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News dal Vaticano :: Il mondo visto da Roma - 27 Ottobre, 2009
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Il mondo visto da Roma - 27 Ottobre, 2009
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  Martedì, 27 Ottobre 2009: Accadde Oggi  


Il mondo visto da Roma

 Santa Sede

    * Benedetto XVI sarà a Torino il 2 maggio per la Sindone
    * Il Papa: saldi legami tra Chiesa cattolica e Chiesa apostolica armena
    * Pubblicato il programma della visita del Papa a Brescia
    * Più di 200 milioni di cristiani subiscono discriminazioni
    * Il Presidente del dicastero per le Comunicazioni visiterà Cuba
    * La “Terza Roma” si riunirà con la “Prima Roma”?
    * “Editoria, Media e Religione”, nuovo volume della LEV

Notizie dal mondo

    * La Missione latinoamericana passa anche per le nuove tecnologie
    * L'Ordine del Santo Sepolcro getta le basi della pace in Terra Santa
    * Polonia: più di 1.000 scuole intitolate a Giovanni Paolo II

Italia

    * Cittadinanza benemerita a Chiara Lubich dalla città di Loreto

Segnalazioni

    * A Roma una giornata di studio dedicata a Sant'Anselmo

Interviste

    * Torna a crescere la religione cristiana in Russia
    * Il finanziamento dei media cattolici, un problema urgente per il CAMECO

Forum

    * Halloween e le zucche vuote


Santa Sede
Benedetto XVI sarà a Torino il 2 maggio per la Sindone
Il Card. Poletto: incoraggerà quanti lottano per un posto di lavoro

CITTA' DEL VATICANO, martedì, 27 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Papa Benedetto XVI sarà il prossimo 2 maggio a Torino, in occasione dell'ostensione della Sindone. Lo ha annunciato questo martedì con una lettera l'Arcivescovo di Torino, il Cardinale Severino Poletto.

L'ostensione della Sindone, dopo le precedenti avvenute nel 1998 e nel 2000, è prevista dal 10 aprile al 23 maggio 2010.

Il Cardinale Poletto ha riferito di essere stato ricevuto ieri, 26 ottobre, in udienza dal Pontefice, il quale gli ha assicurato la sua presenza “mantenendo una promessa fatta ai settemila pellegrini torinesi ricevuti in Udienza speciale il 2 giugno dello scorso anno”, a conclusione dell'anno dedicato alla “Redditio Fidei”.

Come primo atto della visita Benedetto XVI sosterà in preghiera davanti alla Sindone nel Duomo di Torino. Ci sarà poi la solenne concelebrazione eucaristica per tutti i pellegrini in piazza San Giovanni, alla quale seguirà la recita dell’Angelus.

Nel pomeriggio il Papa incontrerà i giovani al Santo Volto e durante il tragitto farà una breve sosta al Cottolengo per incontrare e benedire gli ospiti della Piccola Casa della Divina Provvidenza.

Poletto ha poi affermato che il Papa, in quella sede, “esprimerà incoraggiamento e speranza a quanti stanno trepidando per un posto di lavoro in questa città”.

“La giornata che il Santo Padre trascorrerà a Torino - ha detto - sarà per tutti noi un’occasione unica per incontrarlo, pregare per Lui e con Lui ed ascoltare il particolare messaggio che egli porterà alla chiesa torinese e a tutta la società civile del nostro territorio”.

Torino, “da sempre considerata 'città del lavoro e dell’industria' - ha detto l’Arcivescovo - in questo momento sente più che altrove le conseguenze di una crisi vasta e prolungata oltre ogni aspettativa”.

In una intervista alla Radio Vaticana, il porporato ha spiegato che il tema di questa ostensione - “Passio Christi, Passio hominis” - serve a “sottolineare che la Passione di Cristo, la sofferenza di Cristo redime tutte le sofferenze dell’umanità, anche dei bimbi innocenti, perché Cristo è l’Innocente per eccellenza, il Figlio di Dio stesso”.

“Quindi, la visione del Telo sindonico, che ci fa leggere in una maniera impressionante tutti i particolari della Passione di Cristo, come risaltano dai Vangeli, corrisponde in maniera perfetta alle descrizioni dei Vangeli e ci rimanda quindi a meditare la sofferenza di Gesù”, ha spiegato.

“E, in questa ostensione, noi abbiamo voluto veramente dare il messaggio di speranza e di fiducia a tutti i sofferenti nel corpo, nello spirito, negli affetti familiari e così via, perché guardino a Cristo per trovare speranza, conforto e fiducia”, ha continuato.

Circa la possibilità di nuovi esami scientifici sul lenzuolo della Sindone, il porporato ha risposto che “nell’immediato” non ci sono programmi in merito, precisando poi che “per permettere nuove ricerche sul Telo sindonico ci vuole il consenso del Santo Padre”.

“Il problema, però, è questo: il Papa di santa memoria, Giovanni Paolo II, nel ’98 disse: 'Non tocca alla Chiesa stabilire se è autentico o no, quali sono le date, perché tocca alla storia, agli storici e agli scienziati. La nostra fede, però, non è fondata sulla Sindone, per cui noi non ci preoccupiamo'”.

“E’ importante, però, ricordare che la percentuale di chi è convinto dell’autenticità del Telo sindonico, cioè che è veramente il Lenzuolo che ha avvolto il corpo di Gesù nel Sepolcro, e chi lo nega, è abissalmente a favore di chi è convinto che sia autentico, rispetto a quelli che lo negano, anche in campo scientifico”, ha sottolineato.

“Se non altro, perché non ci sono spiegazioni: la scienza non è ancora riuscita a spiegare la formazione di questa mirabile immagine, che abbiamo sulla Sindone di Torino”, ha quindi concluso.

Nel 2010 sarà possibile per la prima volta vedere direttamente la Sindone dopo l’intervento a cui è stata sottoposta nel 2002. Attraverso una operazione di restauro conservativo sono stati infatti rimossi i lembi di tessuto bruciato nell’incendio di Chambéry del 1532, scucite le “toppe” applicate dalle Clarisse, staccato il telo d’Olanda su cui era stata fissata nel 1534 e assicurato il Sudario su un nuovo supporto.


Il Papa: saldi legami tra Chiesa cattolica e Chiesa apostolica armena
Messaggio a Karekin II a dieci anni dalla sua elezione a Catholicos di tutti gli Armeni

di Mirko Testa

CITTA' DEL VATICANO, martedì, 27 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Le relazioni tra Chiesa cattolica e Chiesa apostolica armena stanno vivendo una stagione molto fruttosa. E' quanto ha sottolineato

martedì Benedetto XVI in un messaggio inviato a Karekin II, in occasione del 10° anniversario della sua elezione a Patriarca supremo e Catholicos di tutti gli Armeni.

La Chiesa apostolica armena appartiene al novero delle Chiese spesso dette “dell'antico Oriente cristiano” o anche “ortodosse orientali”: le Chiese armena, copta, etiopica, siro-giacobita e indo-malakar.

Nel messaggio il Papa ringrazia Karekin II per il suo “personale impegno in favore del dialogo, della cooperazione e dell’amicizia tra la Chiesa apostolica armena e la Chiesa cattolica”.

“La ritrovata libertà della Chiesa in Armenia verso la fine del secolo scorso ha suscitato gioia tra i cristiani di tutto il mondo”, scrive il Papa ricordando “l'immenso compito di riedificare la comunità ecclesiale ricaduto proprio sulle spalle di Sua Santità”.

Dal 1915 al 1922, infatti, i Giovani Turchi – un movimento ultranazionalista laico asceso al potere in Turchia – sterminarono per motivi etnici e religiosi gli armeni cristiani. Su di una popolazione di circa 2 milioni 600 mila armeni nell’Impero Ottomano ormai agonizzante, quasi un milione e mezzo furono atrocemente massacrati.

Nel suo messaggio il Papa ha accolto con gioia “la fioritura di nuove iniziative rivolte all’educazione cristiana dei giovani, alla formazione del clero, alla creazione di nuove parrocchie e centri comunitari e ancora alla promozione dei valori cristiani nella vita sociale e culturale della nazione”.

Infine, Benedetto XVI ha invocato il Signore affinché “possiamo essere sempre più strettamente uniti in un santo legame di fede, speranza e amore”.

La storia della Chiesa armena affonda le proprie radici agli inizi del II secolo. La tradizione fa risalire, infatti, il primo annuncio del Vangelo in Armenia agli apostoli Taddeo e Bartolomeo.

Tuttavia è solo a seguito dell'apostolato di san Gregorio l'Illuminatore che nel 301 battezzò il re armeno pagano Tiridate III – che lo aveva tenuto prigioniero per 10 anni in una fossa –, e la sua corte che il cristianesimo divenne – per la prima volta nella storia – religione di Stato.

San Gregorio – più tardi ordinato Vescovo in Cesarea di Cappadocia – costrì la prima chiesa nel luogo dove oggi sorge la città di Etchmiadzin e dedicò le proprie forze a debellare il paganesimo dando alla sua Chiesa un’organizzazione gerarchica, con a capo il Catholicos.

La separazione dalla Chiesa di Roma si consumò nel 451 quando la Chiesa apostolica armena non accolse le decisioni prese in occasione del quarto Concilio ecumenico di Calcedonia.

Un passo decisivo per superare questa divisione è stato compiuto nel 1996, quando Papa Giovanni Paolo II e il Patriarca precedente Karekin I hanno firmato una Dichiarazione comune per dissipare “molti dei malintesi ereditati dalle controversie e dai dissensi del passato”.

La Chiesa apostolica armena è caratterizzata da due Catholicosati: quello di Etchmiadzin (in Armenia), residenza di Karekin II, e quello di Cilicia, con sede in Libano. I Catholicosati sono indipendenti a livello amministrativo ma in completa comunione.

Ci sono poi due Patriarcati, di Gerusalemme e di Costantinopoli, che dipendono dal punto di vista spirituale da Etchmiadzin.


Pubblicato il programma della visita del Papa a Brescia
Sarà l'8 novembre, nell'anniversario della morte di Paolo VI
CITTA' DEL VATICANO, martedì, 27 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Benedetto XVI visiterà l'8 novembre il paese natale di Papa Paolo VI, Concesio, dove inaugurerà la nuova sede dell'Istituto Paolo VI.

L'atto si inserirà nella visita pastorale che il Pontefice compirà la seconda domenica di novembre a Brescia in occasione del 30° anniversario della morte di Paolo VI.

La Sala Stampa della Santa Sede ha pubblicato questo martedì il programma ufficiale della visita, che durerà un giorno.

Alle 8.00 è prevista la partenza del Papa in elicottero dall'eliporto del Vaticano all'aeroporto di Ciampino (Roma). Mezz'ora dopo partirà in aereo per Brescia.

Secondo il programma, il Santo Padre arriverà alle 9.30 all'aeroporto militare "Tenente Alfredo Fusco" di Ghedi (Bs).

Realizzerà poi una visita privata alla chiesa parrocchiale di Botticino Sera, dove venererà i resti mortali di Sant'Arcangelo Tadini.

Alle 10.15 è prevista l'accoglienza al cimitero del Duomo di Brescia, seguita da una breve visita al tempio.

Piazza Paolo VI accoglierà una celebrazione eucaristica alle 10.30, in cui Benedetto XVI pronuncerà l'omelia e reciterà poi l'Angelus rivolgendo alcune parole ai fedeli.

Alle 16.00, il Papa saluterà gli organizzatori della visita al Centro Pastorale Paolo VI di Brescia.

A Concesio, il Santo Padre visiterà alle 16.45 la casa natale di Paolo VI e la nuova sede dell'Istituto che porta il suo nome.

Alle 17.30 si svolgerà l'incontro ufficiale per l'inaugurazione della nuova sede dell'Istituto e per l'assegnazione del VI Premio Internazionale Paolo VI (che l'istituzione concede in memoria di quel Papa) nell'Auditorium Vittorio Montini dell'Istituto. Il Papa intereverrà pronunciando un discorso.

In seguito visiterà la parrocchia di Sant'Antonino di Concesio, dove Paolo VI venne battezzato e dove pronuncerà un discorso.

L'aereo papale partirà alle 19.00 dall'aeroporto militare "Tenente Alfredo Fusco" di Ghedi e arriverà a Ciampino alle 20.00. Il Papa proseguirà poi in elicottero fino al Vaticano.

La visita di Benedetto XVI a Brescia sarà "un momento intenso di comunione e di preghiera", ha affermato il Vescovo di Brescia, monsignor Luciano Monari, annunciando ai suoi diocesani il 9 aprile scorso la visita del Papa.

Joseph Ratzinger è stato creato Cardinale da Paolo VI e "ha sempre avuto verso il nostro Papa bresciano una riconoscenza e un amore grande", ha ricordato in quell'occasione monsignor Monari.

Per il Vescovo di Brescia, "il significato spirituale di questa visita è chiarissimo", e lo spiegava sottolineando che "la chiesa bresciana ha bisogno della chiesa di Roma per potersi definire chiesa in senso pieno".

"La liturgia che celebriamo è autentica perché facciamo memoria del Papa e di tutti i Vescovi in comunione con lui. Insomma, noi cattolici bresciani riusciamo a cogliere la vera nostra identità ecclesiale solo se manteniamo vitale, forte, senza riserve, il legame di fede e di carità con la sede di Pietro".


Più di 200 milioni di cristiani subiscono discriminazioni
Denuncia del rappresentante vaticano all'ONU

di Roberta Sciamplicotti

ROMA, martedì, 27 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Anche se "non c'è alcuna religione al mondo che sia esente da discriminazione", quella cristiana è la più perseguitata, ha denunciato il 21 ottobre a New York l'Arcivescovo Celestino Migliore, Nunzio Apostolico e Osservatore Permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite.

"E' ben documentato che i cristiani sono il gruppo religioso più discriminato", visto che "più di 200 milioni di loro, di varie confessioni, sono in situazioni di difficoltà per strutture legali e culturali che portano alla loro discriminazione", ha ricordato il presule intervenendo alla 64ª sessione dell'Assemblea Generale dell'organismo sull'item 69 (b), "Promozione e difesa dei diritti umani".

"Pur essendo ripetutamente proclamato dalla comunità internazionale e specificato negli strumenti internazionali, così come nella Costituzione della maggior parte degli Stati", il diritto alla libertà religiosa "continua ad essere oggi ampiamente violato", ha ammesso.

"Atti di intolleranza e violazioni della libertà religiosa continuano ad essere perpetrati in molte forme", al punto che "sempre più casi vengono portati all'attenzione dei tribunali o dei corpi internazionali per i diritti umani".

La minaccia delle leggi sulla blasfemia

Nei mesi scorsi, ha ricordato l'Osservatore Permanente, alcuni Paesi dell'Asia e del Medio Oriente hanno visto le comunità cristiane "attaccate, con molti feriti e morti" e "chiese e case date alle fiamme".

Queste azioni, ha segnalato, "sono state commesse da estremisti in risposta alle accuse mosse contro alcuni individui in base alle leggi antiblasfemia".

In questo contesto, monsignor Migliore ha osservato che la sua delegazione "loda e sostiene" la promessa del Governo del Pakistan di "rivedere ed emendare quelle leggi".

Le disposizioni legislative sulla blasfemia, ha proseguito, "sono diventate troppo facilmente un'opportunità per gli estremisti di perseguitare quanti scelgono liberamente di seguire una tradizione di fede diversa" e sono state usate per "fomentare l'ingiustizia, la violenza settaria e la violenza tra religioni".

Di fronte a questa situazione, i Governi devono "affrontare le cause di base dell'intolleranza religiosa e abrogare queste leggi che servono come strumenti di abuso".

Volontà di cambiare

Se la legislazione che restringe la libertà d'espressione "non può cambiare atteggiamento", ha dichiarato l'Arcivescovo Migliore, "ciò che invece è necessario è la volontà di cambiare".

Questa, ha osservato, può essere raggiunta "aumentando la consapevolezza degli individui, portandoli a una maggiore comprensione della necessità di rispettare tutte le persone, indipendentemente dalla loro fede o dal background culturale".

Gli Stati, dal canto loro, "dovrebbero evitare di adottare restrizioni alla libertà d'espressione, che spesso hanno portato ad abusi da parte delle autorità e al mettere a tacere le voci dissenzienti, soprattutto quelle degli individui che appartenevano a minoranze etniche e religiose".

"L'autentica libertà d'espressione può contribuire a un maggior rispetto per tutti e fornire l'opportunità di parlare contro violazioni come l'intolleranza religiosa e il razzismo e di promuovere l'uguale dignità di tutti", ha indicato.

Visto che l'odio e la violenza verso religioni specifiche che persistono in vari luoghi suggeriscono una situazione caratterizzata dall'intolleranza, "è imperativo che i popoli delle varie tradizioni di fede collaborino per crescere nella comprensione reciproca. C'è bisogno di un autentico cambiamento di mente e cuore".

Questo obiettivo, ha aggiunto, si raggiunge soprattutto attraverso "l'educazione all'importanza della tolleranza e del rispetto per la diversità culturale e religiosa".

"La cooperazione tra le religioni - ha concluso l'Arcivescovo - è un prerequisito per la trasformazione della società", perché "si possa davvero costruire una cultura della tolleranza e della coesistenza pacifica tra i popoli".


Il Presidente del dicastero per le Comunicazioni visiterà Cuba
Parteciperà all'assemblea dell'episcopato e terrà una conferenza pubblica
CITTA' DEL VATICANO, martedì, 27 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Rispondendo a un invito della Conferenza dei Vescovi Cattolici di Cuba, il Presidente del Pontificio Consiglio per le Comunicazioni Sociali, l'Arcivescovo Claudio Maria Celli, visiterà Cuba dal 4 all'8 novembre, secondo quanto ha confermato egli stesso a ZENIT.

Oltre a partecipare all'assemblea plenaria della Conferenza Episcopale, il presule visiterà il Seminario di San Carlo e Sant'Ambrogio e interverrà all'Assemblea della Commissione Nazionale dei Mezzi di Comunicazione Sociale della Conferenza dei Vescovi di Cuba, che si svolgerà in quei giorni.

L'Arcivescovo Celli offrirà una lectio magistralis sul tema "Chiesa, comunicazione e cultura digitale", che sarà aperta a tutti gli interessati, venerdì 6 novembre alle 20.00 nella chiesa di Santa Caterina da Siena, a L'Avana, come ha reso noto la Conferenza episcopale.


La “Terza Roma” si riunirà con la “Prima Roma”?
Il recente incontro potrebbe costituire il punto di svolta

di Robert Moynihan

WASHINGTON, D.C., martedì, 27 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Talvolta avviene senza fuochi d’artificio. I momenti di svolta possono passare nel silenzio, quasi inosservati.

Potrebbe essere questo il caso, rispetto al “grande scisma”, la più importante divisione nella storia della Chiesa: la fine dello scisma potrebbe sopraggiungere più rapidamente e inaspettatamente di quanto non si possa immaginare.

Il 18 settembre scorso, nella residenza estiva papale di Castel Gandolfo, a circa 30 chilometri da Roma, l’arcivescovo russo ortodosso Hilarion Alfeyev – 43 anni, studioso, teologo, esperto di liturgia, compositore e amante della musica – si è incontrato con Benedetto XVI – 82 anni, anche lui studioso teologo, esperto di liturgia, compositore e amante della musica – per quasi due ore. Di tale incontro la Santa Sede non ha diramato alcun comunicato ufficiale.

Il silenzio indica che l’evento è stato importante, forse così importante da far ritenere alla Santa Sede che non sia ancora prudente rivelare pubblicamente ciò che è stato discusso.

Ma vi sono numerosi “segni” secondo cui l’incontro si sarebbe svolto in modo estremamente armonioso.

Se così fosse, il 18 settembre rappresenterebbe un punto di svolta nei rapporti tra la “Terza Roma” (Mosca) e la “Prima Roma” (Roma), divise sin dal 1054.

L’arcivescovo Hilarion si è trattenuto a Roma per cinque giorni, in qualità di rappresentante del nuovo Patriarca ortodosso russo Kirill di Mosca.

Una delle personalità chiave che l’arcivescovo Hilarion ha incontrato è stato il cardinale Walter Kasper. Il 17 settembre, il Cardinale ha riferito a Radio Vaticana di aver avuto con l’arcivescovo Hilarion una “conversazione molto tranquilla”.

Il cardinale Kasper ha anche svelato di aver avanzato una proposta straordinaria all’arcivescovo: che le Chiese ortodosse formino una sorta di “conferenza episcopale a livello europeo”, che possa rappresentare un “partner di cooperazione” per le prossime riunioni.

Ciò rappresenterebbe un passo rivoluzionario nell’organizzazione delle Chiese ortodosse.

Riguardo all’eventuale incontro tra il Patriarca e il Papa, il cardinale Kasper ha detto che questo non era per ora nell’agenda e che comunque probabilmente non avverrebbe a Mosca o a Roma ma in qualche luogo “neutrale” (Ungheria, Austria e Bielorussia sono tra le possibilità).

Lo stesso arcivescovo Hilarion ha parlato della sua visita, quando il 17 settembre (quindi prima del suo incontro con il Papa) si è incontrato con la Comunità di Sant’Egidio.

“Viviamo in un mondo scristianizzato, in un periodo che alcuni, erroneamente, definiscono post-cristiano”, ha detto l’arcivescovo. “La società contemporanea, con il suo materialismo pratico e con il suo relativismo morale, è una sfida per tutti noi. Il futuro dell’umanità dipende dalla nostra risposta. Oggi più che mai, noi cristiani dobbiamo unire le forze”.

L’agenzia stampa del Patriarcato di Mosca, ha riferito il 18 settembre che l’arcivescovo Hilarion ha parlato con il Papa della “cooperazione fra le Chiese russo ortodossa e cattolica nell’ambito dei valori morali e della cultura” – in particolare nell’ambito delle “Giornate della cultura spirituale russa”, una sorta di mostra con conferenze, in programma per la primavera del 2010 a Roma (si può immaginare che lo stesso Papa possa parteciparvi).

In occasione della visita, l’arcivescovo Hilarion ha donato al Papa una croce pettorale, forgiata nei laboratori artigianali della Chiesa russo ortodossa, ha riferito Interfax.

Il 21 settembre, la stessa Interfax ha aggiunto dettagli sulle parole dell’arcivescovo, pronunciate nella mattina, presso le Catacombe di San Callisto.

“Rinnegati dal mondo, lontani da occhi umani, nascosti in caverne sotto terra, i primi cristiani romani compivano con coraggio la preghiera”, ha ricordato l’arcivescovo. “La loro vita ha prodotto frutti di santità e di eroismo nel martirio. La Santa Chiesa è stata costruita sul loro sangue versato per Cristo”.

Poi la Chiesa è uscita dalle catacombe, ma si è persa l’unità dei cristiani, ha rimarcato l’arcivescovo.

Secondo monsignor Hilarion, il peccato dell’uomo è alla radice di ogni divisione e pertanto l’unità dei cristiani può essere recuperata solo attraverso il cammino della santità.

“Ciascuno di noi, nell’adempiere con coscienza il proprio compito nella Chiesa, è chiamato a contribuire al tesoro della santità cristiana e a lavorare per il raggiungimento dell’unità cristiana voluta da Dio”, ha affermato l’arcivescovo.

Con un secondo rapporto, dello stesso giorno, l’agenzia Interfax ha aggiunto ulteriori notizie sull’incontro con il Papa.

Crescente influenza

“Durante un colloquio con il Papa Benedetto XVI, l’arcivescovo Hilarion di Volokolamsk ha posto l’attenzione sullo status dei credenti ortodossi dell’Ucraina occidentale, dove tre diocesi ortodosse erano state quasi eliminate attraverso un’azione di forza da parte dei cattolici greci tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta”, ha riferito Interfax.

L’arcivescovo Hilarion “ha sottolineato la necessità di compiere passi concreti per migliorare la situazione nell’Ucraina occidentale”, tra i territori delle diocesi di Lvov, Ternopol e Invano-Frankovsk, ha riferito il servizio.

Intanto, nella stessa Russia, l’influenza della Chiesa russo ortodossa, guidata dal Patriarca Kirill, sembra essere in crescita, sebbene non senza opposizione.

L’avvento, in Russia, del Patriarca Kirill e la sua crescente influenza negli affari legislativi, sembra sollevare opposizione da parte dei “siloviki”, forze legate al vecchio KGB.
 
In un articolo apparso sull’edizione di settembre di Argumenty Nedeli, Andrey Uglanov afferma che la straordinaria attività di Kirill ha attratto l’attenzione di coloro a cui non piace essere additati e tanto meno sfidati. E questo è diventato il “grande problema” di Krill.

Questi “siloviki”, afferma Uglanov, sono stati offesi dalle “azioni anti staliniste e anti bolsceviche” di Kirill, come quella della sua presenza presso la pietra di Solovetsky, nella piazza di Lubiana a Mosca, nella giornata della memoria delle vittime della repressione politica.

In questo contesto, la visita di Hilarion a Roma assume un rilievo ancora maggiore.

La Chiesa russo ortodossa è molto forte in Russia, ma deve fare i conti con una certa opposizione e ha bisogno di alleati.

L’importanza della visita di Hilarion a Roma, allora, può avere risvolti non solo per il superamento del “grande scisma”, ma anche per il futuro culturale, religioso e politico della Russia e dell’Europa nel suo insieme.

È particolarmente significativo, in questo contesto, che Hilarion, il “Ministro degli esteri” del Patriarca, abbia degli interessi personali che coincidono con quelli di Benedetto XVI: la liturgia e la musica.

“Quando ero un ragazzo quindicenne sono entrato per la prima volta nel santuario del Signore, il Sancta Sanctorum della Chiesa ortodossa”, disse una volta Hilarion, parlando della liturgia ortodossa. “Ma fu solo dopo il mio ingresso presso l’altare che iniziò la ‘theourgia’, il mistero, e la ‘festa della fede’, che prosegue tutt'oggi.

“Dopo la mia ordinazione ho visto il mio destino e la mia chiamata al servizio della Divina liturgia. Ogni altra cosa, i sermoni, la pastorale e lo studio teologico, si sono incentrati su questo punto centrale della mia vita: la liturgia”.

Liturgia

Queste parole sembrano echeggiare i sentimenti e l’esperienza di Benedetto XVI, il quale ha scritto che le liturgie del Sabato santo e della Domenica di Pasqua, vissute in Baviera quando era un bambino, sono state formative per tutta la sua vita, e che i suoi scritti sulla liturgia (uno dei suoi libri è intitolato “Festa della fede”) rappresentano per lui il più importante lavoro di approfondimento accademico.

“Le funzioni liturgiche ortodosse sono un tesoro inestimabile che dobbiamo tutelare con cura”, ha scritto Hilarion. “Ho avuto l’opportunità di essere presente sia alle funzioni protestanti, sia a quelle cattoliche, che con qualche rara eccezione sono state alquanto deludenti. Sin dalle riforme liturgiche del Concilio Vaticano Secondo le funzioni in alcune chiese cattoliche si sono differenziate un po’ rispetto a quelle protestanti”.

Di nuovo, queste parole dell’arcivescovo sembrano riflettere le stesse preoccupazioni di Benedetto XVI. Il Papa ha espresso chiaramente il suo desiderio di riformare la liturgia della Chiesa cattolica, preservando i contenuti dell’antica liturgia che oggi rischia di perdersi.

Hilarion ha citato con approvazione l’ortodosso San Giovanni di Kronstadt, il quale scrisse: “La Chiesa e il suo divino servizio sono l’incarnazione e la realizzazione di tutto nel Cristianesimo... È la sapienza divina, accessibile ai cuori semplici e pieni di amore”.

Queste parole echeggiano quelle scritte dal cardinale Ratzinger, ora Benedetto XVI, il quale ha spesso ripetuto che la liturgia è una “scuola” per i cristiani semplici, che impartisce le verità profonde della fede anche a chi non è istruito, attraverso le preghiere, i gesti e gli inni.

Negli ultimi anni, l’arcivescovo si è rivelato anche come compositore di musica, soprattutto per le liturgie del Natale e del Venerdì santo, che celebrano la nascita e la Passione di Gesù Cristo. Queste opere sono state eseguite a Mosca e in Occidente, a Roma nel marzo 2007 e a Washington nel dicembre 2007.

Rapporti più stretti tra Roma e Mosca, allora, potrebbero comportare profonde implicazioni anche per la vita culturale e liturgica della Chiesa in Occidente, con un rinnovamento dell’arte e della cultura cristiana e anche della fede.

Tutto questo ha rappresentato il quadro nel quale si è svolto il tranquillo incontro tra l’arcivescovo Hilarion e Benedetto XVI, nel pomeriggio del venerdì 18 settembre 2009, nella residenza che si affaccia sul Lago di Albano.


“Editoria, Media e Religione”, nuovo volume della LEV

CITTA' DEL VATICANO, martedì, 27 ottobre 2009 (ZENIT.org).- La Libreria Editrice Vaticana (LEV) ha appena pubblicato un nuovo volume dedicato al tema del rapporto fra religione e mass-media.

L'opera si intitola “Editoria, Media e Religione” ed è stata curata dal Direttore della Libreria Editrice Vaticana, il salesiano don Giuseppe Costa, che si è avvalso anche dei contributi di un gruppo di specialisti fra i quali Salvatore Claudio Sgroi, Crispino Valenziano, Giovanna Ioli, Ferdinando Castelli, Angelo Paoluzi, Giovanni Chiaramonte, Marcello Filotei, Carlo Tagliabue.

Partendo da una analisi del linguaggio religioso visto dall’esperto glottologo Salvatore Claudio Sgroi nel contesto della stratificazione del lessico italiano e come linguaggio settoriale di otto sottosistemi, il volume di 375 pagine riporta i saggi sull’editoria liturgica e religiosa di Crispino Valenziano e dello stesso Giuseppe Costa.

La trattazione si sposta quindi dalla letteratura, al teatro, alla musica, alla stampa cattolica, arrivando a parlare di fotografia, cinema, radio, televisione e internet.

Ogni contributo è concluso da una bibliografia essenziale che invita il lettore ad eventuali approfondimenti. Un vero e proprio viaggio nel continente mediatico del quale vengono rivelati aspetti particolari, problemi e connessioni sempre sul cammino alla ricerca del mistero di Dio.


Notizie dal mondo
La Missione latinoamericana passa anche per le nuove tecnologie
L'opera della Rete Informatica della Chiesa in America Latina (RIIAL)
CITTA' DEL VATICANO, martedì, 27 ottobre 2009 (ZENIT.org).- La "missione continentale" lanciata dalla Chiesa in America Latina e nel Caribe dopo la V Conferenza Generale dell'Episcopato, svoltasi nel maggio 2007 ad Aparecida (Brasile), sta ricevendo un impulso decisivo grazie alle nuove tecnologie della comunicazione.

Lo ha affermato la dottoressa Leticia Soberón, coordinatrice della Rete Informatica della Chiesa in America Latina (RIIAL), in un rapporto presentato all'assemblea plenaria del Pontificio Consiglio per le Comunicazioni Sociali, in svolgimento dal 26 al 29 ottobre a Roma.

Secondo quanto ha spiegato, la RIIAL in questo momento unisce 20 delle 22 Conferenze Episcopali latinoamericane, e negli ultimi anni ha formato più di 2.000 agenti di pastorale informatica al servizio della Chiesa.

Attualmente, ha aggiunto, 14.000 parrocchie usano il software gratuito in lingua spagnola e portoghese e 25 Diocesi partecipano a un progetto pilota per provare software per lavorare in rete.

Tra i nuovi frutti della RIIAL, la Soberón ha citato la Rete Centroamericana dei Mezzi di Comunicazione, una rete di collegamento tra i mezzi di comunicazione cattolici che amplifica la loro visibilità ed efficacia.

Altri frutti hanno luogo nel campo dell'informazione, come nel caso della piattaforma www.h2onews.org, che distribuisce informazioni audiovisive prodotte dalle varie televisioni e dai produttori televisivi cattolici mettendole alla portata dei canali televisivi cattolici e delle pagine web.

Un altro risultato è la Lectio divina per giovani, per posta elettronica e via telefono cellulare e MP3, promossa dal Centro Biblico del Consiglio Episcopale Latinoamericano (CELAM) e dalle Società Bibliche Unite (http://lectionautas.com).

Ad ogni modo, ha spiegato tuttavia la dottoressa Soberón, al di là dei frutti concreti la RIIAL promuove "una cultura e una spiritualità di comunione nel campo delle nuove tecnologie". In questo senso, la sua priorità è la connessione e la comunicazione intraecclesiale.

La RIIAL analizza tutta la Diocesi in termini di rete, individuando i nodi isolati, iniziando dai parroci e dalle comunità povere, ancora non connessi. Questa sfida si affronta elaborando "soluzioni tecnologiche 'su misura' per ogni situazione per incorporarli nella rete'".

Per questo, la RIIAL promuove l'"esperienza di rete come comunione ecclesiale".

La Rete è un'iniziativa promossa dal Pontificio Consiglio per le Comunicazioni Sociali in collaborazione con il CELAM.

Per ulteriori informazioni, www.riial.org


L'Ordine del Santo Sepolcro getta le basi della pace in Terra Santa
Il Cardinale Foley presenta il gruppo e il suo operato
WASHINGTON, D.C., martedì, 27 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Sostenendo i cristiani in Terra Santa con più di 50 milioni di dollari in meno di 10 anni, l'Ordine Equestre del Santo sepolcro sta gettando le basi per la pace nella regione.

Il Gran Maestro dell'Ordine, il Cardinale John P. Foley, lo ha affermato questo sabato spiegando sia l'importanza di Gerusalemme che il ruolo dell'Ordine durante una conferenza svoltasi a Washington, D.C. (Stati Uniti).

Il porporato ha ricordato come l'Ordine provveda a circa due terzi dei finanziamenti per il Patriarcato di rito latino, che gestisce molte scuole e ospedali aperti non solo ai cristiani, ma anche a musulmani, ebrei e a chiunque ne abbia bisogno.

"Chiunque è il benvenuto perché crediamo che sia attraverso la carità - il vero amore per il prossimo - che si costruiscono la comprensione e il rispetto reciproci, e queste sono le pietre miliari della pace", ha dichiarato.

La conferenza alla quale è intervenuto era promossa dalla Holy Land Christian Ecumenical Foundation, iniziata come collaborazione tra un cristiano palestinese-americano e un sacerdote giordano che svolgeva il proprio ministero in Palestina, che credevano che i cristiani degli Stati Uniti avrebbero aiutato quelli della Terra Santa solo se fossero stati consapevoli della loro situazione.

Il Cardinale Foley ha infatti sottolineato che la grande maggioranza di cavalieri e dame del suo Ordine viene dagli Stati Uniti.

Separazione

Il porporato ha anche riflettuto su alcuni degli ostacoli che affrontano i fedeli in Terra Santa. "Ho incontrato padri e madri che non riescono a trovare lavoro perché non possono avere la certezza che potranno spostarsi da casa al potenziale luogo di lavoro", ha dichiarato. "Ogni giorno, devono attraversare i checkpoint e non sono mai sicuri che verrà loro permesso di passare. Ho incontrato studenti desiderosi di imparare ma che non possono frequentare regolarmente la scuola".

"Ho visitato case in cui le famiglie accumulano l'acqua perché non sanno con certezza quando verranno riempite le loro taniche. Durante le vacanze natalizie dello scorso anno ho visitato il seminario cattolico, e sono rimasto rattristato ma anche ispirato dai tanti seminaristi che non erano andati a casa per le feste perché temevano che poi non sarebbe stato permesso loro di passare il confine tra la Giordania e Israele o di superare i checkpoint per tornare al seminario".

Il Cardinale Foley ha definito il muro che separa Gerusalemme e Betlemme "la cosa più tragica che io abbia visto" e ha sottolineato che allontana gli agricoltori da terre che appartenevano da generazioni alle loro famiglie.

"E' umiliante e doloroso", ha confessato. "Apprezzo la preoccupazione del Governo israeliano per la sicurezza e la rispetto, ma molte di queste misure sollevano serie questioni relative ai diritti umani che ci si rifiuta di riconoscere e affrontare".

Il porporato ha quindi sottolineato che i membri dell'Ordine Equestre sono chiamati a vedere in prima persona le sofferenze dei cristiani di Terra Santa.

"Sono fortemente incoraggiati a visitare non solo i Luoghi Santi - e questo è sicuramente importante per la loro edificazione spirituale -, ma anche i cattolici e gli altri cristiani che vivono lì", ha detto.

"Li chiamiamo 'pietre viventi' perché offrono una testimonianza vivente della nostra fede nella terra in cui Nostro Signore visse e predicò, morì e risuscitò dai morti. [...] Leggiamo o vediamo nei notiziari quasi tutti i giorni resoconti della tragica lotta che si svolge nella terra che Nostro Signore ha reso sacra con la sua presenza. Per questo, dobbiamo continuare ad essere strumenti della sua pace".


Polonia: più di 1.000 scuole intitolate a Giovanni Paolo II
Celebrato il II Forum di iniziative in onore del Papa polacco
di Patricia Navas

BIALYSTOK, martedì, 27 ottobre 2009 (ZENIT.org).- In Polonia ci sono 1.100 scuole che portano il nome di Giovanni Paolo II, e molte associazioni e iniziative lavorano secondo lo spirito del Papa polacco e in suo onore.

Rappresentanti di alcune di loro e di moltissime iniziative della regione della Podlachia ispirate a Giovanni Paolo II hanno celebrato il loro II Forum il 17 ottobre nella città di Bialystok, ha reso noto a ZENIT la rete sociale Loolek, che cerca di promuovere la figura e il messaggio di Papa Wojtyla.

L'atto è iniziato con una Messa e un saluto di Marek Falkowski, rappresentante della rete sociale che porta il nome con cui chiamavano Karol Wojtyla quando era piccolo, Lolek, e di Roman Czepe, presidente del Club degli Intellettuali Cattolici di Bialystok.

In primo luogo, è stato presentato un asilo di Bialystok che porta il nome di Giovanni Paolo II. I piccoli allievi hanno recitato poesie e cantato canzoni sul Papa defunto.

Sono stati poi presentati il Torneo di Conoscenza di Giovanni Paolo II, rivolto a studenti delle scuole primarie e secondarie, e il concorso di arti plastiche "Giovanni Paolo II visto con gli occhi di un bambino", patrocinati dall'Arcivescovo della Diocesi di Drohiczyn, monsignor Antoni Pacyfik Dydycz, e dal capo del distretto di Bielsk Podlaski.

La coordinatrice della Famiglia di Scuole che commemorano Giovanni Paolo II della regione della Podlachia, Boena Nienatowka, ha spiegato che la scuola contribuisce a far sì che si conosca di più Papa Wojtyla, descrivendo anche l'essenza del funzionamento della Famiglia di Scuole della regione.

L'entità è stata fondata cinque anni fa a Drohiczyn con l'obiettivo di elaborare un modello educativo efficace che si riferisse agli insegnamenti di Giovanni Paolo II, basato su un'educazione ai valori, cioè su verità, bontà, onestà, amore e pace.

Attualmente, 40 scuole della regione sono associate alla Famiglia, che partecipa a incontri regionali e nazionali ed elabora un piano di iniziative comuni, tra cui un torneo di ping pong, le Olimpiadi delle idee di Giovanni Paolo II, un concerto di compleanno in onore di Papa Wojtyla e la campagna per chiamare una via "Da Karola a Karolka" (Da Carlo a Lolek).

Negli incontri di queste scuole si organizzano varie attività, come concorsi, esposizioni, conferenze e dibattiti sui modi per introdurre i valori su cui si basano i centri della Famiglia di Scuole che commemorano Giovanni Paolo II.

I responsabili traggono ispirazione dalle parole che il Papa pronunciò visitando Bialystok: "Bisogna soprattutto educare i giovani allo spirito moderno, allo spirito di aspirazione all'unità, all'unità di Cristo, per la quale Egli pregava e alla quale ci ha impegnati".

In quell'occasione, il Papa auspicava che gli sforzi per eliminare gli ostacoli alle relazioni fossero caratterizzati da "benevolenza e amore disinteressato", riprendendo l'esempio dato da Cristo con la sua missione e la morte in croce.

All'incontro del 17 ottobre è intervenuto anche Maciej Trybulec in rappresentanza del gruppo "Santo Subito", fondato nel 2005 in una parrocchia polacca con l'obiettivo di far conoscere la vita e il messaggio di Giovanni Paolo II e seguirne le orme.

Trybulec ha spiegato che la sua entità, come "Generazione GPII", si sente responsabile del fatto di approfittare di momenti speciali come l'aprile del 2005, quando morì il Papa.

In questi momenti, ha confessato, ci si può lasciar andare sotterrando i talenti in giardino o cercare di far sì che diano frutti, come un albero sano, e condividerli con chi ne ha bisogno.

Per ulteriori informazioni, www.loolek.org

[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]


Italia
Cittadinanza benemerita a Chiara Lubich dalla città di Loreto
Qui ebbe l'intuizione all'origine del Movimento dei Focolari

ROMA, martedì, 27 ottobre 2009 (ZENIT.org).- “E’ questo un grande momento per la città di Loreto”, ma anche “per tutti coloro che condividono il progetto che Chiara Lubich aveva in cuore: legare le istituzioni e la politica alla spiritualità”. Queste le prime battute con cui il sindaco della città, Moreno Pieroni, ha aperto, domenica 25 ottobre, la cerimonia per il conferimento della cittadinanza benemerita in memoria della fondatrice del Movimento dei Focolari, nelle mani dell’attuale presidente Maria Voce.

Al Palacongressi – fa sapere in una nota il Movimento dei Focolari –, davanti ad autorità religiose e civili, tra cui numerosi sindaci della regione, e ad un pubblico locale e internazionale, per la partecipazione dei dirigenti dei Focolari, il sindaco ha ricordato l’attualità e la profondità del “messaggio spirituale, culturale e operativo” di Chiara Lubich, “la sua opera incentrata sull’ideale della fraternità, l’impulso da lei dato al rinnovamento della politica, dell’economia, della pedagogia e dei diversi ambiti della società, al dialogo da lei aperto con l’umanità, superando le differenze tra razze, religioni e culture”. Ed ha auspicato che “sia di esempio soprattutto per coloro che operano nel mondo politico”.

Il riconoscimento – come evidenziato nella motivazione - cade “nella ricorrenza del 70° della prima venuta nella santa casa lauretana” di Chiara Lubich, dove “ebbe la prima intuizione di una nuova strada nella Chiesa: il focolare”, definito, “cuore di una spiritualità comunitaria, la spiritualità dell’unità, ora diffusa nei 5 continenti”.

La forte esperienza spirituale che Chiara, 19enne, aveva vissuto in quella “casa” - che secondo la tradizione ha accolto la straordinaria famiglia di Nazaret - è risuonata nel Palacongressi, attraverso le sue stesse parole, espresse in un intenso momento artistico.

“L’intuizione di Chiara appare un intervento di Dio, che precede i tempi e che non dà spiegazioni razionali”, osserva Maria Voce. “Quando irrompe il divino nella storia, non viene con lo squillare delle trombe, ma sommessamente, come a Nazaret”.

Un’esperienza che si incastona nella storia ed “accomuna semplici fedeli e santi che tra quelle pareti hanno avuto la rivelazione del progetto di Dio sulla loro vita e lì hanno pronunciato il loro “Eccomi”.

“Tra quelle pietre che sono state testimoni dell’Incarnazione del Figlio di Dio – come ha evidenziato l’Arcivescovo di Loreto, mons. Giovanni Tonucci - nasce in Chiara quell’intuizione da cui si apriranno orizzonti infiniti”, che attendono di essere ampliati e realizzati da tutti coloro che hanno raccolto la sua eredità.

La Presidente del Focolari ha ricordato che è proprio sulla famiglia di Nazaret che si è modellata la nuova famiglia spirituale nata nella Chiesa, il Movimento dei Focolari. La nuova via di cui Chiara ebbe l’intuizione a Loreto è quell’ “amore reciproco che ha la misura del dono totale di sé”, la legge del Cielo portata da Gesù, e “che ha il primo riflesso in terra proprio in quella straordinaria famiglia di Nazaret”.

Ed Eli Folonari, che ha vissuto con Chiara per più di 50 anni, ne ha mostrato i frutti: “Questo rapporto nuovo che si crea tra le persone fa sperimentare la presenza del divino”. E proprio questa esperienza “richiama la presenza di Gesù nella casa di Loreto”, come da lui promesso nel Vangelo: ‘dove sono due o tre uniti nel mio nome, lì sono Io in mezzo a loro’. “Un altro modo in cui Gesù si rende presente nel tempo di oggi”.

Due esempi della forza di rinnovamento che scaturiscono da queste radici spirituali sono stati presentati da un economista e da un politologo, docenti universitari: Luigino Bruni e Antonio Maria Baggio.

In campo economico, per contribuire a sanare il profondo divario tra ricchi e poveri – ha detto il prof. Bruni - Chiara “non ha attivato fondi di solidarietà, ma ha puntato a cambiare il cuore stesso del sistema economico”: le imprese di produzione, secondo un progetto preciso, l’economia di comunione.

In campo politico, il prof. Baggio ha evidenziato come la fraternità universale assunta come categoria politica, immette fiducia nel tessuto sociale lacerato, ricostruendolo. Un’esperienza, iniziata anche a Loreto due anni fa, come ha ricordato ancora il sindaco Pieroni, quando la città ha aderito ad una rete che lega Comuni di varie città italiane, impegnati a dar vita ad iniziative “per la pace, i diritti umani, la giustizia sociale e la fraternità universale”. Progetto che va col nome di “Città per la fraternità”.


Segnalazioni
A Roma una giornata di studio dedicata a Sant'Anselmo
Il 30 ottobre all'Ateneo Pontificio Regina Apostolorum
ROMA, martedì, 27 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Venerdì 30 ottobre si svolgerà presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum di Roma (via degli Aldobrandeschi 190) una giornata di studio sul tema “Sant’Anselmo d’Aosta 'Doctor Magnificus'”.

L'evento, organizzato dalla Facoltà di Filosofia e dal Master in Scienza e Fede dell'Ateneo, vuole ricordare il Santo sottolineando che a 900 anni dalla sua morte ha ancora molto da dire.

Anselmo, ricordano infatti gli organizzatori, “insegna un’armonia tra intelligenza e fede, garantita dalla centralità della preghiera, che accompagna la riflessione dal suo destarsi fino al riposo della sintesi in forma di meditazione”.

“Con disciplina tipicamente benedettina, il Doctor magnificus ha sentito il vero dovere morale di far tesoro degli stimoli della Rivelazione. Da ciò la sistematica dei suoi 'argomenti', fino al brivido che sempre si prova nell’intuizione dell’'unico argomento', fecondamente riproposto nella logica contemporanea”.

La giornata di studio inizierà alle 9.00 e vedrà intervenire al mattino i docenti dell'Ateneo prof. Carmelo Pandolfi (“Linee generali del pensiero anselmiano nel suo contesto storico”), padre Jesús Villagrasa, LC (“L’Anselmo di Hans Urs von Balthasar”) e don Alain Contat (“L’esistenza di Dio negli argomenti di Sant’Anselmo d’Aosta e nella quarta via di San Tommaso d’Aquino”), e il professor Julio Moreno-Dávila, dell’American Graduate School of Business della Svizzera (“L’argomento ontologico e la logica contemporanea: chiarimenti e sfide”).

Nel pomeriggio prenderanno la parola padre Alfonso Aguilar, LC (“Sant’Anselmo, apologeta di perenne attualità: l’armonia tra fede e ragione nella dimostrazione dell’esistenza di Dio nel ‘Monologio’ e nel‘Proslogio’”), padre Alfredo Simón, OSB, del Pontificio Ateneo Sant’Anselmo (“Intelligenza, libertà, amore. Note di antropologia anselmiana”), padre Dominic Farrell, LC (“La motivazione morale: il retaggio di Anselmo”), padre Pedro Barrajón, LC, Rettore dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum (“Il peccato originale in Sant’Anselmo”) e padre François Marie Léthel, OCD (“La centralità della preghiera nella teologia di Sant’Anselmo”).


 





ViviCentro (art. 19 e 21)

La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).
 
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  Martedì, 27 Ottobre 2009: Accadde Oggi  

Interviste
Torna a crescere la religione cristiana in Russia
L’anima ortodossa russa non si è mai spenta

di Antonio Gaspari

ROMA, martedì, 27 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Settant'anni di comunismo ateo non hanno dissolto l’anima cristiana russa, che ora torna a crescere in collaborazione con i cattolici.

E’ quanto ha raccontato a ZENIT Aleksandr Kyrležev, della Commissione teologica sinodale della Chiesa Ortodossa russa.

Kyrležev è stato in Italia per partecipare al Convegno internazionale sul tema “Cercatori dell’eterno, creatori di civiltà. Il Monachesimo tra Oriente e Occidente” organizzato dalla Fondazione Russia Cristiana , e ZENIT lo ha intervistato.

L’avvento della dittatura comunista atea ha cancellato la tradizione cristiana in Russia?

Kyrležev: Quando i bolscevichi hanno preso il potere c’è stata subito una prima ondata di repressione contro i cristiani da parte dei rivoluzionari, ma contemporaneamente sono nate nuove forme di aggregazione cristiana, il fenomeno è continuato fino al 1929 quando l’Unione Sovietica ha promulgato una legge sui culti molto dura e repressiva ed è stato istituito ogni sorta di divieto.

È stato vietato non solo di occuparsi di azioni caritative e di misericordia, ma anche di istruire religiosamente i bambini. Però, nonostante tutto la tradizione cristiana non si è mai interrotta del tutto. Non si è interrotta per due motivi.

Primo motivo: l’istituzione ecclesiastica si è conservata; è vero che alla vigilia della seconda guerra mondiale era ormai ridotta al lumicino, ma proprio la guerra aveva indotto le autorità ad allargare gli spazi concessi alla Chiesa.

Così, quando le scuole teologiche avevano riaperto i battenti, si era scoperto che i vecchi professori erano ancora vivi. C’era per esempio il professor Sagardà di Pietroburgo che insegnava all’Accademia Teologica ancora prima della rivoluzione. C’era nuovamente la possibilità di raccogliere i vecchi libri, così sono state poste le basi delle biblioteche degli istituti di istruzione religiosa. Inoltre le parrocchie, le chiese, i seminari, e la celebrazione della liturgia si erano mantenuti, sia pure in forme minime.

Secondo motivo: la tradizione cristiana si è mantenuta anche grazie al fenomeno dell’aggregazione informale tra semplici credenti. Negli anni ‘60 incominciavano ormai a morire i credenti che erano attivi prima della rivoluzione, ma nel frattempo era cominciata tra gli intellettuali una nuova ondata di interesse e di studio per la Chiesa.

Nonostante il regime sovietico sia stato molto lungo, tuttavia questa eredità si è trasmessa da persona a persona, da generazione a generazione, e penso che il rapporto interpersonale, l’aggregazione comunitaria informale sia stata non meno importante della struttura ecclesiastica ufficiale.

Un terzo elemento importante è l’emigrazione russa, perché gli emigrati hanno conservato e diffuso la tradizione cristiana e attraverso i canali più diversi tutto questo è ritornato nella Russia sovietica. Ma forse c’è anche un quarto punto: le organizzazioni come Russia Cristiana, e in generale i cristiani non ortodossi che in Occidente hanno lavorato molto per sostenere la tradizione cristiana in Russia.

Quindi, come si può vedere, c’è stata una moltitudine di risorse perché la tradizione cristiana potesse continuare in Russia.

L’introduzione dell’ora di religione e la lettura obbligatoria dell’Arcipelago Gulag di Aleksandr Solženicyn, nelle scuole pubbliche russe, sono segni di grande interesse. Che cosa sta succedendo in Russia e qual è il suo giudizio in proposito?

Kyrležev: La questione dell’insegnamento della religione ortodossa, sotto varie forme, nelle scuole statali è una questione molto complessa. Ci sono state varie proposte da parte della Chiesa, da parte dello Stato e queste forme continuano a cambiare.

Adesso, per esempio, la materia “fondamenti di religione ortodossa” che era stata proposta inizialmente non c’è più. Vengono proposte nuove forme.

È difficile dirlo in due parole, ma dirò quello che per me è più importante. La discussione su questo argomento che già da anni si sta svolgendo in Russia, tra lo Chiesa, lo Stato e i rappresentanti delle altre religioni, è un processo positivo e normale perché dopo questo lungo periodo di divieto di insegnamento di qualsiasi forma di religione a scuola, è molto difficile trovare un modo di insegnare la religione che possa andare bene e allo Stato e alla Chiesa ortodossa e alle altre organizzazioni religiose.

In questa discussione sono presenti anche punti di vista estremi. Da parte di attivisti ortodossi ci sono state proposte che non erano molto corrette, dall’altra parte la nostra istruzione statale ha preso molto dalla istruzione statale laica francese, molto duramente antireligiosa e molto centralizzata. Perciò la discussione prosegue, ma in modo piuttosto tormentato.

Anche il tema del Gulag insegnato nelle scuole è piuttosto complesso perché oggigiorno in Russia il tema della desovietizzazione fa molto discutere, e ci sono anche qui varie correnti, per esempio c’è un ritorno a Stalin.

È difficile dire se l’introduzione della lettura di Solženicyn nelle scuole possa equilibrare queste posizioni nostalgiche. C’è una contraddizione interna, da una parte si esalta la figura di Stalin come l’uomo forte, dal pugno di ferro, che ha garantito la modernizzazione della Russia, dall’altra si presenta lo Stalin di Solženicyn, che è tutta un’altra cosa. Evidentemente c’è una sorta di contraddizione interna, di scontro interno tra due opposte concezioni.

In che modo lo studio e l’approfondimento della tradizione monastica può favorire il dialogo e l’unione tra Roma e Mosca?

Kyrležev: È una domanda provocatoria. I monaci di tutti i tipi nella storia sono stati una forza piuttosto conservatrice. Una buona parte del nostro monachesimo attuale e anche una parte molto attiva, è per lo più contraria a Roma, è contraria all’ecumenismo e al dialogo in generale; in più di solito i monaci non sono molto istruiti dal punto di vista teologico e della storia della Chiesa.

Mentre le persone che hanno una vera conoscenza della Chiesa e della storia monastica, della Chiesa come monachesimo, hanno una visione molto più ampia. E io quindi collegherei il dialogo piuttosto ad un maggiore sviluppo dello studio della teologia e della ricerca, dello studio della storia della Chiesa.

In tutto il mondo cristiano sono ortodossi e cattolici ad essere più vicini gli uni agli altri. In questa direzione certo, si può dire che lo studio e l’approfondimento della tradizione monastica favorisca il dialogo. Ad esempio alla Biblioteca dello Spirito di Mosca (http://www.russiacristiana.org/RussiaCristianaBiblioRel.htm) stiamo lavorando alla traduzione in russo del libro di Von Balthasar su San Massimo il Confessore.

È un progetto comune tra la commissione teologica della chiesa ortodossa russa e la Biblioteca dello Spirito. Massimo il Confessore era in primo luogo un monaco orientale, un grande teologo, importante per tutti, che al tempo stesso ha unito in sé sia la Chiesa di Roma, sia la Chiesa bizantina. E lo studio di figure di questo tipo può favorire il dialogo tra i cristiani occidentali e i cristiani orientali nella comune tradizione, nella comune eredità.


Il finanziamento dei media cattolici, un problema urgente per il CAMECO
Intervista al suo direttore esecutivo, Daniela Frank

di Jesús Colina

CITTA' DEL VATICANO, martedì, 27 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Dal suo osservatorio privilegiato, Daniela Frank, direttore esecutivo del Consiglio Cattolico dei Mezzi di Comunicazione (CAMECO), può comprendere come pochi altri le sfide che la Chiesa cattolica affronta nell'era dela comunicazione.

Il CAMECO, con sede ad Aquisgrana (Germania), è un ufficio di consulenza e assistenza nel settore delle comunicazioni per Africa, America Latina, Asia e Pacifico, Europa dell'Est.

Il Consiglio opera da 40 anni fornendo assistenza diretta ai responsabili di progetti di comunicazione e collaborando con le agenzie di cooperazione della Chiesa in Europa e nell'America del Nord che offrono aiuto ai mezzi di comunicazione.

Daniela Frank traccia un bilancio e una prospettiva del lavoro in questa intervista concessa a ZENIT in occasione del suo soggiorno a Roma per partecipare all'assemblea plenaria del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, del quale è consultore.

Voi analizzate centinaia di progetti di comunicazione cattolici. Potrebbe segnalarci il “peccato originale” dei media cattolici, dal punto di vista professionale e tecnico? Perché sulla scena mondiale, ad esempio nella televisione, non c'è oggi un grande media cattolico anche se avrebbe un pubblico potenziale di un miliardo di persone?

Daniela Frank: E' molto difficile trovare una risposta che copra la grande diversità delle realtà dei media cattolici in contesti tanto differenti come l'Africa, l'America Latina, l'Asia o l'Europa dell'Est. Un problema mi sembra il fatto che molti responsabili sottovalutano il dinamismo, la complessità e la professionalità del mondo delle comunicazioni in cui anche i media cattolici devono muoversi e competere. Per attirare (e mantenere) il pubblico non è più sufficiente “essere cattolico”.

Anche il pubblico interessato alle posizioni della Chiesa, che vuole vedere e ascoltare programmi religiosi o i messaggi che derivano dalla dottrina sociale della Chiesa e condivide la nostra visione dell'essere umano, cerca programmi attraenti e interessanti, capaci di competere con i prodotti professionali di molti media commerciali. Non basta la buona volontà del sacerdote o dei laici impegnati a gestire e sostenere una rivista, una radio o una rete televisiva cattolica. Fare comunicazione è un compito professionale, e per questo dobbiamo aumentare le nostre capacità per poter offrire le notizie in modo attraente.

Un altro “pericolo” delle comunicazioni cattoliche, a nostro avviso, è il fatto di pensare più ai “mezzi” che alla “comunicazione”. L'aspetto importante è spesso stabilire e avere un mezzo proprio, una radio, una rivista, un canale televisivo... e solo in seguito si pensa ai programmi, al finanziamento delle operazioni, alla formazione del personale. Si potrebbe invece riflettere per prima cosa sui destinatari della nostra comunicazione e sui contenuti che li potrebbero attrarre, per poi definire i canali e i formati più idonei. Pensare in modo più “strategico” continua ad essere una grande sfida per noi comunicatori cattolici.

Un problema importante dei mezzi di comunicazione cattolici è l'autofinanziamento. L'informazione religiosa non è quella economica, sportiva o di intrattenimento. In questi casi è pià facile pagare per utilizzarla. C'è una soluzione a questo problema?

Daniela Frank: Il finanziamento delle comunicazioni cattoliche è un tema urgente in tutto il mondo. Per i media elettronici, la pubblicità è quasi l'unico modo per ottenere entrate significative, un'opzione che spesso i superiori ecclesiali rifiutano o che (in vari Paesi) la legge non permette. Un'altra opzione sono le donazioni individuali o (per i media nel Sud o in alcune parti dell'Europa dell'Est) i sussidi da parte delle agenzie di cooperazione. Ci sono anche Diocesi che dedicano una parte del loro budget alla radio o ad altri mezzi di comunicazione diocesani perché hanno un ruolo pastorale fondamentale.

Sostenere un mezzo di comunicazione cattolico è senz'altro una sfida enorme ed è una sfida per crescere nella “responsabilità condivisa”, una responsabilità che include la gerarchia locale, i fedeli e altri che si identificano con questo mezzo. Non ci sono soluzioni facili né soluzioni che funzionano in qualsiasi contesto, ma possiamo constatare che iniziative con produzioni creative, destinatari ben definiti e basi sociali solide affrontano questa sfida più facilmente. Dobbiamo essere più creativi, dobbiamo crescere nell'impegno (che è possibile solo se siamo convinti che il nostro mezzo offra davvero un servizio importante e qualificato) e dobbiamo liberarci dai pregiudizi contro il mondo commerciale. Possiamo imparare molto dai media commerciali che hanno successo senza copiare semplicemente le loro azioni.

Nei Paesi in via di sviluppo ci sono molte iniziative di comunicazione cattoliche e pochi mezzi. Queste realtà possono approfittare della vostra attività professionale di consulenza e aiuto? Come?

Daniela Frank: Assistere le Chiese locali di Africa, America Latina, Asia ed Europa dell'Est è di fatto la ragion d'essere del CAMECO, fondato 40 anni fa per sostenere le agenzie di cooperazione dell'Europa Occidentale e dell'America del Nord nel processo decisionale sulle richieste di iniziative di comunicazione. Al margine dei progetti, include quasi tutta la varietà delle comunicazioni, dal teatro dei burattini alle piattaforme Internet e alla televisione via satellite.

Assistiamo circa 500 progetti all'anno, e più del 40% è proposto direttamente dagli incaricati dei progetti stessi, che ricercano il nostro aiuto nella pianificazione strategica delle loro iniziative, per l'aiuto allo sviluppo organizzativo o la formazione del personale, o per coordinare assistenza e valutazione in loco. Molti contatti si svolgono soprattutto per posta elettronica o Skype, ma visitiamo anche i progetti o – nel caso in cui sia necessaria un'assistenza più ampia e dettagliata – cerchiamo esperti esterni che possano organizzare laboratori e accompagnare i processi di cambiamento.

Qualsiasi incaricato di un'iniziativa di comunicazione che voglia consultarci può contattarci direttamente al CAMECO, ad esempio per posta elettronica. Per ulteriori dettagli, invitiamo a consultare la nostra pagina web www.cameco.org.

Viviamo nell'era della società dell'informazione e della comunicazione, ma molti pensano che la Chiesa sia ancora all'epoca di Gutenberg. In base alla sua esperienza, com'è possibile far scoprire a Vescovi, sacerdoti, religiosi e laici la gravità della situazione?

Daniela Frank: C'è una grande apertura ai cambiamenti nel mondo delle comunicazioni. Credo che come Chiesa siamo entrati già da molti anni nel mondo della comunicazione audiovisiva – radio, video, televisione. In America Latina già dagli anni Cinquanta e Sessanta la Chiesa è stata in molti Paesi una delle istituzioni più attive nella radio. In Africa solo da 10 o 15 anni c'è la possibilità legale di istituire radio della Chiesa.

E' evidente che nella gran parte delle regioni del mondo per comunicare con la gente bisogna essere presenti nei mezzi audiovisivi a causa dell'analfabetismo, dei problemi di trasporto dei quotidiani stampati, delle tradizioni orali, ecc. La Chiesa risponde con decisione a questa situazione, senza dimenticare il ruolo dei media scritti in varie culture per certi gruppi di destinatari.

La grande sfida di oggi sono i nuovi media interattivi, soprattutto Internet, e le prospettive di collegare vari canali come radio, televisione e piattaforme Internet. Bisogna tener conto del fatto che i responsabili delle comunicazioni della Chiesa non sono “nativi digitali”, ma forse “nativi migranti”, che scoprono passo per passo le dinamiche delle nuove tecnologie. C'è sempre un certo rischio di essere “contro” ciò che è nuovo, sconosciuto, ma c'è anche un crescente numero di Vescovi che si muove facilmente in questo mondo e così apre le porte della Chiesa per approfittare di tutti i canali di comunicazione per compiere la nostra missione nel mondo di oggi.

Per ulteriori informazioni, www.cameco.org

[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]


Forum
Halloween e le zucche vuote

di Antonio Fasol*

VERONA, martedì, 27 ottobre 2009 (ZENIT.org).- L’occasione dell’imminente festa cristiana di Ognissanti, ormai per popolarità superata dalla più democratica e politically correct festa di Halloween ci offre l’opportunità per tentare di andare al di là dell’immagine ironico grottesca delle zucche dipinte e per cercare di esplorarne simbolicamente l’interno.

In tale percorso ci aiuterà il critico francese Damien Le Guay, di cui è appena uscita una interessante pubblicazione, a carattere ironico e provocatorio “La faccia nascosta di Halloween (ed. Elledici) significativamente sottotitolata “Come la festa della zucca ha sconfitto Tutti i Santi!”.

La prima considerazione che viene spontanea è che nell’attuale risvegliarsi, in Europa, di una cultura caparbiamente laicista, che rifiuta, forzando perfino la storia, di riconoscere le proprie origini cristiane, non meraviglia il fatto che una festa di arcane origini paganeggianti, miratamente trasformata in occasione consumistica e di vago sapore carnevalesco, abbia ormai sopraffatto l’originaria festa cristiana non a caso con essa coincidente temporalmente.

Vi è, per la verità, un esempio ancora più emblematico di tale processo di sovrapposizione tra mondo secolare-paganeggiante e cristiano: il Natale, che, preso a sua volta in prestito (come data) dalla precedente festa pagana del dio sole e divenuto il “dies natalis” di Gesù per secoli, è ora ormai insidiato, soprattutto in ambito anglosassone e nordico, dalle renne di babbo natale e dagli alberi colorati, con annesso tutto l’indotto commerciale e consumistico che ha, tra l’altro, relegato il francescano presepe, originariamente veicolo religioso di meditazione sul mistero dell’Incarnazione, in rassegne artistiche dedicate dal vago sapore naturalistico e spesso più attente a rendere l’effetto meccanico di mulini e cascate piuttosto che a manifestare la nascita del Salvatore!

Ma tornando alla festa in oggetto, ciò che invece insospettisce il nostro autore è innanzitutto la pressoché totale indolenza e passività con cui la maggioranza della gente ha in pochi anni (l’inizio risale al 1995), dapprima timidamente tollerato, poi sempre più accettato tale sorpasso festaiolo, secondo la logica del “in fondo che c’è di male”.

Giornalisti e sociologi, per la verità, hanno pure tentato interpretazioni, almeno negli intenti, più filosofiche, affermando, per esempio, che “le cucurbitacee (la famiglia delle zucche) si adeguano perfettamente ai valori emergenti” (sic), o ancora che “Halloween è una nuova educazione alla vita e alla morte” (editoriale di “Le Monde” del 1° novembre 2000), articolo nel quale l’autore interpreta la grande diffusione della festa e la relativa ostilità dei cristiani come una rottura del monopolio religioso - e cristiano in particolare - sui riti e sulla simbologia nella società occidentale; c’è anche chi, infine, arriva a considerare la cultura indoeuropea, celtica e pagana come la vera originaria rispetto a quella giudaico-cristiana, che “ne avrebbe soffocato lo sviluppo” (J. Markale).

Ma da dove viene in realtà Halloween? Diciamo subito che il nome è già una sorta di malcelato acronimo inglese di “Ognissanti”; si tratta poi di una arcaica - e in parte mitizzata - tradizione celtica, veicolata successivamente da tradizioni irlandesi e americane, che univa il passaggio agricolo al nuovo anno con la festa religiosa-popolare del dio Samhain, divinità che nella notte tra il 31 ottobre e il 1° novembre consentiva il passaggio di spiriti malefici dal mondo dei morti a quello dei vivi. In tale occasione gli antichi druidi, travestiti con teste di animali, compivano gesti propiziatori in cambio di offerte che, se rifiutate, ricambiavano con puntuali maledizioni! Per scacciare i medesimi spiriti, pare che fuori dalle case venissero appese zucche e lampade.

Chi pensasse, però che si tratti di una delle tante rivalutazioni tradizional-folcloristiche di culture arcaiche minoritarie, verrà subito smentito dall’apprendere che, in realtà, fu il frutto di una autentica pianificazione consumistico-commerciale su scala mondiale operata da una società (Cesar) nel 1992. Essa individuò il periodo “a metà strada tra l’inizio dell’anno scolastico e Natale” e lanciò la festa con maschere (di cui era produttrice), teschi e costumi da strega; successivamente, grazie ad una mirata pubblicità mass-mediatica e all’apporto di grosse multinazionali dello svago (da Disney a McDonalds), raggiunse la diffusione che conosciamo diventando una sorta di “folklorizzazione religiosa” (M.de Certeau).

Il paradosso di Halloween e delle sue bizzarrie è, quindi, quello di essere nel contempo ipermoderna (nel modo di presentarsi) ed iperarcaica (nelle idee), e rappresentare il massimo della credulità in un mondo – per dirla con Chesterton – che ha smesso di credere in Dio.

Nell’attuale cultura, in stile tipicamente new age e rigorosamente a-confesionale, dove impera la logica della festa per la festa, a prescindere dai contenuti da celebrare, si spiega il facile e veloce successo della penetrazione sociale di Halloween, emblema e icona del vuoto, delle zucche ma specialmente delle teste che in esse si perdono.

Perfino l’apparentemente innocuo gioco infantile del “dolcetto o scherzetto”, ad un’analisi più approfondita, non è che la rappresentazione dei ruoli invertiti bambini-adulti, dove questi ultimi sono ricattati a dare dolcetti ai primi per cautelarsi contro la maledizione, sia pur scherzosa: e qui sta la differenza tra lo scambio gratificante e il dono estorto (considerando anche che il carnevale è ancora lontano).

Per quanto riguarda l’ambito scolastico, poi, mentre la tendenza imperante, dai programmi ai testi adottati, è quella di evitare o ridurre al minimo ogni accenno a riferimenti religiosi - e in particolare cristiani - assistiamo, per occasioni come Halloween (proprio per la sua malcelata aura di gioiosa e giocosa neutralità) ad una vera e propria adozione laica universalmente accettata, con tanto di lezioni di cultura anglosassone (?) e similia. A tale filone culturale sono da ascrivere i successi, tra gli adolescenti, di alcune serie televisive americane (Buffy, Streghe).

In definitiva, quindi, la differenza tra Halloween e Ognissanti è sostanziale, sia come contenuto – per la prima pressoché inesistente – sia come rappresentazione temporale: per la prima, infatti, il tempo è ciclico e costituito da stagioni che ritornano uguali, mentre per la seconda, il tempo cristiano è lineare e caratterizzato dalla tensione tra nascita e parusìa di Cristo, sia pur nella ciclicità liturgica.

La più nostrana e genuina tradizione popolare metteva giustamente in guardia: “scherza con i fanti…!”.

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*Antonio Fasol è Presidende del Gruppo di Ricerca e Informazione Socioreligiosa di Verona

 





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