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News dal Vaticano :: Il mondo visto da Roma - 21 settembre 2009
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Il mondo visto da Roma - 21 settembre 2009
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Lunedì, 21 Settembre 2009: Accadde Oggi  


  
Il mondo visto da Roma

SANTA SEDE
Il Papa invoca il sostegno di Dio sui portatori di pace
Benedetto XVI: i Vescovi sono responsabili dei loro sacerdoti
La Bielorussia loda il possibile incontro tra il Papa e Kirill
Il Papa concede a Plasencia la celebrazione di un Anno giubilare
Il domenicano svizzero Charles Morerod, nuovo Rettore dell'Angelicum

NOTIZIE DAL MONDO
I cristiani del Sudan: “Non ci abbandonate al nostro destino”
I Vescovi ungheresi mettono in guardia contro il “neopaganesimo”
Fondazione thailandese premiata per l'aiuto ai non vedenti
Decalogo per leggere con profitto la Bibbia

ITALIA
Occorre una legge per evitare un secondo caso Eluana
Perché abbiamo bisogno in fretta di una saggia legge sul fine-vita
L'Eucaristia, fonte di condivisione e gratuità per i giovani

NOTIZIE FLASH
L’Uomo, custode del creato: le ecologie e la teologia

DOCUMENTI
Discorso di Benedetto XVI ai Vescovi di recente nomina

DOCUMENTI SULLA WEB DI ZENIT
Prolusione del Card. Bagnasco per il Consiglio episcopale permanente


Santa Sede

Il Papa invoca il sostegno di Dio sui portatori di pace
Nel messaggio letto durante i funerali solenni dei 6 parà morti a Kabul

ROMA, lunedì, 21 settembre 2009 (ZENIT.org).- Una invocazione del sostegno divino su quanti “si impegnano ogni giorno a costruire nel mondo solidarietà, riconciliazione e pace” è quella rivolta questo lunedì da Benedetto XVI nel ricordare i sei militari italiani rimasti uccisi a Kabul, in Afghanistan.

Quest'oggi in una Roma a lutto, con i tricolori alle finestre e le bandiere dei pubblici uffici a mezz’asta, migliaia di persone si sono assiepate dentro e fuori la Basilica di San Paolo fuori le Mura per stringersi attorno alle famiglie dei paracadutisti della Folgore, morti in un attentato il 17 settembre scorso.

Presenti tra la folla il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, i Presidenti del Senato, Renato Schifani, e della Camera, Gianfranco Fini e il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, tutti i ministri del Governo e i vertici militari.

I feretri dei sei paracadusti - il tenente Antonio Fortunato, il primo caporal maggiore Matteo Mureddu, il primo caporal maggiore Davide Ricchiuto, il sergente maggiore Roberto Valente, il primo caporal maggiore Gian Domenico Pistonami, il primo caporal maggiore Massimiliano Randino - avvolti nel tricolore hanno fatto il loro ingresso nella Basilica tra gli applausi e le lacrime della gente, al grido: “Folgore”, per poi essere allineati ai piedi dell’altare.

Nel telegramma a firma del Cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato, letto prima delle esequie, il Papa si è detto “profondamente addolorato per il tragico attentato terroristico a Kabul in cui hanno perso la vita, insieme con numerosi civili sei militari italiani”, ed ha espresso “sentite condoglianze” alle famiglie, alle rispettive comunità e all'intera Nazione italiana.

Nella sua omelia l'Ordinario militare per l'Italia, Arcivescovo Vincenzo Pelvi, ha chiamato i soldati per nome, uno per uno, dandogli del tu.

“Care famiglie, grazie – ha poi affermato –. Avete insegnato ad Antonio, Davide, Giandomenico, Massimiliano, Matteo, Roberto, il lessico della pace, fino all'eroismo della carità, del dono della vita per il bene di altre famiglie”.

“Assieme – ha continuato – desideriamo portare il dolore per l'incolmabile assenza dei nostri giovani militari, con una presenza più assidua, fraterna e amichevole presso le vostre famiglie, diventate ancor più le nostre famiglie, nella grande famiglia dei figli di Dio”.

“Nessun militare caduto per il proprio dovere è eroe da solo: lo è inscindibilmente con la sua famiglia e la sua Patria”, ha sottolineato infine.

Al termine delle esequie le Frecce Tricolori hanno reso omaggio alle vittime passando sui cieli di Roma.


Benedetto XVI: i Vescovi sono responsabili dei loro sacerdoti
Durante l’annuale incontro con i presuli di recente nomina

ROMA, lunedì, 21 settembre 2009 (ZENIT.org).- Di fronte a un'identità sacerdotale sempre più messa in crisi dalla crescente secolarizzazione, i Vescovi sono chiamati a farsi carico della loro “paterna responsabilità”. E' quanto ha detto questo lunedì Benedetto XVI nell’incontro annuale per i Vescovi di recente nomina.

Ricevendo a Castel Gandolfo i presuli - dieci dei quali di rito orientale - che hanno partecipato in questi giorni all’incontro promosso dalle Congregazioni per i Vescovi e per le Chiese Orientali, il Papa ha ricordato che “uno dei compiti essenziali dei Vescovi è proprio quello di aiutare con l'esempio e con il fraterno sostegno i sacerdoti a seguire fedelmente la loro vocazione e a lavorare con entusiasmo e amore nella vigna del Signore".

“La missione di un presbitero e a maggior ragione quella di un Vescovo – ha continuato – comporta oggi una mole di lavoro che tende ad assorbirlo continuamente e totalmente”.

Nel breve saluto rivolto al Santo Padre, all'inizio dell'udienza, il Cardinale Giovanni Battista Re, Prefetto della Congregazione per i Vescovi, ha detto che “questi giorni di preghiera, di riflessione e di studio sono stati utili per approfondire come essere Vescovi nella società odierna, segnata dalla secolarizzazione e dal relativismo, ma in pari tempo anche da sete di valori umani e spirituali”.

Dal canto suo il Papa ha osservato che al giorno d'oggi “le difficoltà aumentano e le incombenze vanno moltiplicandosi”, e che allo stesso tempo l'identità del sacerdote risulta “messa a dura prova dalla crescente secolarizzazione".

Il rischio, ha sottolineato il Papa, è che possa venir meno “la linfa, il sostegno nei momenti di incertezza e di scoraggiamento, la sorgente inesauribile di fervore missionario e di amore fraterno verso tutti”.

Ecco quindi il suggerimento di Benedetto XVI: “L’essere a disposizione della gente non deve diminuire o offuscare la disponibilità verso il Signore. Il tempo che il sacerdote e il vescovo consacrano a Dio nella preghiera è sempre quello meglio impiegato”.

"Condizione indispensabile perché produca frutti di bene è infatti che il sacerdote resti unito al Signore – ha detto –. Sta qui il segreto della fecondità del suo ministero: soltanto se incorporato a Cristo vera vite porta il frutto".

“Condizione indispensabile perché il presbitero produca frutti di bene è che resti unito al Signore”, che al centro della sua vita sacerdotale ci sia l’Eucaristia, ha detto il Papa ricordando di aver indetto l’Anno sacerdotale al fine di promuovere l’impegno di interiore rinnovamento di tutti i sacerdoti “per una loro più forte ed incisiva testimonianza evangelica nel mondo di oggi”.

"La Santa Messa è formativa nel senso più profondo del termine, in quanto promuove la conformazione a Cristo e rinsalda il sacerdote nella sua vocazione”, ha sottolineato.

“L'imitazione di Gesù Buon Pastore è, per ogni sacerdote, la strada obbligata della propria santificazione – ha concluso il Papa – e la condizione essenziale per esercitare responsabilmente il ministero pastorale”.


La Bielorussia loda il possibile incontro tra il Papa e Kirill
Dichiarazioni di monsignor Kondrusiewicz, Arcivescovo di Minsk

MINSK, lunedì, 21 settembre 2009 (ZENIT.org).- L'Arcivescovo cattolico di Minsk-Mohilev ha espresso l'entusiasmo della Chiesa locale per l'annuncio di un possibile viaggio di Benedetto XVI nel Paese, durante il quale potrebbe aver luogo un incontro con il Patriarca ortodosso russo, Sua Beatitudine Kirill.

Monsignor Tadeusz Kondrusiewicz ha riconosciuto che per il momento non c'è nulla di ufficiale. L'Arcivescovo Hilarion di Volokolamsk, presidente del Dipartimento per le Relazioni Ecclesiastiche Esterne del Patriarcato di Mosca, ha auspicato dopo essere stato ricevuto dal Papa che possa svolgersi presto un incontro tra i pastori di Roma e Mosca.

Dal canto loro, i mezzi di comunicazione della Bielorussia hanno reso noto che l'incontro potrebbe svolgersi nel 2010.

In alcune dichiarazioni alla pagina web cattolica bielorussa “Catholic.by”, monsignor Kondrusiewicz, che in passato è stato Arcivescovo dell'Arcidiocesi della Madre di Dio di Mosca, ha riconosciuto: “Questo messaggio, anche se non confermato a livello ufficiale, è stato accolto con gioia da tutti i nostri fedeli”.

“I sacerdoti, che ne sono venuti a conoscenza durante una Messa, si sono rallegrati, perché tutti noi stavamo aspettando questo evento. Sarebbe splendido se fosse vero, perché quello che i cattolici bielorussi sognano da anni potrebbe diventare realtà”.

“Sappiamo anche che il Presidente della Repubblica di Bielorussia, Aleksandr Lukašenko, ha invitato ufficialmente il Papa. Il Pontefice ha detto in quell'occasione che sarebbe venuto quando Dio avesse aperto le porte. Forse Dio sta per farlo”.

Per quanto riguarda il possibile incontro con il Patriarca Kirill, monsignor Kondrusiewicz ha confessato: “Il messaggio su un possibile incontro tra Benedetto XVI e il Patriarca di Mosca e di tutte le Russie ha rallegrato il mio cuore. Sogno questo incontro”.

“Ho sempre pregato per un evento simile quando ero a Mosca e lo faccio ora in Bielorussia. Un incontro di questo tipo aprirebbe una nuova pagina nei nostri rapporti – nelle relazioni tra la Chiesa cattolica romana e la Chiesa ortodossa”.

“Abbiamo bisogno di questa nuova pagina nelle nostre relazioni a causa delle sfide del presente – ha confessato –. Le sfide della nostra epoca secolarizzata sono molto pericolose. E' ovvio che ci sia bisogno di rispondere a questi problemi in modo congiunto”.

“Sarebbe una buona orchestra, un'orchestra cristiana, cattolico-ortodossa o ortodosso-cattolica, che difenderebbe le radici cristiane dell'Europa e i valori cristiani – ha concluso –. E' per questo che dobbiamo pregare e chiedere a Dio di rendere questa visita e questo incontro una realtà”.


Il Papa concede a Plasencia la celebrazione di un Anno giubilare
400 anni dalla traslazione delle reliquie di San Fulgenzio e Santa Florentina


PLASENCIA, lunedì, 21 settembre 2009 (ZENIT.org).- Il 16 settembre, nel corso di una conferenza stampa, il Vescovo di Plasencia (Spagna), monsignor Amadeo Rodríguez Magro, ha comunicato che Benedetto XVI ha concesso alla diocesi un Anno giubilare.

L'Anno giubilare – il primo che si celebra nella diocesi – durerà dal 3 ottobre 2009 al 26 ottobre 2010, in occasione del 400° anniversario della traslazione delle reliquie dei Santi Fulgenzio e Florentina al mausoleo di Berzocana.

L'obiettivo della concessione, ha spiegato il Vescovo di Plasencia, è far sì che i fedeli che venerano questi santi “si rinnovino spiritualmente”.

San Fulgenzio e Santa Florentina, fratelli dei Santi Leandro e Isidoro, nacquero a Cartagena alla fine della prima metà del VI secolo.

Fulgenzio nel 591 era già Vescovo di Cartagena, Florentina fondò alla periferia di Écija un monastero femminile dedicato a Nostra Signora della Valle.

I resti mortali di entrambi vennero trasferiti dal fratello Isidoro a Siviglia, dove hanno riposato accanto a quelli dei loro fratelli fino all'invasione araba. Per evitare che venissero profanati, un gruppo di cristiani li portò poi nella zona di Las Villuercas (Cáceres), a Berzocana, dove vennero nascosti e ritrovati in seguito nel XIV secolo.

Per assicurare loro una degna venerazione, a Berzocana venne costruito nel 1610 un mausoleo-reliquiario dove vennero portati i resti, che vi riposano ancora oggi.

Nel suo decreto, Benedetto XVI concede per questo Anno giubilare i benefici di queste occasioni: l'indulgenza plenaria, o la pienezza del perdono, a tutti i fedeli che parteciperanno ai riti sacri celebrati in onore dei santi in qualsiasi chiesa della Diocesi e a quanti si recheranno in pellegrinaggio al tempio di Berzocana, così come agli anziani, ai malati e a quanti saranno impossibilitati a visitare il mausoleo e si uniranno spiritualmente ai pellegrini.

Nella lettera scritta in vista di questo evento storico, monsignor Amadeo Rodríguez afferma che l'Anno giubilare è “un'occasione propizia perché tutti volgiamo con grande intensità la nostra vita verso Dio, cerchiamo la sua grazia, rinnoviamo il nostro cuore nella fede e nella conversione e, insieme, ci impegniamo per costruire una convivenza basata sui valori del Vangelo”.

“Tutto questo perché diventiamo camminatori – aggiunge –; il cammino è la chiave di un Anno giubilare, come anche della vita cristiana”.

“Il cammino della fede, dall'istante stesso in cui la riceviamo, è pieno di opportunità. Tutte queste, ovviamente, sono grazie del Signore”, ha osservato.

Nell'Anno giubilare “ci viene offerta soprattutto l'opportunità di rinnovare la nostra vita cristiana in seno alla Chiesa – conclude –. Per questo, un Anno giubilare è un invito a camminare”, “non solo spiritualmente, ma anche fisicamente, verso il luogo santo che ci convoca”.


Il domenicano svizzero Charles Morerod, nuovo Rettore dell'Angelicum
E' anche segretario della Commissione Teologica Internazionale

CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 21 settembre 2009 (ZENIT.org).- Il sacerdote domenicano svizzero Charles Morerod, segretario della Commissione Teologica Internazionale, è stato eletto nuovo Rettore della Pontificia Università San Tommaso di Roma, nota come Angelicum.

Il sacerdote, nato a Riaz, nel cantone di Friburgo, il 28 ottobre 1961, è uno dei tre esperti, rappresentanti vaticani, che nella seconda metà di ottobre intavoleranno conversazioni con la Fraternità San Pio X, fondata dall'Arcivescovo Marcel Lefebvre.

Guiderà quest'Università, che ha ricevuto l'eredità del pensiero teologico e filosofico di San Tommaso d'Aquino, eretta da Papa Gregorio XIII nel 1580 in un primo momento solo per religiosi domenicani. Benedetto XVI, nel 1727, permise di poter offrire titoli accademici anche a studenti esterni.

Padre Morerod è entrato nell’Ordine Domenicano nel 1983 ed è stato ordinato sacerdote nel 1988. Ha conseguito il Dottorato nel 1994 presso la facoltà di Teologia dell’Università di Friburgo con una tesi sul Gaetano e Lutero. Nel 2004 ha conseguito il Dottorato in Filosofia presso l’Istituto Cattolico di Tolosa (Francia).

Dal 2008 è direttore del Catholic Studies Roman Program della University of St. Thomas (St. Paul, Minnesota, Stati Uniti). È redattore dell’edizione francese della rivista “Nova et Vetera” ed è stato Decano della Facoltà di Filosofia dell’Angelicum. Il 23 aprile 2009 Benedetto XVI lo ha nominato Segretario Generale della Commissione Teologica Internazionale.

Tra le sue pubblicazioni, figurano Cajetan et Luther en 1518 (Friburgo, 1994); Oecuménisme et philosophie, (Parigi, 2004; pubblicato anche in inglese nel 2006); Tradition et unité des chrétiens (Parigi, 2005); La philosophie des religions de John Hick (Parigi, 2006); The Church and the Human Quest for Truth (Ave Maria, Florida, 2008).

Padre Morerod, O.P. sostituisce come Rettore dell'Angelicum padre Joseph Agius, O.P.

La comunità accademica dell'Angelicum è composta da 150 docenti (provenienti da 30 Paesi) e 1400 studenti (di 98 diverse Nazioni). Il personale dipendente non arriva a un decimo di quello docente, mentre le suore e i frati domenicani sostengono attualmente i 2/3 dell’offerta formativa.

Le facoltà di Teologia e di Filosofia hanno una sezione italiana e una inglese nel loro 1° ciclo. In Diritto Canonico e Scienze Sociali l’insegnamento è in italiano, tranne che per programmi particolari.


Notizie dal mondo

I cristiani del Sudan: “Non ci abbandonate al nostro destino”
I fedeli vittime della violenza dei guerriglieri

KÖNIGSTEIN, lunedì, 21 settembre 2009 (ZENIT.org).- L'intervento della comunità internazionale è fondamentale per difendere i cristiani del Sudan dai gruppi guerriglieri, ha affermato il Vescovo Eduardo Hiiboro Kussala di Tombura-Yambio.

Il presule si è confidato con l'associazione caritativa internazionale Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS) rivelando che gli attacchi perpetrati dall'Esercito di Resistenza del Signore (Lords Resistance Army, LRA) contro civili innocenti non possono essere fermati senza un aiuto esterno.

Il mese scorso, un gruppo di membri dell'LRA ha fatto irruzione nella chiesa di Nostra Signora della Pace, a Ezo, profanandola e rapendo 17 persone, per la maggior parte adolescenti e giovani sotto i 30 anni.

Poco dopo l'assalto, uno dei ragazzi rapiti è stato ritrovato morto dopo essere stato legato a un albero e mutilato. Tre ostaggi sono tornati sani e salvi alle loro famiglie il giorno successivo al sequestro, mentre degli altri 13 non si hanno notizie.

Una settimana dopo, vicino alla città di Nzara, a sei persone è stata tesa un'imboscata nella foresta. Sono state inchiodate a pezzi di legno legati al suolo e uccise. Chi ha rinvenuto i cadaveri molti giorni dopo ha affermato che la scena ricordava una crocifissione. Da quel momento, si è parlato di altre 12 persone rapite da un villaggio vicino Nzara.

L'LRA è famoso per gli atti violenti sulle vittime.

In risposta agli attacchi a Ezo e Nzara, il Vescovo Hiiboro ha guidato un'iniziativa di tre giorni di preghiera coinvolgendo i cristiani di ogni denominazione del Sudan.

20.000 persone hanno camminato per più di due chilometri scalze e con il capo cosparso di cenere in una silenziosa protesta contro la mancanza di azione governativa per portare sicurezza nella regione.

Hanno preso parte all'evento di preghiera anche Ministri dei Governi locali, sia della capitale statale, Yambio, che di quella provinciale del Sud Sudan, Juba, chiedendo di fare di più per aumentare la presenza della polizia nella zona.

Secondo il Vescovo Hiiboro, l'attacco a Ezo si inserisce in un ciclo di violenza che può essere spezzato solo con la cooperazione internazionale.

“Il Governo qui non può risolvere davvero il problema dell'LRA. Ha promesso che avrebbe tenuto la situazione sotto controllo ma ora vediamo la realtà”, ha denunciato. “Nessuno viene in nostro aiuto. Chiediamo ai responsabili della comunità internazionale di far qualcosa”.

A Ezo, ha riferito, centinaia di persone stavano prendendo parte a una novena di preghiera per la festa dell'Assunzione quando sono state attaccate dall'LRA, che ha strappato i paramenti sacri, profanato l'ostia e danneggiato altre proprietà ecclesiali.

“Gli assalitori volevano chiaramente colpire le persone, perché sapevano che stavano pregando”, ha sottolineato il Vescovo Hiiboro.

I guerriglieri hanno anche inseguito il parroco, padre Justin, che ha trascorso la notte nella foresta per salvarsi la vita.

“Ciò che è accaduto ad agosto è stato un grande shock per noi – ha confessato il Vescovo –. E' stato difficile comprendere che siamo molto esposti a un rischio di questo tipo”. “La gente ha poi iniziato a venire da me con un'enorme sofferenza negli occhi, pregandomi di fare qualcosa per questa situazione – di riportare indietro i figli e i nipoti che erano scomparsi”.

L'iniziativa di tre giorni di preghiera ha attirato molta più gente di quanta il Vescovo si aspettasse. “E' stato sorprendente”, ha commentato.

Il Sudan ha una popolazione di 41 milioni di abitanti, per il 70% musulmani sunniti, per il 5% cristiani e per il 25% seguaci di credo locali.


I Vescovi ungheresi mettono in guardia contro il “neopaganesimo”
Lettera circolare della Conferenza Episcopale d'Ungheria

ROMA, lunedì, 21 settembre 2009 (ZENIT.org).- I Vescovi dell'Ungheria hanno pubblicato una “Lettera circolare della Conferenza Episcopale Ungherese sulla salvaguardia della fede cattolica”, sottolineando come quest'ultima sia minacciata da alcune correnti che stanno dilagando nella società.

Nel testo, letto in ogni chiesa cattolica dell'Ungheria questa domenica, i presuli spiegano che attualmente “riprende vigore una specie di paganesimo”, che “attacca il cristianesimo”.

“Alcuni anni fa ritenevamo che la secolarizzazione costituisse quasi l’unico pericolo – ammettono i Vescovi –. Anche se la mentalità consumistica, l’idolo dell’edonismo continua ad essere presente nel nostro popolo, ora si sta rafforzando anche lo spirito del neopaganesimo”.

Durante i decenni del comunismo, ricordano i presuli, le autorità “hanno cercato di farci dimenticare tutto quello che poteva confermare la nostra identità ungherese e cristiana. Hanno cercato di inculcare in noi un complesso di inferiorità, ripetendo che l’Ungheria era stata l’ultimo alleato della Germania nella Seconda Guerra Mondiale, ed eravamo nazionalisti e sciovinisti”.

In questo contesto, per i Vescovi “è necessario e legittimo destare un’identità giusta, cercare e rendere coscienti i nostri veri valori, la nostra eredità ungherese in campo culturale, storico e scientifico”.

Fa parte di questo processo anche “confermarsi nella nostra identità cristiana, siccome la rivelazione di Cristo si è incarnata anche nella nostra cultura ungherese, nobilitandola e consacrandola. La nostra cultura millenaria ungherese non è comprensibile senza la fede cristiana”.

Questa presa di coscienza, “importantissimo compito cristiano ed ungherese”, “produce anche dei germi sbagliati”, avvertono i Vescovi.

Uno di questi è il cosiddetto “sincretismo antico ungherese”, che mescola elementi di diverse religioni.

“Tale fenomeno è assai pericoloso perché adopera un linguaggio religioso apparentemente cristiano ed induce all’errore anche fedeli che praticano la propria religione”, spiega la Conferenza Episcopale.

Altri pericoli, prosegue il testo, sono “l’occultismo, lo spiritismo, e le diverse forme dell’idolatria”, così come l'“attacco alla nostra fede cattolica anche dalla parte delle idee liberali estreme che cercano di forzare su di noi la dittatura del relativismo, una visione del mondo che mette in dubbio l’esistenza della stessa verità”.

Questa corrente, osserva la Lettera circolare, “diffonde la cultura della morte al posto del rispetto della vita. Nega o relativizza la differenza tra uomo e donna, nonché il matrimonio e la famiglia”.

“Di fronte a questo, accettiamo il progetto di Dio Creatore sull’uomo, sulla famiglia, sulla cultura e sulla Nazione – dichiarano i Vescovi ungheresi –. Di fronte alla globalizzazione noi professiamo la cattolicità. La verità cattolica non è internazionale ma sovranazionale, ma per poter esistere concretamente, essa deve incarnarsi nelle culture nazionali”.

Allo stesso modo, constatano, può attaccare la fede cattolica anche “la concezione del mondo che viene normalmente formulata così: 'sono religioso a modo mio'”. “Noi siamo e restiamo cattolici solo se la nostra fede è in armonia con la fede viva della Chiesa”, segnalano.

“Chiediamo ai nostri fratelli cattolici di guardarsi da tutte queste iniziative che inducono all’errore”, concludono i Vescovi ungheresi.


Fondazione thailandese premiata per l'aiuto ai non vedenti
Padre Velardo dirige il Centro per lo sviluppo delle loro abilità

di Carmen Elena Villa

ROMA, lunedì, 21 settembre 2009 (ZENIT.org).- Da 31 anni il sacerdote salesiano Carlo Velardo guida un gregge molto particolare: persone non vedenti, per la maggior parte buddiste.

Attualmente dirige la fondazione “Skills Development Centre for the Blind” (Centro per lo sviluppo delle abilità dei non vedenti), che ha ricevuto mercoledì a Roma il premio Van Thuan, della fondazione San Matteo, creata dal Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace.

Il riconoscimento vuole premiare persone e fondazioni che si impegnano nello sviluppo e nella dignità umana secondo la Dottrina Sociale della Chiesa.

Il sacerdote, insieme agli altri premiati, è stato ricevuto giovedì da Papa Benedetto XVI nella residenza pontificia di Castel Gandolfo.

Una missione inaspettata

Don Carlo ha confessato a ZENIT che quando è stato ordinato sacerdote voleva andare in America Latina per svolgere lì la sua missione, ma il superiore della comunità salesiana gli chiese di andare in Thailandia.

Il sacerdote rivela che provò una specie di shock ricevendo la notizia, ma si disse subito serenamente: “Se la Chiesa ci vuole lì, andiamo lì”.

Nel settembre 1977 arrivò quindi a Pakked, Nond't Haburi, a 40 chilometri da Bangkok. Aveva 28 anni e non conosceva affatto la lingua locale.

La sua missione era quella di guidare lo “Skills Development Centre for the Blind”, una fondazione avviata nel 1963 ma che fino a quel momento aveva ottenuto pochi risultati. “Stava per essere chiusa”, ha ricordato.

Gli amministratori proposero di affidarla a una comunità religiosa. Decisero quindi che da quel momento sarebbe stata gestita dai Salesiani.

Oggi la fondazione lavora con 120 giovani tra i 16 e i 35 anni offrendo loro vitto e alloggio. Nel loro iter di formazione, della durata di due anni, rafforzano le proprie capacità. In questo modo si cerca di promuovere la loro dignità come cittadini e la loro indipendenza, perché possano inserirsi nel mondo del lavoro.

“Ciò che mi fa molto piacere è vedere una persona che arriva scoraggiata, senza speranza, e dopo pochi mesi e al termine dei due anni è un'altra persona”, ha constatato padre Velardo.

“Persone che hanno paura di tutto e che poi diventano fin troppo coraggiose, persone che non uscivano mai di casa e dopo possono andare ovunque con molta capacità e molta gioia...”, ha aggiunto.

Padre Velardo ha quindi portato un esempio: un uomo, sposato e con una figlia, era rimasto cieco in seguito a un incidente. La moglie lo aveva abbandonato e la bambina aveva paura sapendo che il padre non vedeva più.

Gli mancavano sia la vista che l'affetto dei suoi cari. Ha iniziato un lavoro di recupero al centro. Era professore. Gli chiedevano se voleva continuare a insegnare e rispondeva: “Non posso perché sono cieco”. Padre Carlo gli ha detto: “Non c'è bisogno degli occhi per insegnare, basta la parola”.

L'uomo ha quindi imparato varie tecniche per tornare a insegnare. Al termine del corso è tornato a casa da solo, camminando con un bastone. La moglie e la figlia lo hanno riaccolto.

Il Vangelo diventa vita

Cosa fare però con l'aspetto religioso visto che ci si rivolge a una popolazione a maggioranza buddista? Il sacerdote ha risposto in questo modo: “Tutto questo lo facciamo senza parole. Io lo chiamo il sistema dell'osmosi”. Si tratta di trasformare in vita gli insegnamenti del Vangelo, della Dottrina Sociale della Chiesa.

“Siccome per la gran parte sono buddisti, i discorsi religiosi sono molto delicati”, ha riconosciuto.

Ad ogni modo, gli animatori del Centro non mettono da parte la propria spiritualità, molto valorizzata da chi vive nell'istituto: “Come salesiani abbiamo una nostra caratteristica: che la sera prima di dormire si prega insieme e in genere il direttore dà sempre un pensiero di buona notte”.

“Molti restano sorpresi nel vedere un ambiente sereno quando vengono da noi. Ci si aspetta che i non vedenti siano seri, tristi. Da noi non capita, tutto il contrario. Si chiedono perché. Che cosa c'è”, testimonia.

Durante questa esperienza, alcuni esprimono spontaneamente il desiderio di conoscere la fede cattolica. “Se qualcuno è interessato abbiamo stampato tutto il Nuovo Testamento in thailandese, poi con i nuovi media possono ascoltare il Vangelo”.

Chi vuole può essere battezzato, ma solo al termine dei due anni di studio nella fondazione. Padre Velardo spiega che propone il Battesimo solo se trova una comunità cristiana che continui ad accompagnare la persona in questione.

Don Carlo ha concluso il suo dialogo con ZENIT con una riflessione sull'Anno Sacerdotale: “Il sacerdote è una persona di servizio. Il mio compito è quello di portare la presenza di Cristo, il Signore, e la sua grazia a questa realtà”.


Decalogo per leggere con profitto la Bibbia
Di monsignor Mario de Gasperín Gasperín, Vescovo di Querétaro

QUERÉTARO, lunedì, 21 settembre 2009 (ZENIT.org).- In occasione del mese della Bibbia, il Vescovo di Querétaro (Messico), monsignor Mario de Gasperín Gasperín, noto biblista, ha scritto un “Decalogo per leggere con profitto la Bibbia”, che riportiamo di seguito.


* * *

Decalogo per leggere con profitto la Bibbia

1. Non credere mai che siamo i primi a leggere la Sacra Scrittura. Molti, moltissimi nel corso dei secoli l'hanno letta, meditata, vissuta, trasmessa. I migliori interpreti della Bibbia sono i santi.

2. La Scrittura è il libro della comunità ecclesiale. La nostra lettura, anche se effettuata da soli, non potrà mai essere solitaria. Per leggerla con profitto, bisogna inserirsi nella grande corrente ecclesiale condotta e guidata dallo Spirito Santo.

3. La Bibbia è “Qualcuno”. Per questo si legge e si celebra allo stesso tempo. La migliore lettura della Bibbia è quella che si fa nella Liturgia.

4. Il centro della Sacra Scrittura è Cristo; per questo, tutto deve essere letto sotto lo sguardo di Cristo e compiuto in Cristo. Cristo è la chiave interpretativa della Sacra Scrittura.

5. Non dimenticare mai che nella Bibbia troviamo fatti e detti, opere e parole intimamente uniti gli uni con gli altri; le parole annunciano e illuminano i fatti, e i fatti realizzano e confermano le parole.

6. Un modo pratico e proficuo per leggere la Scrittura è iniziare con i santi Vangeli, proseguire con gli Atti e le Lettere e intervallare con qualche libro dell'Antico Testamento: Genesi, Esodo, Giudici, Samuele, ecc. Non voler leggere il libro del Levitico di corsa, ad esempio. I Salmi devono essere il libro di preghiera dei gruppi biblici. I profeti sono l'anima dell'Antico Testamento: bisogna dedicare loro uno studio speciale.

7. La Bibbia si conquista come la città di Gerico: circondandola. Per questo, è bene leggere i brani paralleli. E' un metodo che richiede tempo, ma dà un grande profitto. Un testo chiarisce l'altro, come diceva Sant'Agostino: “L'Antico Testamento si fa evidente nel Nuovo, e il Nuovo è latente nell'Antico”.

8. La Bibbia deve essere letta e meditata con lo stesso Spirito con cui è stata scritta. Lo Spirito Santo è il suo autore principale ed è il suo principale interprete. Bisogna sempre invocarlo prima di iniziare a leggerla, e alla fine rendere grazie.

9. La Sacra Bibbia non deve mai essere utilizzata per criticare e condannare gli altri.

10. Ogni testo biblico ha un contesto storico in cui si è originato e un contesto letterario in cui è stato scritto. Un testo biblico, fuori dal suo contesto storico e letterario, è un pretesto per manipolare la Parola di Dio. Questo è pronunciare il nome di Dio invano.

+ Mario De Gasperín Gasperín

Vescovo di Querétaro


Italia

Occorre una legge per evitare un secondo caso Eluana
Per il Cardinale Bagnasco, l’etica evangelica è la via della vera umanizzazione

di Antonio Gaspari

ROMA, lunedì, 21 settembre 2009 (ZENIT.org).- Nel pomeriggio di lunedì, nel corso della prolusione al Consiglio permanente della Conferenza episcopale italiana (Cei), il Cardinale Angelo Bagnasco, Presidente della Cei, si è appellato al Parlamento italiano perchè si decida a varare una legge che scongiuri altre situazioni come quella di Eluana Englaro.

Il porporato ha spiegato che riguardo al dibattito sul fine-vita, “tema sul quale abbiamo dovuto purtroppo registrare in questi ultimi giorni un pronunciamento quanto meno ambiguo, attendiamo una legge che possa scongiurare nel nostro Paese altre situazioni tragiche come quella di Eluana”.

“Nel rispetto delle prerogative del Parlamento – ha poi rilevato il porporato – ci limitiamo ad auspicare che un provvedimento, il migliore possibile, possa essere quanto prima varato a protezione e garanzia di una categoria di soggetti tra i più deboli della nostra società, senza lasciarsi fuorviare da pronunciamenti discutibili”.

In questo senso, secondo il Cardinale Bagnasco, il lavoro già compiuto al Senato è prezioso, perché “dice la volontà di assicurare l’indispensabile nutrimento vitale a chiunque, quale che sia la condizione di consapevolezza soggettiva”.

L’Arcivescovo di Genova ha quindi sottolineato che “nell’agenda della vita socio-politica nazionale, sono in evidenza questioni importanti, alcune delle quali non possono – per la valenza etico-umanistica che racchiudono – non interessare il nostro ministero”.

Circa le critiche di una eventuale ingerenza della Chiesa nelle questioni che riguardano lo Stato, il Presidente della Cei ha affermato che “niente ci è più estraneo della volontà di far da padroni”.

Come “cittadini di questo Paese – ha aggiunto –, conosciamo bene i principi e le regole che reggono una democrazia pluralista, nella quale tuttavia le religioni sono presenze né abusive né sconvenienti, puntando esse in tutta trasparenza, e fuori da ogni logica mercantile, al colloquio con le coscienze e alla lievitazione della riflessione comune”.

Il Cardinale Bagnasco ha precisato che “l’etica evangelica non è una gabbia che si vuole imporre alla libertà, ma la via della vera umanizzazione”.

“Essa – ha continuato – è intrinseca alla fede proprio perché una fede che non diventi pratica coerente resta fuori dalla vita. La Chiesa offre questo servizio con la passione che nasce dall’amore verso Dio e verso l’umanità, senza arroganza o pregiudizio”.

Parlando del ruolo dei sacerdoti nella società, il porporato ha quindi ribadito: “siamo ben coscienti che gli altri, guardandoci, hanno il diritto di ricevere da noi, dal tessuto della nostra vita comunitaria, una testimonianza genuinamente cristiana”.

E anche quando i punti di vista possono essere legittimamente diversi, “non possiamo comportarci in maniera triste, come quelli che non hanno speranza”.

“La Chiesa, quando parla di temi antropologici – ha concluso il Presidente della Cei – lo fa non per invadere campi di competenza altrui, o ancor meno per distogliersi dal proprio Signore, ma per il dovere di trarre le conseguenze necessarie dal mistero di Cristo, che rivela all’uomo le sue reali dimensioni, esattamente come insegna il Concilio Vaticano II”.


Perché abbiamo bisogno in fretta di una saggia legge sul fine-vita

di Chiara Mantovani*

ROMA, lunedì, 21 settembre 2009 (ZENIT.org).- Che cosa è successo, in Italia, da rendere necessario mettere per iscritto, anzi, scrivere una legge su come agire verso le persone ammalate, disabili, vicine alla morte? Come mai una materia, che fino ad ora era definita dalla deontologia nell’ambito del diritto e dalla “scienza e coscienza” dei medici nell’ambito etico, merita l’interesse della legislazione?

Se comprendiamo bene i motivi, forse capiremo meglio quale è l’urgenza che ci interpella. Sul piano delle idee, abbiamo smarrito una visione condivisa del senso del vivere, del soffrire e del morire. Di conseguenza, sul piano dei comportamenti, si sono moltiplicate le richieste di un allargamento della autodeterminazione dei pazienti, fino ad ipotizzare la legittimità non solo e non tanto della libertà di scelta delle terapie cui sottoporsi, ma anche della scelta di continuare o interrompere la propria vita.

Non si può negare che la vicenda di Eluana Englaro abbia portato con grande drammaticità alla ribalta qualcosa che da tempo si agitava nei dibattiti e nei confronti tra diverse prospettive antropologiche. Eluana è stata privata di un sostegno che le garantiva la sopravvivenza a causa del pronunciamento di un giudice: per la prima volta una sentenza ha permesso a personale medico e infermieristico di agire in modo difforme dalla buona pratica clinica (la quale implica di ovviare alle difficoltà e agli impedimenti dei pazienti), reputando che il bene di Eluana – quello che a detta di suo padre lei avrebbe scelto come bene – era morire piuttosto che continuare a vivere.

La gravità di questo fatto – di un giudice o di un gruppo di giudici che con una sentenza stabilisca la correttezza di un atto medico contrario al primo dei doveri medici, quel non nocere che dal V secolo avanti Cristo sta alla base dell’esercizio della medicina – è ciò che rende oggi necessaria una legge. Il cambiamento di mentalità che ha portato a questo, che ha convinto tanti della necessità di tutelarsi da una ipotetica violenza dei medici sui pazienti, che ha diffuso l’idea che la qualità della vita si possa tradurre con la vita di qualità, che ha insinuato che la morte possa essere una terapia, questo è un problema educativo, anzi, una vera emergenza educativa, che certamente non si risolve a colpi di sentenze o di leggi. Ma mai dovrebbe essere dimenticata la valenza anche educativa delle legislazioni. Mentre alle difficoltà educative si risponde con un impegno lungimirante, sapiente e appassionato volto a formare persone, e dunque necessariamente collocato nel medio-lungo termine, alle situazioni concrete di criticità si risponde con il tempismo dettato dalle circostanze.

Che caratteristiche deve avere allora la legge sul fine-vita, per garantire almeno quel minimo etico che difenda l’umano dall’uomo, per stabilire un favor vitae, per educare ad avere sempre la massima cura e rispetto di ogni essere umano indipendentemente dalle sue condizioni di salute? Si è giudicato che fosse utile che chiunque lo desideri possa esprimere le proprie volontà in materia di trattamenti sanitari, rendendo dunque possibili le cosiddette DAT, le dichiarazioni anticipate di trattamento. A mio personalissimo avviso questa è già una piccola sconfitta, quella di un mondo medico che non è riuscito a persuadere sempre che l’interesse medico è comune a quello dei propri pazienti, avversario delle malattie e non delle persone, rivolto al bene, dedicato al prendersi cura anche quando non è in grado di guarire. Comunque sia, le DAT non possono essere il laccio della professione medica, né l’alibi per rifiutare le responsabilità, men che meno uno strumento disinvoltamente utilizzato per risparmiare sulla spesa dei sistemi sanitari. Potranno e dovranno essere uno strumento in più nella costruzione di un bel rapporto medico-paziente; strumento, appunto.

Sarà fondamentale ora l’approvazione di una legge che collochi l’alimentazione e l’idratazione fuori dal terreno di competenza delle DAT: perché essere alimentati e idratati quando il corpo ha necessità di ricevere acqua e sostanze nutritive ed è in grado di assimilarle e non serve altro che somministrarle non può essere altro che un aspetto del prendersi cura dell’ammalato o del disabile, che da soli non riescono a bere e mangiare. Smettere di fornire questi nutrienti quando ancora raggiungono lo scopo per cui sono pensati è troppo pericolosamente simile a smettere di alimentare un neonato o un anziano solo perché non li vogliamo più in carico.

Bisognerà che la legge non obblighi alcun medico a mettere in atto o a sospendere una terapia contrariamente al proprio convincimento clinico ed etico. Le volontà del paziente, ben conosciute in un corretto rapporto di alleanza terapeutica, saranno sempre da tenersi in profonda e rispettosa considerazione, ma non possono mettere un medico con le spalle al muro, dal momento che anche l’indipendenza della professionalità del curante è un valore fondamentale. Non si è forse esigito sempre dai medici l’indipendenza del giudizio clinico e terapeutico? Non si è decretato una volta per tutte a Norimberga, a Parigi e a Oviedo che il medico deve obbedire per primi ai principi di benevolenza e non-maleficienza?

Parlamento e società civile possono essere certi che i medici sono ben consapevoli che l’accanimento terapeutico come l’abbandono del malato sono atti molto lontani da un corretto esercizio della professione, che sono in agguato quando si presume della scienza e non si guarda alla persona ammalata con realismo, e quando la si guarda come un inutile fardello di sofferenza e di peso. Così come è sotto gli occhi di tutti che il vero pericolo non è lo spreco di risorse umane ed economiche, ma la mancanza di queste risorse. La recentissima approvazione di una legge che incoraggia e sostiene le cure palliative è un buon segnale di attenzione ai bisogni reali degli ammalati e delle loro famiglie, poiché è ampiamente dimostrato che, là dove l’ideologia dell’autodeterminazione non ha ancora avvelenato la percezione del reale, ciò di cui si sente davvero il bisogno è la cura, l’assistenza competente, la condivisione della sofferenza, la vicinanza umana.

Sarà fondamentale che l’approvazione di questa legge cosiddetta sul fine-vita arrivi presto, perché già troppo tempo è passato ad aggravare la confusione indotta dalle terminologie specialistiche e difficili (e non solo), mentre la gente comune è disorientata e non sa – ovviamente – distinguere tra stati di incoscienza, coma, stati vegetativi, stato di grave disabilità, diagnosi di morte imminente e prognosi infausta. Anche questo obiettivo di maggior chiarezza e presa di coscienza sta alla base della campagna “Liberi per Vivere”, lanciata da Scienza & Vita proprio per illustrare i fatti e aiutare quella consapevolezza che è premessa necessaria per giudizi personali responsabili.

Suonano sospetti, nelle vicinanze, e ora all’inizio, della ripresa dell’iter in Parlamento della legge, gli appelli a lasciar perdere, a prendersi ancora tempo di riflessione per cambiare quel ddl Calabrò che già è stato approvato al Senato, a procedere ancora a colpi di sentenze, quasi con l’auspicio che ciò che non si riesce ad ottenere dal legislatore si otterrà introducendo nella prassi una propensione eutanasica. Richiamandosi ad una autodeterminazione assoluta, non mancano nemmeno coloro che vorrebbero rendere i medici poco più che esecutori di desideri, allargando anche alla morte il già ampio ambito in cui ci si rivolge al “competente sanitario” per ottenere ciò che si esige: un figlio, un figlio sano, un figlio “su misura”, un cambiamento corporeo, una sostanza chimica per abortire.

Ci arrivano notizie inquietanti da altri Paesi, dove per esempio si organizzano legalmente i suicidi assistiti, con tanto di enfasi sulla raffinatezza delle procedure, e nei quali l’eutanasia è classificata come conquista di civiltà. Inquieta questa sottile propensione per la morte che si sta insinuando nelle “buone” società: in Svizzera si fa turismo tanatico, in Inghilterra la differenza tra assistenza e sospensione delle cure passa per le risposte a quattro domande di un questionario di valutazione della “qualità di vita” [1], in Spagna ci si avvia ad abortire a sedici anni senza dirlo a mamma e papà, se si ha paura che si arrabbino.

Deprimente questa “amicizia” con la morte, meglio che sia allontanata in fretta da casa nostra.

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*La dott.ssa Chiara Mantovani è vicepresidente dell’AMCI (Associazione Medici cattolici Italiani) e membro del Consiglio Direttivo di Scienza & Vita.


1) http://www.scienzaevita.org/materia...iBritannici.pdf


L'Eucaristia, fonte di condivisione e gratuità per i giovani
Convegno diocesano per gli animatori di pastorale universitaria

di Marina Tomarro

ROMA, lunedì, 21 settembre 2009 (ZENIT.org).- “L’Eucaristia è come un'ondata di energia che invade il cristiano e lo porta a vedere il mondo in una maniera differente e più profonda. Perciò è importante trasmettere questo messaggio ai giovani e in particolare agli universitari”, afferma mons. Luigi Moretti.

Così il Vicegerente della diocesi di Roma ha salutato, il 19 settembre, i partecipanti al convegno diocesano per gli animatori di pastorale universitaria, organizzato dall’Ufficio per la Pastorale Universitaria del Vicariato di Roma, sul nuovo tema scelto come percorso di riflessione per il prossimo anno pastorale: “Eucaristia e vita di studio”.

“E’ necessario – ha spiegato monsignor Benedetto Tuzia, Vescovo ausiliare del settore ovest per la diocesi di Roma, tra i relatori dell’incontro – far capire ai giovani, che l’esperienza dell’Eucaristia va al di là di un semplice atto religioso”.

“Infatti essa – ha aggiunto – contiene in sé due valori importantissimi: quelli della condivisione e della gratuità”, che “se vissuti nella propria vita, ad esempio condividendo sogni e speranze con i compagni di studio o mettendo al servizio dei fratelli la propria conoscenza, davvero i ragazzi riusciranno a comprendere pienamente il mistero e la bellezza di questo sacramento nella loro quotidianità universitaria”.

Infatti spesso per gli studenti se non guidati, il periodo della loro vita universitaria rischia di essere limitato ad un apprendimento culturale arido e finalizzato soltanto ad un futuro lavorativo.

“Studiare vuol dire guardare il mondo con occhi nuovi”, ha invece detto ai presenti Ferdinando Montuschi, docente di Pedagogia speciale presso l’Università di Roma Tre.

“Perciò gli animatori pastorali, hanno un compito importantissimo verso questi giovani – ha sottolineato –. Infatti devono aiutarli a comprendere che si studia non solo per avere successo o un lavoro importante, ma soprattutto per saper condividere la verità e aiutare a loro volta altri a crescere. Questa è la carità nello studio”.

Nel corso dell’incontro è stato presentato il calendario degli appuntamenti che attendono gli universitari durante l’imminente nuovo anno accademico.

Tra gli eventi previsti: sabato 10 ottobre la Veglia mariana con Benedetto XVI per l’Africa e con l’Africa; il 7 novembre, il VII Pellegrinaggio degli Universitari al santuario di San Gabriele dell’Addolorata in Abruzzo; e giovedì 17 dicembre, la Messa in preparazione al Natale con il Santo Padre.


Notizie Flash

L’Uomo, custode del creato: le ecologie e la teologia
Coso di aggiornamento presso l’Istituto Mater Ecclesiae dell’Angelicum

ROMA, lunedì, 21 settembre 2009 (ZENIT.org).- Per rispondere ad alcuni interrogativi sollevati dall’apparente aggravarsi della crisi ambientale, come pure dagli interventi di Benedetto XVI sull’ecologia, rinnovati nella sua nuova enciclica sociale Caritas in veritate, l’Istituto Superiore di Scienze Religiose Mater Ecclesiae dell’Angelicum, propone una nuova iniziativa didattica: L’Uomo, custode del creato. Le ecologie e la teologia.

I Direttori del Corso, padre Giuseppe Marco Salvati e Angela Maria Cosentino, intendono stimolare una riflessione sulla responsabilità di tutti e di ciascuno, in particolare dei credenti, verso il creato. Un richiamo attuale per il bene di oggi e per il futuro dell’umanità.

I destinatari ai quali è rivolto il corso di aggiornamento sono: docenti di religione cattolica, educatori e uditori interessati ad approfondire la rilevanza teologica delle varie forme di ecologia, i diversi livelli di esercizio della responsabilità verso il creato e le nuove emergenze ecologiche.

Al corso di 24 ore sono stati riconosciuti 3 crediti formativi.

L’iniziativa partirà martedì 12 ottobre 2009 (dalle 16,10 alle 17,30) e terminerà martedì 26 gennaio 2010. A conclusione del percorso sarà proposto un laboratorio didattico.

I relatori sono: per l’aspetto teologico Simone Morandini, per la responsabilità verso il creato: padre Stipe Jurić, Preside dell’Istituto, per la prospettiva morale padre Francesco Compagnoni, per la prospettiva dogmatica padre Marco Salvati, per quella ambientalista Antonio Gaspari, demografica Riccardo Cascioli, economica Cristiano Colombi, antropologica Paolo Nepi, ed infine bioetica Angela Maria Cosentino.
 

Per informazioni e iscrizioni:

ISSR Mater Ecclesiae, Lg. Angelicum 1, 00184 Roma - Tel. 06.67.02.444; Fax 06.67.02.270

Email:

www.angelicum.org (v. depliant del Corso : ISSR)


Documenti

Discorso di Benedetto XVI ai Vescovi di recente nomina
Partecipanti all'incontro delle Congregazioni per i Vescovi e per le Chiese Orientali

CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 21 settembre 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il discorso pronunciato questo lunedì da Benedetto XVI nel ricevere in udienza a Castel Gandolfo i presuli ordinati negli ultimi dodici mesi che hanno partecipato all’incontro promosso dalle Congregazioni per i Vescovi e per le Chiese Orientali.


* * *

Cari Fratelli nell’Episcopato!

Grazie di cuore per la vostra visita, in occasione del convegno promosso per i Vescovi che da poco hanno intrapreso il loro ministero pastorale. Queste giornate di riflessione, di preghiera e di aggiornamento, sono davvero propizie per aiutarvi, cari Fratelli, a meglio familiarizzare con i compiti che siete chiamati ad assolvere come Pastori di comunità diocesane; sono anche giornate di amichevole convivenza che costituiscono una singolare esperienza di quella "collegialitas affectiva" che unisce tutti i Vescovi nell’unico corpo apostolico, insieme al Successore di Pietro, "perpetuo e visibile fondamento dell’unità" (Lumen gentium, 23). Ringrazio il Cardinale Giovanni Battista Re, Prefetto della Congregazione per i Vescovi, per le cortesi espressioni che mi ha rivolto a nome vostro; saluto il Cardinale Leonardo Sandri, Prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, ed esprimo la mia riconoscenza a quanti in vari modi collaborano all’organizzazione di questo annuale incontro.

Quest’anno, il vostro convegno si inserisce nel contesto dell’Anno Sacerdotale, indetto per il 150° anniversario della morte di san Giovanni Maria Vianney. Come ho scritto nella Lettera inviata per l’occasione a tutti i sacerdoti, questo anno speciale "vuole contribuire a promuovere l’impegno d’interiore rinnovamento di tutti i sacerdoti per una loro più forte ed incisiva testimonianza evangelica nel mondo di oggi". L’imitazione di Gesù Buon Pastore è, per ogni sacerdote, la strada obbligata della propria santificazione e la condizione essenziale per esercitare responsabilmente il ministero pastorale. Se questo vale per i presbiteri, vale ancor più per noi, cari Fratelli Vescovi. Ed anzi, è importante non dimenticare che uno dei compiti essenziali del Vescovo è proprio quello di aiutare, con l’esempio e con il fraterno sostegno, i sacerdoti a seguire fedelmente la loro vocazione, e a lavorare con entusiasmo e amore nella vigna del Signore.

A questo proposito, nell’Esortazione postsinodale Pastores gregis, il mio venerato predecessore Giovanni Paolo II ebbe ad osservare che il gesto del sacerdote, quando pone le proprie mani nelle mani del Vescovo nel giorno dell’ordinazione presbiterale, impegna entrambi: il sacerdote e il Vescovo. Il novello presbitero sceglie di affidarsi al Vescovo e, da parte sua, il Vescovo si impegna a custodire queste mani (Cfr n.47). A ben vedere questo è un compito solenne che si configura per il Vescovo come paterna responsabilità nel custodire e promuovere l’identità sacerdotale dei presbiteri affidati alle proprie cure pastorali, un’identità che vediamo oggi purtroppo messa a dura prova dalla crescente secolarizzazione. Il Vescovo dunque – prosegue la Pastores gregis – "cercherà sempre di agire coi suoi sacerdoti come padre e fratello che li ama, li accoglie, li corregge, li conforta, ne ricerca la collaborazione e, per quanto possibile, si adopera per il loro benessere umano, spirituale, ministeriale ed economico" (Ibidem, 47).

In modo speciale, il Vescovo è chiamato ad alimentare nei sacerdoti la vita spirituale, per favorire in essi l’armonia tra la preghiera e l’apostolato, guardando all’esempio di Gesù e degli Apostoli, che Egli chiamò innanzitutto perché "stessero con Lui" (Mc 3,14). Condizione indispensabile perché produca frutti di bene è infatti che il sacerdote resti unito al Signore; sta qui il segreto della fecondità del suo ministero: soltanto se incorporato a Cristo, vera Vite, porta frutto. La missione di un presbitero e, a maggior ragione, quella di un Vescovo, comporta oggi una mole di lavoro che tende ad assorbirlo continuamente e totalmente. Le difficoltà aumentano e le incombenze vanno moltiplicandosi, anche perché si è posti di fronte a realtà nuove e ad accresciute esigenze pastorali. Tuttavia, l’attenzione ai problemi di ogni giorno e le iniziative tese a condurre gli uomini sulla via di Dio non devono mai distrarci dall’unione intima e personale con Cristo. L’essere a disposizione della gente non deve diminuire o offuscare la nostra disponibilità verso il Signore. Il tempo che il sacerdote e il Vescovo consacrano a Dio nella preghiera è sempre quello meglio impiegato, perché la preghiera è l’anima dell’attività pastorale, la "linfa" che ad essa infonde forza, è il sostegno nei momenti di incertezza e di scoraggiamento e la sorgente inesauribile di fervore missionario e di amore fraterno verso tutti.

Al centro della vita sacerdotale c’è l’Eucaristia. Nell’Esortazione Apostolica Sacramentum caritatis ho sottolineato come "la Santa Messa è formativa nel senso più profondo del termine, in quanto promuove la conformazione a Cristo e rinsalda il sacerdote nella sua vocazione" (n. 80). La celebrazione eucaristica illumini dunque tutta la vostra giornata e quella dei vostri sacerdoti, imprimendo la sua grazia e il suo influsso spirituale sui momenti tristi o gioiosi, agitati o riposanti, di azione o di contemplazione. Un modo privilegiato di prolungare nella giornata la misteriosa azione santificante dell’Eucaristia è la devota recita della Liturgia delle Ore, come pure l’adorazione eucaristica, la lectio divina e la preghiera contemplativa del Rosario. Il Santo Curato d’Ars ci insegna quanto siano preziose l’immedesimazione del sacerdote al Sacrificio eucaristico e l’educazione dei fedeli alla presenza eucaristica e alla comunione. Con la Parola e i Sacramenti – ho ricordato nella Lettera ai Sacerdoti – san Giovanni Maria Vianney ha edificato il suo popolo. Il Vicario Generale della diocesi di Belley, al momento della nomina a parroco di Ars, gli aveva detto: "Non c’è molto amore di Dio in quella parrocchia, ma voi ce lo metterete!". E quella parrocchia fu trasformata.

Cari Vescovi novelli, grazie per il servizio che rendete alla Chiesa con dedizione e amore. Vi saluto con affetto e vi assicuro il mio costante sostegno unito alla preghiera perché "andiate e portiate frutto, e il vostro frutto rimanga" (Gv 15,16). Per questo invoco l’intercessione di Maria Regina Apostolorum, ed imparto di cuore su voi, sui vostri sacerdoti e sulle vostre comunità diocesane una speciale Benedizione Apostolica.

[© Copyright 2009 - Libreria Editrice Vaticana]


Documenti sulla web di ZENIT

Prolusione del Card. Bagnasco per il Consiglio episcopale permanente

ROMA, lunedì, 21 settembre 2009 (ZENIT.org).- Nella Sezione Documenti della pagina web di ZENIT è possibile leggere il testo integrale della prolusione svolta questo lunedì dal Cardinale Angelo Bagnasco in apertura del Consiglio episcopale permanente.


 





ViviCentro (art. 19 e 21)

La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).
 
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