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News dal Vaticano :: Il mondo visto da Roma - 23 Ottobre 2009
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Il mondo visto da Roma - 23 Ottobre 2009
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  Venerdì, 23 Ottobre 2009: Accadde Oggi    


Il mondo visto da Roma

SINODO SPECIALE SULL'AFRICA
Messaggio finale del Sinodo: “Africa, alzati e cammina!”
Il Sinodo incoraggia gli agenti pastorali che operano in Africa
Sinodo per l'Africa: anglicani e sacerdoti sposati nella Chiesa cattolica

SANTA SEDE
Il Papa conferisce la prima Rosa d'Oro a una Madonna in Spagna
Etica e spiritualità, indispensabili nella cura del malato
Per un mondo più giusto, serve un “rafforzamento umano” dei poveri

NOTIZIE DAL MONDO
Il priore di Taizé ringrazia il Papa per il suo impegno ecumenico
La Commissione cattolico-ortodossa analizza il ruolo del Vescovo di Roma
Elezioni in Uruguay: è in gioco la difesa della famiglia

ITALIA
Su RU486 e kit eutanasico: diritto dei farmacisti all’obiezione di coscienza
Il Card. Vallini agli universitari:“siate sempre protagonisti della vostra vita”

INTERVISTE
Sinodo: speranza per l'Africa e per la pastorale della salute
Benedetto XVI e l’economia di comunione (parte II)

PAROLA E VITA
La fede è la luce della vita

FORUM
La strada per Roma degli anglicani

DOCUMENTI SULLA WEB DI ZENIT
Messaggio finale del Sinodo dei Vescovi per l'Africa


Sinodo speciale sull'Africa

Messaggio finale del Sinodo: “Africa, alzati e cammina!”
Approvato questo venerdì in Aula alla vigilia della chiusura

ROMA, venerdì, 23 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Un Continente in movimento, con la Chiesa al suo fianco. Il “Messaggio al Popolo di Dio” della II Assemblea Speciale per l’Africa del Sinodo dei Vescovi è un invito al coraggio e alla forza nella fede, perché “l’Africa si è già messa in moto e la Chiesa si muove con lei”.

E allo stesso tempo una denuncia degli squilibri e degli egoismi che assediano l'Africa. Un richiamo alle responsabilità dei gruppi di potere locali e della comunità internazionale. Un appello al continente perché si rialzi e intraprenda decisamente la via della giustizia, della riconciliazione, della pace.

Il destino del continente - assicurano i Padri sinodali - è ancora nelle sue mani. Tutto ciò che esso domanda è avere spazio per respirare, crescere, prosperare. E perciò chiede soprattutto di essere trattato con rispetto e dignità dai potenti del mondo.

Anche perché - ribadiscono - povertà e conflitti che colpiscono gli africani non derivano tanto da fatalità naturali quanto piuttosto da decisioni e azioni di persone che non hanno alcuna considerazione per il bene comune: e questo - denunciano - a causa della criminosa complicità tra responsabili locali e interessi di entità straniere.

Il Nuntius (Messaggio) sinodale, presentato venerdì mattina in Aula, si compone di sette parti, più un’introduzione e una conclusione.

Si rivolge ai sacerdoti, perché siano fedeli nel celibato, nella castità e nel distacco dai beni materiali; ai fedeli laici, chiedono di essere il volto visibile della Chiesa nell'ambito pubblico. Mentre invocano politici santi che combattano la corruzione e lavorino al bene comune.

È forte l’appello alle famiglie cattoliche, chiamate ad un nuovo impegno nella società. Per rendere possibile ciò, spetta ai Governi garantire il giusto sostegno nella lotta alla povertà. In quest’ambito, è necessario un nuovo impegno nella promozione della donna, “spina dorsale” delle Chiese locali.

Non solo nell’ambito sociale, ma soprattutto nel rapporto con le ideologie “tossiche” sul genere e sulla sessualità. Il Messaggio si rivolge anche agli uomini, chiamati ad essere mariti e padri responsabili, che difendono la vita sin dal concepimento. Nell’ambito della famiglia, un’attenzione specifica è riservata ai giovani e ai bambini, presente e futuro dell’Africa.

Il Messaggio si sofferma anche sui tanti problemi del Continente. Circa la piaga dell’Aids, viene ribadito che la Chiesa è in prima linea nella lotta al virus e nella cura dei malati e che la questione non sarà risolta con la distribuzione di profilattici. Viene sottolineato invece il successo ottenuto dalla castità e dalla fedeltà.

Non manca un appello alla comunità internazionale perché tratti l’Africa con rispetto e dignità, cambi le regole del gioco economico e del debito estero africano, fermi lo sfruttamento delle multinazionali.

Il documento ribadisce l’importanza del dialogo con le religioni tradizionali, in ambito ecumenico ed interreligioso. Con i musulmani in particolare, il dialogo è possibile, si legge nel Messaggio, ma è importante dire no al fanatismo, assicurare il rispetto reciproco e sottolineare che la libertà religiosa è un diritto umano fondamentale e include la libertà di condividere e proporre, non di imporre, la propria fede.

Tra gli altri temi trattati dal Messaggio, l’importanza del Sacramento della Riconciliazione e di programmi diocesani sulla pace, lo stop alla pratica della vendetta, il rafforzamento dei legami con le antiche Chiese di Etiopia e di Egitto e tra l’Africa e gli altri continenti, il ringraziamento ai missionari, la necessità di sostenere i migranti e i rifugiati nel mondo perché l’accoglienza è un dovere.


Il Sinodo incoraggia gli agenti pastorali che operano in Africa
Presentato questo venerdì nella Santa Sede il messaggio conclusivo

di Carmen Elena Villa

CITTA' DEL VATICANO, venerdì, 23 ottobre 2009 (ZENIT.org).- I Padri sinodali hanno lanciato questo venerdì un appello a valorizzare il patrimonio che l'Africa rappresenta per la Chiesa universale e un'esortazione a tutti gli agenti evangelizzatori.

E' quanto si legge nel messaggio della II Assemblea Speciale per l'Africa del Sinodo dei Vescovi, presentato durante un incontro con i giornalisti nella Sala Stampa vaticana.

Il IV capitolo del messaggio, dedicato alla Chiesa in Africa, inizia valorizzando l'importanza del patrimonio di Egitto ed Etiopia per la storia della Chiesa, ricordando che le Chiese dei due Paesi sono “sopravvissute a numerose prove e persecuzioni” e “meritano un’alta considerazione e una collaborazione più stretta con le Chiese, molto più giovani, nel resto del continente”.

“La Chiesa, formata in questi luoghi e in altri soprattutto da stranieri, conta sulla solidarietà delle Chiese sorelle d’Africa perché mandino sacerdoti Fidei Donum ed altri missionari”, segnala il documento.

Una Chiesa missionaria

Durante il Sinodo, i Vescovi africani si sono mostrati soddisfatti dell'invito a realizzare una collaborazione sud-sud con l'opera missionaria in America Latina. “Crediamo che abbiamo molto da guadagnare non solo scambiandoci informazioni, ma anche collaborando”, dice il messaggio finale.

Il documento ricorda alcuni organismi come il Simposio delle Conferenze Episcopali di Africa e Madagascar (SECAM) – istituzione della solidarietà pastorale organica della gerarchia della Chiesa in Africa –, la cui missione è stata sottolineata dai Padri sinodali in varie occasioni.

Il messaggio conclusivo afferma che i Vescovi accettano la sfida di lavorare in unione con le Conferenze Episcopali: “L’unità dell’episcopato è fonte di grande forza, mentre la sua assenza spreca le energie, rende vani gli sforzi e apre uno spazio ai nemici della Chiesa per neutralizzare la nostra testimonianza”.

Quanto alla riconciliazione, tema centrale di questa assemblea episcopale, il documento osserva che “ogni Vescovo deve porre le questioni della riconciliazione, della giustizia e della pace come un’alta priorità nell’agenda pastorale della sua diocesi. Dovrebbe assicurare la creazione di Commissioni di Giustizia e Pace a tutti i livelli”.

“Dovremmo continuare a lavorare sodo nel formare le coscienze e nel cambiare i cuori, tramite una catechesi efficace a tutti i livelli. Questo deve andare oltre il 'semplice catechismo' per bambini e catecumeni che si preparano ai sacramenti”, hanno indicato i Padri sinodali.

Anno Sacerdotale

I Vescovi sottolineano quindi la missione indispensabile dei sacerdoti nel continente africano: “Il vostro esempio di vita insieme e in pace, superando le barriere tribali e razziali, può essere una potente testimonianza per gli altri”, hanno scritto.

“Questo viene dimostrato per esempio quando accogliete con gioia chiunque la Santa Sede nomina come vostri Vescovi, senza distinzioni di luogo di nascita. Molto della realizzazione dei piani pastorali diocesani per la riconciliazione, la giustizia e la pace dipenderà da voi”.

Il messaggio esorta anche alla fedeltà ai consigli evangelici, “in particolare a una vita di celibato nella castità, come pure a un distacco dalle cose materiali, è una testimonianza eloquente al Popolo di Dio”.

Allo stesso modo, segnala che l'Africa è diventata un “terreno fertile per numerose vocazioni”.

Altri agenti di evangelizzazione

I Padri sinodali hanno poi sottolineato il lavoro dei consacrati e dei religiosi, esortandoli a dare “la massima efficacia” al loro apostolato “attraverso la comunione leale e impegnata con la gerarchia locale”.

Hanno ricordato anche la vocazione dei laici del continente. “Non è un impegno facile – hanno riconosciuto –. Per questo dovete accostarvi assiduamente alle sorgenti della grazia, tramite la preghiera ed i sacramenti”.

Il documento fa riferimento al tema delle università cattoliche, che era stato uno dei principali punti di dibattito della I Assemblea Sinodale, realizzata nel 1994. “Ringraziamo Dio che negli ultimi 15 anni sono emerse molte di tali istituzioni, e molte altre sono in arrivo. Questo progetto ha una importanza capitale. Ma è necessario, se dobbiamo investire su un futuro di un laicato cattolico ben formato, specialmente di intellettuali, pronti e capaci di ergersi a testimoniare la propria fede nel mondo contemporaneo”.

Quanto ai cattolici impegnati nella vita pubblica, i Padri sinodali hanno detto che l'Africa ha bisogno di politici santi “che sgombreranno il continente dalla corruzione, che lavoreranno per il bene della gente e che sapranno come galvanizzare altri uomini e donne di buona volontà al di fuori della Chiesa ad unirsi contro i mali comuni che assillano le nostre nazioni”.

Il documento conclusivo si rivolge anche alle famiglie, avvertendo degli attacchi contro l'istituzione familiare e la vita con politiche che vengono da altri continenti.

“Siamo coscienti che molte delle nostre famiglie sono oggetto di grande pressione. La povertà spesso rende i genitori incapaci di prendersi buona cura dei propri figli, con conseguenze disastrose”. Per questo, hanno invitato i Governanti a evitare politiche che distruggano la vita e la famiglia.

Importanza è stata data al ruolo della donna nell'evangelizzazione del continente, ruolo che “dovrebbe essere riconosciuto e promosso, non solo in casa come mogli e madri, ma più generalmente anche nella sfera sociale”.

Il IV capitolo si rivolge infine ai giovani e ai bambini, che rappresentano più del 60% della popolazione africana. “La percentuale nella Chiesa non dovrebbe essere molto differente. Voi dovete essere strumenti di pace e all’avanguardia di un cambiamento sociale positivo. Sentiamo di dover dare un’attenzione particolare a voi, giovani adulti”, hanno dichiarato i Padri sinodali.


Sinodo per l'Africa: anglicani e sacerdoti sposati nella Chiesa cattolica
Tema affrontato dai Vescovi nella presentazione del messaggio finale del Sinodo

di Carmen Elena Villa

CITTA' DEL VATICANO, venerdì, 23 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Le disposizioni della Santa Sede nei confronti degli anglicani che hanno chiesto l'adesione alla Chiesa cattolica, e soprattutto la dispensa dal celibato per i sacerdoti sposati, non avranno “un impatto fondamentale” in Africa.

Lo hanno affermato i Vescovi presenti alla conferenza stampa che ha avuto luogo questo venerdì nella Santa Sede per far conoscere il "nuntius" ("messaggio") conclusivo della II Assemblea Speciale per l'Africa del Sinodo dei Vescovi.

Una giornalista ha formulato questa domanda dopo che martedì scorso la Santa Sede ha annunciato la prossima pubblicazione di una Costituzione Apostolica di Benedetto XVI con cui la Chiesa accetta la richiesta di molti Vescovi, sacerdoti e fedeli anglicani di entrare in piena e visibile comunione con lei.

Gli ex anglicani che vogliono aderire pienamente alla Chiesa faranno parte di una struttura canonica speciale, che conterà sul proprio ordinario (un Vescovo o un sacerdote) e suoi propri sacerdoti, seminaristi e fedeli.

Questa struttura prevede anche alcuni adattamenti alla tradizione anglicana. Si permetterà ai sacerdoti anglicani sposati di essere ordinati come presbiteri nella Chiesa cattolica e di esercitare il ministero mantenendo la vita familiare da sposati.

Di fronte alla questione, monsignor John Olorunfemi Onaiyekan, Arcivescovo di Abuja (Nigeria) e presidente della Commissione per il messaggio finale del Sinodo, ha risposto che la dispensa dal celibato per i sacerdoti ex anglicani non porterà il clero del suo Paese ad avere problemi a vivere questa disciplina.

“Questo non avrà un impatto fondamentale nel nostro continente”, ha dichiarato.

Circa il fatto che molti fedeli anglicani passeranno alla Chiesa cattolica, ha affermato che “sono loro che non sono contenti della situazione anglicana. Sono loro che vogliono arrivare a questa comunione con Roma”.

Monsignor Youssef Ibrahim Sarraf, Vescovo del Cairo dei Caldei (Egitto), ha osservato che nel suo Paese convivono senza problemi sacerdoti sposati, appartenenti al rito orientale, e celibi.

Anche dove si permette l'ordinazione di sacerdoti sposati, ha aggiunto, c'è una tendenza al celibato che molti presbiteri accolgono in modo volontario. “Questo non crea problemi, è assolutamente normale. La tendenza è verso il celibato, non il contrario. Almeno è l'esperienza dell'Egitto”, ha concluso.


Santa Sede

Il Papa conferisce la prima Rosa d'Oro a una Madonna in Spagna
La Virgen de la Cabeza, patrona della Diocesi di Jaén

JAÉN, venerdì, 23 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Benedetto XVI ha concesso la Rosa d'Oro alla Virgen de la Cabeza, patrona della Diocesi di Jaén, che diventa così l'unica immagine mariana in Spagna ad aver ricevuto questa onorificenza pontificia.

Questo mercoledì, il Vescovo di Jaén, monsignor Ramón del Hoyo, ha mostrato durante una conferenza stampa la Rosa d'Oro.

Si tratta di una pianta di rosa dorata con fiori, boccioli e foglie, collocata in un vaso d'argento in stile rinascimentale posto in un astuccio con lo stemma papale.

Ha un'iscrizione in latino che dice: “Benedetto XVI. Rosa d'Oro. Per l'immagine della Beata Vergine Maria de la Cabeza, Patrona Celeste della Diocesi di Jaén. Concessione benignissima. 22 novembre 2009”.

Il Vescovo di Jaén aveva chiesto la Rosa d'Oro al Santo Padre in occasione dell'Anno Giubilare che la Diocesi celebra in onore della sua patrona nel centenario della sua incoronazione canonica.

Formulando questa richiesta, monsignor Del Hoyo aveva affermato che in suo onore si celebra il pellegrinaggio più antico della Spagna e che migliaia di fedeli le sono devoti.

Per commemorare il 50° anniversario della sua proclamazione a patrona della Diocesi di Jaén, la Virgen de la Cabeza verrà portata a novembre dal suo Santuario della Sierra Morena, nella località di Andújar, alla Cattedrale di Jaén.

Vi rimarrà da sabato 14 a domenica 22 novembre, e durante la sua presenza nella Cattedrale si celebreranno vari atti liturgici, pastorali, formativi e culturali.

Quando l'immagine sarà nella Cattedrale, monsignor Del Hoyo, a nome del Papa, collocherà la Rosa d'Oro ai piedi della Virgen de la Cabeza. In seguito, il simbolo verrà portato insieme all'immagine al Santuario del Cerro de la Cabeza.

Storia della Rosa d'Oro

La Rosa d'Oro è un riconoscimento papale a personalità cattoliche di spicco istituito da Papa Leone IX nel 1049.

Inizialmente la ricevevano re e dignitari, poi quasi esclusivamente regine. Dopo il Concilio Vaticano II, l'onorificenza è diventata un dono dei Papi alla Madonna: di Fatima nel 1965 da parte di Paolo VI; di Aparecida (Brasile) nel 1967 da parte di Paolo VI; di Luján (Argentina) nel 1982 da parte di Giovanni Paolo II; di Guadalupe; di Loreto; dell'Evangelizzazione a Lima (Perù) nel 1988 da parte di Giovanni Paolo II; di Jasna Góra a Czestochowa (Polonia) nel 2006, di Aparecida nel 2007 e di Pompei nel 2008 da parte di Benedetto XVI.

Sulla “Rosa d'Oro” esiste un racconto romantico scritto nel XIX secolo dallo spagnolo Leopoldo Alas (Clarín), basato su questo dono papale e sul furto che subì la chiesa di San Maurizio e di Santa Maria Maddalena a Hall, nell'Europa Centrale, dove si custodiva una “rosa d'oro” (gemacht vonn golde, dice un codice antico), regalo di Leone X alla Chiesa di quella zona.

Secondo il racconto, probabilmente basato su leggende locali, la rosa venne rubata dalla chiesa da un giovane che voleva donarla alla dama di cui era innamorato.

La donna, quando si rese conto della follia commessa dal ragazzo, si recò in pellegrinaggio a Roma per restituirla al Papa. Il Vescovo di Roma trattenne la rosa, tranquillizzò la ragazza e la rimandò nel suo Paese con una generosa donazione per il viaggio e per quella Chiesa.

Anni dopo, la rosa arrivò come dono del Papa a Maria Blumengold, la dama che si era recata in pellegrinaggio a Roma.

Il Papa benediceva prima di Pasqua, nella domenica de Laetare, le rose d'oro che poi inviava, con le sue ambasciate, a regine e altre dame illustri che si erano distinte per la difesa della Chiesa o dei più deboli, così come alle Chiese predilette e alle città amiche.


Etica e spiritualità, indispensabili nella cura del malato
L'Arcivescovo Zimowski a un convegno su medicine tradizionali e complementari

ROMA, venerdì, 23 ottobre 2009 (ZENIT.org).- La persona malata deve essere considerata nella nella sua integralità: è quanto sottolineato dall’Arcivescovo Zygmunt Zimowski, nella prolusione al Seminario “Etica e spiritualità della Sanità. Medicine tradizionali e complementari. Nuove ricerche e orientamenti”, svoltosi al Palazzo della Cancelleria di Roma, il 20 e il 21 ottobre scorsi.

Nel suo intervento, il Presidente del Pontificio Consiglio per la Pastorale degli Operatori Sanitari si è soffermato sulla dimensione spirituale della cura dei malati, sottolineando che “l’etica e la spiritualità costituiscono l’essenza dell’essere umano” e quindi rivelano tutte le loro ricchezze nell’ambito della salute, della sofferenza e della malattia.

L’etica e la spiritualità, ha aggiunto – secondo quanto riferito da Radio Vaticana –, “si presentano molto più come un’esigenza e un’esperienza”, che “un’elaborazione teorica”.

Dati i limiti della medicina ufficiale, ha rilevato mons. Zimowski, è necessario che il personale sanitario guardi alla persona malata “nella sua integralità”. Il servizio ai malati, ha ribadito, “abbraccia tutte le dimensioni della persona umana: fisica, psichica, spirituale e sociale”.

Ecco perché, nei suoi insegnamenti, ha rilevato il presule, la Chiesa fornisce “una base antropologica solida per la riflessione etica e bioetica” e al tempo stesso “riconosce espressamente delle responsabilità etiche agli operatori sanitari”.

La Chiesa, ha proseguito, insegna che il ministero pastorale, “in seno alle strutture sanitarie, non può in alcun caso ridursi all’amministrazione dei Sacramenti ai malati”.

Si tratta piuttosto di “un’azione ecclesiale dove la vita sacramentale dei malati e del personale medico si integra con l’annuncio vigoroso e continuo del Vangelo”.

Ancor più oggi, ha detto richiamando le parole di Giovanni Paolo II, in un mondo in cui “i pericoli possono nascondersi dietro un arsenale di tecniche e dispositivi d’apparecchiature ultramoderne o provenire dalla desolante solitudine dei malati lasciati a se stessi”.

Tuttavia, ha precisato, la salvaguardia della buona salute non è il fine ultimo della vita. Come afferma, infatti, Benedetto XVI nella “Spe Salvi”, “dobbiamo fare di tutto per superare la sofferenza, ma eliminarla completamente dal mondo non sta nelle nostre possibilità “, “questo potrebbe realizzarlo solo Dio”.


Per un mondo più giusto, serve un “rafforzamento umano” dei poveri
Proposta del rappresentante vaticano all'ONU

di Roberta Sciamplicotti

ROMA, venerdì, 23 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Nel contesto della crisi attuale, gli accordi commerciali internazionali e le dichiarazioni finanziarie devono assicurare agli Stati uno spazio politico ed economico sufficiente per adempiere alle proprie responsabilità, soprattutto quelle relative allo sviluppo umano dei poveri.

Lo ha affermato questo giovedì a New York l'Arcivescovo Celestino Migliore, Nunzio Apostolico e Osservatore Permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite, intervenendo alla 64ª sessione dell'Assemblea Generale dell'organismo sull'item 57, “Sradicamento della povertà e altre questioni relative allo sviluppo”.

“L'implementazione di un sistema economico nazionale e internazionale che serva realmente gli interessi dei poveri richiede che questi siano capaci di difendere e promuovere i loro diritti nel contesto della regola della legge a livello nazionale e internazionale”, ha dichiarato il presule.

Ciò, tuttavia, “non è abbastanza”. Bisogna infatti “promuovere un vero rafforzamento umano dei poveri e fornire, anche in condizioni di crisi economica, un maggiore accesso all'istruzione”, andando al di là dell'educazione di base o della formazione professionale, pure “importanti cause di sviluppo”, per concentrarsi sulla “formazione totale della persona”.

L'aumento della povertà, fulcro della crisi

La questione dello sradicamento della povertà, ha affermato monsignor Migliore, continuerà ad essere presente nelle delibere dell'Assemblea Generale “finché le limitazioni umane e le mutevoli circostanze storiche favoriranno punti deboli, squilibri sociali e ingiustizie”.

Nel momento attuale, “Governi e agenzie intergovernative stanno predicendo la fine della situazione sfavorevole provocata dalla crisi finanziaria del 2008 e l'inizio della ripresa nelle maggiori economie mondiali”.

Ad ogni modo, ha riconosciuto, “anche l'approccio più ottimista ammette che la ripresa sarà molto lenta, e non ci sono garanzie del fatto che non ci saranno ulteriori shock e battute d'arresto, inclusi quelli innescati dall'uso inappropriato di misure adottate per frenare gli effetti della crisi attuale”.

Il vero fattore di crisi, sottolinea, “non è la rottura delle strutture economiche internazionali ampiamente fondate su basi deboli se non fittizie, ma il netto peggioramento della povertà in un mondo già attanagliato da una miseria intollerabile”.

Quanti sostengono l'impatto della crisi, inoltre, vengono menzionati “solo marginalmente” nel discorso pubblico, anche se “il loro numero è salito alle stelle e le opportunità di reintegrarli nella futura crescita economica sono piuttosto scarse, quando non inesistenti”.

In questo contesto, secondo l'Arcivescovo non basta rilanciare l'economia globale e stabilire regole e controlli nuovi “per assicurare un settore finanziario meno incerto e traumatico”, ma bisogna piuttosto “lavorare in vista di un cambiamento qualitativo nella gestione degli affari internazionali”.

Diminuzione degli aiuti allo sviluppo

Il rappresentante della Santa Sede ha quindi ricordato il declino degli aiuti ufficiali allo sviluppo negli anni che hanno preceduto la crisi economica, soprattutto il 2006 e il 2007, sottolineando che questo trend è aumentato nel 2008 e nella prima metà di quest'anno, apparentemente per “il desiderio di utilizzare tutti i fondi disponibili per prevenire un ulteriore collasso finanziario”.

Quest'ultima, tuttavia, è un'argomentazione “infondata”, perché “la cifra necessaria per rispettare gli impegni ufficiali per l'assistenza allo sviluppo è drasticamente inferiore a quella destinata a restaurare il sistema finanziario globale”.

Rimandare la necessaria assistenza allo sviluppo, ha denunciato il presule, non fa altro che ribadire “le radici morali della crisi”, ovvero la “mancanza di solidarietà e di responsabilità per gli effetti a lungo termine delle misure economiche”.

Per monsignor Migliore, solo “un investimento costante e sostenuto in tutti gli uomini e le donne” riuscirà ad assicurare “la minima stabilità politica ed economica necessaria per il bene comune universale”.

Per questo, ha concluso, è necessario “implementare gli impegni politici internazionali senza indugio e senza scuse”, perché si possa arrivare a una soluzione che sia realmente “completa e duratura”.


Notizie dal mondo

Il priore di Taizé ringrazia il Papa per il suo impegno ecumenico
Alla Comunità di Taizé il premio per l'Ecumenismo dell'Accademia Cattolica bavarese

di Michaela Koller

MONACO DI BAVIERA, venerdì, 23 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Fratel Alois Löser, priore della Comunità di Taizé, ha ringraziato questo giovedì a Monaco di Baviera gli sforzi di Papa Benedetto XVI e il suo coraggio nel promuovere la riconciliazione con i tradizionalisti.

In alcune dichiarazioni a ZENIT, il priore ha affermato che “è un'iniziativa importante, anche se alcuni risultati non sono stati piacevoli”.

Fratel Alois si trovava a Monaco per ricevere il premio per l'Ecumenismo 2009 presso l'Accademia Cattolica della Baviera come rappresentante della sua Comunità.

Il priore ha espresso la particolare soddisfazione della Comunità per il dialogo cattolico-ortodosso grazie alla riunione della Commissione Mista Internazionale per il Dialogo Teologico tra la Chiesa cattolica e le Chiese ortodosse a Paphos (Cipro), che rappresenta “un passo avanti”.

Tra la Comunità di Taizé e varie Chiese ortodosse esiste già da tempo un intenso scambio. Oltre alle visite di Taizé ai rispettivi Patriarchi, sia l'ex Patriarca ortodosso russo Alessio II che il suo successore Kirill I hanno visitato Taizé. “Abbiamo buoni rapporti – ha spiegato fratel Alois –. Il Patriarca Kirill è già stato due volte con noi”.

Molti giovani delle Chiese ortodosse, come quelle di Serbia, Romania, Ucraina e Russia, vanno a Taizé. Fratel Alois e i suoi confratelli li esortano a recarsi nelle chiese in cui sono stati battezzati una volta tornati da Taizé.

“Taizé non può essere il punto di riferimento della loro fede – ha dichiarato –. Devono esserlo le chiese locali”.

L'ex Patriarca di Mosca Alessio conosceva e apprezzava questo atteggiamento dei fratelli di Taizé.
Allo stesso tempo, si è mostrato grato per la fiducia che Papa Benedetto XVI ha riposto nella Comunità e per il fatto che in un'udienza abbia esortato il suo impegno ecumenico.

Nelle sue parole di ringraziamento, di fronte alla persistente separazione delle Chiese, fratel Alois ha sottolineato: “Ciò che ci unisce è molto più importante di ciò che ci divide. I cristiani non devono continuare a perdere energie nelle piccole guerre, che a volte si verificano anche all'interno delle stesse Chiese”.

“Finché i cristiani vivranno separati il messaggio del Vangelo non si potrà comprendere”, ha avvertito. La riconciliazione è “il cuore del Vangelo”. Per questo, ha chiesto di organizzare in modo regolare notti di preghiera interconfessionali per i giovani, “nei luoghi importanti” come le frontiere, le carceri o le zone urbane in crisi.

Il premio prevede una somma di 10.000 euro concessa dalla Fondazione Wilhelm und Antonia Gierlichs Stiftung. Il vincitore precedente era stato il Presidente del Pontificio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani, il Cardinale Walter Kasper.

Annunciando l'assegnazione del premio ecumenico 2009, l'Accademia Cattolica della Baviera ha spiegato che Taizé “è un modello, in quanto unisce l'apertura ecumenica e la scommessa sulla tradizione della propria fede, in vista del II Congresso Nazionale Ecumenico nel 2010 a Monaco”.

Il denaro del premio, ha riferito il priore della Comunità di Taizé, verrà utilizzato per stampare un milione di Bibbie da distribuire nella Repubblica Popolare Cinese.

La Comunità di Taizé è nata in Borgogna il 17 aprile 1949, fondata dal teologo riformato Roger Schutz. Le origini della Comunità, tuttavia, risalgono alla Seconda Guerra Mondiale.

Attualmente è formata da circa 100 fratelli di varie confessioni di più di 20 Nazioni, che lavorano e pregano, non solo a Taizé. In solidarietà con le persone che vivono nella povertà, c'è una piccola comunità di fratelli in Africa, Asia e America Latina.

Dal 1978 si celebra per vari giorni una riunione annuale europea. Quest'anno i fratelli si riuniranno a Poznań (Polonia) dal 29 dicembre 2009 al 2 gennaio 2010. A intervalli regolari si celebrano anche riunioni fuori dall'Europa.

La Comunità di Taizé è conosciuta in tutto il mondo non solo per i suoi obiettivi ecumenici, ma anche per le sue preghiere e i suoi canti, tradotti in molte lingue.


La Commissione cattolico-ortodossa analizza il ruolo del Vescovo di Roma
In una riunione a Cipro tra le proteste dei radicali

di Jesús Colina

PAPHOS (Cipro), venerdì, 23 ottobre 2009 (ZENIT.org).- La riunione della Commissione Congiunta Internazionale per il Dialogo Teologico tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa, svoltasi dal 16 al 23 ottobre a Paphos (Cipro), ha fatto passi avanti nella riflessione comune sull'argomento decisivo per ritrovare l'unità: il ruolo del Vescovo di Roma.

L'ambiente cordiale della riunione è stato alterato dalle manifestazioni di protesta di alcuni radicali ortodossi contro il dialogo con la Chiesa cattolica. Di fronte alla violenza delle protesta, la Polizia di Cipro ha arrestato quattro cittadini e due monaci del Monastero di Stavrovuni, secondo quanto ha confermato Amen.gr.

Un comunicato congiunto inviato dagli organizzatori dopo la riunione conferma che nell'incontro si è andati avanti nella redazione di un documento congiunto sul tema "Il ruolo del Vescovo di Roma nella comunione della Chiesa nel primo millennio".

Il documento si basa su una "bozza preparata dal Comitato Congiunto di Coordinamento, che si è riunito a Elounda (Creta, Grecia) lo scorso anno".

"Durante questa plenaria, la Commissione ha preso in considerazione e ha emendato la bozza del Comitato Congiunto di Coordinamento, e ha deciso di completare la sua opera sul testo il prossimo anno, convocando un altro incontro della Commissione Congiunta", segnala la nota.

Il documento risponde alla richiesta rivolta da Giovanni Paolo II nella sua Enciclica "Ut unum sint" sull'"impegno ecumenico" (25 maggio 1995), in cui proponeva di "trovare una forma di esercizio del primato che, pur non rinunciando in nessun modo all'essenziale della sua missione, si apra ad una situazione nuova" (n. 95).

Ciò, aggiungeva, è possibile perché "per un millennio i cristiani erano uniti dalla fraterna comunione della fede e della vita sacramentale, intervenendo per comune consenso la sede romana, qualora fossero sorti fra loro dissensi circa la fede o la disciplina".

Lo stesso Papa ha invitato a cercare, "evidentemente insieme, le forme nelle quali questo ministero possa realizzare un servizio di amore riconosciuto dagli uni e dagli altri".

Alla riunione hanno partecipato 20 membri cattolici ed erano rappresentate tutte le Chiese ortodosse, con l'eccezione del Patriarcato di Bulgaria.

La Commissione ha lavorato sotto la direzione dei suoi due co-presidenti, il Cardinale Walter Kasper e il Metropolita Ioannis Zizioulas di Pergamo.

Sabato 17 ottobre i co-presidenti e altri partecipanti, tra i quali il Cardinale Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, sono stati ricevuti al Palazzo Presidenziale dal Presidente di Cipro, Dimitris Christofias, che ha espresso la speranza che questo importante dialogo continui in un mondo ancora diviso, come la stessa Cipro, e ha porto i suoi auguri per il progresso sulla via della comunione tra le due Chiese in futuro.

Secondo quanto si è spiegato nel comunicato finale, i rappresentanti ortodossi "hanno discusso tra le altre cose le reazioni negative al dialogo da parte di certi circoli ortodossi, e le hanno unanimemente ritenute infondate e inaccettabili, dicendo che diffondono informazioni false e fuorvianti".

"Tutti i membri ortodossi della Commissione hanno ribadito che il dialogo continua per decisione di tutte le Chiese ortodosse e viene perseguito con fedeltà alla Verità e alla Tradizione della Chiesa".

Secondo Amen.gr, il rappresentante stampa della Polizia, il Commissario superiore Michele Katsunotos, ha dichiarato che gli arrestati erano entrati e avevano occupato la cappella di San Giorgio, che si trova nella sede di Paphos, dove si sono svolti i lavori della Commissione Mista.

Precedentemente si era recato alla cappella il Metropolita di Paphos Giorgio, accompagnato da un gruppo di poliziotti per dissuadere i manifestanti.

Da parte loro, aggiunge il comunicato, i rappresentanti cattolici hanno considerato la bozza sul primato del Vescovo di Roma "una buona base per il nostro lavoro" e hanno confermato "l'intenzione di portare avanti il dialogo con fiducia reciproca, in obbedienza alla volontà del Signore".

La Commissione Mista, istituita da Papa Giovanni Paolo II e dal Patriarca ecumenico Demetrio I a Istanbul il 30 novembre 1979, festa di Sant'Andrea (patrono di Costantinopoli), ha iniziato il suo operato nel 1980 e ha ripreso i lavori nel 2006 dopo una parentesi di sei anni dovuta ad alcune divergenze.


Elezioni in Uruguay: è in gioco la difesa della famiglia
L'Istituto Arcidiocesano di Bioetica chiede ai cittadini un voto consapevole

MONTEVIDEO, venerdì, 23 ottobre 2009 (ZENIT.org).- In vista delle elezioni che si svolgeranno questo sabato in Uruguay, l'Istituto Arcidiocesano di Bioetica ha pubblicato un comunicato in cui propone alcuni punti di discernimento per eleggere il nuovo Presidente del Paese.

Il testo afferma che tra i criteri devono figurare la difesa della vita dal concepimento alla morte naturale e la promozione della famiglia basata sul matrimonio tra un uomo e una donna.

Secondo l'Istituto, questi valori non hanno solo un carattere confessionale, ma “derivano semplicemente da una retta comprensione razionale di quello che è l'essere umano”.

Per questo, segnala la nota, “sono sottoscritti e sostenuti da una grande quantità di persone appartenenti a un ampio ventaglio di posizioni filosofiche, compresi atei, agnostici, credenti di varie religioni e fratelli cristiani di altre confessioni”.

Leggi contro la famiglia

L'Istituto Arcidiocesano di Bioetica sostiene che quando si vuole equiparare giuridicamente l'unione tra persone omosessuali a quella di una coppia formata da un uomo e una donna si verifica una grande distorsione del concetto di famiglia: “La feriscono e contribuiscono alla sua destabilizzazione, offuscando il suo carattere particolare e il suo insostituibile ruolo sociale”.

Il 9 settembre scorso, l'Uruguay è diventato il primo Paese dell'America Latina ad approvare la legge per l'adozione da parte di coppie omosessuali, dopo che nel 2007 erano state legalizzate anche le unioni tra persone dello stesso sesso.

Per questo, indica il comunicato, la promozione della famiglia e del matrimonio “è tanto più necessaria quanto più si negano o si distorcono i principi, perché questo rappresenta un'offesa contro la verità della persona umana, una grave ferita alla giustizia stessa”.

Allo stesso modo, l'Istituto di Bioetica ha invitato a “giudicare con senso critico le politiche concrete per il loro modo di affrontare il problema globale della vita umana nell'Uruguay di oggi”.

I candidati che si affronteranno questo sabato per succedere all'attuale Presidente Tabaré Vásquez sono José Mujica, del Frente Amplio, che guida i sondaggi con il 44% delle preferenze, e Luis Alberto Lacalle, del Partido Nacional, con il 29%.

Insieme al Presidente si vota per eleggere il vicepresidente e il Parlamento. Verranno eletti 30 senatori e 99 deputati per la XVII Legislatura.

Per vincere al primo turno elettorale, il candidato dovrà ottenere più del 50% dei voti. In caso contrario, sarà necessario un ballottaggio domenica 29 novembre. Il Presidente eletto entrerà in carica il 1° marzo 2010.


Italia

Su RU486 e kit eutanasico: diritto dei farmacisti all’obiezione di coscienza
Il Segretario generale della CEI al Convegno nazionale dell’Unione Farmacisti Cattolici Italiani

di Mirko Testa


ROMA, venerdì, 23 ottobre 2009 (ZENIT.org).- I farmacisti hanno il diritto e il dovere all'obiezione di coscienza quando si tratta di fornire prodotti “che hanno per scopo scelte chiaramente immorali, come per esempio l’aborto e l’eutanasia”. E' quanto ha dichiarato questo venerdì mons. Mariano Crociata, Segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), in paertura dei lavori del Convegno nazionale dell’Unione Farmacisti Cattolici Italiani (UCFI).

Intevenendo all'incontro in svolgimento presso la Casa Bonus Pastor di Roma sul tema: “L’obiezione di coscienza del farmacista, tra diritto e dovere”, il presule ha affermato che tale questione riguarda oggi sia “taluni farmaci abortivi (come la RU486, per i farmacisti ospedalieri) o potenzialmente abortivi, quale in concreto la cosiddetta pillola del giorno dopo”, sia “taluni sviluppi (o meglio involuzioni) che si profilano in materia di fine vita, considerato che in alcuni paesi europei, come ad esempio in Belgio, risulta già in vendita nelle farmacie un kit eutanasico”.

Dalla metà di aprile del 2005, in Belgio, dietro presentazione di una prescrizione dettagliata, i medici di base possono acquistare presso le farmacie, al prezzo di 60 euro, un “kit per l’eutanasia” contenente tre dosi di un potente barbiturico, un paralizzante e qualche dose di sonnifero.

Nel 2008, stando ai dati presentati dalla Commissione federale di controllo e di valutazione, sono state registrate 705 dichiarazioni di eutanasia. Dal settembre 2002 in Belgio una legge stabilisce, infatti, la non punibilità del medico che pratichi il suicidio assistito.

In Italia, mentre in ambito sanitario l’obiezione di coscienza è prevista dalla legge 194 sull’interruzione volontaria della gravidanza e dalla legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita, per quanto riguarda la vendita dei farmaci essa non è prevista né dalla legge né dal codice etico dei farmacisti.

Riguardo la cosiddetta “pillola del giorno dopo”, prodotta in Italia con il nome commerciale di Norlevo e qualificata come “contraccettivo d’emergenza”, il presule ha ricordato che “in base alle evidenze scientifiche disponibili non si può escludere la concreta possibilità di un’azione post-fertilizzativa del farmaco stesso nelle ipotesi in cui, essendosi già verificata la fecondazione dell’ovulo e quindi la formazione dell’embrione, viene impedito all’embrione stesso di iniziare l’impianto nella parete uterina, con evidente effetto abortivo”.

A tal proposito, citando la prolusione del Cardinale Angelo Bagnasco al Consiglio permanente del settembre scorso, ha parlato del “rischio di una ulteriore banalizzazione del valore della vita”, ed ha sottolineato l'incoerenza di una legge 194 che nega ai farmacisti un diritto invece assicurato al personale sanitario.

Al contrario, ha sottolineato mons. Crociata, proprio i farmacisti sono chiamati a dare in questo ambito “una chiara testimonianza”, in quanto - come ha affermato Benedetto XVI parlando nell'ottobre del 2007 ai partecipanti al 25° Congresso internazionale dei farmacisti cattolici - essi rappresentano gli “intermediari fra il medico e il paziente” e svolgono “un ruolo educativo verso i pazienti per un uso corretto dell’assunzione dei farmaci e soprattutto per far conoscere le implicazioni etiche dell’utilizzazione di alcuni farmaci”.

“Per il farmacista cattolico, aderire all’insegnamento della Chiesa sul rispetto della vita e della dignità della persona umana, che è di natura etica e morale, rappresenta anzitutto un dovere, sicuramente difficile da adempiere in concreto ma al quale non può rinunciare”, ha ribadito il Segretario generale della CEI.

“Bisogna perciò, come singoli farmacisti e come associazione, attingere al patrimonio morale e agli insegnamenti della Chiesa e coordinarsi con l’azione pastorale che essa esercita a tutela della vita e a servizio dei malati”, ha detto qualificando poi come “significativa e lodevole” la scelta dell'UCFI di firmare il manifesto “Liberi per Vivere” promosso dal’Associazione Scienza & Vita.

“D’altra parte – ha aggiunto in seguito –, la riflessione ecclesiale che la Chiesa che è in Italia sta portando avanti sul tema dell’educazione rappresenta anche la via per un rilancio culturale della vostra professione, che spesso rischia di essere percepita e regolamentata come una pura attività commerciale, svuotata della sua dignità ed esposta a logiche economiche di tipo unicamente mercantile”.

Da questo punto di vista, ha precisato mons. Crociata, “il diritto-dovere all’obiezione di coscienza non riguarda solo i farmacisti cattolici ma tutti i farmacisti”, perché “educare le coscienze […] è oggi una priorità per il bene comune e l’interesse di tutti e una missione alta e certamente impegnativa”.

“Desidero quindi esortare voi tutti ad essere testimoni coraggiosi nell’esercizio della professione del valore inalienabile della vita umana, soprattutto quando è più debole e indifesa”, ha concluso infine.


Il Card. Vallini agli universitari:“siate sempre protagonisti della vostra vita”
Il Vicario del Papa incontra le matricole di alcune università cattoliche di Roma

di Marina Tomarro

ROMA, venerdì, 23 ottobre 2009 (ZENIT.org).- “Quando si arriva all’università si desidera fare un percorso di scienza. Non è solo affrontare gli esami ma qualche cosa di più. Ma quando comincia questo viaggio, arriva anche il tempo del dubbio, di domande che restano senza risposta, interrogativi che solo il Risorto può aiutarci a chiarire”. Così il Cardinale Vicario Agostino Vallini ha salutato gli studenti universitari presenti all’incontro che si è svolto giovedì sera a Roma nella Pontificia Università Lateranense.

Organizzata dall’Ufficio della pastorale universitaria del Vicariato la serata era rivolta alle matricole iscritte all’Università Cattolica Sacro Cuore, all’Università Europea di Roma, al Campus Biomedico e alla Libera Università Maria Santissima Assunta.

“Avere dubbi, subire delusioni - ha spiegato il porporato - è normale durante la vostra vita, perché proprio da quelle sconfitte troverete le risposte ai vostri interrogativi”.

“Anche i discepoli lungo la strada di Emmaus erano disorientati dalla morte di Gesù – ha raccontato –. Cristo stesso allora si avvicinò loro e spiegò che per entrare nella Gloria era necessario che patisse il supplizio della Croce”.

“Dalle tenebre alla luce della resurrezione. Solo allora ai discepoli si aprirono i cuori e lo riconobbero”, ha spiegato il porporato.

Dal canto loro gli studenti hanno salutato il Cardinale esprimendo riconoscenza per l’incontro, parlandogli dell’importanza delle cappellanie universitarie all’interno degli atenei, punti di riferimento soprattutto per i ragazzi fuori sede, che in esse possono trovare non solo un aiuto spirituale ma anche una mano concreta nei piccoli disagi quotidiani di chi comincia un nuovo cammino lontano da casa.

“Siate sempre protagonisti della vostra vita – ha concluso il Cardinale – e possiate diventare voi stessi annunciatori della Parola di Dio”.

.

 





ViviCentro (art. 19 e 21)

La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).
 
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  Venerdì, 23 Ottobre 2009: Accadde Oggi    


Interviste

Sinodo: speranza per l'Africa e per la pastorale della salute
Intervista a monsignor Jean Marie Mpendawatu

di Carmen Elena Villa

CITTA' DEL VATICANO, venerdì, 23 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Dopo 20 anni di lavoro al Pontificio Consiglio per la Salute, monsignor Jean Marie Mpendawatu, nato nella Repubblica Democratica del Congo, ha ricevuto una telefonata inaspettata mentre si trovava in visita nel suo continente. “Lei è stato nominato sottosegretario del Pontificio Consiglio per la Salute”.

Il presule confessa che la nomina lo ha colto di sorpresa. Nel corso della sua vita sacerdotale, si è sempre dedicato alla pastorale negli ospedali, lavorando come cappellano in vari centri sanitari del suo Paese, europei e canadesi.

Monsignor Mpendawatu ha parlato con ZENIT delle speranze che il Sinodo per l'Africa porta sia al suo continente che alla pastorale della salute.

Come ha accolto la nomina a sottosegretario del dicastero per la Salute?

Monsignor Jean Marie Mpendawatu: Nella mia Diocesi come in Africa, la nomina è stata accolta come una delle grazie per questo Sinodo. Qualcuno addirittura ha detto che dopo il viaggio del Papa si è vista la situazione dei poveri e dei malati e questa nomina sta a significare che l'Africa, soprattutto l'Africa sofferente, dei malati, è nel cuore della Chiesa.

Ha partecipato ad alcune discussioni del Sinodo? Secono lei come si sta svolgendo?

Monsignor Jean Marie Mpendawatu: Il dicastero per la Pastorale della Salute e il suo presidente, monsignor Zygmunt Zimowski, hanno rappresentato le istanze del dicastero fin dall'inizio. Io ho potuto incontrare dei Vescovi che partecipano, e sono andato due giorni al Sinodo.

La mia esperienza è positiva perché il Sinodo è un momento forte di comunione, soprattutto episcopale, di fraternità, di condivisione delle responsabilità per quanto riguarda la Chiesa.

Penso che la presenza del Papa, il successore di Pietro, che fa la comunione con tutte le Chiese e le Diocesi, così come il fatto di poter pregare insieme, discutere e cercare soluzioni rafforzino la collegialità episcopale, che da affettiva diventa effettiva.

E' stata un'opportunità per tenere presenti le gioie, le luci, le speranze di una Chiesa come quella dell'Africa, che nonostante tutti i problemi va avanti dal punto di vista dell'approfondimento della fede.

La Chiesa è molto impegnata a far sì che ci siano più persone che aderiscono al messaggio di Cristo. Non dimentichiamo che in Africa ci sono nuovi catecumeni, molti ex pagani che si battezzano. C'è quindi un lavoro missionario che continua.

E per quanto riguarda la salute?

Monsignor Jean Marie Mpendawatu: In molti Paesi, più del 60% delle strutture ospedaliere è della Chiesa. Si presta servizio a molte persone di diverse religioni. La questione della salute non è un'opzione. È un dovere, un comando del Signore. E' un binomio che comprende la catechesi, far conoscere il nome di Gesù. Nel suo nome c'è la salvezza. Gesù Cristo è veramente medico dei corpi e delle anime, e la Chiesa quando fa missione cerca di curare il corpo e l'anima. Anche nei Paesi sviluppati la Chiesa deve umanizzare ed evangelizzare nel campo della salute.

Parliamo dell'educazione sessuale in Africa. Sappiamo che in Uganda c'è un piano educativo sull'astinenza, la fedeltà e il preservativo come ultima via. Come considera questo fatto, come africano e come sottosegretario del Pontificio Consiglio per la Salute?

Monsignor Jean Marie Mpendawatu: L'esperienza dell'Uganda – se n'è parlato molto –, come di altre comunità che hanno dei programmi per la lotta all'Aids, è centrata sulla prevenzione, su un'informazione corretta sul virus e sul contagio e anche sull'educazione alla fedeltà coniugale permanente, all'astinenza e alla castità. Questo avviene anche con l'aiuto delle comunità ecclesiali di base, tenendo conto della fede, della morale e soprattutto dell'educazione alla maturità responsabile. C'è l'invito a cambiare i comportamenti, che è un punto focale per moltissime Diocesi, ma ci arrivano quei “tossici rifiuti” di cui ha parlato Benedetto XVI.

Circa il problema con la poligamia...

Monsignor Jean Marie Mpendawatu: Personalmente vedo che la generazione dei miei genitori e quella dei miei nonni, che sono stati tra i primi battezzati, non hanno mai conosciuto la poligamia. Prima della generazione di mio nonno, quando non c'era il cristianesimo, la poligamia era molto diffusa, ma già da tre generazioni non si trovano poligami. Il cristianesimo ci ha aiutati.

Che cosa si aspetta da questo Sinodo?

Monsignor Jean Marie Mpendawatu: In Africa ci sono, per varie ragioni, guerre e conflitti. Il tema della pace è fondamentale. Ci sono divisioni, separazioni tra gruppi, etnie, politiche. Le famiglie che hanno perso i propri cari restano con una grande sofferenza. I Paesi, poi, sono giovani, hanno 40 o 50 anni di indipendenza.

Tramite la sanità e l' apostolato della misericordia, la Chiesa aiuta a sanare queste difficoltà. Per quanto riguarda l'Aids, ci sono vari istituti e associazioni – di varie confessioni – che lavorano in quel settore. Penso che possiamo lottare insieme e avere forza per chiedere ai vari Governi di aiutare le popolazioni.

Penso che il Sinodo possa essere una grande speranza, che attraverso la sanità e l'apostolato della misericordia possiamo contribuire alla riconciliazione in Africa, con Dio e con gli altri, perché in questo continente ci sia sempre più giustizia. Senza giustizia è difficile accedere alla salute. Ci sono diritti che non possono aspettare.


Benedetto XVI e l’economia di comunione (parte II)
Intervista all’imprenditore John Mundell

di Genevieve Pollock


INDIANAPOLIS, Indiana (USA), venerdì, 23 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Fare impresa seguendo i principi cristiani produce ricchezze che servono a sostenere l’economia durante le fasi di recessione. È questa l’opinione di John Mundell, esponente dell’economia di comunione, nonché presidente e fondatore di Mundell and Associates, una società di consulenza ambientale con sede a Indianapolis.

In questa intervista rilasciata a ZENIT, ha parlato di alcuni recenti risvolti dell’economia di comunione, una rete mondiale di imprese citata da Benedetto XVI nella sua ultima enciclica “Caritas in veritate”.

L’imprenditore ha riferito degli esiti di un incontro che si è svolto a New York dal 21 al 23 agosto, nonché di un programma internazionale di formazione-lavoro, e di come questa rete ha fatto fronte alla recessione economica.

La prima parte di questa intervista è stata pubblicata il 22 ottobre.

Dopo l’uscita dell’enciclica, vi sono state altre persone o altri imprenditori che si sono avvicinati all’economica di comunione?

Mundell: Sì. Recentemente si è svolto l’incontro della North American Economy of Communion, vicino Hyde Park, nella cittadella Mariapolis Luminosa, del Movimento dei Focolari. A quell’incontro hanno partecipato circa 65 persone, di cui un quarto non avevano mai sentito dell’economia di comunione, né del Movimento dei Focolari prima di aver letto l’enciclica.

Si sono presentati semplicemente per via di quello che sta scritto nella “Caritas in veritate” e per il desiderio di saperne di più.

Negli ultimi due mesi vi è stato un accresciuto interesse verso questa realtà, anche se si tratta di un progetto piccolo a confronto con l’intera economia mondiale.

Cosa rappresentano 750 imprese nel mondo in cui viviamo? Ma d’altra parte non esiste altra idea che possa contare su così tante organizzazioni che operano sparse nel mondo e su questo atteggiamento e questi principi.

Io credo che la gente abbia capito che se l’idea dell’economia di comunione è stata ricompresa dal Papa nella dottrina sociale della Chiesa, significa che è un qualcosa che merita approfondimento.

Ci può dire quali sono stati i momenti principali del seminario?

Mundell: È stato un seminario di tre giorni, intitolato “Person-Centered Business: Hope for Today, Sustainability for Tomorrow”.

Il tema centrale è stato quello della persona umana come centro dell’impresa, in contrasto con il tradizionale modo di considerare l’impresa solo come un mezzo per generare profitti.

Abbiamo avuto un panel accademico incentrato sull’enciclica e una sessione dedicata all’impatto che queste imprese possono generare sulla comunità locale.

Quando queste imprese operano nella comunità locale, e costruiscono rapporti, possiamo vedere come questo aiuta i poveri e costruisce ponti; con l’economia di comunione cerchiamo proprio di abbattere i muri e costruire ponti tra entità diverse.

In che modo queste imprese stanno diffondendo un approccio incentrato sulla persona?

Mundell: Anzitutto, semplicemente nel modo di trattare i dipendenti e di operare con i clienti, con la concorrenza e con le persone che li circondano, nella vita quotidiana.

Questi operatori guardano lontano. Non si approfittano di eventuali situazioni economiche vantaggiose rispetto a un cliente, e cercano di assumere quell’atteggiamento evangelico di amore quando interagiscono con i loro impiegati e con le imprese locali.

Sono guidati dal criterio qualitativo, ma non solo nell’ottenimento del profitto, ma anche al fine di aiutare sinceramente i clienti a raggiungere i loro obiettivi.

Le persone che lavorano in queste imprese, così come i clienti, sentono che c’è qualcosa di diverso. Spesso chiedono: “Qual è la motivazione che sta dietro questa impresa? Non ho mai visto persone operare in questo modo”.

Secondo, è nel modo in cui l’impresa opera nella comunità locale. Per esempio, qui a Indianapolis abbiamo visto molte imprese attraversare momenti di difficoltà a causa della crisi economica. Abbiamo deciso di non limitarci a cercare di mantenere il nostro benessere, ma di cercare di aiutare anche le altre piccole imprese a sopravvivere, attraverso opportunità di collaborazione o portando loro il lavoro.

In momenti difficili come questo, fare un passo in più per aiutare qualcuno, anche quando questo non comporta un beneficio per la propria impresa, è un qualcosa che viene riconosciuto dalla comunità locale.

Facciamo anche dei lavori con le scuole e con le chiese locali. Negli Stati Uniti ci sono molte imprese buone che sono attive localmente. Anche noi operiamo così, ma cerchiamo di andare oltre ogni aspettativa, per diventare parte della comunità locale.

Infine, la novità è che abbiamo istituito un programma internazionale di formazione, in cui giovani provenienti da tutto il mondo trascorrono del tempo a lavorare nelle nostre imprese, per comprendere come viene gestita l’azienda in modo etico, con una certa gerarchia di valori e di principi.

Questi giovani hanno estrazioni formative diverse: management, ingegneria, amministrazione, ecc. Vengono sia per imparare gli aspetti tecnici, per acquisire maggiore professionalità, sia per gli aspetti imprenditoriali, per comprendere l’essenza stessa dell’impresa e come gestirla.

Questo programma si trova nella fase d’avvio, essendo iniziato negli ultimi quattro o cinque anni. Quest’anno la nostra impresa aveva quattro tirocinanti, provenienti dall’Argentina, dal Brasile, dall’Italia e dalla Spagna.

Sono venuti per conoscere com'è il lavoro nel campo dell’ecologia, ma anche per imparare come gestire un’impresa secondo questo principio di cui ha parlato il Papa, e che prevede alla base dell’impresa il senso di comunione e di relazione.

Che tipo di impatto avete potuto constatare negli altri Paesi?

Mundell: In alcuni Paesi come il Brasile e le Filippine, l’economia di comunione ha avuto un impatto notevole nell’aiuto ai poveri, ed ha ricevuto riconoscimento da parte delle autorità di governo.

Il Presidente del Brasile, per esempio, conosce l’economia di comunione perché questa ha aiutato i poveri delle favelas, gli shantytowns che sorgono atto a Sao Paulo, dove le comunità dei focolarini sono presenti. Molti degli aiuti provenienti dalle nostre imprese sono indirizzati lì, e questo ha aumentato il tasso di occupazione dei poveri ed è diventato un modello di sostenibilità.

Abbiamo anche un programma di microcredito che è già operativo. È relativamente nuovo, perché negli ultimi due o tre anni abbiamo capito che non è sufficiente fare profitti e redistribuirli.

È anche importante come gli aiuti sono distribuiti, come i poveri vengono incoraggiati, sostenuti e seguiti nel loro cammino verso un futuro più sostenibile. Questa è la vera sfida: farlo rispettando la loro integrità, e non come i benefattori di un tempo.

In che modo la rete dell’economia di comunione ha affrontato l’attuale sfida della recessione globale?

Mundell: Fondamentalmente l’abbiamo affrontata insieme. È stato difficile. Quest’anno, sono sicuro che avremo minori profitti da poter condividere nel mondo.

Ma abbiamo anche avuto qualcosa di sorprendente. Durante questi momenti difficili, quando le persone si confrontano con la possibilità di lavorare in imprese di tipo diverso, i rapporti diventano ancora più importanti.

Così, le imprese che hanno curato i rapporti con gli altri, hanno riscontrato che nei momenti di difficoltà, la gente è disposta a lavorare con persone che rispettano e che considerano le persone giuste con cui lavorare.

Quindi, in un certo senso abbiamo ricevuto sostegno al nostro lavoro, dalle persone con cui avevamo intessuto rapporti durante i momenti di crescita.

È come un segno della divina Provvidenza. Cercando di comportarci nel mondo del lavoro secondo ciò che pensiamo sia la volontà di Dio, abbiamo seminato rapporti che si sono effettivamente rivelati un sostegno per noi.

È come se attraverso il nostro atteggiamento avessimo messo da parte risparmi di amore e di rapporti con gli altri della comunità. Nei tempi di crisi, questa Provvidenza di Dio è stata come un bancomat da cui prelevare risorse per sostenerci fino al ritorno di momenti migliori.

In questo senso, direi che, mediamente, stiamo ottenendo risultati migliori rispetto a gran parte delle imprese, anche se questo non significa che le difficoltà non ci siano.

Abbiamo anche un diverso atteggiamento su come accogliere le difficoltà, le sofferenze e le sfide. Noi vediamo le difficoltà alla luce delle sofferenze di Gesù Crocifisso, che ha gridato: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”.

Noi comprendiamo che nelle nostre sofferenze, prendiamo parte a quell’opera di trasformazione del mondo in nuovi cieli e nuova terra.

Quindi, anche in questi momenti difficili, se li attraversiamo insieme, e comprendiamo il senso della sofferenza, ci sosteniamo forse meglio rispetto alla media delle altre imprese.

Come ha iniziato a lavorare in questo ambito?

Mundell: Ho iniziato un’impresa nell’economia di comunione 14 anni fa.

Prima ero il direttore tecnico di una delle maggiori società di consulenza ambientale del mondo. Attraverso il Movimento dei Focolari, ho deciso di voler mettere in atto questo mio desiderio.

Non avevo mai pensato prima di iniziare una impresa in proprio. Avevo sempre considerato gli imprenditori e gli uomini d’affari come persone incentrate sul denaro e sui profitti.

Quando Chiara Lubich ha elaborato quest’idea dell’economia di comunione, ho visto che era possibile farne una vera vocazione, una via per la santità, un modo per vivere pienamente la vita cristiana in questo mondo.

Così ho abbandonato la mia carriera precedente e ho messo su una società, che oggi conta su circa 20 dipendenti.

Secondo lei è così che solitamente avviene con le persone: che vengono a conoscenza dell’economia di comunione, ne sono conquistati e avviano un’impresa? O sono più gli imprenditori già avviati che cercano di incorporare queste idee nella loro attività?

Mundell: Abbiamo entrambi i casi. Abbiamo avuto persone che si trovavano nel mondo del lavoro già da tempo, che erano molto brave in quello che facevano e che hanno capito che questo avrebbe portato senso nella loro vita.

C’è un grande desiderio a trovare il senso del proprio lavoro. Molti si chiedono: “Come posso integrare me stesso e la mia fede con la mia vita lavorativa?”.

L’economia di comunione è vista come una delle possibilità per farlo: per mettere in pratica le proprie convinzioni di fede, nel contesto di una tradizione religiosa. Abbiamo così persone esperte che avviano un’impresa, o altre che convertono la propria società a questa nuova visione e iniziano a operare secondo i principi dell’economia di comunione.

Il fatto che molta gente viene a conoscenza di questo progetto mi dà molta speranza. Per me è stata una delle esperienze che mi ha cambiato maggiormente la vita: entrare a fare parte di questa rete e di questa comunità di imprenditori che cercano di vivere pienamente questi principi.

Se si cerca di dare un senso alla propria vita lavorativa, è possibile avvertire la chiamata a trovarlo in questa maniera che il Papa stesso sta incoraggiando.

D’altra parte, coincide con lo spirito della Chiesa cattolica. Credo che è proprio così che il primo Cristianesimo si è diffuso. La gente diceva: “Guardate come si amano; guardate, nessuno tra loro è bisognoso”.

Era una constatazione piuttosto significativa in quei primi anni, ma credo che lo sia altrettanto anche oggi.


Parola e vita

La fede è la luce della vita
XXX Domenica del Tempo Ordinario, 25 ottobre 2009

di padre Angelo del Favero*


ROMA, venerdì, 23 ottobre 2009 (ZENIT.org).-“E giunsero a Gerico. Mentre partiva da Gerico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timeo, Bartimeo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sapendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: 'Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!'. Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: 'Figlio di Davide, abbi pietà di me!'. Gesù si fermò e disse: 'Chiamatelo!'. Chiamarono il cieco dicendogli: 'Coraggio! Alzati, ti chiama!'. Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. Allora Gesù gli disse: 'Che cosa vuoi che io faccia per te?'. E il cieco gli rispose: 'Rabbunì, che io veda di nuovo!'. E Gesù gli disse: 'Va’, la tua fede ti ha salvato'. E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada” (Mc 10,46-52).

“Così dice il Signore: 'Innalzate canti di gioia per Giacobbe, esultate per la prime delle nazioni, fate udire la vostra lode e dite: Il Signore ha salvato il suo popolo, il resto di Israele'. Ecco, li riconduco dalla terra del settentrione e li raduno dalle estremità della terra; fra loro sono il cieco e lo zoppo, la donna incinta e la partoriente: ritorneranno qui in gran folla. Erano partiti nel pianto, io li riporterò tra le consolazioni; li ricondurrò a fiumi ricchi d’acqua per una strada diritta in cui non inciamperanno, perché io sono un padre per Israele, Efraim è il mio primogenito” (Ger 31,7-9).

“Egli è in grado di sentire giusta compassione per quelli che sono nell’ignoranza e nell’errore, essendo anche lui rivestito di debolezza” (Eb 5,1-6).

Le scene di esultanza descritte dal profeta Geremia possono essere comprese e condivise solo alla luce della fede. Diversamente, se ne attendiamo la realizzazione storica per noi, rischiano di suscitare lo sconforto della disillusione. E’ questo il messaggio che ci raggiunge anzitutto dal Vangelo di domenica prossima. Vediamo infatti che Gesù dona due volte la vista al cieco Bartimeo, come fa intendere la ripetizione “di nuovo” negli ultimi due versetti. Il primo “di nuovo” riguarda la luce del giorno, il secondo la luce della fede.

E Bartimeo, che gridava a più non posso per riavere la prima, mostra di apprezzare maggiormente la seconda, tanto che si mette subito a seguire Gesù anziché correre in città a dire a tutti che ci vede. L’incontro con il Signore lo ha esaudito al di là di ogni attesa: si aspettava la guarigione della cecità, e oltre a vedere le cose ora vede la Luce in Persona. Tutto ciò illustra la realtà della fede. La fede è un rapporto di amicizia amorosa con Cristo entro il quale è dato sperimentare l’esaudimento di ogni supplica. La fede fa sperimentare la sovrabbondante pienezza della divina Presenza che ridonda nel cuore.

La fede dona l’evidenza di quelle realtà invisibili che costituiscono la verità della vita, mentre prima si credeva di vedere tutto chiaro con la sola ragione. La fede, in definitiva, è un rapporto di intensa amicizia con Gesù che guarisce la vita dalla morte, la gioia dalla tristezza, la sofferenza dall’insofferenza, la ragione dalla cecità, la volontà dalla paralisi, l’amore dall’egoismo, l’uomo dalla solitudine. Tale rapporto si fonda sulla preghiera, intesa come “questione di vita o di morte”, nel senso che solo una preghiera che coinvolga e converta tutta la vita può generare una simile fede.

Non a caso Geremia include la donna incinta e la partoriente nel corteo dei rimpatriati dall’esilio. La gravidanza, infatti, è simbolo perfetto della fede. Posso riferirmi al fatto biologico per comprendere meglio il paragone. Quando una donna desidera intensamente diventare madre, può solo sperimentare la gioia della presenza di un figlio rimanendo incinta. Immaginiamo il giorno e l’ora in cui un semplice dato di laboratorio la informa con certezza di questo evento: sei incinta!

In inglese si dice “you are pregnant”, termine che esprime una presenza come l’acqua nella spugna. La spugna, se potesse sperimentare di essere impregnata d’acqua, sarebbe “al settimo cielo”, poiché solo l’acqua la fa essere quello che è. Così la donna, essendo per natura “madre”; così l’anima essendo per natura “capacitas Dei”. L’anima poi è la persona, che Dio crea come un grembo da abitare, da impregnare, da trasformare con la sua Presenza, in modo che ogni uomo sia quello che è: un figlio di Dio.

Certo, tutto questo sta sul piano spirituale, ma la fede è certissimamente efficace nel..far concepire Gesù nel cuore, se davvero si ascolta la Parola di Dio. La fede poi, fa proseguire la “gravidanza” dell’anima, trasformandola in Cristo di mese in mese, di anno in anno, se non mancano le opere conseguenti.

Momento decisivo e tanto atteso della vita di orazione è quello in cui “inizia il soprannaturale” e si “entra nel Regno di Dio”. E’ l’esperienza contemplativa dell’ “invaghimento del cuore”, alla portata di ogni battezzato. In essa come la mamma sperimenta in sé la trasformazione operata dall’iniziativa biologica del bambino, così l’anima conosce per via d’amore l’operazione interiore della divina Presenza: una “notizia amorosa, generale, indistinta...”, secondo san Giovanni della Croce.

Tale divina notizia è puro “Vangelo”, poiché è il Signore che si sta comunicando in maniera affettiva. Essa può essere esile come una piuma che ti sfiora, oppure intensa e vincente come la forza della gravità sul piombo. In ogni caso porta a chiudere gli occhi, per inabissarsi nella dolcezza del mondo interiore in cui “viviamo, ci muoviamo ed esistiamo” (At 17,28).

L’Amore “è” ed “ha” questa forza divina di gravità: attira tutti a Sé, attira tutto a Sé, attira tutte le facoltà della persona: volontà, memoria, intelletto. La prima è la volontà, cioè il cuore. Esso è “preso” dolcemente ed irresistibilmente, mentre nella memoria e nell’intelletto può anche regnare il disordine, la distrazione dei mille pensieri e delle preoccupazioni, che non riescono però a preoccupare, avendo perso totalmente l’aspetto ansioso di prima.

In vero ognuno sperimenta tutto ciò secondo quel particolare recipiente che la sua persona è, tuttavia queste sono caratteristiche comuni, come gli elementi comuni ad ogni gravidanza, che però è unica e irripetibile in ogni donna. Da tutto ciò comprendiamo che la peggior “ignoranza” e “l’errore” più grave è rimanere nella cecità di se stessi, non accogliendo quel dono della fede che è la Luce vera della vita, quella che illumina ogni uomo.

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* Padre Angelo del Favero, cardiologo, nel 1978 ha co-fondato uno dei primi Centri di Aiuto alla Vita nei pressi del Duomo di Trento. E' diventato carmelitano nel 1987. E' stato ordinato sacerdote nel 1991 ed è stato Consigliere spirituale nel santuario di Tombetta, vicino a Verona. Attualmente si dedica alla spiritualità della vita nel convento Carmelitano di Bolzano, presso la parrocchia Madonna del Carmine.


Forum

La strada per Roma degli anglicani

di Paolo Gulisano*

ROMA, venerdì, 23 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Un secolo fa lo scrittore inglese Hilaire Belloc pubblicava un volume dal titolo “The path to Rome”, la strada per Roma (Il volume sarà preso rieditato in Italia). Si trattava del resoconto del pellegrinaggio a piedi effettuato dallo stesso autore da Toul, in Francia, fino alla Città Santa. Tale viaggio era tuttavia anche una trasparente metafora del cammino verso il Centro della Chiesa, verso Roma, che tutta l’Europa è chiamata a fare se non vuole smarrire definitivamente la propria anima e la propria identità. Belloc era un cattolico inglese, figlio di una illustre convertita che apparteneva al movimento di rinascita cattolica in Inghilterra che aveva avuto i suoi protagonisti nel cardinale Manning e soprattutto nel cardinale John Henry Newman, prossimo Beato.

La via per Roma indicata cento anni fa da Belloc, che fu protagonista della cultura britannica e fautore della conversione al cattolicesimo di un personaggio come Gilbert Keith Chesterton, è quella che hanno deciso di percorrere ora anche altri anglicani, i fedeli della "Traditional Anglican Communion", che già da tempo avevano fatto richiesta al Vaticano di entrare in piena comunione con la Chiesa cattolica.

Si trattava di una richiesta epocale: per lungo tempo, da Newman a Tony Blair, la conversione dall’Anglicanesimo al Cattolicesimo aveva rappresentato una scelta individuale, personale, spesso sofferta perché facente seguito al tentativo - sempre frustrato - di lavorare “all’interno” della Confessione Anglicana per portarla all’unità con Roma. Ora invece siamo di fronte al passaggio di intere comunità anglicane alla piena comunione con Roma.

Una richiesta maturata negli ultimi anni e che aveva quasi messo in difficoltà la stessa Chiesa cattolica in Inghilterra, tanto che ora la materia è stata oggetto di una trattativa congiunta tra il Primate cattolico e quello anglicano, sotto la supervisione della Congregazione per la Dottrina della Fede, retta – come noto – da un prelato di cultura anglo-sassone qual è l’americano cardinale William Levada e che produrrà una Costituzione Apostolica, un documento ad hoc per consentire il passaggio di queste comunità al cattolicesimo.

Siamo dunque di fronte ad una svolta storica, per cui da parte cattolica non si ha più il timore di essere accusati di “indebito proselitismo”, e da parte anglicana si accetta che una parte organizzata dei propri fedeli possa effettuare una scelta di questo tipo. E’ un ecumenismo “dal basso”, che rappresenta certo una grossa novità rispetto a quello che per lungo tempo è stato interpretato solo da organismi preposti, spesso orientati solo a cercare un “minimo comun denominatore” tra le due confessioni cristiane, con l’effetto di dimenticare che l’obiettivo di un vero dialogo ecumenico è il riconoscimento della Verità.

Occorre anche evidenziare che questi fedeli anglicani, dipinti come tradizionalisti dalla grande stampa, ovvero una sorta di lefevriani anglicani, sono in realtà cristiani che guardano al Cattolicesimo come la Chiesa in cui intendono non solo entrare individualmente, ma far rientrare la propria storia e la propria tradizione, riconciliandola con quella di Roma. Infatti il documento congiunto dei due primati afferma: "La Costituzione apostolica è un ulteriore riconoscimento della sostanziale coincidenza nella fede, nella dottrina e nella spiritualità della Chiesa cattolica e della tradizione anglicana".

Il problema è che negli ultimi anni la Chiesa anglicana è andata incontro ad una tale deriva relativista da portarla lontano non solo dalla Chiesa Cattolica, ma dalla sua stessa tradizione, quella che ora questi fedeli vogliono ricondurre nella piena comunione coi cattolici. Non si tratta di “conservatorismo”, o di divisioni tra anglicani: il problema è che nella confessione instaurata cinque secoli fa dal sovrano Enrico VIII e confermata dalla figlia Elisabetta I è diventato dominante un pensiero non-cristiano. Potrebbe sembrare un giudizio molto severo, ma è un dato di fatto che alla base di scelte superficialmente definite solo “liberal”, come l’ordinazione sacerdotale delle donne, le nozze di persone omosessuali, le battaglie ecologiste e pacifiste, c’è una vera e propria rivoluzione antropologica. Una rivoluzione che prevede l’abbandono della concezione dell’uomo quale essere dotato di una natura specifica e indirizzato verso un fine. Questo distacco ha portato con sé tutta una serie di tentativi di giustificazione dei cambiamenti in campo morale.

Descrivendo tali cambiamenti, il filosofo cattolico scozzese Alastair MacIntyre ha denunciato nelle sue opere - in particolare After the virtue - innanzitutto il cambiamento della concezione dell’uomo, perché non c’è morale senza uomo né uomo senza morale. L’allontanamento dalla visione aristotelica ci ha condotti a rappresentazioni parziali dell’etica, a tentativi fallimentari di giudizio morale, a interpretazioni svariate dell’uomo e dell’umanità.

Tale allontanamento è avvenuto impetuosamente nell’anglicanesimo, dove vige un disordinato pluralismo, un miscuglio senza armonia di frammenti ideologici male assortiti che fa capo ad un soggettivismo assoluto. Tale soggettivismo, che si riscontra dominante nel linguaggio morale contemporaneo, trova una corrispondenza pratica nell’“emotivismo”, una dottrina secondo cui tutti i giudizi di valore, e più specificamente, tutti i giudizi morali, non sono altro che espressioni di una preferenza, espressioni di un atteggiamento o di un sentimento, e appunto in questo consiste il loro carattere di giudizi morali o di valore.

Il fascino che la Chiesa Cattolica ha esercitato su quegli anglicani decisi a rifiutare questa deriva antropologica sta dunque nel fatto che essa rappresenta l’unica realtà in grado di riproporre ancora oggi al mondo quegli elementi capaci di ristabilire una concezione sana della morale che stavano alla base della concezione aristotelica: le virtù, i valori per l’uomo. A ciò si aggiunge, inoltre, la proposta che la Chiesa cattolica fa di ristabilire una concezione della ragione che non si identifichi semplicemente con quell’elemento capace di conoscere solo ciò che si può esaminare in maniera sperimentabile, ma con ciò che permette di giudicare il senso della vita dell’uomo, i suo fine e il modo per raggiungerlo.

A sua volta la Chiesa Cattolica in Inghilterra e in tutti i paesi di cultura anglo-sassone, dal Canada all’Australia agli Stati Uniti dove l’anglicanesimo si definisce “episcopalismo”, trarrà certamente arricchimento dalla nuova linfa portata da queste comunità dove l’appartenenza a Cristo è stata oggetto di una intensa e appassionata riflessione. Questi fedeli anglicani desiderosi dell'unione con la Chiesa cattolica troveranno l'opportunità di portare l’esperienza di quelle tradizioni anglicane che sono preziose per loro e conformi con la fede cattolica. In quanto esprimono in un modo distinto la fede professata comunemente, tali tradizioni sono un dono da condividere nella Chiesa universale. L'unione con la Chiesa non richiede l'uniformità che ignora le diversità culturali, come dimostra la storia del cristianesimo, e la Chiesa Cattolica ne trarrà sicuro giovamento.

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*Paolo Gulisano è uno scrittore e saggista, esperto del mondo britannico. Ha pubblicato diversi volumi su Tolkien, Lewis, Chesterton e Belloc.


Documenti sulla web di ZENIT

Messaggio finale del Sinodo dei Vescovi per l'Africa

ROMA, venerdì, 23 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Nella Sezione Documenti della pagina web di ZENIT è possibile leggere il “Messaggio al Popolo di Dio” della II Assemblea Speciale per l’Africa del Sinodo dei Vescovi

 





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