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News dal Vaticano :: Il mondo visto da Roma - 29 Settembre 2009
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Il mondo visto da Roma - 29 Settembre 2009
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Martedì, 29 Settembre 2009: Accadde Oggi    


Il mondo visto da Roma

SANTA SEDE
Benedetto XVI: il sacerdote sia l'"uomo della gioia e della speranza"
Il Papa ai sacerdoti: usate i mezzi di comunicazione
Il Papa assisterà a un concerto in ricordo della II Guerra Mondiale
I Cardinali riconoscono un miracolo attribuito all'intercessione di un giornalista
Il desiderio di unire le parrocchie, vero motivo delle unità pastorali

NOTIZIE DAL MONDO
Brasile: assassinato un sacerdote di 33 anni
La vita dei cubani: da incubo
Infermiera cristiana discriminata perché indossava la croce

ITALIA
Lo sviluppo tra Malthus e Benedetto XVI
Ennio Morricone: la fede è sempre presente nella mia musica
Master in Comunicazione Sociale nel Contesto Interculturale e Missionario

INTERVISTE
Segnali di speranza dall'Africa (I)

DOCUMENTI
Videomessaggio del Papa durante il ritiro internazionale di sacerdoti ad Ars


Santa Sede

Benedetto XVI: il sacerdote sia l'"uomo della gioia e della speranza"
Videomessaggio al ritiro internazionale di sacerdoti ad Ars

CITTA' DEL VATICANO, martedì, 29 settembre 2009 (ZENIT.org).- Una delle sfide più grandi del nostro tempo per il sacerdote è essere "non per se stesso, ma per tutti", ha affermato Benedetto XVI in un videomessaggio diffuso questo lunedì in occasione del ritiro internazionale di sacerdoti in svolgimento ad Ars (Francia) fino al 3 ottobre sul tema "La gioia del sacerdote consacrato per la salvezza del mondo".

Il Pontefice si è rivolto ai partecipanti all'incontro sottolineato che il presbitero, "uomo della Parola divina e del sacro, deve oggi più che mai essere uomo della gioia e della speranza".

"Agli uomini che non possono concepire che Dio sia puro amore, egli dirà sempre che la vita vale la pena di essere vissuta e che Cristo le dà tutto il suo senso perché Egli ama gli uomini, tutti gli uomini", ha spiegato.

"In questo Anno Sacerdotale siamo tutti chiamati a esplorare e a riscoprire la grandezza del sacramento che ci ha configurati per sempre a Cristo Sommo Sacerdote e che ci ha tutti consacrati nella verità".

Anno Paolino e Anno Sacerdotale

Nel suo discorso, il Papa ha spiegato che il sacerdote, "scelto fra gli uomini", "resta uno di essi ed è chiamato a servirli donando loro la vita di Dio".

In questo contesto, ha citato San Paolo (2 Cor 4,7) ricordando che "la nostra vocazione sacerdotale è un tesoro che conserviamo in vasi di creta".

L'Apostolo delle Genti, ha sottolineato, "ha espresso felicemente l'infinita distanza che esiste fra la nostra vocazione e la povertà delle risposte che possiamo dare a Dio". Per questo, si può dire che esista "un legame segreto che unisce l'Anno Paolino e l'Anno Sacerdotale".

"Noi udiamo ancora e conserviamo nell'intimo del nostro cuore la commovente e fiduciosa esclamazione dell'Apostolo che dice: 'Quando sono debole, è allora che sono forte' (2 Cor 12, 10). La consapevolezza di questa debolezza apre all'intimità di Dio che dà forza e gioia. Più il sacerdote persevererà nell'amicizia di Dio, più continuerà l'opera del Redentore sulla terra".

Preghiera per le vocazioni

Il Pontefice ha quindi salutato "con un affetto particolare" i sacerdoti "che si prendono cura di molte chiese e che si prodigano senza limiti per mantenere la vita sacramentale nelle loro diverse comunità", sottolineando che la riconoscenza della Chiesa nei loro confronti è "immensa".

"Non perdetevi d'animo, ma continuate a pregare e a far pregare affinché molti giovani accettino di rispondere alla chiamata di Cristo che non smette di volere fare crescere il numero dei suoi apostoli per mietere i suoi campi", ha esortato.

Allo stesso modo, li ha invitati a pensare alla grande diversità dei ministeri che esercitano al servizio della Chiesa, per percepire "la fecondità infinita del sacramento dell'Ordine".

"Le vostre mani, le vostre labbra, sono divenute, per un istante, le mani e le labbra di Dio. Portate Cristo in voi; siete, per grazia, entrati nella Santissima Trinità".

Questa considerazione, ha constatato, "deve portare ad armonizzare le relazioni fra sacerdoti al fine di realizzare quella comunità sacerdotale alla quale invitava San Pietro (cfr 1 Pt 2, 9) per costruire il corpo di Cristo e costruirvi nell'amore (cfr Ef 4, 11-16)".

Il sacerdote, uomo del futuro

"Il sacerdote è l'uomo del futuro: è colui che ha preso sul serio le parole di Paolo: 'Se dunque siete risorti in Cristo, cercate le cose di lassù'", ha proseguito Benedetto XVI, ricordando che ciò che il presbitero fa sulla terra "fa parte dei mezzi ordinati al Fine ultimo".

La Santa Messa è il "punto unico di congiunzione fra il mezzo e il Fine, poiché ci permette già di contemplare, sotto le umili specie del pane e del vino, il Corpo e il Sangue di Colui che adoreremo per l'eternità".

Per questa ragione, il Papa ha incoraggiato i sacerdoti "a rafforzare la vostra fede e quella dei fedeli nel Sacramento che celebrate e che è la sorgente della vera gioia".

"Possiate, durante questo ritiro spirituale, sperimentare in modo profondo l'Intimo Indicibile per essere perfettamente uniti a Cristo al fine di annunciare il suo amore attorno a voi e di essere totalmente impegnati al servizio della santificazione di tutti i membri del popolo di Dio!", ha concluso.


Il Papa ai sacerdoti: usate i mezzi di comunicazione
Tema per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali 2010

CITTA' DEL VATICANO, martedì, 29 settembre 2009 (ZENIT.org).- "Il sacerdote e la pastorale nel mondo digitale: i nuovi media al servizio della Parola" è il tema scelto da Benedetto XVI per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali del 2010.

Il Messaggio per la Giornata, giunta alla sua 44ª edizione, si rivolge in particolare ai sacerdoti, in questo Anno Sacerdotale e dopo la celebrazione della XII Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi.

Il Papa li invita a "considerare i nuovi media come una possibile grande risorsa per il loro ministero al servizio della Parola e vuole dire una parola di incoraggiamento affinché affrontino le sfide che nascono dalla nuova cultura digitale".

Lo segnala un comunicato del Pontificio Consiglio delle Comunicazioni Sociali che annuncia il tema per la prossima Giornata, pubblicato dalla Sala Stampa della Santa Sede questi martedì, festa degli arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele.

"I nuovi media, infatti, se conosciuti e valorizzati adeguatamente, possono offrire ai sacerdoti e a tutti gli operatori pastorali una ricchezza di dati e di contenuti che prima erano di difficile accesso, e facilitano forme di collaborazione e di crescita di comunione impensabili nel passato", spiega il dicastero vaticano.

"Grazie ai nuovi media", sottolinea la nota, "chi predica e fa conoscere il Verbo della vita può raggiungere con parole suoni e immagini - vera e specifica grammatica espressiva della cultura digitale - persone singole e intere comunità in ogni continente".

Ciò, aggiunge, permette di "creare nuovi spazi di conoscenza e di dialogo giungendo a proporre e a realizzare itinerari di comunione".

"Se usati saggiamente, con l'aiuto di esperti in tecnologia e cultura delle comunicazioni, i nuovi media possono così diventare per i sacerdoti e per tutti gli operatori pastorali un valido ed efficace strumento di vera e profonda evangelizzazione e comunione".

"Saranno una nuova forma di evangelizzazione perché Cristo avanzi lungo le vie delle nostre città e davanti alle soglie delle nostre case dica nuovamente: 'Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me'", auspica.

Il comunicato ricorda anche che "il compito principale del sacerdote è annunciare la Parola di Dio fatta carne, uomo, storia, diventando in tal modo segno di quella comunione che Dio realizza con l'uomo".

L'efficacia di questo ministero, quindi, richiede che il sacerdote viva "un rapporto intimo con Dio, radicato in un amore profondo e in una conoscenza viva delle Scritture Sacre, 'testimonianza' in forma scritta della Parola divina".

La precedente Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali è stata dedicata al tema "Nuove tecnologie, nuove relazioni. Promuovere una cultura di rispetto, di dialogo, di amicizia".

Nel suo Messaggio per quell'occasione, il Papa invitava tutti coloro che impiegano le nuove tecnologie della comunicazione, in particolare i giovani, a utilizzarle in modo positivo e a comprendere il loro "straordinario potenziale" per "favorire la comprensione e la solidarietà umana".

La Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali è l'unica celebrazione mondiale convocata dal Concilio Vaticano II e si celebra in quasi tutti i Paesi del mondo la domenica che precede la Pentecoste.


Il Papa assisterà a un concerto in ricordo della II Guerra Mondiale
L'8 ottobre nell'Auditorium di Via della Conciliazione

CITTA' DEL VATICANO, martedì, 29 settembre 2009 (ZENIT.org).- Benedetto XVI assisterà l'8 ottobre nell'Auditorium di Via della Conciliazione al concerto "Giovani contro la Guerra".

L'atto culturale si inserisce nelle celebrazioni del 70° anniversario dello scoppio della II Guerra Mondiale.

L'orchestra tedesca InterRegionales JugendsinfonieOrchester (IRO), diretta da Jochem Hochstenbach e Wolfgang Gönnenwein, interpreterà musiche di Gustav Mahler e Félix Mendelssohn-Bartholdy.

La mezzosoprano Michelle Breedt e l'attore austriaco Klaus Maria Brandauer leggeranno testi di Johann Wolfgang von Goethe, Heinrich Heine, Paul Celan e Berthold Brecht e due poesie scritte da bambini rinchiusi nel campo di concentramento-ghetto di Theresienstadt.

Il concerto è organizzato dal Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani, dalla Commissione vaticana per le Relazioni Religiose con l'Ebraismo, dall'Ambasciata di Germania presso la Santa Sede e dal Forum Culturale Europeo dell'associazione culturale di Mainau.

Il concerto si inserisce nel progetto "1939-2009: 70 anni dallo scoppio della Seconda Guerra Mondiale", che verrà presentato ai mezzi di comunicazione giovedì 1° ottobre nell'Aula Giovanni Paolo II della Sala Stampa vaticana.

Alla presentazione interverranno il presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani, il Cardinale Walter Kasper, e l'ambasciatore della Repubblica Federale di Germania presso la Santa Sede, Hans-Henning Horstmann.

L'importanza di ricordare gli avvenimenti della II Guerra Mondiale è stata sottolineata da Benedetto XVI al termine dell'Angelus del 6 settembre a Viterbo, quando ha affermato che "non possiamo non ricordare i drammatici fatti che diedero inizio ad uno dei più terribili conflitti della storia".

Per questo, ha chiesto che "la memoria di questi eventi ci spinga a pregare per le vittime e per coloro che ancora ne portano ferite nel corpo e nel cuore".


I Cardinali riconoscono un miracolo attribuito all'intercessione di un giornalista
Passo decisivo per la beatificazione di Manuel Lozano Garrido

di Jesús Colina

CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 30 settembre 2009 (ZENIT.org).- La commissione di Cardinali della Congregazione per il Culto Divino ha riconosciuto questo martedì un miracolo attribuito all'intercessione dello spagnolo Manuel Lozano Garrido, conosciuto come "Lolo", membro dell'Azione Cattolica, giornalista che rimase paralizzato e alla fine della sua vita era cieco.

Si tratta di un passo decisivo nel suo processo di beatificazione, perché ora serve soltanto che Benedetto XVI approvi la promulgazione del decreto di riconoscimento del miracolo affinché il "giornalista sulla sedia a rotelle" possa essere elevato agli onori degli altari.

Lo stesso Papa ha riconosciuto le sue virtù eroiche con un decreto del 7 dicembre 2007, in cui lo dichiarava "venerabile" e riconosceva che "la malattia era la causa della sua santificazione, la sofferenza era la sua cattedra".

Il caso sottoposto a indagine è quello di un bambino di due anni affetto da appendicite, la cui malattia era peggiorata al punto da degenerare rapidamente in peritonite, come ha rivelato a ZENIT il postulatore della causa di beatificazione, padre Rafael Higueras.

Fu operato, ma pochi giorni dopo la malattia tornò ad evolversi in forma negativa in ileo paralitico, per cui ci fu bisogno di un nuovo intervento, con il quale gli vennero tolti più di 20 centimetri di peritoneo. La gravità aumentò fino a provocare una colica fecaloide.

Padre Higueras ha rivelato che il bambino era sceso da 14 a 7 chili e non rispondeva ai fortissimi trattamenti antibiotici. Si verificò allora un episodio di setticemia per pseudomonas. Ci si aspettava una morte imminente. Nei momenti di maggiore gravità, il crocifisso di Lolo venne posto sotto il cuscino del piccolo, che guarì.

Il caso è già stato studiato e approvato dalla commissione scientifica di medici della Congregazione per le Cause dei Santi, e un mese dopo dai teologi della stessa istituzione vaticana.

Giornalista e mistico

Lolo nacque a Linares (Spagna) nel 1920 e morì nella stessa città il 3 novembre 1971. In gioventù si era iscritto all'Azione Cattolica, della quale fu un membro attivo, venendo eletto per vari incarichi direttivi.

Padre Higueras ricorda che "già allora iniziò a radicarsi in lui l'amore per l'Eucaristia e per Maria, che lo avrebbe caratterizzato per tutta la vita".

A 16 anni, in piena persecuzione religiosa in Spagna, venne scelto per portare clandestinamente la Comunione. Per questo motivo venne arrestato. Tra le gioie più grandi della sua vita ricordava quella di aver trascorso la notte del Giovedì Santo, insieme ad altri prigionieri, in adorazione del Santissimo Sacramento, perché la sua sorellina, Lucy, glielo aveva potuto passare nascosto in un mazzo di fiori.

"Fin dall'adolescenza, però, la vocazione di Lolo era il giornalismo", riconosce padre Higueras. Quando la malattia e l'invalidità totale cambiarono la sua vita, dalla sua sedia a rotelle divenne uno scrittore e giornalista fecondo: nove libri e centinaia di articoli, "la portata del suo zelo evangelizzatore".

"La sua casa divenne un centro di orientamento, di gioia e vocazione per moltissimi giovani, e un centro di apostolato per i malati: con monasteri di contemplativi e malati incurabili fondò l'opera pia Sinai, gruppi di preghiera di religiose contemplative e malati che pregano per i cattolici impegnati nei mezzi di comunicazione".

Rimase invalido, su una sedia a rotelle per più di 28 anni, e negli ultimi nove, al termine della sua vita, era cieco. Grazie a piccoli movimenti con il pollice, poteva azionare il comando di un magnetofono in cui dettava i suoi libri e i suoi pensieri, che poi Lucy, la sorella e segretaria, trascriveva.

Secondo il postulatore, "la figura di questo semplice uomo di Dio è un faro potente per i giovani che cercano la luce nel loro cammino; per i giornalisti e gli scrittori che vogliono mettere il Vangelo al centro dei loro lavori; per i laici che possono vedere come la vita semplice del lavoro di ogni giorno possa essere fonte di santificazione, con la forza dell'Eucaristia e l'aiuto di Maria Santissima; per i malati che soffrono, che possono vedere in lui un malato che ha fatto del suo dolore un cammino di santificazione e apostolato; per l'Azione Cattolica che si può rallegrare di tanti frutti maturi che sono cresciuti e si sono santificati tra le sue fila".

Il postulatore spiega che Lolo era un autentico mistico. "Solo da un uomo che vive in Dio e di Dio possono uscire quelle preziose righe di giovane appassionato e di ardente scrittore mosso dalla fede e dal Vangelo di Gesù".

"La Santa Madre Chiesa potrà sentirsi felice di presentare al mondo figli maturi come Lolo: che è giovane tra i giovani, felice al di sopra del dolore; che è malato, che prende la sua croce e si sente felice di essere, come Maria, ai piedi di Gesù crocifisso; laico che vive il suo Battesimo con esigenza apostolica; scrittore e giornalista che supera i suoi enormi limiti con la speranza di contagiare con la sua fede, la sua gioia".

[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]


Il desiderio di unire le parrocchie, vero motivo delle unità pastorali
Secondo il presidente del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi

di Patricia Navas

SALAMANCA, martedì, 29 settembre 2009 (ZENIT.org).- Le unità pastorali nascono dal desiderio che le parrocchie siano unite, e non solo per la mancanza di sacerdoti.

Lo ha spiegato a ZENIT il presidente del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi, monsignor Francesco Coccopalmerio, dopo essere intervenuto alle Giornate sulle Parrocchie e le Unità Pastorali celebrate a Salamanca (Spagna) dal 21 al 23 settembre.

"Ci sono evidentemente unità pastorali che nascono per la mancanza di sacerdoti, ad esempio quando il Vescovo affida a un solo presbitero quattro parrocchie, ma anche se non ci fosse questa necessità c'è ugualmente il bisogno di unire le parrocchie per un'attività comune, per una divisione della missione", ha osservato.

Monsignor Coccopalmerio ha sottolineato che in Europa "stiamo compiendo passi importanti verso un'applicazione pratica" delle unità pastorali, così come verso "la chiarificazione dei concetti".

"Le unità pastorali - ha spiegato - rispondono al desiderio che le parrocchie non siano isolate, ma unite tra di loro, perché la missione della Chiesa è una missione partecipata".

"In questo momento, in molte chiese particolari, soprattutto in Europa, si sente questa necessità che le parrocchie siano unite, che vivano insieme - ha ribadito -. Da questo desiderio derivano le unità pastorali".

Allo stesso modo, ha ricordato che "la parrocchia è una comunità di fedeli, guidata da un sacerdote, che vive la vita della Chiesa con tutte le attività della Chiesa: predicazione del Vangelo, celebrazione dei sacramenti, opere di carità...".

Il presule ha sottolineato che "tutti i fedeli sono attivi in questa missione della Chiesa", e che "il parroco non è solo un soggetto attivo, ma agisce per attivare gli altri, perché tutti i fedeli della parrocchia mettano in pratica le attività della Chiesa, ciascuno secondo il proprio ordine".

Dopo il suo discorso sul tema "Le unità pastorali: valori e limiti", il presidente del dicastero vaticano è intervenuto a una tavola rotonda sulle "Esperienze di applicazione delle unità pastorali".

Le Giornate sulle Parrocchie e le Unità Pastorali sono state organizzate dalla Facoltà di Diritto Canonico dell'Università Pontificia di Salamanca.

Le unità pastorali, che stanno nascendo e si stanno sviluppando in vari Paesi d'Europa, sono una forma di collaborazione e coordinamento interparrocchiale tra due o più parrocchie limitrofe, regolata dal diritto diocesano.

Le varie parrocchie sono chiamate dal Vescovo a costituire una "comunità missionaria" efficace, che lavora in un determinato territorio, in armonia con il piano pastorale diocesano.

[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]


Notizie dal mondo

Brasile: assassinato un sacerdote di 33 anni
Padre Evaldo Martiol, vittima di un tentativo di furto

BRASILIA, martedì, 29 settembre 2009 (ZENIT.org).- Sabato 26 settembre la Chiesa cattolica in Brasile ha perso un altro sacerdote, ha reso noto la Conferenza Nazionale dei Vescovi del Brasile (CNBB).

Padre Evaldo Martiol, 33 anni, appartenente alla Diocesi di Caçador (Santa Catarina), è stato assassinato da un ragazzo di 21 anni e da un adolescente di 15, rispettivamente zio e nipote.

Il sacerdote è stato vittima di un tentativo di furto finito in tragedia. Tornava da una chiesa e aveva approfittato per passare a trovare i genitori. Mentre usciva per tornare a casa, i malviventi gli hanno chiesto un passaggio, ma è stato costretto a recarsi a circa 5 chilometri dalla zona urbana di Caçador, dove è stato ucciso con quattro colpi di arma da fuoco.

Il giorno dopo, in seguito alla denuncia di un'altra persona assaltata dagli stessi banditi, la polizia ha identificato i criminali, che avevano con sé la macchina, il telefono cellulare e i documenti del sacerdote. I due hanno confessato il crimine e hanno indicato alla polizia il luogo in cui si trovava il cadavere del presbitero.

La veglia funebre nella Cattedrale di Caçador ha visto il tempio gremito. Il Vescovo diocesano, monsignor Luiz Carlos Eccel, ha affermato che neanche alla sua ordinazione episcopale c'erano tante persone.

"La Cattedrale era piena, le persone erano emozionate perché padre Evaldo era un uomo amato che faceva amicizia con tutti. Evangelizzava attraverso l'amicizia", ha affermato il Vescovo commosso.

I documenti e la macchina del religioso sono ancora allo studio della polizia. Finora si sa che il giovane di 21 anni ha sparato tre colpi e l'adolescente l'ultimo.

In poco più di tre mesi, la Chiesa cattolica in Brasile ha perso tre sacerdoti vittime di omicidio. La notte del 15 giugno è stato ucciso a Brazlândia, città satellite di Brasilia, l'assessore nazionale del Settore Gioventù della Conferenza Nazionale dei Vescovi del Brasile, padre Gisley Gomes Azevedo, di 31 anni.

A Manaus, il 19 settembre è stato ucciso con un colpo alla testa il sacerdote italiano Ruggero Ruvoletto, 52 anni. E' stato trovato nella sua stanza dopo che altri sacerdoti che abitavano con lui avevano sentito il rumore dello sparo.


La vita dei cubani: da incubo

di padre Piero Gheddo

ROMA, martedì, 29 settembre 2009 (ZENIT.org).- Uno dei libri che sono riuscito a leggere in estate è quello di una giovane cubana, Yoáni Sánchez, "Cuba libre - Vivere e scrivere all'Avana" (Rizzoli 2009, pagg. 240, 17 Euro). Yoáni (nata nel 1975) è una strana dissidente. Vive a Cuba, lavora per il portal "Desdecuba.com", è integrata nella società cubana come suo marito. Yoàni non protesta contro il regime, non denunzia, non condanna.

Semplicemente scrive un "Blog" ("generación Y") su come si vive nel "paradiso" cubano, dopo cinquant'anni di regime comunista. Il Blog è "generaciony", che si trova anche in www.lastampa.it/sanchez e in www.lastampa.it/generaciony. (La generazione Y è quella cubana degli anni Sessanta, Settanta e Ottanta, quando prevalevano i nomi di bambini e bambine con la Y, comune nei nomi russi. Yoáni è uno di questi).

Il Blog è una specie di diario quasi quotidiano on line che racconta la fame cronica e le difficoltà di fare la spesa senza trovare quel di cui si ha bisogno, l'arte di riparare gli elettrodomestici in casa, la paura di essere ricoverati in ospedale dove manca persino il necessario per sterilizzare, il panico quando si è convocati dalla polizia, la nullità delle notizie date dai giornali e dalla televisione del regime, il timore di essere denunziati come "disfattisti" se chiacchierando con un vicino di casa si dice qualche parola di troppo sul Governo, la proibizione di leggere la stampa estera e via dicendo. Soprattutto pesa la mancanza di speranza che qualcosa cambi.

I giovani vorrebbero tutti emigrare da Cuba, per andare non importa dove. "A me basta andarmene da qui", dicono. E' una società bloccata in cui non succede niente perché non si rinnova. Da mezzo secolo si continua ad esaltare le glorie e i miti della "società socialista", mentre le schiere di turisti che invadono l'isola portano messaggi di un mondo diverso. E' difficile e frustrante, specialmente per i giovani, vivere dove non c'è libertà.

Un solo esempio della vita a Cuba. Yoáni abita in un palazzo di 20 piani a L'Avana, con due vetusti ascensori sovietici dei tempi di Kruscev che da almeno vent'anni dovrebbero essere rimossi e sostituiti. "Abbiamo passato vent'anni a rattoppare l'ascensore sovietico e a tenerci in forma utilizzando le scale", ricorda. Si è dovuto "cannibalizzare uno degli ascensori, prendendo i suoi pezzi per riparare l'altro. Ma adesso finalmente li rimpiazzeremo entrambi".

I due nuovi ascensori (russi questa volta) sono già sul posto. Per il momento non funziona alcun ascensore e ci vorrà del tempo per impiantare i nuovi. "Almeno quattro mesi - scrive Yoáni -, durante i quali lascerò parecchie calorie sui 232 scalini che mi separano dalla strada. L'intenso esercizio non mi spaventa: ho percorso questi 14 piani portando in spalla la mia bicicletta e, moltissime volte, con mio figlio in braccio".

Yoáni ha 34 anni. E gli inquilini anziani dei piani superiori che, con quel poco che possono mangiare, non hanno più calorie da spendere, sono condannati a rimanere chiusi in casa per quattro mesi o si fanno calare in strada dentro un cesto legato ad una corda?

E' solo un esempio, uno dei tanti. "La rivoluzione è una festa di pochi", scrive Yoáni, cioè di quelli che servono il regime e ne ricevono un lauto stipendio e privilegi che la gente comune non può nemmeno sognare. Il suo Blog, diventato un fenomeno con risonanza mondiale, è oggi la più acuta spina nel fianco del regime. Al punto che lo stesso Líder Maximo, Fidel Castro, ha attaccato Yoáni pubblicamente, accusandola di essere una spia al soldo del capitalismo. Yoáni continua nel suo impegno di essere la portavoce di milioni di cubani. Prevede forse che prima o poi pagherà un prezzo salato per questa sua ostinazione di vivere un giorno in una "Cuba libre". Spera che la solidarietà internazionale la preservi da questo male.


Infermiera cristiana discriminata perché indossava la croce
Farà causa al Servizio Sanitario Nazionale del Regno Unito

di Nieves San Martín

LONDRA, martedì, 29 settembre2009 (ZENIT.org).- Un'infermiera cristiana del Regno Unito colpita da un'azione disciplinare perché portava una catenina con una croce ha accettato l'offerta di reinserimento temporaneo, ma, consigliata dai suoi avvocati, farà causa per discriminazione.

Shirley Chaplin, di 54 anni, ha accettato martedì l'offerta "sotto coazione", secondo l'Associazione per la Stampa del Regno Unito. Il suo avvocato ha detto che intraprenderà un'azione presso il Tribunale del Lavoro per discriminazione, visto che la signora Chaplin pensa di essere stata discriminata a causa della sua fede, come ha riportato il Christian Post.

In precedenza, i responsabili dell'Ospedale Royal Devon and Exeter avevano detto alla signora Chaplin che non poteva portare al collo il ciondolo d'argento a forma di croce delle dimensioni di 2,5 centimetri perché violava la politica sulla divisa ed era un rischio per i pazienti, ha ricordato il quotidiano Telegraph.

Le è stato detto che o accettava il reinserimento in un ruolo non da infermiera o sarebbe stata licenziata. Il Servizio Sanitario Nazionale ha insistito sul fatto che il ciondolo potrebbe mettere in pericolo la donna o un paziente se vi rimanesse attaccato.

La signora Chaplin ha detto che porta la croce da quando ha iniziato a lavorare all'ospedale trent'anni fa e accusa di essere attaccata per il suo credo cristiano.

Ad ogni modo, l'ospedale accetta altri simboli di fede, come nel caso delle infermiere musulmane che indossano lo chador, informa il Daily Express.

Il quotidiano ha detto che la signora Chaplin, che ha due figli e viene da Kem, vicino Exeter, andrà in pensione tra otto mesi.

"Porto una croce da anni e ora, alla fine della mia carriera, mi dicono di toglierla", ha dichiarato.

"Non posso spiegare quanto sia importante la croce per me. E' il modo in cui io esprimo la mia fede. Sentirmi dire che la dovevo togliere mi ha sconvolta. La mia fede cristiana è ciò che mi spinge a prendermi cura degli altri", ha rivelato al Daily Express.

"Sento di essere intimidita e accusata per la mia fede. Sono rimasta colpita quando l'Esecutivo per la Salute e la Sicurezza mi ha detto che non c'è alcun caso riportato di danni provocati da un ciondolo".

La signora Chaplin è stata sostenuta dal Centro Cristiano Legale (CLC), un gruppo di pressione che lotta per la libertà religiosa.

Andrea Minichiello Williams, avvocato e direttore, ha detto: "Oggi un'infermiera che ha servito fedelmente il pubblico di Exeter con le sue abilità professionali è stata costretta ad abbandonare l'infermeria e ad assumere un ruolo amministrativo, il tutto perché non le viene permesso di portare una croce, l'immagine del cristianesimo riconosciuta e apprezzata in tutto il mondo".

"Alla signora Chaplin non è stata lasciata altra scelta che accettare, ma oggi ci ha dato l'incarico di avviare un'azione presso il Tribunale del Lavoro per discriminazione contro i suoi datori di lavoro", ha aggiunto come riportato dall'Associazione per la Stampa del Regno Unito.

[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]


Italia

Lo sviluppo tra Malthus e Benedetto XVI
di Emanuel Bernardi

PAVIA, martedì, 29 settembre 2009 (ZENIT.org).- Pavia e la sua Università offrono bellezze dal sapore antico e suggestivo, in grado di incantare il visitatore. Una di queste è certamente l'Aula Alessandro Volta dell'Ateneo, dove dal 1778 insegnò l'esimio scienziato, inventore della pila elettrica, che le ha dato il nome.

Sabato 12 settembre, la bellissima Aula è stata la cornice dell'incontro "C'era una volta lo sviluppo? Qualche riflessione tra Malthus e Benedetto XVI", promosso dal movimento universitario di ispirazione cattolica "Ateneo Studenti" e patrocinato dal Comune.

Intento dell'incontro, vagliare criticamente la concezione di sviluppo economico come inteso finora, approfondendo anche la recente Enciclica "Caritas in Veritate".

Il relatore Antonio Gaspari, direttore del Master in Scienze Ambientali dell'Università Europea di Roma, ha ricordato la figura di Alessandro Volta, noto come illuminista, in realtà uomo di profonda devozione. Una figura che dimostra come scienza e fede possano dialogare. Se scopo di entrambe è elevare l'uomo, non può esserci contraddizione.

La contraddizione è esplosa negli ultimi decenni, quando di fronte allo sviluppo economico si sono sviluppate scuole (apparentemente) opposte.

La prima scuola, che si può chiamare del lasseiz faire, o più precisamente di carattere utilitarista, ha sostenuto che in funzione del mercato tutti gli interessi utili a singoli o gruppi sono legittimi. E se l'interesse di pochi va in contraddizione o a danno di altri, si richiede all'uomo di adeguarsi, di sopportare l'apparente costo in funzione del benessere collettivo.

La seconda scuola, quella degli autoproclamati no global, ha visto nel progresso un totem da abbattere, un male in sé che mette a rischio l'identità dei popoli.

In realtà, il limite della due ideologie sta nel fatto che hanno una matrice materialista, intendono cioè il benessere solo nell'aspetto materiale, escludendo o combattendo quello civile e spirituale. Entrambe hanno una visione riduzionista dell'umanità intesa come mera espressione dell'evoluzione animale.

Per questo motivo, entrambe hanno caratteri profondamente anti-umani: sono pronte cioè a sacrificare la persona sull'altare del progresso di pochi o su quello dell'avversione ad esso.

Ne è una prova la diffusione di progetti neo-malthusiani, sostenuti da organizzazioni internazionali che affermano che le risorse crescono meno velocemente della popolazione, la quale va tenuta sotto controllo tramite politiche di contraccezione e aborto di massa.

Tuttavia, ha notato Gaspari, l'idea di risorsa non è stabile nel tempo: se ne scoprono sempre di nuove e si inventano nuovi metodi per sfruttare meglio quelle già conosciute (si pensi al caso del petrolio). La verità è che laddove ci sono state le possibilità tecniche, la crescita demografica non è mai stata un problema, anzi ha accresciuto opportunità e progresso.

Di fronte a tutto questo, l'Enciclica di Papa Benedetto XVI ribadisce la concezione dell'uomo come essere dedito al lavoro: il comando di Dio "Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra; soggiogatela e dominate" (Gn 1,29) configura una vera e propria vocazione. L'uomo realizza se stesso in armonico equilibrio col creato facendo buon uso della natura e delle sue risorse.

Il Santo Padre riprende e sviluppa così l'idea di ecologia umana, fondata su tre elementi inscindibili: la difesa della persona, il sostegno della famiglia, la libertà d'educazione.

Cosa c'entra ciò con lo sviluppo economico?

La persona è ciò che gli studiosi chiamano il capitale umano, la conditio sine qua non dello sviluppo.

La famiglia è ciò che crea il capitale umano: essa è la più grande sfida all'egoismo, il luogo dove si sviluppa la gratuità (nei rapporti uomo-donna, genitori-figli, nonni-nipoti). Per questo l'enciclica parla di famiglia di famiglie a proposito della comunità internazionale: senza relazione e gratuità non può esserci vero sviluppo.

"La libertà d'educazione è fondamentale perché lo sviluppo non nasce dalle cose, ma dalle persone - ha concluso Gaspari -. E' solo educandoci alla gratuità e al desiderio che possiamo essere protagonisti del nostro progresso".


Ennio Morricone: la fede è sempre presente nella mia musica
Il compositore parla della spiritualità che pervade le sue opere

di Edward Pentin

ROMA, martedì, 29 settembre 2009 (ZENIT.org).- Il suo nome può non essere noto in tutto il mondo, ma certamente lo è la sua musica.

Il maestro Ennio Morricone è ampiamente riconosciuto come uno dei migliori compositori di colonne sonore di Hollywood. Noto soprattutto per le memorabili e intense musiche degli "spaghetti western" degli anni Sessanta, come "Il buono, il brutto e il cattivo", "Per un pugno di dollari" e "C'era una volta il West", da molti cattolici è amato soprattutto per la toccante colonna sonora di "Mission", un film del 1986 sui missionari gesuiti del XVIII secolo in Sudamerica.

Il suo contributo all'industria cinematografica si estende tuttavia ben oltre le sue opere più famose, avendo composto le colonne sonore di circa 450 film e avendo lavorato con i maggiori registi di Hollywood, da Sergio Leone e Bernardo Bertolucci a Brian De Palma e Roman Polanski.

E all'età di 80 anni va ancora forte. Il leggendario compositore ha appena completato la colonna sonora del nuovo film di Giuseppe Tornatore "Baarìa", di produzione italiana, che ha aperto il Festival del cinema di Venezia di quest'anno. Quentin Tarantino lo aveva peraltro invitato a scrivere la musica del suo ultimo "Inglourious Basterds", invito che ha dovuto declinare perché troppo impegnato, consentendogli tuttavia di utilizzare brani dei suoi precedenti lavori.

Il famoso compositore italiano continua anche ad incassare riconoscimenti altamente prestigiosi: qualche mese fa, il Presidente francese Nicolas Sarkozy lo ha insignito dell'onorificenza di Cavaliere dell'Ordine della Legion d'Onore, il più alto riconoscimento francese.

Questa onorificenza si aggiunge a un lungo elenco che comprende una laurea ad honorem, un premio Oscar oltre a cinque nomination, cinque premi Bafta e un Grammy Award.

Eppure il maestro Morricone, nato a Roma, preferisce tenersi lontano dai riflettori e raramente concede interviste. È stata quindi una sorpresa quando ha acconsentito a fare un'eccezione, in un mattino del mese di agosto, invitandomi ad incontrarlo nel suo appartamento nel centro di Roma, per parlare soprattutto della sua fede e della sua musica.

La sua abitazione si presenta come uno se l'aspetterebbe: un immacolato pianoforte a coda vicino alla finestra di un salotto arredato con gusto, tra affreschi, dipinti classici e boiserie. Morricone, che ha una moglie e quattro figli ormai grandi, è un uomo discreto, che risponde alle domande in modo diretto e senza divagare.

L'ispirazione

Inizio chiedendogli se la sua musica, che molti ritengono molto spirituale, sia ispirata dalla sua fede. Sebbene si descriva come un "uomo di fede", ritiene di avere una visione molto professionale e al contempo semplice della sua musica, tanto da affermare che non è la sua fede ad avergli ispirato la maggior parte delle sue composizione. Se il film non parla di religione, non è a Dio o alla Chiesa che fa riferimento, sostiene. "Penso alla musica che devo scrivere; la musica è un'arte astratta". "Ma certamente, quando devo scrivere su un tema religioso, la mia fede entra in gioco".

Ha spiegato poi di avere dentro di sé una "spiritualità che è sempre presente nel mio lavoro", ma non è qualcosa che dipende dalla sua volontà, è semplicemente qualcosa che sente.

"Come credente, questa fede è probabilmente sempre presente, ma è lì perché sia riconosciuta dagli altri, dai musicologi e da coloro che non solo analizzano i brani musicali, ma comprendono la mia natura, la sacralità e il misticismo", ha osservato. Detto questo, sostiene che Dio lo aiuti sempre a "scrivere una buona composizione, ma questa è un'altra storia".

Altrettanta professionalità e franchezza sono usate nel rispondere alla domanda se ha remore a comporre per film gratuitamente violenti. "Sono chiamato a servizio del film", afferma. "Se il film è violento, allora compongo musica da film violento. Se il film è sull'amore, lavoro per un film d'amore. Talvolta vi sono film violenti in cui vi sono elementi di sacralità o di misticismo connessi alla violenza, ma è un genere che non mi vado cercare. Cerco di trovare un equilibrio con la spiritualità del film, anche se il regista non sempre la pensa allo stesso modo".

Ennio Morricone ha iniziato la sua carriera musicale nel 1946, dopo aver ottenuto il diploma in tromba al Conservatorio di Santa Cecilia. L'anno successivo già componeva per opere teatrali, oltre a suonare in un complesso jazz per sostenere la famiglia. Ma la sua carriera cinematografica, che iniziò nel 1961, prese l'avvio qualche anno dopo, quando iniziò a lavorare con il suo vecchio amico di scuola Sergio Leone per la serie degli "spaghetti western".

E' noto forse soprattutto per questo filone cinematografico, sebbene rappresenti solo l'8% del suo repertorio e nonostante abbia declinato l'invito per centinaia di altri film del genere. "Tutti mi chiedono di fare western", ammette, "ma io tendo a non farli perché preferisco maggiore varietà".

Miracolo tecnico

Riguardo al film "Mission", sostiene che la cosa straordinaria di quella colonna sonora è il suo "effetto tecnico e spirituale", ovvero il modo in cui in essa si combinano tre temi musicali connessi al contenuto del film.

La presenza dei violini e dell'oboe di padre Gabriele rappresenta "il progresso della musica strumentale compiuto durante il Rinascimento". Il film passa poi ad altre forme di musica che si riferiscono al periodo della Riforma del Concilio di Trento, per concludersi con le musiche degli indiani d'America.

Il risultato è stato un tema "contemporaneo" in cui tutti e tre gli elementi - quello strumentale del Rinascimento, quello post-conciliare e quello delle melodie etniche - si fondono armoniosamente proprio alla fine del film. "Il primo e il secondo tema vanno insieme, il primo e il terzo possono andare insieme, e il secondo e il terzo vanno insieme", spiega Morricone. "Questo è stato il mio miracolo tecnico, che credo sia stata una grande grazia".

Il compositore afferma di non avere una formula per una colonna sonora di successo. "Se l'avessi, la userei ogni volta", afferma, aggiungendo che la qualità della musica dipende dal suo stato d'animo.

"Quando sono meno felice, vengono in mio soccorso la professionalità e la tecnica", afferma. D'altra parte, non ritiene di voler indicare brani preferiti o film preferiti. "Li amo tutti perché tutti mi hanno dato qualche tormento e sofferenza nella loro composizione, ma non devo e non voglio fare distinzioni", afferma.

Parlando di un altro appassionato musicista, Papa Benedetto XVI, Morricone dice di avere un'"ottima opinione" del Santo Padre. "Mi sembra un Papa di grande intelligenza, un uomo di grande cultura e anche di grande forza", afferma. Particolare favore lo esprime per gli sforzi di Benedetto XVI nella riforma della liturgia, un tema a cui Morricone tiene molto.

"La Chiesa di oggi ha compiuto un grande errore, essendo tornata indietro di 500 anni con chitarre e canzoni popolari", sostiene. "Tutto questo non mi piace. Il canto gregoriano è una tradizione vitale e importante della Chiesa, e sprecarla mescolando parole religiose e musiche profane occidentali è molto grave, molto grave".

Significa tornare indietro, perché lo stesso avvenne prima del Concilio di Trento, quando i cantanti mescolavano elementi profani nella musica sacra.

"Il Papa fa bene a correggere questa tendenza", afferma. "Dovrebbe correggerla con maggiore fermezza. Alcune chiese hanno dato seguito ai suoi indirizzi, ma altre no".

Il maestro Morricone appare in forma e dimostra un'età assai inferiore a quella reale, tanto che riesce a continuare a dare concerti in tutto il mondo. Anzi, è più richiesto che mai: il mese prossimo sarà protagonista della sua musica al Los Angeles Hollywood Bowl.

Eppure, nonostante tutta la fama e i riconoscimenti, questo famoso compositore non ha perso la sua genuina concretezza e umiltà. È forse proprio questo, oltre alle sue grandiose composizioni, a renderlo uno dei grandi di Hollywood.


Master in Comunicazione Sociale nel Contesto Interculturale e Missionario
Alla Pontificia Università Urbaniana di Roma

ROMA, martedì, 29 settembre 2009 (ZENIT.org).- Partirà ad ottobre presso la Pontificia Università Urbaniana la seconda edizione del Master di I livello in Comunicazione Sociale nel Contesto Interculturale e Missionario.

Il Master, spiegano gli organizzatori , "si propone di formare professionisti nel mondo della comunicazione sociale e dei mezzi di comunicazione di massa" ed è rivolto in particolare "a giovani religiosi o laici che intendono operare in ambiti caratterizzati dall'impegno missionario, dalla multiculturalità e dal dialogo interreligioso".

L'obiettivo del Master è "fornire conoscenze teoriche - etiche, socio-antropologiche ed ecclesiali - e pratiche - logiche di produzione e conduzione economica - per la realizzazione e la gestione di un periodico, un network, un ufficio stampa, una radio o tv locale, in contesti interculturali, di scarse risorse e digital divide".

Il Master dura tredici mesi, da ottobre 2009 a novembre 2010, e attribuisce 90 crediti formativi europei (ETCS). Si articola in 384 ore di lezioni frontali e seminari e in 168 ore di laboratorio.

Nella prima parte del programma le lezioni saranno comuni, in seguito ogni studente potrà scegliere il suo profilo di specializzazione tra due possibilità: Profilo Stampa e Comunicazione Istituzionale ufficio stampa, corrispondente agenzia o periodico, o Profilo Comunicazione Audiovisiva e Multimediale operatore e autore Radio, Tv, Web.

Durante i mesi estivi e autunnali del 2010 è previsto uno stage di almeno 100 ore presso i media partners del Master o altri media accreditati.

Per ulteriori informazioni, www.urbaniana.edu/mastercsim, .


Interviste

Segnali di speranza dall'Africa (I)
Intervista a monsignor Jude Thaddeus Okolo

di Antonio Gaspari

ROMA, martedì, 29 settembre 2009 (ZENIT.org).- Secondo monsignor Giampaolo Crepaldi, la soluzione dei problemi dell'Africa è un problema strategico per il mondo e per la Chiesa.

Ma come si fa a sconfiggere il sottosviluppo, la povertà e le malattie, come attuare la rivoluzione verde, in che modo sostenere la speranza e convincere i giovani a non emigrare, in che rapporti ci si può relazionare con l'islam, quali i problemi della Chiesa in Africa e quali le strade per trovare le soluzioni?

Il 4 ottobre si aprirà a Roma il secondo Sinodo per l'Africa, e questi temi saranno dibattuti intensamente.

Per cercare di capire cosa accade in Africa e quali potrebbero essere le strade da battere per trovare le soluzioni, ZENIT ha intervistato monsignor Jude Thaddeus Okolo, Nunzio Apostolico in Ciad e nella Repubblica Centrafricana.

In Africa più dell'80% della popolazione lavora nel settore agricolo, eppure nel continente centinaia di milioni di persone soffrono la fame. Come si spiega questo fenomeno?

Monsignor Okolo: È vero che il continente africano possiede una superficie estesa di terreno agricolo e una grande parte della popolazione ha accesso alla terra e lavora in agricoltura. Con le risorse materiali a disposizione, il nostro continente africano dovrebbe essere capace di nutrire i suoi figli. Ha una capacità produttiva che, se ben sfruttata, potrebbe assicurare il proprio mercato agricolo e superare l'insicurezza alimentare. Malgrado tutto questo, molti soffrono di fame. Il fenomeno si può spiegare partendo dalle difficoltà e dalle sfide che ci sono; e ce ne sono tante. Ne vediamo alcune.

Inanzitutto, bisogna riconoscere che alcuni Paesi del continente africano hanno compiuto notevoli progressi nel settore agricolo. L'esempio oppure l'esperienza di uno Stato in difficoltà non possono servire per condannare tutto il continente. Le realtà variano: le mentalità dimostrano contrasti enormi e impressionanti; si rileva una grande diversità tra regimi politici; i contesti culturali e religiosi variano; nelle esperienze storiche e pure negli orientamenti economici ci sono divergenze.

Si nota pure che la questione di buon governo (bonne gouvernance) ha registrato un sensibile miglioramento e la crescita economica ha raggiunto livelli straordinari. Per quanto riguarda l'agricoltura, i paesaggi cambiano da una località all'altra, anche nello stesso Paese. Quindi, parlando dello sviluppo agricolo, non si può non prendere atto di queste divergenze. Inoltre, una generalizzazione dello status quo non ci serve molto in questo argomento.

Quali sono queste difficoltà, questi problemi e queste sfide?

Monsignor Okolo: Mancanza di priorità agricola nella politica dei governanti. Per molti governanti e responsabili politici, poi, il budget per la sicurezza nazionale occupa un posto di priorità. Quindi, conviene convincere questi a fissare un orientamento ragionevole, chiaro e di priorità nella politica di sviluppo agricolo. Quando si parla dello sviluppo agricolo, si parla certamente della maniera di riorientare il popolo africano verso lo sviluppo sostenibile attraverso l'uso della terra e lo sfruttamento responsabile della natura.

Nuova coscientizzazione e sviluppo positivo della mentalità indigena. Con i mutamenti politici degli anni Sessanta e Settanta, in alcuni Paesi africani si pensava che lo sviluppo consistesse nell'abbandonare la terra, mettersi in cravatta e pantaloni e trovarsi nell'ufficio come pubblico funzionario. Ognuno desiderava abbandonare lo stato di contadino e mostrarsi sofisticato, erudito, emancipato, educato - una certa pseudo-sofisticazione, si può dire. La tendenza era di sfuggire dalla cultura agricola; la logica era di abbandonare la terra. Quindi, molti che hanno messo piede nella scuola superiore non vogliono più ritornare a coltivare la terra. Il compito più difficile ora sarebbe quello di convincere questi giovani che l'agricoltura può essere ancora di moda.

Mezzi di produzione. Ancora oggi, quasi dappertutto nei Paesi africani, l'agricoltura si fa con gli stessi attrezzi di sessant'anni fa. Questo limita la produzione. D'altra parte, uno dei problemi dei mezzi meccanizzati è la questione spinosa della manutenzione adeguata: disponibilità dei pezzi di ricambio, capacità tecnica degli agenti locali, attenzione all'istruzione per l'uso, ecc.

Il trasporto di prodotti da una parte del Paese all'altro può risultare molto oneroso per mancanza di mezzi adeguati e di strade asfaltate. Inoltre, piove molto e l'erosione distrugge le poche strade che ci sono. Il costo di trasporto è altissimo, quando i mezzi ci sono. Altrimenti la gente percorre decine di chilometri a piedi, portando sulla testa i propri prodotti.

Strano ma vero, in alcuni casi può darsi che ci sia una mancanza di volontà di maggiore impegno da parte dei contadini. Delle volte, alcuni contadini non si rendono conto della possibilità di migliorare la loro situazione: si accontentano di rimanere come sono e soprattutto resistono a ogni sforzo verso un vero cambiamento.

Insicurezza sociale e traffico legale/illegale di armi. Fino a poco tempo fa, i Paesi europei erano i più grandi fornitori di armi leggere ai Paesi africani. Queste armi cadevano nelle mani dei ribelli. Nelle zone controllate dai ribelli, nessuna attività agricola è possibile.

Una difficoltà che s'aggiunge alle altre è quella della criminalità organizzata transnazionale, in se stessa differente dalle attività di ribellione. Essa facilita il traffico di armi, il contrabbando di risorse naturali, aumenta il pericolo del traffico e del consumo di stupefacenti, della tratta di esseri umani, riduce la capacità dello Stato di controllare il proprio territorio e di organizzare la coltura della terra.

Di che cosa hanno bisogno gli africani per realizzare una prima rivoluzione verde?

Monsignor Okolo: Forse per rivoluzione verde qui si intende la biotecnologia moderna. In quel senso, i bisogni di molti africani sono diversi. Ma se si parla di un impegno più concreto nell'agricoltura, devo dire che molti Paesi africani hanno già attivato la "rivoluzione verde", facendo prendere coscienza ai loro concittadini della realtà. Nel mio Paese d'origine, la Green Revolution era il ritornello nelle campagne politiche degli anni Ottanta. Quindi, non si può pensare che niente sia stato fatto.

Per uno sviluppo agricolo più concreto e che risponda alle esigenze di questo popolo, a parte le soluzioni alle difficoltà menzionate, si pensa alla coscientizzazione di base per sviluppare meglio le mentalità, le cooperative, le iniziative di giustizia e di pace, il rispetto della modalità dei popoli, tenendo conto dell'ambiente, del sistema di microfinanziamento, ecc.

Il lavoro di conscientizzazione non è per niente facile, a cominciare da quelli che dovrebbero essere più informati. Un piccolo esempio. Tutti sanno che la manioca contiene il cianuro, un veleno micidiale. Si sa come agisce al contatto con l'enzima umano, al momento del consumo del prodotto. In alcune parti, per la sopravvivenza, la manioca viene mangiata in abbondanza, ogni giorno - la produzione è abbondante, ma la preparazione, per togliere il cianuro è faticosa. Quindi, il pericolo c'è sempre. Convincere la gente, erudita o no, ad abbandonare la manioca per altri cibi più nutrienti (mais, millet, igname, sorgho, couscous, ecc.) è un problema non facile. Il risultato è che il cianuro distrugge lentamente il cervello di chi consuma la manioca. Blocca la capacità di autosviluppo; la persona umana rimane condannata a vivere la routine, senza saperlo.

Creare e sostenere le cooperative. In alcuni Paesi, in certe località, spuntano le associazioni cooperative, che spingono anche alla competizione dinamica. Occore rafforzare queste organizzazioni contadine e anche sostenerle con il finanziamento dello Stato. Per un popolo abituato a iniziative di famiglie e non di cooperative, non sarà facile far funzionare queste cooperative.

Dare il giusto prezzo del reddito. I prezzi dei prodotti agricoli dei Paesi africani sono fissati non dai produttori africani, ma dai terzi interessati. Si nota una grande differenza tra i prezzi pagati ai contadini produttori e i prezzi di vendita ai consumatori in Occidente. A Damara, nella Repubblica Centroafricana, 30 unità di pompelmo si vendono a circa un solo Euro. Magari i contadini sono contenti di ricevere questa cifra. Quei pompelmi, quando arrivano ai consumatori esteri, a che prezzo saranno venduti? D'altra parte, questa gente deve pagare il valore di circa sei Euro per comperarsi una camicia di seconda mano.

Rispettare le forme d'agricoltura in Africa. Certo, chi parla d'agricoltura in Africa non può riferirsi ai grandi imprenditori di terreni a vasta estensione, con trattori, impiegati, ecc. La questione dei grandi farmers esiste solo in pochi Paesi del continente. Quindi, qui si tratta di agricoltura familiare: i genitori e la loro prole che si organizzano. In più, l'impegno è stagionale e annuale: si produce per la stagione seguente. Quasi non ci sono previsioni per lunghi anni e di conseguenza non ci sono magazzini di stoccaggio, oppure mezzi di conservazione a lunga durata. Questa brevità di pianificazione crea disagi quando le intemperie si scatenano. Le aziende di famiglia sono piccolissime, l'allevamento nomade è contenuto a quanto si può controllare. È inutile cercare di cambiare subito il sistema. Anche per questa ragione il sostegno agricolo passa per il microfinanziamento.

Rimborso di credito nel sistema di microfinanziamento. La mentalità di rimborso del "credito istituzionale" è molto aliena in certe parti dell'Africa, soprattutto se tale prestito proviene dall'estero o dallo Stato. E' interessante notare che si restituiscono i prestiti personali tra amici e conoscenti, ma non quelli delle istituzioni. Questa mentalità crea dei problemi per le banche, le quali non sono disposte a finanziare progetti di famiglia senza garanzia di restituzione.

[La seconda parte dell'intervista verrà pubblicata questo mercoledì, 30 settembre]


Documenti

Videomessaggio del Papa durante il ritiro internazionale di sacerdoti ad Ars
CITTA' DEL VATICANO, martedì, 29 settembre 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il testo del videomessaggio di Benedetto XVI trasmesso questo lunedì durante il ritiro internazionale sacerdotale in corso ad Ars (Francia) fino al 3 ottobre, secondo la traduzione riportata da "L'Osservatore Romano".

* * *

Cari fratelli nel sacerdozio,

Come potete facilmente immaginare, sarei stato estremamente felice di potere essere con voi in questo ritiro sacerdotale internazionale sul tema: «La gioia del sacerdote consacrato per la salvezza del mondo». Vi state partecipando in gran numero e state beneficiando degli insegnamenti del cardinale Christoph Schönborn. Saluto cordialmente anche gli altri predicatori e il vescovo di Belley-Ars, monsignor Guy-Marie Bagnard. Devo accontentarmi di rivolgervi questo video messaggio, ma credetemi, attraverso queste poche parole è a ognuno di voi che parlo nel modo più personale possibile, poiché, come dice san Paolo: «Vi porto nel cuore... voi con me siete tutti partecipi della grazia» (Fil 1, 7).

San Giovanni Maria Vianney sottolineava il ruolo indispensabile del sacerdote quando diceva: «Un buon pastore, un pastore secondo il cuore di Dio, è questo il tesoro più grande che il buon Dio può concedere a una parrocchia, e uno dei doni più preziosi della misericordia divina» (Il curato d'Ars, Pensieri, presentato dall'abate Bernard Nodet, Desclée de Brouwer, Foi Vivante, 2000, p. 101). In questo Anno sacerdotale siamo tutti chiamati a esplorare e a riscoprire la grandezza del sacramento che ci ha configurati per sempre a Cristo Sommo Sacerdote e che ci ha tutti «consacrati nella verità» (Gv 17, 19).

Scelto fra gli uomini, il sacerdote resta uno di essi ed è chiamato a servirli donando loro la vita di Dio. È lui che «continua l'opera di redenzione sulla terra» (Nodet, p. 98). La nostra vocazione sacerdotale è un tesoro che conserviamo in vasi di creta (cfr 2 Cor 4, 7). San Paolo ha espresso felicemente l'infinita distanza che esiste fra la nostra vocazione e la povertà delle risposte che possiamo dare a Dio. Vi è, da questo punto di vista, un legame segreto che unisce l'Anno paolino e l'Anno sacerdotale. Noi udiamo ancora e conserviamo nell'intimo del nostro cuore la commovente e fiduciosa esclamazione dell'Apostolo che dice: «Quando sono debole, è allora che sono forte» (2 Cor 12, 10). La consapevolezza di questa debolezza apre all'intimità di Dio che dà forza e gioia. Più il sacerdote persevererà nell'amicizia di Dio, più continuerà l'opera del Redentore sulla terra (cfr Nodet, p. 98). Il sacerdote non è per se stesso, ma per tutti (cfr Nodet, p. 100).

È questa una delle sfide più grandi del nostro tempo. Il sacerdote, certamente uomo della Parola divina e del sacro, deve oggi più che mai essere uomo della gioia e della speranza. Agli  uomini che non possono concepire che Dio sia puro amore, egli dirà sempre che la vita vale la pena di essere vissuta e che Cristo le dà tutto il suo senso perché Egli ama gli uomini, tutti gli uomini. La religione del Curato d'Ars è una religione della felicità, non una ricerca morbosa della mortificazione, come a volte si è creduto: «La nostra felicità è troppo grande; no, no, non lo capiremo mai» (Nodet, p. 110), diceva. O ancora: «Quando siamo in cammino e vediamo un campanile, questa visione deva far battere il nostro cuore come quella della casa dove dimora il suo amato fa battere il cuore della sposa» (Ibidem). Desidero qui salutare con un affetto particolare quelli fra voi che si prendono cura di molte chiese e che si prodigano senza limiti per mantenere la vita sacramentale nelle loro diverse comunità. La riconoscenza della Chiesa verso tutti voi è immensa! Non perdetevi d'animo, ma continuate a pregare e a far pregare affinché molti giovani accettino di rispondere alla chiamata di Cristo che non smette di volere fare crescere il numero dei suoi apostoli per mietere i suoi campi.

Cari sacerdoti,  pensate anche alla grande diversità dei ministeri che esercitate al servizio della Chiesa. Pensate al gran numero di messe che avete celebrato o che celebrerete, rendendo ogni volta Cristo realmente presente sull'altare. Pensate alle innumerevoli assoluzioni che avete dato e darete, permettendo a un peccatore di lasciarsi redimere. Percepite allora la fecondità infinita del sacramento dell'Ordine. Le vostre mani, le vostre labbra, sono divenute, per un istante, le mani e le labbra di Dio. Portate Cristo in voi; siete, per grazia, entrati nella Santissima Trinità. Come diceva il santo Curato: «Se si avesse la fede, si vedrebbe Dio nascosto nel sacerdote come una luce dietro un vetro, come un vino mescolato all'acqua» (Nodet, p 97). Questa considerazione deve portare ad armonizzare le relazioni fra sacerdoti al fine di realizzare quella comunità sacerdotale alla quale invitava san Pietro (cfr 1 Pt 2, 9) per costruire il corpo di Cristo e costruirvi nell'amore (cfr Ef 4, 11-16).

Il sacerdote è l'uomo del futuro: è colui che ha preso sul serio  le parole di Paolo: «Se dunque siete risorti in Cristo, cercate le cose di lassù» (Col 3, 1). Ciò che fa sulla terra fa parte dei mezzi ordinati al Fine ultimo. La messa è quel punto unico di congiunzione fra il mezzo e il Fine, poiché ci permette già di contemplare, sotto le umili specie del pane e del vino, il Corpo e il Sangue di Colui che adoreremo per l'eternità. Le frasi semplici e intense del santo Curato sull'Eucaristia ci aiutano a percepire meglio la ricchezza di questo momento unico della giornata in cui viviamo un faccia a faccia vivificante per noi stessi e per ognuno dei fedeli. «La felicità che vi è nel dire la messa si comprenderà solo in cielo» scriveva (Nodet. p. 104). Vi incoraggio quindi a rafforzare la vostra fede e quella dei fedeli nel Sacramento che celebrate e che è la sorgente della vera gioia.  Il santo d'Ars scriveva: «Il sacerdote deve provare la stessa gioia (degli apostoli) nel vedere Nostro Signore che tiene fra le mani» (Ibidem).

Rendendo grazie per ciò che siete e ciò che fate, vi ripeto: «Niente rimpiazzerà mai il ministero dei sacerdoti nella vita della Chiesa!» (Omelia durante la messa del 13 settembre 2008 all'Esplanade des Invalides, Parigi). Testimoni viventi della potenza di Dio all'opera nella debolezza degli uomini, consacrati per la salvezza del mondo,  siete, miei cari fratelli, stati scelti da Cristo stesso al fine di essere, grazie a Lui, sale della terra e luce del mondo. Che possiate, durante questo ritiro spirituale, sperimentare in modo profondo l'Intimo Indicibile (Sant'Agostino, Confessioni, iii, 6, 11, va 13, p. 383) per essere perfettamente uniti a Cristo al fine di annunciare il suo amore attorno a voi e di essere totalmente impegnati al servizio della santificazione di tutti i membri del popolo di Dio! Affidandovi alla Vergine Maria, Madre di Cristo e dei sacerdoti,  imparto a tutti voi la mia Benedizione Apostolica.

[© Copyright 2009 - Libreria Editrice Vaticana]

 





ViviCentro (art. 19 e 21)

La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).
 
Ultima modifica di Redazione il Mar 29 Set, 2009 22:50, modificato 1 volta in totale 
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