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Giovedì, 29 Ottobre 2009: Accadde Oggi
Il mondo visto da Roma
Santa Sede
* Il Papa esorta a trasformare con il Vangelo la nuova cultura digitale
* Benedetto XVI conversa con i comunicatori sulle loro responsabilità
* La Filmoteca Vaticana, patrimonio dell'umanità, ricorda il Papa
* Il Papa chiede dialogo per migliorare la situazione dei cristiani in Iran
* Mons. Marchetto: i respingimenti violano i diritti umani dei migranti
* Le critiche di Küng al Papa sugli anglicani: “lontanissime dalla realtà”
* Le biotecnologie, “motore per uscire dalla crisi” ma con rischi etici
* Card. Kasper: con gli ortodossi “piccoli passi avanti nella giusta direzione”
Notizie dal mondo
* Card. Scherer: molti cattolici sono stati battezzati, ma non evangelizzati
Dottrina Sociale e Bene Comune
* Vita, famiglia e sviluppo: l'unità antropologica della Caritas in veritate
Italia
* Non lamentarti di Halloween, organizza Holyween!
* “Essere santi” con Paolo
Interviste
* Il monachesimo russo dà segni di risveglio
Tutto Libri
* Un libro sull'impatto della "Mulieris Dignitatem" 20 anni dopo
Documenti
* Discorso del nuovo ambasciatore iraniano nell'udienza con il Papa
* Il Papa al nuovo ambasciatore dell'Iran presso la Santa Sede
* Discorso del Papa alla plenaria del Dicastero per la comunicazione
Santa Sede
Il Papa esorta a trasformare con il Vangelo la nuova cultura digitale
La Chiesa deve esercitare una "diaconia della cultura"
di Jesús Colina
CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 29 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Benedetto XVI ha spiegato questo giovedì il grande malinteso che si verifica in alcuni ambienti ecclesiali, che concepiscono i mezzi di comunicazione come semplici "mezzi", dimenticando che oggi fanno parte della cultura.
Per questo motivo, ha invitato a integrare il Vangelo con questa "nuova cultura", "creata dalla comunicazione moderna", per poter trasformare il "continente digitale" con "la sola Parola che può salvare l'uomo".
E' questa la conclusione alla quale è giunto ricevendo in udienza i partecipanti all'assemblea plenaria del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, ai quali ha rivolto un discorso in cui ha riflettuto su un brano del magistero di Giovanni Paolo II considerato dagli esperti uno dei picchi della riflessione cristiana sulla comunicazione.
Questa proposta è stata presentata da Papa Karol Wojtyla nell'Enciclica "Redemptoris missio" (7 dicembre 1990), in cui affermava che "l'impegno nei mass media non ha solo lo scopo di moltiplicare l'annunzio: si tratta di un fatto più profondo, perché l'evangelizzazione stessa della cultura moderna dipende in gran parte dal loro influsso".
E aggiungeva al numero 37: "Non basta, quindi, usarli per diffondere il messaggio cristiano e il magistero della Chiesa, ma occorre integrare il messaggio stesso in questa ‘nuova cultura' creata dalla comunicazione moderna".
Secondo quanto ha spiegato Benedetto XVI, "la cultura moderna scaturisce, ancor prima che dai contenuti, dal dato stesso dell'esistenza di nuovi modi di comunicare che utilizzano linguaggi nuovi, si servono di nuove tecniche e creano nuovi atteggiamenti psicologici".
"Tutto questo costituisce una sfida per la Chiesa chiamata ad annunciare il Vangelo agli uomini del terzo millennio mantenendone inalterato il contenuto, ma rendendolo comprensibile grazie anche a strumenti e modalità consoni alla mentalità e alle culture di oggi", ha osservato il Papa.
Per questo motivo, ha rivolto un appello a quanti nella Chiesa operano nell'ambito della comunicazione e hanno responsabilità di guida pastorale "a saper raccogliere le sfide che pongono all'evangelizzazione queste nuove tecnologie".
L'Arcivescovo Claudio Maria Celli, Presidente del Pontificio Consiglio per le Comunicazioni Sociali, dopo l'udienza ha confermato a ZENIT l'importanza di questa ulteriore riflessione di Benedetto XVI sul panorama aperto da Giovanni Paolo II, perché rappresenta il nuovo contesto in cui la Chiesa è chiamata a evangelizzare.
E' questa, come ha confessato il Papa stesso nell'udienza, la ragione che lo ha portato a dedicare il Messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali di quest'anno al tema "Nuove tecnologie, nuove relazioni. Promuovere una cultura di rispetto, di dialogo, di amicizia".
Quel documento, ha aggiunto, voleva incoraggiare "i responsabili dei processi comunicativi ad ogni livello a promuovere una cultura del rispetto per la dignità e il valore della persona umana, un dialogo radicato nella ricerca sincera della verità, dell'amicizia non fine a se stessa, ma capace di sviluppare i doni di ciascuno per metterli a servizio della comunità umana".
In questo contesto, il Pontefice considera che la Chiesa è chiamata a esercitare una "diaconia della cultura" nell'odierno "continente digitale", "percorrendone le strade per annunciare il Vangelo, la sola Parola che può salvare l'uomo".
Benedetto XVI ha affidato al Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali la missione di "approfondire ogni elemento della nuova cultura dei media, a iniziare dagli aspetti etici, ed esercitare un servizio di orientamento e di guida per aiutare le Chiese particolari a cogliere l'importanza della comunicazione, che rappresenta ormai un punto fermo e irrinunciabile di ogni piano pastorale".
"Per i credenti la necessaria valorizzazione delle nuove tecnologie mediatiche va sempre però sostenuta da una costante visione di fede, sapendo che, al di là dei mezzi che si utilizzano, l'efficacia dell'annuncio del Vangelo dipende in primo luogo dall'azione dello Spirito Santo, che guida la Chiesa e il cammino dell'umanità", ha concluso.
Benedetto XVI conversa con i comunicatori sulle loro responsabilità
Scambio breve e spontaneo alla fine dell'udienza di questo giovedì
di Jesús Colina
CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 29 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Ricevendo questo giovedì i comunicatori dei cinque continenti, Benedetto XVI ha riconosciuto l'importanza della loro opera per l'evangelizzazione in piena "cultura digitale".
Al termine dell'udienza concessa ai membri del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali, il Pontefice ha potuto salutare personalmente alcuni dei 60 presenti, dopo aver rivolto loro un discorso sull'evangelizzazione nel nuovo contesto multimediale.
Tra gli esperti, c'era il professor Ismar de Oliveira Soares, fino a questo fine settimana presidente dell'Unione Cattolica Internazionale della Stampa (UCIP).
"Il Papa mi ha chiesto dell'opera dell'UCIP e gli ho spiegato che questo fine settimana ci sarà l'elezione del nuovo presidente nell'assemblea che avrà luogo a Roma dal 30 ottobre al 3 novembre", ha confessato.
"Benedetto XVI mi ha spiegato che ripone grandi speranze nell'azione dei professionisti cattolici del mondo della comunicazione", ha detto a ZENIT il docente dell'Università di San Paolo (Brasile) e vicepresidente del Consiglio Mondiale dell'Educazione ai Mezzi di Comunicazione.
Tony Spence, direttore dell'agenzia Catholic News Service, ha menzionato brevemente al Papa l'impatto del suo viaggio negli Stati Uniti l'anno scorso.
Daniela Frank, direttore esecutivo del Consiglio Cattolico dei Mezzi di Comunicazione (CAMECO), ha suscitato nel Papa la nostalgia della sua terra natale, la Baviera.
Salutando il sacerdote Antonio Pereira Rego, direttore dell'Ufficio di Comunicazione della Conferenza Episcopale del Portogallo, il Vescovo di Roma ha affermato che a maggio si recherà al Santuario di Fatima.
"Siete voi gli specialisti della comunicazione", ha detto poi a don Franco Lever, decano della Facoltà di Scienze della Comunicazione Sociale dell'Università Pontificia Salesiana di Roma.
Il sacerdote salesiano ha spiegato che la sua Facoltà ha compiuto vent'anni e ha chiesto per questa preghiere al Santo Padre. "Auguri!", gli ha risposto il Papa.
L'ultimo a salutare il Pontefice è stato Ettore Bernabei, ex direttore generale della RAI, fondatore della società di produzione televisiva "Lux Vide", specializzata nella realizzazione di fiction di argomento religioso di grande successo.
Con questo incontro si è chiusa l'assemblea del Pontificio Consiglio per le Comunicazioni Sociali, che ha permesso di avanzare nella redazione di un documento che dovrebbe presentare le linee pastorali della Chiesa di fronte alla nascita della "cultura digitale".
La Filmoteca Vaticana, patrimonio dell'umanità, ricorda il Papa
Celebrandone il 50° anniversario di fondazione
CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 29 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Benedetto XVI ha affermato che la Filmoteca Vaticana fa parte del patrimonio culturale dell'umanità ricordando questo giovedì il 50° anniversario della sua fondazione.
Questa istituzione della Santa Sede, fondata da Papa Giovanni XXIII il 16 novembre 1959, ha raccolto e catalogato materiale filmato dal 1896 a oggi in grado di illustrare la storia della Chiesa e dell'umanità.
La Filmoteca dipende dal Pontificio Consiglio per le Comunicazioni Sociali, il cui Presidente è l'Arcivescovo Claudio Maria Celli, e il suo delegato è la nota critica cinematografica e madre di famiglia Claudia Di Giovanni.
La Di Giovanni ha spiegato che in questi ultimi anni la Filmoteca ha continuato a cercare e a recuperare il patrimonio cinematografico, che in questo momento è giunto a 7.800 titoli.
Come ha riconosciuto il Santo Padre nell'udienza che ha concesso questo giovedì ai partecipanti all'assemblea plenaria del Pontificio Consiglio per le Comunicazioni Sociali, "la Filmoteca Vaticana possiede pertanto un ricco patrimonio culturale, che appartiene all'intera umanità".
Esprimendo "viva gratitudine per ciò che è già stato compiuto", il Pontefice ha esortato "a proseguire tale interessante lavoro di raccolta, che documenta le tappe del cammino della cristianità, attraverso la suggestiva testimonianza dell'immagine, affinché questi beni siano custoditi e conosciuti".
Per commemorare i 50 anni di vita, la Filmoteca ha prodotto un documentario eccezionale sul Concilio Vaticano II, basato sulle 150 ore relative a questo avvenimento ecclesiale contenute nel suo archivio.
Il reportage, della durata di un'ora, è intitolato "Immagini dal Concilio", il suo autore è Nicola Vicenti ed è prodotto dallo stesso Pontificio Consiglio per le Comunicazioni Sociali.
Claudia Di Giovanni ha spiegato a ZENIT che il merito di quest'opera consiste nel mostrare al pubblico che ancora non ha familiarità con la storia della Chiesa l'importanza e l'impatto di questo Concilio, al quale hanno partecipato sia Karol Wojtyla che Joseph Ratzinger.
Il Papa chiede dialogo per migliorare la situazione dei cristiani in Iran
Ricevendo le lettere credenziali del nuovo ambasciatore del Paese
CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 29 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Benedetto XVI ha sottolineato la necessità del miglioramento della situazione dei cristiani in Iran e ha espresso la sua fiducia nel fatto che le autorità del Paese garantiranno loro libertà per vivere la fede.
Lo ha fatto nel discorso che ha rivolto questo giovedì al nuovo ambasciatore della Repubblica Islamica dell'Iran, Ali Akbar Naseri, ricevendolo in udienza in Vaticano per accettare le sue Lettere credenziali.
"Auspico che un dialogo fiducioso e sincero si sviluppi con le istituzioni del Paese al fine di migliorare la situazione delle comunità cristiane e delle loro attività nel contesto della società civile e anche di far crescere il loro senso di appartenenza alla vita nazionale", ha detto il Papa.
"La Santa Sede confida nel fatto che le Autorità iraniane sapranno rafforzare e garantire ai cristiani la libertà di professare la loro fede e sapranno assicurare alla comunità cattolica le condizioni essenziali per la sua esistenza, in particolare la possibilità di avere personale religioso sufficiente e di spostarsi facilmente nel Paese al fine di garantire il servizio religioso ai fedeli", ha aggiunto.
Il Papa ha ricordato che i cattolici "sono presenti in Iran dai primi secoli del cristianesimo e sono sempre stati parte integrante della vita e della cultura della Nazione".
"Questa comunità è realmente iraniana e la sua esperienza secolare di buona convivenza con i credenti musulmani è di grande utilità per la promozione di una maggiore comprensione e cooperazione".
"La Santa Sede, della cui natura e della cui missione è proprio l'interessarsi direttamente alla vita delle Chiese locali, desidera compiere gli sforzi necessari per aiutare la comunità cattolica in Iran a mantenere vivi i segni della presenza cristiana, in uno spirito d'intesa benevola con tutti", ha aggiunto.
Benedetto XVI ha quindi espresso la sua vicinanza a tutti i fedeli e ha affermato che "prega per loro affinché, pur conservando con perseveranza la loro identità propria e restando legati alla loro terra, collaborino generosamente con tutti i loro concittadini allo sviluppo della Nazione".
Più principi umanitari che freddi calcoli
Il Pontefice ha anche espresso la necessità che le Nazioni cooperino per la pace e la dignità umana.
"Oggi tutti dobbiamo auspicare e sostenere una nuova fase di cooperazione internazionale, più saldamente fondata su principi umanitari e sull'aiuto effettivo a quanti soffrono, meno dipendente da freddi calcoli di scambio e da benefici tecnici ed economici", ha dichiarato.
Ha anche apprezzato la presenza del nuovo ambasciatore iraniano in Vaticano, che a suo avviso "manifesta l'interesse del suo Paese per lo sviluppo di buone relazioni con la Santa Sede".
La Santa Sede, ha constatato, "desidera consolidare le sue relazioni con la Repubblica Islamica dell'Iran, e favorire la comprensione reciproca e la collaborazione in vista del bene comune".
Ciò, ha segnalato, con la volontà di "difendere e promuovere la dignità dell'uomo" e di "essere al servizio del bene della famiglia umana, mostrando particolare interesse per gli aspetti etici, morali e umanitari delle relazioni fra i popoli".
L'Iran e la comunità internazionale
Per Benedetto XVI, l'Iran "è una grande Nazione che possiede eminenti tradizioni spirituali e il suo popolo ha una sensibilità religiosa profonda".
"Questo può essere un motivo di speranza per un'apertura crescente e una collaborazione fiduciosa con la comunità internazionale", ha commentato.
Il Papa ha quindi ricordato la "necessità urgente del nostro tempo" di "stabilire relazioni cordiali fra i credenti delle diverse religioni".
"La fede nel Dio unico deve avvicinare tutti i credenti e spingerli a lavorare insieme per la difesa e la promozione dei valori umani fondamentali. Fra i diritti universali, la libertà religiosa e la libertà di coscienza occupano un posto fondamentale, poiché sono alla base delle altre libertà".
Per il Santo Padre, "la difesa di altri diritti che nascono dalla dignità delle persone e dei popoli, in particolare la promozione della tutela della vita, della giustizia e della solidarietà, deve essere a sua volta l'oggetto di una reale collaborazione".
Il Papa ha anche apprezzato il lavoro dei rappresentanti del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso e dall'Organizzazione per la Cultura e le Relazioni Islamiche, che svolgono incontri su temi d'interesse comune già da vari anni.
"Contribuendo a ricercare insieme ciò che è giusto e vero, simili incontri permettono a tutti di progredire nella conoscenza reciproca e di cooperare nella riflessione sulle importanti questioni che concernono la vita dell'umanità", ha dichiarato.
Dal canto suo, Ali Akbar Naseri ha ricordato al Papa che l'Iran e la Santa Sede hanno "posizioni comuni nella lotta contro l'ateismo, il materialismo, l'idolatria, i mali morali e sociali, l'oppressione, l'ingiustizia, la discriminazione, l'ineguaglianza".
L'Iran, ha aggiunto, crede "fermamente nell'efficacia dell'opera delle religioni, in particolare le due grandi religioni abramitiche, Cristianesimo e Islam, nell'arginare le crisi, nella soluzione dei problemi mondiali, e nell'offrire una risposta ai bisogni naturali, spirituali e materiali dell'uomo, al fine di eliminare le tensioni e superare le crisi a livello mondiale e regionale, specificatamente nella regione sensibile del Medio Oriente".
Mons. Marchetto: i respingimenti violano i diritti umani dei migranti
Il Mediterraneo è un mare dei diritti umani?
di Roberta Sciamplicotti
ROMA, giovedì, 29 ottobre 2009 (ZENIT.org).- La questione dei respingimenti degli immigrati in condizione di irregolarità avvistati nel Mediterraneo continua a destare scalpore e polemiche da più parti. Parole di condanna sono pervenute anche dall'Arcivescovo Agostino Marchetto, Segretario del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, intervenuto questo giovedì a Roma all'incontro organizzato dalla Konrad-Adenauer-Stiftung, con il patrocinio della Pontificia Università Gregoriana, in collaborazione con il "Centre of European Studies" di Bruxelles.
Nella sua prolusione, sul tema "Mare nostrum, mare dei diritti umani", l'Arcivescovo ha ricordato che il diritto a emigrare è incluso nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani del 1948 (art. 13§2), "anche senza ricorrere alla dottrina sociale della Chiesa, che pure è esplicita in materia".
In questo contesto, il presule ha espresso una "posizione di condanna per chi non osserva il principio di non refoulement, che sta alla base del trattamento da farsi a quanti fuggono da persecuzione".
"Mi domando, se in tempo di pace non si riesce a far rispettare tale principio fondamentale del diritto internazionale umanitario, come si farà a richiederne l'osservanza in tempo di guerra", ha confessato, sottolineando che la domanda "si può estendere alla questione della protezione dei civili durante i conflitti, che viene così indebolita nella sua radice comune umanitaria".
Secondo l'Arcivescovo, è poi "paradossale" il fatto che molti Paesi europei riconoscano come rifugiati "persone che sono arrivate nel loro territorio per via non marittima, ma provenienti dagli stessi Paesi da cui giungono i migranti intercettati e respinti nel mare nostro, nel mare dei diritti".
"Un altro diritto violato nell'atto di intercettare e respingere i migranti sulle coste africane del Mediterraneo è quello al 'giusto processo', che comprende il diritto a difendersi, a essere ascoltato, a fare appello contro una decisione amministrativa, il diritto ad ottenere una decisione motivata, e quello di essere informati sui fatti su cui si basa la sentenza, il diritto ad una corte indipendente ed imparziale", ha proseguito il presule.
Queste intercettazioni, ha aggiunto, violano il "Codice frontiere Schengen" (n. 3), in cui si dichiara che tutte le persone alle quali è stato negato l'ingresso al territorio avranno il diritto di appello.
Le persone respinte "non hanno possibilità di esercitare questo diritto d'appello, non sono informate su dove e come esercitare questo diritto, e ancor più, non esiste per loro nemmeno un atto amministrativo che proibisca ad essi di proseguire nel loro viaggio di disperazione per raggiungere acque internazionali e che disponga il ritorno al luogo di partenza o ad un altro destino sulla costa africana".
Altri diritti violati sono poi quelli "all'integrità fisica, alla dignità umana e persino alla vita".
Non tutti coloro che partono dalle coste nordafricane e affidano il loro destino al Mediterraneo, infatti, "arrivano alla sognata Europa".
"A migliaia sono stati trovati senza vita o dichiarati dispersi in acque, diciamo così, spagnole, italiane, maltesi, tunisine e libiche. Questo senza contare coloro che si sono inabissati, insieme alla loro 'navicella di speranza', nel Mediterraneo o nell'Atlantico senza lasciare traccia".
I respingimenti e altri provvedimenti restrittivi nei confronti degli immigrati, ha ricordato monsignor Marchetto, sono dovuti anche a "un quasi panico per una presunta 'invasione' di immigrati, dai quali si sentono posti in stato di insicurezza molti cittadini autoctoni".
Molti abitanti dei Paesi sviluppati arrivano a ritenere a rischio le identità nazionali e temono che la spesa pubblica a favore degli immigrati vada a loro detrimento. Gli attacchi terroristici dell'ultimo decennio, inoltre, "hanno fatto aumentare le preoccupazioni per la sicurezza nazionale e poste in evidenza le frontiere".
"In questo contesto, le migrazioni irregolari sono ormai percepite come fenomeno che è segno della loro porosità, per cui, di conseguenza, è stata sentita la necessità di una maggiore sorveglianza".
"La migrazione è dunque associata fortemente al terrorismo, considerato quasi come l'altra faccia della medaglia della presenza di chi è senza documenti".
Contro questo pregiudizio, ha sottolineato il presule, è necessario mobilitarsi in modo deciso, anche perché gli immigrati respinti sono rispediti in Paesi come la Libia, dove "esistono centri di detenzione e di rimpatrio dove le condizioni variano da accettabili a disumane e degradanti". Lo Stato libico, inoltre, non ha aderito alla Convenzione di Ginevra del 1951, né al relativo Protocollo del 1967, e non riconosce l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati.
Alla base della posizione vaticana, ha concluso l'Arcivescovo Marchetto, "vi è la dignità della persona umana". Ciò, infatti, "fa parte della perenne tradizione della Chiesa, insieme alla difesa dei diritti di ogni uomo e donna, vecchio o giovane, anche nel caso dei migranti irregolari e dei richiedenti asilo che navigano nel Mare nostrum".
Le critiche di Küng al Papa sugli anglicani: “lontanissime dalla realtà”
Il commento del direttore dell'Osservatore Romano
ROMA, giovedì, 29 ottobre 2009 (ZENIT.org).- “Ancora una volta una decisione di Benedetto XVI torna a essere dipinta con tinte forti, precostituite e soprattutto lontanissime dalla realtà”. E’ il commento del direttore dell’Osservatore Romano, Gian Maria Vian, ad un articolo del teologo svizzero Hans Küng rilanciato con clamore in Inghilterra da “The Guardian” e in Italia da “La Repubblica”.
Küng, “antico collega e amico” del Papa – sottolinea Vian –, che tempo fa aveva criticato la decisione di Benedetto XVI di rimettere la scomunica a quattro Vescovi “lefebvriani”, è quindi tornato a far parlare di sé dopo
Lo stesso Papa nel 2005, solo cinque mesi dopo la sua elezione – ricorda Vian –, “volle incontrare in amicizia” Küng, nonostante nel 1979, agli inizi del pontificato di Giovanni Paolo II, fosse stato sanzionato per alcune sue posizioni dalla Congregazione per la Dottrina della Fede.
Da allora più volte Küng, “infallibilmente ripreso da influenti media, è tornato a criticare, con asprezza e senza fondamento, Benedetto XVI”.
Come fa adesso, “a proposito dell'annuncio, davvero storico, da parte della Santa Sede della prossima costituzione di strutture canoniche che permetteranno l'entrata nella comunione con la Chiesa cattolica di molti anglicani”.
Un gesto “volto a ricostituire l'unità” - ribadisce il direttore del quotidiano vaticano - ma che “viene distorto e rappresentato enfaticamente come se si trattasse di un'astuta operazione di potere da leggersi in chiave politica, naturalmente di estrema destra”.
Vian definisce quella di Küng “una rappresentazione tanto fosca quanto infondata della Chiesa cattolica e di Benedetto XVI”, esprimendo “amarezza” di fronte a questo “ennesimo gratuito attacco alla Chiesa di Roma e al suo indiscutibile impegno ecumenico”.
Le biotecnologie, “motore per uscire dalla crisi” ma con rischi etici
Luci e ombre della rivoluzione biotecnologia, secondo il Presidente dello IOR
ROMA, giovedì, 29 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Con un editoriale pubblicato su L’Osservatore Romano del 28 ottobre, il Presidente dello IOR (Istituto per le Opere di Religione), Ettore Gotti Tedeschi, ha illustrato i rischi e le opportunità delle biotecnologie nel contesto mondiale.
In merito al futuro della civiltà, il noto economista ha indicato tre sfide: risolvere al più presto la crisi economica; cogliere le opportunità ma anche i rischi della rivoluzione biotecnologia; e infine la competizione tra le nazioni per la leadership tecnologica nel settore delle biotecnologie.
Dopo aver ribadito le vere origini della crisi economica e cioè “il crollo della natalità e lo sviluppo insostenibile”, Gotti Tedeschi ha spiegato che le biotecnologie possono essere “un elemento realmente rivoluzionario nelle relazioni economiche e morali”.
La biotecnologia infatti può essere “il motore per uscire dalla crisi economica, ma con il rischio di relativizzarne la dimensione etica”.
Il Presidente dello IOR ha fatto riferimento alle biotecnologie vegetali, animali e mediche, come motore dello sviluppo, e alle biotecnologie che vogliono clonare e manipolare l’embrione umano come minaccia alla dimensione etica.
Per Gotti Tedeschi è “evidente l'opportunità di sviluppare attività produttive, basate sulla biotecnologia, con prospettive di crescita enormi in vari settori economici legati alla soddisfazione di bisogni di base: cibo, energia, salute”.
In questo modo – ha detto – “una rivoluzione biotecnologica che può sviluppare una Silicon Valley fatta di centri tecnologici di scienza per la vita - utili all'uomo, all'ambiente e di conseguenza anche al prodotto interno lordo - accelerando pertanto la soluzione della crisi economica. E ciò potrebbe anche essere un bene”.
“Ma la rivoluzione biotecnologica - ha osservato l’economista -, oltre a produrre elementi e risorse altrimenti scarsi in natura - si pensi al petrolio - ha dimostrato di essere in grado di modificare la materia e la struttura genetica e di potere produrre sinteticamente organismi biologici. Con l'illusione di comprendere il segreto della vita, di poterla programmare e persino costruire”.
Il Presidente dello IOR ha quindi confessato di guardare con evidente preoccupazione alla possibilità “di selezione e modifica di organismi viventi per uso umano”.
“La capacità di trasferire geni da un organismo all'altro – ha scritto – e di produrre ogni cosa per sintesi potrebbe infine annullare la percezione della differenza tra l'intervento a favore della salute dell'uomo e quello volto alla creazione di vita artificiale. E questo sicuramente non sarebbe un bene”.
In questo contesto il Presidente dello IOR ha notato che “si sta avviando la competizione per la leadership mondiale nel nuovo assetto geopolitico generato dalla crisi”. “Una competizione – ha notato – che probabilmente si svilupperà proprio nella ricerca di affermazione nel settore biotecnologico”.
Se così fosse, verrebbero “relativizzati ancora di più i criteri morali di valutazione su cosa sia utile e giusto per l'uomo e, in alcune Nazioni, potrebbe perfino nascere la tentazione di correggere la Bibbia per dare giustificazione a queste scelte”.
Infine Gotti Tedeschi scrive che “è ormai chiaro che da questa crisi si uscirà anche attraverso la rivoluzione biotecnologia”, mettendo poi in guardia sul pericolo di limitarsi “alla prudente soddisfazione delle esigenze dell'uomo” e di spingersi a “confondere le verità sulla vita umana stessa” per “sete di potere”.
“Di fronte a questo rischio anche l'economista ha diritto all'obiezione di coscienza”, ha concluso.
Card. Kasper: con gli ortodossi “piccoli passi avanti nella giusta direzione”
Commenta la riunione della Commissione Congiunta a Cipro
ROMA, giovedì, 29 ottobre 2009 (ZENIT.org).- L'XI riunione della Commissione Congiunta Internazionale per il dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa, svoltasi a Paphos (Cipro) dal 16 al 23 ottobre sul tema “Il ruolo del vescovo di Roma nella comunione della Chiesa nel primo millennio”, ha permesso di compiere “piccoli passi avanti nella giusta direzione”.
Lo ha affermato il Cardinale Walter Kasper, Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani e co-presidente della Commissione, alla Radio Vaticana, sottolineando che “i passi sono piccoli e lenti” proprio perché l'argomento della discussione è “una questione molto, molto complessa, un tema che ha un peso emotivo da molti secoli”.
“Quello che è importante, però, è che - nonostante manifestazioni contrarie che ci sono state da parte di alcuni esponenti, soprattutto della Chiesa di Grecia - tutti i rappresentanti ortodossi sono stati decisi e determinati nel continuare il dialogo”, ha osservato.
“I rapporti tra i membri cattolici e ortodossi della Commissione sono stati molto buoni, amichevoli, sereni”, ha aggiunto, annunciando con soddisfazione che l'organismo si incontrerà l'anno prossimo a Vienna per proseguire il dialogo.
Dal canto suo, il metropolita di Pergamo Ioannis Zizioulas, co-presidente della Commissione da parte ortodossa, ha dichiarato che “la questione del primato è un problema ecclesiologico”, e visto che l'ecclesiologia fa parte della dogmatica è “una questione di fede”.
“Altre nostre esperienze di dialogo teologico, con i precalcedonesi o i vetero-cattolici ad esempio, ci mostrano che un'intesa su altre questioni dogmatiche non serve a niente se non c'è una concordanza sui fondamenti dell'ecclesiologia”, ha spiegato in un'intervista all'agenzia di stampa ateniese e macedone Apa-Apm riportata da “L'Osservatore Romano”.
Nelle relazioni fra ortodossi e cattolici, la questione del primato “ha giocato il più tragico dei ruoli” e “ha creato i problemi maggiori (crociate, uniatismo)”, ha ammesso, sostenendo che “la conciliarità è una condizione preliminare del primato”.
Di fronte alle accuse mosse da alcuni ambienti ortodossi di “cedimento” nei confronti della Chiesa cattolica per il semplice fatto di portare avanti un dialogo costruttivo, il metropolita ha osservato che è “ingiusto e sbagliato” scagliarsi contro il Patriarcato ecumenico, perché “il dialogo si svolge con la decisione unanime di tutte le Chiese ortodosse”.
Il dialogo teologico tra la Chiesa ortodossa e quella cattolica, ha ricordato, è il più importante tra tutti quelli intrapresi ufficialmente dalla Chiesa ortodossa con gli eterodossi “ma, allo stesso tempo, per certe situazioni, il più tormentato”.
Ioannis Zizioulas ha quindi esortato a “lavorare senza cedimenti in direzione della fede che ci è stata trasmessa per compiere la preghiera quotidiana 'per l'unione di tutti noi'”, osservando che se “non lo facciamo o se lo facciamo a detrimento della fede dei nostri Padri siamo debitori davanti a Dio”.
Hanno partecipato all'incontro di Paphos 20 delegati per la parte cattolica – con alcune assenze a causa di impegni nel Sinodo dei Vescovi per l'Africa o per ragioni di salute – e 24 delegati in rappresentanza di tutte le Chiese ortodosse tranne il Patriarcato di Bulgaria.
La sessione del 2010 a Vienna si svolgerà dal 20 al 27 settembre e verrà ospitata dal Cardinale Christoph Schönborn, Arcivescovo della città.
Notizie dal mondo
Card. Scherer: molti cattolici sono stati battezzati, ma non evangelizzati
“L'evangelizzazione 'generica' non è sufficiente”, avverte
di Alexandre Ribeiro
SAN PAOLO, giovedì, 29 ottobre 2009 (ZENIT.org).- “Al giorno d'oggi constatiamo purtroppo che la maggioranza dei cattolici è stata battezzata, ma non evangelizzata”, sostiene il Cardinale Odilo Scherer, Arcivescovo di San Paolo (Brasile).
A suo avviso, “battezzare e poi lasciare il cristiano a un'evangelizzazione 'generica' è insufficiente”.
“E' come seminare un campo e poi abbandonarlo a se stesso; non permette di aspettarsi molti frutti; è anche come piantare un giardino e non curarlo: ci si possono aspettare fiori belli e abbondanti?”, si chiede in un articolo pubblicato sul numero di questa settimana della rivista arcidiocesana “O São Paulo”.
Il Cardinale Scherer ha ricordato che il Battesimo “è una grazia di Dio, e la fede un dono dello Spirito Santo”. “Bisogna imparare a vivere la fede cristiana e questo rappresenta un processo continuo, che si estende a tutte le tappe della vita. Ha bisogno di imparare ad essere cristiano il bambino come la persona adulta o l'anziano”.
“Oggi più che di evangelizzare catecumeni abbiamo bisogno di iniziare a evangelizzare la maggior parte di coloro che sono già battezzati”, riconosce il porporato.
L'iniziazione alla vita cristiana “inizia con l'annuncio kerigmatico, mediante il quale la persona è condotta all'incontro con Gesù Cristo e posta davanti al nucleo centrale della fede cristiana: Gesù Cristo, Figlio di Dio fatto uomo, è il nostro Salvatore. Morto in croce per amor nostro, è risuscitato dai morti e siede alla destra di Dio Padre, da dove sarà nostro giudice”.
“Attraverso di lui otteniamo la redenzione e il perdono dei peccati. Per ogni essere umano in questo mondo, Egli è la via, la verità e la vita. Il kerigma, annunciato e testimoniato con fede, suscita la fede in quanti lo ricevono, per azione dello Spirito Santo”, scrive monsignor Scherer.
In seguito bisogna seguire l'iniziazione alla vita cristiana, “imparando a relazionarsi con Dio nella preghiera cristiana, a conoscere le verità della fede cristiana professate nel Credo e spiegate dalla Chiesa nel Catechismo”.
Allo stesso modo, bisogna imparare “ad ascoltare e ad accogliere la Parola di Dio, con la comunità di fede, la Chiesa. L'iniziazione alla vita cristiana non può smettere di porre il fedele davanti alle implicazioni morali che derivano dalla sequela di Gesù e dall'appartenenza alla Chiesa”.
Secondo il Cardinale Scherer, questa iniziazione “porta anche il fedele a 'imparare' l'atteggiamento proprio della vita cristiana, la mistica cristiana”.
“In questo modo, il cristiano è per tutta la vita 'alla scuola del Vangelo' e impara a essere fedele a Gesù, seguendolo nel suo cammino; anche alla fine della vita, davanti alla morte, perché c'è anche un atteggiamento cristiano di ammalarsi e di morire...”.
In tutto ciò, segnala il porporato, “è bene tener presente che non si tratta di un apprendimento meramente intellettuale, anche se questo aspetto fa comunque parte del processo, perché la fede ha anche bisogno di essere conosciuta con l'intelligenza. Più che altro, si tratta di un apprendimento esistenziale”.
Il vivere cristiano, prosegue, “si esprime in una relazione filiale e familiare con Dio, nostro Padre. L'iniziazione alla vita cristiana sarà positiva se aiuterà i fedeli a vivere come figli e figlie di Dio”.
Un altro “bel modo di comprendere la vita cristiana” è “l'amicizia” con Cristo, visto che la vita cristiana “è espressione di un rapporto familiare e intimo con Dio e con Gesù Cristo, mediante il dono dello Spirito Santo di Dio”.
“La formazione del cristiano adulto nella fede è la nostra missione e il nostro compito, e quello della Chiesa: chi è già discepolo di Cristo aiuta gli altri a essere discepoli a loro volta”, ha concluso.
[Traduzione dal portoghese di Roberta Sciamplicotti]
Dottrina Sociale e Bene Comune
Vita, famiglia e sviluppo: l'unità antropologica della Caritas in veritate
ROMA, giovedì, 29 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito l'articolo di David L. Schindler, Preside dell'Istituto Giovanni Paolo II per gli studi su matrimonio e famiglia di Washington, apparso nell'ultimo "Bollettino di Dottrina sociale della Chiesa" (V (2009) 93-97) dell'Osservatorio internazionale Cardinale Van Thuân, dedicato alla "Caritas in veritate” di Benedetto XVI.
* * *
«La verità dello sviluppo consiste nella sua integralità: se non è di tutto l'uomo e di ogni uomo, lo sviluppo non è vero sviluppo» (Caritas in veritate n. 18). Questo, dice Benedetto XVI nella sua nuova enciclica, è «il messaggio centrale della Populorum progressio, valido oggi e sempre» (18). Lo sviluppo umano integrale sul piano naturale, risposta a una vocazione di Dio creatore1, domanda il proprio inveramento in un “umanesimo trascendente, che ... conferisce [all'uomo] la sua più grande pienezza: questa è la finalità suprema dello sviluppo personale”2. La vocazione cristiana a tale sviluppo riguarda dunque sia il piano naturale sia quello soprannaturale (n. 18).
Secondo Benedetto, la carità nella verità incentrata in Dio è la chiave di questo “sviluppo umano integrale”. «Dalla carità di Dio tutto proviene, per essa tutto prende forma, ad essa tutto tende» (n. 2). La carità è così «il principio non solo delle micro-relazioni: rapporti amicali, familiari, di piccolo gruppo, ma anche delle macro-relazioni: rapporti sociali, economici, politici» (n. 1).
La chiamata all’amore, in altre parole, non è qualcosa di imposto all’uomo dall’esterno, come una aggiunta estrinseca al suo essere. Al contrario, la carità pulsa nel cuore di ogni uomo. «L'interiore impulso ad amare» è «la vocazione posta da Dio nel cuore e nella mente di ogni uomo», proprio mentre è “purificato e liberato da Gesù Cristo,” che ci rivela la sua pienezza (n. 1). «In Cristo, la carità nella verità diventa il Volto della sua Persona» (n. 1). La Dottrina sociale della Chiesa così, in una parola, è «caritas in veritate in re sociali: annuncio della verità dell'amore di Cristo nella società» (n. 5).
In questo contributo mi propongo di esaminare il legame tra lo sviluppo, la famiglia e le problematiche della vita nella Caritas in veritate. Per introdurre questa riflessione, propongo tre osservazioni relative all’unità antropologica della Dottrina sociale della Chiesa che sono implicate nelle citazioni dell’enciclica appena viste.
I.
(1) E’ importante notare prima di tutto che la Dottrina sociale della Chiesa non pretende di offrire soluzioni tecniche sull’economia e lo sviluppo (n. 9). Nello stesso tempo, in virtù della incarnazione sacramentale della verità in Cristo in quanto Creatore e Redentore, la Chiesa diventa «esperta in umanità» 3, nel senso che ha una «missione di verità da compiere, in ogni tempo ed evenienza, per una società a misura dell'uomo, della sua dignità, della sua vocazione» (n. 9). La sua Dottrina sociale assume le verità presenti in tutti gli ambiti del sapere, spesso in modo frammentario, e le riunisce in unità.
Quindi, da un lato lo scopo della Chiesa non è di indicare uno specifico sistema economico, dall’altro è di proporre principi che riguardano tutte le attività umane dall’interno, comprese le attività nella politica e dell’ambito pubblico (n. 56) e ogni fase dell’attività economica (n. 37). In questo Benedetto richiama l’insegnamento di Giovanni Paolo II che, dopo il crollo dei sistemi economici e politici dei paesi comunisti dell’Europa orientale, disse che c’era bisogno di un nuovo complessivo progetto di sviluppo, non solo in quei paesi, ma anche nel mondo Occidentale; ora Benedetto afferma che questo “continua ad essere un reale dovere al quale occorre dare soddisfazione» (n. 23).
Circa le tendente in Occidente, la Caritas in veritate rifiuta la lettura della Centesimus annus (n. 92) che concepisce I tre “soggetti” del sistema sociale – lo Stato, il mercato e la società civile – ognuno come avente una sua propria logica, solo estrinsecamente correlata con le altre (nn. 38-40). Come è stato detto dal Cardinale Tarcisio Bertone nel suo discorso al Senato italiano del 28 luglio 2009: «Questa concettualizzazione, che confonde l'economia di mercato che è il genus con una sua particolare species quale è il sistema capitalistico, ha portato ad identificare l'economia con il luogo della produzione della ricchezza (o del reddito) e il sociale con il luogo della solidarietà per un'equa distribuzione della stessa»4
La Caritas in veritate rifiuta questa separazione tra “soggetti,” che minerebbe la vocazione all’amore come elemento integrante per ogni attività e sviluppo umano: di tutto l’uomo e di tutti gli uomini. Parafrasando il Cardinale Bertone, dobbiamo abbandonare la concezione dominante che confina la Dottrina sociale della Chiesa, compresa la centralità della persona, la solidarietà, la sussidiarietà e il bene comune, nelle attività sociali, mentre gli “esperti in efficienza” dovrebbero portare avanti l’economia5. Questo naturalmente non significa che esperienza ed efficienza non siano necessarie, ma solo che la loro integrazione è necessaria per il funzionamento dell’economia già nelle sue attività di produzione di ricchezza, se correttamente intese. In una parola, «Senza forme interne di solidarietà e di fiducia reciproca, il mercato non può pienamente espletare la propria funzione economica» (n. 35).
(2) Il principale presupposto dell’argomentazione della Caritas in veritate è l’universalità della vocazione all’amore. Tutti sappiamo di non essere «risultato di autogenerazione» (68). Questo implica il sentimento del Creatore che il Cardinale Ratzinger/Benedetto descrive in altri suoi scritti in termini di anamnesis, la memoria di Dio che «coincide con i fondamenti del nostro essere»6 . Questa memoria di Dio può essere ignorata o rifiutata ma non è mai assente dalla coscienza umana7 . In una parola, una tensione verso la comunione con Dio e con le altre creature in relazione a Dio è presente nell’intima profondità di ogni essere umano, non solo dei cristiani. La richiesta dell’enciclica di un nuovo corso del pensiero secondo i principi di gratuità e relazionalità, intesi in senso metafisico e teologico, ha origine da questa universale anamnesis dell’amore di Dio (cf. nn. 53, 55).
(3) La Caritas in veritate riafferma con forza l’idea del bene comune. «Volere il bene comune e adoperarsi per esso – dice Benedetto - è esigenza di giustizia e di carità» (n. 7). Prendersi cura del bene comune richiede “complesso di istituzioni che strutturano giuridicamente, civilmente, politicamente, culturalmente il vivere sociale, che in tal modo prende forma di pólis, di città (n. 7). L’impegno per il bene comune dà «forma di unità e di pace alla città dell'uomo, e renderla in qualche misura anticipazione prefiguratrice della città senza barriere di Dio» (n. 7). Circa l’attività economica, il Papa insiste nel dire che non si possono risolvere i problemi sociali solo con l’applicazione della logica del mercato, che «va finalizzata al perseguimento del bene comune, di cui deve farsi carico anche e soprattutto la comunità politica» (n. 36). «Il principio di gratuità e la logica del dono come espressione della fraternità possono e devono trovare posto entro la normale attività economica» (36).
L’insistenza di Benedetto sul bene comune genera due importanti conseguenze. Da un lato implica il rifiuto del dualismo tra ordine temporale ed eterno tipico delle società liberali. Contrariamente a John Locke, per esempio, Benedetto ritiene che l’attività economica non sia propria solo dell’ordine temporale, ma anche di quello eterno, altrimenti la città del cielo arriva solo dopo la vita sulla terra, oppure durante questa vita rimane un fatto puramente privato. Locke riconosce che la religione è importante per la moralità e quindi utile per il funzionamento della città terrena, ma solo come uno strumento per mantenere l’ordine pubblico, e non come un bene intrinseco per la comunità civile in quanto tale.
La Caritas in veritate chiarisce anche che la Chiesa parla di bene comune, piuttosto che di ordine pubblico, come finalità propria dell’attività politica ed economica. L’enciclica, in altre parole, respinge l’idea “giuridica” delle istituzioni politiche ed economiche, in conformità con la lettura data per esempio dalla Dignitatis humane del Concilio Vaticano II o dalla Centesimus annus di Giovanni Paolo II: idea secondo cui queste istituzioni riguardano solo la giustizia come equità procedurale (Rawls) e non come espressione di un ordine naturale ricevuto e dei fini propri dell’uomo 8.
II.
L’idea dell’umanità come un’unica famiglia, del matrimonio, della famiglia e dei temi della vita svolgono un ruolo importante per fondare i principi di gratuità e relazione e per dare loro una configurazione originale, assieme alla logica della libertà e dei diritti che è contenuta nel bene comune, come accenniamo qui di seguito.
(1) Prima di tutto Benedetto afferma che «Lo sviluppo dei popoli dipende soprattutto dal riconoscimento di essere una sola famiglia» (n. 53); e che «La rivelazione cristiana sull'unità del genere umano presuppone un'interpretazione metafisica dell'humanum in cui la relazionalità è elemento essenziale» (55).
(1.1) L’idea che tutti gli esseri umani formino una sola famiglia deriva dalla comune origine nel Creatore. L’unità implicata in questa idea non soffoca le identità delle persone, piuttosto la rende trasparenti l’una all’altra dentro la loro legittima diversità. Le due persone che diventano “una carne” nel matrimonio ci danno il senso di come possa essere così, come fa del resto la Rivelazione stessa, con la sua concezione di Dio come Trinità di Persone nell’unità dell’unica Sostanza divina (n. 54).
L’idea di una sola famiglia che deriva dalla comune relazione con il Creatore suggerisce ulteriori riflessioni prese dall’antropologia teologica di Joseph Ratzinger/Papa Benedetto e da Giovanni Paolo II: soprattutto in relazione all’idea di filialità, nel primo, e alla “originaria solitudine” dell’uomo, nel secondo. La Caritas in veritate mette in evidenza l’amore che è prima di tutto ricevuto da parte nostra, non prodotto da noi. Già nel suo commento all’antropologia della Gaudium et spes Ratzinger metteva in evidenza la capacità di pregare come il primo contenuto della immagine umana di Dio. Capita così perché gli esseri umani sono fondamentalmente “figli nel Figlio”: sono immagini di Dio in e mediante Gesù Cristo, che è Dio precisamente come il Logos che è dal e per il Padre (cf. Col 1:15-18); oppure, come Ratzinger dice altrove, «il centro della Persona di Gesù è preghiera»9 . Allo stesso modo, Giovanni Paolo II afferma il primato dell’uomo nella sua “originaria solitudine”, espressione con cui egli intende che la relazionalità dell’uomo comincia radicalmente in questa “solitudine” davanti Dio. Il punto allora è non che l’uomo è originariamente privo di relazioni, ma che la relazionalità umana, il suo originario essere-con, è un essere-con-Dio prima di essere un essere-con-gli-altri. O meglio: l’umano essere-con-Dio, in quanto creatura, è prima un essere-da, come un bambino che partecipa all’essere solo come il frutto della radicale generosità di Colui Che E’.
In questa relazione filiale associata alla famiglia troviamo il senso profondo della categoria della relazione come dono, veramente centrale nell’enciclica. Una volta colta la radicalità di questa relazione, che ha origine in Dio Creatore, si vede che essa deve comprendere non solo tutti gli esseri umani, anche se essi in modo speciale e più proprio, ma tutte le creature come pure le entità naturali e fisico-biologiche del cosmo. Benedetto infatti dice che «La natura è espressione di un disegno di amore e di verità» (n. 48). Essa ci precede […] e ci parla del Creatore (cf. Rom 1:20) e del suo amore per l’umanità. Essa è destinata ad essere “ricapitolata” in Cristo alla fine dei tempi (cf. Eph 1:9-10; Col 1: 19-20). E’ quindi una “vocazione”10 . La natura ci è data ... come un dono del Creatore, che le ha conferito un ordine e ha reso l’uomo capace di ricavare da esso i principi necessari perché la “coltivasse e la custodisse’”(Gen 2:15). Possiamo dire che la natura, in senso analogico e con l’aiuto dell’uomo, partecipi alla preghiera costitutiva della creatura nel suo intimo movimento filiale verso il Creatore.
Altre implicazioni della filialità: insegniamo ai bambini di dire “per favore” e “grazie”. Correttamente inteso, questo non è solo una questione di buone maniere. Al contrario, si tratta di insegnare loro chi e cosa sono nella loro profonda realtà: doni di Dio concepiti per essere grati, per agire con gratuito stupore, in risposta a quanto è stato loro dato in dono. Qui sta l’origine del riconoscimento dell’essere come vero, buono e bello – in quanto ricevuto e non semplicemente in quanto fatto come frutto del produrre umano – che deve essere alla base di ogni sana società umana. Qui trova fondamento la richiesta dell’enciclica di nuovi stili di vita incentrati nella ricerca della verità, della bellezza, della bontà e della comunione con gli altri (cf. n. 51).
(1.2) Naturalmente i bambini sono fratelli e sorelle di Dio solo attraverso il papà e la mamma naturali, e il bambino stesso ha l’attitudine per diventare papà o mamma. Inoltre, la gratuità dell’unione tra il padre e la madre è un segno continuo ed espressione della generosità creativa di Dio. Ratzinger, nel suo commento alla Gaudium et spes, parla di questa comunione sponsale tra un uomo e una donna come l’immediata conseguenza (Folge) del contenuto (Inhalt) dell’umana immagine di Dio che è presente nell’”unitario” essere dell’uomo come figlio di Dio 11. Giovanni Paolo II parla di questa attitudine costitutiva per la gratuità dell’unione sponsale come la “unità originaria” dell’uomo e della donna. Questa attitudine per l’unione sponsale, stabilita dapprima in questa comune relazione filiale con Dio dell’uomo e della donna, è costitutiva dell’essere umano12 . Ogni essere umano è membro dell’unica famiglia di creature di Dio, in e mediante l’appartenenza ad una particolare genealogia familiare. Questo è il fondamento della richiesta dell’enciclica che lo Stato promuova «la centralità e l'integrità della famiglia, fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna, prima e vitale cellula della società, facendosi carico anche dei suoi problemi economici e fiscali, nel rispetto della sua natura relazionale» (n. 44).
(1.3) Le implicazioni della costitutiva relazionalità affermata nella Caritas in veritate sono di grande importanza: nessuna relazione dell’uomo nel corso della sua vita è solo contrattuale, o semplicemente il frutto di un originario ed indifferente atto di scelta (come nel “contrattualismo” liberale). L’uomo non è mai “solo”, ossia, nel linguaggio della Caritas in veritate, “isolato” (n. 53). Al contrario, il suo essere è sempre un essere-con.
Da cui, relativamente alla libertà umana: la libertà è un atto di scelta solo se già dentro un ordine di relazioni naturalmente date (cf. n. 68) con Dio, la famiglia, gli altri e la natura. E riguardo ai diritti umani: come l’idea giuridica dei diritti presuppone un’idea contrattualistica della verità, così un’idea di diritti fondati su un ordine vero presuppone una concezione relazionale dell’io. Come l’idea contrattualistica comporta una priorità dei diritti sui doveri, così l’idea relazionale comporta la priorità dei doveri sui diritti, sebbene i diritti rimangano incondizionatamente coincidenti con la interiore responsabilità (cf n. 43). I diritti, in altri termini, appartengono ad ogni uomo, ma nessuno è un agente solitario astratto da ogni relazione. Al contrario, l’uomo è sempre e ovunque intimamente ordinato a Dio e agli altri, è un bambino nato in una famiglia, è sessualmente differenziato e adatto per la paternità o la maternità, ed è intrinsecamente correlato con l’umanità intera e con la natura. Una idea adeguata dei diritti deve tenere conto di questo ordine di relazioni che sono costitutive di ogni uomo.
(2) La Caritas in veritate afferma che l’enciclica Humanae vitae di Paolo VI è «molto importante per delineare il senso pienamente umano dello sviluppo proposto dalla Chiesa» (n. 15). La Humanae vitae indica «i forti legami esistenti tra etica della vita ed etica sociale, inaugurando una tematica magisteriale che ha via via preso corpo in vari documenti, da ultimo nell'Enciclica Evangelium vitae di Giovanni Paolo II» (n. 15).
(2.1) In relazione con le affermazioni della Humanae vitae sul significato procreativo e unitivo della sessualità, il papa stabilisce “a fondamento della società la coppia degli sposi aperta alla vita (n. 15). Egli suggerisce che la tendenza a rendere artificiale la concezione e la gestazione umana contribuisce alla perdita del «concetto di ecologia umana e, con esso, quello di ecologia ambientale» (n. 51). Il punto qui, sebbene non esplicitamente sviluppato nella Caritas in veritate, è che la Humanae vitae, nella sua affermazione dell’unità del significato personale ed unitivo della sessualità, implica una “nuova” comprensione del corpo come espressione di un ordine obiettivo di amore, in coerenza con la concezione della Caritas in veritate che la natura del cosmo fisico-biologico come un tutto “è espressione di un disegno di amore” (n. 48).
(2.2) Circa la relazione tra vita etica ed etica sociale, il Papa osserva l’assurdità delle società che, affermando la dignità della persona, la giustizia e la pace, tollerano poi la violazione della vita umana nei più deboli ed emarginati (n. 15). Egli sostiene che «L'apertura alla vita è al centro del vero sviluppo» (n. 28), e che dobbiamo allargare il nostro concetto di povertà e di sottosviluppo tenendo conto di questa questione dell’apertura alla vita. E’ proprio in questo crescente dominio tecnico sul’origine della vita umana, come, per esempio, nella fecondazione in vitro, nella distruzione di embrioni umani per la ricerca e nella possibilità di fabbricare cloni umani ed ibridi, che constatiamo “la più evidente espressione” della supremazia della tecnica nella società contemporanea (n. 75).
La Caritas in veritate affronta la complessa questione della tecnica nell’ultimo capitolo. «La tecnica permette di dominare la materia» e di «migliorare le condizioni di vita» e così «risponde alla stessa vocazione del lavoro umano» (n. 69). L’aspetto rilevante, in ogni caso, è che «la tecnica non è mai solo tecnica» (n. 69). Essa rimanda sempre al senso dell’ordine delle relazioni con Dio e con gli altri che sono date naturalmente all’uomo. La tecnica, intesa correttamente, deve essere inserita dentro la vocazione implicita in questo ordine di relazioni (cf. n. 69): integrate nell’dea di creazione come qualcosa che è stato deato allì’uomo come un dono e non come qualcosa di autogeneratosi (cf n. 68) o prodotto dall’uomo.
Vediamo qui nuovamente l’importanza della famiglia. E’ in famiglia che si apprende una “tecnica” che rispetti la dignità dei più deboli e vulnerabili – per esempio i bambini concepiti e i malati terminali – per amore. E’ nella famiglia - e infatti la famiglia è ordinate alla preghiera - che si assumono le abitudini per una calma interiorità necessaria per relazioni autentiche e che ci permettano di vedere la verità, il bene e la bellezza negli altri come un dono ricevuto (ed anche per mantenere la consapevolezza «della consistenza ontologica dell’anima umana, con le profondità che i santi hanno saputo scandagliare» - n. 76). E’ all’interno della famiglia che possiamo apprendere i limiti dei mezzi di comunicazione sociale dominanti animati dalla tecnica, che inducono sensazioni superficiali e la semplice raccolta di informazioni, mentre provocano disattenzione dell’uomo per le sue profondità e la sua trascendenza in quanto creato da Dio. E’ nella famiglia che noi ci apriamo al significato della comunicazione nella sua più profonda ed ultima realtà come dia-logos di amore rivelato da Dio nella vita di Gesù Cristo, compresa la sofferenza, (cf. n. 4).
Alla luce di tutto questo, possiamo comprendere, in conclusione, perché la Caritas in veritate affermi che oggi la questione sociale «è diventata radicalmente questione antropologica» (n. 75); che «Il problema dello sviluppo è strettamente collegato anche alla nostra concezione dell'anima dell'uomo» (n. 76); e che «Solo un umanesimo aperto all'Assoluto può guidarci nella promozione e realizzazione di forme di vita sociale e civile — nell'ambito delle strutture, delle istituzioni, della cultura, dell'ethos […]» (78).
(Traduzione dall’Inglese di Benedetta Cortese)
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1) Paolo VI, Populorum progressio (26 March 1967), n. 16.
2) Ibid.
3) Paolo VI, Discorso all’Assemblea Generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, 4 ottobre 1965, n. 3.
4) T. Card. Bertone, Discorso al Senato della Repubblica italiana, 28 luglio 2009 (http://www.vatican.va/roman_curia/secretariat_state/card-bertone/2009/documents/rc_seg-st_20090728_visita-senato_it.html).
5) Ibid, p. 4.
6) J. Ratzinger, Values in a Time of Upheaval, traduzione di B. McNeil, Crossroad/Ignatius Press, New York/San Francisco 2006, p. 92.
7) Catechismo della Chiesa Cattolica, Seconda edizione, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2000, nn. 31-38. Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2004, n. 109.
9) J. Ratzinger, Behold the Pierced One, traduzione di G. Harrison, Ignatius Press, San Francisco 1986, p. 25.
10) Giovanni Paolo II, Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace 1990, n. 6.
11) J. Ratzinger, “Erster Hauptteil: Kommentar zum I,” in Lexikon für Theologie und Kirche 14: Das Zweite Vatikanische Konzil, vol. 3, ed. H. Vorgrimler et al., Herder and Herder, Fribourg: 1968, Artikel 12.
12) Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Compendio della Dottrina sociale della Chiesa, nn. 37, 110 e 147.
















































