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News dal Vaticano :: Il mondo visto da Roma - 24 Settembre 2009
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Il mondo visto da Roma - 24 Settembre 2009
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Giovedì, 24 Settembre 2009: Accadde Oggi  


Il mondo visto da Roma

SANTA SEDE
Il Papa fa appello ai leader mondiali per la difesa del Creato
Benedetto XVI mostrerà le radici cristiane di Praga
Mons. Vegliò: verso i migranti esiste un “dovere della solidarietà”

SPECIALE
Lo sviluppo dell’Africa è strategico per la Chiesa
Un'ecoimperialismo frena lo sviluppo agricolo dell'Africa
Lettera di scienziati e agricoltori africani ai Padri sinodali

NOTIZIE DAL MONDO
In silenzio tra i santi, una vita spesa per il Vangelo in Giappone
Burkina Faso: la Caritas aiuta 40.000 vittime delle inondazioni
Spagna: vertice ecumenico a Córdoba

DOTTRINA SOCIALE E BENE COMUNE
Lo sviluppo dell’Africa tra dottrina sociale e biotecnologie

ITALIA
I Vescovi italiani riflettono sull'immigrazione dall'Est Europa

INTERVISTE
Ortodossi in Italia

MESSAGGIO AI LETTORI
Riunione mondiale di ZENIT


Santa Sede

Il Papa fa appello ai leader mondiali per la difesa del Creato
Videomessaggio di Benedetto XVI al Summit dell'Onu sul clima

ROMA, giovedì, 24 settembre 2009 (ZENIT.org).- Tutti i leader mondiali si devono impegnare congiuntamente nella salvaguardia del Creato. E' l'appello contenuto nel videomessaggio che Benedetto XVI ha rivolto ai partecipanti al Summit dell’Onu sui cambiamenti climatici, in corso a New York dal 15 settembre fino al 2 ottobre.

Il testo del messaggio ripropone quanto il Papa ha detto durante l’Udienza generale del 26 agosto scorso, nella quale aveva dedicato ampio spazio al tema della difesa dell’ambiente.

“La Terra è davvero un dono prezioso del Creatore – afferma il Papa – che, nel designare il suo ordine intrinseco, ci ha fornito delle linee guida che ci aiutano nella salvaguardia del Creato”.

“E proprio all'interno di questo contesto, la Chiesa considera le questioni concernenti l'ambiente e la sua salvaguardia come intimamente legate allo sviluppo umano integrale”, ha aggiunto.

Il Pontefice sottolinea quindi l'importanza “che la comunità internazionale e i singoli governi diano giusti segnali ai propri cittadini e sappiano contrastare in maniera efficace le modalità di utilizzo dell'ambiente che risultino ad esso dannose”.

Altresì, aggiunge, è doveroso che “i costi economici e sociali derivanti dall'uso delle risorse ambientali siano riconosciuti in maniera trasparente da coloro che ne usufruiscono e non da altre popolazioni o dalle generazioni future”.

“La protezione dell'ambiente, delle risorse e del clima richiede che tutti i responsabili internazionali agiscano congiuntamente, nel rispetto della legge e promuovendo la solidarietà nei confronti delle regioni più deboli del pianeta”, afferma il Papa.

“Insieme – avverte – noi possiamo dare vita a uno sviluppo umano integrale vantaggioso per tutti i popoli, presenti e futuri, uno sviluppo che si ispira ai valori della carità nella verità”.

“Perché ciò si avveri è essenziale che il modello corrente di sviluppo globale si trasformi mediante una più vasta e condivisa accettazione della responsabilità per il Creato – continua –: ciò è necessario non solo per i fattori ambientali, ma anche per lo scandalo della fame e della povertà".


Benedetto XVI mostrerà le radici cristiane di Praga
Prima tappa del suo viaggio nella Repubblica Ceca

ROMA, giovedì, 24 settembre 2009 (ZENIT.org).- Maestosa, enigmatica, piena di cultura e storia. E' Praga, la capitale della Repubblica Ceca, che si prepara a ricevere questo sabato Benedetto XVI.

Si tratterà di un viaggio di tre giorni in cui il Pontefice vuole ricordare le radici e i valori cristiani del continente europeo e promuovere la libertà e la democrazia.

Praga è stata scenario di importanti avvenimenti storici del XX secolo: le due guerre mondiali, la rivoluzione russa, la caduta della Cortina di Ferro e l'inizio della democrazia. E' un luogo in cui si intrecciano elementi della cultura ceca, tedesca ed ebraica.

Per gli innumerevoli tesori d'arte, storia e architettura, è una delle 20 città più visitate del mondo. Riceve ogni anno 6 milioni di turisti. Il suo centro storico è stato dichiarato dall'UNESCO Patrimonio dell'Umanità.

Fondata nell'870, nasce dalla progressiva fusione di quattro piccoli agglomerati urbani: Hradcany, il Castello, a ovest della Moldova; Malá Strana, il piccolo quartiere nell'area sud del castello; Staré Mesto, la città vecchia, sul lato orientale opposto al castello; Nové Mesto, la città nuova a sud-ovest.

Il Bambin Gesù: una devozione di origine spagnola

Subito dopo la cerimonia di benvenuto e il discorso che offrirà al suo arrivo all'aeroporto internazionale Stará Ruzyne, questo sabato il Papa si dirigerà alla chiesa di Santa Maria della Vittoria, la cui cura pastorale è affidata ai Carmelitani Scalzi.

Il tempio, in origine luterano, ospita una statuetta venerata da secoli: il Bambin Gesù di Praga.

La storia di questa immagine inizia nel sud della Spagna. Si ignora il nome dello scultore, ma sembra che il luogo di provenienza sia un convento di Córdoba.

Da lì lo prese la regina Isabela Manrique de Lara y Mendoza. Sua figlia María Manrique sposò un nobile ceco, Vratislav di Pernstein.

Come dono di nozze, la ricevette sua figlia Polyssena, sposando Vilem di Rozumberk. Non avendo figli, la donna donò la statua al priore dei Carmelitani Scalzi nel 1628.

Tre anni dopo l'esercito di Sassonia conquistò Praga, saccheggiando i conventi e le chiese. La statua del Bambin Gesù subì gravi danni.

Venne ritrovata solo sei anni più tardi, quando si recò a Praga padre Cirillo della Madre di Dio, proveniente dal convento dei Carmelitani Scalzi della Baviera, che riuscì a far finanziare il restauro. Il Bambino tornò ad essere oggetto di culto e gli vennero attribuiti vari miracoli, come la salvezza della città in occasione di un assedio da parte degli svedesi.

Nel 1655 l'allora Vescovo ausiliare di Praga pose solennemente sulla sua testa una corona d'oro commissionata dal nobile Bernardo Ignazio di Martinic.

La statua venne posta nella cappella all'ingresso della chiesa, e in seguito, per l'affluenza dei pellegrini, venne spostata all'altare laterale centrale. Era il 1741.

Ora l'altare serve a sottolineare la spiritualità del Bambin Gesù. In linea orizzontale, alla sinistra c'è Maria, alla destra San Giuseppe. Con questo si vuole indicare che “il Santo Bambino di Praga è comprensibile solo all´interno del mistero dell´incrocio fra la famiglia divina e la famiglia umana”.

Oggi la festa del Bambin Gesù di Praga si celebra la prima domenica di maggio.

La statua è alta 47 centimetri. E' fatta di cera e si crede che abbia una struttura interna di legno.

Ha più di 100 abiti, confezionati e donati da alte personalità di tutto il mondo. Essendo un'immagine così delicata, solo alcune religiose specializzate ed esperte possono cambiare i vestiti.

La statua ha due corone: una originale del 1767, un'altra fatta tra il 1810 e il 1820.

Un castello ricco di arte e di storia

Un altro luogo millenario della capitale ceca che verrà visitato da Benedetto XVI questa domenica è il Castello, dalle dimensioni monumentali e imponenti: 570 metri di lunghezza e 128 di larghezza su una superficie di 7,28 ettari.

Secondo alcune ricerche archeologiche, la sua costruzione risale all'880 per ordine del principe Borivoj della dinastia dei Premyslidi.

E' stato la residenza del re di Boemia, degli imperatori del Sacro Romano Impero, dei Presidenti della Cecoslovacchia e dei Presidenti della Repubblica Ceca. E' stato anche sede episcopale.

Al suo interno si trova anche la chiesa di San Giorgio, accanto al monastero dei Benedettini, fondato nel 973 e che ospita notevoli opere d'arte.

Dal 1989 i turisti possono accedere ad altre aree del Castello come il Giardino Reale, la Sala della Pallacorda, i giardini meridionali e le scuderie imperiali.

Nel Salone di Vladislav il Papa incontrerà questa domenica il mondo accademico.


Mons. Vegliò: verso i migranti esiste un “dovere della solidarietà”
Parla il Presidente del dicastero per i Migranti e gli Itineranti

ROMA, giovedì, 24 settembre 2009 (ZENIT.org).- La Chiesa ha la responsabilità di richiamare tutti al “dovere della solidarietà verso coloro che vivono in situazioni di maggiore vulnerabilità, come rifugiati e migranti”.

E' quanto afferma in una intervista a “L'Osservatore Romano” l'Arcivescovo Antonio Maria Vegliò, Presidente del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti.

Pur ammettendo che “non compete al magistero della Chiesa valutare le scelte politiche in questo campo”, il presule ricorda che quello all'asilo è “un diritto umano fondamentale”, il cui rispetto “viene prima dei problemi concreti legati alla sua attuazione”.

“Bisogna ricordare – aggiunge – che l'80 per cento dei rifugiati del mondo – che solo lo scorso anno 2008 sono stati 42 milioni – si trova nei Paesi in via di sviluppo, così come la stragrande maggioranza degli sfollati, stando ai dati diffusi dal 'Global Trends', il rapporto statistico annuale pubblicato dall'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr)”.

“Concretamente, se fissiamo l'attenzione sui Paesi dell'Unione europea, emergono chiare indicazioni sul diritto d'asilo: la Convenzione di Ginevra sui rifugiati, la Carta europea dei diritti dell'uomo e le direttive dell'Unione sul diritto d'asilo esplicitano la prassi concordata da adottare nei confronti dei rifugiati riconosciuti come tali”.

“I problemi – commenta – sorgono, come sempre, laddove vi sono risorse da condividere e ricchezze da distribuire, vale a dire alloggio, casa, sanità, istruzione, impiego lavorativo, e via dicendo”.

“Lo Stato, in tale contesto, deve vigilare e agire in modo da garantire questi beni a tutti, autoctoni e non, comprese le fasce di popolazione più vulnerabili, tra cui vi sono i rifugiati”, sottolinea mons. Vegliò.

Purtroppo, spiega, “nei recenti Paesi di rifugio - come Italia, Grecia, Malta e nazioni dell'Est europeo - il rifugiato è ancora troppe volte confuso con l'immigrato per motivi economici e non gode dei dovuti sostegni sociali”.

Tuttavia, avverte, “non bisogna dimenticare che i motivi di fuga sono molto complessi e spesso le persone non scappano da persecuzioni politiche direttamente rivolte alle loro persone, ma da situazioni generali di pericolo e di violazione dei diritti umani, che rendono la vita impossibile in numerosi Paesi, per cui risulta difficile distinguere tra migranti 'economici' e rifugiati”.

“Il vero problema, poi, risiede nell'accesso allo status di rifugiato – prosegue mons. Vegliò –. Dal momento, infatti, che esso reclama diritti, gli Stati tendono a concederlo a un numero limitato di persone per risparmiare denaro e strutture, anche perché tendenzialmente le domande si moltiplicano”.

Inoltre, spiega ancora, “la tendenza recente sviluppata dai Paesi dell'Unione europea è quella della esternalizzazione del diritto d'asilo, che mira a impedire l'accesso al territorio dell'Unione e a obbligare i richiedenti asilo a fermarsi nei Paesi di transito”.

A questo riguardo il presule mette tuttavia in guardia sul fatto che “un'eccessiva chiusura delle frontiere determina l'aumento dell'immigrazione irregolare e alimenta le organizzazioni malavitose che trafficano esseri umani”.

Inoltre, continua, “il mancato investimento in progetti di inserimento dei figli degli immigrati nell'area della formazione crea insuccesso e abbandono scolastico, alimentando il disagio giovanile e la conseguente criminalità o devianza”.

Allo stesso tempo, “l'insufficiente attenzione alla situazione abitativa di immigrati e cittadini autoctoni più poveri favorisce la crescita di ghetti e di aree socialmente degradate”.

Riflettendo ancora sui provvedimenti per frenare l'immigrazione come misura preventiva per combattere la criminalità, il presule afferma che “le paure dei cittadini possono essere alimentate o sottaciute da chi amministra la cosa pubblica e da chi gestisce i canali dell'informazione, anche in risposta a propri interessi”.

“Tutto ciò non può essere ingenuamente ignorato e deve essere affrontato con oggettività, per non rischiare di creare reazioni xenofobe e razziste”, osserva.

“Sicurezza e legalità – conclude – si raggiungono solo con il positivo apporto di tutti, anche degli immigrati. Allo stesso tempo, sia gli immigrati che gli autoctoni devono poter vivere sicuri e rapportarsi in egual misura alle leggi del Paese in cui vivono”.


Speciale

Lo sviluppo dell’Africa è strategico per la Chiesa

di Antonio Gaspari

ROMA, giovedì, 24 settembre 2009 (ZENIT.org).- ''L’Africa è un continente colpevolmente dimenticato'' e per la Chiesa è una grossa sfida pastorale: ''O il cattolicesimo ce la fa in Africa oppure rischia qualche sofferenza di troppo''.

Con queste parole monsignor Giampaolo Crepaldi, Arcivescovo di Trieste e Segretario uscente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, è intervenuto giovedì 24 settembre a Roma al convegno dal titolo ''Per una rivoluzione verde in Africa. Lo sviluppo è il nuovo nome della Pace''.

Organizzata dall’Ateneo Pontificio “Regina Apostolorum” (APRA) e dall'Università Europea di Roma (UER), con il patrocinio del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr), l'incontro ha visto l’intervento di scienziati e agricoltori africani nonché di dirigenti della FAO (Food and Agricultural Organization).

Dopo aver ricordato che tra i 50 paesi più poveri del mondo, 35 sono africani, monsignor Crepaldi ha sottolineato che ''per la soluzione di problemi così complessi e profondi come quelli che affliggono l'Africa non ci sono soluzioni univoche e semplicistiche. Ma non possiamo ignorare i tanti benefici che deriverebbero dall'impiego di tecniche di produzione agricola innovative capaci di stimolare e sostenere gli agricoltori africani''.
''Gia' oggi - ha affermato l’Arcivescovo di Trieste - grazie all'utilizzo delle sementi opportunamente migliorare tramite tecniche che intervengono sul loro patrimonio genetico, stanno promuovendo un crescente e diffuso progresso, come dimostrato da interessanti studi''.

Secondo Monsignor Crepaldi, “la  biotecnologia non deve  essere divinizzata né demonizzata. La tecnica e, di conseguenza, la biotecnologia è una cosa buona, ma può essere usata male”; è dunque necessario che, come ogni  attività umana, “l’economia, la politica e via dicendo, essa sia guidata dalla morale”.

Per il presule, “la biotecnologia ha prodotto concretamente un grande sviluppo in molti settori, come la medicina, la farmacologia, la zootecnia ecc. che se correttamente utilizzato, potrà risolvere molte delle questioni sociali del mondo odierno”.

Dopo il saluto del Rettore dell’APRA, padre Pedro Barrajon L.C. e di Padre Paolo Scarafoni L.C. Rettore della UER, padre Gonzalo Miranda, già Decano della Facoltà di Bioetica, ha letto il messaggio che monsignor Jude Taddeo Okolo, Nunzio Apostolico nella Repubblica Centroafricana e nel Ciad, ha inviato al prof. Giusepe Ferrai in relazione al Convegno.

“Grazie per l'invio dell'email sul vostro Raduno – ha scritto monsignor Jude Taddeo Okolo – Siamo sempre grati quando qualcuno pensa concretamente a noi. Cerchiamo di collaborare per quanto possibile”.

“Qui nella Repubblica Centroafricana – ha spiegato il Nunzio – abbiamo terra in abbondanza (6,25 abitanti per ogni km quadrato, la popolazione è infatti di 3.895.139 abitanti diffusi su una superficie di circa 622.984 kmq), abbiamo la pioggia costante, abbiamo il sole, il terreno è fertile. C'è qualcuno che vuole darci una mano? Abbiamo anche progetti realistici - appoggiati dalle parrocchie, in vista di autofinanziamenti delle comunità di base”.

Monsignor Okolo ha raccontato: “Anch'io, personalmente, mi sono recato nel campo due volte, per dare una mano, anche per esercizio fisico, dopo il lavoro d'ufficio” ed ha aggiunto: “La nostra produzione quest'anno è stata abbondante, ma relativa a ciò che abbiamo piantato”.

“Dopo il vostro Seminario – ha scritto –, saremo grati di ricevere anche risultati e consigli pratici che ci possano aiutare. Vi ringraziamo in anticipo. Sapete che la gente qui si impegna, ma ... le difficoltà ci sono. Gli anni passati a sopportare i ribelli hanno distrutto le motivazioni”.

In questo contesto padre Gonzalo Miranda, L.C., professore ordinario della Facoltà di Bioetica della “Regina Apostolorum” ha spiegato che “l’Africa è il continente più ricco di materie prime del mondo, ma è anche quello in cui c’è più gente che muore di fame e di malattie”.

Per questo, ha continuato, “la rivoluzione verde e l’uso delle biotecnologie vegetali sono espressione di quanto di meglio oggi si possa fare in campo agricolo”.

Dell’importanza della formazione e della diffusione di tecniche agricole appropriate capaci cioè di utilizzare al meglio le risorse, ha parlato Eric Kueneman, dirigente del Servizio colture e pascoli della FAO, il quale ha raccontato di come il programma condotto in Burkina Faso dal 2001 “Farmer’s Field Schools” abbia formato più di 10.000 agricoltori per la coltivazione di vegetali, riso e cotone, con particolare enfasi su una migliore gestione degli infestanti.

Charles H. Riemenschneider, Direttore del centro investimenti della FAO, ha precisato che per raggiungere una produzione di cibo adeguata nella zona subsahariana saranno necessari 11 miliardi di dollari di investimento l’anno.

A questo proposito Sylvester Oikeh, di AATF (African Agricoltural Technology Foundation), ente non profit che si batte per la sicurezza alimentare e la riduzione della povertà nell’Africa Sub Sahariana, ha affermato che “in Africa i benefìci prodotti dalle tecnologie OGM sono già stati dimostrati”.

In Sud Africa, in condizioni in cui l’acqua piovana è la sola fonte di irrigazione, il mais modificato geneticamente ha aumentato le rese dell’11%, con un guadagno di 35 dollari in più per ettaro.

Nel Burkina Faso, prove sul campo con il cotone modificato hanno ridotto di due terzi la quantità di pesticidi utilizzati e hanno aumentato le rese del 15%, promuovendo il benessere degli agricoltori e dell’ambiente e favorendo la prosperità.

Per Emmanuel Tambi, Direttore delle politiche regionali del FARA (Forum for Agricultural Research in Africa), “perché l’agricoltura in Africa diventi vero volano di sviluppo è indispensabile riuscire a incrementare la produttività con un tasso superiore a quello della crescita della popolazione”.

“Purtroppo – ha proseguito Tambi –, a oggi questo è un obiettivo ancora lontano: in Africa, l’aumento della produzione rimanda ancora alla necessità di dedicare una maggiore superficie all’agricoltura piuttosto che a un utilizzo migliore delle aree già coltivate”.

Motlatsi Musi, agricoltore del Sud Africa, ha raccontato la sua esperienza con la coltivazione del mais Bt, una varietà geneticamente modificata che contiene una proteina insetticida proveniente dal batterio del suolo Bacillus thuringiensis.

“Con le sementi convenzionali riuscivo ad ottenere 5 tonnellate di mais per ettaro – ha raccontato –. Ma gli agricoltori che non hanno la possibilità di utilizzare i trattori con i semi convenzionali hanno una resa media di circa 1,5 tonnellate per ettaro soltanto. Ora, con le sementi OGM, io ottengo 7 tonnellate per ettaro; e in più si abbattono i costi di produzione, grazie alla diminuzione dei tempi di manodopera e del costo dei pesticidi”.

“Anche nell’eventualità di un’oscillazione dei prezzi di mercato – ha proseguito Musi –, il vantaggio economico della coltivazione di sementi OGM sarebbe comunque assicurato”.

Dal Burkina Faso, François Traorè, Presidente dell’Unione nazionale dei produttori di cotone, ha sintetizzato l’esperienza delle sperimentazioni nel suo paese che hanno portato nel 2008 al primo anno di coltivazione commerciale del cotone geneticamente modificato.

“Nella regione del Burkina Faso circa il 90% della popolazione vive di agricoltura – ha raccontato –. La produzione di cotone contribuisce da sola al sostentamento di circa 3 milioni di persone (più del 20% della popolazione) assicurando ai piccoli produttori le risorse primarie per vivere e garantire l’istruzione di base ai propri figli”.

“Nel 2003 il Burkina Faso ha iniziato le sperimentazioni in campo sul cotone OGM per verificarne l’efficacia e l’impatto ambientale e nel 2007 sono stati resi noti i primi risultati – ha proseguito Traoré –, un aumento della produzione dal 35% al 48%, una riduzione dei trattamenti (da 6 a 2 per anno) e una riduzione del costi del 62%”.

“Nel giugno 2008 le autorità competenti hanno autorizzato la commercializzazione dei semi di cotone OGM e sono stati seminati 15.000 ettari con due varietà di cotone”.

Per Traorè, quindi, “non permettere agli africani di utilizzare sementi OGM è un crimine contro l’umanità”.


Un'ecoimperialismo frena lo sviluppo agricolo dell'Africa
Lettera a Benedetto XVI di un gruppo di scienziati e agricoltori africani

ROMA, giovedì, 24 settembre 2009 (ZENIT.org).- In una lettera inviata al Pontefice Benedetto XVI un gruppo di scienziati e agricoltori africani ha fatto appello chiedendo che non gli sia “negato l’accesso allo sviluppo”.

I primi firmatari della lettera, diffusa questo giovedì, sono il prof. Emmanuel Tambi – direttore regionale del Forum For Agricultural Research in Africa (FARA) – , il prof. Sylvester O. Oiken – Project Manager dell'African Agricultural Technology Foundation (AATF) – , Francis B. Traoré – presidente della Association des Producteurs de Coton Africains (APROCA) – e Motlatsi Everest Musi – un agricoltore sudafricano che coltiva mais –.

Il testo è stato reso noto in occasione della giornata di studio dal titolo “Per una rivoluzione verde in Africa. Lo sviluppo è il nuovo nome della Pace”, promossa dall’Ateneo Pontificio “Regina Apostolorum” e dall'Università Europea di Roma.

Facendo riferimento alle parole che Benedetto XVI pronunciò il 1° aprile scorso, prima della recita dell’Angelus - “siamone certi: nessuna lacrima, né di chi soffre, né di chi gli sta vicino, va perduta davanti a Dio” - gli autori della lettera spiegano: “l’Africa è benedetta dal Signore per tutte le grandi e belle ricchezze che gli ha donato, ma gli africani soffrono la fame, le malattie, il sottosviluppo, il degrado”

“Siamo certi – aggiungono – che il Signore è particolarmente vicino a tutte le mamme ed i papà che perdono i propri bambini e le proprie bambine, ed a tutti coloro che soffrono a causa di miseria e povertà, e siamo altresì certi che all’alba del terzo millennio, è veramente uno scandalo che ci siano persone che muoiono ancora di fame”.

Gli scienziati e agricoltori africani sostengono che la nuova frontiera dello sviluppo agricolo passa per la ricerca, la conoscenza e l’utilizzo delle nuove biotecnologie vegetali.

“Come scienziati e come agricoltori - hanno scritto nella lettera - nelle nostre prime esperienze possiamo confermare la bontà dei risultati non solo in termini produttivi e di qualità ma anche di carattere ambientale”.

Secondo i firmatari, “purtroppo in nome di una nuova forma di 'ecoimperialismo' che va di pari passo con 'l’imperialismo contraccettivo' ci sono interessi speculativi che vogliono impedirci di utilizzare le nuove biotecnologie vegetali e limitano la vendita dei nostri prodotti nei mercati internazionali”.

E concludono: “Come sottolineato nella Vostra bellissima enciclica 'Caritas in veritate' lo sviluppo è una vocazione che si colloca nel disegno di Dio per realizzare il bene comune in carità e verità. Ed è questa strada che vorremmo seguire”.


Lettera di scienziati e agricoltori africani ai Padri sinodali
L'ecologia da “problema” può diventare “risorsa”

ROMA, giovedì, 24 settembre 2009 (ZENIT.org).- Questo giovedì, al termine della giornata di studio dal titolo “Per una rivoluzione verde in Africa. Lo sviluppo è il nuovo nome della Pace”, svoltasi presso l’Ateneo Pontificio “Regina Apostolorum” di Roma, agricoltori e scienziati africani hanno reso noto un decalogo che hanno inviato ai Padri sinodali che, dal 4 al 25 ottobre, parteciperanno alla seconda Assemblea speciale del Sinodo dei Vescovi per l'Africa.

Il prof. Emmanuel Tambi – direttore regionale del Forum For Agricultural Research in Africa (FARA) – , il prof. Sylvester O. Oiken – Project Manager dell'African Agricultural Technology Foundation (AATF) – , Francis B. Traoré – presidente della Association des Producteurs de Coton Africains (APROCA) – e Motlatsi Everest Musi – un agricoltore sudafricano che coltiva mais – , sono i primi firmatari di una lettera in cui porgono all’attenzione dei delegati che si riuniranno a Roma un decalogo per lo sviluppo agricolo e per la realizzazione della pace nel continente.

Dopo aver ringraziato il Pontefice Benedetto XVI e la Chiesa cattolica per le molteplici attività caritatevoli e di promozione umana che i missionari, il clero, gli ordini religiosi e le associazioni di volontari svolgono per l’assistenza, l’educazione e lo sviluppo del popolo africano, i firmatari affermano che “dal punto di vista delle materie prime il Signore non poteva essere più generoso, ma paradossalmente gli africani rimangono i più poveri del pianeta”.

Nella lettera sostengono che “la scarsità alimentare, il sottosviluppo economico, la mancanza di investimenti e infrastrutture, generano situazioni di degrado e favoriscono l’emergere di emigrazioni e conflitti armati”.

Così “per evitare la disperazione, favorire la speranza e costruire le ragioni per un articolato e integrale sviluppo dell’Africa”, propongono:

Scuole e istituti educativi sono le prime infrastrutture di cui l’Africa ha bisogno. Perchè il primo capitale da salvaguardare e valorizzare è l’uomo e lo sviluppo è determinato dalla qualità umana degli attori chiamati in causa.

Formazione e scolarizzazione devono essere incentivate con particolare attenzione per le donne, il cui accesso alla scuola è limitato in molte parti dell’Africa.

Il capitale umano e sociale, soprattutto nelle sue fasi iniziali, dipende dall’unità e dalla stabilità delle famiglie, per questo vanno alimentate politiche di difesa e sostegno delle famiglie.

Perché l’agricoltura in Africa diventi vero volano di sviluppo è indispensabile riuscire a incrementare la produttività con un utilizzo migliore delle aree già coltivate. Il che implica la conoscenza e l’utilizzo di tecniche e tecnologie che favoriscano l’utilizzo ottimale delle risorse.

Per sviluppare l’agricoltura è necessario investire nella ricerca e nello sviluppo, con l’obiettivo di favorire la capacità produttiva di tutti con particolare attenzione ai piccoli coltivatori.

In particolare questi ultimi dovranno avere accesso alle tecnologie più avanzate varietà di colture ad alto rendimento, sementi ingegnerizzate, fertilizzanti, ma anche maggiori servizi e training per raggiungere un’adeguata formazione.

Per creare valore aggiunto e rendere sostenibile per gli agricoltori l’accesso ai mercati di alta qualità è necessario investire di più sulla qualità e sui sistemi di distribuzione delle commodities, facilitando l’accesso al mercato per i prodotti alimentari africani.

Gli effetti di siccità e alluvioni possono essere limitati e regolati tramite la costruzione di un sistema integrato di utilizzo delle acque con la costruzione di desalinizzatori, invasi, pozzi, dighe, canali, reti di distribuzione, sistemi di riciclaggio e impianti di irrigazione.

Per fare in modo che i prodotti africani raggiungano i mercati continentali e intercontinentali bisognerà sviluppare il sistema dei trasporti, costruendo strade, ponti, porti, ferrovie, aeroporti.

Molto importante è la promozione dei progetti di ricerca e di sviluppo in campo agricolo continentale, incentivando le nuove generazioni a studiare, lavorare nei paesi di origine. Grandi prospettive si riescono a intravedere nel campo delle biotecnologie vegetali, applicate non solo al miglioramento delle sementi ed al loro arricchimento, ma anche alla produzione di medicinali e vaccini.

Gli scienziati ed agricoltori africani sono convinti che l'ecologia "da problema possa diventare risorsa", e che i progetti di difesa ambientale siano una grande opportunità di sviluppo e crescita economica e civile, ma che per realizzarli c'è bisogno di una cultura nuova fondata sulla persona, sulla famiglia e sullo sviluppo, come indicato dall’ecologia umana, elaborata dai Pontefici.

I firmatari del decalogo condividono il punto di vista del Pontefice Benedetto XVI quando sostiene che "persona, famiglia e libertà di educazione" sono "valori non negoziabili" e concludono sperando che “queste riflessioni possano essere di aiuto al Sinodo ed allo sviluppo dell’Africa”.


Notizie dal mondo

In silenzio tra i santi, una vita spesa per il Vangelo in Giappone
di don Antonello Iapicca

TOKYO, giovedì, 24 settembre 2009 (ZENIT.org).- Ha lasciato questo mondo in silenzio, l'umile e semplice silenzio cha ha caratterizzato il suo più che ventennale ministero di Pastore a Takamatsu, Giappone. Mons. Joseph Fukahori, è scomparso oggi pomeriggio, poco dopo le tre del pomeriggio, accolto dalla tenerezza della Vergine della Mercede.

Non più di un paio di giorni fa, come risvegliandosi d'incanto e miracolosamente da un prolungato torpore, ha salutato un gruppo di trenta ragazzi e giovanissimi della sua Diocesi che si erano recati al suo capezzale persuasi di rendere visita ad un santo. E' stato come se avesse voluto passare il testimone di una vita spesa per il Vangelo e per la Chiesa a quel grappolo di ragazzi che aveva battezzato e formato nella fede. Come accadde per Giovanni Paolo II, sono stati ancora i giovani, la speranza di una Chiesa che sempre si rinnova, ad essere testimoni della nascita al cielo di un santo. Per loro sono state le ultime energie di Mons. Fukahori, le stesse che, intrise di zelo apostolico, hanno guidato con spirito profetico la più piccola Diocesi del Giappone.  

Takamatsu infatti, come Betlemme, piccola e con un futuro senza presbiteri da far tremare i polsi, ha visto nascere miracolosamente circa venti anni fa, per la ferma volontà del suo Vescovo e l'altrettanto deciso incoraggiamento del Servo di Dio Giovanni Paolo II, il Seminario Diocesano Internazionale Redemptoris Mater per l'evangelizzazione del Giappone e dell'Asia. In esso sono stati formati trenta presbiteri che attualmente lavorano in Giappone, in Asia ed in diverse parti del mondo. Oggi, a distanza di venti anni, si può constatare quanto fu profetica la scelta di Mons. Fukahori: in quasi tutte le diocesi del Giappone infatti si stanno accogliendo seminaristi provenienti da diversi Paesi dell'Asia per far fronte alla terribile scarsità di vocazioni.  

Accanto al Seminario Mons. Fukahori diede impulso alla Nuova Evangelizzazione nella sua diocesi chiamando diverse "Famiglie in missione" del Cammino Neocatecumenale che, da tanti anni ormai, stanno  perdendo la vita con i loro numerosi figli. Attraverso di loro moltissimi giapponesi hanno avuto la Grazia di conoscere il Signore, nelle scuole, nei posti di lavoro.

Un nuovo Popolo Santo che sia luce, sale e lievito nel Giappone contemporaneo, questa fu l'intuizione di Mons. Fukahori, che nella sua esperienza personale aveva visto la guerra, la precarietà del dopoguerra e si era bene presto reso conto dell'abbagliante e vana prosperità cui era giunto il Giappone. Un'economia capace di saziare forse la carne, ma di lasciare sempre più vuoto lo spirito; i suicidi e l'alcool con le loro tragiche percentuali di morte come una guerra nucleare testimoniano l'urgenza di un'evangelizzazione che raggiunga ogni giapponese con la Buona Notizia del Vangelo. Per questa ha vissuto Mons. Fukahori, e tutto ha fatto per il Vangelo.

Il Giappone d'altronde è una terra difficile, quasi impermeabile, apparentemente interessato ad ogni novità ma anche profondamente attaccato alle proprie tradizioni e da esse irremovibile. Non è impresa facile seminare il Vangelo. Occorre credibilità, occorre una testimonianza reale, capace di smuovere  la corazza con cui i giapponesi si difendono. Occorre che il seme muoia per penetrare in profondità e porti frutto che rimanga. Le sofferenze, le difficoltà, che ha vissuto Mons. Fukahori dovute alla carica profetica delle sue scelte spesso non comprese e spesso avversate che lo hannno reso proprio un piccolo seme gettato in terra; ed ancor più la sua totale dedizione alla Chiesa e il suo amore senza limiti che lo ha sempre fatto sorridente e pieno di pace anche nei momenti più difficili, i suoi silenzi pieni di misericordia, hanno irrorato di uno specialissimo sangue, quello di un martirio spirituale, questa terra cosi aspra.

Le orme imporporate dall'amore genuino con il quale Mons. Fukahori ha governato la Diocesi e ha poi accolto la volontà di Dio che lo ha condotto per cammini di amara solitudine, sono l'eredità più grande che lascia alla diocesi di Takamatsu e alla Chiesa intera del Giappone. Solo questo amore sino alla  fine potrà evangelizzare il Giappone; solo la presenza viva di Cristo e del suo Mistero Pasquale può condurre al Cielo questa generazione. E' Gesù infatti che ogni giapponese attende nella sua vita. Mons. Fukahori ci ha mostrato la via dischiudendoci nella sua vita il cammino alla vera evangelizzazione.


Burkina Faso: la Caritas aiuta 40.000 vittime delle inondazioni

CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 24 settembre 2009 (ZENIT.org).- La Caritas nazionale del Burkina Faso ha avviato un piano per rispondere alle esigenze fondamentali di 40.000 vittime delle inondazioni che hanno flagellato varie regioni del Paese nei primi giorni di settembre.

La Caritas locale (OCADES) risponde così all'emergenza provocata dalle piogge che si sono registrate con insolita intensità in tutto il Sahel, soprattutto nella zona di Ouagadougou, capitale del Paese, e nelle città di Manga e Kaya.

I danni materiali sono ingenti e le persone colpite dalla catastrofe sono più di 160.000.

“Abbiamo visitato varie zone di Ouagadougou e lo spettacolo è desolante”, ha spiegato poche ore dopo le intense piogge il segretario esecutivo di Caritas Burkina Faso, padre Bernard Eudes Compaore. “Molte abitazioni sono crollate e i veicoli sono stati trascinati via dalle acque. Migliaia di famiglie si trovano in una situazione drammatica e in molti luoghi la gente è con l'acqua fino al collo”, ha aggiunto.

Per coordinare una risposta immediata alle più urgenti necessità delle vittime, OCADES ha lanciato un appello urgente alla rete internazionale Caritas per un valore di 522.000 euro per finanziare un piano di aiuti d'emergenza a circa 40.000 persone nei prossimi tre mesi.

Le opere di ausilio della Caritas alle vittime hanno iniziato ad essere organizzate nelle ore immediatamente successive alle piogge torrenziali, in collaborazione con il Dipartimento Governativo di Intervento nell'Emergenza e con il sostegno dei volontari e del personale tecnico della Caritas locale.

Tra gli obiettivi principali che sono stati identificati ci sono la distribuzione di cibo e prodotti non deperibili di prima necessità, la diffusione di acqua potabile e prodotti igienici e l'assistenza medica.

Nel contesto del modello di risposta alle emergenze, la Caritas concentrerà la sua azione umanitaria sulle vittime più vulnerabili, come le donne capofamiglia, i bambini denutriti, gli anziani senza risorse, gli handicappati e le famiglie senza alcuna entrata.


Spagna: vertice ecumenico a Córdoba
Riunione tra la Chiesa cattolica e il Consiglio Mondiale delle Chiese

CÓRDOBA, giovedì, 24 settembre 2009 (ZENIT.org).- La sessione di lavoro del Gruppo Misto tra la Chiesa cattolica e il Consiglio Mondiale delle Chiese si celebrerà per la prima volta a Córdoba (Spagna) dal 12 al 19 ottobre.

Il Gruppo Misto di Lavoro, informa la Diocesi di Córdoba, è stato creato nello stesso anno della chiusura nel Concilio Vaticano II, il 1965. E' un organismo ufficiale consultivo per il dialogo ecumenico, nella modalità della multilateralità, che promuove, valorizza e sostiene la collaborazione tra la Chiesa cattolica e il Consiglio Mondiale delle Chiese.

Secondo il Cardinale Walter Kasper, presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani, “tra le sue funzioni principali c'è il discernimento della situazione ecumenica attuale e l'apporto di riflessioni concrete mediante studi specifici”.

Attualmente compongono il Gruppo di Lavoro 36 membri dei cinque continenti, tra cattolici, ortodossi, protestanti, anglicani e appartenenti a Chiese libere.

A Córdoba, il Gruppo continuerà a elaborare due studi sulla ricezione dei dialoghi ecumenici e le radici spirituali dell'ecumenismo, nonché su altri temi collegati alla partecipazione delle nuove generazioni al movimento ecumenico e sulle implicazioni ecumeniche del fenomeno mondiale delle migrazioni.

La presidenza spetta al metropolita Nifón di Targoviste (Patriarcato di Romania) e a monsignor Diarmuid Martín, Arcivescovo di Dublino (Irlanda). Tra i membri cattolici ci sarà il Vescovo Brian Farrell L.C., segretario del Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani.

La Chiesa di Córdoba, nella persona di monsignor Juan José Asenjo, Arcivescovo coadiutore di Siviglia e amministratore apostolico di Córdoba, ha dato il benvenuto ai partecipanti all'incontro, che accoglie “con sincero affetto fraterno” e ringrazia “per la decisione di celebrare nella nostra città questo incontro ecumenico di alto livello”.

Le sessioni di lavoro si svolgeranno presso la Casa di Spiritualità di Sant'Antonio. Ci sarà anche tempo perché i partecipanti possano conoscere la Chiesa di Córdoba e la città.

Tra gli atti programmati per il 15 ottobre figurano, alle 12.00, l'accoglienza dell'Arcivescovo Juan José Asenjo, alle 13.00 l'accoglienza ufficiale all'Alcázar dei Re Cristiani da parte del sindaco di Córdoba e alle 16.00 la visita guidata alla Cattedrale (l'antica moschea) e alla città monumentale.

Il 16 ottobre, alle 18.30, ci sarà la visita al Centro Ecumenico "Testamentum Domini" di Córdoba. Alle 19.30 si svolgerà al celebrazione ecumenica nel tempio parrocchiale dell'Immacolata e di Sant'Alberto Magno. Alle 21.00 ci sarà una cena fraterna nel Palazzo di Viana.

Il 18 ottobre verrà celebrata l'Eucaristia nella Cattedrale, presieduta da monsignor Brian Farrell. Alle 11.30 si parteciperà al culto domenicale dei cristiani evangelici nella Chiesa evangelica battista di Córdoba.


Dottrina Sociale e Bene Comune

Lo sviluppo dell’Africa tra dottrina sociale e biotecnologie
Intervento di mons. Giampaolo Crepaldi, Arcivescovo di Trieste

ROMA, giovedì, 24 settembre 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito per intero l'intervento pronunciato questo giovedì da mons. Giampaolo Crepaldi, Arcivescovo di Trieste già Segretario del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, in occasione della giornata di studio dal titolo “Per una rivoluzione verde dell'Africa. Lo sviluppo è il nuovo nome della pace”, promossa dall'Ateneo Pontificio “Regina Apostolorum” in vista della prossima Assemblea speciale del Sinodo dei Vescovi per l'Africa.

* * *

“Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d'oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore.” (GS 1). Questo noto e bellissimo esordio della Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo (Gaudium et spes) del Concilio Vaticano II ci consente di cogliere in profondità il senso del nostro incontro e anche della mia partecipazione.

Non è competenza della Chiesa e della sua dottrina sociale intervenire sulle problematiche di natura strettamente tecnica riguardanti le varie attività connesse con il mondo agricolo. Tuttavia, tali problematiche, essendo collegate con la vita delle persone e dei popoli, presentano una serie di implicazioni di carattere etico, sul piano culturale e sociale, sulle quali la Chiesa avverte il dovere di offrire i suoi principi, i suoi criteri di giudizio e le sue preziose indicazioni per realizzare sempre il bene comune e lo sviluppo di tutto l’uomo e di tutti gli uomini come richiesto dalla Populorum Progressio di Paolo VI e recentemente ribadito dall’Enciclica Caritas in veritate di Benedetto XVI.

Se volgiamo il nostro sguardo, attento e partecipe, al Continente africano, lo sviluppo di tutto l’uomo e di tutti gli uomini richiama le nostre responsabilità a cercare soluzioni efficaci e lungimiranti ai gravi problemi che affliggono quelle popolazioni. Il Continente africano, infatti, è quello che possiede la maggior percentuale di persone che lavorano in agricoltura - in alcuni Paesi oltre l’80% -, ed è anche il Continente dove si trova il maggiore numero di persone che soffre di malnutrizione e sottosviluppo. Nella classifica dei Paesi economicamente meno sviluppati, stilata dalle Nazioni Unite, tra le ultime 50 posizioni è possibile trovare ben 35 Stati africani. La spiegazione più plausibile di questa drammatica situazione è data dall’arretratezza e inadeguatezza delle tecniche agricole utilizzate. Tale situazione non ha consentito all’Africa di beneficiare dei frutti della cosiddetta rivoluzione verde, a causa di un mancato sviluppo della meccanizzazione agricola, dei sistemi di irrigazione, dell’utilizzo di prodotti chimici come antiparassitari e fertilizzanti o dell’uso diffuso di sementi selezionate e migliorate. Come voi ben sapete, n molti Paesi africani gli agricoltori hanno difficoltà a procurarsi i semi da piantare ed è sufficiente una stagione di siccità o di piogge abbondanti per destabilizzare la fragile economia agricola. E’ in questo contesto che va accolto l’invito del Santo Padre Benedetto XVI, contenuto al n. 27 della Caritas in veritate: “Il problema dell'insicurezza alimentare va affrontato in una prospettiva di lungo periodo, eliminando le cause strutturali che lo provocano e promuovendo lo sviluppo agricolo dei Paesi più poveri mediante investimenti in infrastrutture rurali, in sistemi di irrigazione, in trasporti, in organizzazione dei mercati, in formazione e diffusione di tecniche agricole appropriate, capaci cioè di utilizzare al meglio le risorse umane, naturali e socio-economiche maggiormente accessibili a livello locale, in modo da garantire una loro sostenibilità anche nel lungo periodo. Tutto ciò va realizzato coinvolgendo le comunità locali nelle scelte e nelle decisioni relative all'uso della terra coltivabile. In tale prospettiva, potrebbe risultare utile considerare le nuove frontiere che vengono aperte da un corretto impiego delle tecniche di produzione agricola tradizionali e di quelle innovative, supposto che esse siano state dopo adeguata verifica riconosciute opportune, rispettose dell'ambiente e attente alle popolazioni più svantaggiate”.

A partire da questo illuminante testo del Magistero, è importante sottolineare che per la soluzione di problemi così complessi e profondi come quelli che affliggono l’Africa non ci sono soluzioni univoche e semplicistiche. Per conseguire uno sviluppo agricolo adeguato servono infrastrutture, trasporti, scuole… Sono indispensabili anche la pacificazione e la stabilità politica e sociale… Ma non possiamo ignorare i tanti benefici che ne deriverebbero dall’impiego di tecniche di produzione agricola innovative capaci di stimolare e sostenere gli agricoltori africani a realizzare la cosiddetta rivoluzione verde nel Continente. Già oggi, grazie all’utilizzo delle sementi opportunamente migliorate tramite tecniche che intervengono sul loro patrimonio genetico stanno promuovendo un crescente e diffuso progresso, come dimostrato da interessanti studi.

Per il bene dell’uomo e di tutti gli uomini la Chiesa cattolica ha sempre favorito il lavoro, la conoscenza scientifica e le applicazioni tecnologiche che generano lo sviluppo. In merito alle biotecnologie vegetali, possiamo affermare che ci sono “gruppi di persone che, vedendo alcuni disastri ambientali e prevedendone altri maggiori, si oppongono fortemente allo sviluppo e all’applicazione della biotecnologia; non di rado tali gruppi sono mossi da una certa ideologia antiumanistica, quando propongono misure restrittive per la manipolazione della specie vegetali animali, mentre favoriscono la manipolazione della persona umana, a livello di embrioni, in nome di finalità terapeutiche, ma anche con una permissività sempre più ampia nelle pratiche di aborto ecc. Occorre pertanto superare i due estremi: la  biotecnologia non deve  essere divinizzata né demonizzata. La tecnica e, di conseguenza, la biotecnologia è una cosa buona, ma può essere usata male; è dunque necessario che, come ogni  attività umana, l’economia, la politica e via dicendo, essa sia guidata dalla morale.  La biotecnologia ha prodotto concretamente un grande sviluppo in molti settori, come la medicina, la farmacologia, la zootecnia ecc. che se correttamente utilizzato, potrà risolvere molte delle questioni sociali del mondo odierno”[1].

Il libro della Genesi ci insegna che Dio Creatore ha affidato all’uomo, creato a sua immagine e somiglianza, il giardino dell’Eden affinché lo “custodisse e coltivasse”. Con l’intelligenza ricevuta dal Creatore, la capacità di capire i meccanismi della natura e la possibilità di utilizzare questi meccanismi con delle tecnologie sempre nuove, l’uomo può progredire nella coltivazione del giardino. Con la sua sensibilità etica, con l’esercizio di una prudenziale valutazione e con il senso di una responsabilità non paralizzante deve essere anche capace di orientare le sue sempre maggiori potenzialità di innovazione tecnologica verso il bene e lo sviluppo economico e sociale di tutti.

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1) “Dizionario di Dottrina Sociale della Chiesa”, voce “Biotecnologie” edito  dal Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Libreria Ateneo Salesiano, pag. 88.


Italia

I Vescovi italiani riflettono sull'immigrazione dall'Est Europa
Nell'ultima giornata del Consiglio permanente della CEI

ROMA, giovedì, 24 settembre 2009 (ZENIT.org).- Il fenomeno del crescente flusso migratorio proveniente dall’Est Europa suscita sempre maggiore attenzione nei Vescovi italiani. E' quanto ha detto mons. Domenico Pompili, direttore dell'Ufficio comunicazioni sociali della CEI.

“La giornata conclusiva dei lavori del Consiglio permanente – ha fatto sapere mons. Domenico Pompili in una nota – ha visto la riflessione dei Vescovi concentrarsi su un fenomeno che sta facendosi consistente nel nostro Paese e cioè il numero degli immigrati provenienti dai Paesi dell’Est europeo”.

“Per lo più – ha aggiunto – si tratta di persone che appartengono alla Chiesa ortodossa, ma trovandosi nel nostro Paese cercano contatti con le nostre parrocchie per la preghiera e per la stessa formazione cristiana, oltre che per bisogni di varia necessità”.

Secondo il Dossier Statistico Immigrazione Caritas/Migrantes 2008, sono 1 milione e 130 mila gli immigrati di confessione ortodossa presenti in Italia.

“Tutto questo – ha spiegato mons. Domenico Pompili a “L'Osservatore Romano” – pone ovviamente delle questioni nuove che vanno esaminate con attenzione”.

Nell'ultima giornata i Vescovi italiani hanno ampiamente riflettuto anche sull’Anno sacerdotale, indetto da Benedetto XVI.

A questo proposito, mons. Pompili ha notato che “la missione del prete sembra oggi ancor più necessaria ed originale in una società, segnata dal rarefarsi dei rapporti personali e gratuiti”.

Riguardo ai lavori del Consiglio episcopale permanente, ha quindi aggiunto che “in particolare si è sottolineata la spontanea adesione che si registra in molte Chiese particolari a momenti di riflessione che riscoprono il sacerdote come l’uomo dello preghiera e dell’ascolto prima ancora di qualsiasi sua azione pastorale”.

“Si è quindi auspicato che la Messa crismale quest’anno aiuti ancor più ad evidenziare la partecipazione all’unico sacerdozio di Gesù Cristo e una più consapevole rinnovazione delle promesse sacerdotali”, ha infine concluso.


Interviste

Ortodossi in Italia
Intervista al Metropolita della Sacra Arcidiocesi Ortodossa d'Italia e Malta

di Giovanni Patriarca

ROMA, giovedì, 24 settembre 2009 (ZENIT.org).- La Sacra Arcidiocesi Ortodossa d'Italia e Malta ha un ruolo privilegiato nei rapporti tra cattolici e ortodossi e, come spiega in questa intervista concessa a ZENIT il suo Metropolita, Gennadios Zervos, negli ultimi anni le relazioni si sono approfondite ulteriormente.

In questa conversazione il Metropolita offre un panorama privilegiato della realtà ortodossa in Italia.

La Chiesa greco-ortodossa vanta una storia secolare in Italia sia per la presenza di antiche comunità sia per le salde relazioni che hanno legato le due terre nel corso degli anni. La fondazione della Sacra Arcidiocesi d’Italia e Malta nel 1991 ha dato nuova linfa alla cospicua comunità greco-italiana. Quale bilancio può essere tratto da questi anni e quali prospettive si aprono all’orizzonte?

Gennadios Zervos: Quando parliamo di Chiesa greca in Italia dal punto di vista ecclesiastico e spirituale è bene chiarire innanzitutto che si sta parlando di parrocchie e confraternite, da lunghi secoli presenti nella penisola Italiana con il loro contributo alla conservazione delle tradizioni e costumi ellenici, dipendenti canonicamente non dalla locale Chiesa ortodossa di Grecia, con cui pure siamo in comunione, bensì dal Patriarcato ecumenico di Costantinopoli, al quale appartenevano anche le antiche diocesi ed i famosi monasteri, veri tesori spirituali, che hanno contribuito alla diffusione dei messaggi di libertà, giustizia, diritti umani e pace.

Dal punto di vista culturale, le comunità fondate dai greci ortodossi, (Napoli, Venezia, Trieste, Livorno, Messina, Barletta ed altre), hanno tentato di costituire salde relazioni con le autorità religiose e politiche, non riuscendoci quando ha prevalso il fanatismo e la superstizione religiosa, con grave danno per il loro progresso morale e civile.  

Il Patriarcato ecumenico di Costantinopoli, la Chiesa ortodossa Protothronos, attraverso di loro, ha dato il proprio contributo alla realizzazione del Rinascimento ed alla conquista della libertà non solo in Italia, ma anche in tutta l’Europa. Il Patriarcato ecumenico, la Madre delle Chiese ortodosse locali, costituisce una Chiesa storica di tradizione, nota in Italia non solo per le sue diocesi, monasteri e comunità, ma anche per la sua opera di civilizzazione, per la sua viva spiritualità e tradizione patristica e conciliare.  

La Sacra Arcidiocesi Ortodossa d’Italia e Malta ed Esarcato per l’Europa Meridionale, creata nel 1991 su iniziativa di Sua Santità il Patriarca ecumenico Bartolomeo, continua questa nobile tradizione e contemporaneamente costituisce una novità. Il suo Metropolita, su proposta dell’indimenticabile Patriarca Atenagora, fu eletto Vescovo ausiliare il 26 novembre 1970, dopo che era mancato in Italia un Vescovo ortodosso da ben 257 anni, e fu consacrato a Napoli il 17 gennaio 1971 nella storica Chiesa della Confraternita dei Santi Apostoli Pietro e Paolo dei Nazionali Greci, per la prima volta consacrato sul territorio della Penisola Italiana, in quanto i precedenti erano consacrati a Costantinopoli.  

Egli, con la sua attiva presenza, tesse i rapporti con le autorità religiose e civili, nel centro del cattolicesimo romano, e soprattutto col popolo, costruendo ponti di carità, di riconciliazione, di fratellanza, di speranza e rafforzando il “dialogo dell’amore”, contribuendo a preparare le coscienze alla fiducia ed al rispetto reciproco, fugando dubbi, superbia e superstizione religiosa e lottando per cambiare la mentalità, e collabora per la realizzazione della volontà di Dio: “che tutti siano una cosa sola”.  

La Sacra Arcidiocesi Ortodossa d’Italia e Malta ha aperto le strade di fratellanza e carità a tutte le altre Chiese ortodosse locali ed ha preparato il terreno affinché fossero accolte con pace, serenità, spirito di collaborazione ed affetto fraterno. E’ divenuta messaggero dell’ideale ecumenico ed ha vissuto, tramite il suo attuale Metropolita, la commozione e la gioia immensa del reincontro tra la Chiesa di Costantinopoli e la Chiesa di Roma.  

Essa ha ottenuto il riconoscimento della personalità giuridica il 16 luglio 1998 ed oggi gode di prestigio ecclesiastico, spirituale e sociale.  

Dopo notevoli sforzi è giunta alla fase conclusiva la trattativa per la stipula dell’Intesa con lo Stato italiano, che aiuterà a svolgere meglio la sua missione.  

La mia richiesta al Pontificio Consiglio per la promozione dell’Unita dei Cristiani - accompagnata da ripetuti tentativi, continua attenzione e stretta collaborazione - è stata coronata da un grande successo con la concessione da parte della Chiesa cattolica romana della storica Chiesa di San Teodoro Tirone (VI sec.) per il cui restauro ho trovato anche un generosissimo benefattore nella persona della signora Fotini G. Livanou.  

Il bilancio è oggi estremamente positivo in quanto l’Arcidiocesi ortodossa da 7 parrocchie può contare oggi su 70 e da 6 sacerdoti su 55 ed otto candidati.  

Essa è impegnata a diffondere in questo Paese la realtà della “ecumenicità” del Patriarcato ecumenico, particolarmente nel cuore del popolo, perché ne diventi coscienza. Questo impegno principale si concretizza innanzitutto nel corso dei nostri incontri e convegni, feste e manifestazioni, tramite le nostre visite alle autorità religiose e politiche, nonché con le nostre visite pastorali. Essa non si occupa solo della integrazione tra ortodossi e cattolici, e del servizio pastorale ai greci, ma anche, come affermato nel suo titolo “Sacra Arcidiocesi Ortodossa d’Italia e Malta”, si occupa di servire tutti i fedeli ortodossi, quale sia la loro origine, accogliendo in modo fraterno tutti, non come “clienti”, ed offrendo il suo contributo al progresso spirituale, civile e materiale sia dei fedeli che del paese. Tutti i fedeli ortodossi possono frequentare le nostre chiese, trovandovi pace, serenità, affetto ed accoglienza. Ha svolto una difficile e delicata opera per contribuire alla rinascita della Ortodossia in Italia, ha ravvivato la presenza ortodossa in Magna Grecia, con la fondazione di parrocchie e  monasteri, scuole di lingua greca, con l’opera di catechesi, con la costruzione di chiese o la loro concessione da parte della chiesa Cattolica o della locali autorità civili, ordinando sacerdoti, rafforzando la presenza ed il prestigio non solo della stessa Arcidiocesi, ma anche del Patriarcato ecumenico.  

Particolare importanza rivestono le recenti decisioni assunte dalle Chiese ortodosse locali riguardo la diaspora ortodossa.  

I recenti cambiamenti geo-politici con i nuovi flussi migratori dall’Europa centro-orientale hanno aperto le porte a nuove comunità che proprio nella Chiesa ortodossa trovano quell’accoglienza e sollecitudine in tempi di difficoltà e sacrifici. Quali interventi attua la Chiesa ortodossa con premurosa cura nei confronti di queste nuove realtà?

Gennadios Zervos: Sull’esempio di San Paolo, come  già affermato, la Sacra Arcidiocesi Ortodossa d’Italia e Malta, prima che fossero presenti Vescovi di altre Chiese ortodosse locali, ma addirittura, prima che ci fossero anche le parrocchie, si è occupata di venire incontro alle necessità religiose di tutti i fedeli ortodossi senza distinzione di provenienza etnica o razza, fondando parrocchie e ordinando sacerdoti. Tali fedeli continuano a frequentare le nostre chiese, dove trovano serena accoglienza, celebrandovi matrimoni, battesimi ed altre funzioni. Non  facciamo distinzioni tra greci, romeni, russi, bulgari, georgiani o altri, come purtroppo fa il Vescovo Siluan della Chiesa romena. Le nostre parrocchie ed i nostri monasteri, aprono le porte a tutti ed accolgono tutti, facendovi trovare oasi di spiritualità. Il nostro dovere è di accogliere tutti, combattendo il “filetismo” (nazionalismo) perché distrugge la Chiesa “Una, Santa, Cattolica ed Apostolica”.

Le parrocchie ed i monasteri sono fondati rispettando l’origine dei fedeli, seguiti da un proprio sacerdote, permettendo loro di seguire le proprie tradizioni secondo usi e costumi propri, conservando anche la lingua.  

Quest’opera è molto importante per potere contrastare anche presenze anticanoniche ed eretiche in Italia.

Tutto ciò che avviene in Italia è opera divina. Dio è grande!

L’Italia, con i suoi centri universitari e culturali, è stata da sempre un punto di riferimento per la gioventù greca che l’ha scelta come patria adottiva per la propria istruzione. In che modo la Chiesa ortodossa si interessa all’educazione religiosa e alla formazione integrale dei giovani studenti in un ambiente apparentemente distratto e indifferente alle esigenze spirituali?

Gennadios Zervos: A differenza di quanto accadeva nel 1961, oggi, con l’apertura di nuove sedi universitarie in Grecia, ci sono molti meno studenti greci in Italia. Essi, negli anni scorsi hanno trovato nelle nostre chiese un importante punto di riferimento ed io stesso ne ho seguito da vicino centinaia. La Sacra Arcidiocesi Ortodossa continua ad interessarsi in modo instancabile di loro, istituendo scuole di catechesi e lingua per il loro aiuto spirituale e sociale. Molti di essi sono rimasti in Italia con le famiglie che hanno costituito e continuano a mantenere i contatti con la Chiesa ortodossa e così anche i loro figli, che frequentano le università. Essa cerca di venire incontro alle loro difficoltà e di risolvere i loro problemi. Si occupa di mantenere i contatti partecipando o organizzando convegni ed incontri accademici. Si prende cura in modo particolare dei giovani, che costituiscono il futuro ed un elemento fondamentale per la presenza ortodossa in Italia e nel mondo.

In generale possiamo in verità affermare che la “gioventù ortodossa” in Italia è un tema che sta molto a cuore all’Arcidiocesi ortodossa. Essi sono il futuro, la speranza, il suo nuovo orizzonte, che presuppone nuove tappe e nuovi tempi per il progresso spirituale e la sua prosperità sociale.  

La Chiesa ortodossa d’Italia è molto impegnata nella valorizzazione del proprio patrimonio culturale e architettonico. Questo mirabile servizio è, in primo luogo, una riscoperta nel sentiero della spiritualità. Quali sono i prossimi obiettivi e impegni?

Gennadios Zervos: Il patrimonio culturale e architettonico non appartiene all’Arcidiocesi Ortodossa d’Italia e Malta, ma tuttavia essa si occupa di tutelarlo e valorizzarlo, insieme a quello più generalmente artistico, liturgico e spirituale, promuovendo, aderendo e organizzando convegni, incontri che ne diffondano la conoscenza, promuovendo la costruzione di nuovi edifici sacri come a Seminara accanto all’antico Monastero di Sant’Elia il Nuovo e San Filareto l’Ortolano. Recente è il convegno “I Santi Padri della Magna Grecia simbolo dell’Amore, Pace, Unità e Speranza per la vita del mondo”.

Diversi convegni sono già stati organizzati o lo saranno in futuro per far conoscere il meraviglioso e ricchissimo patrimonio di tesori dell’iconografia ortodossa e della spiritualità patristica non solo tra i fedeli, ma anche nel grande pubblico.  

Così, la conoscenza reciproca e la preghiera comune, la venerazione degli stessi santi, la Settimana di Preghiera per l’Unità dei Cristiani, l’invito ai convegni, alle riunioni, l’amicizia fraterna e la parentela spirituale aiutano tutti a vivere un nuovo periodo di amore, di pace e di speranza, fortificano i nostri legami fraterni che, grazie ad essi, possono rafforzarsi sempre più.  

La presenza in Italia di Sua Santità il Patriarca Ecumenico Bartolomeo ed i suoi incontri con Sua Santità il Papa di Roma Benedetto XVI sono per la nostra Arcidiocesi un vero dono ed una benedizione dall’Alto.  

L’Arcidiocesi, fra tutte le Metropoli del Patriarcato la più vicina al centro del Cattolicesimo Romano, ne esprime lo spirito, l’attenzione, come anche le sue intenzioni ed i suoi meravigliosi disegni, utili e preziosi per l’uomo, la società e l’umanità.    

I rapporti tra la Chiesa ortodossa e la Chiesa cattolica sono di comune comprensione e grande rispetto. La Sacra Arcidiocesi di Italia e Malta, per evidenti ragioni geografiche, ha senza dubbio un rapporto privilegiato con la Santa Sede. In che modo sono cresciuti e si sono fortificati i già saldi legami nel cammino verso l’unità dei cristiani?

Gennadios Zervos: Sono particolarmente fiero e ritengo una grazia celeste avere avuto il privilegio di essere testimone di eventi storici come la riconciliazione tra le Chiese sorelle di Costantinopoli e Roma, alla presenza del grande e saggio Metropolita di Eliopoli e Theiron Melitone e del Cardinale Bea, di gloriosa memoria, nel primo incontro a Roma tra il Patriarca Atenagora ed il Papa Paolo VI, gli altri incontri di Papi e Patriarchi, e quello, in occasione dell’apertura dell’Anno Paolino, del Patriarca Bartolomeo col Papa Benedetto XVI, che costituiscono una benedizione per la Sacra Arcidiocesi Ortodossa d’Italia e Malta, così come l’inaugurazione della Chiesa di San Teodoro Tirone a Roma da parte del Patriarca Bartolomeo il 1 luglio 2004, in occasione del 40° anniversario dello storico Incontro a Gerusalemme nel 1964 tra il Patriarca Atenagoras ed il Papa Paolo VI.

Essa, come Arcidiocesi ortodossa, cosciente della sua delicata e privilegiata posizione di presenza e testimonianza, in quanto dal punto di vista geografico riguardo i due centri, Fanar e Vaticano, ultima dal centro dell’ortodossia e la più vicina al centro del cattolicesimo romano, non cessa di essere attenta, responsabile, fedele e di onorare la propria posizione ecclesiastica, come anche la propria realtà di essere una giurisdizione, posta tra i maggiori centri storici della civiltà e cultura classica.  

Cosciente di tale missione, collabora fattivamente alla realizzazione della volontà di Dio “che essi siano una cosa sola”, creando ponti di pace, partecipando a riunioni ed assemblee ecclesiali e collaborando con i Vescovi cattolici, e con gli altri cristiani, come anche con ogni uomo di buona volontà per cui Cristo nostro Signore è crocifisso e risorto dai morti per la nostra salvezza.    


Messaggio ai lettori

Riunione mondiale di ZENIT
Carissimi lettori e carissime lettrici,

in questo fine settimana si ritroveranno a Roma, per la tradizionale riunione annuale, la maggior parte dei membri che formano l'equipe di ZENIT.

Per questa ragione, il 25 settembre non uscirà il Servizio giornaliero.

Chiediamo le vostre preghiere affiché questa riunione possa incoraggiarci nel nostro slancio missionario nell'ambito dell'informazione, al fine di rispondere in maniera sempre più efficace alle vostre esigenze.

 





ViviCentro (art. 19 e 21)

La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).
 
Ultima modifica di Redazione il Ven 25 Set, 2009 00:34, modificato 1 volta in totale 
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