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News dal Vaticano :: Il mondo visto da Roma - 27 Settembre 2009
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Il mondo visto da Roma - 27 Settembre 2009
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Domenica, 27 Settembre 2009: Accadde Oggi  


Il mondo visto da Roma

  SANTA SEDE
Benedetto XVI: “La vera libertà presuppone la ricerca della verità”
Benedetto XVI: la storia del cristianesimo è la storia dell'Europa
Il Papa: “La Chiesa non domanda privilegi”
Il Papa ai fedeli della Repubblica Ceca: riscoprite le tradizioni cristiane
Benedetto XVI chiede rispetto per i bambini maltrattati
Il Papa: Cristo, unica certa speranza dell'umanità
La Chiesa influisce se è una "minoranza creativa", afferma il Papa
Il Pontefice chiede nuovi modelli "per una economia responsabile"
Incontro tra il Papa e il Presidente Klaus nel Castello di Praga
Benedetto XVI denuncia l'"assedio della famiglia"
L'obiettivo del Papa in Repubblica Ceca: dare speranza
Centralità della persona, ambiente e giustizia: chiavi per lo sviluppo

 ANALISI
Polemiche sugli stipendi dei top manager

 PAROLA E VITA
RU 486: la Geenna della vita

 BIOETICA
No alle facili interpretazioni del testamento biologico

 ANGELUS
Il Papa affida la Repubblica Ceca e la sua Chiesa a Maria

 DOCUMENTI  
Intervista del Papa durante il volo per la Repubblica Ceca
Omelia di Benedetto XVI nella Messa a Brno
Discorso di Benedetto XVI nell'Incontro ecumenico a Praga


Santa Sede

Benedetto XVI: “La vera libertà presuppone la ricerca della verità”
Nell'incontro con le autorità ceche e il Corpo diplomatico

ROMA, domenica, 27 settembre 2009 (ZENIT.org).- Questo sabato, nella Sala Spagnola del Castello di Praga, Benedetto XVI si è incontrato con le autorità politiche e civili ceche e con il corpo diplomatico, riflettendo sul “corretto uso della libertà” e sul senso della verità.

Nel suo discorso, preceduto da una breve esecuzione dell’Orchestra Filarmonica ceca, il Papa ha spiegato che “la vera libertà presuppone la ricerca della verità, del vero bene, e pertanto trova il proprio compimento precisamente nel conoscere e fare ciò che è retto e giusto”.

“La verità, in altre parole, è la norma guida per la libertà e la bontà ne è la perfezione”, ha aggiunto.

Per questo, ha sottolineato, “l’alta responsabilità di tener desta la sensibilità per il vero ed il bene ricade su chiunque eserciti il ruolo di guida” nei diversi ambiti della vita sociale.

Per i cristiani, ha ricordato, “la verità ha un nome: Dio. E il bene ha un volto: Gesù Cristo”.

Quindi, ha ribadito che la fede cristiana, il patrimonio dei suoi valori spirituali e culturali, ha plasmato l’identità della nazione ceca e “l’ha anche dotata della prospettiva necessaria ad esercitare un ruolo di coesione al cuore dell’Europa”.

Parlando dell'Europa, il Papa ha quindi spiegato che quest'ultima “è più che un continente”, “è una casa! E la libertà trova il suo significato più profondo proprio nell’essere una patria spirituale”.

Il Santo Padre ha quindi rimarcato “l’insostituibile ruolo del cristianesimo per la formazione della coscienza di ogni generazione e per la promozione di un consenso etico di fondo, al servizio di ogni persona” che chiama l’Europa “casa”.

Quindi, rivolgendosi direttamente alle autorità presenti all’incontro le ha esortate ad essere fedeli “alla verità che, sola è la garanzia della libertà e dello sviluppo umano integrale”.

Infatti, “la ricerca della verità, lungi dal minacciare la tolleranza delle differenze o il pluralismo culturale, rende il consenso possibile e permette al dibattito pubblico di mantenersi logico, onesto e responsabile, assicurando quell’unità che le vaghe nozioni di integrazione semplicemente non sono in grado di realizzare”.

“La storia – ha ricordato il Papa – ha ampiamente dimostrato che la verità può essere tradita e manipolata a servizio di false ideologie, dell’oppressione e dell'ingiustizia”.

Noi, però, ha concluso “dobbiamo riacquistare fiducia nella nobiltà e grandezza dello spirito umano per la sua capacità di raggiungere la verità, e lasciare che quella fiducia ci guidi nel paziente lavoro della politica e della diplomazia”.

“Insieme – ha infine esortato – dobbiamo impegnarci nella lotta per la libertà e nella ricerca della verità: o le due cose vanno insieme, mano nella mano, oppure insieme periscono miseramente”.


Benedetto XVI: la storia del cristianesimo è la storia dell'Europa
Incontro ecumenico all'Arcivescovado di Praga

PRAGA, domenica, 27 settembre 2009 (ZENIT.org).- "Quando l'Europa si pone in ascolto della storia del cristianesimo, ascolta la sua stessa storia". E' questo il messaggio lanciato da Benedetto XVI durante l'Incontro ecumenico svoltosi nell'Arcivescovado di Praga questa domenica pomeriggio.

L'Incontro ha una particolare valenza all'interno della visita pastorale del Papa nella Repubblica Ceca, uno dei Paesi più secolarizzati al mondo, in cui la comunità cattolica e cristiana in generale incontra non di rado un ambiente poco ricettivo.

Il Papa ha riconosciuto che "è difficile credere che solo due decenni sono passati da quando il crollo dei precedenti regimi ha dato avvio a una difficile ma produttiva transizione verso strutture politiche più partecipative", ricordando che in questo periodo "i cristiani si sono uniti assieme ad altri uomini di buona volontà nell'aiutare a ricostruire un ordine politico giusto, e continuano oggi ad impegnarsi nel dialogo per aprire nuove vie verso la comprensione reciproca, la collaborazione in vista della pace e il progresso del bene comune".

Malgrado ciò, ha ammesso, "stanno emergendo sotto nuove forme tentativi tesi a marginalizzare l'influsso del cristianesimo nella vita pubblica, talora sotto il pretesto che i suoi insegnamenti sono dannosi al benessere della società".

"Cosa ha da dire oggi il Vangelo alla Repubblica Ceca e più in generale all'intera Europa, in un periodo segnato dal proliferare di diverse visioni del mondo?", si è chiesto il Pontefice.

"Il cristianesimo - ha risposto - ha molto da offrire sul piano pratico e morale, poiché il Vangelo non cessa mai di ispirare uomini e donne a porsi al servizio dei loro fratelli e sorelle".

Accanto alla carità, ha aggiunto, Gesù Cristo "offre la salvezza", termine che "esprime qualche cosa di fondamentale ed universale dell'anelito umano verso la felicità e la pienezza", alludendo "al desiderio ardente di riconciliazione e di comunione che spontaneamente sgorga nelle profondità dello spirito umano".

Secondo il Papa, "acquistiamo fiducia sapendo che la proclamazione da parte della Chiesa della salvezza in Gesù Cristo è sempre antica e sempre nuova, imbevuta della saggezza del passato e ricolma di speranza per il futuro".

"Quando l'Europa si pone in ascolto della storia del cristianesimo, ascolta la sua stessa storia. Le sue nozioni di giustizia, libertà e responsabilità sociale, assieme alle istituzioni culturali e giuridiche stabilite per difendere queste idee e trasmetterle alle generazioni future, sono plasmate dalla sua eredità cristiana. In verità, la memoria del passato anima le sue aspirazioni per il futuro".

Il coraggio di annunciare Cristo

Benedetto XVI ha quindi ricordato che come l'impegno dei cristiani del passato "fu motivato dalla convinzione che i cristiani non devono ripiegarsi su di sé, timorosi del mondo, ma piuttosto condividere con fiducia il tesoro di verità loro affidato", quelli di oggi "devono avere il coraggio di invitare uomini e donne alla radicale conversione che deriva dall'incontro con Cristo e introduce in una nuova vita di grazia".

Le radici cristiane dell'Europa, ha aggiunto, "continuano - in maniera tenue ma al tempo stesso feconda - a provvedere al Continente il sostegno spirituale e morale che permette di stabilire un dialogo significativo con persone di altre culture e religioni".

"Proprio perché il Vangelo non è un'ideologia, non pretende di bloccare dentro schemi rigidi le realtà socio politiche che si evolvono - ha segnalato -. Piuttosto, esso trascende le vicissitudini di questo mondo e getta nuova luce sulla dignità della persona umana in ogni epoca".

In questo contesto, il Papa ha chiesto a tutti gli esponenti del Consiglio ecumenico delle Chiese nella Repubblica Ceca ad auspicare da Dio "uno spirito di coraggio per condividere le verità salvifiche eterne che hanno permesso, e continueranno a permettere, il progresso sociale e culturale di questo Continente".

"La salvezza operata da Gesù con la sua passione, morte, risurrezione ed ascensione in cielo non solo trasforma noi che crediamo in lui, ma ci spinge a condividere questa Buona Notizia con altri. La nostra capacità di attingere alla verità insegnata da Gesù Cristo, illuminata dai doni dello Spirito di conoscenza, saggezza e intelletto ci sproni a lavorare strenuamente in favore dell'unità che Egli desidera per tutti i suoi figli rinati nel Battesimo, e anzi per l'intero genere umano".


Il Papa: “La Chiesa non domanda privilegi”
Nel celebrare i Vespri nella Cattedrale di Praga

ROMA, domenica, 27 settembre 2009 (ZENIT.org).- “La Chiesa non domanda privilegi, ma solo di poter operare liberamente al servizio di tutti e con spirito evangelico”: è quanto ha detto Benedetto XVI durante i Vespri celebrati sabato pomeriggio nella Cattedrale di Praga con i sacerdoti, i religiosi e i rappresentanti dei movimenti laici.

La Cattedrale dei Santi Vito, Venceslao e Adalberto, in stile gotico, venne iniziata nel 1334, sotto il regno del re di Boemia Carlo IV ed ha subito continui restauri nel corso dei secoli fino al 1929, quando è stata ultimata.

Nella cripta riposano i re di Boemia e i Santi Patroni Venceslao, Giovanni Nepomuceno (ovvero di Nepomuk) e Adalberto, così come numerosi personaggi della storia nazionale ed europea.

Il luogo più sacro della cattedrale è però la Cappella di san Venceslao, dove sono tenuti i gioielli cechi dell’incoronazione.

Nel suo discorso il Papa ha menzionato i tanti “Vescovi, sacerdoti, religiosi, religiose e fedeli, che hanno resistito con eroica fermezza alla persecuzione comunista, giungendo persino al sacrificio della vita”.

“L’eroismo dei testimoni della fede ricorda che solo dalla conoscenza personale e dal legame profondo con Cristo è possibile trarre l’energia spirituale per realizzare appieno la vocazione cristiana”, ha continuato.

“Solo l’amore di Cristo rende efficace l’azione apostolica, soprattutto nei momenti della difficoltà e della prova”, ha spiegato rivolgendosi alla comunità cattolica del Paese.

Parlando poi delle nuove difficoltà sorte dopo la caduta del regime comunista, il Papa ha osservato che “anche oggi non è facile vivere e testimoniare il Vangelo”.

“La società – ha detto – reca ancora le ferite causate dall’ideologia atea ed è spesso affascinata dalla moderna mentalità del consumismo edonista, con una pericolosa crisi di valori umani e religiosi e la deriva di un dilagante relativismo etico e culturale”.

In questo contesto la comunità cattolica è chiamata ad offrire il suo decisivo contributo e a dare vita a “una sempre crescente intesa con le altre istituzioni sia pubbliche che private”.


Il Papa ai fedeli della Repubblica Ceca: riscoprite le tradizioni cristiane
Nella cerimonia di benvenuto all’aeroporto Stará Ruzyně di Praga

ROMA, domenica, 27 settembre 2009 (ZENIT.org).- Con un appello a riscoprire le tradizioni cristiane ha avuto inizio questo sabato la visita apostolica di Benedetto XVI in Repubblica Ceca – il suo 13° viaggio internazionale – che ha come motto: “L’amore di Cristo è la nostra forza”.

Al suo arrivo il Papa è stato accolto all’aeroporto Stará Ruzyně di Praga dal Presidente ceco, Václav Klaus, dal Cardinale Miloslav Vlk, Arcivescovo di Praga, e dal Presidente della Conferenza episcopale del Paese, mons. Jan Graubner.

All'inizio del suo discorso il Pontefice si è detto felice di trovarsi in questa terra, liberatasi 20 anni fa dal regime comunista e così “profondamente [...] permeata dal cristianesimo” grazie all’azione missionaria dei Santi Cirillo e Metodio nel IX secolo.

Così “questo territorio – ha sottolineato – posto nel cuore del continente europeo, al crocevia tra nord e sud, est ed ovest, è stato un punto d’incontro di popoli, tradizioni e culture diverse”.

“Da qui – ha continuato – il significativo ruolo che le terre ceche hanno giocato nella storia intellettuale, culturale e religiosa d’Europa, talora come un campo di battaglia, più spesso come un ponte”.

Nel suo discorso il Papa ha quindi ricordato l'anniversario della “Rivoluzione di Velluto”, la rivoluzione anti-comunista iniziata nel 1989 a Bratislava, con una manifestazione di studenti universitari slovacchi a favore della democrazia e continuata con la manifestazione degli studenti cechi a Praga, che “felicemente pose fine in modo pacifico ad un’epoca particolarmente dura per questo Paese, un’epoca in cui la circolazione di idee e di movimenti culturali era rigidamente controllata”.

“Mi unisco a voi e ai vostri vicini nel rendere grazie per la vostra liberazione da quei regimi oppressivi – ha affermato il Papa –. Se il crollo del muro di Berlino ha segnato uno spartiacque nella storia mondiale, ciò è ancora più vero per i Paesi dell’Europa Centrale e Orientale, rendendoli capaci di assumere quel posto che spetta loro nel consesso delle Nazioni, in qualità di attori sovrani”.

“Una particolare tragedia per questa terra – ha sottolineato – è stato il tentativo spietato da parte del Governo di quel tempo di mettere a tacere la voce della Chiesa”.

Infatti, ha ricordato, “nel corso della vostra storia, dal tempo di San Venceslao, di Santa Ludmilla e Sant’Adalberto fino a San Giovanni Nepomuceno, vi sono stati martiri coraggiosi la cui fedeltà a Cristo si è fatta sentire con voce più chiara e più eloquente di quella dei loro uccisori”.

Il Papa ha quindi reso omaggio agli “innumerevoli coraggiosi sacerdoti, religiosi e laici, uomini e donne hanno mantenuto viva la fiamma della fede in questo Paese”.

“Ora che è stata recuperata la libertà religiosa – ha continuato –, faccio appello a tutti i cittadini della Repubblica, perché riscoprano le tradizioni cristiane che hanno plasmato la loro cultura ed esorto la comunità cristiana a continuare a far sentire la propria voce mentre la nazione deve affrontare le sfide del nuovo millennio”.

Infine, il Papa ha sottolineato il desiderio del Presidente Klaus “di vedere riconosciuto alla religione un ruolo maggiore nelle questioni del Paese” e citando il motto della bandiera presidenziale, “La Verità vince”, ha auspicato “che la luce della verità” guidi il progresso di questa nazione nell’armonia tra fede e ragione.


Benedetto XVI chiede rispetto per i bambini maltrattati
Nel visitare la Chiesa di Santa Maria della Vittoria di Praga

ROMA, domenica, 27 settembre 2009 (ZENIT.org).- Rispetto per i bambini e unità e concordia per tutte le famiglie. E' quanto ha invocato questo sabato Benedetto XVI nel rendere omaggio alla statua del Bambino Gesù di Praga.

Dopo il suo arrivo nella capitale della Repubblica Ceca, il Papa si è recato nella Chiesa di Santa Maria della Vittoria, eretta tra il 1611 e il 1613 per i luterani tedeschi, e poi ricostruita in seguito alla vittoria riportata dall'esercito della Lega Cattolica sui ribelli protestanti, durante la Guerra dei Trent'anni, in occasione della “Battaglia della Montagna Bianca” dell'8 novembre 1620.

Qui ha reso omaggio alla piccola statua di legno e cera del Bambino Gesù, custodita in questa Chiesa fin dal 1628 e di cui esistono numerose riproduzioni soprattutto in Slovacchia, Germania e anche nelle Filippine.

Per l’occasione, Benedetto XVI ha regalato una corona per la Sacra Immagine del Bambino, cui in passato sono stati attribuiti parecchi fenomeni miracolosi.

Nel suo breve discorso, il Santo Padre ha sottolineato come nel Santo Bambino di Praga si rifletta il “mistero dell’Incarnazione” e allo stesso tempo sia possibile contemplare “la bellezza dell’infanzia e la predilezione che Gesù Cristo ha sempre manifestato verso i piccoli”.

Eppure, ha esclamato, “quanti bambini invece non sono amati, né accolti, né rispettati! Quanti sono vittime della violenza e di ogni forma di sfruttamento da parte di persone senza scrupoli!”.

“Possano essere riservati ai minori quel rispetto e quell’attenzione loro dovuti: i bambini sono il futuro e la speranza dell’umanità”, ha affermato con forza.

Il Papa ha quindi rivolto il proprio pensiero a tutte le famiglie del mondo, invocando su di loro “il dono dell’unità e della concordia per tutte le famiglie”.

“Pensiamo specialmente a quelle giovani, che debbono fare tanti sforzi per dare ai figli sicurezza e un avvenire dignitoso”, ha detto.

“Preghiamo per le famiglie in difficoltà, provate dalla malattia e dal dolore, per quelle in crisi, disunite o lacerate dalla discordia e dall’infedeltà”.

“Tutte le affidiamo al Santo Bambino di Praga, sapendo quanto sia importante la loro stabilità e la loro concordia per il vero progresso della società e per il futuro dell’umanità”, ha quindi concluso.

Secondo la tradizione, la statuetta del Bambino Gesù di Praga risalirebbe al XVII secolo e sarebbe stata portata dalla Spagna dalla principessa Polyxena di Lobkowicz, che nel 1628 l'ha affidata all’ordine dei padri Carmelitani Scalzi, presso il convento di Santa Maria della Vittoria.

Dalla metà del 1700, quando per prime se ne occuparono Anna Loragh e Sibylla Schayemaier, la statua ha degli abiti fatti a mano, di grande fattura, che si cambiano periodicamente. Attualmente questi abitini sono oltre 100 fra cui uno tessuto personalmente dall’Imperatrice d’Austria Maria Teresa.


Il Papa: Cristo, unica certa speranza dell'umanità
BRNO, domenica, 27 settembre 2009 (ZENIT.org).- L'umanità è "assetata di qualcosa su cui poggiare saldamente il proprio avvenire", e questa base non può essere che Cristo, ha affermato Benedetto XVI questa domenica nell'omelia della Messa che ha presieduto nella spianata attigua all'aeroporto di Brno, in Repubblica Ceca.

Nel secondo giorno della sua visita pastorale nel Paese, il Pontefice si è voluto concentrare sul tema della speranza, a cui ha dedicato la sua seconda Enciclica Spe salvi, nella quale riconosce che l'unica speranza certa e affidabile si fonda su Dio.

"L'esperienza della storia mostra a quali assurdità giunge l'uomo quando esclude Dio dall'orizzonte delle sue scelte e delle sue azioni, e come non è facile costruire una società ispirata ai valori del bene, della giustizia e della fraternità, perché l'essere umano è libero e la sua libertà permane fragile, ha osservato.

Per questo, bisogna mettersi in ascolto "di una parola che ci indichi la strada che conduce alla speranza", anzi, "della Parola che sola può darci speranza solida, perché è Parola di Dio".

La speranza si concretizza in Gesù Cristo, che, "morendo in croce e risorgendo da morte, ci ha liberati dalla schiavitù dell'egoismo e del male, del peccato e della morte".

"E questo è l'annuncio di salvezza, antico e sempre nuovo, che la Chiesa proclama di generazione in generazione: Cristo crocifisso e risorto, Speranza dell'umanità!", ha esclamato.

Sfide alla speranza

Benedetto XVI ha ricordato come la Repubblica Ceca, come altre Nazioni, stia vivendo "una condizione culturale che rappresenta spesso una sfida radicale per la fede e, quindi, anche per la speranza".

"In effetti - ha riconosciuto -, sia la fede che la speranza, nell'epoca moderna, hanno subito come uno 'spostamento', perché sono state relegate sul piano privato e ultraterreno, mentre nella vita concreta e pubblica si è affermata la fiducia nel progresso scientifico ed economico".

"Gli sviluppi tecnici ed il miglioramento delle strutture sociali sono importanti e certamente necessari, ma non bastano a garantire il benessere morale della società", ha osservato. "L'uomo ha bisogno di essere liberato dalle oppressioni materiali, ma deve essere salvato, e più profondamente, dai mali che affliggono lo spirito".

"Chi può salvarlo se non Dio, che è Amore e ha rivelato il suo volto di Padre onnipotente e misericordioso in Gesù Cristo?", ha chiesto.

"La nostra salda speranza è dunque Cristo: in Lui, Dio ci ha amato fino all'estremo e ci ha dato la vita in abbondanza, quella vita che ogni persona, talora persino inconsapevolmente, anela a possedere".

"Solo Cristo può essere la nostra certa speranza. Questo è l'annuncio che noi cristiani siamo chiamati a diffondere ogni giorno, con la nostra testimonianza".

Il Vescovo di Roma ha invitato tutti a impegnarsi in questo annuncio: i sacerdoti, "restando intimamente uniti a Gesù ed esercitando con entusiasmo il vostro ministero, certi che nulla può mancare a chi si fida di Lui"; i religiosi e le religiose, "con la gioiosa e coerente pratica dei consigli evangelici, indicando quale è la nostra vera patria: il Cielo"; i laici, giovani e adulti; le famiglie.

"Gesù mai abbandona i suoi amici - ha segnalato -. Egli assicura il suo aiuto, perché nulla è possibile fare senza di Lui, ma, al tempo stesso, chiede ad ognuno di impegnarsi personalmente per diffondere il suo universale messaggio di amore e di pace".

Affidamento della Repubblica Ceca a Maria

Nel suo intervento in occasione dell'Angelus, recitato al termine della Messa, Benedetto XVI ha invitato i cechi a mantenersi fedeli alla loro vocazione cristiana e al Vangelo "per costruire insieme un avvenire di solidarietà e di pace".

"Maria tenga desta la fede di tutti voi, la fede alimentata anche da numerose tradizioni popolari che affondano le loro radici nel passato, ma che giustamente voi avete cura di conservare perché non venga meno il calore della convivenza familiare nei villaggi e nelle città".

"A volte si constata, con una certa nostalgia, che il ritmo della vita moderna tende a cancellare alcune tracce di un passato ricco di fede - ha ammesso -. E' importante invece non perdere di vista l'ideale che le usanze tradizionali esprimevano, e soprattutto va mantenuto il patrimonio spirituale ereditato dai vostri antenati, per custodirlo ed anzi renderlo rispondente alle esigenze dei tempi presenti".

"Vi aiuti in questo la Vergine Maria, alla quale rinnovo l'affidamento della vostra Chiesa e dell'intera Nazione ceca", ha concluso il Papa.


La Chiesa influisce se è una "minoranza creativa", afferma il Papa
Osservazioni in una conversazione con i giornalisti

PRAGA, domenica, 27 settembre 2009 (ZENIT.org).- Benedetto XVI è convinto del fatto che la Chiesa cattolica potrà avere incidenza nel dibattito pubblico nella misura in cui rappresenterà una "minoranza creativa".

Lo ha spiegato ai giornalisti che lo accompagnavano questo sabato mattina nel volo papale da Roma a Praga, rispondendo a cinque domande raccolte in precedenza da padre Federico Lombardi S.I., direttore della Sala Stampa della Santa Sede.

In una delle domande si constatava che la Repubblica Ceca, destinazione di questa visita dal 26 al 28 settembre, è un "Paese molto secolarizzato in cui la Chiesa cattolica è una minoranza".

"Direi che normalmente sono le minoranze creative che determinano il futuro, e in questo senso la Chiesa cattolica deve comprendersi come minoranza creativa che ha un'eredità di valori che non sono cose del passato, ma sono una realtà molto viva ed attuale", ha detto il Santo Padre.

"La Chiesa deve attualizzare, essere presente nel dibattito pubblico, nella nostra lotta per un concetto vero di libertà e di pace", ha aggiunto.

Benedetto XVI ha affermato che il contributo della Chiesa deve realizzarsi a tre livelli: intellettuale, educativo e caritativo.

Per quanto riguarda il primo livello, "il grande dialogo intellettuale, etico ed umano", ha sottolineato in particolare il "dialogo intellettuale tra agnostici e credenti".

"Ambedue hanno bisogno dell'altro: l'agnostico non può essere contento di non sapere se Dio esiste o no, ma deve essere in ricerca e sentire la grande eredità della fede".

Dall'altro lato, "il cattolico non può accontentarsi di avere la fede, ma deve essere alla ricerca di Dio, ancora di più, e nel dialogo con gli altri ri-imparare Dio in modo più profondo".

Affrontando il contributo cattolico nel settore educativo, il Pontefice ha constatato che "la Chiesa ha molto da fare e da dare", perché in questo momento si vive un'"emergenza educativa".

"E' un problema comune a tutto l'Occidente: qui la Chiesa deve di nuovo attualizzare, concretizzare, aprire per il futuro la sua grande eredità", ha commentato.

Presentando la sfida posta dal terzo settore, la carità, il Papa ha ricordato che "la Chiesa ha sempre avuto questo come segno della sua identità: quello di venire in aiuto ai poveri, di essere strumento della carità".

Come esempio di questo, ha presentato la Caritas, che "fa moltissimo nelle diverse comunità, nelle situazioni di bisogno, e offre molto anche all'umanità sofferente nei diversi continenti, dando così un esempio di responsabilità per gli altri, di solidarietà internazionale, che è anche condizione della pace".


Il Pontefice chiede nuovi modelli "per una economia responsabile"
L'etica è un principio interiore economico, spiega

PRAGA, domenica, 27 settembre 2009 (ZENIT.org).- Benedetto XVI, come ha riconosciuto egli stesso, ha scritto l'Enciclica Caritas in Veritate per aprire un dibattito globale per "trovare nuovi modelli per una economia responsabile".

Lo ha confessato questo sabato nel volo che lo portava a Praga, rispondendo ai giornalisti che gli hanno chiesto di compiere un bilancio dell'enorme eco che ha avuto la sua ultima Enciclica nei mezzi di comunicazione.

"Sono molto contento per questa grande discussione", ha riconosciuto il Papa. "Era proprio questo lo scopo: incentivare e motivare una discussione su questi problemi, non lasciare andare le cose come sono, ma trovare nuovi modelli per una economia responsabile, sia nei singoli Paesi, sia per la totalità dell'umanità unificata".

Secondo il Vescovo di Roma, "l'etica non è qualcosa di esteriore all'economia, la quale come una tecnica potrebbe funzionare da sé, ma è un principio interiore dell'economia, la quale non funziona se non tiene conto dei valori umani della solidarietà, delle responsabilità reciproche e se non integra l'etica nella costruzione dell'economia stessa".

Comprendere questa visione, ha affermato, "è la grande sfida di questo momento".

"Spero, con l'Enciclica, di aver contribuito a questa sfida - ha aggiunto -. Il dibattito in corso mi sembra incoraggiante. Certamente vogliamo continuare a rispondere alle sfide del momento e ad aiutare affinché il senso della responsabilità sia più forte della volontà del profitto, che la responsabilità nei riguardi degli altri sia più forte dell'egoismo; in questo senso, vogliamo contribuire ad un'economia umana anche in futuro".


Incontro tra il Papa e il Presidente Klaus nel Castello di Praga
Colloquio tra il Cardinale Tarcisio Bertone e il Premier ceco Jan Fischer

ROMA, domenica, 27 settembre 2009 (ZENIT.org).- Sabato pomeriggio, Benedetto XVI si è incontrato con il Presidente della Repubblica Ceca Václav Klaus, accompagnato dalla moglie, al Castello Hradčany di Praga. Il colloquio privato è durato 15 minuti.

A seguire si è svolto il tradizionale scambio di doni. Il Santo Padre ha regalato un mosaico raffigurante San Venceslao, patrono della Repubblica Ceca, mentre il presidente Klaus ha donato una coppa di cristallo di Boemia con due candelabri di cristallo e uno sgabello da pianoforte.

Nel frattempo, in un'altra sala, si è svolto l’incontro tra il Segretario di Stato vaticano, il Cardinale Tarcisio Bertone, mons. Fernando Filoni, sostituto per gli affari generali della Segreteria di Stato, mons. Diego Causero, nunzio apostolico a Praga, e il Premier ceco Jan Fischer.

Secondo quanto riferito dalla Radio Vaticana, tra i temi affrontati nel corso del colloquio figuravano: i rapporti bilaterali con riferimento all'Accordo non ancora ratificato tra Santa Sede e Repubblica Ceca (le trattative sono iniziate nell'aprile 2000) e alla questione della restituzione dei beni tolti dal regime comunista alla Chiesa.

Riguardo a quest'ultimo tema, informa l'emittente pontificia, “il dialogo non subirà accelerazioni, vista l'attuale situazione economica, ma c'è la prospettiva di riprenderlo appena possibile in un quadro di reciproca fiducia”.

Inoltre, si è parlato della costruzione europea e della solidarietà internazionale verso i Paesi poveri, soprattutto in questo momento di crisi, con il coinvolgimento e la partecipazione della Chiesa.

La Repubblica Ceca ha una popolazione di poco più di 10 milioni di abitanti, per il 26,8% cattolici.


Benedetto XVI denuncia l'"assedio della famiglia"
Ricevendo i Vescovi brasiliani del Nordeste 1 e Nordeste 4

di Roberta Sciamplicotti


CASTEL GANDOLFO, domenica, 27 settembre 2009 (ZENIT.org).- Ricevendo questo venerdì nel Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo i Vescovi della Conferenza Episcopale del Brasile (Nordeste 1 e Nordeste 4) in occasione della loro visita ad limina apostolorum, Benedetto XVI ha denunciato la difficile situazione che attraversa la famiglia nel Paese latinoamericano.

Nel discorso che ha rivolto ai presuli, il Pontefice ha infatti riconosciuto che nella società attuale ci sono "forze e voci" che sembrano voler "demolire la base naturale della vita umana", provocando una situazione di "assedio della famiglia, con la vita che esce sconfitta da numerose battaglie".

Nonostante questo, "è incoraggiante percepire che, malgrado tutte le influenze negative, il popolo delle Regioni Nordeste 1 e 4, sostenuto dalla sua caratteristica pietà religiosa e da un profondo senso di solidarietà fraterna, continua ad essere aperto al Vangelo della Vita".

"In ogni casa il padre e la madre, intimamente irrobustiti dalla forza dello Spirito Santo, continuino ad essere la benedizione di Dio nella propria famiglia, cercando l'eternità del loro amore nelle fonti di grazie affidate alla Chiesa", ha auspicato il Vescovo di Roma.

Il dramma del divorzio

Anche se la Chiesa "paragona la famiglia umana alla vita della Santissima Trinità - prima unità di vita nella pluralità delle persone - e non cessa di insegnare che la famiglia trova il suo fondamento nel matrimonio e nel piano di Dio", "nel mondo secolarizzato si vive nell'incertezza più profonda a questo riguardo, soprattutto da quando le società occidentali hanno legalizzato il divorzio", ha riconosciuto il Papa.

"L'unico fondamento riconosciuto sembra essere il sentimento o la soggettività individuale che si esprime nella volontà di convivere", ha aggiunto, sottolineando che in questa situazione "diminuisce il numero dei matrimoni, perché nessuno impegna la vita su una premessa così fragile e incostante", "crescono le unioni di fatto e aumentano i divorzi".

"Su questa fragilità si consuma il dramma di tanti bambini privati del sostegno dei genitori, vittime del malessere e dell'abbandono, e si diffonde il disordine sociale", ha segnalato.

La Chiesa, dal canto suo, "non può restare indifferente di fronte alla separazione dei coniugi e al divorzio, davanti alla rovina delle famiglie e alle conseguenze provocate dal divorzio nei figli".

Questi ultimi, "per essere istruiti ed educati, hanno bisogno di riferimenti estremamente precisi e concreti" ed "è questo principio che la pratica del divorzio sta minando e compromettendo con la cosiddetta famiglia allargata e mobile, che moltiplica i 'padri' e le 'madri' e fa sì che oggi la maggior parte di coloro che si sentono 'orfani' non sia rappresentata da figli senza genitori, ma da figli che ne hanno troppi".

Ritornare alla famiglia cristiana

Secondo il Papa, i problemi attuali che le coppie devono affrontare e che indeboliscono la loro unione "trovano la loro vera soluzione in un ritorno alla solidità della famiglia cristiana, luogo di fiducia reciproca, di dono reciproco, di rispetto per la libertà e per l'educazione alla vita sociale".

Per aiutare le famiglie, il Papa ha esortato i presuli del Brasile a "proporre loro, con convinzione, le virtù della Sacra Famiglia: la preghiera, pietra angolare di ogni famiglia fedele alla propria identità e missione; la laboriosità, asse di ogni matrimonio maturo e responsabile; il silenzio, cemento di ogni attività libera ed efficace".

Allo stesso modo, chiede ai sacerdoti e ai centri pastorali delle Diocesi dei Vescovi brasiliani di "accompagnare le famiglie, perché non siano illuse e sedotte da certi stili di vita relativisti promossi dalle produzioni cinematografiche e televisive e da altri mezzi di informazione".

Il Papa ha confidato di avere "fiducia nella testimonianza di quelle famiglie che traggono la propria energia dal sacramento del matrimonio", con cui è possibile "superare la prova che soggiunge, saper perdonare un'offesa, accogliere un figlio che soffre, illuminare la vita dell'altro, anche se debole o in difficoltà, mediante la bellezza dell'amore".

In questo contesto, ha esortato i Vescovi a lavorare "con intelligenza e zelo" senza risparmiare sforzi "nella preparazione di comunità attive e consapevoli della propria fede".

In questo modo, ha concluso, si consoliderà la fisionomia della popolazione del Nordeste "secondo l'esempio della Santa Famiglia di Nazareth".


L'obiettivo del Papa in Repubblica Ceca: dare speranza
Secondo padre Federico Lombardi, S.I., portavoce vaticano

PRAGA, domenica, 27 settembre 2009 (ZENIT.org).- Il primo obiettivo di Benedetto XVI nel suo viaggio in Repubblica Ceca è dare speranza a uno dei Paesi più secolarizzati dell'Europa e allo stesso continente europeo, ha spiegato il portavoce vaticano.

Dopo l'affollatissima Messa di questa domenica, che il Papa ha presieduto nella spianata accanto all'Aeroporto di Brno, padre Federico Lombardi, direttore della Sala Stampa della Santa Sede, ha compiuto un bilancio della visita apostolica iniziata questo sabato e che si concluderà lunedì con una specie di Giornata nazionale della gioventù.

"Mi sembra chiaro che la speranza è il tema centrale di questo viaggio", ha riconosciuto padre Lombardi ai microfoni della "Radio Vaticana".

"Il Papa si rende conto che nel nostro tempo ce n'è un grande bisogno, ce n'è una grandissima sete e può essere uno dei grandi contributi che la fede può dare, perché è capace di alimentare una grande speranza che va al di là delle piccole speranze che sono molto caduche e che alimentano le nostre giornate ma con un orizzonte corto".

"Invece, la grande speranza, quella che non muore mai, quella che guarda veramente lontano e alimenta e fonda le altre, è da risvegliare e nessuno - probabilmente - come i cristiani che credono in Gesù Cristo Risorto può alimentarla", ha aggiunto.

Per esprimere la speranza, sulla spianata accanto all'Aeroporto di Brno c'era questa domenica mattina una grandissima àncora messa di lato.

"L'àncora, nella Lettera agli Ebrei, è proprio la descrizione della speranza - ha osservato il sacerdote gesuita -. Noi abbiamo la speranza come un'àncora che è lanciata nel cielo, dove è Gesù Cristo insieme a Dio Padre, e lì noi attacchiamo con grande forza e sicurezza la nostra speranza, quella che ci sostiene e ci anima in tutta la nostra vita".

Padre Lombardi constata che questa visita del Papa, in particolare durante il discorso che ha rivolto sabato al Corpo diplomatico, continua l'opera promossa da Giovanni Paolo II dopo il crollo del comunismo, vent'anni fa, sulla "libertà nella verità".

Benedetto XVI compie questo servizio mostrando che "c'è una ragione capace di raggiungere la verità, riconoscere il contributo che anche la fede può dare alla conoscenza di questa verità per fondare i valori, fondare i riferimenti su cui è pensabile anche una vita, una società, un mondo ordinato e non confuso perché vi regna l'arbitrarietà".

"E' bello come il Papa lo abbia sviluppato anche nel contesto dell'Europa, dicendo: 'L'Europa dev'essere una casa', perché nella cultura, nello spirito con cui noi costruiamo la comunità, questo non è solo un continente, ma è un luogo in cui noi ci riconosciamo e viviamo insieme dei valori", ha sottolineato padre Lombardi.

La Repubblica Ceca è uno dei Paesi più secolarizzati del mondo, ma vedendo le oltre 100.000 persone attorno all'Eucaristia il portavoce vaticano ha commentato: "Siamo certamente in una terra secolarizzata, ma è una terra in cui c'è anche una comunità cristiana molto viva, piena di fede e piena di speranza che può dare un contributo cordiale alla società in cui vive".

"A me pare che il tema della presenza serena, cordiale, pieno non solo di speranza ma anche di carità operativa, che la Chiesa, la comunità dei credenti possono dare nella società, sia un tema anche caratteristico di questo viaggio del Santo Padre e che può veramente aiutare a stabilire un clima di fiducia reciproca e di collaborazione tra la Chiesa e la società che la ospita", ha commentato.


Centralità della persona, ambiente e giustizia: chiavi per lo sviluppo
Intervento di monsignor Tomasi al Consiglio dei Diritti dell'Uomo a Ginevra

di Roberta Sciamplicotti

GINEVRA, domenica, 27 settembre 2009 (ZENIT.org).- La centralità della persona umana, un ambiente idoneo, giustizia ed equità sono gli elementi fondamentali per promuovere un autentico sviluppo integrale, ha affermato l'Arcivescovo Silvano Maria Tomasi, Osservatore Permanente della Santa Sede presso l'Ufficio delle Nazioni Unite a Ginevra.

Intervenendo il 22 settembre alla XII Sessione Ordinaria del Consiglio dei Diritti dell'Uomo, in corso nella città svizzera, il presule ha ricordato in primo luogo che l'attuale crisi finanziaria "mostra il grado di interdipendenza globale delle economie nazionali" e "rischia di compromettere gli sforzi della comunità internazionale per raggiungere gli Obiettivi del Millennio e ad altri obiettivi di sviluppo in molti Paesi".

In questo contesto, il presule ha sottolineato l'importanza di creare una lista di criteri sul diritto allo sviluppo e di sottocriteri operativi che ruotino intorno a tre componenti principali: "lo sviluppo centrato sulla persona umana, un ambiente che lo permetta, giustizia ed equità a livello sociale".

L'obiettivo, infatti, è "uno sviluppo integrale centrato sull'essere umano che implichi l'indivisibilità e l'interdipendenza di tutti i diritti umani, così come la rilevanza non solo dei risultati dello sviluppo, ma anche del processo di realizzazione dello sviluppo e della sua sostenibilità", senza dimenticare "le dimensioni etiche e spirituali della persona".

Secondo l'Arcivescovo, un accordo generale su questi criteri potrebbe rappresentare "un passo fondamentale" nella direzione di "una considerazione sistematica della persona umana, dei suoi diritti e della sua dignità nell'elaborazione di politiche di sviluppo a ogni livello".

Nel processo di sviluppo, ha proseguito l'Osservatore Permanente, la persona umana non è solo la destinataria dell'aiuto, ma anche "il vero attore".

Gli Stati, dal canto loro, hanno il dovere di creare "individualmente e collettivamente" un ambiente adatto per la realizzazione del diritto allo sviluppo. Per questo, "sono chiamati a rimuovere gli ostacoli allo sviluppo provocati dalla violazione dei diritti umani", così come la comunità internazionale deve "sostenere il processo dello sviluppo, soprattutto nei Paesi poveri".

Da questo punto di vista, un ruolo rilevante è assunto dal principio di sussidiarietà, da considerare come un elemento complementare alla solidarietà.

Se infatti quest'ultima si riferisce "alla mobilitazione delle risorse finanziarie e umane per lo sviluppo", la sussidiarietà "aiuta a identificare il livello più appropriato di decision-making e di intervento".

"Il principio di sussidiarietà può essere dunque considerato un criterio trasversale per la creazione di un ambiente che promuova il diritto allo sviluppo", ha commentato monsignor Tomasi, sottolineando come questo concetto "permetta la partecipazione dei beneficiari degli aiuti al processo di sviluppo attraverso l'uso responsabile della loro libertà e dei loro talenti".

L'Arcivescovo ha quindi ricordato come la delegazione della Santa Sede sostenga l'adozione di criteri di giustizia ed equità sociale "che implicano imperativi morali che spingano all'azione per la difesa dei diritti umani e per un'equa distribuzione dei benefici dello sviluppo".

Tra questi ultimi, ha menzionato l'accesso al cibo, all'alloggio, all'istruzione, all'assistenza sanitaria e all'impiego.

A tale scopo, ha esortato a promuovere l'azione per "identificare criteri operativi per favorire il diritto allo sviluppo e dialogare riguardo alla riduzione della povertà, il condono del debito, il trasferimento di tecnologie".

"Crediamo che questo lavoro stia gettando le basi perché gli Stati e la comunità internazionale possano lavorare per ridurre concretamente le disparità economiche e sociali, troppo spesso causa di violazioni della dignità umana e dei diritti umani", ha concluso.


 





ViviCentro (art. 19 e 21)

La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).
 
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Domenica, 27 Settembre 2009: Accadde Oggi  


Analisi

Polemiche sugli stipendi dei top manager
Le proteste stanno ottenendo dei risultati

di padre John Flynn, LC


ROMA, domenica, 27 settembre 2009 (ZENIT.org).- Una delle conseguenze della perdurante crisi economica è la visione più rigida nei confronti dei compensi ai manager delle società. I pacchetti multimilionari sono oggetto di critiche da lungo tempo, ma in periodi di crescita economica si era più propensi a remunerare le gestioni societarie.

La recessione ha invece portato molte persone a inerrogarsi sul senso delle esorbitanti buonuscite degli amministratori delegati di società andate male e su come vengono determinati i compensi dei manager.

Michael Skapinker, scrivendo sul Financial Times, ha confermato l’esistenza di un diffuso malcontento nell’opinione pubblica sia negli Stati Uniti che in Europa sugli elevati stipendi. Nel suo articolo del 16 settembre, riferisce della recente lettera firmata dal primo ministro inglese Gordon Brown, dal presidente francese Nicolas Sarkozy e dalla cancelliere tedesca Angela Merkel, in cui si auspica un contenimento dei bonus per i banchieri.

Skapinker non è contrario a pagare bene chi gestisce le società, ma a suo avviso gli alti dirigenti si sono assicurati eccessivi privilegi. Tra pensioni d’oro e generose buonuscite, anche se venissero licenziati, potrebbero non avere più bisogno di lavorare. D’altra parte, i dipendenti, se dovessero perdere il lavoro, perderebbero tutto, pensioni comprese.

Le sue osservazioni sono giunte poco dopo che il quotidiano Guardian aveva pubblicato gli esiti di uno studio sugli stipendi di più di 1.300 società nel 2008.

Una serie di articoli pubblicati il 14 settembre hanno rivelato che i salari sono aumentati lo scorso anno in media del 10%, nonostante le società avevano perso quasi un terzo del loro valore in borsa.

Il pagamento di bonus è stato inferiore, ma il salario di base è aumentato più di tre volte tanto rispetto all’aumento medio del 3,1% dei salari dei normali lavoratori del settore privato.

Ricchi compensi

I compensi sono risultati ancora più alti per chi stava ai vertici. I 10 dirigenti più pagati hanno ottenuto lo scorso anno una cifra complessiva di 170 milioni di sterline (200 milioni di euro), rispetto ai 140 milioni (170 milioni di euro) del 2007, secondo il Guardian.

Intanto, risulta che negli Stati Uniti, quasi 5.000 banchieri e intermediari hanno ottenuto più di 1 milione di dollari (750.000 euro) in bonus nel 2008. Secondo un servizio apparso il 31 luglio sul New York Times, questo è avvenuto in un momento in cui i profitti delle maggiori banche crollavano e in cui molte hanno ricevuto decine di miliardi di dollari di soldi dei contribuenti.

Le cifre sono state rese note dal procuratore generale dello Stato di New York, Andrew M. Cuomo. Esse dimostrano che 738 banchieri e intermediari di Citigroup hanno portato a casa bonus di almeno 1 milione di dollari nel 2008, nonostante che la banca avesse dichiarato una perdita di 27,7 miliardi (20 miliardi di euro). Citigroup ha pagato un totale di 5,33 miliardi di dollari in bonus, mentre allo stesso tempo ha ricevuto 45 miliardi di dollari (33 miliardi di euro) dallo Stato per essere salvata dal fallimento.

La Merrill Lynch ha pagato a 11 dei suoi dirigenti più di 10 milioni di dollari (7,5 milioni di euro) lo scorso anno, mentre uno suoi maggiori manager ha guadagnato 33,8 milioni di dollari (25 milioni di euro). Tutto questo nell’anno in cui questa società ha raggiunto una perdita netta di 27 miliardi (20 miliardi di euro), secondo il Wall Street Journal del 4 marzo.

Il fenomeno del premiare chi opera male non si limita agli Stati Uniti. Deutsche Post AG ha pagato una pensione di 20 milioni di euro a Klaus Zumwinkel, ex AD, condannato per evasione, secondo quanto riferito da Associated Press il 15 marzo.

In Francia vi sono state proteste per la buonuscita di 3,2 milioni di euro assegnata a Thierry Morin, che secondo un articolo apparso il 25 marzo sul Washington Post, è stato licenziato dalla società per gli scarsi risultati ottenuti.

Thorin ha ricevuto la liquidazione multimilionaria dopo che la società aveva perso più di 250 milioni di dollari (200 milioni di euro) nell’anno precedente. La stessa società aveva anche licenziato 1.600 dipendenti francesi e ricevuto quasi 25 milioni di dollari (20 milioni di euro) dallo Stato.

Nel Regno unito è scoppiato lo scandalo per un ex capo di una banca, Fred Goodwin, che riceverà una pensione annuale di 693.000 sterline (550.000 euro) per il resto della sua vita, secondo la Reuters del 12 marzo.

Goodwin, ha lasciato la Royal Bank of Scotland lo scorso ottobre, dopo che la società aveva annunciato la perdita record di 24,1 miliardi di sterline (20 miliardi di euro), la più consistente nella storia societaria britannica.

Segnali di cambiamento

Mentre nel settore bancario e finanziario sembrano persistere i precedenti schemi di comportamento, esistono tuttavia alcuni segnali di cambiamento in altre aree. Nell’insieme, i compensi ai top manager negli Stati Uniti sono diminuiti nel 2008, secondo uno studio pubblicato dal New York Times il 5 aprile.

Dai dati sugli stipendi di 200 amministratori delegati di 198 società per azioni, risulta che il compenso medio è sceso del 9,4% nel 2008, attestandosi a 8,4 milioni di dollari (6,5 milioni di euro). Il calo è dovuto principalmente ad una flessione dei bonus.

Anche la banca francese Société Générale ha cambiato registro, in seguito alle proteste per la sua intenzione di dare stock options scontate a quattro suoi dirigenti, secondo quanto riferito dal Financial Times il 23 marzo. Il presidente francese Nicolas Sarkozy ha definito uno “scandalo” il fatto che i dirigenti ricevessero tali compensi dopo aver ricevuto soldi dal programma di aiuto finanziario dello Stato.

A ciò si è aggiunta la dichiarazione dell’amministratore delegato di Goldman Sachs CEO, Lloyd Blankfein, che ha ammesso che i compensi di Wall Street andrebbero rivisti, secondo quanto riferito da Associated Press il 7 aprile.

Tra le sue proposte vi è anche l’idea di stabilire una valutazione nel tempo delle performance personali, per evitare eccessivi rischi e di pagare i giovani dipendenti soprattutto in contanti. La percentuale dei compensi in azioni societarie dovrebbe essere molto aumentata, insieme alla complessiva remunerazione ai dipendenti, ha aggiunto.

Egli ha anche proposto che ai funzionari anziani debba essere richiesto di mantenere le azioni che ricevono fino alla loro pensione.

La questione degli stipendi d’oro emerge anche durante le assemblee annuali delle società stesse. Il Financial Times del 1° giugno ha riferito di come Guy Jubb, responsabile della corporate governance di Standard Life Investments, abbia protestato contro i livelli di remunerazione di Royal Dutch Shell.

Jubb, insieme ad altri, hanno espresso critiche alla decisione del board di pagare 4,2 milioni di euro di bonus a cinque dirigenti anziani, nonostante il gruppo avesse mancato gli obiettivi prefissati.

Il voto contro il prospetto sulle remunerazioni non è vincolante, ma rappresenta comunque il segnale di un inedito livello di insoddisfazione, secondo il Financial Times. Il voto contro la relazione “ha segnato un nuovo record per gli incontri annuali, in un anno segnato dalle battaglie sugli stipendi in tutta Europa, oltre ad un aumento nel numero dei voti”, ha affermato l’articolo.

Bene comune

È più facile sollevare il problema degli stipendi d’oro dei dirigenti piuttosto che trovare una soluzione. Si tende subito a pensare a normative che pongano un tetto agli stipendi, ma questi interventi spesso non funzionano. In definitiva, la soluzione più duratura è quella di riuscire a cambiare la mentalità degli operatori economici.

Papa Benedetto XVI propone qualche raccomandazione su questo tema nella sua recente enciclica “Caritas in veritate”.

“L'attività economica non può risolvere tutti i problemi sociali mediante la semplice estensione della logica mercantile”, sostiene al n. 36. Piuttosto, la nostra attività deve essere diretta al raggiungimento del bene comune.

Gravi squilibri risultano quando l’attività economica è vista solo come un mezzo per creare ricchezza, aggiunge. Quando coloro che operano nell’economia e nella finanza sono motivati da finalità puramente egoistiche, ne conseguono azioni deleterie, avverte.

In questo senso, non è il mercato che crea i danni, chiarisce il Papa, ma è la “ragione oscurata” dell'uomo a produrre queste conseguenze.

“La sfera economica non è né eticamente neutrale né di sua natura disumana e antisociale”, prosegue. “Essa appartiene all'attività dell'uomo e, proprio perché umana, deve essere strutturata e istituzionalizzata eticamente”. Infondere una sana preoccupazione per il bene comune e la solidarietà, tra coloro che guidano l’economia privata, sarebbe un gran passo in avanti per porre fine alle distorsioni nell’economia.


Parola e vita

RU 486: la Geenna della vita
XXVI Domenica del Tempo Ordinario, 27 settembre 2009

 
di padre Angelo del Favero*

ROMA, domenica, 27 settembre 2009 (ZENIT.org).- “Giovanni gli disse: 'Maestro, abbiamo visto uno scacciare demoni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva'. Ma Gesù disse: 'Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi. Chiunque infatti vi darà da bere un bicchiere d’acqua nel mio nome perché siete di Cristo, in verità vi dico, non perderà la sua ricompensa. Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare. Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare nella vita con una mano sola, anziché con le due mani andare nella Geenna, nel fuoco inestinguibile. E se il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo: è meglio per te entrare nella vita con un piede solo, anziché con i due piedi essere gettato nella Geenna. E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, gettalo via: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geenna, dove il loro verme non muore e il fuoco non si estingue'” (Mc 9, 38-43.45.47-48).

“E ora a voi, ricchi: piangete e gridate per la sciagure che cadranno su di voi! (…) Sulla terra avete vissuto in mezzo a piaceri e delizie, e vi siete ingrassati per il giorno della strage. Avete condannato ed ucciso il giusto ed egli non vi ha opposto resistenza” (Gc 5,1.5-6).

Geenna è il nome dell’antica valle di Hinnon, a sud ovest di Gerusalemme, usato in un secondo tempo per indicare il luogo definitivo del giudizio e della pena. In questa valle si teneva il culto pagano del dio assiro Molok, consistente nel sacrificio dei bambini, diffuso anche in Israele (cfr, 2Re, 16,3; e il re Acaz). Per quest’abominio Dio punirà il suo popolo e la valle di Hinnon si chiamerà valle della strage (Ger 7,31-34: “Hanno costruito le alture di Tofet – il luogo dei sacrifici – nella valle di Ben-Innom, per bruciare nel fuoco i loro figli e le loro figlie..Perciò, ecco, verranno giorni nei quali non si chiamerà più Tofet né valle di Ben-Innom, ma valle della Strage.”).

Il concetto di Geenna si andrà distinguendo da quello della valle di Hinnon, divenendo nel N.T. sinonimo di pena ultima e definitiva conseguente al giudizio divino (Gesù ai farisei: “Serpenti, razza di vipere, come potrete sfuggire alla condanna della Geenna?” – Mt 23,33).

Gesù oggi nomina tre volte la Geenna per indicare quella separazione da Dio che il catechismo chiama “inferno”, consistente nel “fuoco” di un’eterna agonia: l’intollerabile privazione dell’Amore del Padre, Grembo eterno di ognuno di noi, Vita della vita dell’uomo.

L’inferno è l’esistenza sprofondata nel baratro eterno del “non-Amore”, essendo ormai tardi per afferrare la mano della Misericordia, protesa in vita fino all’ultimo istante, ma sempre rifiutata.

Il simbolo iconografico del fuoco da’ l’idea di un dolore urente, come il tormento di un’ustione sulla pelle, continuamente in atto. L’inferno è l’eterna “ustione” dell’essere, dolorosissima tortura dell’anima e del corpo risorto, che non sarà provocata da fiamme di fuoco fisico.

L’inferno si spiega con l’Amore. Infatti, poiché è l’Amore la vita dell’anima, il suo cibo essenziale e la sua beatitudine (essendo stata creata dall’Amore, per l’Amore e in vista dell’Amore sin dal primo istante dell’umano concepimento), ne segue che il tormento più profondo e intollerabile che ci sia per la persona umana è la separazione eterna, totale, irreversibile e cosciente dall’Amore. Questo è l’inferno, questo è il fuoco della Geenna di cui parla Gesù.

Potrei dire la stessa cosa affermando che l’inferno è vivere per sempre separati dalla Vita, è la vita senza Vita, la vita vissuta nella morte e la morte vissuta nella vita, la vita come morte perennemente in atto. L’inferno è il gelo eterno e privo di vita di un’esistenza senza mai nemmeno un raggio del “Sole che sorge”; è il deserto totale del non amore, arsura infuocata, sete inestinguibile. E’ la tenebra, l’odio, la morte che dicono per sempre al condannato: “poiché tu hai scelto liberamente di vivere così in vita, ora vivi così per sempre: tu in noi e noi in te”.

Soffermiamoci ora sul significato storico di Geenna: è il luogo dell’uccisione sacrificale dei figli al dio pagano, luogo intollerabile ed abominevole per il Dio trinitario dell’amore e della vita, Lui che è triplice Relazione sussistente di figliolanza divina. Comprendiamo allora che ovunque sulla Terra avvenga una strage di figli, questo è per il cuore del Padre un luogo e un momento di indicibile strazio.

Ed è soprattutto il peccato della vita rifiutata e soppressa nel grembo a far gemere il cuore di Dio, amante e creatore della vita. Il grembo materno, infatti, permette a Colui che è “Signore e da’ la vita”, di dare la vita ad una moltitudine di figli. Quanto sconfinato sia il dolore che si rinnova nel cuore di Dio ad ogni decisione di abortire, lo possiamo intuire immaginando e amplificando all’infinito divino il dolore delle madri di Betlemme, mentre stringono al seno il corpo insanguinato ed esanime del loro bambino, strappato e ucciso dalla spada di Erode.

L’aborto è il peccato che “distrugge” il cuore filiale del Padre, lo strazia e lo “fa morire”, poiché “proprio nella carne di ogni uomo, Cristo continua a rivelarsi e ad entrare in comunione con noi, così che il rifiuto della vita dell’uomo, nelle sue diverse forme, è realmente rifiuto di Cristo” (Evangelium Vitae, n° 104). E Cristo è il Figlio unigenito del Padre.

Sì, la spada di Erode, mentre uccide il bambino nel grembo materno, trapassa anche l’anima del Padre celeste, contemporaneamente a quella di Maria, Madre della Vita. Lo fa intendere in maniera impressionante un passo del profeta Geremia: “Le mie viscere, le mie viscere! Sono straziato. Mi scoppia il cuore in petto, mi batte forte...Stolto è il mio popolo: non mi conosce, sono figli insipienti, senza intelligenza; sono esperti nel fare il male, ma non sanno compiere il bene. (…)Sento un grido come di donna nei dolori, un urlo come di donna al primo parto;..che spasima e tende le mani: “Guai a me! La mia vita soccombe di fronte agli assassini” (Ger 4,19.22.31).

Che l’aborto sia causa di una profonda sofferenza in Dio, come un’intima lacerazione delle sue “viscere materne”, lo fa intendere anche l’evangelista Giovanni, affermando che il Verbo Figlio unigenito “è nel seno del Padre” (Gv 1,18). Perciò ogni attentato alla vita umana nel grembo si ripercuote “nel seno del Padre”, nella stessa Fonte eterna che ha generato quella vita.

Veniamo più precisamente al messaggio del Vangelo di oggi. Tante volte ho letto e meditato queste drastiche parole di Gesù: “Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare nella vita con una mano sola, anziché con le due mani andare nella Geenna, nel fuoco inestinguibile..E se il tuo piede..E se il tuo occhio..” (Mc 9,43s).

Oggi le comprendo alla luce sinistra della RU 486, e le comprendo così: se la tua mano sta per prendere il bicchiere per deglutire le pastiglie mortali, gettalo via!; se il tuo piede sta per mettersi in cammino verso l’ospedale che ti fornirà il mezzo per uccidere tuo figlio, fermati!; se il tuo occhio dovrà poi verificare nel bagno l’omicidio del tuo bambino abortito, non sia mai! Perchè il fatto stesso di ingerire il veleno mortale della RU 486 ti separerebbe automaticamente dalla Vita, come un tralcio che si getta nel fuoco, e tu, con le due mani, con i due piedi e con i due occhi (cioè con tutta la tua persona), ti ritroveresti nella Geenna.

Sì, ma non pensare solo al fuoco dell’inferno nell’al di là, bensì anche alle conseguenze nell’al di qua: sarai da te stessa tagliata fuori dall’amore, tagliata fuori dalla vita, tagliata fuori dalla pace del cuore. Perciò: “E’ meglio per te entrare nella vita con una mano sola..con un piede solo..con un occhio solo anziché con due..nella Geenna”.

Cosa significano: una mano sola, un piede solo, un occhio solo? Significano l’aver accettato l’attuale momento difficile, questa situazione precaria, la rinuncia che in un primo momento ti ha fatto entrare nella tentazione di rifiutare la vita del bambino. Tutte cose reali, sacrifici concreti, disagi gravi, conseguenze dure e irreversibili. Ma l’alternativa è infinitamente più grande di ciò a cui si è rinunciato, è “entrare nella vita”. Cosa vuol dire?

Risponde Benedetto XVI: “La vita nel senso vero non la si ha in sé da soli, e neppure solo da sé: essa è una relazione. E la vita nella sua totalità è relazione con Colui che è la sorgente della vita. Se siamo in relazione con Colui che non muore, che è la Vita stessa e lo stesso Amore, allora siamo nella vita. Allora “viviamo” (Enciclica “Spe salvi”, n° 27).

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* Padre Angelo del Favero, cardiologo, nel 1978 ha co-fondato uno dei primi Centri di Aiuto alla Vita nei pressi del Duomo di Trento. E' diventato carmelitano nel 1987. E' stato ordinato sacerdote nel 1991 ed è stato Consigliere spirituale nel santuario di Tombetta, vicino a Verona. Attualmente si dedica alla spiritualità della vita nel convento Carmelitano di Bolzano, presso la parrocchia Madonna del Carmine.


Bioetica

No alle facili interpretazioni del testamento biologico

di Renzo Puccetti*

ROMA, domenica, 27 settembre 2009 (ZENIT.org).- C'è un aforisma del moralista Gomez Dávila che mi pare si adatti bene al dibattito che ruota attorno al cosiddetto testamento biologico: "ciò che non è complicato è falso". Come in tutte le questioni bioetiche, sono così tanti gli interrogativi sollevati, così numerosi gli aspetti da considerare, clinici, giuridici, sociali, morali, deontologici, filosofici, politici (nel senso più nobile del termine), che davvero sarebbe temerario pensare di esaminarli in uno spazio che necessariamente deve essere breve. Che cos'è l'autonomia? Quale rapporto tra medico e paziente? Che razza di strumento è il testamento biologico? Mantiene quello che promette? Quale relazione tra legge morale e legge civile? Quale spazio riconoscere al pluralismo etico? Fede e ragione collidono? Quali conseguenze si possono intravedere se la vita diventa un bene disponibile? Sono solo alcuni dei numerosi interrogativi evocati dalla discussione sul fine-vita. Dicevo che le cose sono complesse, lo si intuisce già da queste poche righe e se di questo riuscirò a persuadere qualche lettore ritengo che sarà stato fatto già tanto contro un potente apparato mass-mediatico che lavora alacremente per ridurre tutto a facili, ma fuorvianti schematismi.

In un recente intervento un direttore di giornale, a cui non si può certo imputare la mancanza di chiarezza, affermava il primato dell'autonomia dell'individuo tratteggiando l'analogia del testamento biologico con un qualsiasi testamento patrimoniale: "Non esiste ragione al mondo per cui debba delegare allo Stato la scelta se rimanere in vita ad ogni costo o se morire. Perché la vita e la morte sono mie", scriveva [1].

Argomentare, questo del giornalista, che riprende sostanzialmente l'accusa di intromissione delle gerarchie religiose in fatti che non li riguardano avanzata da quell'eminente politologo che non disdegnando di emanare giudizi da preclaro epidemiologo clinico, molto discetta di bioetica e bolla come "raccapricciante" l'opposizione al morire quale diritto [2]. Parole come "libertà", "dignità", "coscienza" vengono così spesso usate in un modo artefatto che ricorda quegli sciroppi medicinali ad uso pediatrico; se all'inizio possono trasmettere un piacevole ed invitante gusto dolce, subito dopo rivelano il pestifero amaro del vero sapore. Senza addentrarsi a confutare quella logora e puerile definizione di libertà quale arbitrio limitato dall'altrui arbitrio che niente dice della libertà, sembrerebbe tutto semplice: l'uomo si possiede e quindi ha il diritto di autodeterminare il suo destino; le forze che a ciò si oppongono sono mosse da una visione dogmatica ed oscurantista, da una prospettiva inaccettabile per l'uomo moderno, si devono espellere quale scoria inutile di un mondo ormai passato. Non si è forse scritto infatti che è in gioco una nuova «breccia che pone fine al potere (medico e religioso) sui corpi delle persone e (soprattutto) alla concezione "sacrale" della vita»? [3]. "Io sono mio" è la formula usata per comunicare la prospettiva bioetica libertaria. Però che questo che viene raffigurato non è l'uomo, ma una sua caricaturale idealizzazione. L'uomo non è una monade, la fonte stessa dell'autodeterminazione, il pensiero umano, non potrebbe esistere senza un opportuno linguaggio. E come acquisiamo il linguaggio se non attraverso il dono gratuito di un altro essere umano che ci parla e ci ascolta? "Nessun uomo è un'isola" [4], con le sue azioni egli modifica il mondo che lo circonda, ma ha anche occhi per vedere, orecchie per udire, tatto, gusto e olfatto attraverso cui il mondo modificato da altri o da se stesso entra dentro di lui e lo plasma. Non avviene forse che dopo avere ascoltato un certo discorso, o visto una determinata scena non solo cambiamo idea, ma addirittura diciamo che siamo molto cambiati e giungiamo a dire che siamo diventati persone diverse? Se è vero che l'uomo non è solo relazionalità, è certo che l'uomo è anche relazionalità, alla cui sussistenza basta la sola presenza di un'altra persona. Nessuno può negare che quella giovane donna silenziosa la cui vita è cessata dopo l'interruzione della nutrizione e idratazione, in un senso o nell'altro, con la sua sola presenza abbia parlato con voce potente a milioni di persone. Non era un cadavere, non era solo un corpo che aveva perso l'attributo personale, la personalità era la stoffa di cui era fatta. L'uomo in carne ed ossa non è questa caricatura schizofrenica che si tenta di propinare; solo nella psicosi il proprio corpo non è riconosciuto come parte integrante di se stessi. Quanti reclamano a vedersi riconoscere quale diritto l'affermazione che la vita propria o di quelli affidati alla loro tutela non è più degna di essere vissuta, omettono di esplicitare che nello stesso momento in cui ciò avvenisse, si ammetterebbe l'esistenza di un qualcosa che è contrario a ciò per cui milioni di uomini hanno combattuto al prezzo della vita e che costituisce il faro stesso della civiltà: l'uguaglianza e la dignità di ogni uomo, l'inesistenza di vite indegne di essere vissute, il rifiuto di quella falsa pietà che il dr. Leo Alexander ci ammoniva a rifuggire dalle pagine del New England Journal of Medicine in un intervento che rimarrà un caposaldo dell'etica medica [5]. Non si tratta di qualcosa di puramente teorico, avviene sotto i nostri stessi occhi. Una volta accettato che la vita possa essere giudicata indegna e che questo costituisca diritto ad ottenere la morte, si comincia ad accettare come normale che la vita venga giudicata indegna in via presuntiva. In Olanda nel 1973 la dottoressa Geertruida Postma viene condannata ad una detenzione puramente simbolica (appena 7 giorni) per avere praticato l'eutanasia su richiesta della madre giunta alla fase terminale di malattia, ma già nel 1987 quattro infermiere che ammettono di aver praticato l'eutanasia su pazienti non coscienti all'ospedale universitario di Amsterdam sono rilasciate per aver agito per "spirito umanitario" e nel 2005 i sanitari del centro medico universitario di Groningen rivelano di praticare l'eutanasia su neonati non solo terminali, ma anche portatori di disabilità compatibili con la vita quali la spina bifida affermando che la condotta "si adatta alla cultura sociale e legale del Paese". In Italia, tra tutti i genitori che hanno avuto il dolore di un proprio caro in stato vegetativo, ad uno solo è stata riconosciuta la cittadinanza onoraria e a quanto mi consta uno solo ha ricevuto l'onore di essere pubblicamente definito "un eroe dei nostri tempi" [6].

Sin dall'istituzione dell'habeas corpus fino a giungere ai documenti di garanzia nell'ambito della ricerca clinica l'autonomia non è mai stata fine a se stessa, ma uno strumento per la tutela dell'integrità personale minacciata dall'arbitrio. Se l'agire medico non è strettamente vincolato alla clausola di garanzia, allora il contrattualismo medico non ha più alcun argine razionalmente sostenibile e niente potrà impedire che l'atto medico si trasformi in uno iatro-meretricio dove ogni richiesta deve ricevere adeguata soddisfazione. Attenzione però, se il proscenio è illuminato dalla sfavillante esaltazione prometeica del dominio assoluto su di sé che alimenta il suicidio ideologico dell'ingegner Kirillov, il dietro le quinte è immerso nella buia disperazione "che deriva dalla percezione di una realtà vissuta come male assoluto e soverchiante" [7].

Il mito della dea Cura ci ricorda che sin dall'antichità il pensiero ha meditato sulla ineludibile dipendenza dell'esistenza umana, un pensiero niente affatto determinato dalla fede cristiana, ma radicato nella semplice constatazione della realtà umana: "Si nasce dipendenti, da una madre, e si muore dipendenti, da chi abbiamo intorno" [8].

A differenza di ogni testamento patrimoniale che dispone di beni dopo la morte senza alcun effetto sull'estensore fintanto che egli è in vita, quelle dichiarazioni che si vorrebbero cogenti come un qualsiasi testamento dovrebbero essere applicate a cuore battente e decidere così della vita o della morte di un essere umano che oggi disporrebbe di sé per un domani che non conosce.

Circa la presunzione di affermare l'autonomia delle persone attraverso questo tipo di documenti è desolante dovere constatare la diffusa indifferenza ideologica verso almeno un quarto di secolo di ricerche e studi aventi per oggetto le dichiarazioni anticipate di trattamento. È interessante vedere i frutti che in questo campo sgorgano dall'interpretazione coerentista della verità, secondo cui è vero ciò che è coerente con una proposizione già ritenuta vera. Paradossalmente dalla folla che ad ogni piè sospinto si riempie la bocca di scienza e laicità si vede zampillare una triste operetta sul canovaccio di una bioetica onirica; ispirati da una fantasia notturna che attraverso un foglio di carta le incertezze verranno risolte, le volontà chiarificate, i desideri rispettati e l'assistenza alle persone malate migliorata, in molti col passare del tempo si convincono che quello che hanno immaginato sia realtà. Col sole però le fantasie notturne sono destinate a svanire, è sufficiente aprire le imposte e lasciare entrare lo splendore della verità. Ma questa è un'altra storia che merita di essere raccontata.

[1] V. Feltri, "Il vero errore è imporre come morire". Il Giornale, 24-09-2009, pp. 1,7.

[2] G. Sartori, "Il testamento senza volontà". Corriere della sera, 16-09-2009, p. 1.

[3] Mori M. Il caso Eluana Englaro.La «Porta Pia» del vitalismo ippocratico ovvero perché è moralmente giusto sospendere ogni intervento. Pendragon, Bologna. 2008.

[4] John Donne, Meditation XVII. In Devotions Upon emergent occasions.

http://www.amazon.com/reader/037570...Fdp%5Fpt#reader

[5] Alexander L. Medical science under dictatorship.. NEJM, 1949; 241(2):39-47

[6] Vinci E. "Io killer? Rifarei quella sentenza". La Repubblica, 11-02-2009, p. 4.

[7] Turci PE. Disperazione e grandiosità nel suicidio: approccio fenomenologico. Studi su aggressività e suicidio. 2006; 8: 8-12.

[8] Dominijanni I. "Roberta, spezzata". Il Manifesto, 21-04-2009, p. 12.

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* Il dott. Renzo Puccetti è specialista in Medicina Interna e Segretario dell'associazione "Scienza & Vita" di Pisa e Livorno.


Angelus

Il Papa affida la Repubblica Ceca e la sua Chiesa a Maria
Intervento in occasione dell'Angelus

BRNO, domenica, 27 settembre 2009 (ZENIT.org).- Riportiamo le parole pronunciate questa domenica da Benedetto XVI recitando insieme ai fedeli la preghiera mariana dell'Angelus al termine della Santa Messa nella spianata accanto all'Aeroporto di Brno.

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Cari fratelli e sorelle!

Siamo giunti al termine di questa solenne Celebrazione e l'ora del mezzogiorno ci invita alla preghiera dell'Angelus. Sono lieto di recitarla qui, nel cuore della Moravia, regione fraternamente unita alla Boemia, terra segnata da molti secoli di fede cristiana, che richiama all'origine la coraggiosa missione dei santi Cirillo e Metodio.

Quando, venti anni or sono, Giovanni Paolo II decise di visitare l'Europa centrale ed orientale dopo la caduta del totalitarismo comunista, volle cominciare il suo viaggio pastorale da Velehrad, centro dei famosi Congressi unionistici precursori dell'ecumenismo tra i popoli slavi, e conosciuto in tutto il mondo cristiano. Voi ricordate inoltre un'altra sua visita, quella del 1995 a Svatý Kopeček, presso Olomouc, con l'indimenticabile incontro con i giovani. Vorrei idealmente riprendere l'insegnamento di questo mio venerato Predecessore e invitarvi a mantenervi fedeli alla vostra vocazione cristiana e al Vangelo per costruire insieme un avvenire di solidarietà e di pace.

La Moravia è terra ricca di santuari mariani, che folle di pellegrini visitano durante tutto l'anno. In questo momento vorrei recarmi in ideale pellegrinaggio presso la montagna boscosa di Hostýn, dove venerate la Madonna come vostra Protettrice. Maria tenga desta la fede di tutti voi, la fede alimentata anche da numerose tradizioni popolari che affondano le loro radici nel passato, ma che giustamente voi avete cura di conservare perché non venga meno il calore della convivenza familiare nei villaggi e nelle città. A volte si constata, con una certa nostalgia, che il ritmo della vita moderna tende a cancellare alcune tracce di un passato ricco di fede. E' importante invece non perdere di vista l'ideale che le usanze tradizionali esprimevano, e soprattutto va mantenuto il patrimonio spirituale ereditato dai vostri antenati, per custodirlo ed anzi renderlo rispondente alle esigenze dei tempi presenti. Vi aiuti in questo la Vergine Maria, alla quale rinnovo l'affidamento della vostra Chiesa e dell'intera Nazione ceca.

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Documenti

Intervista del Papa durante il volo per la Repubblica Ceca

CITTA' DEL VATICANO, domenica, 27 settembre 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il testo dell'intervista concessa questo sabato ai giornalisti da Benedetto XVI, durante il viaggio aereo da Roma a Praga

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Padre Lombardi: Santità, siamo molto grati che anche questa volta Lei voglia darci qualche minuto e qualche risposta alle domande che abbiamo raccolto in preparazione a questo viaggio, e ci dia così anche occasione di augurarLe buon viaggio.

Domanda: come Lei ha detto all’Angelus di domenica scorsa, la Repubblica Ceca si trova non solo geograficamente, ma anche storicamente nel cuore dell’Europa. Vuole spiegarci meglio questo "storicamente" e dirci come e perché pensa che questa visita possa essere significativa per il continente nel suo insieme, nel suo cammino culturale, spirituale ed eventualmente anche politico, di costruzione dell’Unione Europea?

Papa:. In tutti i secoli, la Repubblica Ceca, il territorio della Repubblica Ceca è stato luogo di incontro di culture. Cominciamo nel IX secolo: da una parte, in Moravia, abbiamo la grande missione dei fratelli Cirillo e Metodio, che da Bisanzio portano la cultura bizantina, ma creano una cultura slava, con i caratteri cirillici e con una liturgia in lingua slava; dall’altra parte, in Boemia, sono le diocesi confinanti di Regensburg e Passau che portano il Vangelo in lingua latina, e, nella connessione con la cultura romano-latina, si incontrano così le due culture. Ogni incontro è difficile, ma anche fecondo. Si potrebbe facilmente mostrare con questo esempio. Faccio un grande salto: nel XIII secolo è Carlo IV che crea qui, a Praga, la prima università nel Centro Europa. L’università di per sé è un luogo di incontro di culture; in questo caso, diventa inoltre un luogo di incontro tra cultura slava e germanofona. Come nel secolo e nei tempi della Riforma, proprio in questo territorio, gli incontri e gli scontri diventano decisi e forti, lo sappiamo tutti. Faccio ora un salto al nostro presente: nel secolo scorso, la Repubblica Ceca ha sofferto sotto una dittatura comunista particolarmente rigorosa, ma ha anche avuto una resistenza sia cattolica, sia laica di grandissimo livello. Penso ai testi di Václav Havel, del cardinale Vlk, a personalità come il cardinale Tomášek, che realmente hanno dato all’Europa un messaggio di che cosa sia la libertà e di come dobbiamo vivere e lavorare nella libertà. E penso che da questo incontro di culture nei secoli, e proprio da questa ultima fase di riflessione, non solo, di sofferenza per un concetto nuovo di libertà e di società libera, escano per noi tanti messaggi importanti, che possono e devono essere fecondi per la costruzione dell’Europa. Dobbiamo essere molto attenti proprio al messaggio di questo Paese.

Domanda: Siamo a vent’anni dalla caduta dei regimi comunisti nell’Est europeo; Giovanni Paolo II, visitando diversi Paesi reduci dal comunismo, li incoraggiava ad usare con responsabilità la libertà recuperata. Qual è oggi il suo messaggio per i popoli dell’Europa orientale in questa nuova fase storica?

Papa: Come ho detto, questi Paesi hanno sofferto particolarmente sotto la dittatura, ma nella sofferenza sono anche maturati concetti di libertà che sono attuali e che adesso devono essere ancora ulteriormente elaborati e realizzati. Penso, per esempio, ad un testo di Václav Havel che dice: "La dittatura è basata sulla menzogna e se la menzogna andasse superata, se nessuno mentisse più e se venisse alla luce la verità, ci sarebbe anche la libertà". E così ha elaborato questo nesso tra verità e libertà, dove libertà non è libertinismo, arbitrarietà, ma è connessa e condizionata dai grandi valori della verità e dell’amore e della solidarietà e del bene in generale. Così, penso che questi concetti, queste idee maturate nel tempo della dittatura non debbano andare persi: ora dobbiamo proprio ritornare ad essi! E nella libertà spesso un po’ vuota e senza valori, di nuovo riconoscere che libertà e valori, libertà e bene, libertà e verità vanno insieme: altrimenti si distrugge anche la libertà. Questo mi sembra il messaggio che viene da questi Paesi e che dev’essere attualizzato in questo momento.

Domanda: Santità, la Repubblica Ceca è un Paese molto secolarizzato in cui la Chiesa cattolica è una minoranza. In tale situazione, come può contribuire la Chiesa effettivamente al bene comune del Paese?

Papa: Direi che normalmente sono le minoranze creative che determinano il futuro, e in questo senso la Chiesa cattolica deve comprendersi come minoranza creativa che ha un’eredità di valori che non sono cose del passato, ma sono una realtà molto viva ed attuale. La Chiesa deve attualizzare, essere presente nel dibattito pubblico, nella nostra lotta per un concetto vero di libertà e di pace. Così, può contribuire in diversi settori. Direi che il primo è proprio il dialogo intellettuale tra agnostici e credenti. Ambedue hanno bisogno dell’altro: l’agnostico non può essere contento di non sapere se Dio esiste o no, ma deve essere in ricerca e sentire la grande eredità della fede; il cattolico non può accontentarsi di avere la fede, ma deve essere alla ricerca di Dio, ancora di più, e nel dialogo con gli altri ri-imparare Dio in modo più profondo. Questo è il primo livello: il grande dialogo intellettuale, etico ed umano. Poi, nel settore educativo, la Chiesa ha molto da fare e da dare, per quanto riguarda la formazione. In Italia parliamo del problema dell’emergenza educativa. E’ un problema comune a tutto l’Occidente: qui la Chiesa deve di nuovo attualizzare, concretizzare, aprire per il futuro la sua grande eredità. Un terzo settore è la "Caritas". La Chiesa ha sempre avuto questo come segno della sua identità: quello di venire in aiuto ai poveri, di essere strumento della carità. La Caritas nella Repubblica Ceca fa moltissimo nelle diverse comunità, nelle situazioni di bisogno, e offre molto anche all’umanità sofferente nei diversi continenti, dando così un esempio di responsabilità per gli altri, di solidarietà internazionale, che è anche condizione della pace.

Domanda: Santità, la sua ultima Enciclica "Caritas in veritate" ha avuto un’ampia eco nel mondo. Come valuta questa eco? Ne è soddisfatto? Pensa che effettivamente la crisi mondiale recente sia un’occasione in cui l’umanità sia divenuta più disponibile a riflettere sull’importanza dei valori morali e spirituali, per fronteggiare i grandi problemi del suo futuro? E la Chiesa, continuerà ad offrire orientamenti in questa direzione?

Papa: Sono molto contento per questa grande discussione. Era proprio questo lo scopo: incentivare e motivare una discussione su questi problemi, non lasciare andare le cose come sono, ma trovare nuovi modelli per una economia responsabile, sia nei singoli Paesi, sia per la totalità dell’umanità unificata. Mi sembra realmente visibile, oggi, che l’etica non è qualcosa di esteriore all’economia, la quale come una tecnica potrebbe funzionare da sé, ma è un principio interiore dell’economia, la quale non funziona se non tiene conto dei valori umani della solidarietà, delle responsabilità reciproche e se non integra l’etica nella costruzione dell’economia stessa: è la grande sfida di questo momento. Spero, con l’Enciclica, di aver contribuito a questa sfida. Il dibattito in corso mi sembra incoraggiante. Certamente vogliamo continuare a rispondere alle sfide del momento e ad aiutare affinché il senso della responsabilità sia più forte della volontà del profitto, che la responsabilità nei riguardi degli altri sia più forte dell’egoismo; in questo senso, vogliamo contribuire ad un’economia umana anche in futuro.

Domanda: E per concludere, una domanda un po’ più personale: nel corso dell’estate, vi è stato il piccolo incidente al polso. Lo considera ora pienamente superato? Ha potuto riprendere pienamente la sua attività e ha potuto anche lavorare alla seconda parte del suo libro su Gesù, come desiderava?

Papa: Non è ancora pienamente superato, ma vedete che la mano destra è in funzione e l’essenziale posso farlo: posso mangiare e, soprattutto, posso scrivere. Il mio pensiero si sviluppa soprattutto scrivendo; così per me è stata veramente una pena, una scuola di pazienza, non poter scrivere per sei settimane. Tuttavia, ho potuto lavorare, leggere, fare altre cose e sono anche andato un po’ avanti con il libro. Ma ho ancora molto da fare. Penso che, con la bibliografia e tutto quello che segue ancora, "Deo adiuvante", potrebbe essere terminato nella prossima primavera. Ma questa è una speranza!

Padre Lombardi: Grazie mille, Santità, e ancora una volta i migliori auguri per questo viaggio che è breve, ma molto intenso e, come Lei ci ha spiegato, è anche molto significativo.
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Omelia di Benedetto XVI nella Messa a Brno
BRNO, domenica, 27 settembre 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il testo dell'omelia pronunciata da Benedetto XVI questa domenica mattina presiedendo la Santa Messa nella città di Brno.

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Milí bratři a sestry!

„Pojďte ke mně, všichni, kdo se lopotíte a jste obtíženi, a já vás občerstvím" (Mt 11,28). Ježíš zve každého svého učedníka, aby s ním zůstal, aby v něm našel posilu, oporu a útěchu.

[Cari fratelli e sorelle!
"Venite a me voi tutti, che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro" (Mt 11,28). Gesù invita ogni suo discepolo a sostare con Lui, a trovare in Lui conforto, sostegno e ristoro.]

L'invito lo rivolge in particolare alla nostra Assemblea liturgica, che vede raccolta idealmente, con il Successore di Pietro, l'intera vostra Comunità ecclesiale. A tutti e a ciascuno va il mio saluto: in primo luogo al Vescovo di Brno - al quale sono grato anche per le cordiali parole che mi ha rivolto all'inizio della Messa - ai Signori Cardinali e agli altri Vescovi presenti. Saluto i sacerdoti, i diaconi, i seminaristi, i religiosi e le religiose, i catechisti e gli operatori pastorali, i giovani e le numerose famiglie. Rivolgo un deferente pensiero alle Autorità civili e militari, in modo speciale al Presidente della Repubblica con la gentile consorte, al Sindaco della Città di Brno e al Presidente della Regione della Moravia del Sud, terra ricca di storia, di attività culturali, di industrie e di commercio. Vorrei inoltre salutare con affetto i pellegrini provenienti da tutta la regione della Moravia e dalle diocesi della Slovacchia, della Polonia, dell'Austria e della Germania.

Cari amici, per il carattere che riveste l'odierna Assemblea liturgica, ho condiviso volentieri la scelta, a cui ha accennato il vostro Vescovo, di intonare le letture bibliche della Santa Messa al tema della speranza: l'ho condivisa pensando sia al popolo di questo caro Paese, sia all'Europa e all'umanità intera, che è assetata di qualcosa su cui poggiare saldamente il proprio avvenire. Nella mia seconda Enciclica - la Spe salvi -, ho sottolineato che l'unica speranza "certa" e "affidabile" (cfr n. 1) si fonda su Dio. L'esperienza della storia mostra a quali assurdità giunge l'uomo quando esclude Dio dall'orizzonte delle sue scelte e delle sue azioni, e come non è facile costruire una società ispirata ai valori del bene, della giustizia e della fraternità, perché l'essere umano è libero e la sua libertà permane fragile. La libertà va allora costantemente riconquistata per il bene e la non facile ricerca dei "retti ordinamenti per le cose umane" è un compito che appartiene a tutte le generazioni (cfr ibid., 24-25). Ecco perché, cari amici, noi siamo qui prima di tutto in ascolto, in ascolto di una parola che ci indichi la strada che conduce alla speranza; anzi, siamo in ascolto della Parola che sola può darci speranza solida, perché è Parola di Dio.

Nella prima Lettura (Is 61,1-3a), il Profeta si presenta investito della missione di annunciare a tutti gli afflitti e i poveri la liberazione, la consolazione, la gioia. Questo testo Gesù l'ha ripreso e l'ha fatto proprio nella sua predicazione. Anzi, ha detto esplicitamente che la promessa del profeta si è compiuta in Lui (cfr Lc 4,16-21). Si è completamente realizzata quando, morendo in croce e risorgendo da morte, ci ha liberati dalla schiavitù dell'egoismo e del male, del peccato e della morte. E questo è l'annuncio di salvezza, antico e sempre nuovo, che la Chiesa proclama di generazione in generazione: Cristo crocifisso e risorto, Speranza dell'umanità!

Questa parola di salvezza risuona con forza anche oggi, nella nostra Assemblea liturgica. Gesù si rivolge con amore a voi, figli e figlie di questa terra benedetta, nella quale è stato sparso da oltre un millennio il seme del Vangelo. Il vostro Paese, come altre nazioni, sta vivendo una condizione culturale che rappresenta spesso una sfida radicale per la fede e, quindi, anche per la speranza. In effetti, sia la fede che la speranza, nell'epoca moderna, hanno subito come uno "spostamento", perché sono state relegate sul piano privato e ultraterreno, mentre nella vita concreta e pubblica si è affermata la fiducia nel progresso scientifico ed economico (cfr Spe salvi, 17). Conosciamo tutti che questo progresso è ambiguo: apre possibilità di bene insieme a prospettive negative. Gli sviluppi tecnici ed il miglioramento delle strutture sociali sono importanti e certamente necessari, ma non bastano a garantire il benessere morale della società (cfr ibid., 24). L'uomo ha bisogno di essere liberato dalle oppressioni materiali, ma deve essere salvato, e più profondamente, dai mali che affliggono lo spirito. E chi può salvarlo se non Dio, che è Amore e ha rivelato il suo volto di Padre onnipotente e misericordioso in Gesù Cristo? La nostra salda speranza è dunque Cristo: in Lui, Dio ci ha amato fino all'estremo e ci ha dato la vita in abbondanza (cfr Gv 10,10), quella vita che ogni persona, talora persino inconsapevolmente, anela a possedere.

"Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro". Queste parole di Gesù, scritte a grandi lettere sopra la porta della vostra Cattedrale di Brno, Egli le indirizza ora a ciascuno di noi ed aggiunge: "Imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita" (Mt 11,29-30). Possiamo restare indifferenti dinanzi al suo amore? Qui, come altrove, nei secoli passati tanti hanno sofferto per mantenersi fedeli al Vangelo e non hanno perso la speranza; tanti si sono sacrificati per ridare dignità all'uomo e libertà ai popoli, trovando nell'adesione generosa a Cristo la forza per costruire una nuova umanità. E pure nell'attuale società, dove tante forme di povertà nascono dall'isolamento, dal non essere amati, dal rifiuto di Dio e da un'originaria tragica chiusura dell'uomo che pensa di poter bastare a se stesso, oppure di essere solo un fatto insignificante e passeggero; in questo nostro mondo che è alienato "quando si affida a progetti solo umani" (cfr Caritas in veritate, 53), solo Cristo può essere la nostra certa speranza. Questo è l'annuncio che noi cristiani siamo chiamati a diffondere ogni giorno, con la nostra testimonianza.

Annunciatelo voi, cari sacerdoti, restando intimamente uniti a Gesù ed esercitando con entusiasmo il vostro ministero, certi che nulla può mancare a chi si fida di Lui. Testimoniate Cristo voi, cari religiosi e religiose, con la gioiosa e coerente pratica dei consigli evangelici, indicando quale è la nostra vera patria: il Cielo. E voi, cari fedeli laici giovani ed adulti, voi, care famiglie, poggiate sulla fede in Cristo i vostri progetti familiari, di lavoro, della scuola, e le attività di ogni ambito della società. Gesù mai abbandona i suoi amici. Egli assicura il suo aiuto, perché nulla è possibile fare senza di Lui, ma, al tempo stesso, chiede ad ognuno di impegnarsi personalmente per diffondere il suo universale messaggio di amore e di pace. Vi sia di incoraggiamento l'esempio dei santi Cirillo e Metodio, Patroni principali della Moravia, che hanno evangelizzato i popoli slavi, e dei santi Pietro e Paolo, ai quali è dedicata la vostra Cattedrale. Guardate alla testimonianza luminosa di santa Zdislava, madre di famiglia, ricca di opere di religione e di misericordia; di san Giovanni Sarkander, sacerdote e martire; di san Clemente Maria Hofbauer, sacerdote e religioso, nato in questa Diocesi, e canonizzato 100 anni fa e della beata Restituta Kafkova, religiosa nata a Brno e uccisa dai nazisti a Vienna. Vi accompagni e protegga la Madonna, Madre di Cristo, nostra Speranza. Amen!

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Discorso di Benedetto XVI nell'Incontro ecumenico a Praga
PRAGA, domenica, 27 settembre 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il testo dell'intervento che Benedetto XVI ha pronunciato questa domenica pomeriggio all'Arcivescovado di Praga durante l'Incontro ecumenico con gli esponenti del Consiglio ecumenico delle Chiese nella Repubblica Ceca.

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Signori Cardinali,
Eccellenze,
fratelli e sorelle in Cristo,

ringrazio il Signore Onnipotente per l'opportunità che mi viene data di incontrare voi, che siete i rappresentanti delle diverse comunità Cristiane di questo Paese. Ringrazio il Dottor Černý, Presidente del Consiglio Ecumenico delle Chiese nella Repubblica Ceca, per le gentili parole di benvenuto che mi ha indirizzato a vostro nome.

Cari amici, l'Europa continua ad essere sottoposta a molti cambiamenti. È difficile credere che solo due decenni sono passati da quando il crollo dei precedenti regimi ha dato avvio a una difficile ma produttiva transizione verso strutture politiche più partecipative. In questo periodo, i cristiani si sono uniti assieme ad altri uomini di buona volontà nell'aiutare a ricostruire un ordine politico giusto, e continuano oggi ad impegnarsi nel dialogo per aprire nuove vie verso la comprensione reciproca, la collaborazione in vista della pace e il progresso del bene comune.

Ciononostante, stanno emergendo sotto nuove forme tentativi tesi a marginalizzare l'influsso del cristianesimo nella vita pubblica, talora sotto il pretesto che i suoi insegnamenti sono dannosi al benessere della società. Questo fenomeno ci chiede di fermarci a riflettere. Come ho suggerito nella mia Enciclica sulla speranza cristiana, la separazione artificiale del Vangelo dalla vita intellettuale e pubblica dovrebbe condurci ad impegnarci in una reciproca "autocritica dell'età moderna" e "autocritica del cristianesimo moderno", particolarmente riguardo alla speranza che essi possono offrire all'umanità (cfr Spe salvi, 22). Possiamo chiederci: cosa ha da dire oggi il Vangelo alla Repubblica Ceca e più in generale all'intera Europa, in un periodo segnato dal proliferare di diverse visioni del mondo?

Il cristianesimo ha molto da offrire sul piano pratico e morale, poiché il Vangelo non cessa mai di ispirare uomini e donne a porsi al servizio dei loro fratelli e sorelle. Pochi potrebbero contestare ciò. Tuttavia, quanti fissano il loro sguardo su Gesù di Nazareth con occhi di fede sanno che Dio offre una realtà più profonda e nondimeno inseparabile dall'"economia" della carità all'opera in questo mondo (cfr Caritas in veritate, 2): Egli offre la salvezza.

Il termine salvezza è ricco di significati, tuttavia esprime qualche cosa di fondamentale ed universale dell'anelito umano verso la felicità e la pienezza. Esso allude al desiderio ardente di riconciliazione e di comunione che spontaneamente sgorga nelle profondità dello spirito umano. È la verità centrale del Vangelo e l'obiettivo verso cui è diretto ogni sforzo di evangelizzazione e di cura pastorale. Ed è il criterio sul quale i cristiani tornano sempre a focalizzarsi, nel loro impegno per sanare le ferite delle divisioni del passato. A tal fine - come il Dr. Černý ha notato - la Santa Sede ha organizzato un Convegno internazionale nel 1999 su Jan Hus per facilitare l'analisi della complessa e travagliata storia religiosa in questa nazione e più in generale in Europa (cfr Giovanni Paolo II, Discorso al Convegno Internazionale su Giovanni Hus, 1999). Prego perché tali iniziative ecumeniche portino frutto non solo per proseguire il cammino dell'unità dei cristiani, ma per il bene dell'intera società europea.

Acquistiamo fiducia sapendo che la proclamazione da parte della Chiesa della salvezza in Gesù Cristo è sempre antica e sempre nuova, imbevuta della saggezza del passato e ricolma di speranza per il futuro. Quando l'Europa si pone in ascolto della storia del cristianesimo, ascolta la sua stessa storia. Le sue nozioni di giustizia, libertà e responsabilità sociale, assieme alle istituzioni culturali e giuridiche stabilite per difendere queste idee e trasmetterle alle generazioni future, sono plasmate dalla sua eredità cristiana. In verità, la memoria del passato anima le sue aspirazioni per il futuro.

Ciò spiega perché, in effetti, i cristiani attingano all'esempio di figure come sant'Adalberto e sant'Agnese di Boemia. Il loro impegno per la diffusione del Vangelo fu motivato dalla convinzione che i cristiani non devono ripiegarsi su di sé, timorosi del mondo, ma piuttosto condividere con fiducia il tesoro di verità loro affidato. Allo stesso modo i cristiani di oggi, aprendosi alla situazione attuale e riconoscendo tutto ciò che vi è di buono nella società, devono avere il coraggio di invitare uomini e donne alla radicale conversione che deriva dall'incontro con Cristo e introduce in una nuova vita di grazia.

Da questo punto di vista noi comprendiamo più chiaramente perché i cristiani siano tenuti ad unirsi ad altri nel ricordare all'Europa le sue radici. Non perché queste radici siano da tempo avvizzite. Al contrario! È per il fatto che esse continuano - in maniera tenue ma al tempo stesso feconda - a provvedere al Continente il sostegno spirituale e morale che permette di stabilire un dialogo significativo con persone di altre culture e religioni. Proprio perché il Vangelo non è un'ideologia, non pretende di bloccare dentro schemi rigidi le realtà socio politiche che si evolvono. Piuttosto, esso trascende le vicissitudini di questo mondo e getta nuova luce sulla dignità della persona umana in ogni epoca. Cari amici, chiediamo a Dio di infondere in noi uno spirito di coraggio per condividere le verità salvifiche eterne che hanno permesso, e continueranno a permettere, il progresso sociale e culturale di questo Continente.

La salvezza operata da Gesù con la sua passione, morte, risurrezione ed ascensione in cielo non solo trasforma noi che crediamo in lui, ma ci spinge a condividere questa Buona Notizia con altri. La nostra capacità di attingere alla verità insegnata da Gesù Cristo, illuminata dai doni dello Spirito di conoscenza, saggezza e intelletto (cfr Is 11,1-2; Es 35,31) ci sproni a lavorare strenuamente in favore dell'unità che Egli desidera per tutti i suoi figli rinati nel Battesimo, e anzi per l'intero genere umano.

Con questi sentimenti, e con affetto fraterno per voi e per i membri delle vostre rispettive comunità, esprimo il mio profondo ringraziamento a tutti voi e vi affido a Dio Onnipotente, che è la nostra fortezza, il nostro rifugio e la nostra liberazione (cfr Sal 144,2). Amen!

[© Copyright 2009 - Libreria Editrice Vaticana]

 





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