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Lunedì, 26 Ottobre 2009: Accadde Oggi
Il mondo visto da Roma
SANTA SEDE
Il Papa: occorre avvicinare la Bibbia alla vita dei fedeli
Stabiliti temi e metodo del dialogo Santa Sede-tradizionalisti
Al via la plenaria del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali
Muore Camillo Cibin, “l'angelo custode” degli ultimi Papi
“Sources Chrétiennes” vince il Premio Paolo VI 2009
ANNO SACERDOTALE
Nell’affettività né censure né paure
NOTIZIE DAL MONDO
Colombia: la Chiesa respinge le nuove misure pro aborto
Francia: contro la crisi, un mese di stipendio dei sacerdoti
ITALIA
Open House: un progetto di pace tra israeliani e palestinesi
La CEI: la ricchezza economica non va confusa con la ricchezza di vita
Federvita e centri di aiuto alla Vita contro la Ru486
SEGNALAZIONI
Presentazione a Roma di un volume su John Henry Newman
INTERVISTE
Uomini di allevamento, prodotti di qualità
USA: la libertà d'espressione dei cattolici è in pericolo
DOCUMENTI
Discorso del Papa alla comunità accademica del Pontificio Istituto Biblico
DOCUMENTI SULLA WEB DI ZENIT
Proposizioni del Sinodo dei Vescovi per l'Africa
Santa Sede
Il Papa: occorre avvicinare la Bibbia alla vita dei fedeli
Nell'udienza alla comunità accademica del Pontificio Istituto Biblico
ROMA, lunedì, 26 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Occorre avvicinare la Bibbia alla vita dei fedeli, ricordando che “la Tradizione non chiude l'accesso alla Scrittura, ma piuttosto lo apre”. È l'invito espresso da Benedetto XVI ricevendo questo lunedì in udienza la comunità del Pontificio Isituto Biblico, che celebra il centenario della fondazione.
Parlando ai professori, collaboratori, studenti e ad alcuni eminenti ex alunni di questo Istituto affidato cento anni fa da San Pio X ai padri gesuiti, il Papa li ha incoraggiati a proseguire nel servizio di “avvicinare la Bibbia alla vita del Popolo di Dio, perché sappia affrontare in maniera adeguata le inedite sfide che i tempi moderni pongono alla nuova evangelizzazione”.
“Comune auspicio – ha continuato il Santo Padre – è che la Sacra Scrittura diventi in questo mondo secolarizzato non solo l’anima della teologia, bensì pure la fonte della spiritualità e del vigore della fede di tutti i credenti in Cristo”.
Il Papa ha poi auspicato che il Pontificio Istituto Biblico continui a crescere come “centro ecclesiale di studio di alta qualità nell’ambito della ricerca biblica, avvalendosi delle metodologie critiche moderne”.
Presso il Pontificio Istituto Biblico vengono infatti insegnati anche i metodi narrativo e retorico così come la lettura sia diacronica sia sincronica dei testi, come complemento al metodo storico-critico.
Benedetto XVI ha poi fatto riferimento alla Costituzione dogmatica “Dei Verbum”, attraverso la quale “si è avvertita molto più l’importanza della Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa”.
“Ciò ha favorito nelle comunità cristiane – ha aggiunto – un autentico rinnovamento spirituale e pastorale, che ha interessato soprattutto la predicazione, la catechesi, lo studio della teologia, e il dialogo ecumenico”.
A questo proposito il Papa ha quindi sottolineato il “significativo contributo” dato a questo rinnovamento dal Pontificio Istituto Biblico attraverso la ricerca scientifica biblica, l’insegnamento delle discipline bibliche e la pubblicazione di qualificati studi e riviste specializzate come “Biblica” e “Orientalia”. La Facoltà biblica offre inoltre un valido corso propedeutico di greco e di ebraico.
La Dei Verbum, ha proseguito, ha “sottolineato la legittimità e la necessità del metodo storico-critico” pur mantenendo fermo il carattere “teologico” dell’esegesi.
Infatti, ha spiegato, “il presupposto fondamentale sul quale riposa la comprensione teologica della Bibbia è l’unità della Scrittura” e a tale presupposto “corrisponde come cammino metodologico l’analogia della fede, cioè la comprensione dei singoli testi a partire dall’insieme”.
“Essendo la Scrittura una cosa sola a partire dall’unico popolo di Dio, che ne è stato il portatore attraverso la storia – ha detto –, conseguentemente leggere la Scrittura come un’unità significa leggerla a partire dalla Chiesa come dal suo luogo vitale e ritenere la fede della Chiesa come la vera chiave d’interpretazione”.
L'esegesi, ha precisato Benedetto XVI, “deve riconoscere che la fede della Chiesa è quella forma di ‘sim-patia’ senza la quale la Bibbia resta un libro sigillato: la Tradizione non chiude l’accesso alla Scrittura, ma piuttosto lo apre”.
“D’altro canto, spetta alla Chiesa, nei suoi organismi istituzionali, la parola decisiva nell’interpretazione della Scrittura – ha quindi concluso – . È alla Chiesa, infatti, che è affidato l’ufficio di interpretare autenticamente la parola di Dio scritta e trasmessa, esercitando la sua autorità nel nome di Gesù Cristo”.
Nel suo indirizzo di saluto al Papa, il Cardinale Zenon Grocholewski, Prefetto della Congregazione per l'Educazione Cattolica e Gran Cancelliere della Pontificia Università Gregoriana, ha sottolineato che “la Chiesa ha bisogno oggi di uomini di scienza che con fedeltà, fede e coraggio s'impegnino nello studio della Sacra Scrittura”.
Il porporato polacco ha infine auspicato che “il Sinodo sull'Africa, appena concluso, susciti in tutti la carità della preghiera e della solidarietà con le comunità ecclesiali che cercano di portare il Vangelo in quel continente travagliato e nello stesso tempo tanto promettente”.
Stabiliti temi e metodo del dialogo Santa Sede-tradizionalisti
Nella loro prima riunione celebrata questo lunedì in Vaticano
CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 26 ottobre 2009 (ZENIT.org).- La prima riunione celebrata questo lunedì tra rappresentanti della Santa Sede e della Fraternità San Pio X, fondata dal defunto Arcivescovo tradizionalista Marcel Lefebvre, è servita per presentare i temi e il metodo con cui avrà luogo il dialogo a partire da ora.
L'incontro si è svolto nel Palazzo del Sant'Uffizio, sede della Congregazione per la Dottrina della Fede e della Pontificia Commissione "Ecclesia Dei", incaricata del dialogo con i tradizionalisti.
Il meeting rappresenta il primo incontro della Commissione di studio, formata da esperti della stessa Commissione e della Fraternità Sacerdotale San Pio X per esaminare le difficoltà dottrinali che permangono tra la Fraternità e la Sede Apostolica.
In rappresentanza della Commissione vaticana partecipano il domenicano svizzero Charles Morerod, segretario della Commissione Teologica Internazionale, il gesuita tedesco Karl Josef Becker e il vicario generale dell'Opus Dei, il presule spagnolo Fernando Ocariz Brana.
Un comunicato emesso dalla Pontificia Commissione "Ecclesia Dei" rivela che l'incontro si è svolto in "un clima cordiale, rispettoso e costruttivo", in cui "si sono evidenziate le maggiori questioni di carattere dottrinale che saranno trattate e discusse nel corso dei colloqui che proseguiranno nei prossimi mesi probabilmente a scadenza bimensile".
In particolare, aggiunge la nota vaticana, "si esamineranno le questioni relative al concetto di Tradizione, al Messale di Paolo VI, all'interpretazione del Concilio Vaticano II in continuità con la Tradizione dottrinale cattolica, ai temi dell'unità della Chiesa e dei principi cattolici dell'ecumenismo, del rapporto tra il Cristianesimo e le religioni non cristiane e della libertà religiosa".
"Nel corso dell'incontro si è anche precisato il metodo e l'organizzazione del lavoro".
Il Vescovo Bernard Fellay, superiore della Fraternità, ha nominato rappresentanti il Vescovo Alfonso de Galarreta, direttore del Seminario Nostra Signora Coredentrice di La Reja (Argentina); padre Benoît de Jorna, direttore del Seminario Internazionale San Pio X di Ecône (Svizzera); padre Jean-Michel Gleize, docente di Ecclesiologia del Seminario di Ecône; padre Patrick de La Rocque, priore del Priorato di San Louis a Nantes (Francia).
Al via la plenaria del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali
Allo studio un nuovo documento pastorale che sostituisca l'"Aetatis Novae"
ROMA, lunedì, 26 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Si è aperta questo lunedì in Vaticano la plenaria del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, che si chiuderà il 29 ottobre.
Al centro dei lavori una nuova Istruzione apostolica nel campo delle comunicazioni sociali, che dovrebbe sostituire l’ “Aetatis Novae”, pubblicata nel 1992, come ha sottolineato questa mattina il Presidente di questo Pontificio Consiglio, l’arcivescovo Claudio Maria Celli, nel suo discorso inaugurale.
Mons. Celli, che per la prima volta si trova a presiedere la plenaria del suo Dicastero, ha riferito che una prima bozza del documento è stata sottoposta a “vari periti accademici dell’arte della comunicazione”, mentre dall’attuale plenaria dovrebbero emergere “prospettive pastorali per il futuro”.
Secondo quanto riferito dalla Radio Vaticana, il presule ha evidenziato il “grande successo” ottenuto dal sito web “pope2you”, attivato lo scorso maggio. Dopo 15 giorni, gli accessi sono stati contati in 5 milioni e a tutt’oggi, ha riferito, si è creato un gruppo di 30-40 mila giovani per i quali sono allo studio migliorie grafiche e di contenuto del sito.
Guardando al futuro, infine, mons. Celli ha detto che, dopo il Congresso sulle TV cattoliche del 2006 e dopo quelli sulle università e le radio cattoliche, degli anni successivi, “mi sembra giunto il momento di rivolgere uno sguardo attento alla stampa cattolica al mondo Internet”, facendo tesoro delle esperienze già accumulate da molte diocesi in entrambi i settori.
Ai microfoni dell'emittente pontificia, l'Arcivescovo Celli ha affermato che “l’Assemblea non ha un suo tema specifico, perché il tema di fondo sarà quello di studiare insieme, per cercare di capire in maniera sempre più approfondita la problematica creata dalle nuove tecnologie del mondo di oggi” e la cosiddetta “cultura digitale”.
“La grande sfida che la Chiesa deve affrontare oggi – ha continuato – non è quella di acquisire mezzi più potenti di trasmissione, ma quella di essere capace di dialogare con questa nuova cultura”.
“Il nostro sogno è che in questo villaggio globale, creato dalle nuove tecnologie – ha proseguito – , la Chiesa e i discepoli di Gesù possano avere la loro tenda, la Sua tenda, la tenda di Gesù, perché l’attenzione sarà rivolta agli uomini e alle donne, a tutti coloro che passano per le strade del mondo”.
Muore Camillo Cibin, “l'angelo custode” degli ultimi Papi
A lungo comandante della Gendarmeria dello Stato della Città del Vaticano
ROMA, lunedì, 26 ottobre 2009 (ZENIT.org).- E' morto questa domenica a Roma Camillo Cibin, 83 anni, a lungo comandante della Gendarmeria vaticana. Dagli anni Sessanta è sempre apparso al fianco dei Papi, al punto che veniva chiamato “l'angelo custode” dei Pontefici, avendone serviti fedelmente ben sei.
Le foto dell'attentato a Giovanni Paolo II del 13 maggio 1981 lo ritraggono mentre salta le transenne per afferrare Ali Agca, che aveva appena sparato al Papa. Appena il Pontefice si riprese, ricorda “L'Osservatore Romano”, Cibin presentò le sue dimissioni per l'evento, ma il Papa le respinse, esprimendo invece riconoscenza per il servizio che aveva svolto in quegli anni.
L'anno dopo, Cibin venne immortalato mentre fermava un sacerdote spagnolo che cercò di accoltellare Papa Wojtyla a Fatima.
Magro e sempre in abito blu, è rimasto in servizio per 57 anni. Sposato e padre di tre figli, era in pensione dal 2006, quando è stato sostituito da Domenico Giani.
Nato a Salgareda (Treviso) il 5 giugno 1926, Camillo Cibin era entrato in servizio effettivo nella Gendarmeria Pontificia il 1° maggio 1947, raggiungendo il grado di tenente.
Quando il Corpo venne sciolto, nel 1971, fu nominato vicesovrastante responsabile del nuovo Ufficio Centrale di Vigilanza dello Stato della Città del Vaticano. Il 1° agosto successivo fu promosso sovrastante, e nel luglio 1975 dirigente dell'Ufficio. Nel 1982 fu nominato capo ufficio, anni dopo Ispettore Generale.
Era stato insignito delle più alte onorificenze pontificie: la Pro Ecclesia et Pontifice, il cavalierato di San Gregorio Magno, la commenda di San Silvestro, la commenda con placca di San Gregorio e il cavalierato di Gran Croce di San Gregorio Magno.
Il funerale di Camillo Cibin verrà celebrato questo martedì pomeriggio alle 17.00 all'altare della Cattedra nella Basilica di San Pietro dal Cardinale Giovanni Lajolo.
“Sources Chrétiennes” vince il Premio Paolo VI 2009
Verrà conferito personalmente dal Papa l'8 novembre prossimo
ROMA, lunedì, 26 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Il Comitato scientifico e quello esecutivo dell’Istituto Paolo VI hanno deliberato all’unanimità di assegnare per il 2009 il “Premio internazionale Paolo VI” alla collana francese “Sources Chétiennes”.
Il Premio, giunto alla sua sesta edizione, verrà conferito personalmente da Benedetto XVI in occasione dell’inaugurazione della nuova sede dell’Istituto Paolo VI a Concesio, nel pomeriggio di domenica 8 novembre 2009.
Con questo riconoscimento si intende valorizzare l’impegno profuso dalla storica collana nella riscoperta delle fonti cristiane antiche e medievali.
La collana, recita la motivazione, costituisce “un importante significato culturale ed educativo, oltre che teologico ed ecclesiale”, perché favorisce la “ricerca storica documentando momenti essenziali dello sviluppo del pensiero e contribuisce a illuminare l’incontro fecondo realizzato tra il messaggio cristiano e la cultura antica”.
“È andando all’età apostolica e patristica, infatti – si legge in una nota dell’Istituto Paolo VI –, che si apprende il senso universale e unitario della civiltà cristiana, come pure degli sforzi organizzativi, formativi e pastorali compiuti dalla Chiesa”.
La collana di scritti patristici – che conta oggi più di di 530 volumi – ha contribuito a rinnovare l’apprezzamento e la comprensione della tradizione nella quale sono radicati il pensiero cristiano e la vita ecclesiale: una tradizione che deve essere ascoltata in tutta la sua ampiezza e nella varietà delle forme nelle quali ha trovato espressione.
La collana Sources Chrétiennes venne fondata a Lione, in Francia, nel 1942 da quattro padri gesuiti, due dei quali Henri de Lubac e Jean Daniélou, divennero in seguito Cardinali, mentre infuriava la Seconda Guerra Mondiale.
Essa raccoglie i testi dei Padri della Chiesa e degli scrittori cristiani dal I secolo fino al XV secolo.
La collana ha il pregio di riportare il testo critico nella lingua classica usata dall'autore antico (latino, greco, armeno, copto, siriaco ecc), nella traduzione in lingua moderna, un'introduzione storica, filologica e teologica e delle note esplicative al testo stesso.
Anno Sacerdotale
Nell’affettività né censure né paure
Solo considerando la persona alla luce di Dio si comprende il dono della castità
ROMA, lunedì, 26 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Riportiamo di seguito alcuni articoli apparsi sul numero di Paulus, dedicato a “Paolo il lavoratore”.
* * *
Troppo spesso i media si occupano, in modo non sempre corretto e opportuno, dell’affettività del sacerdote, dipingendola perlopiù come necessariamente frustrata (o deviata), senza mai però il coraggio di un’indagine scientificamente seria e antropologicamente fondata. In realtà, la sfera affettiva è la più delicata e complessa per ogni essere umano e, probabilmente, anche quella nella quale il peccato delle origini, con la sua concupiscenza di agostiniana memoria, ha reso più complesso utilizzare un linguaggio, come quello affettivo, di per sé splendido ed eloquente. L’esperienza umana risulta essere particolarmente generosa nell’evidenza che non v’è corrispondenza tra la radicale domanda umana di pienezza e totalità, e l’esperienza possibile di essa. Anche nel caso di assenza di particolari problematiche in ordine alla relazione psico-affettiva, l’io si ritrova costantemente di fronte all’esperienza del proprio limite e della non commensurabilità tra la propria domanda di felicità e la realizzabile risposta. Tale sproporzione può essere risolta in differenti modi: può diventare frustrazione generativa di disagio, può essere censurata e divenire comunque origine di disorientamento, o può essere accolta come una dimensione irrinunciabile dell’uomo, perché legata alla sua struttura naturale. In quest’ultimo caso la sproporzione è occasione di domanda su di sé, sull’altro e sulla realtà.
Integrità della persona
Il realismo a cui la frequentazione di Cristo e della Chiesa ci ha abituati impone di riconoscere come il cammino verso l’integrità – maturità, compiutezza, equilibrio – dell’uomo sia un percorso fatto di tappe, non necessariamente in ordine crescente e, comunque, dipendente da fondamentali facoltà quali l’intelligenza, la volontà e la libertà; e nondimeno anche dalle differenti circostanze socioculturali in cui la persona si trova a vivere. L’integrità è dunque sempre una conquista e un cammino da rinnovare ogni giorno, facendo leva sul meglio di se stessi e guardando a chi in questo cammino ha compiuto passi che possono essere ripercorsi con profitto. Tale consapevolezza non ci lascia sgomenti di fronte alla frequente esperienza dell’«uomo in frantumi», secondo un’espressione di Lewis, esperienza che non di rado si presenta in tutta la sua drammaticità e che non trova facilmente spazi di ascolto, confronto, comprensione in un ambito socioculturale fondato prevalentemente su un’idea astratta di uomo, ma che censura l’uomo reale, imperfetto e limitato. Tra gli uomini, nella fatica dell’equilibrio affettivo, c’è anche il sacerdote che – fedele alle promesse battesimali e sacerdotali – è impegnato nell’imitazione di Colui nel cui nome è stato battezzato e in persona del quale agisce. La virtù della castità è intimamente legata a quella della temperanza, che mira a far condurre dalla ragione le passioni e gli appetiti della sensibilità umana (cfr. CCC n. 2341). Il sacerdote avrà cura di trovare tutti i mezzi necessari per giungere alla pratica della virtù della castità, in particolare: la conoscenza di sé, l’obbedienza ai comandamenti divini, l’esercizio delle virtù morali e la fedeltà alla preghiera come luogo primario di custodia del proprio io. Nel proprio rapporto con Dio, il sacerdote rimane stabilmente ancorato alla certezza che la castità rimane un dono di grazia (cfr. CCC n. 2345), frutto dello Spirito Santo: è lo Spirito Santo che dona di imitare la purezza di Cristo, Signore e Maestro. Esiste dunque uno spazio tra la volontà del singolo e la realizzazione di essa: è lo spazio dell’azione divina che ciascuno di noi è chiamato a riconoscere con semplicità di cuore.
Integralità del dono
C’è un’evidenza primaria con cui ogni uomo è chiamato a misurarsi: l’esistenza del proprio io. Contemporaneamente ciascuno sperimenta come tale esistenza non sia dipesa dalla propria personale volontà, ma abbia origine al di fuori di sé. Qualunque tipo di risposta si possa dare a questa duplice evidenza, resta inoppugnabile il fatto che l’uomo si scopra come dono che ha in altro (o Altro) la propria origine. La memoria di essere la “conseguenza” di un atto gratuito, sostiene considerevolmente la libertà umana nel tentativo vero, anche se talora impacciato, di evitare di impossessarsi di sé e dell’altro. Siamo consapevoli che l’oggettività di tale gratuità è esistenzialmente sperimentabile solo a determinate condizioni di rapporti parentali educativi psico-affettivi, nei quali la persona abbia l’esplicita testimonianza (che diviene certezza) di essere voluta, amata e sostenuta. Tuttavia le condizioni perché una verità diventi ragionevolmente sperimentabile per il soggetto, dipendono appunto dall’esperienza e non dalla verità stessa. In altre parole, la fatica nello sperimentare all’origine della propria esistenza una gratuità donata, non postula necessariamente l’inesistenza di tale gratuità, ma ne indica solo la laboriosità del riconoscimento. L’uomo, capace di guardare se stesso e gli altri in questa maniera, si scopre carico di stupore per la grandezza di ciò che egli è e di ciò che gli altri sono. Tale stupore lo colloca in un atteggiamento di profondo rispetto della propria persona e degli altri, che esige uno spazio di contemplazione.
Ragionevolezza della castità
Allora risulta evidente come la castità non sia un’esperienza avulsa dalla comune esperienza dell’uomo, ma sia il nome autentico di quello spazio di libertà e rispetto indispensabile tra gli individui. Non è “anormale” non creare corrispondenza univoca tra le proprie pulsioni e il proprio comportamento, dunque non è “anormale” vivere la castità. Non misconosciamo talune correnti di pensiero che sostengono l’inevitabile frustrazione nascente dall’impossibilità di soddisfare tutte le pulsioni umane, né misconosciamo la parzialità della loro idea di uomo: non è secondo ragione ridurre la persona a un fascio di pulsioni, per di più di ordine psicosessuale. Ci pare di poter affermare che l’io sia molto di più delle sue pulsioni e che l’eventuale non corrispondenza tra i propri desiderata e ciò che è dato di vivere non possa essere ridotta alla sfera psicosessuale, ma sia un elemento inevitabile e dunque costitutivo dell’esperienza umana. Il cristianesimo chiama questa non corrispondenza piena “limite” o “peccato”, evidenziando la strutturale fragilità della condizione umana e contemporaneamente tracciando percorsi di reale e appagante riscatto che chiama misericordia. Per chi ha incontrato Cristo e ha scoperto la propria esistenza amata e salvata da un Dio che si è fatto uomo, la castità non è un frustrante obbligo morale, ma piuttosto la gioiosa risposta a una vocazione di vita piena, realmente umana, in cui i rapporti tra le persone sono riverbero, pallido ma autentico, dell’unico rapporto con il Mistero.
Salvatore Vitello
BOX - Come struzzi o come aquile?
Chi non prega somiglia ad uno di quegli uccelli pesanti che non riescono a librarsi per aria: se riescono a spiccare il volo, eccoli ricadere subito verso il basso e finire, raspando, con la testa sotto terra; eppure sembra che ciò faccia loro piacere. Chi prega, invece, assomiglia a un’aquila intrepida, che si libra in aria e sembra volersi avvicinare al sole.
San Giovanni Maria Vianney
BOX - Preti, ma con stile!
Il bel volume Stile sacerdotale, curato dal rogazionista Leonardo Sapienza (LEV 2009, pp. 201, € 11) presenta «il modello del Curato d’Ars, san Giovanni Maria Vianney, che può suggerire ai sacerdoti di oggi un dolce e austero stile nuovo, un autentico stile sacerdotale». Per aiutare a vivere questo speciale Anno, il presente volume offre uno scritto del magistero di Giovanni XXIII il quale, per ricordare il centenario della morte del Curato d’Ars e il 55° anniversario della sua ordinazione presbiterale, stende l’enciclica Sacerdotii nostri primordia, per mettere in rilievo alcuni aspetti della vita sacerdotale e per presentarne un modello ben riuscito: il Curato d’Ars. Seguono gli scritti di Paolo VI, di Giovanni Paolo II e alcuni brani di san Giovanni Maria. Uno stile di vita – quello del prete – esigente e scomodo, mai alla moda eppure sempre attuale. Perché non richiede di “apparire”, ma di “essere”: la segreta identità dell’individuo si rivela nei comportamenti e nel linguaggio. Certo non si può esaurire il giudizio di una persona sulla base di questi elementi, perché l’ipocrisia riesce a oscurare e ingannare come una cortina fumogena. Tuttavia è inevitabile: azioni e parole mostrano quel che si è. Se questo è valido per chiunque, a maggior ragione vale per un sacerdote, che ha scelto come stile di vita quello di essere “modello” del gregge a lui affidato. Tra i tanti pensieri del Curato d’Ars segnaliamo il seguente: «Se un prete dovesse morire a forza di lavorare e di faticare per la gloria di Dio e la Salvezza delle anime, non sarebbe poi un male» (p. 95). Poco oltre, nella medesima pagina, dice: «Sant’Alfonso de’ Liguori ha fatto voto di restare sempre occupato. Noi [parroci] non abbiamo bisogno di fare questo voto». Speriamo proprio che la meditazione attenta e amorosa delle pagine di questo volume possa risvegliare nei sacerdoti la fierezza della propria vocazione, e nei laici la simpatia e il rispetto verso questi fratelli che, pur fra tante debolezze, si sforzano di essere nel mondo i testimoni autentici e gli “specialisti” di Dio. Il santo Curato d’Ars lo fu fino all’ultimo istante della sua esistenza.
Vito Salanitri
Notizie dal mondo
Colombia: la Chiesa respinge le nuove misure pro aborto
Una sentenza giudiziaria ne promuove l'accettazione nelle scuole
BOGOTA', lunedì, 26 ottobre 2009 (ZENIT.org).- La Corte Costituzionale colombiana ha dato il via libera a una sentenza che permette l'adozione di nuove misure che promuovono la pratica dell'aborto, la cui depenalizzazione è stata approvata nel 2006 per i casi di stupro, malformazione genetica e incesto.
Nella sentenza, i magistrati hanno dato un limite di tre mesi ai Ministeri dell'Istruzione e della Protezione Sociale perché includano nei programmi educativi la promozione dei diritti sessuali e riproduttivi, tra cui l'aborto, che devono essere presentati in “termini semplici e chiari”.
Rendendo nota la notizia, il segretario della Conferenza Episcopale Colombiana, monsignor Juan Vicente Córdoba Villota, ha respinto la nuova sentenza: “Noi educatori cattolici non insegneremo questo. Insegneremo il rispetto della vita”, ha detto in alcune dichiarazioni alla stampa.
“Un popolo cattolico e cristiano, un popolo che non accetta l'aborto, non può permettere che cinque persone, sei persone decidano per 43 milioni di colombiani. Questa non è democrazia”, ha denunciato.
Secondo quanto ha reso noto il quotidiano “El Tiempo” di Bogotà, per assicurare che l'ordine venga rispettato la Corte chiederà alla Procura e alla Defensoría del Popolo di verificare l'applicazione della campagna e di studiarne l'impatto.
Aborto sempre più facile
La sentenza indica anche che la Sovrintendenza per la Salute dovrà assicurare che tutte le entità che prestano servizi sanitari “rispettino il diritto delle donne di abortire”. Per questo, hanno abolito il permesso giudiziario che finora era necessario per effettuare l'aborto in qualunque struttura.
La sentenza è giunta dopo che vari giudici colombiani avevano rifiutato di concedere questo permesso, avvalendosi del diritto all'obiezione di coscienza.
“Per quanto possano essere profonde e rispettabili le convinzioni religiose delle autorità giudiziarie nell'ambito personale, non possono esimersi dal portare avanti un caso sottoposto alla loro considerazione e decidere adducendo motivi di coscienza o basandosi sulle proprie convinzioni morali, disconoscendo il dovere di decidere in conformità con la normativa vigente”, stabilisce la sentenza.
La Corte ha anche ordinato al Tribunale Nazionale di Etica Medica di dare istruzioni a tutte le sue sezioni affinché si aprano indagini sui casi in cui i medici rifiutano di effettuare queste procedure.
Francia: contro la crisi, un mese di stipendio dei sacerdoti
La proposta del Consiglio dei presbiteri sulla scia di una iniziativa spagnola
LIONE, lunedì, 26 ottobre 2009 (ZENIT.org).- In questo periodo di crisi economica, i sacerdoti della Diocesi francese di Lione sono stati invitati dal Consiglio dei presbiteri, istanza rappresentativa di tutti i sacerdoti della Diocesi, a consegnare un mese di stipendio (circa 900 euro) a un'associazione caritativa a sostegno delle vittime della crisi.
Al margine di questa proposta, “in modo individuale e discreto, molti sacerdoti contribuiscono al finanziamento di organismi caritativi”, sottolinea la Diocesi di Lione nella sua pagina web, ma allo stesso tempo si vuole esprimere vicinanza “con un impegno economico specifico”.
“Vogliamo che questo impegno si traduca non solo in un'autentica preoccupazione pastorale per i più poveri, ma anche nel dare una parte dei nostri beni a chi non ha il necessario per vivere”.
I sacerdoti della Diocesi di Lione “che vogliono e possono” sono quindi “invitati a dare un mese di stipendio a un'associazione caritativa a sostegno delle vittime della crisi. La somma proposta è di 900 euro, ma ciascuno dà ciò che vuole e può”, si legge nel comunicato.
I sacerdoti si mostrano “consapevoli del fatto che questo gesto non è sufficiente”, ma vogliono “inviare un segno ai nostri contemporanei, perché l'immagine della Chiesa è spesso legata alla predica e più raramente alla solidarietà concreta”.
La proposta è stata sottoposta a votazione dai membri del Consiglio dei presbiteri, riuniti con i Vescovi il 18 giugno scorso.
Dal 20 al 22 settembre, 130 sacerdoti della Diocesi di Lione hanno celebrato una riunione per riflettere insieme sul tema della crisi finanziaria, economica e sociale e sulla missione della Chiesa.
E' stato un giovane sacerdote della Diocesi ad avanzare la proposta, che riprende un'azione di solidarietà economica dei sacerdoti spagnoli.
In Spagna, vari Vescovi hanno infatti proposto nell'aprile scorso, nel contesto della Settimana Santa, che i sacerdoti consegnassero il 10% del loro stipendio alla Caritas come gesto di solidarietà e di aiuto a persone che si trovano in una situazione di indigenza per la grave crisi economica.
L'iniziativa è stata accolta con interesse da molti sacerdoti, che si sono mostrati disposti a sostenerla e hanno affermato che questo tipo di gesti contribuisce ad “avvicinare il messaggio del Vangelo ai meno favoriti e ad attirare chi è lontano”.
Italia
Open House: un progetto di pace tra israeliani e palestinesi
Dalia Landau parla a Brescia di questa esperienza di educazione alla coesistenza
di suor Francesca Bernacchia*
BRESCIA, lunedì, 26 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Nei giorni 15-16 ottobre, il Centro di Spiritualità “Mater Divinae Gratiae” di Brescia ha accolto Dalia Landau per una serata aperta a tutti e una mattinata rivolta agli studenti della scuola superiore.
Dalia Landau è una donna ebrea, di famiglia bulgara tornata nella “terra” di Israele. Al rientro la famiglia ricevette una casa a Ramle, una cittadina a pochi chilometri da Tel Aviv, non lontano da Gerusalemme, precedentemente appartenuta a dei palestinesi.
Fu nel ’67 (a ridosso della guerra dei sei giorni) che la sua vita cambiò radicalmente: tre uomini arabi, tra i 20 e i 30 anni, vestiti con giacca e cravatta nel pieno dell’estate mediorientale, bussarono alla sua porta. Dalia, giovane di 19 anni, si trovava sola in casa, i genitori al lavoro. I tre chiesero, con timore, se potevano vedere la “loro” casa. La ragazza ebbe come un’intuizione: ecco coloro che stavo aspettando da tempo, sono qui davanti a me.
Dovette in poco tempo prendere una decisione: aprire a tre uomini sconosciuti e “nemici” per farli entrare in casa, da sola, sarebbe stata considerata follia da chiunque. Avrebbe potuto chiedere loro di tornare nel pomeriggio, quando anche i suoi genitori sarebbero stati presenti… ma sapeva che così non li avrebbe mai più rivisti. “Prego, entrate!”, disse dopo alcuni secondi. I tre entrarono con grande silenzio, come in un tempio.
Guardavano le stanze, e uno, il più giovane, disse: “Ecco, questa era la mia camera”. C’era grande commozione. Dalia offrì loro il succo di limone dei frutti di un albero fuori dalla casa: il giovane guardò la pianta e disse: “L’ha piantato mio padre, quel limone…”.
Inizia così un lungo cammino di avvicinamento tra Dalia, la sua famiglia e i precedenti proprietari della casa araba di Ramle, coloro che l’avevano costruita. Dalia cercò lentamente di aprire il dialogo. Il desiderio di restituire con denaro la proprietà si trasformò lentamente in una nuova realtà: rendere la casa una “casa aperta”, “Open House” appunto, dove i bambini arabo-israeliani potessero frequentare la scuola dell’infanzia.
Nel ’91 è partita così un’esperienza profetica di grande portata: una casa che ora ospita il Centro per lo sviluppo dei bambini arabi (un nido per bambini di 2-3 anni, un programma di “tutoraggio” per bambini delle elementari) e un Centro per la co-esistenza arabo-ebraica che intende promuovere la coscientizzazione della reciproca diversità e dignità.
Ebrei, cristiani e musulmani collaborano in questo microcosmo di culture e storie, ricche e portatrici, ognuna, di un modo diverso di leggere la vita e di relazionarsi al mondo, a Dio. Ognuna capace di dare un apporto in più, senza il quale gli altri sarebbero più poveri.
Questo è ciò che anche come Comunità di religiose abbiamo sperimentato ospitando tra noi Dalia: noi cattoliche, consacrate, dedite alla formazione dei giovani e degli adulti, abbiamo avuto la grazia di incontrare una donna di grande carica spirituale, convinta che la pace e l’armonia promesse da Dio partano anzitutto dal cuore di ogni uomo, più che dai trattati di pace e dai movimenti sociali; convinta altresì che il nostro Dio non intervenga senza il nostro aiuto fattivo. “La nostra dimensione spirituale è attiva”, ci diceva.
“Mi attendo un miracolo dopo questo nostro incontrarci”. Un miracolo? “Sì, perché se è vero che il regno di Dio si costruisce come un seme nella terra, da questa piccola esperienza di unione e comunione non potrà che nascere qualche cosa di buono che ci stupirà”.
“Open House”, casa aperta per la co-esistenza: poiché solo quando i popoli, ma soprattutto gli individui riconoscono all’altro il fatto che “esiste”, e ricevono a loro volta tale riconoscimento di esistenza, la pace viene ad abitare sulla terra. Questo l’augurio che ci siamo lasciati al termine dello Shabbat accolto insieme.
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*Suor Francesca Bernacchia fa parte dell'Istituto Suore di Santa Dorotea di Cemmo - Brescia
La CEI: la ricchezza economica non va confusa con la ricchezza di vita
Messaggio per 32ma Giornata Nazionale per la Vita
ROMA, lunedì, 26 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Alla sequela di Cristo e testimoniando la libertà del Vangelo, “tutti siamo chiamati a uno stile di vita sobrio, che non confonde la ricchezza economica con la ricchezza di vita”.
E' quanto si legge nel Messaggio per la 32ma Giornata Nazionale per la Vita, che si celebrerà il 7 febbraio 2010. Il testo, firmato dal Consiglio Permanente della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), ricorda che il benessere economico “non è un fine ma un mezzo, il cui valore è determinato dall’uso che se ne fa”. E' quindi “a servizio della vita, ma non è la vita”.
Quando pretende di “sostituirsi alla vita e di diventarne la motivazione”, anzi, “si snatura e si perverte”.
“L’uso distorto dei beni e un dissennato consumismo”, ricorda il Consiglio Permanente della CEI, possono infatti “sfociare in una vita povera di senso e di ideali elevati, ignorando i bisogni di milioni di uomini e di donne e danneggiando irreparabilmente la terra, di cui siamo custodi e non padroni”.
La povertà come minaccia
Il Messaggio, intitolato “La forza della vita una sfida nella povertà”, sottolinea ad ogni modo che “una certa sicurezza economica costituisce un’opportunità per realizzare pienamente molte potenzialità di ordine culturale, lavorativo e artistico”.
Il benessere economico, infatti, “può servire la vita, rendendola più bella e apprezzabile e perciò più umana”, e “arginando la precarietà che è spesso fonte di ansia e paura può concorrere a rendere ogni esistenza più serena e distesa”, consentendo “di provvedere a sé e ai propri cari una casa, il necessario sostentamento, cure mediche, istruzione”.
Per questo motivo, la CEI afferma di avvertire “tutta la drammaticità della crisi finanziaria che ha investito molte aree del pianeta”, sottolineando che “la povertà e la mancanza del lavoro che ne derivano possono avere effetti disumanizzanti”.
“La povertà, infatti, può abbrutire e l’assenza di un lavoro sicuro può far perdere fiducia in se stessi e nella propria dignità”, osserva il Messaggio.
“Proprio perché conosciamo Cristo, la Vita vera, sappiamo riconoscere il valore della vita umana e quale minaccia sia insita in una crescente povertà di mezzi e risorse – proseguono i firmatari del testo –. Proprio perché ci sentiamo a servizio della vita donata da Cristo, abbiamo il dovere di denunciare quei meccanismi economici che, producendo povertà e creando forti disuguaglianze sociali, feriscono e offendono la vita, colpendo soprattutto i più deboli e indifesi”.
Solidarietà per dissuadere dall'aborto
La crisi economica che il mondo sta attraversando può tuttavia costituire “un’occasione di crescita”, osservano i Vescovi, perché “spinge a riscoprire la bellezza della condivisione e della capacità di prenderci cura gli uni degli altri” e “fa capire che non è la ricchezza economica a costituire la dignità della vita, perché la vita stessa è la prima radicale ricchezza, e perciò va strenuamente difesa in ogni suo stadio”.
A questo proposito, il Messaggio denuncia “ancora una volta, senza cedimenti sul piano del giudizio etico, il delitto dell’aborto”, constatando che “sarebbe assai povera ed egoista una società che, sedotta dal benessere, dimenticasse che la vita è il bene più grande”.
“Proprio il momento che attraversiamo ci spinge a essere ancora più solidali con quelle madri che, spaventate dallo spettro della recessione economica, possono essere tentate di rinunciare o interrompere la gravidanza, e ci impegna a manifestare concretamente loro aiuto e vicinanza”, ricordano i presuli.
“Ci fa ricordare che, nella ricchezza o nella povertà, nessuno è padrone della propria vita e tutti siamo chiamati a custodirla e rispettarla come un tesoro prezioso dal momento del concepimento fino al suo spegnersi naturale”, conclude il testo.
Federvita e centri di aiuto alla Vita contro la Ru486
di Antonella Diegoli*
ROMA, lunedì, 26 ottobre 2009 (ZENIT.org).- A seguito del via libera all’uso della pillola Ru486, da parte dell'Agenzia dell'AIFA, la Federazione dei Movimenti per la vita, Centri di aiuto alla vita e Servizi di accoglienza alla Vita dell'Emilia Romagna non possono non pensare ai bimbi concepiti che quotidianamente tentano di salvare, assieme alle loro madri.
Sul diritto di aborto, lo Stato consacra oggi la licenza di uccidere, anche mediante pesticida umano il concepito. Da oggi metteremo anche a serio rischio e pericolo di morte la salute della donna, presente (effetti immediati, di cui esistono studi certamente non esaustivi) e futura (effetti a lungo termine, di cui non esistono studi).
Salute fisica e mentale: i 30 casi documentati di morte per l’uso della Ru486 sono esplicativi delle complicanze a cui può essere soggetta una donna che ricorra all’aborto chimico, mentre secondo uno studio del 1998, pubblicato sul “British Journal of Obstetrics and Gynecology”, il 56% delle donne sottoposte ad aborto chimico ha dichiarato di aver riconosciuto l’embrione, e il 18% ne ha denunciato, come conseguenze, incubi, flash-back e pensieri ricorrenti.
Uno dei teoremi più diffusi e radicati nel mondo medico e nella cultura popolare è quello di pensare che l’aborto volontario sia meno traumatico se effettuato nelle fasi iniziali della gravidanza, consegnando, così la pratica abortiva (e tra queste la Ru486) al criterio della “proporzionalità traumatica”: più piccolo è l’embrione più sicuro e più accettabile è l’aborto, con minori conseguenze per la donna, ma le esperienze del post-aborto sconfessano il teorema.
Ma soprattutto, richiamarsi alla legge 19478 per legalizzare il commercio della pillola Ru486 ancora una volta nasconde il tentativo da parte dello Stato di derubricare l'impegno di tutela sociale della maternità.
Non si può perseguire nel garantismo di un inesistente diritto di aborto, ma piuttosto bisogna pensare e operare per prevenire l'aborto anche post-concezionale, favorendo cioè la nascita dei figli già concepiti con l'invito alle madri ad un’adeguata riflessione sul valore della vita umana e offrendo alternative al dramma (per il concepito e per la donna) dell’interruzione della gravidanza.
La Ru486 riconduce la pratica abortiva volontaria, sotto l’apparente finalità della precocità e della sicurezza (Il 13% richiede un’evacuazione chirurgica, si veda Ojidu JI et all., m J. Obstet. Gynacol. 2001) nel tunnel dell’aborto fai-da-te (Faucher P. et all., Gynecol. Onstet Fertil. 2005), invertendo e contraddicendo le motivazioni storiche e psico-sociali che hanno persino motivato fortemente la legge 194: un aborto privato, per quanto precoce e sicuro sia, aggiunge solitudine a solitudine.Inoltre, mentre nell’aborto chirurgico l’interruzione di gravidanza viene delegata tecnicamente a una terza persona, nell’aborto chimico da Ru486 è la stessa madre che si auto-somministra il veleno che ucciderà il proprio figlio.
Gli effetti fisici sono gli stessi di un aborto chirurgico eseguito in anestesia: contrazioni, espulsione, emorragia, ma con la Ru486, la donna vive tutto questo in diretta, senza neanche l’assistenza medica. E’ il massimo della responsabilizzazione psicologica o il sicuro aumento di suicidi post-aborto delle donne stesse?
Queste profonde contraddizioni di tipo scientifico, etico e umano non si possono tacere nel momento in cui si va a legalizzare un uso estensivo dell’aborto farmacologico, in una società, quella italiana, già pesantemente colpita da un malessere diffuso che ci fa assistere, sempre più frequentemente, a malattie del corpo e della psiche nelle donne che hanno vissuto l’aborto.
Si obbligherà per legge a dichiarare, sul consenso informato per la donna, che l’aborto farmacologico ha una mortalità dieci volte maggiore, rispetto all’aborto chirurgico? Si avrà il coraggio di dire cosa ci si deve aspettare dopo l'assunzione della pillola per tutti i soggetti coinvolti a cominciare dal concepito ucciso?
La nostra Regione, il cui Assessore è anche membro dell'Aifa, avrà il coraggio della verità in materia di consenso informato? E tutti coloro che firmeranno quei certificati avranno coscienza della disinformazione che ricadrà soprattutto sulle donne non italiane, per le quali è di difficile comprensione anche la lettura di un semplice volantino?
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*Antonella Diegoli è presidente regionale di Federvita, la federazione cui fanno capo i Movimenti per la vita e i Centri di Aiuto alla Vita dell’Emilia Romagna
Segnalazioni
Presentazione a Roma di un volume su John Henry Newman
“Una ragionevole fede”, il 29 ottobre presso l’Università Cattolica
ROMA, lunedì, 26 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Giovedì 29 ottobre, alle ore 17.30, presso l’Università Cattolica di Roma (Istituti Biologici, Aula Moscati, Largo F. Vito 1), il Vescovo di Albano Marcello Semeraro, l’editorialista del “Corriere della Sera” Armando Torno e il senatore Marcello Pera presenteranno il volume “Una ragionevole fede. Logos e dialogo in John Henry Newman”.
L’opera, edita da Vita & Pensiero, è a cura di Evandro Botto, direttore del Centro di Ateneo per la Dottrina della Chiesa, e di Hermann Geissler, direttore dell’International Centre of Newman Friends. Presiede l’incontro il Rettore dell’Università Cattolica Lorenzo Ornaghi.
Gli autorevoli conoscitori del Cardinale John Henry Newman (Londra, 1801 - Edgbaston, 1890), affiancati da studiosi più giovani, hanno ricomposto, in un quadro completo e insieme accessibile, la fisionomia umana e speculativa del filosofo e teologo inglese, vivacemente apprezzato anche da Benedetto XVI.
Il Papa: occorre avvicinare la Bibbia alla vita dei fedeli
Stabiliti temi e metodo del dialogo Santa Sede-tradizionalisti
Al via la plenaria del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali
Muore Camillo Cibin, “l'angelo custode” degli ultimi Papi
“Sources Chrétiennes” vince il Premio Paolo VI 2009
ANNO SACERDOTALE
Nell’affettività né censure né paure
NOTIZIE DAL MONDO
Colombia: la Chiesa respinge le nuove misure pro aborto
Francia: contro la crisi, un mese di stipendio dei sacerdoti
ITALIA
Open House: un progetto di pace tra israeliani e palestinesi
La CEI: la ricchezza economica non va confusa con la ricchezza di vita
Federvita e centri di aiuto alla Vita contro la Ru486
SEGNALAZIONI
Presentazione a Roma di un volume su John Henry Newman
INTERVISTE
Uomini di allevamento, prodotti di qualità
USA: la libertà d'espressione dei cattolici è in pericolo
DOCUMENTI
Discorso del Papa alla comunità accademica del Pontificio Istituto Biblico
DOCUMENTI SULLA WEB DI ZENIT
Proposizioni del Sinodo dei Vescovi per l'Africa
Santa Sede
Il Papa: occorre avvicinare la Bibbia alla vita dei fedeli
Nell'udienza alla comunità accademica del Pontificio Istituto Biblico
ROMA, lunedì, 26 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Occorre avvicinare la Bibbia alla vita dei fedeli, ricordando che “la Tradizione non chiude l'accesso alla Scrittura, ma piuttosto lo apre”. È l'invito espresso da Benedetto XVI ricevendo questo lunedì in udienza la comunità del Pontificio Isituto Biblico, che celebra il centenario della fondazione.
Parlando ai professori, collaboratori, studenti e ad alcuni eminenti ex alunni di questo Istituto affidato cento anni fa da San Pio X ai padri gesuiti, il Papa li ha incoraggiati a proseguire nel servizio di “avvicinare la Bibbia alla vita del Popolo di Dio, perché sappia affrontare in maniera adeguata le inedite sfide che i tempi moderni pongono alla nuova evangelizzazione”.
“Comune auspicio – ha continuato il Santo Padre – è che la Sacra Scrittura diventi in questo mondo secolarizzato non solo l’anima della teologia, bensì pure la fonte della spiritualità e del vigore della fede di tutti i credenti in Cristo”.
Il Papa ha poi auspicato che il Pontificio Istituto Biblico continui a crescere come “centro ecclesiale di studio di alta qualità nell’ambito della ricerca biblica, avvalendosi delle metodologie critiche moderne”.
Presso il Pontificio Istituto Biblico vengono infatti insegnati anche i metodi narrativo e retorico così come la lettura sia diacronica sia sincronica dei testi, come complemento al metodo storico-critico.
Benedetto XVI ha poi fatto riferimento alla Costituzione dogmatica “Dei Verbum”, attraverso la quale “si è avvertita molto più l’importanza della Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa”.
“Ciò ha favorito nelle comunità cristiane – ha aggiunto – un autentico rinnovamento spirituale e pastorale, che ha interessato soprattutto la predicazione, la catechesi, lo studio della teologia, e il dialogo ecumenico”.
A questo proposito il Papa ha quindi sottolineato il “significativo contributo” dato a questo rinnovamento dal Pontificio Istituto Biblico attraverso la ricerca scientifica biblica, l’insegnamento delle discipline bibliche e la pubblicazione di qualificati studi e riviste specializzate come “Biblica” e “Orientalia”. La Facoltà biblica offre inoltre un valido corso propedeutico di greco e di ebraico.
La Dei Verbum, ha proseguito, ha “sottolineato la legittimità e la necessità del metodo storico-critico” pur mantenendo fermo il carattere “teologico” dell’esegesi.
Infatti, ha spiegato, “il presupposto fondamentale sul quale riposa la comprensione teologica della Bibbia è l’unità della Scrittura” e a tale presupposto “corrisponde come cammino metodologico l’analogia della fede, cioè la comprensione dei singoli testi a partire dall’insieme”.
“Essendo la Scrittura una cosa sola a partire dall’unico popolo di Dio, che ne è stato il portatore attraverso la storia – ha detto –, conseguentemente leggere la Scrittura come un’unità significa leggerla a partire dalla Chiesa come dal suo luogo vitale e ritenere la fede della Chiesa come la vera chiave d’interpretazione”.
L'esegesi, ha precisato Benedetto XVI, “deve riconoscere che la fede della Chiesa è quella forma di ‘sim-patia’ senza la quale la Bibbia resta un libro sigillato: la Tradizione non chiude l’accesso alla Scrittura, ma piuttosto lo apre”.
“D’altro canto, spetta alla Chiesa, nei suoi organismi istituzionali, la parola decisiva nell’interpretazione della Scrittura – ha quindi concluso – . È alla Chiesa, infatti, che è affidato l’ufficio di interpretare autenticamente la parola di Dio scritta e trasmessa, esercitando la sua autorità nel nome di Gesù Cristo”.
Nel suo indirizzo di saluto al Papa, il Cardinale Zenon Grocholewski, Prefetto della Congregazione per l'Educazione Cattolica e Gran Cancelliere della Pontificia Università Gregoriana, ha sottolineato che “la Chiesa ha bisogno oggi di uomini di scienza che con fedeltà, fede e coraggio s'impegnino nello studio della Sacra Scrittura”.
Il porporato polacco ha infine auspicato che “il Sinodo sull'Africa, appena concluso, susciti in tutti la carità della preghiera e della solidarietà con le comunità ecclesiali che cercano di portare il Vangelo in quel continente travagliato e nello stesso tempo tanto promettente”.
Stabiliti temi e metodo del dialogo Santa Sede-tradizionalisti
Nella loro prima riunione celebrata questo lunedì in Vaticano
CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 26 ottobre 2009 (ZENIT.org).- La prima riunione celebrata questo lunedì tra rappresentanti della Santa Sede e della Fraternità San Pio X, fondata dal defunto Arcivescovo tradizionalista Marcel Lefebvre, è servita per presentare i temi e il metodo con cui avrà luogo il dialogo a partire da ora.
L'incontro si è svolto nel Palazzo del Sant'Uffizio, sede della Congregazione per la Dottrina della Fede e della Pontificia Commissione "Ecclesia Dei", incaricata del dialogo con i tradizionalisti.
Il meeting rappresenta il primo incontro della Commissione di studio, formata da esperti della stessa Commissione e della Fraternità Sacerdotale San Pio X per esaminare le difficoltà dottrinali che permangono tra la Fraternità e la Sede Apostolica.
In rappresentanza della Commissione vaticana partecipano il domenicano svizzero Charles Morerod, segretario della Commissione Teologica Internazionale, il gesuita tedesco Karl Josef Becker e il vicario generale dell'Opus Dei, il presule spagnolo Fernando Ocariz Brana.
Un comunicato emesso dalla Pontificia Commissione "Ecclesia Dei" rivela che l'incontro si è svolto in "un clima cordiale, rispettoso e costruttivo", in cui "si sono evidenziate le maggiori questioni di carattere dottrinale che saranno trattate e discusse nel corso dei colloqui che proseguiranno nei prossimi mesi probabilmente a scadenza bimensile".
In particolare, aggiunge la nota vaticana, "si esamineranno le questioni relative al concetto di Tradizione, al Messale di Paolo VI, all'interpretazione del Concilio Vaticano II in continuità con la Tradizione dottrinale cattolica, ai temi dell'unità della Chiesa e dei principi cattolici dell'ecumenismo, del rapporto tra il Cristianesimo e le religioni non cristiane e della libertà religiosa".
"Nel corso dell'incontro si è anche precisato il metodo e l'organizzazione del lavoro".
Il Vescovo Bernard Fellay, superiore della Fraternità, ha nominato rappresentanti il Vescovo Alfonso de Galarreta, direttore del Seminario Nostra Signora Coredentrice di La Reja (Argentina); padre Benoît de Jorna, direttore del Seminario Internazionale San Pio X di Ecône (Svizzera); padre Jean-Michel Gleize, docente di Ecclesiologia del Seminario di Ecône; padre Patrick de La Rocque, priore del Priorato di San Louis a Nantes (Francia).
Al via la plenaria del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali
Allo studio un nuovo documento pastorale che sostituisca l'"Aetatis Novae"
ROMA, lunedì, 26 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Si è aperta questo lunedì in Vaticano la plenaria del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, che si chiuderà il 29 ottobre.
Al centro dei lavori una nuova Istruzione apostolica nel campo delle comunicazioni sociali, che dovrebbe sostituire l’ “Aetatis Novae”, pubblicata nel 1992, come ha sottolineato questa mattina il Presidente di questo Pontificio Consiglio, l’arcivescovo Claudio Maria Celli, nel suo discorso inaugurale.
Mons. Celli, che per la prima volta si trova a presiedere la plenaria del suo Dicastero, ha riferito che una prima bozza del documento è stata sottoposta a “vari periti accademici dell’arte della comunicazione”, mentre dall’attuale plenaria dovrebbero emergere “prospettive pastorali per il futuro”.
Secondo quanto riferito dalla Radio Vaticana, il presule ha evidenziato il “grande successo” ottenuto dal sito web “pope2you”, attivato lo scorso maggio. Dopo 15 giorni, gli accessi sono stati contati in 5 milioni e a tutt’oggi, ha riferito, si è creato un gruppo di 30-40 mila giovani per i quali sono allo studio migliorie grafiche e di contenuto del sito.
Guardando al futuro, infine, mons. Celli ha detto che, dopo il Congresso sulle TV cattoliche del 2006 e dopo quelli sulle università e le radio cattoliche, degli anni successivi, “mi sembra giunto il momento di rivolgere uno sguardo attento alla stampa cattolica al mondo Internet”, facendo tesoro delle esperienze già accumulate da molte diocesi in entrambi i settori.
Ai microfoni dell'emittente pontificia, l'Arcivescovo Celli ha affermato che “l’Assemblea non ha un suo tema specifico, perché il tema di fondo sarà quello di studiare insieme, per cercare di capire in maniera sempre più approfondita la problematica creata dalle nuove tecnologie del mondo di oggi” e la cosiddetta “cultura digitale”.
“La grande sfida che la Chiesa deve affrontare oggi – ha continuato – non è quella di acquisire mezzi più potenti di trasmissione, ma quella di essere capace di dialogare con questa nuova cultura”.
“Il nostro sogno è che in questo villaggio globale, creato dalle nuove tecnologie – ha proseguito – , la Chiesa e i discepoli di Gesù possano avere la loro tenda, la Sua tenda, la tenda di Gesù, perché l’attenzione sarà rivolta agli uomini e alle donne, a tutti coloro che passano per le strade del mondo”.
Muore Camillo Cibin, “l'angelo custode” degli ultimi Papi
A lungo comandante della Gendarmeria dello Stato della Città del Vaticano
ROMA, lunedì, 26 ottobre 2009 (ZENIT.org).- E' morto questa domenica a Roma Camillo Cibin, 83 anni, a lungo comandante della Gendarmeria vaticana. Dagli anni Sessanta è sempre apparso al fianco dei Papi, al punto che veniva chiamato “l'angelo custode” dei Pontefici, avendone serviti fedelmente ben sei.
Le foto dell'attentato a Giovanni Paolo II del 13 maggio 1981 lo ritraggono mentre salta le transenne per afferrare Ali Agca, che aveva appena sparato al Papa. Appena il Pontefice si riprese, ricorda “L'Osservatore Romano”, Cibin presentò le sue dimissioni per l'evento, ma il Papa le respinse, esprimendo invece riconoscenza per il servizio che aveva svolto in quegli anni.
L'anno dopo, Cibin venne immortalato mentre fermava un sacerdote spagnolo che cercò di accoltellare Papa Wojtyla a Fatima.
Magro e sempre in abito blu, è rimasto in servizio per 57 anni. Sposato e padre di tre figli, era in pensione dal 2006, quando è stato sostituito da Domenico Giani.
Nato a Salgareda (Treviso) il 5 giugno 1926, Camillo Cibin era entrato in servizio effettivo nella Gendarmeria Pontificia il 1° maggio 1947, raggiungendo il grado di tenente.
Quando il Corpo venne sciolto, nel 1971, fu nominato vicesovrastante responsabile del nuovo Ufficio Centrale di Vigilanza dello Stato della Città del Vaticano. Il 1° agosto successivo fu promosso sovrastante, e nel luglio 1975 dirigente dell'Ufficio. Nel 1982 fu nominato capo ufficio, anni dopo Ispettore Generale.
Era stato insignito delle più alte onorificenze pontificie: la Pro Ecclesia et Pontifice, il cavalierato di San Gregorio Magno, la commenda di San Silvestro, la commenda con placca di San Gregorio e il cavalierato di Gran Croce di San Gregorio Magno.
Il funerale di Camillo Cibin verrà celebrato questo martedì pomeriggio alle 17.00 all'altare della Cattedra nella Basilica di San Pietro dal Cardinale Giovanni Lajolo.
“Sources Chrétiennes” vince il Premio Paolo VI 2009
Verrà conferito personalmente dal Papa l'8 novembre prossimo
ROMA, lunedì, 26 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Il Comitato scientifico e quello esecutivo dell’Istituto Paolo VI hanno deliberato all’unanimità di assegnare per il 2009 il “Premio internazionale Paolo VI” alla collana francese “Sources Chétiennes”.
Il Premio, giunto alla sua sesta edizione, verrà conferito personalmente da Benedetto XVI in occasione dell’inaugurazione della nuova sede dell’Istituto Paolo VI a Concesio, nel pomeriggio di domenica 8 novembre 2009.
Con questo riconoscimento si intende valorizzare l’impegno profuso dalla storica collana nella riscoperta delle fonti cristiane antiche e medievali.
La collana, recita la motivazione, costituisce “un importante significato culturale ed educativo, oltre che teologico ed ecclesiale”, perché favorisce la “ricerca storica documentando momenti essenziali dello sviluppo del pensiero e contribuisce a illuminare l’incontro fecondo realizzato tra il messaggio cristiano e la cultura antica”.
“È andando all’età apostolica e patristica, infatti – si legge in una nota dell’Istituto Paolo VI –, che si apprende il senso universale e unitario della civiltà cristiana, come pure degli sforzi organizzativi, formativi e pastorali compiuti dalla Chiesa”.
La collana di scritti patristici – che conta oggi più di di 530 volumi – ha contribuito a rinnovare l’apprezzamento e la comprensione della tradizione nella quale sono radicati il pensiero cristiano e la vita ecclesiale: una tradizione che deve essere ascoltata in tutta la sua ampiezza e nella varietà delle forme nelle quali ha trovato espressione.
La collana Sources Chrétiennes venne fondata a Lione, in Francia, nel 1942 da quattro padri gesuiti, due dei quali Henri de Lubac e Jean Daniélou, divennero in seguito Cardinali, mentre infuriava la Seconda Guerra Mondiale.
Essa raccoglie i testi dei Padri della Chiesa e degli scrittori cristiani dal I secolo fino al XV secolo.
La collana ha il pregio di riportare il testo critico nella lingua classica usata dall'autore antico (latino, greco, armeno, copto, siriaco ecc), nella traduzione in lingua moderna, un'introduzione storica, filologica e teologica e delle note esplicative al testo stesso.
Anno Sacerdotale
Nell’affettività né censure né paure
Solo considerando la persona alla luce di Dio si comprende il dono della castità
ROMA, lunedì, 26 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Riportiamo di seguito alcuni articoli apparsi sul numero di Paulus, dedicato a “Paolo il lavoratore”.
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Troppo spesso i media si occupano, in modo non sempre corretto e opportuno, dell’affettività del sacerdote, dipingendola perlopiù come necessariamente frustrata (o deviata), senza mai però il coraggio di un’indagine scientificamente seria e antropologicamente fondata. In realtà, la sfera affettiva è la più delicata e complessa per ogni essere umano e, probabilmente, anche quella nella quale il peccato delle origini, con la sua concupiscenza di agostiniana memoria, ha reso più complesso utilizzare un linguaggio, come quello affettivo, di per sé splendido ed eloquente. L’esperienza umana risulta essere particolarmente generosa nell’evidenza che non v’è corrispondenza tra la radicale domanda umana di pienezza e totalità, e l’esperienza possibile di essa. Anche nel caso di assenza di particolari problematiche in ordine alla relazione psico-affettiva, l’io si ritrova costantemente di fronte all’esperienza del proprio limite e della non commensurabilità tra la propria domanda di felicità e la realizzabile risposta. Tale sproporzione può essere risolta in differenti modi: può diventare frustrazione generativa di disagio, può essere censurata e divenire comunque origine di disorientamento, o può essere accolta come una dimensione irrinunciabile dell’uomo, perché legata alla sua struttura naturale. In quest’ultimo caso la sproporzione è occasione di domanda su di sé, sull’altro e sulla realtà.
Integrità della persona
Il realismo a cui la frequentazione di Cristo e della Chiesa ci ha abituati impone di riconoscere come il cammino verso l’integrità – maturità, compiutezza, equilibrio – dell’uomo sia un percorso fatto di tappe, non necessariamente in ordine crescente e, comunque, dipendente da fondamentali facoltà quali l’intelligenza, la volontà e la libertà; e nondimeno anche dalle differenti circostanze socioculturali in cui la persona si trova a vivere. L’integrità è dunque sempre una conquista e un cammino da rinnovare ogni giorno, facendo leva sul meglio di se stessi e guardando a chi in questo cammino ha compiuto passi che possono essere ripercorsi con profitto. Tale consapevolezza non ci lascia sgomenti di fronte alla frequente esperienza dell’«uomo in frantumi», secondo un’espressione di Lewis, esperienza che non di rado si presenta in tutta la sua drammaticità e che non trova facilmente spazi di ascolto, confronto, comprensione in un ambito socioculturale fondato prevalentemente su un’idea astratta di uomo, ma che censura l’uomo reale, imperfetto e limitato. Tra gli uomini, nella fatica dell’equilibrio affettivo, c’è anche il sacerdote che – fedele alle promesse battesimali e sacerdotali – è impegnato nell’imitazione di Colui nel cui nome è stato battezzato e in persona del quale agisce. La virtù della castità è intimamente legata a quella della temperanza, che mira a far condurre dalla ragione le passioni e gli appetiti della sensibilità umana (cfr. CCC n. 2341). Il sacerdote avrà cura di trovare tutti i mezzi necessari per giungere alla pratica della virtù della castità, in particolare: la conoscenza di sé, l’obbedienza ai comandamenti divini, l’esercizio delle virtù morali e la fedeltà alla preghiera come luogo primario di custodia del proprio io. Nel proprio rapporto con Dio, il sacerdote rimane stabilmente ancorato alla certezza che la castità rimane un dono di grazia (cfr. CCC n. 2345), frutto dello Spirito Santo: è lo Spirito Santo che dona di imitare la purezza di Cristo, Signore e Maestro. Esiste dunque uno spazio tra la volontà del singolo e la realizzazione di essa: è lo spazio dell’azione divina che ciascuno di noi è chiamato a riconoscere con semplicità di cuore.
Integralità del dono
C’è un’evidenza primaria con cui ogni uomo è chiamato a misurarsi: l’esistenza del proprio io. Contemporaneamente ciascuno sperimenta come tale esistenza non sia dipesa dalla propria personale volontà, ma abbia origine al di fuori di sé. Qualunque tipo di risposta si possa dare a questa duplice evidenza, resta inoppugnabile il fatto che l’uomo si scopra come dono che ha in altro (o Altro) la propria origine. La memoria di essere la “conseguenza” di un atto gratuito, sostiene considerevolmente la libertà umana nel tentativo vero, anche se talora impacciato, di evitare di impossessarsi di sé e dell’altro. Siamo consapevoli che l’oggettività di tale gratuità è esistenzialmente sperimentabile solo a determinate condizioni di rapporti parentali educativi psico-affettivi, nei quali la persona abbia l’esplicita testimonianza (che diviene certezza) di essere voluta, amata e sostenuta. Tuttavia le condizioni perché una verità diventi ragionevolmente sperimentabile per il soggetto, dipendono appunto dall’esperienza e non dalla verità stessa. In altre parole, la fatica nello sperimentare all’origine della propria esistenza una gratuità donata, non postula necessariamente l’inesistenza di tale gratuità, ma ne indica solo la laboriosità del riconoscimento. L’uomo, capace di guardare se stesso e gli altri in questa maniera, si scopre carico di stupore per la grandezza di ciò che egli è e di ciò che gli altri sono. Tale stupore lo colloca in un atteggiamento di profondo rispetto della propria persona e degli altri, che esige uno spazio di contemplazione.
Ragionevolezza della castità
Allora risulta evidente come la castità non sia un’esperienza avulsa dalla comune esperienza dell’uomo, ma sia il nome autentico di quello spazio di libertà e rispetto indispensabile tra gli individui. Non è “anormale” non creare corrispondenza univoca tra le proprie pulsioni e il proprio comportamento, dunque non è “anormale” vivere la castità. Non misconosciamo talune correnti di pensiero che sostengono l’inevitabile frustrazione nascente dall’impossibilità di soddisfare tutte le pulsioni umane, né misconosciamo la parzialità della loro idea di uomo: non è secondo ragione ridurre la persona a un fascio di pulsioni, per di più di ordine psicosessuale. Ci pare di poter affermare che l’io sia molto di più delle sue pulsioni e che l’eventuale non corrispondenza tra i propri desiderata e ciò che è dato di vivere non possa essere ridotta alla sfera psicosessuale, ma sia un elemento inevitabile e dunque costitutivo dell’esperienza umana. Il cristianesimo chiama questa non corrispondenza piena “limite” o “peccato”, evidenziando la strutturale fragilità della condizione umana e contemporaneamente tracciando percorsi di reale e appagante riscatto che chiama misericordia. Per chi ha incontrato Cristo e ha scoperto la propria esistenza amata e salvata da un Dio che si è fatto uomo, la castità non è un frustrante obbligo morale, ma piuttosto la gioiosa risposta a una vocazione di vita piena, realmente umana, in cui i rapporti tra le persone sono riverbero, pallido ma autentico, dell’unico rapporto con il Mistero.
Salvatore Vitello
BOX - Come struzzi o come aquile?
Chi non prega somiglia ad uno di quegli uccelli pesanti che non riescono a librarsi per aria: se riescono a spiccare il volo, eccoli ricadere subito verso il basso e finire, raspando, con la testa sotto terra; eppure sembra che ciò faccia loro piacere. Chi prega, invece, assomiglia a un’aquila intrepida, che si libra in aria e sembra volersi avvicinare al sole.
San Giovanni Maria Vianney
BOX - Preti, ma con stile!
Il bel volume Stile sacerdotale, curato dal rogazionista Leonardo Sapienza (LEV 2009, pp. 201, € 11) presenta «il modello del Curato d’Ars, san Giovanni Maria Vianney, che può suggerire ai sacerdoti di oggi un dolce e austero stile nuovo, un autentico stile sacerdotale». Per aiutare a vivere questo speciale Anno, il presente volume offre uno scritto del magistero di Giovanni XXIII il quale, per ricordare il centenario della morte del Curato d’Ars e il 55° anniversario della sua ordinazione presbiterale, stende l’enciclica Sacerdotii nostri primordia, per mettere in rilievo alcuni aspetti della vita sacerdotale e per presentarne un modello ben riuscito: il Curato d’Ars. Seguono gli scritti di Paolo VI, di Giovanni Paolo II e alcuni brani di san Giovanni Maria. Uno stile di vita – quello del prete – esigente e scomodo, mai alla moda eppure sempre attuale. Perché non richiede di “apparire”, ma di “essere”: la segreta identità dell’individuo si rivela nei comportamenti e nel linguaggio. Certo non si può esaurire il giudizio di una persona sulla base di questi elementi, perché l’ipocrisia riesce a oscurare e ingannare come una cortina fumogena. Tuttavia è inevitabile: azioni e parole mostrano quel che si è. Se questo è valido per chiunque, a maggior ragione vale per un sacerdote, che ha scelto come stile di vita quello di essere “modello” del gregge a lui affidato. Tra i tanti pensieri del Curato d’Ars segnaliamo il seguente: «Se un prete dovesse morire a forza di lavorare e di faticare per la gloria di Dio e la Salvezza delle anime, non sarebbe poi un male» (p. 95). Poco oltre, nella medesima pagina, dice: «Sant’Alfonso de’ Liguori ha fatto voto di restare sempre occupato. Noi [parroci] non abbiamo bisogno di fare questo voto». Speriamo proprio che la meditazione attenta e amorosa delle pagine di questo volume possa risvegliare nei sacerdoti la fierezza della propria vocazione, e nei laici la simpatia e il rispetto verso questi fratelli che, pur fra tante debolezze, si sforzano di essere nel mondo i testimoni autentici e gli “specialisti” di Dio. Il santo Curato d’Ars lo fu fino all’ultimo istante della sua esistenza.
Vito Salanitri
Notizie dal mondo
Colombia: la Chiesa respinge le nuove misure pro aborto
Una sentenza giudiziaria ne promuove l'accettazione nelle scuole
BOGOTA', lunedì, 26 ottobre 2009 (ZENIT.org).- La Corte Costituzionale colombiana ha dato il via libera a una sentenza che permette l'adozione di nuove misure che promuovono la pratica dell'aborto, la cui depenalizzazione è stata approvata nel 2006 per i casi di stupro, malformazione genetica e incesto.
Nella sentenza, i magistrati hanno dato un limite di tre mesi ai Ministeri dell'Istruzione e della Protezione Sociale perché includano nei programmi educativi la promozione dei diritti sessuali e riproduttivi, tra cui l'aborto, che devono essere presentati in “termini semplici e chiari”.
Rendendo nota la notizia, il segretario della Conferenza Episcopale Colombiana, monsignor Juan Vicente Córdoba Villota, ha respinto la nuova sentenza: “Noi educatori cattolici non insegneremo questo. Insegneremo il rispetto della vita”, ha detto in alcune dichiarazioni alla stampa.
“Un popolo cattolico e cristiano, un popolo che non accetta l'aborto, non può permettere che cinque persone, sei persone decidano per 43 milioni di colombiani. Questa non è democrazia”, ha denunciato.
Secondo quanto ha reso noto il quotidiano “El Tiempo” di Bogotà, per assicurare che l'ordine venga rispettato la Corte chiederà alla Procura e alla Defensoría del Popolo di verificare l'applicazione della campagna e di studiarne l'impatto.
Aborto sempre più facile
La sentenza indica anche che la Sovrintendenza per la Salute dovrà assicurare che tutte le entità che prestano servizi sanitari “rispettino il diritto delle donne di abortire”. Per questo, hanno abolito il permesso giudiziario che finora era necessario per effettuare l'aborto in qualunque struttura.
La sentenza è giunta dopo che vari giudici colombiani avevano rifiutato di concedere questo permesso, avvalendosi del diritto all'obiezione di coscienza.
“Per quanto possano essere profonde e rispettabili le convinzioni religiose delle autorità giudiziarie nell'ambito personale, non possono esimersi dal portare avanti un caso sottoposto alla loro considerazione e decidere adducendo motivi di coscienza o basandosi sulle proprie convinzioni morali, disconoscendo il dovere di decidere in conformità con la normativa vigente”, stabilisce la sentenza.
La Corte ha anche ordinato al Tribunale Nazionale di Etica Medica di dare istruzioni a tutte le sue sezioni affinché si aprano indagini sui casi in cui i medici rifiutano di effettuare queste procedure.
Francia: contro la crisi, un mese di stipendio dei sacerdoti
La proposta del Consiglio dei presbiteri sulla scia di una iniziativa spagnola
LIONE, lunedì, 26 ottobre 2009 (ZENIT.org).- In questo periodo di crisi economica, i sacerdoti della Diocesi francese di Lione sono stati invitati dal Consiglio dei presbiteri, istanza rappresentativa di tutti i sacerdoti della Diocesi, a consegnare un mese di stipendio (circa 900 euro) a un'associazione caritativa a sostegno delle vittime della crisi.
Al margine di questa proposta, “in modo individuale e discreto, molti sacerdoti contribuiscono al finanziamento di organismi caritativi”, sottolinea la Diocesi di Lione nella sua pagina web, ma allo stesso tempo si vuole esprimere vicinanza “con un impegno economico specifico”.
“Vogliamo che questo impegno si traduca non solo in un'autentica preoccupazione pastorale per i più poveri, ma anche nel dare una parte dei nostri beni a chi non ha il necessario per vivere”.
I sacerdoti della Diocesi di Lione “che vogliono e possono” sono quindi “invitati a dare un mese di stipendio a un'associazione caritativa a sostegno delle vittime della crisi. La somma proposta è di 900 euro, ma ciascuno dà ciò che vuole e può”, si legge nel comunicato.
I sacerdoti si mostrano “consapevoli del fatto che questo gesto non è sufficiente”, ma vogliono “inviare un segno ai nostri contemporanei, perché l'immagine della Chiesa è spesso legata alla predica e più raramente alla solidarietà concreta”.
La proposta è stata sottoposta a votazione dai membri del Consiglio dei presbiteri, riuniti con i Vescovi il 18 giugno scorso.
Dal 20 al 22 settembre, 130 sacerdoti della Diocesi di Lione hanno celebrato una riunione per riflettere insieme sul tema della crisi finanziaria, economica e sociale e sulla missione della Chiesa.
E' stato un giovane sacerdote della Diocesi ad avanzare la proposta, che riprende un'azione di solidarietà economica dei sacerdoti spagnoli.
In Spagna, vari Vescovi hanno infatti proposto nell'aprile scorso, nel contesto della Settimana Santa, che i sacerdoti consegnassero il 10% del loro stipendio alla Caritas come gesto di solidarietà e di aiuto a persone che si trovano in una situazione di indigenza per la grave crisi economica.
L'iniziativa è stata accolta con interesse da molti sacerdoti, che si sono mostrati disposti a sostenerla e hanno affermato che questo tipo di gesti contribuisce ad “avvicinare il messaggio del Vangelo ai meno favoriti e ad attirare chi è lontano”.
Italia
Open House: un progetto di pace tra israeliani e palestinesi
Dalia Landau parla a Brescia di questa esperienza di educazione alla coesistenza
di suor Francesca Bernacchia*
BRESCIA, lunedì, 26 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Nei giorni 15-16 ottobre, il Centro di Spiritualità “Mater Divinae Gratiae” di Brescia ha accolto Dalia Landau per una serata aperta a tutti e una mattinata rivolta agli studenti della scuola superiore.
Dalia Landau è una donna ebrea, di famiglia bulgara tornata nella “terra” di Israele. Al rientro la famiglia ricevette una casa a Ramle, una cittadina a pochi chilometri da Tel Aviv, non lontano da Gerusalemme, precedentemente appartenuta a dei palestinesi.
Fu nel ’67 (a ridosso della guerra dei sei giorni) che la sua vita cambiò radicalmente: tre uomini arabi, tra i 20 e i 30 anni, vestiti con giacca e cravatta nel pieno dell’estate mediorientale, bussarono alla sua porta. Dalia, giovane di 19 anni, si trovava sola in casa, i genitori al lavoro. I tre chiesero, con timore, se potevano vedere la “loro” casa. La ragazza ebbe come un’intuizione: ecco coloro che stavo aspettando da tempo, sono qui davanti a me.
Dovette in poco tempo prendere una decisione: aprire a tre uomini sconosciuti e “nemici” per farli entrare in casa, da sola, sarebbe stata considerata follia da chiunque. Avrebbe potuto chiedere loro di tornare nel pomeriggio, quando anche i suoi genitori sarebbero stati presenti… ma sapeva che così non li avrebbe mai più rivisti. “Prego, entrate!”, disse dopo alcuni secondi. I tre entrarono con grande silenzio, come in un tempio.
Guardavano le stanze, e uno, il più giovane, disse: “Ecco, questa era la mia camera”. C’era grande commozione. Dalia offrì loro il succo di limone dei frutti di un albero fuori dalla casa: il giovane guardò la pianta e disse: “L’ha piantato mio padre, quel limone…”.
Inizia così un lungo cammino di avvicinamento tra Dalia, la sua famiglia e i precedenti proprietari della casa araba di Ramle, coloro che l’avevano costruita. Dalia cercò lentamente di aprire il dialogo. Il desiderio di restituire con denaro la proprietà si trasformò lentamente in una nuova realtà: rendere la casa una “casa aperta”, “Open House” appunto, dove i bambini arabo-israeliani potessero frequentare la scuola dell’infanzia.
Nel ’91 è partita così un’esperienza profetica di grande portata: una casa che ora ospita il Centro per lo sviluppo dei bambini arabi (un nido per bambini di 2-3 anni, un programma di “tutoraggio” per bambini delle elementari) e un Centro per la co-esistenza arabo-ebraica che intende promuovere la coscientizzazione della reciproca diversità e dignità.
Ebrei, cristiani e musulmani collaborano in questo microcosmo di culture e storie, ricche e portatrici, ognuna, di un modo diverso di leggere la vita e di relazionarsi al mondo, a Dio. Ognuna capace di dare un apporto in più, senza il quale gli altri sarebbero più poveri.
Questo è ciò che anche come Comunità di religiose abbiamo sperimentato ospitando tra noi Dalia: noi cattoliche, consacrate, dedite alla formazione dei giovani e degli adulti, abbiamo avuto la grazia di incontrare una donna di grande carica spirituale, convinta che la pace e l’armonia promesse da Dio partano anzitutto dal cuore di ogni uomo, più che dai trattati di pace e dai movimenti sociali; convinta altresì che il nostro Dio non intervenga senza il nostro aiuto fattivo. “La nostra dimensione spirituale è attiva”, ci diceva.
“Mi attendo un miracolo dopo questo nostro incontrarci”. Un miracolo? “Sì, perché se è vero che il regno di Dio si costruisce come un seme nella terra, da questa piccola esperienza di unione e comunione non potrà che nascere qualche cosa di buono che ci stupirà”.
“Open House”, casa aperta per la co-esistenza: poiché solo quando i popoli, ma soprattutto gli individui riconoscono all’altro il fatto che “esiste”, e ricevono a loro volta tale riconoscimento di esistenza, la pace viene ad abitare sulla terra. Questo l’augurio che ci siamo lasciati al termine dello Shabbat accolto insieme.
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*Suor Francesca Bernacchia fa parte dell'Istituto Suore di Santa Dorotea di Cemmo - Brescia
La CEI: la ricchezza economica non va confusa con la ricchezza di vita
Messaggio per 32ma Giornata Nazionale per la Vita
ROMA, lunedì, 26 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Alla sequela di Cristo e testimoniando la libertà del Vangelo, “tutti siamo chiamati a uno stile di vita sobrio, che non confonde la ricchezza economica con la ricchezza di vita”.
E' quanto si legge nel Messaggio per la 32ma Giornata Nazionale per la Vita, che si celebrerà il 7 febbraio 2010. Il testo, firmato dal Consiglio Permanente della Conferenza Episcopale Italiana (CEI), ricorda che il benessere economico “non è un fine ma un mezzo, il cui valore è determinato dall’uso che se ne fa”. E' quindi “a servizio della vita, ma non è la vita”.
Quando pretende di “sostituirsi alla vita e di diventarne la motivazione”, anzi, “si snatura e si perverte”.
“L’uso distorto dei beni e un dissennato consumismo”, ricorda il Consiglio Permanente della CEI, possono infatti “sfociare in una vita povera di senso e di ideali elevati, ignorando i bisogni di milioni di uomini e di donne e danneggiando irreparabilmente la terra, di cui siamo custodi e non padroni”.
La povertà come minaccia
Il Messaggio, intitolato “La forza della vita una sfida nella povertà”, sottolinea ad ogni modo che “una certa sicurezza economica costituisce un’opportunità per realizzare pienamente molte potenzialità di ordine culturale, lavorativo e artistico”.
Il benessere economico, infatti, “può servire la vita, rendendola più bella e apprezzabile e perciò più umana”, e “arginando la precarietà che è spesso fonte di ansia e paura può concorrere a rendere ogni esistenza più serena e distesa”, consentendo “di provvedere a sé e ai propri cari una casa, il necessario sostentamento, cure mediche, istruzione”.
Per questo motivo, la CEI afferma di avvertire “tutta la drammaticità della crisi finanziaria che ha investito molte aree del pianeta”, sottolineando che “la povertà e la mancanza del lavoro che ne derivano possono avere effetti disumanizzanti”.
“La povertà, infatti, può abbrutire e l’assenza di un lavoro sicuro può far perdere fiducia in se stessi e nella propria dignità”, osserva il Messaggio.
“Proprio perché conosciamo Cristo, la Vita vera, sappiamo riconoscere il valore della vita umana e quale minaccia sia insita in una crescente povertà di mezzi e risorse – proseguono i firmatari del testo –. Proprio perché ci sentiamo a servizio della vita donata da Cristo, abbiamo il dovere di denunciare quei meccanismi economici che, producendo povertà e creando forti disuguaglianze sociali, feriscono e offendono la vita, colpendo soprattutto i più deboli e indifesi”.
Solidarietà per dissuadere dall'aborto
La crisi economica che il mondo sta attraversando può tuttavia costituire “un’occasione di crescita”, osservano i Vescovi, perché “spinge a riscoprire la bellezza della condivisione e della capacità di prenderci cura gli uni degli altri” e “fa capire che non è la ricchezza economica a costituire la dignità della vita, perché la vita stessa è la prima radicale ricchezza, e perciò va strenuamente difesa in ogni suo stadio”.
A questo proposito, il Messaggio denuncia “ancora una volta, senza cedimenti sul piano del giudizio etico, il delitto dell’aborto”, constatando che “sarebbe assai povera ed egoista una società che, sedotta dal benessere, dimenticasse che la vita è il bene più grande”.
“Proprio il momento che attraversiamo ci spinge a essere ancora più solidali con quelle madri che, spaventate dallo spettro della recessione economica, possono essere tentate di rinunciare o interrompere la gravidanza, e ci impegna a manifestare concretamente loro aiuto e vicinanza”, ricordano i presuli.
“Ci fa ricordare che, nella ricchezza o nella povertà, nessuno è padrone della propria vita e tutti siamo chiamati a custodirla e rispettarla come un tesoro prezioso dal momento del concepimento fino al suo spegnersi naturale”, conclude il testo.
Federvita e centri di aiuto alla Vita contro la Ru486
di Antonella Diegoli*
ROMA, lunedì, 26 ottobre 2009 (ZENIT.org).- A seguito del via libera all’uso della pillola Ru486, da parte dell'Agenzia dell'AIFA, la Federazione dei Movimenti per la vita, Centri di aiuto alla vita e Servizi di accoglienza alla Vita dell'Emilia Romagna non possono non pensare ai bimbi concepiti che quotidianamente tentano di salvare, assieme alle loro madri.
Sul diritto di aborto, lo Stato consacra oggi la licenza di uccidere, anche mediante pesticida umano il concepito. Da oggi metteremo anche a serio rischio e pericolo di morte la salute della donna, presente (effetti immediati, di cui esistono studi certamente non esaustivi) e futura (effetti a lungo termine, di cui non esistono studi).
Salute fisica e mentale: i 30 casi documentati di morte per l’uso della Ru486 sono esplicativi delle complicanze a cui può essere soggetta una donna che ricorra all’aborto chimico, mentre secondo uno studio del 1998, pubblicato sul “British Journal of Obstetrics and Gynecology”, il 56% delle donne sottoposte ad aborto chimico ha dichiarato di aver riconosciuto l’embrione, e il 18% ne ha denunciato, come conseguenze, incubi, flash-back e pensieri ricorrenti.
Uno dei teoremi più diffusi e radicati nel mondo medico e nella cultura popolare è quello di pensare che l’aborto volontario sia meno traumatico se effettuato nelle fasi iniziali della gravidanza, consegnando, così la pratica abortiva (e tra queste la Ru486) al criterio della “proporzionalità traumatica”: più piccolo è l’embrione più sicuro e più accettabile è l’aborto, con minori conseguenze per la donna, ma le esperienze del post-aborto sconfessano il teorema.
Ma soprattutto, richiamarsi alla legge 19478 per legalizzare il commercio della pillola Ru486 ancora una volta nasconde il tentativo da parte dello Stato di derubricare l'impegno di tutela sociale della maternità.
Non si può perseguire nel garantismo di un inesistente diritto di aborto, ma piuttosto bisogna pensare e operare per prevenire l'aborto anche post-concezionale, favorendo cioè la nascita dei figli già concepiti con l'invito alle madri ad un’adeguata riflessione sul valore della vita umana e offrendo alternative al dramma (per il concepito e per la donna) dell’interruzione della gravidanza.
La Ru486 riconduce la pratica abortiva volontaria, sotto l’apparente finalità della precocità e della sicurezza (Il 13% richiede un’evacuazione chirurgica, si veda Ojidu JI et all., m J. Obstet. Gynacol. 2001) nel tunnel dell’aborto fai-da-te (Faucher P. et all., Gynecol. Onstet Fertil. 2005), invertendo e contraddicendo le motivazioni storiche e psico-sociali che hanno persino motivato fortemente la legge 194: un aborto privato, per quanto precoce e sicuro sia, aggiunge solitudine a solitudine.Inoltre, mentre nell’aborto chirurgico l’interruzione di gravidanza viene delegata tecnicamente a una terza persona, nell’aborto chimico da Ru486 è la stessa madre che si auto-somministra il veleno che ucciderà il proprio figlio.
Gli effetti fisici sono gli stessi di un aborto chirurgico eseguito in anestesia: contrazioni, espulsione, emorragia, ma con la Ru486, la donna vive tutto questo in diretta, senza neanche l’assistenza medica. E’ il massimo della responsabilizzazione psicologica o il sicuro aumento di suicidi post-aborto delle donne stesse?
Queste profonde contraddizioni di tipo scientifico, etico e umano non si possono tacere nel momento in cui si va a legalizzare un uso estensivo dell’aborto farmacologico, in una società, quella italiana, già pesantemente colpita da un malessere diffuso che ci fa assistere, sempre più frequentemente, a malattie del corpo e della psiche nelle donne che hanno vissuto l’aborto.
Si obbligherà per legge a dichiarare, sul consenso informato per la donna, che l’aborto farmacologico ha una mortalità dieci volte maggiore, rispetto all’aborto chirurgico? Si avrà il coraggio di dire cosa ci si deve aspettare dopo l'assunzione della pillola per tutti i soggetti coinvolti a cominciare dal concepito ucciso?
La nostra Regione, il cui Assessore è anche membro dell'Aifa, avrà il coraggio della verità in materia di consenso informato? E tutti coloro che firmeranno quei certificati avranno coscienza della disinformazione che ricadrà soprattutto sulle donne non italiane, per le quali è di difficile comprensione anche la lettura di un semplice volantino?
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*Antonella Diegoli è presidente regionale di Federvita, la federazione cui fanno capo i Movimenti per la vita e i Centri di Aiuto alla Vita dell’Emilia Romagna
Segnalazioni
Presentazione a Roma di un volume su John Henry Newman
“Una ragionevole fede”, il 29 ottobre presso l’Università Cattolica
ROMA, lunedì, 26 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Giovedì 29 ottobre, alle ore 17.30, presso l’Università Cattolica di Roma (Istituti Biologici, Aula Moscati, Largo F. Vito 1), il Vescovo di Albano Marcello Semeraro, l’editorialista del “Corriere della Sera” Armando Torno e il senatore Marcello Pera presenteranno il volume “Una ragionevole fede. Logos e dialogo in John Henry Newman”.
L’opera, edita da Vita & Pensiero, è a cura di Evandro Botto, direttore del Centro di Ateneo per la Dottrina della Chiesa, e di Hermann Geissler, direttore dell’International Centre of Newman Friends. Presiede l’incontro il Rettore dell’Università Cattolica Lorenzo Ornaghi.
Gli autorevoli conoscitori del Cardinale John Henry Newman (Londra, 1801 - Edgbaston, 1890), affiancati da studiosi più giovani, hanno ricomposto, in un quadro completo e insieme accessibile, la fisionomia umana e speculativa del filosofo e teologo inglese, vivacemente apprezzato anche da Benedetto XVI.
















































