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News dal Vaticano :: Il mondo visto da Roma - 3 Ottobre 2009
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Il mondo visto da Roma - 3 Ottobre 2009
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Sabato, 3 Ottobre 2009: Accadde Oggi    


Il mondo visto da Roma

DOCUMENTI
I Media e il Papa: un anno difficile
Introduzione di Salvatore Martinez al Convegno su don Luigi Sturzo
La generazione della speranza chiede il nostro sostegno


Documenti

I Media e il Papa: un anno difficile

ROMA, sabato, 3 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Di seguito pubblichiamo l'intevento tenuto questo venerdì dal Card. Angelo Bagnasco, Arcivescovo di Genova e Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, in occasione dell'Assemblea plenaria del Consiglio delle Conferenze Episcopali d'Europa (CCEE), in corso dal 1° al 4 ottobre a Parigi sul tema “Chiesa e Stato, venti anni dopo il crollo del Muro di Berlino”.

 * * *

Saluto e ringrazio Sua Eminenza il Cardinale Presidente e tutti i Confratelli nell’Episcopato per l’invito a illustrare questo significativo tema: “I Media e il Papa: un anno difficile”.

Si tratta di un tema complesso e assai rilevante, considerata l’importanza assunta nell’odierna società globalizzata dai mezzi di comunicazione e i rischi connessi a un loro uso distorto, soprattutto oggi che, “in modo sempre più marcato, la comunicazione sembra avere talora la pretesa non solo di rappresentare la realtà, ma di determinarla grazie al potere e alla forza di suggestione che possiede” (Benedetto XVI, Messaggio per la 42° Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, 24 gennaio 2008).

In base all’analisi dell’esperienza italiana, che offre un punto di osservazione per molti aspetti privilegiato, si può affermare che in un primo periodo la rappresentazione mediatica del pontificato di Benedetto XVI è stata nel complesso adeguata e sostanzialmente positiva.

Le perplessità di qualche commentatore, legate per lo più alla proiezione sul nuovo Pontefice degli stereotipi non sempre del tutto positivi riferiti al cardinale Ratzinger ovvero alla sua presunta scarsa capacità comunicativa, sono state ben presto superate o comunque ridimensionate da un giudizio più attento ai contenuti del magistero, e dal riconoscimento della particolare attrattiva esercitata dal Papa sulle folle nonostante il suo stile volutamente sobrio, incentrato sulla parola più che sui gesti.

Questa attrattiva è stata alimentata da alcuni grandi eventi che si sono imposti dal punto di vista mediatico, come ad esempio la visita alla sinagoga di Colonia, compiuta durante il primo viaggio in Germania, il 19 agosto 2005, oppure la visita al campo di concentramento di Auschwitz–Birkenau, compiuta in occasione del viaggio in Polonia, il 28 maggio 2006 o ancora la visita alla Moschea Blu di Istanbul, compiuta durante il viaggio in Turchia, il 30 novembre 2006, o infine la lectio magistralis all’Università di Regensburg del 12 settembre 2006.

Oltre a questi eventi di notevole impatto, l’attenzione dei media è stata catalizzata dagli interventi di Benedetto XVI sui cosiddetti “principi non negoziabili” o sulle radici cristiane dell’Europa, cha hanno suscitato un vivace dibattito nell’opinione pubblica dei principali paesi europei.

Una minore considerazione è stata invece riservata a taluni incontri densi di significato per la vita ordinaria della Chiesa, come le visite alle parrocchie di Roma, i colloqui con i gruppi e le catechesi del mercoledì, che in realtà rappresentano spesso l’occasione per un’attività di predicazione e testimonianza da parte del Papa che meriterebbe ben altro rilievo e approfondimento.

Si avverte qui il rischio, emerso già a partire dal secondo anno di pontificato e via via accentuatosi, di una rappresentazione mediatica riduttiva, che tende a sottodimensionare il Papa testimone e predicatore del Vangelo e a sovrarappresentare il Papa intellettuale e politico, a enfatizzare gli interventi ritenuti potenzialmente conflittuali, giudicati più utili a fare notizia, e a trascurare alcuni temi di fondo che rivelano le priorità del Pontificato.

Queste ben note priorità possono essere brevemente richiamate.

La prima é rappresentata da Dio stesso, dal rapporto con Lui e dalla fede in Lui tramite il Signore Gesù Cristo che lo ha rivelato a noi. In questa prospettiva si può parlare anche di una priorità “cristologica”, manifestata in particolare nel libro Gesù di Nazaret, che spinge Benedetto XVI a riaffermare con forza che Gesù Cristo è la via a Dio Padre, il nostro unico salvatore, la vera sostanza della fede cristiana.

La Chiesa deve rendere Dio presente in questo mondo e aprire agli uomini l’accesso a Dio. Questa missione si realizza anzitutto attraverso la preghiera, personale e liturgica, e richiede di avere a cuore l’unità dei credenti: sono queste, la preghiera e l’unità dei credenti, ulteriori priorità dell’attuale pontificato che coinvolgono tutti, ciascuno per la propria responsabilità.

Un’ultima priorità che pare qui opportuno richiamare riguarda la chiarificazione di un autentico concetto di libertà, necessaria per la vita della persona e per il bene della società. A questo proposito Benedetto XVI, rifiutando ogni etica e concezione riferibili a quella che ha definito come “dittatura del relativismo”, sottolinea che la libertà della persona è per sua natura relazionale e non può escludere la responsabilità verso l’altro. La libertà è tale, si può osservare, solo in relazione con il valore indisponibile di ogni vita, della pace, della giustizia, della solidarietà e di tutti i beni umani fondamentali al cui apprezzamento e rispetto essa peraltro ha bisogno di essere educata.

Se si ignora o trascura questo quadro di priorità nel quale si collocano i diversi interventi del Pontefice è difficile evitare rappresentazioni parziali e fuorvianti, critiche ideologiche e preconcette, letture volte a far dire al Papa ciò che egli con tutta evidenza non dice, fino ad alimentare persino forme di ostracismo estranee alla dialettica democratica.

Rientrano in questa tipo di deriva mediatica alcuni recenti polemiche, come ad esempio quelle conseguenti al celebre discorso di Ratisbona, al Motu proprio che consente l’uso della liturgia preconciliare, o alla remissione della scomunica ai quattro vescovi lefebvriani, o ai chiarimenti circa la natura del dialogo interreligioso, o alle considerazioni sui limiti dell’uso dei preservativi svolte nel corso del viaggio in Africa.

In tutti questi casi, una rappresentazione corretta avrebbe consentito di superare i fraintendimenti e di chiarire l’effettiva portata di interventi che, lungi dal giustificare talune aspre critiche ch si sono registrate, in realtà sviluppano coerentemente alcune linee guida del pontificato e le priorità sopra richiamate.

É stata invece preferita una lettura parziale e non di rado francamente scorretta, che induce a domandarsi se in alcune componenti della cultura e dei mezzi di informazione non si stia facendo strada un anticlericalismo interessato a nascondere il vero volto della Chiesa e a distorcere il significato del suo messaggio, così che questo risuoni come incoerente o anacronistico e la Chiesa appaia animata solo dalla volontà «di alzare muri e scavare fossati», soprattutto in materia di etica. Sarebbe questa la Chiesa dei «no», nemica dell’uomo e indifferente ai suoi bisogni, oscurantista e contraria alla razionalità scientifica.

In realtà, segnalare i rischi che la mancanza del rispetto incondizionato per l’essere umano può comportare per la dignità dell’uomo non è certamente segno né di ostilità verso la scienza né di ottusa resistenza verso il moderno; è compito della Chiesa segnalarli, la loro segnalazione è piuttosto un sintomo di sollecitudine e di amicizia: l’amico non può non segnalare un pericolo.

Il più della Chiesa è condensabile nel grande «sì» con cui risponde all’amore del Signore indicando Lui a tutti. Per questo parla principalmente di Dio e della vita eterna, destinata cioè a non finire. Parla di speranza e di felicità. Alcuni «no», che ad un certo punto la Chiesa reputa di dover dire, sono il risvolto esatto di un’etica del «sì», e ancora più a fondo di un’etica dell’amore, in nome della quale non si può, per ottenere un facile quanto effimero consenso, scambiare, a danno di chicchessia, il male per il bene.

Si vorrebbe forse da parte di taluni ambienti una Chiesa o supinamente allineata sull’opinione che si autoproclama prevalente e progressista, o semplicemente muta. Le linee di demarcazione chiare, che impongono scelte a volte laceranti per le coscienze e quasi sempre non facili, non sono certamente in sintonia con un mondo dove la relatività (o il relativismo) dell’etica e della morale sottrae la scelta alla coscienza per consegnarla in un limbo dove tutto è al di là del bene e del male.

Tuttavia, la Chiesa non può venire meno alla propria missione. Esprimere liberamente la propria fede, partecipare in nome del Vangelo al dibattito pubblico, portare serenamente il proprio contributo nella formazione degli orientamenti politico-legislativi accettando sempre le decisioni prese dalla maggioranza non può essere scambiato per una minaccia alla laicità dello Stato.

La Chiesa non vuole imporre a nessuno la propria morale “religiosa”: essa enuncia da sempre e non può non enunciare – insieme a principi tipicamente religiosi – i valori fondamentali che definiscono la persona e ne garantiscono la dignità, senza alimentare polemiche ma privilegiando sempre il metodo del confronto sereno e costruttivo e la ricerca del bene comune.

Un ruolo essenziale per la conoscenza e la diffusione di tali valori, richiamati con esemplare chiarezza dal magistero di Benedetto XVI, spetta oggi ai mezzi di comunicazione. Si può auspicare che nell’esercizio di un compito così delicato prevalgano sempre le ragioni e i criteri di una responsabilità deontologica che, se non esclude la possibilità di critiche fondate e costruttive, tuttavia trova la propria ultima verifica nella capacità di contribuire alla conoscenza e alla ricerca della verità.

Angelo Card. Bagnasco

Arcivescovo di Genova
Presidente della Conferenza Episcopale Italiana


Introduzione di Salvatore Martinez al Convegno su don Luigi Sturzo
A 150 anni dalla morte del fondatore del Partito popolare italiano

ROMA, sabato, 3 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito l'introduzione generale di Salvatore Martinez, Presidente di Rinnovamento nello Spirito Santo e della Fondazione 'Mons. Francesco Di Vincenzo', al Convegno internazionale dal titolo “Don Luigi Sturzo, uomo dello Spirito” che si è tenuto il 2 e il 3 ottobre presso il centro congressuale “Le ciminiere” di Catania, e che continuerà il 4 ottobre presso la residenza estiva della famiglia Sturzo a Caltagirone.

* * *

Carissime amiche e amici,

è un atto d’amore la nostra presenza qui.

Il sentimento di gratitudine che mi pervade è intenso, a motivo dell’affetto, dell’incoraggiamento, dell’amicizia che in tanti hanno testimoniato a questa intrapresa che si consumerà tra Catania e Caltagirone.

Il mio pensiero va alle decine e decine di amici e fratelli nella fede, al professionista come al giovane disoccupato, agli esperti sturziani come ai tecnici della Provincia, della Regione, di diversi Ministeri, che con dedizione e sacrificio da mesi preparano questo Convegno e tutte le opere che andremo ad annunziare nel segno di un’eredità sturziana ancora viva e finalmente vivibile nei luoghi storici di Caltagirone.

Non è stato facile e non lo sarà per il prosieguo. Credetemi, un lavoro enorme, sfidante, pieno di insidie e anche di malevoli disturbi, ma che sempre abbiamo avvertito e avvertiamo come uno speciale privilegio, per me un privilegio divino.

Come non ringraziare il Santo Padre per l’affetto che ci ha mostrato. Nel salutarLo, al termine dell’udienza, presentavo il nostro Convegno. Il Papa commentava come “molto importante” il rilancio della figura di don Sturzo e “prezioso” il “metodo” che abbiamo voluto porre a base del Convegno. Poi, apprendendo dell’inaugurazione del Fondo rurale degli Sturzo, grazie al lavoro dei detenuti e degli ex detenuti, e della riapertura del Palazzo Sturzo nel centro storico di Caltagirone, il Papa con viva soddisfazione affermava: “così Sturzo ritorna vivo; è questo che bisogna fare”.

E noi, umilmente, vorrei dire, ci stiamo provando! Sì, nel 50° della morte, noi vogliamo che Don Luigi torni vivo; che tornino a parlare di lui non solo i libri o le pietre degli edifici che abbiamo restaurato, ma la sua eredità spirituale scritta nel cuore delle nuove generazioni e riscritta nella coscienza sociale addormentata del nostro Paese.

Ed è confortante sapere che lo vogliamo in tanti. Siamo qui per dire che è possibile farlo, al di là di ogni steccato culturale, al di là delle appartenze, al di là dell’autonomia della Chiesa e della laicità dello Stato.

E allora, intanto, grazie alla Regione Siciliana e alla Provincia Regionale di Catania. Si sono fatti nostri compagni di cammino, testimoniandomi lealtà e amicizia, disponibili ad accettare il motto di don Luigi Sturzo: “dall’ideale al fatto”, così da sostenere tangibilmente l’organizzazione di questi giorni e le opere che nel segno di don Luigi e di mons. Mario Sturzo qualificheranno il “Polo di Eccellenza di promozione umana e della solidarietà” loro dedicato e meglio presentato nella giornata di domenica a Caltagirone.

Grazie alle tre Istituzioni sturziane che hanno partecipato attivamente alla preparazione del nostro Convegno, al Comitato Scientifico, ai sub comitati tematici, alle nostre segreterie che si sono date cura di predisporre i materiali e l’organizzazione del Convegno.

Grazie ai sovrintendenti e agli allestitori che hanno predisposto le mostre degli itinerari sturziani esposte in questo complesso fieristico, come anche a Caltagirone, nonché agli architetti che hanno recuperato gli arredi e le memorie sturziane che torneranno fruibili.

Uno speciale grazie ai familiari eredi di don Sturzo – a Gaspare, Guglielmo, Emanuela – persone a me assai care, grazie alle quali molte delle cose che andremo a presentare si sono rese possibili, dai protocolli siglati alla creazione della Fondazione “Casa Museo Sturzo”.

Il mio affetto va poi al presidente onorario della Fondazione “Istituto di promozione umana «Mons. Francesco Di Vincenzo», il Vescovo Michele Pennisi, per la passione e l’impegno che continua a contagiarmi e per lo speciale rapporto di collaborazione che tiene in vita con noi.

Nella quarta di copertina del libretto del Convegno trovate tutti i patrocini e le collaborazioni istituzionali che questa iniziativa ha meritato. Credetemi, non si tratta di una parata di stemmi; con ognuna di queste istituzioni il rapporto è stato aperto, proficuo e significato in un aiuto concreto.

Guardando poi ai relatori, ai moderatori – che anticipatamente ringrazio – se dovessi raccontare di ciascuno, dovrei intrattenerVi per qualche ora. È davvero raro trovare tanta disponibilità a condividere un disegno unitario; in molti casi venire da molto lontano per prendere la parola anche solo per qualche minuto. È questo un regalo fatto alla memoria di don Luigi, quasi un debito che in tanti hanno voluto saldare in rappresentanza dei diversi mondi che questo Convegno proverà a rileggere, per ridire – con don Luigi Sturzo – che è possibile avere fiducia nel pensiero cristiano e che nel Vangelo l’uomo può trovare ispirazione, profezia, ideali, sentimenti, vita nuova.

Grazie a mons. Crociata, in cui vediamo rappresentati tutti i Vescovi d’Italia. È nostro desiderio che la tanto osteggiata laicità cristiana, in Italia e in Europa, possa trovare nel Polo di eccellenza dedicato ai fratelli Sturzo, nella terra degli Sturzo, un nuovo incubatore di prassi educative, a partire dalle famiglie disagiate, una nuova piattaforma di laicità vissuta, prepolitica, che segnali la possibilità di far interagire le tante istanze di rinnovamento presenti nel nostro tessuto sociale e ancora inespresse o condizionate da interessi particolari o da mafie locali.

E guardando al tavolo di questa sera, grazie a due speciali figure che testimonieranno cosa significa servire un “popolo”, essere solidali con i bisogni di un popolo, dare voce alle sofferenze di un popolo. Due figure amate, note in tutto il mondo, che hanno accolto il nostro invito ad essere i primi testimoni di questo nostro disegno: il card. Angelo Comastri; il Presidente Lech Walesa.

Onorare insieme il servo di Dio don Luigi Sturzo, significa che è ancora possibile far credito alla speranza, a quella speranza creatrice che irrorò gli ideali di libertà, di carità, di giustizia sociale di don Luigi Sturzo, fare credito a quella “speranza creatrice” che Giovanni Paolo consegnò ai siciliani nei suoi tre viaggi apostolici come risorsa vitale e di rinnovamento morale, sociale e politico.

Dal suo esilio londinese, nel giugno 1938, giudicando le rivoluzioni che la storia coeva aveva drammaticamente registrato (la socialista, la nazi-fascista, la messicana), così si esprimeva nel suo scritto “The preservation of the Faith”: “Per noi, la prima, vera, unica rivoluzione fu quella del cristianesimo. Cristo portò in terra un Vangelo che ripudia qualsiasi pervertimento e oppressione umana, qualsiasi predomino del mondo sullo spirito. La vera rivoluzione comincia con una negazione spirituale del male e una spirituale affermazione del bene. In pratica ciò procede lentamente, ma è una costruzione sicura, un edificio con profonde fondamenta e perciò stabile”.

Ecco perché il Rinnovamento nello Spirito recupera in don Luigi Sturzo uno straordinario testimone di quella “evangelizzazione del sociale” alla quale Benedetto XVI ci sta fortemente richiamando, fondata sulla riaffermazione ragionevole e vitale della nostra fede e della nostra identità cristiana. Rifare il tessuto spirituale della società umana è la nostra missione in un momento storico in cui sembra sempre più evidente lo smarrimento dell’originalità cristiana.

Ben lo comprese don Luigi Sturzo, il quale individuò chiaramente le ragioni di una crisi, che allora come ora, hanno lo stesso comune denominatore: separare, contrapporre cristianesimo e umanesimo. Scriverà don Sturzo: «L'errore moderno è consistito nel separare e contrapporre Umanesimo e Cristianesimo: dell'Umanesimo si è fatto un'entità divina; della religione cristiana un affare privato, un affare di coscienza o anche una setta, una chiesuola di cui si occupano solo i preti e i bigotti. Bisogna ristabilire l'unione e la sintesi dell'umano e del cristiano; il cristiano è nel mondo secondo i valori religiosi; l'umano deve essere penetrato di Cri­stianesimo (Miscellanea londinese, vol. III).

Non c’è identità cristiana senza una fede umilmente confessata, vitalmente praticata, ma anche permanentemente perseguitata. La fede non è una teoria; è una via, quindi una prassi, meglio un insieme di buone prassi.

La nostra identità cristiana non può essere meticciata; le culture possono, ma non la fede. La fede salda la vita di un credente e la rende impenetrabile ad ogni negoziazione delle verità di Dio. Sono eterne, per questo non negoziabili. Sono divine, per questo non riducibili umanamente. Tra il nostro “essere cristiani in questo mondo” e “l’essere uomini di questo mondo” non potrà mai esserci coincidenza: ed ecco il nostro permanente soffrire, il disagio della coscienza, il prezzo del morire come cifra irriducibile dell’autenticità della fede.

Ricorre quest’anno il 90esimo dall’appello al Paese di don Luigi Sturzo, “a tutti gli uomini liberi e forti”, per la costituzione del Partito Popolare Italiano. L’appello era accompagnato da una programma in dodici punti. Vorrei qui ricordare l’ottavo:

Libertà e indipendenza della Chiesa nella piena esplicitazione del suo Magistero spirituale. Libertà e rispetto della coscienza cristiana considerata come fondamento e presidio della vita della nazione, delle libertà popolari e delle ascendenti conquiste della civiltà nel mondo.

Sono parole che risuonano oggi come una profezia. Una grande tragedia del nostro tempo, che sottende alla cosiddetta “emergenza educativa”, trova un paradigma dominante nella separazione dell’etica dalla metafisica, dell’etica dallo spirituale. Ne consegue il cambiamento della visione del reale, della percezione delle relazioni, con il risultato che si separa il senso morale dal valore dell’esistere, si perde la tensione verso le virtù, si smarrisce la passione per la conversione personale e comunitaria, per il senso del dovere, del sacrificio.

Chi pone rimedio a questi squilibri? Se non ci sveglieremo dal torpore che è sceso sulle nostre responsabilità educative, tornando a vivere in armonia con noi stessi, con le nuove generazioni, con le differenti visioni del mondo, noi renderemo la nostra terra sempre meno riflesso del cielo e l’uomo e la donna sempre meno riflesso del divino.

Ora, guardando all’insegnamento di don Luigi Sturzo, e ai principi fondamentali che ispirarono i suoi scritti e le sue battaglie sociali e politiche, io ritengo che non ci sia pericolo peggiore, per la coscienza sociale di un popolo, che l’insensibilità del popolo stesso di fronte al dilagare dell’immoralità; è paradossale che l’insensibilità al male, l’assuefazione ai mali sociali che denigrano la dignità della persona, si vadano giustificando con l’idea che sia sinonimo di modernità una vita pubblica moralmente inquinata, in cui vera libertà è autonomia da ogni legge morale o da ogni verità, in cui vera libertà è l’affermarsi del bene individuale su ogni bene oggettivo, sul bene comune.

È bene ricordare che don Luigi Sturzo aggettivava “cristiana” la nostra democrazia nel senso che “delimitava”, arginava in nome di principi saldi, eticamente validi, il dilagare dell’immoralità pubblica e privata. Affermava don Luigi: “L’aggettivo “cristiano” non indica l’idea di uno stato confessionale, né di un regime teocratico. Indica invero un principio di moralità, la morale cristiana applicata alla vita pubblica di un Paese” (in L’Italia, 3 novembre 1951).

Per Sturzo, e anche per noi, è la morale cristiana il legame, il collante tra il cielo e la terra; è la morale cristiana che autentica i rapporti di fraternità fra gli uomini, fra i popoli; perché mancano della vera nozione di moralità coloro che la concepiscono solo in modo puramente individuale e individualista, mentre essa ha sempre un carattere pubblico, collettivo, sociale. Senza una morale religiosa, senza un rimando ai valori dello Spirito, la morale razionale rimarrà solo nell’ordine materiale, umano, e presto scadrà nel calcolo, nel vantaggio immediato, nell’egoismo.

La legge morale è anzitutto una legge interiore, è quell’intima convergenza dell’animo umano verso il bene in quanto vero bene e ripugnanza al male in quanto male; le leggi, i precetti religiosi, i costumi sono solo l’espressione esteriore e dipendono dai tempi, dalla natura sociale dell’uomo. Ma l’uomo non è scindibile: l’uomo che vive con gli altri è l’uomo che vive nella sua interiorità. La falsità, la malvagità non esistono nella natura, sono solo un disordinato rapporto tra noi e la natura, un’alterazione, un’inversione di valori, un disequilibrio tra noi e il mondo esterno, fra noi stessi. È impossibile che la falsità sia buona, né che il male sia bello.

È solo dall’adesione interiore, profonda, dell’intimo dell’uomo con il vero, con il bello, con il buono che le nostre azioni, la nostra attività pubblica produrrà beni duraturi e di vero progresso umano.

La sfida, dunque, è dare cittadinanza a livello culturale, educativo, formativo, sociale, politico ad una nuova dimensione interiore, spirituale dell'uomo. Se l'umanesimo cristiano – come Sturzo ampiamente documenta – è la cultura dell'uomo integrale, ci si accorge, a volte drammaticamente, come l'uomo contemporaneo sia "l'uomo ad una dimensione", secondo la definizione di Marcuse nel 1968, o dalle tante dimensioni frammentate, isolate, ripiegate su se stesse, immagine coerente dello sgretolamento di valori e di modelli.

Nell'uomo di oggi, la mancanza di una dimensione interiore e spirituale, trascurata perché ritenuta anacronistica ed inutile, si fa percepire con nuovi segnali, con fenomeni che vanno considerati attentamente. Urge una cultura dell'interiorità, che sia autentica ricerca della verità interiore, vissuta con lucidità, consapevolezza, e senso critico.

Tale cultura non può rimanere ambito esclusivo di pochi esperti, deve trasformarsi in educazione permanente al valore degli affetti, dei sentimenti, degli ideali, delle memorie, come abbiamo in animo di fare mediante il Polo di Eccellenza Sturzo, in cui “famiglia, chiesa, cultura e lavoro” tornino ad interagire, a completarsi a determinare autentici processi di redenzione umana, di liberazione dal male, di elevazione sociale.

Don Luigi Sturzo vedeva nella superbia la radice di tutte le immoralità. Ed esortava ad un “riarmo morale” nel desiderio di spingere tutti, credenti e non credenti, a combattere tutte quelle passioni che dentro di noi causano odi, lotte, egoismi, violenze. Questo era per Sturzo il trionfo dell’amore.

Urge questo trionfo dell’amore, perché nessuno di noi è tanto alle strette, nel proprio cuore, da non potere assumere l’altro, il prossimo, il collega, il diverso come parte del proprio destino, come un’opportunità di vivere sinceramente l’umanità che ci accomuna, come una risorsa da cogliere e non come un problema da eliminare.

Nessuno di noi è tanto alle strette da non potere dare e ricevere amore!

Affermava don Luigi: “Si può essere di diverso partito, di diverso sentire, anche sostenere le proprie tesi sul terreno politico ed economico, e pure amarsi cristianamente. Perché l’amore è anzitutto giustizia ed equità, è anche eguaglianza, è anche libertà, è rispetto degli altrui diritti, è esercizio del proprio dovere, è tolleranza, è sacrificio. Tutto ciò è la sintesi della vita sociale, è la forza morale della propria abnegazione, è l’affermazione dell’interesse generale sugli interessi particolari” (Don Luigi Sturzo, Il Cittadino di Brescia, Brescia 30 agosto 1925).

Ecco cosa è e che cosa fa l’amore cristiano quando si accasa nella storia e non viene espulso come un intruso!

C’è, talvolta, tra noi, una sorta di complesso d’inferiorità dinanzi all’ineluttabile male che si accanisce sulla storia, un’inquietudine che ci assale dinanzi al tentativo corrente di privare il cristianesimo di ogni rilievo pubblico. Si vorrebbe una sorta di cristianesimo svilito, diluito, anonimo, una chiesuola in cui riparare per trovare protezione.

Ebbene, come ha scritto un celebre martire cristiano evangelico del Novecento, Dietrich Bonhoeffer, «noi cristiani dobbiamo tornare all’aria aperta; dobbiamo tornare all’aria aperta del confronto spirituale con il mondo» (in “Resistenza e Resa”).

La fede offre indicazioni concrete per la vita umana; proprio attraverso la loro morale i cristiani si differenziavano dagli altri nel mondo antico; proprio in tal modo la loro fede divenne visibile come qualcosa di nuovo, una realtà inconfondibile, attraente, contagiosa.

Per un cristiano, il bene comune nasce dalla capacità di rendere socialmente visibile il contenuto morale della fede. Finché non sapremo rimpatriare questa verità, noi continueremo a permettere la canonizzazione del relativismo etico.

Occorre un sentimento più alto perché i motivi di interesse, di orgoglio e di dominio che disintegrano la vita sociale siano repressi e contenuti, per potere sviluppare quelli di amicizia, di collaborazione e di aiuto reciproco.

Teniamo a mente queste tre parole: amicizia, collaborazione e aiuto reciproco. Erano per don Luigi la “cifra” della nostra laicità cristiana, come egli sosteneva il “metodo cristiano” applicabile in ogni tempo e in ogni situazione.

Ebbene, se guardo a questa sala, a questo Convegno, mi pare di poter sostenere che questo “metodo” ritorni possibile. Qui sono rappresentate la Chiesa, la società civile e lo Stato. Tre baluardi della nostra Democrazia al cui servizio don Luigi si pose sino al martirio.

L’Italia può contare su una società civile ricca di fermenti ideali, culturali, economici, come in nessun altro Paese al mondo: movimenti, associazioni, reti sociali sono una straordinaria forza “prepolitica” capace di riaffermare ideali e valori in modo vitale e tradurli in buone prassi. Non è questa una ricchezza trascurabile, ieri promossa da don Sturzo e oggi ribadita da Benedetto XVI, anche al G8, quando con l’enciclica “Caritas in veritate” afferma: “Volere il bene comune e adoperarsi per esso è esigenza di giustizia e di carità. È prendersi cura, da una parte, e avvalersi, dall'altra, di quel complesso di istituzioni che strutturano giuridicamente, civilmente, politicamente, culturalmente il vivere sociale”.

Nel tempo della crisi non è lecito rassegnarsi ad una sorta di “recessione dello spirito”. Non basta cercare di rimuovere le “diseguaglianze sociali” per creare una società più giusta. Nell’era della globalizzazione la sfida è non mortificare le differenze ma esaltarle nella fraternità, riconciliando gli opposti e dando nuova “soggettività sociale” a coloro che fino a ieri erano solo “oggetto” di politiche assistenziali o clientelari.

Bisogna dare slancio a nuove e concrete esperienze di “sussidiarietà orizzontale”, in cui i soggetti sociali radicati e diffusi sul territorio si aggreghino tra loro non per sostituirsi allo Stato, ma per ricucire le maglie di fiducia sociale sfibrate, provando ad occupare quegli spazi di dialogo e di sviluppo in cui lo Stato si mostra inadeguato. Sturzo proponeva il passaggio da una “economia socialista” ad una “economia sociale”, che al paternalismo centralista si sostituisse l’operosa efficienza delle reti intermedie, quei mondi vocati per talenti e missione alla costruzione del bene comune. Il suo proposito è anche il nostro.

Noi ci chiediamo come gli ideali cristiani possano determinare una cultura che ponga nel giusto equilibrio la giustizia, la misericordia, le leggi e i diritti umani, la solidarietà, in definitiva tutto ciò che ispira, fonda e rivela la nozione di “bene comune”.

E ribadiamo con don Luigi: la cifra perché questo avvenga è l’amicizia.

Ciascuno di noi è un testimone del dolore e delle speranze di un’epoca, se ne fa carico; vive su di sé l’angoscia di un mondo che non riesce più a trovare il rapporto tra le parole, i segni, le memorie, gli ideali per i quali vale la pena vivere ed essere uomini.

Serve un supplemento di passione, perché le grandi passioni sociali e civili che animavano la nostra tradizione occidentale stanno tramontando. È errato dire che ci sono negate; siamo noi che le stiamo lasciando tramontare! Ed ecco che l’amore si spegne, si scompone il dinamismo relazionale, i poveri divengono sempre più poveri, i lontani sempre più lontani. E agli uomini è tolta la possibilità stessa di esperimentare l’amore, nelle case, come nelle istituzioni; per le strade come nelle nostre chiese.

Le nostre società stanno perdendo la capacità di essere misericordiose e benevole. Abbiamo il compito di ricondurre la società ai valori morali eterni, cioè il compito di sviluppare nuovamente nel cuore degli uomini l’udito spirituale, ormai quasi spento, per risentire interiormente la voce di Dio che infonde coraggio e speranza.

Il pensiero di don Luigi Sturzo costituisce oggi la migliore via d’uscita alle continue rimozioni storiche che stanno pesantemente segnando la vita civile, sociale e morale insieme del nostro Paese, in special modo del nostro Sud d’Italia. Non è un caso che Sturzo sia stato così a lungo trascurato, archiviato anzitempo dal pensiero dominante in modo ingiustificato.

Noi crediamo che si possa, si debba ripartire da don Luigi Sturzo, da quella nozione a lui cara di “autentico umanesimo integrale”, un umanesimo che sappia coniugare e valorizzare quei “beni spirituali e sociali” ancora ampiamente disponibili alle nostre comunità, per dare dignità e soggettività all’uomo, ad ogni uomo.

Nell’enciclica “Caritas in veritate” il Santo Padre ha ribadito con forza che non sarà vero sviluppo dei popoli senza un autentico umanesimo integrale, senza un’umanità a misura d’uomo. Afferma il Papa: “Senza Dio l'uomo non sa dove andare e non riesce nemmeno a comprendere chi egli sia. L'umanesimo che esclude Dio è un umanesimo disumano. Solo un umanesimo aperto all'Assoluto può guidarci nella promozione e realizzazione di forme di vita sociale e civile — nell'ambito delle strutture, delle istituzioni, della cultura, dell'ethos — salvaguardandoci dal rischio di cadere prigionieri delle mode del momento… Lo sviluppo ha bisogno di cristiani con le braccia alzate verso Dio nel gesto della preghiera, cristiani mossi dalla consapevolezza che l'amore pieno di verità, caritas in veritate, da cui procede” (nn.78-79).

Nel tempo della crisi non è in crisi la responsabilità per il futuro dell’uomo. Il Papa è chirao: non ci saranno sviluppo plenario e bene comune e universale senza l’elevazione spirituale dell’uomo, senza un impegno per il rinnovamento dei cuori, delle menti, delle volontà, dell’agire umano nella direzione di una nuova fraternità.

Istituzioni, strutture sociali, culture hanno bisogno di un nuovo ethós, di un’etica delle virtù che segni una profonda stagione di conversione degli stili di vita sociali. Noi non vogliamo sfuggire a questa responsabilità, ecco perché siamo qui e perché da qui proseguiremo il nostro impegno.

Alla vigilia della sua morte, a tre mesi dal compimento degli 88 anni, don Luigi componeva una “Appello ai Siciliani”, una sorta di testamento spirituale di un siciliano ai siciliani. Vorrei concludere con le stesse parole che don Luigi usa alla fine di questo ultimo Appello ai Siciliani: “È vero sono un ottimista impenitente, anche di fronte ad una situazione oscura… Ma voglio andare all’altro mondo, quando Dio vorrà, con il mio ottimismo. Che potrei dire di più?”.

Voglia il Cielo che questo ottimismo della speranza contagi anche noi e continui ad ispirare i nostri lavori.


La generazione della speranza chiede il nostro sostegno

ROMA, sabato, 3 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Di seguito pubblichiamo un articolo tratto dal numero di settembre-ottobre 2009 del bimestrale Terrasanta a firma di padre David M. Jaeger ofm, delegato del Custode di Terra Santa per l'Italia, specialista in diritto canonico e da molti anni negoziatore ufficiale per la Santa Sede con il governo d’Israele.

* * *

Recentemente sono stato  commensale, a cena, di alcuni ambasciatori occidentali e di un alto funzionario dell'Organizzazione per la liberazione della Palestina, l'Olp, con incarichi nel campo degli eventuali, attesissimi  negoziati di pace con lo Stato di Israele. Al termine della cena mi sono trovato un uomo ben più felice di prima, confortato, consolato, ricaricato di speranza. La mia fiducia nella possibilità della pace è stata enormemente rafforzata dal funzionario palestinese, che si è rivelato pieno di entusiasmo e di buona volontà, e molto comprensivo nei riguardi dell'altra nazione che, in assenza di pace, si è trovata a tenere lui, i suoi famigliari e i loro vicini sotto un regime di occupazione militare da oltre quattro decenni, forse da prima della sua nascita. Di Israele egli parlava pacatamente, da profondo conoscitore dello Stato limitrofo, della sua storia, della sua politica, delle sensibilità della sua gente. Egli si rifiutava di cedere al pessimismo di altri davanti ai veri e presunti ostacoli, sostenendo invece le ragioni dell'ottimismo.

Ne sono rimasto edificato, anzi commosso. Se dopo una vita sotto occupazione militare, i sentimenti che prevalgono nel cuore dell'esponente di spicco degli occupati sono di comprensione, di buona volontà, di voglia di pace per gli occupanti, non meno che per il proprio popolo, vuol dire che la pace è più che possibile, è un imperativo al quale nessuno si debba sottrarre. Lo sapevo già, come lo sanno tutti, che lo stesso atteggiamento è condiviso da un'intera generazione di esponenti dell'Olp, cresciuti sotto l'occupazione e spesso con alle spalle anche anni trascorsi nelle carceri militari, dove si sono preoccupati d'imparare l'ebraico e di cercare di conoscere e capire i loro carcerieri, gettando così i ponti per i dialoghi più ufficiali che ne sarebbero seguiti. Incontrare e sentire di persona un appartenente a questa «generazione della speranza» me ne ha dato preziosa conferma.

Per la pace non basta però il forte desiderio ed impegno di questi esponenti dell'Olp. Si richiede che vi corrispondano passione ed impegno da parte di altri interessati alle sorti del rapporto israeliano-palestinese e quindi alle sorti della Terra Santa, patria di entrambe le nazioni. In particolare si richiede l'impegno fattivo degli amici di tutti e due i popoli, in Europa, nelle Americhe e altrove. Si richiede che all'interminabile «processo di pace» divenuto sembra un'intera industria autoreferenziale, si sostituisca uno sforzo ordinato e mirato di ultimare i trattati di pace, di riesumarne le tante bozze dai cassetti, di limarle appropriatamente, di farle firmare, e poi di accompagnarne la messa in pratica, che non potrà che essere prudentemente graduale, pur con gli obiettivi ben definiti. Mai come ora le circostanze sono state più propizie. Gli inutili ritardi invece si preannunciano estremamente pericolosi. In Israele, il ricordo degli anni di intenso terrorismo di matrice islamica nella prima metà del decennio continua ad alimentare sfiducia e timori. Tra i palestinesi, più si rinvia la sospirata libertà più si rinforzano le minacce dell'estremismo islamista indebolendo la guida dell'Olp «nazionale» e laico rappresentato dal mio interlocutore, che nella Striscia di Gaza non ha retto, e che non si può garantire possa continuare a prevalere nella Cisgiordania. Gli estremisti dicono che il «pacifismo» dell'Olp è fallito: priviamoli di questo argomento.

Certo è che la pace israelo-palestinese non si potrà avere da sola, non stabilmente e compiutamente, e che si richiede sempre un più vasto contesto regionale con molteplici appoggi internazionali. Precisamente a tale impresa si è dato inizio nella Conferenza di pace di Madrid del 1991. È tempo di darle seguito.

 





ViviCentro (art. 19 e 21)

La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).
 
Ultima modifica di Redazione il Mer 07 Ott, 2009 21:01, modificato 1 volta in totale 
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