[Icy Phoenix Debug] PHP Notice: in file /includes/db/mysql.php on line 817: fopen(./cache/sql/sql_auth_rate_a6b5f5cacb31b6a90bfa3808b6b2626f.php): failed to open stream: Permission denied
|
Pagina 1 di 1
|
Il mondo visto da Roma - 28 settembre 2009
| Autore |
Messaggio |
Redazione
Coordinatore
 Moderatore


Registrato: Giugno 2006
Messaggi: 19510
Residenza: Italia
Utente #: 39
|
 Il mondo visto da Roma - 28 settembre 2009
 = News con documentazione video - [*] News con commento di Red
(M) Articoli con più fonti - HOME PAGE
Lunedì, 28 Settembre 2009: Accadde Oggi
Il mondo visto da Roma
SANTA SEDE
Benedetto XVI: la società ha bisogno di persone “credenti” e “credibili”
Il Papa ai giovani: attenti agli “illusori miraggi di paradisi artificiali”
Il Papa: gli intellettuali promuovano “un futuro degno dell’uomo”
Il Papa saluta la Repubblica Ceca, terra di missionari, martiri e santi
Possibile visita papale al Regno Unito
Al via il primo Incontro Europeo di Pastorale della Strada
La Caritas aiuta 50.000 vittime delle inondazioni nelle Filippine
SINODO SPECIALE SULL'AFRICA
Sinodo per l'Africa: quale impatto sulle comunità religiose?
NOTIZIE DAL MONDO
La Fondazione Wallenberg loda la ripresa della Giornata ebraico-cristiana
Gli universitari cattolici, nuovi discepoli di Emmaus
India: un sacerdote cattolico dona un rene per salvare un induista
Cardinal Cipriani: “messaggi molto deboli” nella preparazione al matrimonio
ITALIA
Termina la fase diocesana del processo di beatificazione di Igino Giordani
Cure palliative: economicità, equità e convenienza
Il prof. Antonino Zichichi riceve il premio “Fides et Ratio”
DOCUMENTI
Discorso di Benedetto XVI al mondo accademico nel Castello di Praga
Omelia del Papa per la Messa nella ricorrenza liturgica di San Venceslao
Il Papa ai giovani pellegrini sul luogo del martirio di San Venceslao
Discorso di congedo del Papa dalla Repubblica Ceca
Santa Sede
Benedetto XVI: la società ha bisogno di persone “credenti” e “credibili”
Durante la Messa per la festa di San Venceslao
ROMA, lunedì, 28 settembre 2009 (ZENIT.org).- Benedetto XVI ha affermato che la società odierna ha bisogno di persone “con timore di Dio e coerenti”, durante la Messa presieduta questo lunedì nella spianata della via Melnik, a Stará Boleslav, in occasione della festa di San Venceslao, patrono della nazione ceca.
Alla celebrazione liturgica erano presenti circa 45 mila persone, tra cui il Presidente della Repubblica Ceca e in special modo un nutrito gruppo di giovani che hanno partecipato al pellegrinaggio a Stará Boleslav, situata a pochi chilometri da Praga e luogo del martirio di San Venceslao (ca. 907–929/935), principe di Boemia, ucciso dai sicari del fratello minore Boleslao.
La solennità è stata seguita in diretta dalla televisione nazionale ceca e dalla radio nazionale ceca, così come dalla televisione cattolica “Noe” e dalla radio cattolica “Proglas”.
Prendendo spunto dalla vita del santo, il Papa ha affermato che “c'è oggi bisogno di persone che siano 'credenti' e 'credibili', pronte a diffondere in ogni ambito della società quei principi e ideali cristiani ai quali si ispira la loro azione”.
“Questa è la santità – ha spiegato –, vocazione universale di tutti i battezzati, che spinge a compiere il proprio dovere con fedeltà e coraggio, guardando non al proprio interesse egoistico, bensì al bene comune, e ricercando in ogni momento la volontà divina”.
Nell'ultimo giorno della sua visita apostolica nella Repubblica Ceca, il Papa ha riconosciuto le difficoltà legate a questo progetto di vita, additando tuttavia l'esempio dei santi.
La loro vita, ha infatti affermato, “incoraggia chi si dice cristiano ad essere credibile, cioè coerente con i principi e la fede che professa”.
Il Papa ha quindi tracciato brevemente la biografia di Veneceslao, descrivendolo come un “docile discepolo del Signore”, che sempre “si mantenne fedele agli insegnamenti evangelici che gli aveva impartito la santa nonna, la martire Ludmilla”, uccisa a causa della sua fede per ordine della nuora Drahomira, madre di Venceslao.
Di lui il Pontefice ha ricordato che “ebbe il coraggio di anteporre il regno dei cieli al fascino del potere terreno” e si adoperò “nel costruire una convivenza pacifica all’interno della Patria e con i Paesi confinanti”, propagando la fede cristiana, costruendo chiese e invitando missionari tedeschi al fine di avvicinare la Boemia all’Europa occidentale e alla sua cultura.
“Animato da spirito evangelico – ha raccontato – giunse a perdonare persino il fratello, che aveva attentato alla sua vita”.
Per Benedetto XVI, la sua lezione di vita è che non basta “apparire buoni ed onesti; occorre esserlo realmente. E buono ed onesto è colui che non copre con il suo io la luce di Dio, non mette davanti se stesso, ma lascia trasparire Dio”.
“Ma ci chiediamo: ai nostri giorni la santità è ancora attuale? O non è piuttosto un tema poco attraente ed importante? Non si ricercano oggi più il successo e la gloria degli uomini? Quanto dura, però, e quanto vale il successo terreno?”, si è domandato.
A questo proposito, ha spiegato che “il valore autentico dell’esistenza umana non è commisurato solo su beni terreni e interessi passeggeri, perché non sono le realtà materiali ad appagare la sete profonda di senso e di felicità che c’è nel cuore di ogni persona”.
“Chi ha negato e continua a negare Dio e, di conseguenza, non rispetta l’uomo, sembra avere vita facile e conseguire un successo materiale – ha osservato –. Ma basta scrostare la superficie per costatare che, in queste persone, c’è tristezza e insoddisfazione”.
Il Santo Padre ha infine affermato che “solo chi conserva nel cuore il santo 'timore di Dio' ha fiducia anche nell’uomo e spende la sua esistenza per costruire un mondo più giusto e fraterno”.
Il Papa ai giovani: attenti agli “illusori miraggi di paradisi artificiali”
Al termine della Messa a Stará Boleslav per la festa di San Venceslao
ROMA, lunedì, 28 settembre 2009 (ZENIT.org).- Di fronte ad una “società dei consumi” spesso intenta a sfruttare “in modo falso e alienante” l' “aspirazione alla felicità” dei giovani, solo Gesù Cristo si pone come la vera risposta di senso, ha detto questo lunedì Benedetto XVI.
E' questo in breve il messaggio lasciato dal Papa al termine della Messa a Stará Boleslav, nei pressi di Praga, luogo del martirio di San Venceslao, patrono principale della Repubblica Ceca, di cui oggi si celebrava la ricorrenza liturgica.
Ad ascoltare la messa c'erano moltissimi giovani venuti da tutta Europa, che hanno passato la notte all'aperto, vegliando con canti, adorazione eucaristica e confessioni, dopo un pellegrinaggio per rendere omaggio a San Venceslao.
“Con voi - ha detto Benedetto XVI - anche il Papa si sente giovane!”.
Parlando della aspirazione alla felicità dei giovani, “talvolta mescolata ad un senso di inquietudine”, il Papa ha osservato che non pochi “si lasciano attrarre da illusori miraggi di paradisi artificiali per ritrovarsi poi in una triste solitudine”.
Per questo ha invitato a guardare all’esperienza di Sant’Agostino che cercava la felicità e “scoprì che solo Gesù Cristo era la risposta soddisfacente al desiderio, suo e di ogni uomo, di una vita felice, piena di significato e di valore”.
“Il Signore – ha aggiunto – viene incontro a ciascuno di voi. Bussa alla porta della vostra libertà e chiede di essere accolto come amico. Vi vuole rendere felici, riempirvi di umanità e di dignità”.
Infatti, ha spiegato, “la fede cristiana è questo: l’incontro con Cristo, Persona viva che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva. E quando il cuore di un giovane si apre ai suoi divini disegni, non fa troppa fatica a riconoscere e seguire la sua voce”.
Il Papa ha poi esortato i giovani a costruire famiglie cristiane, famiglie sante. E in riferimento all'Anno Sacerdotale attualmente in corso, ha lanciato un appello a essere disponibili alla chiamata di Gesù al sacerdozio o alla vita consacrata.
“La Chiesa - ha detto - ha bisogno di numerosi e santi sacerdoti e di persone totalmente consacrate al servizio di Cristo, Speranza del mondo”.
“La speranza! Questa parola, su cui torno spesso, si coniuga bene con giovinezza. Voi, cari giovani, siete la speranza della Chiesa! Essa attende che voi vi facciate messaggeri della speranza, com’è avvenuto l’anno scorso, in Australia, per la Giornata Mondiale della Gioventù”, ha continuato.
Il Papa ha infine rinnovato il suo invito a partecipare alla Giornata Mondiale della Gioventù di Madrid, che si svolgerà nell’agosto 2011.
Al termine della messa a Stará Boleslav, il rappresentante dei giovani Vladislav Janouškovec ha rivolto a Benedetto XVI un breve saluto ed ha donato un album di foto che racconta la loro vita.
Da ultimo, come gesto di solidarietà nei confronti dei loro coetanei africani ha consegnato al Santo Padre un assegno di oltre 11.000 euro, frutto della generosità dei giovani cechi.
Il Papa: gli intellettuali promuovano “un futuro degno dell’uomo”
Discorso al mondo accademico della Repubblica Ceca
PRAGA, lunedì, 28 settembre 2009 (ZENIT.org).- Incontrando questa domenica pomeriggio il mondo accademico della Repubblica Ceca nel salone di Vladislav del Castello di Praga, Benedetto XVI ha chiesto che gli intellettuali abbiano “il coraggio necessario per lo sviluppo di un futuro di autentico benessere, un futuro veramente degno dell’uomo”.
In questo senso, il Papa ha richiamato il rapporto tra scienza e religione, che ha rappresentato “una preoccupazione centrale” per Giovanni Paolo II.
Papa Wojtyła, ha ricordato, “ha promosso una più piena comprensione della relazione tra fede e ragione, intese come le due ali con le quali lo spirito umano è innalzato alla contemplazione della verità”.
Nonostante ciò, ci sono ancora persone che vorrebbero disgiungere le due realtà, proponendo un'“esclusione positivistica del divino dall'universalità della ragione”. In questo modo, “non solo negano quella che è una delle più profonde convinzioni dei credenti”, ma “finiscono per contrastare proprio quel dialogo delle culture che loro stessi propongono”.
“Una comprensione della ragione sorda al divino, che relega le religioni nel regno delle subculture, è incapace di entrare in quel dialogo delle culture di cui il nostro mondo ha così urgente bisogno”, ha commentato il Papa.
Il Pontefice ha anche confutato l'idea che le domande sollevate dalla religione, dalla fede e dall’etica non abbiano posto nell’ambito della ragione pubblica.
“La libertà che è alla base dell'esercizio della ragione – in una università come nella Chiesa – ha uno scopo preciso: essa è diretta alla ricerca della verità, e come tale esprime una dimensione propria del Cristianesimo, che non per nulla ha portato alla nascita dell'università”, ha osservato.
“La sete di conoscenza dell’uomo spinge ogni generazione ad ampliare il concetto di ragione e ad abbeverarsi alle fonti della fede. È stata proprio la ricca eredità della sapienza classica, assimilata e posta a servizio del Vangelo, che i primi missionari cristiani hanno portato in queste terre e stabilita come fondamento di un’unità spirituale e culturale che dura fino ad oggi”.
L'importanza di una formazione integrale
Rivolgendosi ai rettori e ai professori delle istituzioni scolastiche ceche, il Papa ha sottolineato che questi centri hanno “la responsabilità di illuminare le menti e i cuori dei giovani”.
Per questo motivo, “deve essere riguadagnata l’idea di una formazione integrale, basata sull’unità della conoscenza radicata nella verità”, anche per contrastare “la tendenza, così evidente nella società contemporanea, verso la frammentazione del sapere”.
Nel mondo odierno caratterizzato dalla massiccia crescita dell’informazione e della tecnologia, ha riconosciuto il Pontefice, “nasce la tentazione di separare la ragione dalla ricerca della verità”.
“La ragione però, una volta separata dal fondamentale orientamento umano verso la verità, comincia a perdere la propria direzione. Essa finisce per inaridire o sotto la parvenza di modestia, quando si accontenta di ciò che è puramente parziale o provvisorio, oppure sotto l’apparenza di certezza, quando impone la resa alle richieste di quanti danno in maniera indiscriminata uguale valore praticamente a tutto”.
“Il relativismo che ne deriva genera un camuffamento, dietro cui possono nascondersi nuove minacce all'autonomia delle istituzioni accademiche”.
L'indipendenza del sapere
Benedetto XVI ha quindi sottolineato come l'autonomia di qualsiasi istituzione scolastica trovi significato “nella capacità di rendersi responsabile di fronte alla verità”.
Tale indipendenza può tuttavia “essere resa vana in diversi modi”, ha avvertito, ricordando che la grande tradizione formativa aperta al trascendente all’origine delle università europee “è stata sistematicamente sovvertita, qui in questa terra e altrove, dalla riduttiva ideologia del materialismo, dalla repressione della religione e dall’oppressione dello spirito umano”.
“Nel 1989, tuttavia, il mondo è stato testimone in maniera drammatica del rovesciamento di una ideologia totalitaria fallita e del trionfo dello spirito umano”, ha aggiunto, sottolineando che “l’anelito per la libertà e la verità è parte inalienabile della nostra comune umanità”.
Se per un verso è passato “il periodo di ingerenza derivante dal totalitarismo politico”, l'esercizio della ragione e la ricerca accademica sono oggi spesso costretti “a piegarsi alle pressioni di gruppi di interesse ideologici e al richiamo di obiettivi utilitaristici a breve termine o solo pragmatici”.
“Cosa potrà accadere se la nostra cultura dovesse costruire se stessa solamente su argomenti alla moda, con scarso riferimento ad una tradizione intellettuale storica genuina o sulle convinzioni che vengono promosse facendo molto rumore e che sono fortemente finanziate? Cosa potrà accadere se, nell’ansia di mantenere una secolarizzazione radicale, finisse per separarsi dalle radici che le danno vita?”, ha chiesto.
“Le nostre società non diventeranno più ragionevoli o tolleranti o duttili, ma saranno piuttosto più fragili e meno inclusive, e dovranno faticare sempre di più per riconoscere quello che è vero, nobile e buono”.
Il Papa saluta la Repubblica Ceca, terra di missionari, martiri e santi
Congedo dopo la visita pastorale di tre giorni nel Paese
PRAGA, lunedì, 28 settembre 2009 (ZENIT.org).- Benedetto XVI si è congedato questo lunedì pomeriggio dalla Repubblica Ceca sottolineando e lodando la ricca eredità cristiana del Paese.
Nel discorso che ha pronunciato all'aeroporto Stará Ruzyně dopo il saluto rivoltogli dal Presidente Václav Klaus, il Pontefice ha infatti ricordato che la Chiesa ceca "è stata veramente benedetta con una straordinaria schiera di missionari e di martiri, come anche di santi contemplativi".
Tra questi, ha ricordato in particolare ricordare Sant'Agnese di Boemia, "la cui canonizzazione, proprio venti anni fa, fu messaggera della liberazione di questo Paese dall'oppressione atea".
Nel giorno in cui si festeggiava San Venceslao, patrono del Paese, il Papa ha voluto ripercorrere prima di ripartire per Roma i momenti più significativi del suo soggiorno in terra ceca.
"È stato specialmente commovente, questa mattina, celebrare la Messa a Stará Boleslav, luogo del martirio del giovane duca Venceslao, e venerarlo presso la sua tomba sabato sera, all'interno della maestosa Cattedrale che domina il panorama di Praga", ha ricordato.
Allo stesso modo, ha richiamato la sua visita di questa domenica in Moravia, "dove i Santi Cirillo e Metodio diedero il via alla loro missione apostolica" e dove ha potuto "riflettere, in orante rendimento di grazie, sulle origini del cristianesimo in questa regione ed, effettivamente, in tutte le terre slave".
Riferendosi all'incontro con i rappresentanti delle Chiese cristiane nella Repubblica Ceca, il Pontefice ha quindi sottolineato "l'importanza del dialogo ecumenico in questa terra che ha assai sofferto per le conseguenze della divisione religiosa al tempo della guerra dei Trent'anni".
Riconoscendo che "molto è già stato fatto per sanare le ferite del passato, e sono stati intrapresi dei passi decisivi sul cammino della riconciliazione e della vera unità in Cristo", ha spiegato che per "edificare ulteriormente queste solide fondamenta, la comunità accademica ha un importante ruolo da svolgere, mediante una ricerca della verità senza compromessi".
Benedetto XVI ha poi concluso confessando di essere stato "particolarmente felice di incontrare i giovani e di incoraggiarli a costruire sulle migliori tradizioni del passato di questa Nazione, in particolar modo sulla eredità cristiana".
"Se i nostri occhi rimangono aperti alla bellezza della creazione di Dio e le nostre menti alla bellezza della sua verità, allora possiamo davvero sperare di rimanere giovani e di costruire un mondo che rifletta qualcosa della bellezza divina, in modo da offrire ispirazione alle future generazioni per fare altrettanto".
Al termine della sua visita in Repubblica Ceca, il Papa ha ricevuto in dono dai Vescovi del Paese una speciale corona del Rosario, lavorata in oro con le pietre chiamate "granati boemi", pezzo unico degli artisti Jan Kazda e Milan Knobloch.
La croce del rosario è una variazione delle croci usate nel periodo dei Santi Cirillo e Metodo e reca due iscrizioni nella scrittura glagolitica (nella quale i due santi tradussero la Bibbia in paleoslavo, in seguito detta cirillica). Sul lato frontale si legge "Il Verbo si fece carne", sull'altro "Cristo è risorto dai morti", citazioni che riguardano l'inizio e la fine della vita terrena di Cristo.
Ai piedi della croce sono state incise le iniziali dei due santi, "K" e "M". Sul medaglione, da un lato si vedono il volto di San Venceslao così come viene raffigurato in una statua gotica del santo, opera di Petr Parler, e i vessilli della Boemia e della Moravia, con la scritta "L'amore di Cristo è la nostra forza".
Sull'altra faccia del medaglione figurano il "Palladio della Terra boema" (Maria Vergine con il Bambino tra le braccia) e le parole Fides, Spes, Caritas. Questa parte della corona è opera di Milan Knobloch.
Possibile visita papale al Regno Unito
LONDRA, lunedì, 28 settembre 2009 (ZENIT.org).- Il presidente della Conferenza Episcopale dei Inghilterra e Galles spera in una possibile visita di Benedetto XVI al Regno Unito l'anno prossimo
Monsignor Vincent Nichols, Arcivescovo di Westminster, lo ha affermato in una nota pubblicata dalla pagina web diocesana mercoledì scorso, dopo che alcuni servizi di notizie del Paese avevano reso noto che fonti governative attendono prossimamente un annuncio ufficiale dlela Santa Sede a questo proposito.
"Siamo motivati e felici della notizia che è stata diffusa sulla possibile visita ufficiale di Papa Benedetto XVI al Regno Unito l'anno prossimo", afferma l'Arcivescovo.
"Siamo contenti che il Papa abbia preso in considerazione gli inviti ricevuti dal Governo di Sua Maestà, che concordano con i desideri e le richieste espressi anche dai Vescovi di Inghilterra e Galles".
"La prospettiva di una visita di Papa Benedetto ci riempie di gioia", ha aggiunto.
L'ultima visita papale in Gran Bretagna, di Giovanni Paolo II, risale al 1982.
Al via il primo Incontro Europeo di Pastorale della Strada
A Roma su iniziativa del Dicastero vaticano per i migranti e gli itineranti
CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 28 settembre 2009 (ZENIT.org).- Come far fronte alle sfide poste alla Chiesa dagli utenti della strada - automobilisti e camionisti - e della ferrovia, dai ragazzi e dalle donne di strada, e dai senza fissa dimora, al fine di promuovere un' “etica della strada” degna e cristiana? A questa domanda cercherà di dare risposta il primo Incontro Europeo di Pastorale della Strada, in programma a Roma dal 29 settembre al 2 ottobre prossimi presso la sede del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti.
L'iniziativa – si legge in un comunicato del Dicastero organizzatore - segue quella per l'America Latina svoltasi nell'ottobre 2008 a Bogotá, in Colombia. Il tema è tratto dal racconto dei due discepoli di Emmaus: “Gesù in persona si accostò e camminava con loro (Luca, 24, 15). Pastorale della strada: un cammino insieme”.
L'incontro, che avrà luogo a Palazzo San Calisto, intende esprimere la sollecitudine del Pontificio Consiglio guidato dall'Arcivescovo Antonio Maria Vegliò per questo tipo specifico di pastorale.
In questo contesto, il Dicastero ha promosso nel 2003 il primo Incontro Europeo dei Direttori Nazionali per la Pastorale della Strada; nel 2004 il primo Incontro Internazionale per la Pastorale dei Ragazzi di Strada; e nel 2007 il primo Incontro Internazionale per la Pastorale dei Senza Fissa Dimora, anno in cui sono stati pubblicati gli “Orientamenti per la pastorale della strada”.
Nel comunicato, il Pontificio Consiglio riporta anche alcuni dati sulla realtà della mobilità umana in Europa, caratterizzata da una serie di necessità e problemi particolari che richiedono attenzione e valutazione costanti e specifiche.
Nel corso dei lavori, l'esame dei quattro ambiti di attenzione pastorale contribuirà a far luce non solo sull'ampiezza del compito ma anche sulla necessità di risposte urgenti.
Il primo ambito, dunque, riguarderà gli utenti della strada - automobilisti, camionisti e quanti sono al loro servizio - e della ferrovia. Dal primo incidente mortale, avvenuto nel 1896, a oggi la strada ha mietuto trenta milioni di vite umane.
Le ultime statistiche indicano che negli incidenti restano coinvolti ogni giorno 3000 adulti e 500 bambini, mentre ogni anno i morti sono 1,2 milioni e i feriti 50 milioni.
Benché oltre l'85% di questi infortuni avvenga nei Paesi a basso e medio reddito, nel corso del 2008 nei Paesi europei sono morte 43.000 persone in incidenti stradali, mentre quasi 2 milioni sono rimaste ferite, anche in modo grave.
Va infine ricordato che solo il 16% di queste morti in Europa sono attribuibili ai camionisti. Di contro nel continente il 44% dei beni viaggia su strada, con un numero di autoarticolati che, entro il 2010, avrà avuto un aumento pari al 50% rispetto al 1988.
Il secondo ambito riguarderà, invece, la pastorale delle donne di strada – che affronta anche il traffico di esseri umani – con uno sguardo ai tre modelli legislativi riguardanti il fenomeno della prostituzione: il proibizionismo, il regolamentarismo e l'abolizionismo.
Dopo la caduta del sistema sovietico, infatti, in molti Paesi dell'Europa centrale e orientale la prostituzione ha conosciuto un vero e proprio boom. In particolare il trafficking è diventato un problema grave in tutto il Continente.
Ogni anno, un numero sempre più elevato di persone, per la maggior parte donne e bambini, sono vittime del traffico a scopo sessuale. Questo fenomeno ha raggiunto livelli senza precedenti, tanto da essere considerato una nuova forma di schiavitù.
Perciò, occorre sviluppare una rete a livello globale e regionale al fine di stimolare il sostegno reciproco e lo scambio di informazioni per quanti partecipano a questo ministero pastorale.
Il terzo ambito è quello legato ai ragazzi di strada, un problema globale e in ascesa che affonda le proprie radici nella povertà e in ciò che ne consegue: migrazione, disgregazione delle famiglie, abusi, abbandoni, incuria.
Benché manchino dati concreti su questi ragazzi, è presumibile che il loro numero si aggiri tra i 150.000 e 250.000, mentre in base ad alcune stime annualmente sarebbero 1,2 milioni i bambini oggetto di traffico a scopo di lavoro o di sfruttamento sessuale.
A questo proposito il Dicastero sottolinea che un programma europeo di ampia portata che veda coinvolti gli Stati membri dell'Unione Europea e i network europei delle Ong potrebbe contribuire, assieme alle iniziative ecclesiali, a risolvere il problema in maniera “sostenibile”.
Infine, si parlerà dei senza fissa dimora. Un problema che attualmente colpisce oltre un miliardo persone, costrette a vivere per strada a causa delle migrazioni interne e internazionali, della povertà, della disgregazione familiare, delle malattie mentali e delle dipendenze.
Come sottolineato nel comunicato, poiché la definizione esatta di homelessness non è delineata chiaramente e può includere il dormire all'aperto o in speciali ricoveri, una sistemazione temporanea o dopo il soggiorno in istituti penali o medici ecc., le cifre esatte del fenomeno non sono facili da accertare.
Si ritiene, tuttavia, che circa tre milioni di persone vivano on the road, su un totale di 460 milioni di abitanti (un individuo ogni 153).
La Caritas aiuta 50.000 vittime delle inondazioni nelle Filippine
CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 28 settembre 2009 (ZENIT.org).- La Caritas delle Filippine (NASSA) sta fornendo aiuto alle vittime delle peggiori inondazioni che si sono verificate nel Paese nell'ultimo mezzo secolo.
La tempesta tropicale Ketsana ha colpito la zona sabato. In appena 12 ore è caduto l'equivalente di un mese di piogge, sommergendo l'80% della capitale filippina Manila e interessando in tutto 27 province. Centinaia di migliaia di persone hanno perso la propria casa e i morti sono più di 100.
Per rispondere alla prima fase dell'emergenza, la Caritas distribuirà aiuti a un totale di 10.000 famiglie (50.000 persone) nelle zone colpite in modo più grave.
Tra le altre cose, ha comprato 650 sacchi di riso, riservandosi di valutare ulteriori approvvigionamenti con il passare dei giorni. Allo stesso modo, con l'aiuto degli studenti e del personale della St. Paul University di Manila si stanno predisponendo pacchi contenenti utensili da cucina, kit igienici e prodotti alimentari.
Il direttore esecutivo di Caritas Filippine, suor Rosanne B. Mallillin SPC, ha affermato che "la situazione è molto difficile. Molti dei nostri centri locali per l'azione sociale non riescono ancora a raggiungere le zone più colpite. La gente ha bisogno di cibo e acqua pulita, visto che molte risorse idriche sono state contaminate".
La tempesta si è ora allontanata, ma continuerà a gonfiare il monsone sud-occidentale.
Sinodo speciale sull'Africa
Sinodo per l'Africa: quale impatto sulle comunità religiose?
ROMA, lunedì, 28 settembre 2009 (ZENIT.org).- Il tema del secondo Sinodo per l'Africa, “La Chiesa in Africa a servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace”, va al cuore del situazione sociale, politica, culturale e religiosa del continente africano.
Lo ha sottolineato il sacerdote kenyota Agbonkhianmeghe E. Orobator, SJ, del Catholic Information Service for Africa (CISA), ricordando che “ovunque si guarda, l'Africa anela alla riconciliazione, alla giustizia e alla pace”.
“Il grido per la riconciliazione echeggia da comunità divise; la richiesta di giustizia si leva da milioni di rifugiati e dagli sfollati interni, l'aspirazione alla pace scorre nelle lacrime dei milioni di vititme della guerra e del conflitto in Africa”, ha spiegato. “Queste grida e questi echi collettivi del continente rappresentano la cornice in cui considerare il tema del Sinodo”.
Secondo il sacerdote, una domanda fondamentale è: “In che modo il tema del Sinodo riguarderà le comunità e gli istituti di persone consacrate in Africa?”.
Per rispondere, avverte, “bisogna essere consapevoli del pregiudizio di vecchia data secondo il quale i religiosi in Africa vivono al margine della vita reale”.
“In verità – ha osservato –, la vita religiosa pone le persone consacrate al cuore delle azioni di Dio nel mondo. Come per la Chiesa, le gioie e le speranze, il dolore e l'angoscia di milioni di africani sono anche quelli degli istituti dei consacrati”.
Da questo punto di vista, “il secondo Sinodo africano rappresenta un ulteriore invito per i religiosi e le loro comunità a impegnarsi più intensamente nel progetto divino di ricreare la terra e costruire un continente africano riconciliato, giusto e pacifico”.
Tre principi
Secondo padre Orobator, in questa riflessione per gli istituti consacrati in Africa sono necessari tre principi, il primo dei quali è il fatto che “la missione di riconciliazione, giustizia e pace è costitutiva della vita, dell'insegnamento e del ministero di Gesù Cristo”.
In secondo luogo, “è importante considerare la vita religiosa nel contesto della comunità chiamata Chiesa”, perché “le comunità religiose, in Africa come in qualsiasi altro luogo, non formano una Chiesa separata”.
Il terzo principio è quello della sacramentalità: “la missione di riconciliazione, giustizia e pace incarna in primo luogo e prima di tutto uno stile di vita, piuttosto che ideologie da imporre agli altri”.
L'importanza dell'esempio
In questo contesto, ha affermato il sacerdote gesuita, “la Chiesa e le comunità religiose in Africa hanno la responsabilità di praticare queste virtù come prerequisito per predicarle”.
Padre Orobator ha quindi sottolineato come l'Africa sia stata lacerata dal tribalismo, un elemento negativo che “non solo distrugge la vita di milioni di africani, ma ritarda lo sviluppo socio-economico e politico del continente”.
Per questo motivo, “la testimonianza richiesta ai religiosi è quella di rappresentare una comunità riconciliata”.
Quanto alla giustizia, una questione fondamentale per la Chiesa in Africa è la dignità delle donne, il che esorta gli istituti religiosi “a essere in prima fila nella missione di promozione della giustizia, della dignità e della pace per le donne africane nella Chiesa e nella società”.
L'importanza del creato
Padre Orobator ha quindi sottolineato la “preoccupante omissione” dall'Instrumentum Laboris dell'imminente Sinodo per l'Africa della questione dell'integrità del creato.
“Nel contesto attuale sui dibattiti relativi ai cambiamenti climatici, la Chiesa e le comunità religiose non possono godere il lusso del silenzio, dell'apatia e dell'indifferenza”, ha denunciato.
“Onorare l'integrità del creato richiede l'adozione di passi concreti e di mezzi relativi a come i religiosi consumano e reintegrano i beni del creato”.
Finora, ha ammesso, “c'è stata una scarsa riflessione sul tema dell'integrità della creazione e delle sfide che questa pone alla vita e alla missione degli istituti religiosi in Africa”, ma il secondo Sinodo per l'Africa può essere “un momento opportuno per iniziare”.
Spunti di riflessione
Secondo padre Orobator, per i consacrati e le consacrate dell'Africa “un'autentica partecipazione al Sinodo richiede una radicale rivalutazione dei loro programmi di formazione”, che se presa seriamente potrebbe rappresentare “un significativo spostamento dalla percezione della vita religiosa come isolamento dalle gravi questioni che il mondo deve affrontare alla vita religiosa come missione per immergersi e impegnarsi pienamente nelle sfide del mondo attuale globalizzato”.
Per questo, ha presentato alcuni spunti di riflessione che partono dalla constatazione che “molte comunità africane indigene praticano varie forme di riconciliazione”. “Come possono gli istituti religiosi in Africa adottare e adattare alcune di queste pratiche per vivere come comunità riconciliate?”, ha chiesto.
Allo stesso modo, il presbitero si domanda quali siano “gli indicatori di una mancanza di giustizia e rispetto per la dignità umana negli istituti religiosi africani e quali passi concreti possano essere compiuti per praticare una maggiore giustizia e promuovere dignità, uguaglianza e pace nelle comunità religiose”.
Padre Orobator ha quindi concluso chiedendosi che cosa possano fare le comunità religiose per “usare forme di energia più rinnovabili e mettere in pratica uno stile di vita più efficiente dal punto di vista energetico”.
ViviCentro (art. 19 e 21)
La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).
|
#1 Lun 28 Set, 2009 20:49 |
|
 |
Redazione
Coordinatore
 Moderatore


Registrato: Giugno 2006
Messaggi: 19510
Residenza: Italia
Utente #: 39
|
 Re: Il mondo visto da Roma - 28 settembre 2009
 = News con documentazione video - [*] News con commento di Red
(M) Articoli con più fonti - HOME PAGE
Lunedì, 28 Settembre 2009: Accadde Oggi
Notizie dal mondo
La Fondazione Wallenberg loda la ripresa della Giornata ebraico-cristiana
Chiede ai rabbini di pregare per i cristiani salvatori dall'Olocausto
di Jesús Colina
NEW YORK, lunedì, 28 settembre 2009 (ZENIT.org).- La Fondazione Internazionale Raoul Wallenberg ha lodato la ripresa della Giornata di riflessione ebraico-cristiana, annunciata il 22 settembre in Italia.
Il beneplacito dell'ONG educativa, che conta sull'adesione di centinaia di Capi di Stato e premi Nobel, è stato trasmesso dal suo fondatore, l'argentino Baruj Tenembaum, in alcune dichiarazioni esclusive per l'agenzia di notizie ZENIT.
"Ci congratuliamo con tutti i protagonisti ebrei e cattolici coinvolti in questo annuncio. Alla vigilia della più sacra delle ricorrenze ebraiche, lo Yom Kippur (Giorno del Perdono), la Fondazione Wallenberg chiede a tutti i rabbini del mondo di recitare un Kadish (ricordo e preghiera per i defunti) dedicato a tutti i cattolici che salvarono gli ebrei durante la Shoah", ha affermato Tenembaum.
Il fondatore spiega che il Kadish è una preghiera speciale e unica, in aramaico, e anche se è dedicata alla memoria dei defunti e rivolta al Creatore non menziona né Dio né i morti.
"Si tratta di una redazione curiosa e singolare, lodata da generazioni - ha commentato -. E' inoltre una preghiera rispettata e recitata da tutti i settori dell'ebraismo, dai riformisti agli ortodossi".
Tenembaum ha ricordato che "recitare il Kadish per una persona non ebrea è una pratica poco comune ma giustificata e conta sul sostegno della Halakhah (insieme di leggi religiose dell'ebraismo). Di recente, il rabbino Oshry, della Yeshiva Or Sameaj, in Israele, ha emesso una risoluziomne halakhica che segnala quanto segue: 'E' chiaramente permesso recitare il Kadish in memoria di un gentile che ha salvato tante vite ebraiche. Voglia l'Onnipotente, che dona ricchezza al popolo ebraico, donare ricchezza a tutti quei non ebrei generosi che hanno rischiato per salvare gli ebrei'".
L'annuncio della ripresa della Giornata di riflessione in Italia è stato dato dopo un incontro tra il Cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza Episcopale Italiana, e i rabbini Giuseppe Laras, presidente dell'Assemblea Rabbinica Italiana, e Riccardo Di Segni, rabbino capo della comunità ebraica di Roma.
"La Fondazione Wallenberg, insdieme alla Casa Argentina in Israele - Terra Santa, percorre dal pontificato di Giovanni XXIII - proprio il Papa salvatore degli ebrei - il cammino dell'incontro e della riconciliazione", ha commentato Tenembaum.
"Una delle dimostrazioni di questo impegno è il Murale Commemorativo delle Vittime dell'Olocausto installato nella Cattedrale Metropolitana di Buenos Aires grazie alla storica decisione dell'ex Cardinale primate Antonio Quarracino. Il Murale, simbolo senza precedenti del ricordo degli ebrei sterminati inserito in un tempio cattolico, ha una replica nella chiesa Vaterunser di Berlino, di cui è incaricato il pastore Annemarie Werner", ha concluso Baruj Tenembaum.
Per ulteriori informazioni: www.raoulwallenberg.net
Gli universitari cattolici, nuovi discepoli di Emmaus
Un incontro esorta a trasmettere il Vangelo nelle università
PORTO, lunedì, 28 settembre 2009 (ZENIT.org).- "I laici hanno un ruolo fondamentale all'interno delle Pastorali universitarie, ma è necessario formarli per aiutare loro a trasmettere sempre più efficacemente il Vangelo nelle università".
E' questo il messaggio conclusivo dell'Incontro europeo dei Delegati nazionali e Vescovi di Pastorale universitaria svoltosi a Porto (Portogallo) dal 25 al 27 settembre sul tema "La figura del laico nella pastorale universitaria".
L'incontro, promosso dal Consiglio delle Conferenze Episcopali d'Europa (CCEE), ha visto intervenire numerosi esperti, tra i quali monsignor Lorenzo Leuzzi, segretario della sezione Università del CCEE, che ha ricordato come l'università non sia "un luogo di conquista culturale e politica, ma un luogo dove si progetta il futuro dell'uomo".
"Le sfide culturali sono le sfide di ciascuno di noi, la fatica dello studio e della ricerca è la nostra fatica, la gioia della conoscenza sono la nostra gioia - ha spiegato -. Questa è la viva e creativa testimonianza che sono chiamati a realizzare i nuovi discepoli di Emmaus".
"Purtroppo nelle nostre comunità ecclesiali c'è ancora troppo distacco tra la chiesa e l'università, c'è ancora troppo pregiudizio anticulturale tra noi - ha riconosciuto monsignor Leuzzi -. Ma chi ha incontrato il Risorto non può chiudersi, e nelle aule universitarie deve donare questo amore incondizionato alla costruzione della società".
Nel corso del convegno, i delegati nazionali si sono confrontati attraverso uno scambio di esperienze vissute nei vari Paesi, soprattutto in Gran Bretagna, Spagna, Germania e Polonia.
"Di fronte alle imponenti dinamiche del mondo globalizzato - ha spiegato don Enrico Dal Covolo , docente della Pontificia Università Salesiana, tra i relatori -, bisogna cercare insieme itinerari specifici e mirati, che nel concreto delle situazioni locali siano in grado di formare gli universitari cattolici europei come nuovi discepoli di Emmaus".
Il prossimo appuntamento europeo per i Delegati e i Vescovi si svolgerà a Monaco di Baviera (Germania) nel gennaio 2011.
India: un sacerdote cattolico dona un rene per salvare un induista
Un gesto ispirato dall'Anno Sacerdotale
di Nieves San Martín
NUOVA DELHI, lunedì, 28 settembre 2009 (ZENIT.org).- Padre Davis Chiramel, dello Stato indiano del Kerala, si è offerto di donare un rene a Gopinath, un padre di famiglia induista di 46 anni che viene sottoposto a dialisi, che non conosce.
Il sacerdote ha spiegato il suo gesto, ispirato dall'Anno Sacerdotale, dicendo: “Per me donare un organo è un'occasione unica e privilegiata per partecipare alle sofferenze di Cristo”.
Padre Chiramel, parroco di San Francesco Saverio a Vadanapally, è segretario generale della “Accident Care and Transport Services” (ACTS) di Thrissur.
Il 15 febbraio scorso, i volontari che lavorano nell'organizzazione si sono riuniti nella chiesa del sacerdote per parlare del loro lavoro. Hanno spiegato che c'era un uomo povero, induista, di nome Gopinath, ex elettricista, padre di due bambini, che aveva un'insufficienza renale cronica.
L'uomo era rimasto vittima di un incidente ed era sottoposto a dialisi. Aveva bisogno di un trapianto e i volontari dicevano che sarebbe stato necessario almeno un milione di rupie (più di 14.000 euro), ma soprattutto bisognava trovare un donatore. In India i donatori di organi sono solo uno su un milione.
Padre Chiramel, che aveva ascoltato il dialogo, si era inquietato: “Mi sono reso conto che stavano parlando di raccogliere del denaro per trovare qualcuno da cui comprare un rene”.
L'India, con il Pakistan e il Nepal, è uno dei Paesi asiatici in cui il traffico di organi - e soprattutto di reni - è più diffuso. Le autorità non riescono a controllare questo commercio, che trova da un lato poveri disposti a donare organi per guadagnare un po' di soldi, dall'altra ricchi malati che non si fanno scrupoli a pagare a peso d'oro la propria salute.
Padre Chiramel ha quindi deciso di offrirsi come donatore e ha iniziato le analisi per verificare la sua compatibilità. Il sacerdote ha dichiarato ad AsiaNews: “Donare un rene per me è una grazia. Tutto è iniziato a febbraio ma solo il 19 giugno ho capito cosa stavo facendo. Quel giorno il Papa ha inaugurato l'Anno Sacerdotale e io ero in ospedale per una delle analisi. Mi sono subito reso conto del fatto che mi era stata donata la grazia di offrire il mio corpo per salvare un uomo”.
Il presbitero ha utilizzato parole come “gioia”, “dono” e “tesoro” per descrivere ciò che è avvenuto. “Cristo è la fonte e l'origine di ogni buona azione, ed è Lui che ci dà la forza e il coraggio di agire – ha affermato –. Non avrei mai immaginato di donare un rene, e men che meno a un estraneo”.
Il 30 settembre, Gopinath e padre Chiramel si conosceranno. Per quel giorno è programmato il trapianto all'Ospedale Lakeshore di Kochi.
“Cristo dona se stesso per la salvezza del mondo e ogni giorno, nella Messa, i sacerdoti offrono il sacrificio del suo Corpo e del suo Sangue, ma lo fanno senza condividere le pene e le sofferenze di nostro Signore – ha concluso padre Chiramel –. Per me la possibilità di donare un organo a una persona che non conosco è diventata l'occasione unica e privilegiata di partecipare alle sofferenze di Cristo”.
[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]
Cardinal Cipriani: “messaggi molto deboli” nella preparazione al matrimonio
Incontro Latinoamericano di Pastorale Sociale-Caritas di America Latina e Caribe
LIMA, lunedì, 28 settembre 2009 (ZENIT.org).- “Non si può promuovere l'umanizzazione del mondo senza volersi comportare in modo più umano. Il Papa ci invita a un cambiamento molto grande attraverso piccole modifiche”, ha affermato il Cardinale Juan Luis Cipriani intervenendo all'Incontro Latinoamericano di Pastorale Sociale-Caritas dell'America Latina e del Caribe, lunedì 14 settembre.
Durante la presentazione dell'Enciclica Caritas in Veritate di Papa Benedetto XVI, l'Arcivescovo di Lima (Perù) ha definito “molto importanti” il ruolo dei laici nella vita politica e sociale e la necessità di migliorare la qualità educativa da parte della Chiesa, un compito che il Cardinale ritiene una “sfida molto grande”.
“La Chiesa ha sempre fornito un grande apporto all'educazione – ha rilevato –. Oggi onestamente siamo molto deboli dal punto di vista della proposta educativa in questo progetto umanista integrale. Ci stiamo accontentando di messaggi molto deboli nella preparazione alla Cresima e al sacramento del matrimonio. Tanto entusiasmo, tanta condivisione, ma alla gente bisogna dare contenuti. E' un invito che il Papa fa in modo molto forte e diretto”, ha segnalato.
Formazione dottrinale più consistente
Il Cardinal Cipriani ha anche ricordato che chi esclude Dio dalla sua vita può solo finire sulla strada sbagliata. Per questo, ha chiesto ai delegati presenti all'incontro di promuovere una formazione dottrinale molto più consistente, che convochi, trasformi e aiuti le persone in difficoltà ad essere cristiani esemplari.
“Che il tuo modo di pensare e di essere mostri Cristo! Che si veda Cristo Vivo in questa pluralità di culture! Abbiamo contenuti solidi e profondi (il Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica e il Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa), ma non possono essere solo un messaggio. Saranno ricevuti e produrranno un cambiamento di santità, giustizia, serenità e pace solo se l'interessato ha un'esperienza personale in Cristo”, ha affermato.
L'Arcivescovo di Lima ha ricordato che il discorso di Benedetto XVI ad Aparecida (Brasile) nel maggio 2007 è un capolavoro che può essere di grande aiuto nell'opera pastorale dell'America Latina. Ha anche esortato a rileggere il documento di Aparecida, molto attuale e coraggioso per i tempi che vive la Chiesa in America.
Il valore della gratuità
L'Arcivescovo di Lima ha inoltre ricordato che viviamo in un mondo materialista, opposto ai valori spirituali gratuiti donati da Dio. Per questo, ha esortato a promuovere la dimensione spirituale, che è dove l'essere umano si trascende.
“La legge dei valori spirituali è opposta a quella dei valori materiali. Purtroppo molte volte trattiamo i valori spirituali con lo stesso atteggiamento che riserviamo a quelli materiali e lì nascono l'egoismo, l'abuso e l'ingiustizia”. “Siamo fatti per ricevere e per donarci, e tanto più doniamo quanto più ci realizziamo come persone”.
Uno dei messaggi più ispiratori e coraggiosi dell'Enciclica Caritas in veritate, ha aggiunto, è il desiderio del Santo Padre di applicare i principi di democrazia economica attraverso iniziative mutualistiche, di gratuità e comunione in cui non prevalgono necessariamente i benefici, ma il dono reciproco.
Italia
Termina la fase diocesana del processo di beatificazione di Igino Giordani
Chiara Lubich lo considerava "cofondatore" dei Focolari
ROMA, lunedì, 28 settembre 2009 (ZENIT.org).- Si è conclusa ufficialmente la fase diocesana del processo di beatificazione di Igino Giordani, uno dei primi membri del Movimento dei Focolari. La causa proseguirà ora in sede vaticana.
Monsignor Raffaello Martinelli, Vescovo di Frascati, ha definito la causa di Giordani "una pietra miliare per la Chiesa, il Movimento dei Focolari e per la Diocesi", ricordando come la fondatrice del Movimento Chiara Lubich chiamasse Igino "Foco" "perché era pieno dello spirito di Dio che lo spronava ad essere ovunque testimone".
Igino Giordani incontrò i Focolari cinque anni dopo la nascita del Movimento, quando nel 1948 - a 54 anni - conobbe Chiara Lubich, all'epoca neanche trentenne.
Giordani, ricorda il Movimento in un comunicato inviato a ZENIT, rappresentava per la Lubich "l'umanità", quell'umanità "dilaniata dalle guerre, sconvolta dalle divisioni mondiali, angosciata dal materialismo, che assetata di comunione e fraternità urla il bisogno di unità".
Per la fondatrice dei Focolari, Giordani aveva "una speciale grazia" per comprendere "la novità e ampiezza del carisma di unità donatole da Dio e di quello che poteva significare nella storia della famiglia umana".
Per questo motivo, lo considerava "il seme di tutte le vocazioni laicali" che si erano poi sviluppare nel Movimento, riconoscendolo come "cofondatore".
In un articolo pubblicato su "L'Osservatore Romano", Maria Voce ha ricordato che Igino Giordani era un "uomo delle beatitudini", come lo chamò la Lubich all'apertura della causa di beatificazione, nel 2004.
Giordani, ha aggiunto il presidente dei Focolari, era "'segno di contraddizione', come egli stesso, in un suo celebre libro del 1933, auspica sia ogni cristiano partecipe della storia", e come segno di contraddizione viveva "l'impegno politico e parlamentare, quale servizio disinteressato alla comunità, spinto dall'amore per le genti e per la pace pagando non di rado di persona".
"Oggi che il Papa ha rivelato l'urgenza di una nuova generazione di politici retti e ispirati ai principi morali, possiamo annoverare Giordani fra i testimoni autentici di una politica estranea dai giochi di potere, affrancata dai privilegi della casta; piuttosto, 'castamente' vissuta per il bene comune e l'edificazione di una società cristiana, puntellata dai valori della fraternità e della giustizia", ha osservato.
Allo stesso modo, Giordani è stato anche "un precursore del dialogo ecumenico, anticipato fin dagli anni Venti".
"Egli riscopriva i cristiani delle altre Chiese come fratelli, distinguendo tra l'errore da respingere e gli erranti da amare, e proponendo di puntare più su quanto unisce che su ciò che divide", ha commentato la Voce.
Nell'incontro con Chiara Lubich nel 1948, ha proseguito la Voce, Giordani "comprende che la sua ricerca è finalmente giunta a un approdo sicuro".
"Affascinato dalla radicalità evangelica della nuova spiritualità da lei annunziata e vissuta, vi scorge la possibile realizzazione del sogno dei padri della Chiesa: spalancare le porte dei monasteri perché la santità non sia privilegio di pochi, ma fenomeno di massa nel popolo cristiano, aperto anche ai laici, anche agli sposati".
"Giordani diviene strumento provvidenziale affinché Chiara possa aprire la strada della donazione totale a Dio a una schiera di coniugati in tutto il mondo; possa aprire la via dell'amore evangelico radicale a persone di ogni età, categoria sociale e cultura".
Il messaggio che Igino Giordani lascia al mondo oggi è vivere una "misura alta della vita cristiana" in ogni ambito della propria vita quotidiana.
"Il santo moderno - scriveva - spesso non è legato più al convento: non si chiude, ma esce, circola per il mondo, ha contatto con gli uomini. Se li ama in Dio, se in tutto fa la volontà di Dio, se l'amore purifica d'attimo in attimo la sua anima", "è vincolato da un legame che sostituisce ed eguaglia la clausura: e cioè l'amore". "Per l'amore, è sempre nell'orbita del sacro".
"Questa 'orbita del sacro' non è solo una splendida metafora del linguaggio di Giordani, ma la conclusione della sua ascesa verso Dio, condotta durante l'intera sua vita immersa nell'umanità, 'con-crocifissa', assumendone lotte, drammi e aspirazioni - ha concluso la Voce -. E l'approdo finale si rivela nell'ultimo pensiero che scrive, nel 1980, prima di partire per il cielo: 'Per me vivere è Cristo'. Il respiro è lo Spirito Santo".
Per ulteriori informazioni, www.iginogiordani.org.
Cure palliative: economicità, equità e convenienza
di Tommaso Cozzi*
ROMA, lunedì, 28 settembre 2009 (ZENIT.org).- La recente approvazione da parte della Camera dei Deputati delle “disposizioni urgenti per garantire l'accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore” così come previsto dal disegno di legge in materia apre degli interessanti scenari non solo dal punto di vista etico e bioetica, ma anche dal punto di vista economico.
Prima di affrontare questi ultimi aspettI, è utile soffermarsi a valutare alcuni principi di fondo dettati dal disegno di legge. Una prima interessante riflessione riguarda il 3° c. dell'art. 1, laddove si asserisce che le strutture sanitarie di cure palliative e di terapia del dolore assicurano un programma di cura individuale per il malato e per la sua famiglia, dettando successivamente i principi fondamentali a cui le stesse cure devono rifarsi. Per quanto riguarda gli argomenti interessanti ai fini del presente articolo, appare utile sottolineare come tale comma esplicitamente utilizzi il termine "programma di cura individuale per il malato e per la sua famiglia". Il termine che qui interessa analizzare è il sostantivo "programma".
Dalla lettura dell'intero disegno di legge si ha l'impressione che il legislatore stia decisamente volgendo la propria attenzione al concetto di "sistema". Infatti, nel momento in cui viene utilizzata la parola “programma”, non si può non pensare ad un insieme organico, coordinato, progressivo, sinergico modus operandi che, in qualche modo, pervade l'intero testo normativo. Infatti anche nel primo comma dell'art. 1, laddove viene esplicitata la definizione di cure palliative, il legislatore utilizza il termine "insieme" di interventi terapeutici. La parola insieme viene altresì ripetuta nella lettera d) dello stesso art. 2, laddove viene esplicitato cosa debba intendersi per terapia del dolore. Illuminante appare l'introduzione del concetto di "rete”. È evidente come il legislatore abbia voluto individuare con il concetto di rete la necessità che strutture, persone, metodologie, interagiscano in modo sistematico (cioè insieme) per porre in essere un vero e proprio processo per l’erogazione delle cure palliative.
In effetti il legislatore individua, nel concetto di rete, "l'insieme delle strutture sanitarie, ospedaliere e territoriali, e assistenziali, delle figure professionali e degli interventi diagnostici e terapeutici (...) dedicati alla erogazione delle cure palliative, al controllo del dolore, ecc..”. Nei successivi passaggi in cui vengono esplicitati i concetti di assistenza residenziale ed assistenza domiciliare, ancora una volta il legislatore effettua un riferimento, non interpretabile solo dal punto di vista medico, ma anche in senso economico, alla erogazione organizzata e multidisciplinare, nonché agli insieme di interventi sanitari, socio-sanitari ed assistenziali, che garantiscono in maniera continuativa l'erogazione di cure palliative. A conferma dell'approccio sistemico conferito dal legislatore all'intero dettato normativo, l’ art. 5 è completamente dedicato alla costituzione di una "rete nazionale per le cure palliative e le terapie del dolore". In tal senso è stato strutturato anche l'art. 9 in cui si prevede l'istituzione di un osservatorio nazionale permanente per le cure palliative e per le terapie del dolore.
Le riflessioni di tipo economico che sorgono a seguito della lettura dell'intero testo di legge, riguardano i concetti di “sistema", di "rete", di "sistematicità degli interventi", di "osservatorio", di "percorsi assistenziali multidisciplinari e multi professionali".
Tali termini, in economia, richiamano immediatamente le cosiddette "economie di scala". Le economie di scala individuano la proporzione esistente, i volumi di produzione e la diminuzione del costo medio unitario di produzione. Nel caso in esame, per produzione, deve intendersi l'erogazione del servizio che le strutture sanitarie, socio-sanitarie o socio-assistenziali, erogheranno al fine di raggiungere l'obiettivo prefissato dalla legge, l’utilizzo delle cure palliative e la diminuzione del dolore. Il concetto di economia di scala, pertanto, applicato alla legge in esame, riguarda essenzialmente i processi ed il sistema a rete, ovvero il sistema integrato, che la legge stessa vuole porre in essere. In sostanza, si pone l'attenzione a quella che può essere definita la sintesi che permette di utilizzare i fattori produttivi (risorse economico finanziarie, strutture, tecnologie, persone, ecc..) nel modo tecnicamente ed economicamente più efficiente, evitando la moltiplicazione e soprattutto la ripetitività di costi (quali ad esempio i costi di ricerca, di struttura, di formazione degli operatori) che invece, utilizzando le economie di scala, verrebbero a ridursi drasticamente.
In sostanza le economie di scala ci insegnano che, laddove vengono a determinarsi dei rendimenti crescenti, i costi sostenuti, in particolare i cosiddetti "costi fissi", diminuiscono in maniera proporzionale. È bene specificare che, nel caso in esame, per “rendimenti" si intende individuare il risultato finale, ovvero l'erogazione delle cure palliative e la diminuzione del dolore. Tutto ciò appare possibile nel caso in cui una struttura raggiunga elevati livelli di produzione, ovvero elevati livelli di proventi, per cui tali risultati positivi, secondo l'idea delle economie di scala, permettono una incidenza sempre più bassa, in termini economici, delle risorse da impiegare. Nel momento in cui il legislatore ha introdotto in maniera sistematica i concetti di integrazione delle strutture, diffusione delle conoscenze, dei saperi, messa in rete di quanti già operano e di quanti opereranno per il miglioramento delle cure palliative e la diminuzione del dolore, nonché il concetto di "insieme", è stata sostanzialmente aperta la via alla determinazione delle economie di scala che, oltre a produrre risparmi in termini finanziari, provocano ulteriori effetti positivi nel momento in cui dal concetto di “economia di scala statica” si passa al concetto di “economie di scala dinamiche” ovvero si individua il processo che conduce alla creazione e diffusione delle economie di conoscenza.
Le economie di scala statiche incidono, come già detto, in maniera diretta sulla proporzione esistente tra i volumi di risultati ottenuti ed i costi necessari per ottenerli. Tale aspetto è sicuramente importante, come stato più volte detto, nel momento in cui vengono a determinarsi approcci sistemici o di rete nell'ambito delle cure palliative. Tuttavia, ancora più importanti, appaiono le economie di conoscenza, in quanto la diffusione dei saperi, la diffusione delle competenze, provocano di fatto, oltre che un miglioramento delle prestazioni erogate, anche delle economie di scala conseguenti alla messa in comune delle cosiddette expertiese che consentono di ottenere in maniera più rapida ed efficace risultati che il singolo individuo non riuscirebbe mai ad ottenere da solo. Vi è pertanto una diretta relazione tra la produzione effettuata, ovvero l'erogazione dei servizi erogati, i costi unitari, e le cosiddette curve di esperienza.
Pertanto dal punto di vista delle economie di scala, viene a determinarsi un miglioramento dell'offerta di prestazioni erogate dalle strutture e dalle persone che partecipano ad una rete in quanto, per definizione, una rete genera valore. In questo caso la rete è costituita dall'insieme delle strutture e delle persone, che pur mantenendo la loro indipendenza operativa, giuridica, organizzativa, assumono comportamenti interdipendenti al fine della creazione del prodotto o del servizio: tale interdipendenza genera valore. In tale prospettiva il sistema pensato dal legislatore origina delle nuove identità rispetto alle singole parti che lo compongono, in quanto le interrelazioni che vengono a determinarsi (l'organizzazione del sistema stesso) determinano delle proprietà (il valore) che apparterranno al sistema e non ai singoli soggetti. Appare pertanto evidente come una lettura di tipo economico della legge in via di approvazione definitiva, apra nuovi scenari rappresentativi, oltre che di una migliore e più efficace erogazione dei servizi, anche di un processo di economicità che non intende individuare solo la capacità di "risparmiare", ma anche di rendere diffusivi e quindi moltiplicatori i sistemi organizzativi, le competenze e le attitudini delle persone, nonchè i processi e le risorse impiegate.
In conclusione si può affermare che il dettato normativo, nel volgere la propria attenzione a processi di carattere strettamente sanitario ed assistenziale, apre ad una nuova visione e ad un nuovo approccio in cui la convergenza e la messa a fattor comune delle risorse, dei patrimoni, intesi in senso lato, rappresentano dei punti di forza che, oltre che procurare un vantaggio competitivo, e quindi maggiore economicità nell'erogazione dei servizi, permette di ottenere risultati volti all'innalzamento degli standard qualitativi delle prestazioni e ad una maggiore equità nell'erogazione dei servizi stessi: equo è anche conveniente.
----------
* Il prof. Tommaso Cozzi è docente di Economia e Gestione delle Imprese presso l'Università di Bari.
Il prof. Antonino Zichichi riceve il premio “Fides et Ratio”
Premiato alla giornata regionale per l'Emilia Romagna della rivista “Il Timone”
di Domenico Mucci*
ROMA, lunedì, 28 settembre 2009 (ZENIT.org).- Sabato 26 settembre si è svolta a Modena la quarta edizione della giornata regionale de “Il Timone”, che ha visto una nutrita partecipazione di pubblico e di associazioni cattoliche.
Il culmine della giornata è stata senz'altro la consegna del premio “Fides et Ratio”, assegnato dal direttore de “Il Timone”, Giampaolo Barra, al Prof. Antonino Zichichi, scienziato di fama mondiale e professore emerito di Fisica Superiore all'Università di Bologna.
Nella dissertazione che ha preceduto la consegna del premio, l'illustre fisico ha inteso sottolineare il rapporto tra scienza e fede, confutando tra l'altro il luogo comune in base al quale “un vero scienziato non può che dichiararsi ateo e un credente non può avvicinarsi alla scienza”.
La tesi sostenuta dal professor Zichichi, concorde col pensiero del Santo Padre Benedetto XVI , è che qualunque scienziato interessato all'origine e all'evoluzione del mondo, nonché alla ricerca delle leggi fisiche che regolano la natura, non può che concludere che solo un Ente Superiore può essere all'origine delle cose che esistono, come già insegnava Aristotele.
Il professor Zichichi ha esordito sottolineando che l'esistenza del mondo ha avuto come momenti cruciali i cosiddetti tre “big bang”. Il primo, il “big bang” per antonomasia, è quello che ha fatto passare dal vuoto all'esistenza dell'universo. Il secondo big bang è avvenuto nel momento in cui sulla terra è comparsa la vita, mistero cui l'uomo non sa tutt'oggi dare risposta. Il terzo è il momento in cui l'uomo ha sviluppato la ragione.
“Contrariamente a quanto affermano alcuni assertori dell'evoluzionismo, secondo i quali l'uomo non sarebbe tanto diverso dalla scimmia, di fatto l'uomo è l'unico essere vivente dotato di ragione, capace quindi di tramandare ai posteri le conoscenze acquisite, con la scrittura cuneiforme e, prima ancora, con le prime rappresentazioni grafiche”.
La dissertazione è proseguita ricordando la figura di Galileo Galilei, nell'anno a lui dedicato, considerato dalla comunità scientifica il fondatore della scienza.
“La ricerca scientifica avrebbe potuto nascere secoli prima e nell'ambito di altre civiltà, come quella cinese, araba o indiana, invece ha avuto origine, in Italia, dalle osservazioni e deduzioni di Galilei sul pendolo, sulle macchie lunari, sui satelliti planetari, fatte tramite il telescopio”, ha osservato l'eminente fisico.
“Usando per primo il metodo del piano inclinato, quattro secoli fa, Galilei ha dedotto la legge che regola il moto di caduta libera di un grave. Misurando il tempo con le pulsazioni arteriose, ha inoltre intuito la legge che regola le piccole oscillazioni di un pendolo. Sir Isaac Newton, due secoli dopo, non avrebbe scritto la legge di gravitazione universale, così semplice nella sua enunciazione, se non ci fossero state prima le osservazioni di Galilei”. Si noti che il calcolo infinitesimale di Newton-Leibniz, e di conseguenza la matematica moderna, nascono dall'esigenza di calcolare il moto dei pianeti.
A sostegno della tesi secondo cui Galilei deve essere considerato uno scienziato che credeva in Dio, il professore ha portato ad esempio la reazione incredula di Galilei alla scoperta di Keplero sulle orbite dei pianeti: “Secondo la tradizione Tolemaica, un Dio creatore avrebbe senz'altro ordinato il mondo in maniera perfetta. Ora, il cerchio è una figura perfetta, per cui nell'antichità era impensabile che un pianeta potesse muoversi seguendo un'orbita che non fosse circolare. Quando Keplero gli disse di avere osservato che le orbite dei pianeti sono ellittiche, e non circolari, se fosse stato ateo, Galilei avrebbe dovuto reagire sostenendo tale tesi e usandola per confutare l'esistenza di un Ente Creatore. Invece, Galilei reagì rispondendo a Keplero che non credeva alle sue conclusioni” (cf. il suo libro “Galilei, Divin Uomo”). E' noto, di fatto, che le leggi di Keplero si deducono come conseguenza delle leggi di Newton.
“A partire da Galilei - ha continuato - tutti i più importanti scienziati possono essere considerati credenti. Quando uno scienziato si affida alla sperimentazione, fa come un atto di fede, perché cerca di capire quale legge o meccanismo regola un fenomeno della natura”.
Ad esempio di come procede la ricerca scientifica, ha ricordato come due secoli di ricerca sull'ottica e sull'elettromagnetismo sono stati riassunti nelle equazioni di Maxwell, tanto che “Lord Kelvin, nel 1897, davanti ad un'assemblea di fisici, disse che ormai non c'era più nulla de scoprire, solo qualche dettaglio da chiarire. In realtà, la ricerca scientifica passa da periodi di euforia, in presenza di grandi scoperte, a periodi di relativa calma. E quello che conosciamo oggi è frutto di quattro secoli di ricerca, paragonati ai millenni precedenti in cui l'uomo era presente sulla terra”.
Per spiegare cosa significhi la scoperta scientifica, ha usato come esempio suo nonno, che “non avrebbe mai creduto nella possibilità di viaggiare a mille chilometri all'ora o di vedere immagini dell'uomo sulla luna. Infatti - ha proseguito - ogni scoperta scientifica non è altro che un passo in avanti nella spiegazione di come Qualcuno ha pensato che andasse regolato il mondo”.
“Le scoperte sono sorprendenti: si pensi alle leggi di Lorentz, da cui è scaturita la teoria della Relatività di Einstein, secondo le quali le dimensioni spazio-tempo non possono essere entrambe reali; oppure alla relatività del concetto di contemporaneità (la luce impiega un secondo per andare dalla terra alla luna, ma se Napoleone fosse nato in una stella da noi lontanissima, un osservatore su tale stella sosterrebbe che Napoleone è nato prima di Giulio Cesare); oppure il fatto che lo spazio ha addirittura 43 dimensioni, se considerato a livello di besoni. Del resto, fino a cinquant'anni fa si pensava che i livelli più bassi di energia fossero a dimensione nucleare, come recita il nome del centro di ricerca in cui ho lavorato”.
Tralasciando ulteriori dettagli di un'analisi precisa ed avvincente dei passi recenti della ricerca nell'ambito della fisica, andiamo al culmine della esposizione, in cui, con tono ironico, ha affermato che “esistono scienziati miei colleghi che da anni lavorano per cercare di dimostrare scientificamente che Dio non esiste. Io sono tranquillo: anzi, ho detto loro che stanno solo perdendo tempo”.
Il professore ha anche ricordato l'obiezione di chi sostiene che, per dimostrare l'esistenza di Dio, si dovrebbe darne una prova scientifica: “Una dimostrazione scientifica dell'esistenza di un Ente Superiore non ha senso, perché si vorrebbe provare con strumenti scientifici l'esistenza di chi ha creato quegli strumenti e, quindi, è al di sopra di essi”.
“Al contrario, da parte di chi si dice ateo, ci si aspetterebbe l'esibizione di una prova scientifica del fatto che il mondo è regolato dal caos – ha spiegato –. Questo mi pare impossibile, e solo chi non è un vero scienziato può cercare di sostenere tale tesi”.
E' nota a tutti l'aspra critica di Zichichi alla teoria darwiniana dell'evoluzionismo per quanto riguarda la specie umana, da alcuni usata per negare l'esistenza di Dio, a suo avviso priva di sufficienti prove scientifiche e di una solida base matematica (il cosiddetto metodo galileiano).
Per concludere, il professor Zichichi ha fatto sue le parole del Pontefice, sottolineando l'importanza che ogni cristiano debba avere a cuore il fatto che la fede e la ragione non sono in contraddizione.
“Oggi nel mondo stiamo tornando all'era pre-Aristotelica, in cui le filosofie dominanti sostenevano che i processi della vita erano regolati dalla casualità. Invece, ogni volta che scopriamo qualcosa, ci sorprendiamo di come ci sia un Ordine dietro tutto; di fronte ai fenomeni che non possiamo spiegare, possiamo solo dire che non siamo ancora pronti e che, probabilmente, ci riusciremo fra qualche secolo o, ancor meglio, qualche decennio”.
“Nata con un atto di Fede nel Creato, la Scienza non ha mai tradito il Suo Padre. Essa ha scoperto – nell'Immanente - nuove leggi, nuovi fenomeni, inaspettate regolarità, senza però mai scalfire, anche in minima parte, il Trascendente” (A. Zichichi, “Perché io credo in Colui che ha fatto il mondo”, 1999).
------------
Il prof. Domenico Muzzi insegna all'Universita degli Studi di Parma.
Documenti
Discorso di Benedetto XVI al mondo accademico nel Castello di Praga
CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 28 settembre 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il discorso pronunciato questa domenica da Benedetto XVI durante l'incontro con il mondo accademico nel Salone di Vladislav del Castello di Praga.
* * *
Signor Presidente,
Illustri Rettori e Professori,
Cari Studenti ed Amici,
L’incontro di questa sera mi offre la gradita opportunità di manifestare la mia stima per il ruolo indispensabile che svolgono nella società le università e gli istituti di studi accademici. Ringrazio lo studente che mi ha gentilmente salutato in vostro nome, i membri del coro universitario per la loro ottima interpretazione e l’illustre Rettore dell’Università Carlo, il Professor Václav Hampl, per le sue profonde parole. Il mondo accademico, sostenendo i valori culturali e spirituali della società e insieme offrendo ad essi il proprio contributo, svolge il prezioso servizio di arricchire il patrimonio intellettuale della nazione e di fortificare le fondamenta del suo futuro sviluppo. I grandi cambiamenti che venti anni fa trasformarono la società ceca furono causati, non da ultimo, dai movimenti di riforma che si originarono nelle università e nei circoli studenteschi. Quella ricerca di libertà ha continuato a guidare il lavoro degli studiosi: la loro diakonia alla verità è indispensabile al benessere di qualsiasi nazione.
Chi vi parla è stato un professore, attento al diritto della libertà accademica e alla responsabilità per l'uso autentico della ragione, ed ora è il Papa che, nel suo ruolo di Pastore, è riconosciuto come voce autorevole per la riflessione etica dell’umanità. Se è vero che alcuni ritengono che le domande sollevate dalla religione, dalla fede e dall’etica non abbiano posto nell’ambito della ragione pubblica, tale visione non è per nulla evidente. La libertà che è alla base dell'esercizio della ragione – in una università come nella Chiesa – ha uno scopo preciso: essa è diretta alla ricerca della verità, e come tale esprime una dimensione propria del Cristianesimo, che non per nulla ha portato alla nascita dell'università. In verità, la sete di conoscenza dell’uomo spinge ogni generazione ad ampliare il concetto di ragione e ad abbeverarsi alle fonti della fede. È stata proprio la ricca eredità della sapienza classica, assimilata e posta a servizio del Vangelo, che i primi missionari cristiani hanno portato in queste terre e stabilita come fondamento di un’unità spirituale e culturale che dura fino ad oggi. La medesima convinzione condusse il mio predecessore, Papa Clemente VI, ad istituire nel 1347 questa famosa Università Carlo, che continua ad offrire un importante contributo al più vasto mondo accademico, religioso e culturale europeo.
L’autonomia propria di una università, anzi di qualsiasi istituzione scolastica, trova significato nella capacità di rendersi responsabile di fronte alla verità. Ciononostante, quell'autonomia può essere resa vana in diversi modi. La grande tradizione formativa, aperta al trascendente, che è all’origine delle università in tutta Europa, è stata sistematicamente sovvertita, qui in questa terra e altrove, dalla riduttiva ideologia del materialismo, dalla repressione della religione e dall’oppressione dello spirito umano. Nel 1989, tuttavia, il mondo è stato testimone in maniera drammatica del rovesciamento di una ideologia totalitaria fallita e del trionfo dello spirito umano.
L’anelito per la libertà e la verità è parte inalienabile della nostra comune umanità. Esso non può mai essere eliminato e, come la storia ha dimostrato, può essere negato solo mettendo in pericolo l’umanità stessa. È a questo anelito che cercano di rispondere la fede religiosa, le varie arti, la filosofia, la teologia e le altre discipline scientifiche, ciascuna col proprio metodo, sia sul piano di un’attenta riflessione che su quello di una buona prassi.
Illustri Rettori e Professori, assieme alla vostra ricerca c’è un ulteriore essenziale aspetto della missione dell'università in cui siete impegnati, vale a dire la responsabilità di illuminare le menti e i cuori dei giovani e delle giovani di oggi. Questo grave compito non è certamente nuovo. Sin dai tempi di Platone, l’istruzione non consiste nel mero accumulo di conoscenze o di abilità, bensì in una paideia, una formazione umana nelle ricchezze di una tradizione intellettuale finalizzata ad una vita virtuosa. Se è vero che le grandi università, che nel medioevo nascevano in tutta Europa, tendevano con fiducia all'ideale della sintesi di ogni sapere, ciò era sempre a servizio di un’autentica humanitas, ossia di una perfezione dell'individuo all'interno dell'unità di una società bene ordinata. Allo stesso modo oggi: una volta che la comprensione della pienezza e unità della verità viene risvegliata nei giovani, essi provano il piacere di scoprire che la domanda su ciò che essi possono conoscere dispiega loro l’orizzonte della grande avventura su come debbano essere e cosa debbano compiere.
Deve essere riguadagnata l’idea di una formazione integrale, basata sull’unità della conoscenza radicata nella verità. Ciò può contrastare la tendenza, così evidente nella società contemporanea, verso la frammentazione del sapere. Con la massiccia crescita dell’informazione e della tecnologia nasce la tentazione di separare la ragione dalla ricerca della verità. La ragione però, una volta separata dal fondamentale orientamento umano verso la verità, comincia a perdere la propria direzione. Essa finisce per inaridire o sotto la parvenza di modestia, quando si accontenta di ciò che è puramente parziale o provvisorio, oppure sotto l’apparenza di certezza, quando impone la resa alle richieste di quanti danno in maniera indiscriminata uguale valore praticamente a tutto. Il relativismo che ne deriva genera un camuffamento, dietro cui possono nascondersi nuove minacce all'autonomia delle istituzioni accademiche.
Se per un verso è passato il periodo di ingerenza derivante dal totalitarismo politico, non è forse vero, dall’altro, che di frequente oggi nel mondo l'esercizio della ragione e la ricerca accademica sono costretti – in maniera sottile e a volte nemmeno tanto sottile – a piegarsi alle pressioni di gruppi di interesse ideologici e al richiamo di obiettivi utilitaristici a breve termine o solo pragmatici? Cosa potrà accadere se la nostra cultura dovesse costruire se stessa solamente su argomenti alla moda, con scarso riferimento ad una tradizione intellettuale storica genuina o sulle convinzioni che vengono promosse facendo molto rumore e che sono fortemente finanziate? Cosa potrà accadere se, nell’ansia di mantenere una secolarizzazione radicale, finisse per separarsi dalle radici che le danno vita? Le nostre società non diventeranno più ragionevoli o tolleranti o duttili, ma saranno piuttosto più fragili e meno inclusive, e dovranno faticare sempre di più per riconoscere quello che è vero, nobile e buono.
Cari amici, desidero incoraggiarvi in tutto quello che fate per andare incontro all’idealismo e alla generosità dei giovani di oggi, non solo con programmi di studio che li aiutino ad eccellere, ma anche mediante l’esperienza di ideali condivisi e di aiuto reciproco nella grande impresa dell’apprendere. Le abilità di analisi e quelle richieste per formulare un’ipotesi scientifica, unite alla prudente arte del discernimento, offrono un antidoto efficace agli atteggiamenti di ripiegamento su se stessi, di disimpegno e persino di alienazione che talvolta si trovano nelle nostre società del benessere e che possono colpire soprattutto i giovani.
In questo contesto di una visione eminentemente umanistica della missione dell’università, vorrei accennare brevemente al superamento di quella frattura tra scienza e religione che fu una preoccupazione centrale del mio predecessore, il Papa Giovanni Paolo II.
Egli, come sapete, ha promosso una più piena comprensione della relazione tra fede e ragione, intese come le due ali con le quali lo spirito umano è innalzato alla contemplazione della verità (cfr Fides et ratio, Proemio) L’una sostiene l'altra ed ognuna ha il suo proprio ambito di azione (cfr ibid., 17), nonostante vi siano ancora quelli che vorrebbero disgiungere l’una dall’altra. Coloro che propongono questa esclusione positivistica del divino dall'universalità della ragione non solo negano quella che è una delle più profonde convinzioni dei credenti: essi finiscono per contrastare proprio quel dialogo delle culture che loro stessi propongono. Una comprensione della ragione sorda al divino, che relega le religioni nel regno delle subculture, è incapace di entrare in quel dialogo delle culture di cui il nostro mondo ha così urgente bisogno. Alla fine, la "fedeltà all’uomo esige la fedeltà alla verità che, sola, è garanzia di libertà" (Caritas in veritate, 9). Questa fiducia nella capacità umana di cercare la verità, di trovare la verità e di vivere secondo la verità portò alla fondazione delle grandi università europee. Certamente noi dobbiamo riaffermare questo oggi per donare al mondo intellettuale il coraggio necessario per lo sviluppo di un futuro di autentico benessere, un futuro veramente degno dell’uomo.
Con queste riflessioni, cari amici, formulo nella preghiera i migliori auspici per il vostro impegnativo lavoro. Prego affinché esso sia sempre ispirato e diretto da una sapienza umana che ricerca sinceramente la verità che ci rende liberi (cfr 8,28). Su di voi e sulle vostre famiglie invoco la benedizione della gioia e della pace di Dio.
[© Copyright 2009 - Libreria Editrice Vaticana]
Omelia del Papa per la Messa nella ricorrenza liturgica di San Venceslao
Nella Spianata sulla Via di Melnik a Stará Boleslav
CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 28 settembre 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito l'omelia pronunciata da Benedetto XVI nel presiedere, questo lunedì, la celebrazione eucaristica nella spianata sulla via di Melnik a Stará Boleslav, in occasione della ricorrenza liturgica di San Venceslao, Patrono della Nazione Ceca.
* * *
Signori Cardinali,
Venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
cari fratelli e sorelle,
cari giovani,
con grande gioia vi incontro questa mattina, mentre si va concludendo il mio viaggio apostolico nell’amata Repubblica Ceca. A tutti rivolgo il mio cordiale saluto, in modo particolare al Cardinale Arcivescovo, al quale sono grato per le parole che mi ha indirizzato a nome vostro, all’inizio della celebrazione eucaristica. Il mio saluto si estende agli altri Cardinali, ai Vescovi, ai sacerdoti e alle persone consacrate, ai rappresentanti dei movimenti e delle associazioni laicali e specialmente ai giovani. Saluto con deferenza il Signor Presidente della Repubblica, al quale presento un cordiale augurio in occasione della sua festa onomastica; augurio che mi piace indirizzare a coloro che portano il nome di Venceslao, e all’intero popolo ceco nel giorno della sua festa nazionale.
Questa mattina ci riunisce attorno all’altare il ricordo glorioso del martire san Venceslao, del quale ho potuto venerare la reliquia, prima della Santa Messa, nella Basilica a lui dedicata. Egli ha versato il sangue sulla vostra Terra e la sua aquila da voi scelta come stemma dell’odierna visita – lo ha ricordato poco fa il vostro Cardinale Arcivescovo - costituisce l’emblema storico della nobile Nazione ceca. Questo grande Santo, che voi amate chiamare "eterno" Principe dei Cechi, ci invita a seguire sempre e fedelmente Cristo, ci invita ad essere santi. Egli stesso è modello di santità per tutti, specialmente per quanti guidano le sorti delle comunità e dei popoli. Ma ci chiediamo: ai nostri giorni la santità è ancora attuale? O non è piuttosto un tema poco attraente ed importante? Non si ricercano oggi più il successo e la gloria degli uomini? Quanto dura, però, e quanto vale il successo terreno?
Il secolo passato – e questa vostra Terra ne è stata testimone - ha visto cadere non pochi potenti, che parevano giunti ad altezze quasi irraggiungibili. All’improvviso si sono ritrovati privi del loro potere. Chi ha negato e continua a negare Dio e, di conseguenza, non rispetta l’uomo, sembra avere vita facile e conseguire un successo materiale. Ma basta scrostare la superficie per costatare che, in queste persone, c’è tristezza e insoddisfazione. Solo chi conserva nel cuore il santo "timore di Dio" ha fiducia anche nell’uomo e spende la sua esistenza per costruire un mondo più giusto e fraterno. C’è oggi bisogno di persone che siano "credenti" e "credibili", pronte a diffondere in ogni ambito della società quei principi e ideali cristiani ai quali si ispira la loro azione. Questa è la santità, vocazione universale di tutti i battezzati, che spinge a compiere il proprio dovere con fedeltà e coraggio, guardando non al proprio interesse egoistico, bensì al bene comune, e ricercando in ogni momento la volontà divina.
Nella pagina evangelica abbiamo ascoltato, al riguardo, parole assai chiare: "Quale vantaggio – afferma Gesù - avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita?" (Mt 16,26). Ci stimola così a considerare che il valore autentico dell’esistenza umana non è commisurato solo su beni terreni e interessi passeggeri, perché non sono le realtà materiali ad appagare la sete profonda di senso e di felicità che c’è nel cuore di ogni persona. Per questo Gesù non esita a proporre ai suoi discepoli la via "stretta" della santità: "Chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà" (v. 25). E con decisione ci ripete questa mattina: "Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua" (v. 24). Certamente è un linguaggio duro, difficile da accettare e mettere in pratica, ma la testimonianza dei Santi e delle Sante assicura che è possibile a tutti, se ci si fida e ci si affida a Cristo. Il loro esempio incoraggia chi si dice cristiano ad essere credibile, cioè coerente con i principi e la fede che professa. Non basta infatti apparire buoni ed onesti; occorre esserlo realmente. E buono ed onesto è colui che non copre con il suo io la luce di Dio, non mette davanti se stesso, ma lascia trasparire Dio.
Questa è la lezione di vita di san Venceslao, che ebbe il coraggio di anteporre il regno dei cieli al fascino del potere terreno. Il suo sguardo non si staccò mai da Gesù Cristo, il quale patì per noi, lasciandoci un esempio, perché ne seguiamo le orme, come scrive san Pietro nella seconda lettura poc’anzi proclamata. Quale docile discepolo del Signore, il giovane sovrano Venceslao si mantenne fedele agli insegnamenti evangelici che gli aveva impartito la santa nonna, la martire Ludmilla. Seguendoli, ancor prima di impegnarsi nel costruire una convivenza pacifica all’interno della Patria e con i Paesi confinanti, si adoperò per propagare la fede cristiana, chiamando sacerdoti e costruendo chiese. Nella prima "narrazione" paleoslava si legge che "soccorreva i ministri di Dio e abbellì anche molte chiese" e che "beneficava i poveri, vestiva gli ignudi, dava da mangiare agli affamati, accoglieva i pellegrini, proprio come vuole il Vangelo. Non tollerava che si facesse ingiustizia alle vedove, amava tutti gli uomini, poveri o ricchi che fossero". Imparò dal Signore ad essere "misericordioso e pietoso" (Salmo respon.) ed animato da spirito evangelico giunse a perdonare persino il fratello, che aveva attentato alla sua vita. Giustamente, pertanto, lo invocate come "Erede" della vostra Nazione, e, in un canto a voi ben noto, gli domandate di non permettere che essa perisca.
Venceslao è morto martire per Cristo. E’ interessante notare che il fratello Boleslao riuscì, uccidendolo, ad impadronirsi del trono di Praga, ma la corona che in seguito si imponevano sulla testa i suoi successori non portava il suo nome. Porta invece il nome di Venceslao, a testimonianza che "il trono del re che giudica i poveri nella verità resterà saldo in eterno" (cfr l’odierno Ufficio delle letture). Questo fatto viene giudicato come un meraviglioso intervento di Dio, che non abbandona i suoi fedeli: "l’innocente vinto vinse il crudele vincitore similmente a Cristo sulla croce" (cfr La leggenda di san Venceslao), ed il sangue del martire non ha chiamato odio e vendetta, bensì perdono e pace.
Cari fratelli e sorelle, ringraziamo insieme, in questa Eucaristia, il Signore per aver donato alla vostra Patria e alla Chiesa questo Santo sovrano. Preghiamo al tempo stesso perché, come lui, anche noi camminiamo con passo spedito verso la santità. E’ certamente difficile, poiché la fede è sempre esposta a molteplici sfide, ma quando ci si lascia attrarre da Dio che è Verità, il cammino si fa deciso, perché si sperimenta la forza del suo amore. Ci ottenga questa grazia l’intercessione di san Venceslao e degli altri Santi protettori delle Terre Ceche. Ci protegga e ci assista sempre Maria, Regina della pace e Madre dell’Amore. Amen!
[© Copyright 2009 - Libreria Editrice Vaticana]
Il Papa ai giovani pellegrini sul luogo del martirio di San Venceslao
Nella Spianata sulla Via di Melnik a Stará Boleslav
CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 28 settembre 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il messaggio rivolto questo lunedì da Benedetto XVI ai giovani che ieri sera hanno compiuto un pellegrinaggio sul luogo del martirio di San Venceslao e che hanno pernottato sulla spianata lungo la via di Melnik in attesa della celebrazione odierna.
* * *
Cari giovani!
Al termine di questa celebrazione, mi rivolgo direttamente a voi e innanzitutto vi saluto con affetto. Siete venuti numerosi da tutto il Paese e anche dai Paesi vicini; vi siete "accampati" qui ieri sera e avete pernottato nelle tende, facendo insieme un’esperienza di fede e di fraternità. Grazie per questa vostra presenza, che mi fa sentire l’entusiasmo e la generosità che sono propri della giovinezza. Con voi anche il Papa si sente giovane! Un ringraziamento particolare rivolgo al vostro rappresentante per le sue parole.
Cari amici, non è difficile costatare che in ogni giovane c’è un’aspirazione alla felicità, talvolta mescolata ad un senso di inquietudine; un’aspirazione che spesso però l’attuale società dei consumi sfrutta in modo falso e alienante. Occorre invece valutare seriamente l’anelito alla felicità che esige una risposta vera ed esaustiva. Nella vostra età infatti si compiono le prime grandi scelte, capaci di orientare la vita verso il bene o verso il male. Purtroppo non sono pochi i vostri coetanei che si lasciano attrarre da illusori miraggi di paradisi artificiali per ritrovarsi poi in una triste solitudine. Ci sono però anche tanti ragazzi e ragazze che vogliono trasformare, come ha detto il vostro portavoce, la dottrina nell’azione per dare un senso pieno alla loro vita. Vi invito tutti a guardare all’esperienza di sant’Agostino, il quale diceva che il cuore di ogni persona è inquieto fino a quando non trova ciò che veramente cerca. Ed egli scoprì che solo Gesù Cristo era la risposta soddisfacente al desiderio, suo e di ogni uomo, di una vita felice, piena di significato e di valore (cfr Confessioni I,1,1).
Come ha fatto con lui, il Signore viene incontro a ciascuno di voi. Bussa alla porta della vostra libertà e chiede di essere accolto come amico. Vi vuole rendere felici, riempirvi di umanità e di dignità. La fede cristiana è questo: l’incontro con Cristo, Persona viva che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva. E quando il cuore di un giovane si apre ai suoi divini disegni, non fa troppa fatica a riconoscere e seguire la sua voce. Il Signore infatti chiama ciascuno per nome e ad ognuno vuole affidare una specifica missione nella Chiesa e nella società. Cari giovani, prendete consapevolezza che il Battesimo vi ha resi figli di Dio e membri del suo Corpo che è la Chiesa. Gesù vi rinnova costantemente l’invito ad essere suoi discepoli e suoi testimoni. Molti di voi li chiama al matrimonio e la preparazione a questo Sacramento costituisce un vero cammino vocazionale. Considerate allora seriamente la chiamata divina a costituire una famiglia cristiana e la vostra giovinezza sia il tempo in cui costruire con senso di responsabilità il vostro futuro. La società ha bisogno di famiglie cristiane, di famiglie sante!
Se poi il Signore vi chiama a seguirlo nel sacerdozio ministeriale o nella vita consacrata, non esitate a rispondere al suo invito. In particolare, in quest’Anno Sacerdotale, mi appello a voi, giovani: siate attenti e disponibili alla chiamata di Gesù ad offrire la vita al servizio di Dio e del suo popolo. La Chiesa, anche in questo Paese, ha bisogno di numerosi e santi sacerdoti e di persone totalmente consacrate al servizio di Cristo, Speranza del mondo.
La speranza! Questa parola, su cui torno spesso, si coniuga bene con giovinezza. Voi, cari giovani, siete la speranza della Chiesa! Essa attende che voi vi facciate messaggeri della speranza, com’è avvenuto l’anno scorso, in Australia, per la Giornata Mondiale della Gioventù, grande manifestazione di fede giovanile, che ho potuto vivere personalmente e alla quale alcuni di voi hanno preso parte. Molti di più potrete venire a Madrid, nell’agosto 2011. Vi invito fin da ora a questo grande raduno dei giovani con Cristo nella Chiesa.
Cari amici, grazie ancora per la vostra presenza e grazie per il vostro dono: il libro con le foto che raccontano la vita dei giovani nelle vostre diocesi. Grazie anche per il segno della vostra solidarietà verso i giovani dell’Africa, che mi avete voluto consegnare. Il Papa vi chiede di vivere con gioia ed entusiasmo la vostra fede; di crescere nell’unità tra di voi e con Cristo; di pregare e di essere assidui nella pratica dei Sacramenti, in particolare dell’Eucaristia e della Confessione; di curare la vostra formazione cristiana rimanendo sempre docili agli insegnamenti dei vostri Pastori. Vi guidi su questo cammino san Venceslao con il suo esempio e la sua intercessione, e sempre vi protegga la Vergine Maria, Madre di Gesù e Madre nostra. Vi benedico tutti con affetto!
* * *
[In lingua ceca]
Porgo un cordiale benvenuto ai pellegrini provenienti dalla Slovacchia, particolarmente ai giovani. Cari giovani, fratelli e sorelle, vi ringrazio per la vostra presenza all’odierna celebrazione. Non dimenticate: l’amore di Dio sia la vostra forza! Volentieri benedico voi ed i vostri cari. Sia lodato Gesù Cristo!
[In lingua polacca]
Rivolgo una parola di saluto ai polacchi qui presenti, e in particolare ai giovani che accompagnano i loro fratelli cechi in spirito di viva amicizia. Sostenetevi a vicenda con una gioiosa testimonianza di fede, crescendo nell’amore di Cristo e nella potenza dello Spirito Santo, per raggiungere la pienezza della vostra umanità e della santità. Dio vi benedica!
[In lingua tedesca]
Saluto cordialmente i giovani e tutti i pellegrini provenienti dai Paesi vicini di lingua tedesca. Grazie per la vostra presenza! La vostra partecipazione a questa festa della fede e della speranza è segno che cercate in Gesù Cristo e nella comunità della Chiesa le risposte alle vostre domande e ai vostri profondi desideri. Cristo stesso è la Via, la Verità e la Vita (cfr. Gv 14,6). Lui è la base che davvero regge la nostra esistenza. Su questo fondamento possono nascere famiglie cristiane e i giovani possono rispondere alla vocazione al sacerdozio e alla vita consacrata. L’amicizia personale con Cristo ci riempie di vera e duratura gioia e ci rende disponibili a realizzare il progetto di Dio per la nostra vita. Per questo imploro per tutti voi l’aiuto dello Spirito Santo.
[In lingua ceca]
Cari giovani amici, il vostro entusiasmo per la fede cristiana è un segno di speranza per la Chiesa presente e operante in questi Paesi. Per dare un senso più pieno alla vostra giovinezza, seguite con coraggio e generosità il Signore Gesù, che bussa alla porta del vostro cuore. Cristo vi chiede di accoglierlo come amico. Che il Signore vi benedica e porti a compimento ogni vostro buon progetto di vita!
[© Copyright 2009 - Libreria Editrice Vaticana]
Discorso di congedo del Papa dalla Repubblica Ceca
PRAGA, lunedì, 28 settembre 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il discorso che Benedetto XVI ha pronunciato questo lunedì pomeriggio all'aeroporto Stará Ruzyně di Praga congedandosi dalla Repubblica Ceca al termine della sua visita pastorale nel Paese.
* * *
Signor Presidente,
Signori Cardinali,
Cari Fratelli nell'Episcopato,
Eccellenze,
Signori e Signore!
Nel momento di prendere congedo, desidero ringraziarvi per la vostra generosa ospitalità durante la mia breve permanenza in questo splendido Paese. Sono particolarmente grato a Lei, Signor, Presidente, per le Sue parole e per il tempo trascorso nella Sua residenza. In questa festa di San Venceslao, protettore e patrono del Suo Paese, mi permetta ancora una volta di porgerLe i più vivi auguri di buon onomastico. Essendo anche l'onomastico di Sua Eccellenza Mons. Václav Malý, rivolgo anche a lui il mio augurio e desidero ringraziarlo per l'alacre lavoro svolto per coordinare l'organizzazione della mia visita pastorale nella Repubblica Ceca.
Sono profondamente grato al Cardinale Vlk, a Sua Eccellenza Mons. Graubner e a tutti coloro che si sono prodigati per assicurare l'ordinato svolgimento dei vari incontri e celebrazioni. Naturalmente includo nei miei ringraziamenti le autorità, i mezzi di comunicazione e i molti volontari che hanno aiutato nel regolare l'afflusso della gente e tutti i fedeli che hanno pregato perché questa visita portasse buoni frutti alla nazione ceca e alla Chiesa in questa regione.
Conserverò la memoria dei momenti di preghiera che ho potuto trascorrere insieme con i Vescovi, i sacerdoti e i fedeli di questo Paese. È stato specialmente commovente, questa mattina, celebrare la Messa a Stará Boleslav, luogo del martirio del giovane duca Venceslao, e venerarlo presso la sua tomba sabato sera, all'interno della maestosa Cattedrale che domina il panorama di Praga. Ieri in Moravia, dove i Santi Cirillo e Metodio diedero il via alla loro missione apostolica, ho potuto riflettere, in orante rendimento di grazie, sulle origini del cristianesimo in questa regione ed, effettivamente, in tutte le terre slave. La Chiesa in questo Paese è stata veramente benedetta con una straordinaria schiera di missionari e di martiri, come anche di santi contemplativi, tra i quali vorrei in particolare ricordare Sant'Agnese di Boemia, la cui canonizzazione, proprio venti anni fa, fu messaggera della liberazione di questo Paese dall'oppressione atea.
Il mio incontro di ieri con i rappresentanti delle altre comunità cristiane mi ha confermato l'importanza del dialogo ecumenico in questa terra che ha assai sofferto per le conseguenze della divisione religiosa al tempo della guerra dei Trent'anni. Molto è già stato fatto per sanare le ferite del passato, e sono stati intrapresi dei passi decisivi sul cammino della riconciliazione e della vera unità in Cristo. Nell'edificare ulteriormente queste solide fondamenta, la comunità accademica ha un importante ruolo da svolgere, mediante una ricerca della verità senza compromessi. È stato un piacere per me avere l'opportunità di incontrarmi ieri con i rappresentanti delle università di questo Paese e di esprimere il mio apprezzamento per la nobile missione a cui essi hanno dedicato la vita.
Sono stato particolarmente felice di incontrare i giovani e di incoraggiarli a costruire sulle migliori tradizioni del passato di questa nazione, in particolar modo sulla eredità cristiana. Secondo un detto attribuito a Franz Kafka, "Chi mantiene la capacità di vedere la bellezza non invecchia mai" (Gustav Janouch, Conversazioni con Kafka). Se i nostri occhi rimangono aperti alla bellezza della creazione di Dio e le nostre menti alla bellezza della sua verità, allora possiamo davvero sperare di rimanere giovani e di costruire un mondo che rifletta qualcosa della bellezza divina, in modo da offrire ispirazione alle future generazioni per fare altrettanto.
Signor Presidente, cari amici: ancora una volta esprimo il mio grazie, promettendo di ricordarvi nelle mie preghiere e di portarvi nel mio cuore. Dio benedica la Repubblica Ceca! Il Bambino Gesù di Praga continui a ispirare e guidare Lei e tutte le famiglie della nazione! Dio benedica tutti voi!
[© Copyright 2009 - Libreria Editrice Vaticana]
ViviCentro (art. 19 e 21)
La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).
|
#2 Lun 28 Set, 2009 20:50 |
|
 |
|
|
Questo argomento è stato utile?
Questo argomento è stato utile?
| Condividi Argomento |
|
 | | Inserisci un link per questo argomento |
| URL |
|
| BBCode |
|
| HTML |
|
|
Pagina 1 di 1
|
Non puoi inserire nuovi Argomenti Non puoi rispondere ai Messaggi Non puoi modificare i tuoi Messaggi Non puoi cancellare i tuoi Messaggi Non puoi votare nei Sondaggi Non puoi allegare files Non puoi scaricare gli allegati Puoi inserire eventi calendario
|
|
|
|
|