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Giovedì, 22 Ottobre 2009: Accadde Oggi
Il mondo visto da Roma
SINODO SPECIALE SULL'AFRICA
Vescovi africani di fronte all'islam: toni differenti, conclusioni comuni
Delegazione di Padri sinodali dal Ministro degli Esteri Frattini
SANTA SEDE
Il Papa: "I cristiani siano testimoni della salvaguardia del Creato"
La Santa Sede all'UNESCO: la cultura è ricerca della verità sull'uomo
Collaborazione tra Vaticano e USA nella lotta all'Aids
Card. Antonelli: “Per curare i mali della società occorre più famiglia”
Nuovi segretari dei Pontifici Consigli per la Famiglia e Giustizia e Pace
NOTIZIE DAL MONDO
Il Sudan rischia di ripiombare nella guerra
Vietnam: la polizia sequestra gli ultimi terreni di una parrocchia
DOTTRINA SOCIALE E BENE COMUNE
Dieci buone ragioni contrarie all’aborto chimico
ITALIA
Padre Enrique Sánchez González, nuovo Superiore generale dei Comboniani
INTERVISTE
Benedetto XVI e l’economia di comunione (parte I)
NOTIZIE FLASH
Denunciati gruppi su Facebook che inneggiano alla morte del Papa
DOCUMENTI
Intervento della Santa Sede alla 35ª sessione della Conferenza generale dell'Unesco
Sinodo speciale sull'Africa
Vescovi africani di fronte all'islam: toni differenti, conclusioni comuni
Chiedono dialogo, libertà religiosa e reciprocità di culto
di Jesús Colina
CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 22 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Il Sinodo per l'Africa ha permesso di constatare che anche se i toni dei Vescovi nel parlare dell'islam sono diversi e a volte divergenti, la conclusione a cui giungono tutti è una sola: l'inesorabilità del dialogo e l'affermazione della libertà religiosa.
Lo ha dichiarato monsignor Joseph Bato'ora Ballong Wen Mewuda, sacerdote portavoce dell'assemblea per la lingua francese, che ha constatato la differenza di espressioni tra i Vescovi del Nordafrica e quelli dell'Africa subsahariana.
Queste differenze sono state esposte nelle conclusioni dei gruppi di lavoro, ciascuno formato da circa venti membri, come ha spiegato padre Gérard Chabanon, M. Afr., Superiore Generale de Missionari d'Africa (Padri Bianchi), relatore del Gruppo “Francese A”.
Cristiani nel Nordafrica
I Vescovi del Nordafrica sono stati piuttosto prudenti al momento di denunciare con grande risonanza le restrizioni della libertà religiosa che si verificano nelle loro comunità.
Nel suo intervento centrato sui giovani studenti subsahariani nel Maghreb, ad esempio, monsignor Vincent Landel, Arcivescovo di Rabat (Marocco) e presidente della Conferenza Episcopale Regionale dell'Africa del Nord, ha riconosciuto che questi “ scoprono un mondo in cui l’Islam è sociale e dove praticamente non esiste libertà religiosa per un magrebino”.
Monsignor Maroun Elias Lahham, Vescovo di Tunisi, ha espresso il suo malcontento per la mancanza di spazio che l'islam ha ricevuto nell'Instrumentum laboris (Documento di lavoro) del Sinodo.
“Circa l’80% dei 350 milioni di arabi musulmani vive nei Paesi dell’Africa settentrionale – ha osservato – . Tutto ciò per dire che i rapporti islamo-cristiani in Africa del Nord sono diversi da quelli dell’Europa, dell’Africa subsahariana e anche dei Paesi arabi del Medio Oriente”.
Il presule si è chiesto in che cosa consista la specificità dell'esperienza delle Chiese nel Nordafrica, rispondendo che “si tratta di una Chiesa dell’incontro. Anche se non ha tutta la libertà auspicata, non è perseguitata”.
“Si tratta di una Chiesa che vive in Paesi al 100% musulmani e in cui la schiacciante maggioranza dei fedeli è composta da stranieri la maggior parte dei quali resta solo qualche anno”, ha proseguito.
E' infine “una Chiesa che vive in Paesi musulmani in cui sta nascendo un movimento di pensiero critico nei confronti di un Islam integralista e fanatico”.
Il Vescovo di Tunisi ha concluso chiedendo “un dibattito sull’Islam in Africa che tenga conto della varietà delle esperienze africane, da Tunisi a Johannesburg”.
L'islam nell'Africa subsahariana
Monsignor Ballong Wen Mewuda ha spiegato in un incontro con i giornalisti che in generale i Vescovi dell'Africa subsahariana hanno insistito sulla necessità di intavolare un dialogo aperto con l'islam per affermare il diritto fondamentale alla libertà religiosa.
Allo stesso tempo, in queste zone geografiche dove i musulmani in genere non sono la maggioranza sono stati constatati in varie occasioni tentativi sempre più dinamici di islamizzare le popolazioni.
Il Cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, ha riconosciuto che nel continente “l'islam è in costante crescita grazie a tre strumenti: le confraternite, le scuole coraniche e le moschee”.
Il Cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson, Arcivescovo di Cape Coast (Ghana), ha riconosciuto in un incontro informale del 21 ottobre con alcuni giornalisti che i Vescovi vedono in questo tentativo di espansione una “minaccia”, spesso dovuta soprattutto a interessi politici.
Da ciò derivano anche l'aumento e il sostegno alle correnti islamiste.
Monsignor Norbert Wendelin Mtega, Arcivescovo di Songea (Tanzania), ha dichiarato davanti all'assemblea: “Amiamo i musulmani. Vivere con loro fa parte della nostra storia e cultura. Ma il pericolo che minaccia la libertà dell'Africa, la sovranità, la democrazia e i diritti umani è in primo luogo il fattore politico islamico, ossia il progetto voluto e il processo chiaro di 'identificare l'islam con la politica e viceversa' in ciascuno dei nostri Paesi africani”.
“In secondo luogo c'è il fattore monetario islamico, mediante il quale grandi somme di denaro provenienti da Paesi esteri vengono riversate nei nostri Paesi per destabilizzare la pace e sradicare il cristianesimo”, ha aggiunto.
Monsignor Arlindo Gomes Furtado, Vescovo di Santiago de Cabo Verde, ha denunciato “un grande investimento nella promozione dell’islam nell’unico paese cattolico della regione.”.
Conclusione: dialogo, reciprocità e libertà religiosa
Come ha raccolto nelle sue conclusioni il gruppo di lavoro moderato da padre Gérard Chabanon, anche se la realtà dell'islam non è la stessa in Africa, l'atteggiamento che devono promuovere i cristiani è unico: “un dialogo di vita e un dialogo sociale”.
“Si è insistito fortemente sul fatto che dobbiamo cercare sempre la libertà di coscienza e la reciprocità dei culti”, ha aggiunto il gruppo di lavoro, preannunciando senz'altro un elemento che farà parte delle “proposizioni” del Sinodo al Papa e del suo Messaggio al Popolo di Dio.
[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]
Delegazione di Padri sinodali dal Ministro degli Esteri Frattini
Si è parlato di persecuzione anticristiana, droga, armi e traffico di esseri umani
ROMA, giovedì, 22 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Una delegazione di Padri sinodali si è recata questo giovedì mattina nella sede del Ministero degli Affari Esteri per un incontro con il titolare della Farnesina, Franco Frattini.
La delegazione era composta dal Segretario generale del Sinodo – l'Arcivescovo Nikola Eterović –, dal Sottosegretario – mons. Fortunato Frezza –, dai tre Presidenti delegati – i Cardinali Francis Arinze, Théodore-Adrien Sarr e Wilfrid Fox Napier, OFM – dal Relatore generale – il Cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson – dai Segretari speciali – l’Arcivescovo Damião António Franklin e il Vescovo Edmond Djitangar – e dal Segretario di mons. Eterović – padre Ambrogio Ivan Samus –.
Secondo quanto riferito dal giornalista della Radio Vaticana presente all'incontro, i temi affrontati sono stati: “Cooperazione allo sviluppo, persecuzione anticristiana e lotta al traffico di droga, di armi e di esseri umani”.
“Si è parlato anche di riconciliazione, giustizia e pace – ha aggiunto – e nel corso del confronto con il titolare della Farnesina sono emerse diverse convergenze, tra queste l’attuazione di politiche che mettano al centro l’essere umano evitando che gli effetti negativi della globalizzazione colpiscano soprattutto i più deboli”.
In merito sempre all’incontro, il Cardinale Francis Arinze ha affermato che “è stata una cosa molto positiva ciò che il governo italiano ha fatto, ciò che progetta di fare, anche incoraggiando gli africani ad essere protagonisti del loro presente e del loro futuro, apprezzando il valore dell’interdipendenza che quando è accettata diventa solidarietà”.
“Noi abbiamo aggiunto che ci sono aree dove il governo potrebbe fare più attenzione agli africani che sono in maggior parte studenti perché durante il loro soggiorno non siano obbligati a rinnovare i documenti ogni due anni”, ha sottolineato.
Il porporato africano ha quindi accennato alla “questione dell’immigrazione: ogni Paese ha diritto di avere le proprie leggi ma c’è tanta sofferenza, chi non muore nel deserto muore nel mar Mediterraneo”.
“Occorre poi promuovere lo sviluppo, così la tentazione di migrare sarà ridotta – ha proseguito –. Non si può togliere a nessuno il diritto di cercare una sistemazione altrove per avere una vita più degna”.
Dal canto suo il Ministro Franco Frattini ha risposto agli appelli della Chiesa africana spiegando l’impegno del governo italiano contro le persecuzioni religiose e anticipando alcune proposte in tema di immigrazione e di formazione.
Per quanto riguarda il tema della libertà religiosa, Frattini ha affermato: “Io credo che l’Unione Europea debba intanto affermare con forza la sua volontà politica di agire nei confronti di tutti i governi dove si verificano questi episodi orribili per richiamare la loro attenzione. In secondo luogo dovrebbe monitorare la situazione della libertà religiosa dei cristiani in molte parti del mondo”.
Ha poi accennato a un’agenzia europea per i richiedenti asilo e per i rifugiati, “un progetto che prevede un’agenzia per l’esame secondo procedure comuni delle domande di asilo provenienti da richiedenti non europei che arrivano in un qualsiasi Paese europeo”.
In questo modo, ha spiegato, “non ci sarà più quella diversità di criteri che oggi c’è, dove ciascun Paese ha le sue regole di giudizio, riconosce o non riconosce secondo criteri non omogenei, e coloro che saranno riconosciuti avranno il diritto di libera circolazione dell’intero spazio europeo”.
Infine, ha fatto appello ai Paesi e alle università dell'Africa affinché diano vita a “progetti per borse di studio, per corsi di formazione di giovani laureandi e laureati in modo che da queste università cattoliche cresca una classe dirigente che l’Italia ha un interesse generale a sostenere perché investire sull’Africa è investire sul futuro del mondo”.
Santa Sede
Il Papa: "I cristiani siano testimoni della salvaguardia del Creato"
In un messaggio al Patriarca Bartolomeo I per il Simposio sul Mississipi
ROMA, giovedì, 22 ottobre 2009 (ZENIT.org).- I cristiani devono offrire al mondo una testimonianza credibile della responsabilità per la salvaguardia del Creato. E' quanto contenuto nel messaggio che Benedetto XVI ha inviato mercoledì al Patriarca Ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I, in occasione del VIII° Simposio “Religione, Scienza e Ambiente” che ha per tema "Ristabilire l'equilibrio: il grande fiume Mississipi".
La prima tappa di questo evento, apertosi il 18 ottobre a Memphis, in Tennessee, ha visto 50 fra studiosi, esperti, giornalisti e rappresentanti religiosi darsi appuntamento per visitare l’isola di Mud, emersa dalle acque del fiume nel 1913, ed il Museo dedicato proprio al Mississippi.
Al centro dell’evento è infatti il terzo sistema fluviale del mondo, dopo quello del Rio delle Amazzoni e del Congo, costituito da un fiume lungo 3.778 chilometri - che attraversa 10 stati americani - e dai suoi affluenti.
“Protagonista” della storia degli Stati Uniti e pilastro dell’economia americana per il volume di traffici affidati alle sue acque, il Mississippi alimenta una fiorente industria alimentare lungo le sue sponde, sulle quali sono sorte numerose città, responsabili dello scarico di detriti domestici e industriali nel suo bacino.
E’ quindi anche un fiume sofferente, il cui delta è stato alterato dallo sfruttamento petrolifero, mentre l’uso agricolo di fertilizzanti e pesticidi soprattutto nella parte alta del suo corso ha causato un forte inquinamento del Golfo del Messico.
Successivamente si è tenuta una sessione di studi al Museo nazionale dei diritti civili, sorto nel luogo dove il 4 aprile del 1968 il Premio Nobel per la Pace Martin Luther King venne assassinato, e una visita al Museo del cotone.
Il Convegno scientifico vero e proprio è stato inaugurato, invece, il 21 ottobre a New Orleans e riunisce in tutto 150 partecipanti. Presenti anche il Cardinale Theodore Mc Carrick, Arcivescovo emerito di Washington e il nuovo Arcivescovo metropolita di New Orleans, mons. Gregory Michael Aymond.
Nel messaggio, letto dall’Arcivescovo di New Orleans, il Papa – secondo quanto riportato dalla Radio Vaticana – ricorda che “i cristiani sono chiamati ad unirsi nell’offrire al mondo una testimonianza credibile della responsabilità per la salvaguardia del Creato e a collaborare in ogni modo possibile per assicurare che la nostra Terra possa conservare intatto ciò che Dio le ha donato: grandezza, bellezza e generosità”.
“La soluzione delle crisi ecologiche del nostro tempo” - ha aggiunto il Pontefice - richiede necessariamente un cambiamento profondo “da parte dei nostri contemporanei”.
Per questo il Pontefice si è detto “pienamente d’accordo” col Patriarca Bartolomeo sul fatto che “i problemi urgenti che riguardano la cura e la protezione dell'ambiente”, toccando importanti questioni politiche, economiche, tecniche e scientifiche, sono tuttavia “essenzialmente di natura etica”.
Citando l'enciclica “Caritas in veritate”, il Santo Padre ha ricordato che la natura “è una priorità per tutti” e, come fondamento della nostra vita, va usata “responsabilmente” e “con rispetto”.
Una conoscenza del progresso “puramente economica e tecnologica” inevitabilmente provocherà “conseguenze negative” per individui, popoli e la stessa creazione.
Uno sviluppo umano autentico - ha sottolineato - chiama a una giustizia tra generazioni e alla solidarietà con gli uomini e le donne del futuro, che hanno anch’essi il diritto di godere dei beni che la creazione, come voluto da Dio, elargisce in abbondanza a tutti.
Il Papa ha poi ricordato quanto avvenuto a New Orleans e nelle zone vicine il 29 agosto 2005 col devastante passaggio dell’uragano Katrina.
A questo proposito, ha scritto, “i miei pensieri e le mie preghiere sono con tutti coloro, specialmente i poveri, che hanno sperimentato sofferenza, privazione e spostamenti e con quanti sono impegnati nel lavoro paziente di ricostruzione e rinnovamento”.
All’osservazione del Pontefice, secondo cui “oggi i grandi sistemi fluviali di ogni Continente sono esposti a serie minacce, spesso come risultato di attività e decisioni dell’uomo”, si è riallacciato il Patriarca Bartolomeo I che, nel suo discorso, ha sottolineato come “tutti noi abbiamo la nostra parte da giocare, la nostra responsabilità sacra” per il domani.
Infatti, ha avvertito Bartolomeo I secondo quanto riferito dall'agenzia SIR, “abbiamo raggiunto un momento cruciale della nostra storia. Abbiamo ampliato il nostro dominio sulla natura, fino al punto in cui i limiti assoluti per la nostra sopravvivenza sono stati raggiunti”.
“Solo la saggezza può farci capire che la creazione è un tutto interdipendente e indiviso”, ha concluso. Per cui anche “il più piccolo intervento umano, anche il più piccolo cambiamento nell'ordine naturale causato da azione umana può avere effetti devastanti a lungo termine sul pianeta”.
La Santa Sede all'UNESCO: la cultura è ricerca della verità sull'uomo
Intervento alla 35ª sessione della Conferenza generale
ROMA, giovedì, 22 ottobre 2009 (ZENIT.org).- “La cultura si trova là dove gli uomini si preoccupano della verità e la cercano”. E' quanto ha detto monsignor Francesco Follo intervenendo il 10 ottobre scorso a Parigi alla 35ª sessione della Conferenza generale dell'UNESCO (l'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Educazione, la Scienza e la Cultura).
“Cos'è l'uomo?”, si è domandato l'Osservatore permanente della Santa Sede presso l'UNESCO. “È una domanda vasta e complessa con la quale ogni cultura veramente umana deve confrontarsi e alla quale deve rispondere”.
Per il presule, la risposta a tale domanda “non può che trovarsi nell'uomo, nella sua verità” e “sarà degna di nota solo se supererà le barriere culturali senza ignorarle”.
“Per esempio, noi siamo esseri umani poiché abbiamo avuto il diritto di nascere”, ha osservato. E “questa realtà genera di per sé altri diritti”.
“Evitiamo dunque – ha affermato – di parlare di questi diritti senza avere coscienza e senza fare riferimento al fatto che sono radicati nel profondo rispetto per l'uomo totale, dal suo concepimento fino alla sua morte naturali”.
“Una cultura – ha continuato – non si può dire nobile se non in funzione della sua attitudine a cogliere l'uomo nella sua verità e a riconoscergli i diritti legati alla verità del suo essere”.
Monsignor Francesco Follo ha poi incoraggiato a “non rinchiudere ogni cultura in se stessa, come se avessimo a che fare con un'entità autonoma e autosufficiente”.
Scopo dell'UNESCO, ha sottolineato, è infatto quello “di far comprendere che una cultura vive sempre in interazione con altre culture, e che 'la' cultura è un evento più che un fatto stabilito e acquisito”.
“Promuovendo tutto ciò che contribuisce ad accrescere la dignità dell'uomo, della sua mente e della sua intelligenza – ha infine concluso –, l'UNESCO sarà fedele alla sua vocazione e alla sua alta missione”.
Collaborazione tra Vaticano e USA nella lotta all'Aids
Promuovono una conferenza per salvare i bambini in Africa
di Edward Pentin
ROMA, giovedì, 22 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Una conferenza che ha riunito a Roma leader mondiali della lotta all'Aids ha sottolineato l'urgente necessità di aumentare la prevenzione della trasmissione della malattia tra madre e figlio.
L'incontro è anche riuscito a unire la Chiesa e l'Amministrazione Obama in una collaborazione, potenzialmente molto efficace e fruttuosa, per salvare la vita di milioni di bambini.
La conferenza, durata tre giorni, ha visto tra i promotori Caritas Internationalis – una confederazione di 162 organizzazioni umanitarie della Chiesa – e l'ambasciata degli Stati Uniti presso la Santa Sede. E' terminata venerdì scorso e ha puntato a migliorare l'accesso alla diagnosi e alla cura per i bambini affetti da Hiv/Aids e con una co-infezione Hiv/tubercolosi.
L'incontro ha riunito i principali esperti di questo settore, tra cui missionari, lavoratori del settore sanitario e il direttore esecutivo di UNAIDS. Hanno partecipato anche rappresentanti di Organizzazioni Non Governative (ONG), il presidente del Piano d'Emergenza per l'Alleviamento dell'Aids (PEPFAR), membri dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e imprese farmaceutiche.
Ogni anno, circa 370.000 bambini con meno di 15 anni contraggono l'Hiv, la maggior parte di loro attraverso la trasmissione madre/figlio. Circa il 90% delle infezioni avviene in Africa, dove ogni giorno muoiono per questa malattia fino a 800 bambini. I bambini vengono infettati durante la gravidanza, il parto o l'allattamento.
“Il mondo ha abbandonato questi bambini perché, anche se ci sono misure economiche ed efficaci per prevenire la trasmissione dell'Hiv ai concepiti e ai bambini, la maggior parte delle donne che ha contratto il virus dell'Aids non le conosce o non vi ha accesso”, ha spiegato il segretario generale di Caritas Internationalis, Lesley-Anne Knight, nel suo discorso di apertura. “Questa è una tragedia terribile, ma è anche uno scandalo, perché possiamo fare qualcosa a questo proposito”.
La Knight ha aggiunto che non si stanno compiendo sforzi sufficienti per diagnosticare la malattia, né si stanno utilizzando i medicinali adeguati per i bambini affetti dall'Hiv, il 50% dei quali muore prima di aver compiuto 2 anni.
Per questa ragione, Caritas Internationalis ha lanciato all'inizio di quest'anno la campagna HAART for Children. L'iniziativa esorta i produttori di farmaci e di strumenti di diagnosi, i Governi e le istituzioni accademiche e di ricerca a sviluppare e fornire medicine migliori e test per i bambini, che possano essere usati in zone a basso reddito e in aree rurali.
L'ampliamento della copertura fino a renderla universale è stato il punto centrale di molti interventi. “L'infezione da Hiv non è sicuramente solo un problema scientifico, ma una questione molto più complessa, economica e sociale”, ha affermato il dottor Giuseppe Profiti, presidente dell'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma, affiliato al Vaticano. “Si tratta della redistribuzione delle conoscenze, dei mezzi, dei risultati, delle risorse e della scienza in generale (...) per coprire tutto il mondo, se è possibile”.
La medicina della giustizia sociale
Il direttore esecutivo di UNAIDS, Michel Sidibe, ha affermato che l'accesso universale alle medicine e alle risorse è principalmente una questione di giustizia sociale. “Si tratta anche di affrontare le cause alla base della disuguaglianza, costruendo un sistema di consegna che sia meno costoso ma che giunga alla maggior parte di quelle persone che, purtroppo, non hanno voce”, ha spiegato. Citando Martin Luther King, Sidibe ha sottolineato che “quando il mondo si preoccupa sufficientemente, le risorse si possono trovare”.
Tra i metodi efficaci per frenare la trasmissione madre/figlio ci sono test e formazione dei genitori, consigli alle donne affette dall'Hiv per evitare gravidanze non desiderate e prevenzione della trasmissione del virus attraverso medicinali antiretrovirali e abitudini infantili più sicure.
La Chiesa ha una funzione fondamentale per ampliare questa prevenzione, hanno affermato i relatori. La sta già svolgendo su ampia scala con un esercito di volontari che lavorano in questo settore, ed è responsabile di una percentuale che oscilla tra il 30 e il 70% dell'assistenza sanitaria in vari Paesi in via di sviluppo, ha ricordato il dottor Carl Stecker, consulente tecnico per l'Hiv/Aids dei Servizi Cattolici di Assistenza. “E' una cosa che possiamo fare, in cui possiamo brillare, ed è relativamente poco controversa”, ha detto.
In parte, questo aspetto non controverso è quello che promette una maggiore collaborazione tra la Chiesa e il settore pubblico, anche mentre alcuni Governi favoriscono la distribuzione di preservativi come parte dei loro programmi di prevenzione dell'Aids. “Ci sono molti aspetti in comune”, ha detto monsignor Robert Vitillo, direttore delle attività collegate all'Aids della delegazione Caritas a Ginevra. “Questo però non significa che stiamo in qualche modo facendo marcia indietro nella nostra insistenza di cercare di prevenire grazie a un comportamento responsabile all'interno del matrimonio. Facciamo entrambe le cose”.
L'ambasciatore degli Stati Uniti presso la Santa Sede, Miguel H. Díaz, ha accolto con favore quello che considera un vero potenziale per la collaborazione tra l'Amministrazione Obama e la Chiesa su questo tema, in parte a causa della mancanza di settori in cui queste si sono incontrare.
“E' un esempio concreto del procedere insieme per concentrarsi sull'assistenza dei bambini, e per questo stiamo puntando alla prevenzione e alla cura dei bambini e delle madri per una causa comune”, ha detto a ZENIT.
“Io ho sostenuto fin dall'inizio che sarò un costruttore di ponti e cercherò per quanto mi sarà possibile di unire le dimensioni positive e quelle aree in cui possiamo collaborare”. Questo, ha aggiunto, ne è un esempio, e anche se ci sono alcuni punti di disaccordo “ci sono ovviamente molte cose che possiamo fare insieme per salvare i bambini”.
Rapporti di collaborazione
Da quando il PEPFAR è stato istituito dal Presidente statunitense George W. Bush nel 2003, i metodi efficaci di prevenzione della trasmissione materno-filiale sono aumentati significativamente in tutto il mondo, ha osservato Deborah Birx, direttrice del Programma Globale del Governo federale. Il Presidente Obama ha destinato oltre 65 miliardi di dollari alla lotta all'Aids, alla tubercolosi e alla malaria in sei anni.
Il dottor Antonio Gerbase, del dipartimento per l'Hiv dell'OMS, ha rivelato che la priorità dell'Organizzazione Mondiale della Sanità per il 2010 e il 2011 sarà la cura di donne e bambini e la prevenzione della trasmissione dell'Hiv/Aids da madre a figlio. “Insieme alla Chiesa cattolica e ad altri collaboratori, vorremmo progredire in questo campo, perché arriva a popolazioni che spesso sono difficili da raggiungere”, ha osservato. “Per noi è una collaborazione molto proficua”.
Ad ogni modo, resta ancora una lunga strada da percorrere, e gli oratori che lavorano in questo ambito hanno offerto esempi concreti di come potrebbe aumentare la collaborazione. Suor Maria Theresia Honemann, infermiera della Congregazione delle Serve Missionarie dello Spirito Santo, ha segnalato che le cure antiretrovirali sono troppo care per i pazienti. “In teoria è una responsabilità del Governo”, ha detto, “ma molto spesso ciò che riceviamo dai Governi è apatia e un rifiuto assoluto anche di riconoscere il problema”.
Suor Isabelle Smyth, delle Mediche Missionarie di Maria, ha detto che le risorse devono essere distribuite educando le madri e i bambini a usare i farmaci antiretrovirali e che è importante l'alimentazione per nutrire i malati di Aids una volta che sono stati curati.
“E' in questo che il PEPFAR, Bill Gates e altri che stanno donando denaro devono rendersi conto che è necessario darcelo in modo integrale”, ha constatato.
Concentrandosi sulla prevenzione prima dell'infezione, un altro partecipante ha chiesto una maggiore enfasi sull'educazione, diffondendo i valori cristiani, e di sottolineare che il traffico di esseri umani e le relazioni sessuali con varie persone sono una “causa enorme” della diffusione dell'Hiv.
Rappresentanti delle imprese farmaceutiche GlaxoSmithKline, Abbott Laboratories ed Eli Lilly and Company hanno offerto presentazioni sui loro progressi nella produzione di test e medicinali migliori per l'Aids e su come stiano lavorando gratuitamente o senza fini di lucro per i Paesi poveri. I partecipanti alla conferenza hanno tuttavia sottolineato che troppo spesso i farmaci sono inadeguati per i bambini e non hanno formule e dosi idonee.
Circa soluzioni, aspetti tecnici e cifre, i partecipanti non hanno voluto trascurare l'aspetto umano dei dibattiti. “Nell'analisi finale”, ha detto Lesley-Anne Knight, “non abbiamo a che fare con statistiche globali, ma con vite individuali preziose”.
L'ambasciatore Díaz ha quindi osservato che se il risultato dell'incontro fosse anche la salvezza di una sola vita la collaborazione tra il Governo degli Stati Uniti e la Chiesa in questo campo “avrebbe già fatto la differenza”.
Card. Antonelli: “Per curare i mali della società occorre più famiglia”
Inaugurazione del nuovo anno accademico al “Regina Apostolorum”
di Roberta Sciamplicotti
ROMA, giovedì, 22 ottobre 2009 (ZENIT.org).- “In una società della globalizzazione, del pluralismo e della mobilità c’è più bisogno che mai della famiglia, fattore di coesione e di sviluppo”, ha dichiarato questo giovedì mattina il Cardinale Ennio Antonelli, Presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia.
Il porporato ha inaugurato l'anno accademico 2009-2010 dell'Ateneo Pontificio “Regina Apostolorum” di Roma con una lectio magistralis sul tema “La Famiglia e il bene della società”, sottolineando che l'istituzione familiare merita “una corsia preferenziale” e una società che le sia “amica”.
Secondo il Cardinale Antonelli, “c'è bisogno di famiglie consapevoli della loro identità e missione” e “soprattutto di famiglie cristiane che sono fermento evangelico, soggetto di evangelizzazione e perciò di più perfetta umanizzazione e socializzazione”.
Evangelizzare, ha spiegato, “è trasmettere agli altri l’amore di Cristo attraverso la fede professata e testimoniata”. Per questo, evangelizza “la famiglia che vive l’amore come dono e comunione, quale partecipazione all’alleanza nuziale di Cristo con la Chiesa, quale riflesso della comunione trinitaria delle persone divine e anticipo della festa nuziale nell’eternità”.
“Per curare i mali della società occorre più famiglia, non meno – ha sottolineato –; occorrono famiglie che abbiano un di più di unità, di apertura, di bellezza”.
La famiglia, “prima scuola di umanità”
La famiglia, ha ricordato il porporato nel suo intervento, “è il luogo dove si valorizzano e si armonizzano le differenze fondamentali dell’essere umano, quella dei sessi (uomo-donna) e quella delle generazioni (genitori-figli)”, è “la prima scuola di umanità”.
Allo stesso modo, nell'istituzione familiare “il dono reciproco è totale”. “Mentre si donano l’uno all’altro, i coniugi si aprono a una ulteriore alterità. Così il dono e l’accoglienza sono veri, non ridotti né a utilitarismo edonista né a utilitarismo procreativo, due modi di strumentalizzare l’altro”.
“Il clima di amore genera fiducia, cooperazione, reciprocità, giustizia, solidarietà, servizio, riconoscenza, fedeltà, ascolto, sincerità, puntualità, laboriosità, progettualità, ordine, rispetto della natura e molte altre virtù preziose per le persone e per la società”.
Da ciò trae beneficio “tutta la convivenza civile”, perché la famiglia “alimenta e trasmette il patrimonio morale e spirituale del popolo; costruisce solidarietà al suo interno e nei rapporti tra famiglie (cura dei più deboli, adozione e affidamento, volontariato, reti e gruppi familiari); genera e forma i cittadini e le loro capacità relazionali (il capitale umano e sociale, il più importante anche sul piano economico)”.
Svalutazione della famiglia e prospettive future
Nonostante gli innumerevoli benefici che la famiglia può apportare alla società, la politica e l’economia moderna la “ignorano o sottovalutano”, “e, quando se ne interessano, confondono i diritti dei singoli con i diritti della famiglia come soggetto autonomo”, ha denunciato il Cardinale Antonelli.
Oggi, ha osservato, “ha largo seguito la deriva di tipo individualista”, il cui supporto ideologico è “la teoria del gender: conta non il sesso biologico, ma l’orientamento sessuale che ognuno liberamente sceglie, costruisce, cambia secondo le proprie pulsioni, desideri, preferenze”.
“La famiglia tradizionale, a motivo dei legami stabili di coppia e di genitorialità, è considerata oppressiva degli individui, specialmente delle donne, dannosa alla crescita umana delle persone, causa di ingiustizie sociali”.
In questo contesto, il Cardinale ha esortato a sviluppare “una nuova cultura dei diritti della famiglia”.
Le famiglie “vanno incoraggiate e premiate; devono, per dir così, ottenere una corsia preferenziale, come i taxi nei confronti delle auto private”, ha dichiarato.
Da questo punto di vista, “in modo speciale è chiamata in causa la politica”. Le politiche del lavoro e quelle familiari, del resto, “sono collegate tra loro e andrebbero pensate insieme”.
Dal canto loro, ha concluso, “le associazioni familiari dovrebbero impegnarsi a fondo nel formare l’opinione pubblica, nel fare pressioni sui governi e sulle amministrazioni locali, nell’incontrare i parlamentari e partecipare alle audizioni, nell’intervenire ai Forum delle ONG e alle conferenze internazionali”.
Nel prendere la parola padre Pedro Barrajón, L.C., Rettore Magnifico dell'Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, ha affermato che “poter iniziare un’avventura spirituale come è lo studio e la ricerca è uno speciale dono di Dio”.
Nel 900° anniversario della morte di Sant’Anselmo, il sacerdote ha ricordato la preghiera del Proslogion che invita a cercare Dio, “quaerere Deum”.
“Quando una società non cerca più Dio, quando un uomo non cerca più Dio, pur nelle normali difficoltà che implica questa ricerca, il centro e il punto di riferimento essenziale si perdono e l’uomo cammina come un vagabondo che non sa più né da dove viene né dove va”, ha dichiarato.
Nuovi segretari dei Pontifici Consigli per la Famiglia e Giustizia e Pace
Il francese Jean Laffitte e l'italiano Mario Toso
CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 22 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Benedetto XVI ha nominato segretario del Pontificio Consiglio per la Famiglia monsignor Jean Laffitte, e segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace don Mario Toso, S.D.B., ha reso noto questo giovedì la Sala Stampa della Santa Sede.
Monsignor Laffitte era finora vicepresidente della Pontificia Accademia per la Vita e appartiene alla Comunità dell'Emmanuele.
Il Papa lo ha nominato allo stesso tempo Vescovo, concretamente titolare di Entrevaux.
Nato a Orloron-Sainte-Marie (Francia) il 5 maggio 1952, il nuovo segretario del dicastero per la Famiglia ha studiato Scienze Politiche all'Università di Tolosa.
Nel 1984 è entrato nel Pontificio Seminario Francese di Roma, studiando poi Filosofia e Teologia alla Pontificia Università Gregoriana. E' stato ordinato sacerdote nel 1989 per la Diocesi di Autun, Chalon e Macon.
Ha conseguito il dottorato in Teologia Morale presso il Pontificio Istituto "Giovanni Paolo II'' per Studi su Matrimonio e Famiglia. Dal 1994 è stato docente di questo Istituto, e dal 1999 al 2001 ne è stato vicepreside.
Nel 2003 è stato nominato consultore della Congregazione per la Dottrina della Fede, nel 2005 sottosegretario del Pontificio Consiglio per la Famiglia e nel 2006 vicepresidente della Pontificia Accademia per la Vita.
E' autore di diverse pubblicazioni e conosce il tedesco, l'italiano, l'inglese e lo spagnolo.
Anche il salesiano don Mario Toso, nuovo segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, finora consultore dello stesso dicastero, è stato nominato dal Papa Vescovo, nel caso specifico di Acque regie.
Nato a Mogliano Veneto (Treviso) il 2 luglio 1950, è professo nella Società Salesiana di San Giovanni Bosco dal 16 agosto 1967.
Ha studiato Filosofia e Teologia a Torino e in seguito all'Università Pontificia Salesiana, della quale è stato rettore dal 2003 al 2009, e alla Pontificia Università Lateranense. E' stato ordinato sacerdote nel 1978.
Don Mario Toso, consultore del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, è anche autore di diverse pubblicazioni e conosce il francese, lo spagnolo e l'inglese.
Sabato 17 ottobre, Benedetto XVI ha nominato membri della Congregazione per i Vescovi il Cardinale Antonio Cañizares Llovera, prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, e monsignor Raymond Leo Burke, Arcivescovo emerito di Saint Louis, prefetto del Tribunale Supremo della Segnatura Apostolica.
Questo mercoledì, il Papa ha nominato l'ex Nunzio Apostolico in Spagna e segretario della Congregazione per i Vescovi dal luglio scorso monsignor Manuel Monteiro de Castro segretario del Collegio Cardinalizio, costituito da tutti i Cardinali della Chiesa cattolica.
Notizie dal mondo
Il Sudan rischia di ripiombare nella guerra
Il Vescovo di El Obeid: “basta un unico colpo per far esplodere la situazione”
ROMA, giovedì, 22 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Visti i segni di crescente tensione che si registrano ovunque in Sudan, il Vescovo Macram Gassis di El Obeid ha avvertito che il Paese potrebbe ricadere nella tragedia della guerra.
Il presule ha confessato all'associazione caritativa internazionale Aiuto alla Chiesa che Soffre che “basta un unico colpo per far esplodere la situazione e tornare nelle foreste [dove molta gente ha vissuto durante i 21 anni di guerra civile nel Paese]”.
A questo proposito, ha citato alcuni rapporti in base ai quali sia l'Esercito di Liberazione del Popolo Sudanese che l'Esercito di Khartoum si stanno riarmando.
“Vedere che si stanno accumulando armi, vedere che si preparano azioni militari è un indice di pace? Indica piuttosto che c'è qualcosa nell'aria”, ha constatato.
Il Vescovo ha anche espresso la sua preoccupazione per il processo che porterà alle elezioni del 2010 e al referendum del 2011 sull'indipendenza del Sud del Paese, dicendo che il censimento per registrare il numero degli elettori e la distribuzione del potere tra le regioni non sono stati condotti correttamente.
Il sentimento popolare, ha confessato, è a favore della secessione: “In Nubia la gente dice: 'Non vogliamo avere niente a che fare con il nord', ma sarà difficile perché il petrolio giocherà un ruolo importante”.
La possibilità di una nuova guerra fa temere soprattutto per i membri più vulnerabili della società. “Non so come la nostra gente affronterà un altro conflitto armato – ha riconosciuto il Vescovo –. Sono sempre gli anziani, le donne e i bambini a soffrire”.
“Il 2011 porterà a una soluzione pacifica per il popolo del Sudan?”, ha chiesto.
“Siamo nelle mani di Dio. Chiediamo al Signore di salvarci dalla catastrofe e dal ritorno alle armi”, ha dichiarato. “Le armi non risolveranno il problema”.
“Non sappiamo quale sarà la soluzione, ma continuiamo a pregare. Siamo nelle Sue mani, siamo i suoi figli”.
Vietnam: la polizia sequestra gli ultimi terreni di una parrocchia
ROMA, giovedì, 22 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Il Governo del Vietnam ha sequestrato gli ultimi terreni cattolici della parrocchia di Loan Ly, nella Diocesi di Hue.
Lo rivela l'agenzia AsiaNews ricordando che a settembre erano già state chiuse le classi per il catechismo e successivamente si erano verificati scontri tra i fedeli e le forze dell'ordine.
I cattolici vietnamiti sono sempre più spesso bersaglio di episodi di violenza, espropri forzati e violazioni.
Elaine Pearson, vice-direttore di Human Rights Watch per l’Asia, ha denunciato recentemente un “brusco peggioramento” nel rispetto di “diritti umani e libertà religiosa” da quando Washington ha rimosso il Paese “dalla sua lista nera” e il Vietnam è entrato nell’Organizzazione mondiale del commercio.
Il 16 ottobre la polizia di Loan Ly ha attaccato i fedeli che protestavano contro il sequestro delle classi di catechismo. Dopo l'assalto, le forze dell’ordine hanno eretto una recinzione annunciando che il terreno non appartiene più alla parrocchia, ma a un funzionario del governo locale.
“Per evitare che i cattolici lanciassero l’allarme, tutte le linee di comunicazione nell’area – fra cui telefoni e Internet – sono state interrotte; i funzionari hanno anche disposto un controllo serrato dell’attività nelle parrocchie limitrofe”, ricorda AsiaNews.
Il terreno conteso è stato donato ai cattolici nel 1956 dall’ex Presidente vietnamita Ngo Dinh Diem, ma fa gola “a molti politici locali e agli impresari edili, che lottano per accaparrarsi un pezzo di terra lungo l’esotica linea costiera del Vietnam centrale”.
Nella Diocesi di Vinh, nel frattempo, il governo locale ha ripreso le operazioni per rimuovere la statua dedicata a Nostra Signora di La Vang, costruita nel 2008 su una sommità rocciosa che domina il cimitero cattolico locale.
Una fonte anonima dell'organizzazione filo-governativa “Fronte popolare” ha spiegato che per completare il processo di rimozione della statua il governo provinciale ha approvato un finanziamento di circa 68.000 dollari.
Il reverendo John Nguyen Van Huu, pastore della chiesa protestante di Bau Sen, ha lanciato un appello ai cattolici e alle persone di buona volontà di tutto il mondo per “proteggere il simbolo sacro” e “difendere il diritto alla libertà religiosa in Vietnam”.
Dottrina Sociale e Bene Comune
Dieci buone ragioni contrarie all’aborto chimico
Decalogo contro la pillola RU486
ROMA, giovedì, 22 ottobre 2009 (ZENIT.org).- La questione della vita è al centro della Dottrina sociale della Chiesa, come ha chiaramente indicato Benedetto XVI nell’enciclica Caritas in veritate.
E’ al centro perché riguarda in modo radicale la dignità della persona e perché da come si affronta il tema del rispetto della vita umana dipendono tutte le altre questioni sociali. Su cosa si costruirà la vita comunitaria se la nostra coscienza è «ormai incapace di conoscere l’umano?» (Caritas in veritate n. 75) e se cediamo all’«assolutismo della tecnica».
L’Osservatorio internazionale Cardinale Van Thuân sulla Dottrina sociale della Chiesa propone un Decalogo contro la pillola RU486, che considera espressione di una cultura disgregativa, che distrugge la passione per la vita e colpisce fin nelle origini il significato dello stare insieme.
di Monsignor Giampaolo Crepaldi
Presidente dell’Osservatorio
* * *
1. Un aborto è sempre un aborto. La modalità – chimica o chirurgica – con cui si realizza non cambia la sua natura di “delitto abominevole”, poiché non varia la volontarietà di provocare la eliminazione di un essere umano innocente.
2. L’ aborto chimico non è meno pericoloso per la salute della donna. Le notizie accertate di 29 morti riferibili direttamente all’uso dell’Ru 486 sono un dato che mostra come questa metodica sia dieci volte più pericolosa di quella chirurgica per la salute della donna. Ovviamente, entrambe sono ugualmente letali per la vita del concepito.
3. Sembra una medicina, ma è solo un veleno. Il mifepristone, chiamato Ru486 dall’industria farmaceutica Roussel-Uclaf che la studiò e la produce, compare in letteratura nel 1982 ed è un ormone steroideo sintetico che va a sostituirsi al progesterone, l’ormone che sostiene la gravidanza, rendendolo inefficace: di conseguenza l’embrione muore o, se sopravvive, il più delle volte ha gravi danni nello sviluppo e gravi handicap: questo è il motivo per cui, in Francia, le donne firmano un modulo che le impegna a ricorrere all’aborto chirurgico se la “pillola” non dovesse fare effetto completamente. L’associazione di mifepristone e prostaglandine non ha alcuna azione terapeutica, non cura nessuna malattia, non svolge alcuna azione benefica; ha un solo scopo: eliminare tramite la sua morte un embrione umano.
4. La “pillola” per abortire banalizza l’aborto. Utilizzare un prodotto chimico, per giunta catalogato come farmaco, induce due drammatici errori: ritenere che l’aborto sia un cosa facile e che rientri nell’ambito delle terapie mediche. Che non sia facile lo dimostrano le esperienze raccontate dalle donne, le tante sofferenze che restano sconosciute e possono manifestarsi anche dopo molti anni. Ed è una grave menzogna indurre a pensare che la gravidanza sia una “malattia” da potersi “curare”, ovvero da eliminare, attraverso una opzione medica. Una gravidanza è la presenza di un nuovo essere umano, non è un mal di testa o un raffreddore: non si trattano allo stesso modo!
5. L’ RU486 costringe la donna alla solitudine. Il mifepristone viene consegnato alla donna che lo assume personalmente; dopo qualche ora insorgono dolori ed emorragia che devono essere gestiti e monitorati personalmente, da riferirsi ad una successiva visita, durante la quale viene prescritta una seconda “pillola” che aiuta la definitiva espulsione dell’embrione. Il periodo di tempo in cui avviene il tutto può andare da tre a quindici giorni, con grande variabilità individuale dei sintomi dolorosi, per i quali comunque possono essere prescritti farmaci antidolorifici, sempre da autosomministrarsi. Impensabile che tutto il percorso sia realizzabile in ospedale, visti quali sarebbero i costi altissimi di un ricovero così prolungato: e questo pone la donna totalmente sola nella gestione dell’aborto, come avveniva e ancora avviene nell’aborto “clandestino”.
6. C’è poco tempo per una adeguata riflessione. Le pillole vengono consegnate alle donne in tempi necessariamente brevi, dovendosi assumere entro i primi 49 giorni della gravidanza per essere efficaci, non consentendo una articolata riflessione sulla decisione definitiva. La legge 194/78, che in Italia regolamenta l’aborto volontario, prevede che sia lasciato un tempo adeguato alla valutazione delle situazioni, delle possibili alternative e aiuti che la donna con gravidanza difficile può ricevere. L’RU 486 mette fretta, accorcia i tempi, appare anche nella sua tempistica come una “soluzione” rapida, quasi un automatismo: sono incinta – non lo voglio – prendo la pillola.
7. Svolge un’azione diseducativa. Quale può essere l’esito educativo di una mentalità di banalizzazione delle azioni, se non la deresponsabilizzazione? Se è possibile tecnicamente, non censurabile eticamente, accettato con disinvoltura e addirittura chiamato “progresso” e “conquista di civiltà” il fatto che, di fronte ad una difficoltà nella gravidanza, il modo più semplice per risolvere i problemi sia quello di “prendere una pastiglia”, come è possibile educare alla responsabilità?
8. Rappresenta una ideologia. L’auspicio, neppure troppo nascosto, è che questa modalità chimica diventi la normale via per abortire e che addirittura possa sostituirsi alla contraccezione, così da potersi ricorrere ad essa abitualmente. La mentalità di ricorso all’aborto tutte le volte in cui la contraccezione fallisce è uno degli effetti collaterali più pericolosi del cosiddetto “controllo delle nascite”. In un prossimo futuro, se davvero fosse utilizzata l’RU486 al primo insorgere delle gravidanze, l’aborto diventerebbe, ancor più di oggi, il mezzo di pianificazione familiare consueto, con una gravissima perdita di percezione della dignità della vita umana.
9. Non essendo un farmaco, non si può imporre ai medici di prescriverla.Spesso si associa il diritto all’obiezione di coscienza del medico e dell’operatore sanitario esclusivamente ad un intervento diretto. La somministrazione di farmaci è tendenzialmente vista come indifferente nella valutazione etica, poiché ciascuno sceglie e agisce in prima persona nell’assunzione di una medicina; questa “pillola” non è un farmaco e tantomeno un “salvavita”, anzi: perciò è il suo effetto (l’aborto diretto e volontario) che cade pienamente sotto la valutazione della coscienza di ciascuno. In particolare, ogni medico deve essere libero di dissociarsi e di rifiutarne la prescrizione, la quale sarebbe una attiva e consapevole cooperazione ad un atto reputato ingiusto e illecito.
10. Un aborto è sempre e solo un aborto. Nonostante la diffusione, nonostante i numeri tanto imponenti da oscurarne la percezione reale, nonostante l’inganno semantico di cambiarne il nome (interruzione volontaria della gravidanza), nonostante gli sforzi per renderlo inavvertito, banale, routinario, l’aborto resta un atto gravemente ingiusto, un lutto da elaborare, una ferita da guarire. Perderne consapevolezza non cambia la realtà dei fatti: un fatto è un fatto. In barba a tutte le ideologie.
Italia
Padre Enrique Sánchez González, nuovo Superiore generale dei Comboniani
ROMA, giovedì, 22 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Questo mercoledì padre Enrique Sánchez González, 51 anni, è stato eletto nuovo Superiore generale dei Missionari comboniani.
La nomina è avvenuta in occasione del 17° Capitolo generale in corso a Roma, cui partecipano 72 missionari comboniani.
Padre Sánchez, che rimarrà in carica per i prossimi sei anni, sostituisce in questo modo padre Teresino Serra.
Nato il 27 gennaio del 1958 a Sahuayo, nello Stato di Michoacan, uno dei 31 Stati della federazione messicana, il nuovo Superiore generale dei Comboniani è stato ordinato sacerdote il 29 settembre del 1984, dopo aver studiato teologia a Parigi dal 1980 al 1984.
Dal 1991 al 1998 è stato Superiore provinciale dei comboniani in Messico, quindi responsabile della formazione dei comboniani nella Repubblica Democratica del Congo tra il 2000 e il 2004, e poi delegato per il Centro America dal 2005 al 2009.
Il Capitolo è alle battute finali, dopo l’approvazione di nove documenti che intendono rispondere alle sfide di oggi, l’assemblea è chiamata a scegliere i vertici dell’Istituto con l’elezione del nuovo vicario generale e del nuovo consiglio.
I padri capitolari riuniti rappresentano 1.702 comboniani sparsi per il mondo. A essi si sono aggiunti come "osservatori", 11 studenti di teologia.
Interviste
Benedetto XVI e l’economia di comunione (parte I)
Intervista all’imprenditore John Mundell
di Genevieve Pollock
INDIANAPOLIS, Indiana (USA), giovedì, 22 ottobre 2009 (ZENIT.org).- La gente cerca di dare senso al proprio lavoro, cerca di fare profitti pur aiutando le persone e l’ambiente, e Benedetto XVI ne indica la strada. Ne è convinto un esponente dell’economia di comunione, John Mundell, presidente e fondatore di Mundell and Associates, una società di consulenza ambientale con sede a Indianapolis.
In questa intervista rilasciata a ZENIT spiega perché Benedetto XVI ha incluso l’economia di comunione, una rete mondiale di imprese in crescita, nella sua ultima enciclica “Caritas in veritate”.
Quali sono i principali elementi dell’economia di comunione?
Mudell: Per comprendere l’economia di comunione si deve iniziare a comprendere il significato della parola “comunione” nel vocabolario della Chiesa cattolica e capire le implicazioni di una spiritualità di comunione.
Cosa significa vivere come “Chiesa”, come popolo unito? Come si inquadra questo nel messaggio e nella missione di Gesù?
Se si inizia a comprendere queste, che sono le basi fondamentali dell’economia di comunione, il resto segue in modo naturale.
L’economia di comunione è nata da un’idea sorta nell’ambito del Movimento dei Focolari e della sua fondatrice, Chiara Lubich, nel 1991, mentre era in visita alla comunità dei focolarini in Brasile.
La settimana precedente Chiara aveva letto l’enciclica di Giovanni Paolo II “Centesimus annus”, una riflessione sui cento anni trascorsi dalla prima enciclica sociale della Chiesa di Papa Leone XIII.
Chiara era particolarmente interessata al tema del coinvolgimento della Chiesa nella sfera sociale del mondo. Inoltre, al suo arrivo in Brasile, aveva appreso delle necessità dei poveri presenti nella locale comunità dei Focolari. Della nostra comunità locale facevano parte persone benestanti, ma anche persone che soffrivano per mancanza di cibo, educazione e abitazione.
Ciò che Chiara vide, nonostante i Focolari praticassero la comunione dei beni da oltre 50 anni della loro storia, e nonostante gli sforzi delle persone per condividere e aiutare i bisognosi della comunità, era che ci sentivamo ancora inadeguati e che qualcos’altro andava fatto.
Da qui nacque l’idea di avviare imprese che potessero lavorare, condividere i profitti e aiutare i bisognosi della comunità.
Dal 1991, questo movimento si è diffuso in tutto il mondo dei Focolari e dopo 18 anni possiamo contare su più di 750 imprese impegnate nell’economia di comunione.
È un qualcosa di radicato nell’esperienza dei primi cristiani, che vivevano in una comunità che viene descritta come unita nel cuore e nella mente, in cui non vi erano persone bisognose. L’idea di rifarsi a quell’esperienza dei primi cristiani diede vita a questo modo di fare impresa.
La missione è quella di promuovere una cultura del dare e della giustizia sociale, attraverso queste imprese che sono animate dal valore della fraternità universale.
Queste imprese sono a scopo di lucro e sono presenti su ogni continente; credo si trovino in 50 Paesi. Circa la metà delle organizzazioni sono società di servizi, un quarto sono manifatturiere, mentre le altre sono di vendita al dettaglio.
I profitti di queste attività sono messe in comune. Una parte dei profitti viene reinvestita nell’impresa stessa, perché senza capitale le società non vanno avanti.
Un’altra parte dei profitti è destinata a promuovere la cultura del dare, secondo questa forma dell’economia di comunione. Organizziamo seminari, conferenze e incontri per diffondere queste idee.
L’ultima parte dei profitti viene data direttamente ai poveri, per aiutarli nei loro bisogni fondamentali: cibo, casa, educazione e salute. Ma è un pò diverso da un mero aiuto filantropico.
Intratteniamo rapporti con i poveri in ogni area geografica e conosciamo la loro vita personale. I poveri sono visti come partner egualitari in questa economia di comunione. In questo senso, quando esprimono delle loro necessità, le richieste vengono considerate di eguale valore, nella nostra condivisione delle risorse economiche.
Qualcuno l’ha posta in questo modo: non dare un pesce a una persona, né insegnargli a pescare, ma pesca con lui. Nell’economia di comunione noi peschiamo con loro. Non è qualcosa che facciamo separatamente da loro; è un qualcosa che facciamo insieme.
Si tratta di un vero cambiamento di mentalità nel concetto di responsabilità sociale delle imprese e nella nozione classica d’impresa, che sta aiutando i poveri.
Molti vedono l’etica delle imprese contrapposta ai valori cristiani della carità e della giustizia sociale. Come è riuscito a mettere insieme queste due visioni?
Mundell: Credo che i tempi siano maturi per l’affermazione di questa idea di incorporare la missione sociale nell’ambito dell’impresa e ne abbiamo visti molti esempi negli ultimi tre o quattro anni. Abbiamo visto un interesse crescente per l’idea della responsabilità sociale delle imprese.
Molte organizzazioni, che magari figurano anche tra le Fortune 500, si stanno rendendo sempre più conto delle loro responsabilità sociali come imprese.
Si parla del triplice fondamento: persone, pianeta, profitti. Persone, perché rappresentano i problemi sociali di interesse dell’impresa; pianeta, per non essere indifferenti al problema ambientale; profitto, perché è necessario per mantenere viva l’impresa.
Questa idea di responsabilità sociale è presente e operante nel mondo imprenditoriale laico. I manager si rendono conto che devono corrispondere ai loro investitori i giusti interessi, ma si rendono anche conto che un atteggiamento responsabile produce un ritorno anche per la stessa impresa.
Si potrebbe sostenere che il loro essere socialmente responsabili risponda solo ad un vantaggio economico. Ma a mio avviso, in ogni caso, quali che siano le motivazioni, è comunque una cosa positiva.
L’economia di comunione può essere considerata come una parte del complesso movimento della responsabilizzazione sociale delle imprese, ma in realtà va al di là di quello.
È un modello diverso, perché la tendenza di oggi è quella di una miriade di singole imprese che cercano di operare in modo responsabile, ma che non sono collegate tra loro.
Nell’economia di comunione noi adottiamo il modello delle prime comunità cristiane e operiamo con 750 imprese che formano una rete con rapporti planetari. Restiamo in contatto l’una con l’altra e cerchiamo di operare nella stessa maniera.
In questo modo possiamo far circolare le necessità e muovere le risorse nei diversi luoghi del mondo dove più sono necessarie, grazie ad una mentalità collettiva.
L’economia di comunione è espressione di ciò che potremmo definire un “modo collettivo di vivere la spiritualità”, la spiritualità focolarina dell’unità, di cui parla Giovanni Paolo II nelle sue encicliche.
La spiritualità di comunione influenza il modo in cui noi operiamo come proprietari d’impresa, perché si incentra sui rapporti e sulla persona umana come punto focale per l’azienda.
Secondo la visione cristiana, noi abbiamo la potenzialità per sviluppare questi rapporti verso l’ideale dell’amore reciproco. E come ha detto Cristo: “dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”. In questo senso possiamo effettivamente avere la presenza di Dio, di Cristo, in questi rapporti.
Quindi, il nostro modello è un po’ diverso, ma rientra nell’ambito di questo discorso sulle imprese sociali, sugli imprenditori sociali o sulla responsabilità sociale delle imprese. Noi siamo coinvolti in questo discorso, soprattutto ora che il Papa ha citato l’economia di comunione nella sua enciclica.
Ritiene che quanto scritto dal Papa nell'enciclica sull’economia di comunione confermi i principi del progetto o getti nuova luce all’argomento?
Mundell: Credo che siano vere entrambe le cose. L’enciclica è un’opera meravigliosa e dovrà prendere un po’ del tempo di ciascuno di noi per poter cogliere tutte le sfumature che il Papa ha espresso.
Essa certamente conferma e sostiene i nostri sforzi compiuti negli ultimi 18 anni. Per esempio, nei capitoli tre e quattro si parla della necessità di creare spazio nei mercati per questo nuovo tipo di operazioni, basate non solo sulla ricerca del profitto, ma anche sulla promozione dei principi di reciprocità e delle finalità sociali.
Si riconosce questa nuova forma di impresa che si pone a metà strada fra quella a scopo di lucro e quella non profit. Il Papa considera queste imprese che coniugano lo scopo di lucro con una missione sociale, come una realtà promettente, una realtà da incoraggiare e sostenere nei diversi contesti, strutture e Paesi del mondo.
Egli considera questo modo di operare, questa economia di comunione, come un modo per guidare la globalizzazione dell’umanità in termini relazionali, in termini di comunione e di condivisione dei beni.
Il Papa ci ha anche lanciato una sfida: spiegare ciò che stiamo facendo, essere più aperti e cercare di avere le imprese migliori e di rappresentare i modelli migliori, perché gli altri possano vedere che le aziende possono essere amministrate con successo in questo modo.
Alcuni non pensano che così si possa fare impresa a scopo di lucro ed avere anche successo. Ma noi abbiamo 750 aziende che dicono che invece è possibile.
Noi riusciamo ad avere risultati positivi, ma il successo può essere misurato in modi diversi. Può essere calcolato a seconda di quanto aiutiamo le persone bisognose, a seconda dell’impatto che ne deriva sulle comunità locali, a seconda dei rapporti che si sono sviluppati, e anche a seconda di quanto siano diventate modello, per altre e più grandi aziende, di un modo più civile di fare impresa.
[La seconda parte sarà pubblicata venerdì 23 ottobre]
Notizie Flash
Denunciati gruppi su Facebook che inneggiano alla morte del Papa
Don Di Noto: “Un clima di odio non può che generare odio”
ROMA, giovedì, 22 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Sono stati denunciati alla Polizia Postale e delle Comunicazioni di Catania, due gruppi su Facebook che inneggiano e auspicano la “Morte del Papa!”.
La segnalazione è partita da don Fortunato Di Noto, parroco di Avola (Siracusa) e presidente dell’Associazione Meter onlus, da anni in prima linea nella lotta contro la pedofilia su Internet, dopo la segnalazione ricevuta da decine di utenti iscritti su Facebook.
“Potremmo anche soprassedere – ha detto don Di Noto – ma ci rivolgiamo al Ministro Alfano se anche questi episodi non configurano dei reati nei confronti di un 'capo di stato', anche se estero, e per l’indiscussa autorità spirituale, religiosa e morale di altissimo profilo”.
“Inneggiare all’odio, alla morte, alla eliminazione di persone è il frutto della incapacità del dialogo onesto e democratico, e anche evangelico”, ha aggiunto.
“Un clima di odio a tutti i livelli, sperimentato anche personalmente nell’impegno profuso per l’infanzia e contro la pedofilia, non può che generare odio su odio, violenza su violenza”, ha poi concluso.
















































