di una milizia che prima aveva base in Uganda, l'Esercito di Resistenza del Signore (Lord’s Resistance Army, LRA). La Caritas ha chiesto di aiutare 25.000 persone che hanno immediato bisogno di aiuto nell'Equatoria Occidentale.

Il Sudan si sta riprendendo da 22 anni di guerra civile nel Sud tra il Governo di Khartoum e l'Esercito di Liberazione del Popolo Sudanese (Sudan People’s Liberation Army, SPLA), terminati con la firma di un Accordo di Pace tra le due parti nel 2005.

Il direttore umanitario di Caritas Internationalis Alistair Dutton ha affermato che “la popolazione afflitta dalla siccità o dal conflitto nel Sud del Sudan ha urgente bisogno di aiuti alimentari. La Caritas può raggiungere villaggi e comunità isolati per fornire aiuto”.

“La violenza nel Sud del Sudan è ora peggiore che nel Darfur, e molta è di origine tribale. I Governi del Nord e del Sud del Sudan devono affrontare la crescente insicurezza. Se la pace attuale si sfaldasse verremmo trascinati in una catastrofe ancor peggiore”.

“La pace può essere raggiunta attraverso il dialogo – ha affermato –. La violenza è una questione regionale e deve essere affrontata non solo in Sudan, ma anche in Uganda, nella Repubblica Centroafricana, in Ciad e nella Repubblica Democratica del Congo”.

“La missione ONU in Sudan deve difendere i civili da tutte le forme di violenza”, ha aggiunto.


In Vietnam 30.000 nuovi cattolici

KONTUM (Vietnam), mercoledì, 21 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Il Vescovo di Kontum ha celebrato la Giornata Missionaria Mondiale questa domenica annunciando che lo scorso anno 30.000 vietnamiti della regione degli Altipiani (montagnard) sono diventati cattolici.

Il Vescovo Michael Hoang Duc Oanh ha anche riferito all'agenzia AsiaNews che altri 20.000 montagnard si stanno preparando per entrare nella Chiesa.

“E' opera dello Spirito Santo”, ha detto, “con la sincera partecipazione e il contributo di tante persone”.

Quest'anno il Paese celebra il 350° anniversario dell'arrivo dei missionari cattolici, e i sacerdoti redentoristi il 40° anno della loro missione negli Altipiani vietnamiti.

Il Vietnam ha circa 6 milioni di cattolici, che rappresentano l'8% della popolazione totale.


Interviste

Milano si prepara alla beatificazione di don Carlo Gnocchi
Il sacerdote soccorse centinaia di vittime della Seconda Guerra Mondiale

di Carmen Elena Villa

MILANO, mercoledì, 21 ottobre 2009 (ZENIT.org).- La piazza del Duomo di Milano sarà lo scenario della beatificazione di don Carlo Gnocchi (1902-1956), ispiratore della Fondazione che porta il suo nome e che presta il proprio servizio in 28 centri in Italia a uomini e donne con handicap, anziani, malati di cancro e persone in stato vegetativo.

La cerimonia si celebrerà alle 10.00 del 25 ottobre e sarà presieduta dall'Arcivescovo di Milano, il Cardinale Dionigi Tettamanzi, contando sulla presenza di monsignor Angelo Amato, prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi e inviato di Papa Benedetto XVI alla cerimonia.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, don Gnocchi si offrì come cappellano volontario degli alpini che combattevano.

E' anche ricordato come un eroe della solidarietà nei confronti delle vittime della guerra. Lo chiamavano “padre dei mutilatini” e degli orfani dei combattenti, visto che il centro da lui creato provvedeva alla riabilitazione di quanti soffrivano a livello fisico le conseguenze del conflitto.

Le sue parole sono ancora di enorme attualità nel XXI secolo: “Prima che la crisi politica o economica, c'è una crisi morale, anzi, una crisi metafisica. Come tale investe più o meno attualmente tutti i popoli, perché tocca l'uomo e il suo problema esistenziale”, scriveva nel 1946.

ZENIT ha parlato con il postulatore della causa di beatificazione di don Gnocchi, padre Rodolfo Cosimo Meoli F.S.C, che ha spiegato come la sua vita continui ad avere grande eco nel mondo odierno.
Come visse la sua infanzia don Carlo?

P. Rodolfo Cosimo Meloli: Fu un'infanzia attraversata da grandi lutti: suo padre morì di silicosi nel 1907, quando Carlo aveva soltanto 5 anni. Due anni dopo morì suo fratello Mario per meningite. L'altro fratello Andrea, il primogenito, sarà portato via dalla tubercolosi nel 1915. Carlo resta solo con la madre Clementina Pasta. Lei è donna coraggiosa e, nonostante sia costretta a vivere in condizioni difficilissime, non solo non perde la fiducia in Dio, ma arriva a pregare così: "Due miei figli li hai già presi, Signore; il terzo te l'offro io, perché tu lo benedica e lo conservi sempre al tuo servizio".

In queste circostanze, come si rese conto della sua chiamata al sacerdozio?

P. Rodolfo Cosimo Meloli: La madre giocò senz'altro un ruolo fondamentale; la grazia di Dio e la frequenza alle attività parrocchiali fecero il resto. Ci fu poi la corrispondenza alle ispirazioni della grazia, fatto tutto personale questo, di cui Don Carlo ha dato ampie prove per tutto il corso della sua vita”.

Quali sono state le sue virtù principali?

P. Rodolfo Cosimo Meloli: Più che "delle virtù" parlerei "della virtù": la carità, che tutte le racchiude e le nobilita. Carità fatta attenzione, tenerezza, compassione, accoglienza, disponibilità...

Come decise di creare la fondazione "Pro Iuventute"?

P. Rodolfo Cosimo Meloli: Era andato in guerra come cappellano volontario. "Un prete non può non stare dove si muore!", diceva. Poi la tragica esperienza della ritirata di Russia fece maturare in lui il disegno concreto di provvedere all'assistenza degli orfani dei suoi alpini e delle tante altre piccole vittime innocenti di ordigni bellici. "Desidero e prego dal Signore una sola cosa: servire per tutta la vita i suoi poveri. E' questa la mia 'carriera'", scriveva a un suo cugino. La prima istituzione da lui creata era denominata "Pro Infanzia Mutilata" (1947), divenuta "Fondazione Pro Iuventute" nel 1952.

Qual è lo scopo di questa fondazione?

P. Rodolfo Cosimo Meloli: L'opera sorse con lo scopo di soccorrere i "mutilatini di guerra". Poi, nel corso degli anni e soprattutto con la graduale scomparsa dei mutilatini, l'opera di don Carlo ha progressivamente ampliato le attività assistenziali. Oggi nei Centri della Fondazione sono accolti pazienti con ogni forma di disabilità, pazienti che hanno bisogno di interventi e cure riabilitative, anziani non autosufficienti e malati oncologici in fase terminale.

In che modo la sua testimonianza può illuminare i sacerdoti in questo Anno Sacerdotale?

P. Rodolfo Cosimo Meloli: Don Carlo è il volto moderno della santità. Ha saputo interpretare in modo superlativo la sua vocazione: quella di essere luce, sostegno, conforto e speranza per tutti quelli che incontrava. La sua vita si è consumata per il bene degli altri. E' stato l"alter Christus" che ieri, oggi, sempre è chiamato ad essere ogni sacerdote. Consiglierei a tutti la lettura meditata dei suoi scritti e delle sue lettere”.

Perché è importante la sua testimonianza per il XXI secolo e per la difesa della dignità umana?

P. Rodolfo Cosimo Meloli: Penso perché ha messo al centro della sua azione l'uomo, gli uomini, tutti gli uomini, la forza vitale dell'amore, il sogno della fraternità e della solidarietà universale, senza pregiudizi e senza preclusioni.


Liturgia, fonte di vita
Una prospettiva teologica per la prassi liturgica

di Antonio Gaspari

ROMA, mercoledì, 21 ottobre 2009 (ZENIT.org).- E’ appena arrivato nelle librerie l'ultimo volume di don Mauro Gagliardi dal titolo “Liturgia fonte di vita. Prospettive teologiche” (Fede & Cultura).

Si tratta di un libro che ha il pregio di proporre una visione della liturgia principalmente in prospettiva teologica e cerca di rispondere alle domande di fondamento della liturgia indicando una prassi celebrativa più consona ai sacri misteri.

Nella prefazione al libro monsignor Mauro Piacenza, Segretario della Congregazione per il Clero, ha scritto che “l’autore offre ciò di cui oggi più si avverte l’esigenza: un consistente e al tempo stesso accessibile approccio teologico alla liturgia” anche perchè “il Concilio vaticano II ricorda che l’approccio alla liturgia è innanzitutto di tipo teologico”.

L’Arcivescovo Segretario della Congregazione per il Clero precisa che “tra gli elementi principali che qualificano il sacerdozio vi è senz’ombra di dubbio il servizio liturgico e, in modo del tutto speciale il ministero dell’altare” per questo motivo “comprendere teologicamente e spiritualmente il senso della liturgia significa pertanto comprendere davvero il proprio sacerdozio”.

“E’ nostra convinzione - conclude monsignor Piacenza - che il presente volume possa realmente contribuire a questa necessaria riscoperta del fatto che il sacerdote è innanzitutto un uomo scelto dal Signore per stare davanti a Lui e per servirlo”.

Don Mauro Gagliardi, nato nel 1975, nel 1999 è stato ordinato presbitero dell’Arcidiocesi di Salerno, nella quale svolge il ministero di Viceparroco e di Assistente diocesano della FUCI.

Dottore in Teologia (Gregoriana, Roma 2002) ed in Filosofia (L’Orientale, Napoli 2008), dal 2007 è Ordinario della Facoltà di Teologia dell’Ateneo Pontificio “Regina Apostolorum” di Roma.

Dal 2008 è Consultore dell’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice. Ha pubblicato diversi volumi, articoli e contributi a miscellanee, sia in Italia che all’estero.

Per cercare di comprendere il rapporto tra teologia e liturgia, ZENIT lo ha intervistato.

Perché un docente di teologia, quale lei è, ha deciso di scrivere un libro sulla liturgia?

Gagliardi: Direi che ci sono diversi motivi, alcuni dei quali sono circostanziali ed altri toccano maggiormente il merito dello studio teologico. Negli ultimi anni, mi sono trovato, per una serie di eventi occasionali, ad approfondire lo studio della liturgia. Inizialmente, i miei studi erano rivolti quasi esclusivamente alla teologia dogmatica, che è il mio campo principale di specializzazione e di insegnamento. Un giorno, durante il mio ultimo anno di dottorato in teologia, mi capitarono tra le mani alcuni libri che mi incuriosirono: essi presentavano il tema della liturgia in un modo diverso da quello cui ero abituato: mi appassionai nella lettura di essi e, in seguito, di altri saggi analoghi. Cominciai così a farmi una cultura liturgica.

Per dirla in breve, l’approccio di quei volumi presentava la liturgia non solo dal punto di vista storico – che pure non veniva trascurato – ma anche da quello teologico. Ciò che non avevo mai conosciuto bene era una teologia della liturgia e, quando questa mi venne incontro, la accolsi con gioia, quasi in modo connaturale. In seguito, ho letto e riletto tante volte l’eccezionale libro del cardinale Ratzinger Introduzione allo spirito della liturgia e gli altri suoi saggi in materia liturgica. Penso di averli letti tutti e ognuno più volte. Nel 2007, pubblicai un libro sull’Eucaristia (Introduzione al Mistero eucaristico. Dottrina – Liturgia – Devozione), nel quale sviluppavo sia l’aspetto dogmatico, che liturgico, che spirituale del grande Sacramento dell’altare.

In effetti, il mio approccio restava teologico-dogmatico, ma ora, grazie ai nuovi studi, potevo vedere meglio il fecondo legame tra dottrina, liturgia e devozione. Il libro uscì tra l’altro quasi contemporaneamente all’Esortazione apostolica Sacramentum Caritatis, che tratta dell’Eucaristia proprio sviluppando queste tre dimensioni. Fu per me una conferma autorevolissima dello studio che avevo fatto per scrivere il libro. Nel 2008, sono stato poi nominato Consultore dell’Ufficio delle Celebrazioni Liturgiche del Sommo Pontefice. Anche a motivo di ciò, il mio studio in ambito liturgico continua e si approfondisce, anche se deve dividersi il campo con la ricerca nell’ambito dogmatico, che ovviamente deve proseguire.

Esponendo queste circostanze, credo di aver spiegato anche come mai un dogmatico si interessi di liturgia: eventi concreti mi ci hanno portato, ma questi eventi non facevano altro che stimolare in me l’interesse per aspetti non ancora sviluppati e che sono strettamente connessi al dogma stesso. Nel caso specifico del mio ultimo libro (La liturgia fonte di vita. Prospettive teologiche, Fede e Cultura, Verona 2009), l’occasione mi è stata fornita da un invito a tenere un seminario monografico intensivo, nell’ambito del Corso Internazionale per i Formatori di Seminari: un’importante iniziativa che si tiene ogni estate a Leggiuno, in provincia di Varese, organizzata, ormai da vent’anni, dall’Istituto Sacerdos.

Il corso offre a rettori, professori, padri spirituali e formatori dei seminari di tutto il mondo un programma ampio e molto ben strutturato di formazione e di aggiornamento, sulle tematiche attinenti alla formazione dei futuri sacerdoti. Nel luglio del 2008, parlai per tre giorni della liturgia a questi confratelli sacerdoti, provenienti dai cinque continenti, ed anche a un vescovo orientale che pure partecipava al corso, e mi accorsi del loro grande interesse per il taglio teologico che davo alla mia trattazione. I dati biblici, storici e filologici certamente contano e io cercavo di non farli mancare, assieme all’analisi di casi concreti, ma l’interesse era suscitato soprattutto da una comprensione teologica della liturgia. Dopo questa esperienza positiva, decisi di sistemare bene le mie dispense e ne è nato il libro.

In un mondo che sembra sempre più secolarizzato perché un libro sulla liturgia?

Gagliardi: Direi al contrario che, proprio perché spesso il mondo moderno – almeno il mondo occidentale – ci appare sempre più lontano dalla fede e dalla religione, c’è bisogno di ricordare alcuni punti fermi e, tra questi, certamente c’è il culto divino, o sacra liturgia.

A volte si è pensato che, dinanzi alle sfide della «città secolare», anche il cristianesimo, se vuole essere accettato, debba secolarizzarsi. Non posso ovviamente qui entrare nei dettagli di un tema che è molto ampio, anche se si è esaurito negli stessi anni in cui sorse all’interno della teologia. Per la liturgia vale un discorso simile.

Sembra che in molti casi vi sia stata una tendenza a secolarizzarla, quasi a «de-mitizzarla», a renderla meno divina e più umana, in modo che le persone potessero riconoscervisi maggiormente, stanti la mentalità e la cultura tipiche del nostro tempo. È chiaro che la liturgia si forma e cambia, attraverso i secoli, anche in base all’influsso delle culture. Bisogna però prudentemente verificare quando si tratta di cambiamenti omogenei con la tradizione, e quindi generalmente parlando positivi, e quando no.

Anche in questo caso, è impossibile qui entrare nei dettagli, ma alla Sua domanda rispondo: proprio in un mondo che sembra spesso lontano da Dio, c’è bisogno ancor più di una liturgia davvero divina e sacra.

Non è corretto dire – come spesso si è fatto – che oggi i problemi della Chiesa sarebbero “ben altri”. Il culto che noi dobbiamo dare a Dio pubblicamente, e la corretta forma nel rendere questo culto, sono di importanza capitale per l’uomo di ogni epoca, qualunque siano i problemi che ci si trovi a fronteggiare. Anzi, a pensarci bene, si fatica ad individuare qualche problema che sia più importante per l’uomo del suo rapporto con Dio, di cui la liturgia sacra è momento apicale.

Quali sono i temi rilevanti analizzati nel libro? Che cosa intende comunicare ai lettori? Quali sono gli obiettivi che pensa di raggiungere?

Gagliardi: Comincio dalle ultime due domande e rispondo semplicemente che ciò che mi propongo, quando studio, insegno o scrivo, è la ricerca personale della verità e la conseguente diffusione di essa. Perciò non mi propongo mai di escogitare qualcosa di nuovo, qualcosa che nessuno ha mai saputo o detto prima. Cerco di dire in modo chiaro e, quando è possibile, anche in modo nuovo, ciò che la Chiesa ha sempre saputo e che incessantemente continua ad insegnare ed approfondire nello sviluppo della sua vita.

Per quanto riguarda i temi del mio libro, ho trattato, a livello di temi fondamentali e generali, del concetto di liturgia, del ruolo del sacerdote ministro e dei fedeli nella celebrazione, del modo in cui la liturgia è per noi fonte di vita, ossia sorgente della grazia, della santificazione liturgica del tempo e dello spazio, della dinamica teologica dell’Eucaristia, della bellezza liturgica, nonché del rapporto tra liturgia ed etica e liturgia e devozione, concludendo sulla formazione liturgica. Inoltre ho proposto un capitolo con una breve storia della riforma liturgica dal Concilio di Trento ai nostri giorni. Nel libro si trovano anche diversi temi specifici e concreti quali: l’orientamento nella preghiera liturgica, la lingua da utilizzare nella celebrazione, l’atteggiamento migliore per ricevere la Santa Comunione ed altri.

C’è ancora molta polemica sull’esito delle riforma liturgica post-conciliare. Può illustrarci i termini del dibattito e qual è il suo parere in proposito?

Gagliardi: Circa i termini della questione, detto in estrema sintesi: dopo il Vaticano II, una commissione a ciò deputata ha operato per condurre a termine la riforma generale della liturgia, chiesta dal Concilio. I risultati concreti di questa riforma, per ammissione dell’allora cardinale Ratzinger e di tanti altri studiosi, non corrispondono in tutti i concreti dettagli al testo della Sacrosanctum Concilium.

Qui le posizioni divergono: alcuni parlano di tradimento del Concilio e, ancor più, della Chiesa e della sua immemorabile tradizione liturgica e vorrebbero un annullamento completo della riforma, cui faccia seguito una restaurazione della liturgia alla situazione del 1962, se non prima. Altri, al contrario, tendono quasi ad operare una canonizzazione della riforma nel modo in cui è stata condotta e nei suoi risultati e si dimostrano a volte persino aggressivi quando qualcuno avanza l’ipotesi non certo di annullarla, ma anche solo di rivederla e correggerla.

Entrambi gli schieramenti, a mio avviso, sono in errore. E queste prospettive impediscono anche di valutare nel modo giusto alcune importanti decisioni che il Santo Padre ha operato. Tuttavia esiste una terza via, che è quella giusta, che consiste nel favorire lo sviluppo omogeneo della tradizione liturgica della Chiesa.

Secondo un sondaggio recente, due praticanti su tre andrebbero alla Messa tridentina almeno una volta al mese se l’avessero in parrocchia, ma sembra che diversi Vescovi e parroci non abbiano in simpatia questo rito. È vero? Che cosa ne pensa?

Gagliardi: Ho letto di questo recente sondaggio, condotto dalla Doxa, una nota società che opera nel settore. I risultati dovrebbero quindi, in linea di massima, corrispondere alla situazione reale, per quanto possibile ad un sondaggio.

Dalla pubblicazione del Motu proprio Summorum Pontificum, ormai più di due anni fa, molte volte i giornali, le riviste e i siti web hanno riportato notizie di dichiarazioni e/o decisioni di membri del clero, che sembrano andare in una direzione diversa da quella auspicata dal documento pontificio. In questo senso, si può dire che una parte, che non saprei quantificare, di vescovi e sacerdoti pare non essere entusiasta all’idea di vedere un nuovo diffondersi della celebrazione della Messa secondo l’uso più antico. I motivi di questo atteggiamento possono essere diversi ed è chiaro che non possiamo fare qui un’analisi approfondita e puntuale.

Il mio parere personale è che, se il Santo Padre ha deciso di favorire, attraverso la sua decisione, quelli che desiderano celebrare o partecipare alla forma più antica del rito romano, coloro che non amano particolarmente tale forma – e quindi non desiderano personalmente avvalersi della facoltà concessa – non dovrebbero frapporre ostacoli all’attuazione di una normativa che, essendo stata emanata dalla Suprema Autorità, ha valore per tutta la Chiesa. Certo, ci possono essere dei casi particolari, in cui gli estimatori del rito di San Pio V avanzano pretese eccessive.

Questi casi vanno valutati singolarmente da parte dei vescovi, che restano, nelle loro diocesi, i responsabili principali della vita liturgica (e si ricordi che agli stessi vescovi compete vigilare non solo su questi casi, ma anche sull’attenta osservanza delle norme fissate nei libri liturgici post-conciliari). Mi pare, tuttavia, che i casi di eccesso da parte degli estimatori del rito più antico siano stati, da due anni a questa parte, meno frequenti di dichiarazioni o azioni volti a scoraggiare la celebrazione di quel rito. In breve, direi che è essenziale che nessuno anteponga la sua autorità particolare o la sua visione personale alle decisioni del Santo Padre, che è il centro di unità visibile della Chiesa.

Molti fedeli lamentano un impoverimento della attuale prassi celebrativa. Quali sono le cose che lei consiglia di fare per rinnovare e rendere più bella e intensa la liturgia?

Gagliardi: Ce ne sono tante, che espongo nel mio libro e quindi, per rispondere alla Sua domanda, non dovrei far altro che rimandare alla lettura di esso. Tuttavia, posso almeno dire che alla base delle tante cose da fare o da rinnovare – tanto a livello più generale, quanto a livello di dettaglio – credo che ci sia una verità teologico-liturgica attorno alla quale ruota tutto il resto: il protagonista della sacra liturgia non è l’individuo né la comunità – che pure hanno parte rilevante – bensì il Dio trinitario ed il suo Cristo. Tutto sta qui.

Questo è davvero l’essenziale. Ogni accorgimento, ogni disposizione, ogni atteggiamento corporeo e spirituale, ogni oggetto utilizzato nella liturgia deve essere una manifestazione di questo fatto: non celebriamo noi stessi o la nostra comunità. Il nostro culto è rivolto a Dio Padre, attraverso Gesù Cristo, nello Spirito Santo. Questo culto in spirito e verità ci santifica e ci dischiude la vita eterna.



 





ViviCentro (art. 19 e 21)

La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).
 
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  Mercoledì, 21 Ottobre 2009: Accadde Oggi  


Forum

La piccola rivoluzione di Benedetto XVI
Il modello per gli anglicani, funzionale anche per ortodossi e lefebvriani?

di Massimo Introvigne*

ROMA, mercoledì, 21 ottobre 2009 (ZENIT.org).- La “Nota informativa” della Congregazione per la Dottrina della Fede pubblicata martedì 20 ottobre “circa gli ordinariati personali per anglicani che entrano nella Chiesa Cattolica” rappresenta una piccola rivoluzione nell’accostamento all’ecumenismo e s’inserisce pienamente nel magistero di Benedetto XVI. Offre anche un modello per il futuro ritorno alla Chiesa Cattolica di altri gruppi dottrinalmente vicini, ma con cui permangono divergenze sul piano disciplinare e liturgico.

Dopo il Concilio Ecumenico Vaticano II molte diocesi cattoliche, e molti esperti di ecumenismo, hanno scoraggiato il ritorno di singoli protestanti, ortodossi e anche anglicani alla Chiesa Cattolica. Accogliere oggi singole persone o gruppi, si diceva, avrebbe irritato i dirigenti delle comunioni o Chiese cristiane separate e avrebbe reso più difficile domani l’integrale ritorno a Roma di queste realtà.

Benedetto XVI ha sempre avuto molti dubbi su questo accostamento, ritenendolo tipico di una sorta di “ultra-ecumenismo” che rischia di scadere nel relativismo. Sul piano teorico, non incoraggiare o addirittura ostacolare queste conversioni implica l’idea secondo cui è indifferente essere cattolici oppure protestanti, anglicani e così via.

Nell’enciclica “Caritas in veritate” il Papa ha invece precisato che la dottrina della libertà religiosa proclamata dal Vaticano II “non significa indifferentismo religioso e non comporta che tutte le religioni siano uguali”. Sul piano pratico, Benedetto XVI sa bene che la piena unione con la maggioranza delle denominazioni separate da Roma nel loro insieme è un obiettivo talmente difficile da doverlo considerare umanamente impossibile. Gli anglicani – come ricorda la Nota – ci hanno messo del loro, prima ammettendo al sacerdozio e all’episcopato le donne, poi accogliendo e perfino celebrando i matrimoni omosessuali.

A questo punto il Papa ha detto basta: e la Nota permette di accogliere non solo singoli anglicani, ma interi gruppi anche molto numerosi – gli interessati sarebbero centinaia di migliaia, se non milioni – che rifiutano il sacerdozio femminile e le unioni omosessuali. Questi gruppi – ed è qui la novità – potranno mantenere le loro peculiarità liturgiche e i loro pastori anglicani sposati, che – rimanendo sposati – saranno ordinati ricorrendone le condizioni dei sacerdoti cattolici, anche se solo i celibi potranno diventare vescovi. Infatti per la Chiesa Cattolica il celibato sacerdotale è una questione puramente disciplinare, che ammette deroghe, mentre l’esclusione delle donne dal sacerdozio è una questione dogmatica e non tollera eccezioni.

La Nota rappresenta non solo la fine di un “ultra-ecumenismo” relativista, ma anche un modello per accogliere nella Chiesa Cattolica gruppi molto numerosi di fedeli – per esempio intere Chiese ortodosse e, perché no, il tradizionalismo lefebvriano – che potranno conservare le loro particolarità liturgiche e spirituali e i loro vescovi. A patto, naturalmente, di aderire integralmente alla dottrina cattolica e di riconoscere l’autorità del Papa.

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*Massimo Introvigne è fondatore e direttore del Centro Studi sulle Nuove Religioni (CESNUR).


Udienza del mercoledì

Il Papa presenta la figura di san Bernardo di Chiaravalle
Catechesi per l'Udienza generale del mercoledì

CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 21 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il discorso pronunciato questo mercoledì da Benedetto XVI nell'incontrare i fedeli e i pellegrini in piazza San Pietro per la tradizionale Udienza generale.

Nel discorso in lingua italiana, il Papa, continuando il ciclo di catechesi sui grandi Scrittori della Chiesa di Oriente e di Occidente del Medioevo, si è soffermato su San Bernardo di Chiaravalle (1090-1153).

 * * *

Cari fratelli e sorelle,

oggi vorrei parlare su san Bernardo di Chiaravalle, chiamato "l’ultimo dei Padri" della Chiesa, perché nel XII secolo, ancora una volta, rinnovò e rese presente la grande teologia dei Padri. Non conosciamo in dettaglio gli anni della sua fanciullezza; sappiamo comunque che egli nacque nel 1090 a Fontaines in Francia, in una famiglia numerosa e discretamente agiata. Giovanetto, si prodigò nello studio delle cosiddette arti liberali – specialmente della grammatica, della retorica e della dialettica – presso la scuola dei Canonici della chiesa di Saint-Vorles, a Châtillon-sur-Seine e maturò lentamente la decisione di entrare nella vita religiosa. Intorno ai vent’anni entrò a Cîteaux, una fondazione monastica nuova, più agile rispetto agli antichi e venerabili monasteri di allora e, al tempo stesso, più rigorosa nella pratica dei consigli evangelici. Qualche anno più tardi, nel 1115, Bernardo venne inviato da santo Stefano Harding, terzo Abate di Cîteaux, a fondare il monastero di Chiaravalle (Clairvaux). Qui il giovane Abate, aveva solo venticinque anni, poté affinare la propria concezione della vita monastica, e impegnarsi nel tradurla in pratica. Guardando alla disciplina di altri monasteri, Bernardo richiamò con decisione la necessità di una vita sobria e misurata, nella mensa come negli indumenti e negli edifici monastici, raccomandando il sostentamento e la cura dei poveri. Intanto la comunità di Chiaravalle diventava sempre più numerosa, e moltiplicava le sue fondazioni.

In quegli stessi anni, prima del 1130, Bernardo avviò una vasta corrispondenza con molte persone, sia importanti che di modeste condizioni sociali. Alle tante Lettere di questo periodo bisogna aggiungere numerosi Sermoni, come anche Sentenze e Trattati. Sempre a questo tempo risale la grande amicizia di Bernardo con Guglielmo, Abate di Saint-Thierry, e con Guglielmo di Champeaux, figure tra le più importanti del XII secolo. Dal 1130 in poi, iniziò a occuparsi di non pochi e gravi questioni della Santa Sede e della Chiesa. Per tale motivo dovette sempre più spesso uscire dal suo monastero, e talvolta fuori dalla Francia. Fondò anche alcuni monasteri femminili, e fu protagonista di un vivace epistolario con Pietro il Venerabile, Abate di Cluny, sul quale ho parlato mercoledì scorso. Diresse soprattutto i suoi scritti polemici contro Abelardo, un grande pensatore che ha iniziato un nuovo modo di fare teologia, introducendo soprattutto il metodo dialettico-filosofico nella costruzione del pensiero teologico. Un altro fronte contro il quale Bernardo ha lottato è stata l’eresia dei Catari, che disprezzavano la materia e il corpo umano, disprezzando, di conseguenza, il Creatore. Egli, invece, si sentì in dovere di prendere le difese degli ebrei, condannando i sempre più diffusi rigurgiti di antisemitismo. Per quest’ultimo aspetto della sua azione apostolica, alcune decine di anni più tardi, Ephraim, rabbino di Bonn, indirizzò a Bernardo un vibrante omaggio. In quel medesimo periodo il santo Abate scrisse le sue opere più famose, come i celeberrimi Sermoni sul Cantico dei Cantici. Negli ultimi anni della sua vita – la sua morte sopravvenne nel 1153 – Bernardo dovette limitare i viaggi, senza peraltro interromperli del tutto. Ne approfittò per rivedere definitivamente il complesso delle Lettere, dei Sermoni e dei Trattati. Merita di essere menzionato un libro abbastanza particolare, che egli terminò proprio in questo periodo, nel 1145, quando un suo allievo, Bernardo Pignatelli, fu eletto Papa col nome di Eugenio III. In questa circostanza, Bernardo, in qualità di Padre spirituale, scrisse a questo suo figlio spirituale il testo De Consideratione, che contiene insegnamenti per poter essere un buon Papa. In questo libro, che rimane una lettura conveniente per i Papi di tutti i tempi, Bernardo non indica soltanto come fare bene il Papa, ma esprime anche una profonda visione del mistero della Chiesa e del mistero di Cristo, che si risolve, alla fine, nella contemplazione del mistero di Dio trino e uno: "Dovrebbe proseguire ancora la ricerca di questo Dio, che non è ancora abbastanza cercato", scrive il santo Abate "ma forse si può cercare meglio e trovare più facilmente con la preghiera che con la discussione. Mettiamo allora qui termine al libro, ma non alla ricerca" (XIV, 32: PL 182, 808), all’essere in cammino verso Dio.

Vorrei ora soffermarmi solo su due aspetti centrali della ricca dottrina di Bernardo: essi riguardano Gesù Cristo e Maria santissima, sua Madre. La sua sollecitudine per l’intima e vitale partecipazione del cristiano all’amore di Dio in Gesù Cristo non porta orientamenti nuovi nello statuto scientifico della teologia. Ma, in maniera più che mai decisa, l’Abate di Clairvaux configura il teologo al contemplativo e al mistico. Solo Gesù – insiste Bernardo dinanzi ai complessi ragionamenti dialettici del suo tempo – solo Gesù è "miele alla bocca, cantico all’orecchio, giubilo nel cuore (mel in ore, in aure melos, in corde iubilum)". Viene proprio da qui il titolo, a lui attribuito dalla tradizione, di Doctor mellifluus: la sua lode di Gesù Cristo, infatti, "scorre come il miele". Nelle estenuanti battaglie tra nominalisti e realisti – due correnti filosofiche dell’epoca - l’Abate di Chiaravalle non si stanca di ripetere che uno solo è il nome che conta, quello di Gesù Nazareno. "Arido è ogni cibo dell’anima", confessa, "se non è irrorato con questo olio; insipido, se non è condito con questo sale. Quello che scrivi non ha sapore per me, se non vi avrò letto Gesù". E conclude: "Quando discuti o parli, nulla ha sapore per me, se non vi avrò sentito risuonare il nome di Gesù" (Sermones in Cantica Canticorum XV, 6: PL 183,847). Per Bernardo, infatti, la vera conoscenza di Dio consiste nell’esperienza personale, profonda di Gesù Cristo e del suo amore. E questo, cari fratelli e sorelle, vale per ogni cristiano: la fede è anzitutto incontro personale, intimo con Gesù, è fare esperienza della sua vicinanza, della sua amicizia, del suo amore, e solo così si impara a conoscerlo sempre di più, ad amarlo e seguirlo sempre più. Che questo possa avvenire per ciascuno di noi!

In un altro celebre Sermone nella domenica fra l’ottava dell’Assunzione, il santo Abate descrive in termini appassionati l’intima partecipazione di Maria al sacrificio redentore del Figlio. "O santa Madre, - egli esclama - veramente una spada ha trapassato la tua anima!... A tal punto la violenza del dolore ha trapassato la tua anima, che a ragione noi ti possiamo chiamare più che martire, perché in te la partecipazione alla passione del Figlio superò di molto nell’intensità le sofferenze fisiche del martirio" (14: PL 183,437-438). Bernardo non ha dubbi: "per Mariam ad Iesum", attraverso Maria siamo condotti a Gesù. Egli attesta con chiarezza la subordinazione di Maria a Gesù, secondo i fondamenti della mariologia tradizionale. Ma il corpo del Sermone documenta anche il posto privilegiato della Vergine nell’economia della salvezza, a seguito della particolarissima partecipazione della Madre (compassio) al sacrificio del Figlio. Non per nulla, un secolo e mezzo dopo la morte di Bernardo, Dante Alighieri, nell’ultimo canto della Divina Commedia, metterà sulle labbra del "Dottore mellifluo" la sublime preghiera a Maria: "Vergine Madre, figlia del tuo Figlio,/umile ed alta più che creatura,/termine fisso d’eterno consiglio, …" (Paradiso 33, vv. 1ss.).

Queste riflessioni, caratteristiche di un innamorato di Gesù e di Maria come san Bernardo, provocano ancor oggi in maniera salutare non solo i teologi, ma tutti i credenti. A volte si pretende di risolvere le questioni fondamentali su Dio, sull’uomo e sul mondo con le sole forze della ragione. San Bernardo, invece, solidamente fondato sulla Bibbia e sui Padri della Chiesa, ci ricorda che senza una profonda fede in Dio, alimentata dalla preghiera e dalla contemplazione, da un intimo rapporto con il Signore, le nostre riflessioni sui misteri divini rischiano di diventare un vano esercizio intellettuale, e perdono la loro credibilità. La teologia rinvia alla "scienza dei santi", alla loro intuizione dei misteri del Dio vivente, alla loro sapienza, dono dello Spirito Santo, che diventano punto di riferimento del pensiero teologico. Insieme a Bernardo di Chiaravalle, anche noi dobbiamo riconoscere che l’uomo cerca meglio e trova più facilmente Dio "con la preghiera che con la discussione". Alla fine, la figura più vera del teologo e di ogni evangelizzatore rimane quella dell’apostolo Giovanni, che ha poggiato il suo capo sul cuore del Maestro.

Vorrei concludere queste riflessioni su san Bernardo con le invocazioni a Maria, che leggiamo in una sua bella omelia. "Nei pericoli, nelle angustie, nelle incertezze, - egli dice - pensa a Maria, invoca Maria. Ella non si parta mai dal tuo labbro, non si parta mai dal tuo cuore; e perché tu abbia ad ottenere l'aiuto della sua preghiera, non dimenticare mai l'esempio della sua vita. Se tu la segui, non puoi deviare; se tu la preghi, non puoi disperare; se tu pensi a lei, non puoi sbagliare. Se ella ti sorregge, non cadi; se ella ti protegge, non hai da temere; se ella ti guida, non ti stanchi; se ella ti è propizia, giungerai alla meta..." (Hom. II super «Missus est», 17: PL 183, 70-71).

[Il Papa ha poi salutato i pellegrini in diverse lingue. In Italiano ha detto:]

Rivolgo un cordiale saluto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, ai partecipanti al Capitolo Generale dei Missionari Comboniani del Cuore di Gesù e, mentre ringrazio questa Famiglia religiosa per il lavoro missionario che svolge soprattutto in Africa, auspico che essa continui con rinnovato slancio apostolico, a rendere sempre più attuale nel mondo il carisma di San Daniele Comboni. Saluto i Religiosi Servi della Carità – Opera Don Guanella e, nell’imminenza della festa del loro Fondatore, li incoraggio a lavorare nella Chiesa con generosa dedizione. Saluto i cresimati della diocesi di Faenza-Modigliana, con il loro Pastore Mons. Claudio Stagni, i soci del Credito Cooperativo Cassa Rurale ed Artigiana, di Pagliano, qui convenuti con il Vescovo di Palestrina Mons. Domenico Sigalini, come pure i rappresentanti di Rondine-Cittadella della Pace, accompagnati dal nuovo Vescovo di Arezzo Mons. Riccardo Fontana. A tutti auguro di crescere sempre nell’amore di Cristo per testimoniarlo in ogni ambito della società.

Saluto, infine, i giovani, i malati e gli sposi novelli. Cari amici, il mese di ottobre ci invita a rinnovare la nostra attiva cooperazione alla missione della Chiesa. Con le fresche energie della giovinezza, con la forza della preghiera e del sacrificio e con le potenzialità della vita coniugale, sappiate essere missionari del Vangelo, offrendo il vostro concreto sostegno a quanti faticano dedicando la loro intera esistenza alla evangelizzazione dei popoli.

[© Copyright 2009 - Libreria Editrice Vaticana]

 





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