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News dal Vaticano :: Il mondo visto da Roma - 30 Ottobre 2009
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Il mondo visto da Roma - 30 Ottobre 2009
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  Venerdì, 30 Ottobre 2009: Accadde Oggi    


Il mondo visto da Roma

 Santa Sede

    * Una società vigorosa si basa su solidi valori morali, dice il Papa
    * Benedetto XVI: volgere lo sguardo al cielo per cercare la verità
    * Il Papa chiede preghiere perché i leader mondiali salvaguardino il creato
    * Il Cardinale Murphy-O'Connor nominato membro di due Congregazioni vaticane

Notizie dal mondo

    * Campagna per la manutenzione del Cristo Redentore di Rio de Janeiro

Italia

    * I cristiani, cercatori dell’eterno, creatori di Civiltà
    * Le radici cattoliche e i santi d'Europa plasmati nell'arte
    * La fede in armonia con la ragione
    * Pressioni per far accettare il testamento biologico

Interviste

    * Holyween: festeggiare i santi piuttosto che le streghe e i demoni
    * L’integrazione tra psicologia e filosofia

Parola e vita

    * Il Convegno dei santi della vita

Documenti

    * Il Papa: Chiesa e Stato devono collaborare senza sovrapporsi
    * Benedetto XVI: scoprire il Creatore attraverso la creazione

Messaggio ai lettori

    * Il Servizio giornaliero riprenderà il 2 novembre


Santa Sede
Una società vigorosa si basa su solidi valori morali, dice il Papa
Chiede ai panamensi di lavorare per una maggiore uguaglianza sociale
CITTA' DEL VATICANO, venerdì, 30 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Ricevendo questo venerdì in udienza in Vaticano il nuovo ambasciatore di Panama presso la Santa Sede, Delia Cárdenas Christie, in occasione della presentazione delle sue Lettere credenziali, Benedetto XVI ha affermato che una società vigorosa si costruisce grazie alla "solidità dei valori morali che la sostengono, la nobilitano e le danno dignità".

Il Papa ha infatti enunciato gli "elementi insostituibili per creare un sano tessuto sociale ed edificare una società vigorosa".

In concreto, si è riferito alla "difesa di aspetti fondamentali come l'impegno per la giustizia sociale, la lotta contro la corruzione, l'operato a favore della pace, l'inviolabilità del diritto alla vita umana dal momento del suo concepimento fino alla sua morte naturale, come pure la salvaguardia della famiglia basata sul matrimonio fra un uomo e una donna".

Benedetto XVI ha sottolineato che la Chiesa contribuisce "a dare dinamismo al presente e a ravvivare l'anelito di un futuro promettente".

"Nel quadro delle rispettive competenze e del rispetto reciproco, l'operato della Chiesa che, a motivo della sua missione non si confonde con quello dello Stato, né può identificarsi con alcun programma politico, si muove in un ambito di natura religiosa e spirituale, che tende alla promozione della dignità dell'essere umano e alla tutela dei suoi diritti fondamentali", ha aggiunto.

Questa distinzione, ha tuttavia rimarcato, "non implica indifferenza o mutua ignoranza, poiché, sebbene a diverso titolo, Chiesa e Stato convergono nel bene comune degli stessi cittadini, stando al servizio della loro vocazione personale e sociale".

V centenario

Il Papa ha quindi affermato che il messaggio del Vangelo "ha svolto un ruolo fondamentale e costruttivo nella configurazione dell'identità panamense, formando parte del patrimonio spirituale e del bagaglio culturale di questa Nazione".

Come esempio di questo, ha richiamato la Bolla "Pastoralis officii debitum", con cui il 9 settembre 1513 Papa Leone X eresse canonicamente la Diocesi di Santa María La Antigua, "la prima sulla terra ferma del Continente americano".

Per commemorare il V centenario di questo avvenimento così significativo, la Chiesa a Panama sta preparando varie iniziative, che secondo il Papa "mostreranno quanto è radicata nella sua Patria la comunità ecclesiale, che non mira ad altro bene oltre a quello del popolo stesso, di cui fa parte e che ha servito e serve con fini nobili e generosità".

"Chiedo a Dio che questa ricorrenza accresca la vita cristiana di tutti gli amati figli di questa Nazione, di modo che la fede continui a essere in essa fonte ispiratrice per affrontare in modo positivo e proficuo le sfide con cui questa Repubblica deve attualmente confrontarsi", ha auspicato.

Onestà, trasparenza, professionalità e diligenza

Benedetto XVI ha voluto anche riconoscere "l'impegno che le autorità panamensi hanno ripetutamente profuso nel rafforzare le istituzioni democratiche e una vita pubblica fondata su solidi pilastri etici".

In questo senso, ha segnalato che "non bisogna lesinare sforzi per promuovere un sistema giuridico efficiente e indipendente, e bisogna agire in ogni ambito con onestà, trasparenza nella gestione comunitaria e professionalità e diligenza nella risoluzione dei problemi che riguardano i cittadini".

"Ciò favorirà lo sviluppo di una società giusta e fraterna, nella quale nessun settore della popolazione si veda dimenticato o esposto alla violenza e alla emarginazione".

Allo stesso modo, ha sottolineato "il prezioso ruolo che Panama sta svolgendo per la stabilità politica dell'area centroamericana, in momenti come quello attuale in cui la congiuntura mette in evidenza come un progresso consistente e armonioso della comunità umana non dipende unicamente dallo sviluppo economico e dalle scoperte tecnologiche".

Accordo da ratificare

Panama "mantiene relazioni bilaterali fluide e fruttuose con la Santa Sede", ha ricordato il Pontefice, augurandosi che l'accordo firmato il 1º giugno 2005 "venga prontamente ratificato e si possa così erigere una circoscrizione ecclesiastica che assista pastoralmente le Forze di Sicurezza Panamensi".

Ha infine esortato tutti i cittadini di Panama "a lavorare per una maggiore uguaglianza sociale, economica e culturale fra i diversi settori della società, di modo che, rinunciando agli interessi egoistici, rafforzando la solidarietà e conciliando le volontà, si bandisca, con le parole di Papa Paolo VI, 'lo scandalo di disuguaglianze clamorose'".


Benedetto XVI: volgere lo sguardo al cielo per cercare la verità
Udienza ai partecipanti all'Incontro promosso dalla Specola Vaticana
CITTA' DEL VATICANO, venerdì, 30 ottobre 2009 (ZENIT.org).- La celebrazione dell'Anno Internazionale dell'Astronomia invita a "considerare il progresso immenso della conoscenza scientifica nell'età moderna e, in modo particolare, a volgere il nostro sguardo al cielo con uno spirito di meraviglia, contemplazione e impegno per la ricerca della verità, ovunque essa debba essere trovata".

Benedetto XVI lo ha affermato questo venerdì mattina ricevendo in udienza i partecipanti all'Incontro promosso dalla Specola Vaticana in occasione dell'Anno Internazionale dell'Astronomia, come è stato dichiarato il 2009 dall'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Educazione, la Scienza e la Cultura (UNESCO).

Ricordando che l'Incontro coincide con l'inaugurazione dei nuovi locali della Specola Vaticana a Castel Gandolfo (cfr. ZENIT, 16 settembre 2009), il Papa ha sottolineato che la storia della Specola "è legata in modo molto concreto alla figura di Galileo, alle controversie intorno alle sue ricerche nonché al tentativo della Chiesa di ottenere una comprensione corretta e feconda del rapporto fra scienza e religione".

Per questo, il Pontefice ha colto l'occasione dell'udienza "per esprimere gratitudine non solo per gli studi accurati che hanno chiarito il preciso contesto storico della condanna di Galileo, ma anche per gli sforzi di tutti coloro che sono impegnati nel dialogo e nella riflessione costanti sulla complementarità della fede e della ragione al servizio di una comprensione integrale dell'uomo e del suo posto nell'universo".

Recuperare il senso della meraviglia

Benedetto XVI ha spiegato che uno degli obiettivi dell'Anno Internazionale dell'Astronomia è quello di "catturare nuovamente per le persone di tutto il mondo la meraviglia e lo stupore straordinari che hanno caratterizzato la grande età delle scoperte nel sedicesimo secolo".

"La nostra epoca, che è sull'orlo di scoperte scientifiche forse ancor più grandi e di più vasta portata, trarrebbe beneficio da quello stesso senso di ammirata soggezione e dal desiderio di ottenere una sintesi veramente umanistica della conoscenza che ha ispirato i padri della scienza moderna", ha osservato.

La responsabilità del futuro dell'umanità e il rispetto per la natura e per il mondo che ci circonda, infatti, richiedono "l'attenta osservazione, il giudizio critico, la pazienza e la disciplina che sono essenziali per il metodo scientifico moderno".

Allo stesso tempo, i grandi scienziati dell'età delle scoperte ricordano che "la conoscenza autentica è sempre rivolta alla sapienza, e, invece di restringere gli occhi della mente, ci invita ad alzare lo sguardo verso un più elevato regno dello spirito".

La conoscenza, ha rimarcato il Pontefice, "deve essere compresa e perseguita in tutta la sua ampiezza liberatrice".

Anche se si può "ridurre a calcoli e a esperimenti", se aspira invece "a essere sapienza, capace di orientare l'uomo alla luce dei suoi primi inizi e della sua conclusione finale", deve impegnarsi "nella ricerca della verità ultima che, pur essendo sempre al di là della nostra completa portata, è, nondimeno, la chiave della nostra felicità e della nostra libertà autentiche, la misura della nostra vera umanità e il criterio per un rapporto giusto con il mondo fisico e con i nostri fratelli e le nostre sorelle nella più grande famiglia umana".

Il Papa ha quindi espresso l'auspicio che "lo stupore e l'esultanza che intendono essere i frutti di questo Anno Internazionale dell'Astronomia condurranno oltre la contemplazione delle meraviglie del creato fino alla contemplazione del Creatore e di quell'Amore che è il motivo che sottende la sua creazione".

"In Cristo, il nuovo Adamo, riconosciamo il centro autentico dell'universo e di tutta la storia, e in Lui, il Logos incarnato, vediamo la misura colma della nostra grandeur di esseri umani, dotati di ragione e chiamati a un destino eterno", ha concluso.


Il Papa chiede preghiere perché i leader mondiali salvaguardino il creato
E per la testimonianza di pace dei credenti delle varie religioni
CITTA' DEL VATICANO, venerdì, 30 ottobre 2009 (ZENIT.org).- In questo mese di novembre, Benedetto XVI chiede preghiere perché i leader politici ed economici si impegnino a salvaguardare il creato.

E' la proposta che fa nelle intenzioni di preghiera per il mese che inizia, contenute nella lettera pontificia che il Papa ha affidato all'Apostolato della Preghiera, iniziativa seguita da circa 50 milioni di persone nei cinque continenti.

Il Vescovo di Roma presenta due intenzioni, una generale e l'altra missionaria.

L'intenzione generale per il mese di novembre è "Perché tutti gli uomini e le donne del mondo, specialmente quanti hanno responsabilità in campo politico ed economico, non vengano mai meno al loro impegno nella salvaguardia del creato".

L'intenzione missionaria recita invece: "Perché i credenti delle diverse religioni, con la testimonianza di vita e mediante un dialogo fraterno, diano una chiara dimostrazione che il nome di Dio è portatore di pace".


Il Cardinale Murphy-O'Connor nominato membro di due Congregazioni vaticane
CITTA' DEL VATICANO, venerdì, 30 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Benedetto XVI ha nominato il Cardinale Cormac Murphy-O'Connor, Arcivescovo emerito della Diocesi inglese di Westminster, membro della Congregazione per i Vescovi e della Congregazione per l'Evangelizzazione dei Popoli, ha reso noto questo venerdì la Sala Stampa della Santa Sede.

Il Cardinale Murphy-O'Connor ha 77 anni. E' stato ordinato sacerdote a Roma nel 1956. Nel 1977 ha ricevuto l'ordinazione episcopale e nel 2001 è stato creato Cardinale. Nel 2000 è stato eletto presidente della Conferenza Episcopale di Inghilterra e Galles.

Ha lavorato in vari uffici pontifici. Nel 2002 è stato nominato membro del Pontificio Consiglio per la Cultura, della Pontificia Commissione per il Patrimonio Culturale della Chiesa e del Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani.

All'inizio dello stesso anno, su invito della regina Elisabetta II d'Inghilterra, il porporato è diventato il primo membro della gerarchia cattolica dal 1860 a pronunciare un sermone a un monarca inglese.

La Santa Sede ha comunicato questo giovedì la nomina di membri del Consiglio direttivo dell'Agenzia della Santa Sede per la Valutazione e la Promozione della Qualità delle Università e Facoltà Ecclesiastiche (AVEPRO).

Le persone nominate dal Papa sono monsignor Piero Coda, Presidente dell'Associazione Teologica Italiana; padre Philippe Curbelié, Decano della Facoltà di Teologia dell'Institut Catholique di Toulouse; padre Friedrich Bechina, F.S.O., Officiale della Congregazione per l'Educazione Cattolica.

Sono stati nominati per il Consiglio anche il professor Sjur Bergan, Direttore del Dipartimento di Istruzione Superiore e Ricerca presso il Consiglio d'Europa; il professor Paolo Blasi, ex Rettore dell'Università degli Studi di Firenze; il professor Jan Sadlak, Direttore dell'European Centre for Higher Education (UNESCO-CEPES) a Bucarest; la dottoressa Annick Johnson, Direttrice della medesima Agenzia.


Notizie dal mondo
Campagna per la manutenzione del Cristo Redentore di Rio de Janeiro
Per il Guinness 2009 è la più grande statua di Cristo al mondo

RIO DE JANEIRO, venerdì, 30 ottobre 2009 (ZENIT.org).- L'Arcivescovo di Rio de Janeiro, monsignor Orani João Tempesta, ha lanciato questo martedì una campagna per raccogliere fondi per la manutenzione del Cristo Redentore, la statua simbolo della città che l'abbraccia dalla cima del monte del Corcovado, a 710 metri di altezza.

Il monumento è stato inaugurato il 12 ottobre 1931 ed è alto 38 metri.

Trasformato in Santuario nel 2006, è situato all'interno del Parco Nazionale di Tijuca e subisce le conseguenze del passaggio del tempo e dei fenomeni climatici, come venti, piogge e raggi solari.

Nel 2007 il monumento è stato incluso nella lista delle sette meraviglie del mondo moderno, eletto per votazione popolare su Internet. Nel 2009, la versione aggiornata del Guinness World Records l'ha considerato la più grande statua di Cristo al mondo.

La campagna per la sua manutenzione, intitolata “Eu sou de Cristo” (“Io sono di Cristo”), consiste nella vendita di un'immagine della statua al prezzo di 7 reais (poco meno di 3 euro) nelle 252 parrocchie dell'Arcidiocesi di Rio de Janeiro.

“E' un modo per divulgare ancor di più il Cristo Redentore”, ha affermato l'Arcivescovo. “Poniamoci sul petto l'immagine di Cristo. In un mondo che diventa sempre più pagano e non vuole più vedere immagini di Cristo in alcun luogo, vogliamo mettercela sul petto e diffondere in tutto il Brasile questo segno della nostra città, del nostro Paese e della nostra fede”.

Una recente indagine tecnica realizzata sul monumento ha constatato l'urgente necessità di lavori di protezione interna della struttura dell'immagine e della ricollocazione di parte del rivestimento esterno.


Italia
I cristiani, cercatori dell’eterno, creatori di Civiltà
Conclusioni di in convegno organizzato dalla Fondazione Russia Cristiana

di Adriano Dell’Asta*

MILANO, venerdì, 30 ottobre 2009 (ZENIT.org).- In un tribunale sovietico, all’inizio degli anni Settanta ci fu un incredibile scambio di battute tra un giovane credente e il giudice che stava per condannarlo a diversi anni di lager: «Noi cristiani vogliamo tutto il mondo». «Cosa volete, voi cristiani?». «Tutto il mondo».

Difficilmente progettando il convegno sul monachesimo che la Fondazione Russia Cristiana ha recentemente tenuto a Seriate avremmo potuto immaginare di risentire questo dialogo.

Eppure a ben pensarci questa professione di fede di un giovane laico, già sposato e padre, che sta per vedersi togliere tutto, è una perfetta descrizione della vocazione del monaco che, nella totale donazione di sé a Cristo, non perde il mondo ma lo recupera in pienezza e, anzi, non solo lo recupera, ma lo trasfigura, rendendo ogni fatto e ogni circostanza un’occasione di crescita per sé e per tutti quelli che lo circondano.

È stata questa, del resto, la storia del monachesimo, che non voleva salvare o creare una civiltà, voleva «soltanto» cercare Dio e, alla fine, ha offerto agli uomini lo spazio di una libertà e di una creatività nelle quali ancora non abbiamo smesso di produrre civiltà e cultura, vita unità e bellezza là dove sembrano attenderci ad ogni passo la divisione, la morte e il non senso.

Questa storia è stata ripercorsa dalle diverse relazioni presentate al convegno, mostrando come la fede e l’amore per Cristo abbiano sempre avuto questo esito di piena trasfigurazione della vita.

Lo si è visto innanzitutto trattando il rapporto tra fede e ragione, che oggi spesso viene presentato come conflittuale e generatore di conflitti e invece produce esattamente il contrario, poiché proprio la fede autentica, l’incontro con Cristo, il Figlio di Dio fatto uomo, rende possibile la realizzazione del desiderio di infinito che caratterizza la ragione dell’uomo e la sua sete di conoscere la realtà secondo la complessità dei suoi fattori.

La conoscenza della realtà, la pienezza della ragione, hanno sottolineato diverse relazioni, non è questione che possa essere ridotta a un semplice discorso teorico o puramente funzionale: ha a che fare con la bellezza e con la poesia che, destando uno stupore infinito, strappano le cose a una quotidianità troppo alla mano e ci impediscono di avere la pretesa di possederle fino a dominarle e a ridurle alla nostra misura; è quanto è stato mostrato attraverso la storia dell’arte, ma anche attraverso una sorprendente rilettura della lingua liturgica e dei suoi inesauribili significati, come attraverso la rivisitazione del senso del lavoro e della creatività umana, nei quali l’essenziale non è il fare, ma l’agire, quel modo d’essere che «non è solo fare qualcosa per un altro ma anche fare qualcosa con un altro».

Anche attraverso il tema del lavoro, così evidentemente legato alla tradizione monastica dell’«ora et labora», si è aperto dunque uno spazio sorprendente rispetto a chi si immagina il monaco come definito da una solitudine egoisticamente chiusa in se stessa: nel rapporto con Cristo, ogni uomo ritrova il proprio volto in una civiltà sempre più anonima e in quello che è stato chiamato il deserto delle grandi città: riscoperta di una comunione possibile che è fraternità e prima ancora paternità, nel superamento della vecchia dialettica servo-padrone e della vecchia contrapposizione tra padri e figli.

La storia del monachesimo è stata così ritrovata come la storia di un realismo ultimo, di un’esperienza nella quale la realtà viene ritrovata nella sua integralità e radicata in un’eternità che neppure le persecuzioni più dure dell’epoca sovietica hanno potuto eliminare, come è stato mostrato dalla storia del monachesimo clandestino in Unione Sovietica.

[Tutte le relazioni saranno pubblicate negli Atti che usciranno sul numero 1/2010 della rivista «La Nuova Europa»]

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*Adriano Dell’Asta è professore associato di Lingua e Letteratura Russa all’Università Cattolica di Brescia e di Milano


Le radici cattoliche e i santi d'Europa plasmati nell'arte
Mostra a Roma su “Il potere e la grazia”

di Carmen Elena Villa

ROMA, venerdì, 30 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Santi martiri e mistici, guerrieri ed eremiti, Vescovi e nobili, religiosi e laici hanno caratterizzato la storia cristiana e anche culturale e politica d'Europa.

A Palazzo Venezia a Roma si espongono fino al 10 gennaio 2010 opere che ritraggono questi grandi personaggi. Sono stati vincitori: alcuni delle più nobili battaglie contro nemici terreni, tutti di quelle – le più nobili – lotte personali contro il peccato e la tentazione.

La mostra illustra le innegabili radici cristiane d'Europa e il protagonismo e l'eroicità dei suoi santi. E' stata promossa dall'ambasciata presso la Santa Sede e dalla Pontificia Commissione per i Beni Culturali. L'ideatore e l'organizzatore è il sacerdote Alessio Geretti.

Le opere permettono di constatare il rapporto tra Stato e Chiesa, fede e cultura, potere politico e libertà religiosa, e riflettono il nesso tra le esperienze religiose e il contesto sociale e culturale che le circondava, così come l'impronta che hanno impresso nell'evangelizzazione delle rispettive Nazioni.

“Il potere e la grazia” riunisce un totale di cento opere, alcune piene di misticismo, altre che mostrano i santi che evangelizzano e prestano il loro servizio sociale.

In genere si trovano in vari musei e chiese europee. Sono state eseguite da maestri della storia dell'arte come Caravaggio, Tiziano, Van Eyck, Memling, Mantegna, Del Sarto, van Dyck, Veronese, El Greco, Guercino, Murillo, Tiepolo, Ingres.

L'esposizione è divisa in dieci sezioni per mostrare dieci volti diversi della santità. La prima, chiamata “La santità”, sottolinea la figura della donna che ha raggiunto la pienezza delle virtù: Maria.

Si può contemplare il mistero dell'Immacolata Concezione di Bartolomé Esteban Murillo, opera esposta in genere al Museo del Prado di Madrid. Anche se non ha alcuni attributi della Vergine Immacolata come la corona di stelle e il drago sotto i piedi, la Madre di Dio è circondata da angeli e teste di cherubini. Murillo ha dipinto l'opera nel 1678 per una chiesa di Siviglia, la sua città natale.

Ci sono anche opere che riflettono l'amore per il Signore fino al martirio, in santi come Paolo, Giovanni Battista e Pietro con l'opera di Luca Giordano, che ne mostra con grande realismo la crocifissione.

Nella sezione dedicata a monaci ed eremiti, si sottolinea la figura di San Benedetto da Norcia, patrono d'Europa. Il fondatore dell'Ordine Benedettino è ritratto mentre prega e medita nella grotta di Subiaco, dove trascorse tre anni in isolamento e preghiera. Oggi la sua Regola continua ad essere applicata da migliaia di figli spirituali in centinaia di monasteri nel mondo.

Spiritualità trasformata in azione

Non sono solo la preghiera e il misticismo a far parte della rappresentazione dei santi nell'arte; è anche possibile vederli in azione. Ne è un esempio l'opera che ritrae San Nicola di Ambrogio Lorenzetti, che lo ha ritratto mentre compie opere di carità nella vita quotidiana.

Allo stesso modo, l'esposizione permette di vedere la santità dei Vescovi e dei re che con la preghiera e l'azione hanno dato vita a opere apostoliche che sono riuscite a convertire interi popoli. Si va dai re magi fino a Boris e Gleb, santi ucraini figli del re Vladimir I, o all'opera “Il re San Luigi con un paggio”, dipinta da El Greco, che mostra lo spirito guerriero di questo nobile sovrano morto nel 1270.

Un'altra sezione è dedicata ai guerrieri e ai cavalieri del Signore. In un'opera appare l'apostolo Giacomo, rappresentato da Giambattista Tiepolo nella battaglia di Clavijo. A cavallo e con lo sguardo rivolto verso il cielo, l'apostolo viene mostrato in tutto il suo coraggio.

Santi emblematici

Fanno parte dell'elenco delle immagini anche le stimmate di San Francesco d'Assisi nell'opera di Jan Van Eyck, l'estasi di Santa Caterina da Siena, un nuovo modello di santità laica e femminile, e le azioni caritatevoli di San Domenico di Guzmán. Si tratta di santi che hanno cambiato la storia: Santa Caterina ha lottato per l'unità della Chiesa e la santità delle sue autorità, San Francesco ha irradiato la sua grande semplicità di cuore e la sensibilità nei confronti dei più bisognosi.

L'esposizione si conclude ricordando i patroni del continente europeo: San Benedetto da Norcia, i Santi Cirillo e Metodio, Santa Brigida di Svezia, Santa Caterina da Siena, Santa Teresa Benedetta della Croce (Edith Stein) – quest'ultima, essendo del XX secolo, è rappresentata non in un dipinto, ma nelle scene di un film che racconta la sua storia.

Diversi volti, diversi modelli di uomini e donne ai quali, secoli dopo, rende omaggio un'Europa in cui tanti uomini e tante donne vogliono essere fedeli alle radici cristiane.


La fede in armonia con la ragione
Giornata di studio al “Regina Apostolorum” sull'attualità di Sant’Anselmo d’Aosta
di Carlo Climati

ROMA, venerdì, 30 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Presso l’Ateneo Pontificio “Regina Apostolorum” si è svolta questo venerdì la Giornata di studio Sant’Anselmo d’Aosta “Doctor Magnificus”, organizzata dalla Facoltà di Filosofia e di Teologia e dal Master in Scienza e Fede dello stesso Ateneo.

All'evento sono intervenuti vari docenti di Teologia e di Filosofia, che hanno sottolineato la grande attualità del pensiero di Sant’Anselmo d’Aosta, in occasione del nono centenario della sua morte.

Nel suo saluto introduttivo padre Rafael Pascual, L.C., Decano della Facoltà di Filosofia dell’Ateneo Pontificio “Regina Apostolorum”, ha ricordato che “in qualche modo, questa giornata di studio è una continuazione ideale del convegno sull’enciclica Fides et ratio, organizzato dalla nostra Facoltà lo scorso mese di marzo, in cui vediamo proprio un esempio di quell’armonia tra la fede e la ragione nella persona di Sant’Anselmo d’Aosta”.

“La facciamo con lo stesso spirito – ha aggiunto –, in collaborazione con la Facoltà di Teologia, per promuovere il dialogo interdisciplinare e recuperare quell’unità del sapere che troviamo nella ricca tradizione dei padri della scolastica”.

Il decano ha spiegato che “per Sant’Anselmo, come per tutti i pensatori cristiani, la fede non è un ostacolo alla ragione, ma piuttosto una ‘provocazione’ e uno stimolo. La vera fede cerca di capire. Promuove la ricerca, la riflessione, la stessa filosofia. A questo riguardo è significativo che sia stata la Facoltà di Filosofia ad organizzare questa giornata di studio”.

Secondo Padre Pascual “in Sant’Anselmo vediamo idealmente la circolarità di Filosofia e Teologia tanto auspicata dalla Fides et ratio: 'il rapporto che deve opportunamente instaurarsi tra la teologia e la filosofia sarà all’insegna della circolarità' (FR, 73). Già la stessa struttura dell’enciclica, in base al binomio 'credo ut intelligam; intelligo ut credam', è un esempio di questa circolarità”.

Il sacerdote ha anche ricordato che, poche settimane fa, Papa Benedetto XVI ha dedicato la catechesi del mercoledì proprio alla figura di Sant’Anselmo, con una bella sintesi biografica in cui, fra l’altro, ha fatto notare la portata europea del teologo medievale e il suo ricco contributo in ambito speculativo e pastorale.

“Possiamo fare nostra – ha detto padre Pascual – l’esortazione con la quale il Santo Padre ha concluso le sue ricche riflessioni sul Doctor Magnificus: ‘l’amore per la verità e la costante sete di Dio, che hanno segnato l’intera esistenza di Sant’Anselmo, siano uno stimolo per ogni cristiano a ricercare senza mai stancarsi un’unione sempre più intima con Cristo, Via, Verità e Vita’”.


Pressioni per far accettare il testamento biologico
Registri comunali per dichiarazioni anticipate di trattamento

di Aldo Ciappi*

PISA, venerdì, 30 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Si sta assistendo al proliferare di delibere di vari consigli comunali, in particolare nelle aree tradizionalmente “rosse” (ma non solo), istitutive di registri pubblici atti a ricevere ed autenticare dichiarazioni anticipate di trattamento (D.A.T.), da parte di cittadini che ne facciano richiesta, da far valere nei confronti di terzi soggetti (non necessariamente medici o sanitari in genere) per il caso di sopravvenuta loro incapacità di intendere e volere.

Da ultimo, tra altri meno noti, oltre a quelli di Empoli, Pisa, Firenze, si è aggiunto anche Livorno.

Si tratta di iniziative con evidenti finalità di propaganda tipiche di certe tecniche comunicative messe in atto per creare un clima di (falsa) attesa nella popolazione ed al contempo per lanciare un messaggio alla politica nazionale affinché venga adottata una legge che, attraverso le D.A.T., consenta al disponente di esigere, se necessario anche in via autoritativa, il rispetto delle sue volontà, vergate anticipatamente, in caso di sopravvenuta sua incapacità ad esprimersi, e quindi la collaborazione attiva di altri soggetti (medico, curatore, familiari…) vincolati a darvi attuazione quand’anche esse fossero di tipo suicidario.

L’istituzione di questi registri mediante atti meramente amministrativi, in quanto tali strutturalmente privi di qualsiasi rilevanza giuridica generale, rappresenta il tentativo di forze politiche fortemente ideologizzate di condizionare il dibattito in corso impedendo quella necessaria riflessione sul tema del fine vita che riguarda da vicino tutti noi e rispetto al quale non viene fornita, da parte di esse, un’ adeguata informazione ma soltanto collaudati slogan.

Infatti, come è noto, l’attività della pubblica amministrazione non può svolgersi in contrasto con le disposizioni di legge cui resta subordinata, ragion per cui questi registri, allorché siano obiettivamente funzionali ad agevolare un’ eventuale volontà suicidaria di un soggetto, del quale si certifica con essi la relativa manifestazione, non valgono di certo ad impedire che si proceda penalmente per il reato di omicidio del consenziente (art. 579 c.p.) nei confronti di colui che a tale volontà desse attuazione.

Addirittura qualcuno potrebbe arrivare ad ipotizzare un concorso nel reato di cui trattasi o in quello di istigazione o aiuto al suicidio (art. 580 c.p.) attraverso l’introduzione di questi registri, i quali potrebbero averne agevolato la consumazione inducendo confusione tra coloro (non necessariamente dei medici) che sono chiamati dal “testatore” a dare attuazione alla suddetta volontà.

Sul piano strettamente giuridico, dunque, detti registri sono illegittimi in quanto ineriscono ad una materia sottratta al potere regolamentare della pubblica amministrazione, alla stessa stregua, peraltro, dei registri delle coppie di fatto, non regolati anch’essi dalla legge in quanto tali ma fatte oggetto di una tutela de relato, sulla falsariga di quella contemplata per la famiglia unita in matrimonio.
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*Aldo Ciappi è Presidente dell'Unione Giuristi Cattolici Italiani di Pisa


 





ViviCentro (art. 19 e 21)

La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).
 
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Interviste
Holyween: festeggiare i santi piuttosto che le streghe e i demoni
Intervista a don Andrea Brugnoli, ideatore di molte iniziative di evangelizzazione
di Antonio Gaspari

ROMA, venerdì, 30 ottobre 2009 (ZENIT.org).- A Desenzano sul Garda c’è un sacerdote di 42 anni, che dopo aver lavorato in una parrocchia del Veronese e tre anni in Vaticano, ha dato vita ad un progetto che si chiama “Sentinelle del mattino per l’evangelizzazione di strada”.

Sacerdote diocesano di Verona, don Andrea Brugnoli, dopo due lauree in filosofia, già assistente nazionale dell'Agesci (scouts), è ora responsabile della pastorale di primo annuncio per la diocesi di Verona, un incarico che svolge per tutta l’Italia e non solo.

Per coinvolgere e motivare i giovani nella riscoperta delle verità cristiane, don Andrea ha organizzato delle “cene di evangelizzazione” dette Alpha, e poi l’Happy Hour dell’evangelizzazione con le Chiese aperte fino a tarda sera, i “Baywatch” della fede in spiaggia, “le fiaccole” nelle varie diocesi, e Holyween, per conoscere, imitare e diffondere le virtù dei santi

Tra i diversi libri scritti da don Andrea uno è dedicato proprio a dare un ordine alle forme moderne di nuova evangelizzazione e si intitola “Corso base di evangelizazione di strada” (Edizioni Paoline - San Paolo, Torino 2007).

Per comprendere la realtà di questa nuova evangelizzazione, ZENIT lo ha intervistato.

Chi sono le Sentinelle del mattino?

Don Andrea Brugnoli: Sentinelle del mattino è un progetto di primo annuncio ai giovani iniziato 10 anni fa nella mia diocesi, Verona, ed ora diffuso in più di 30 diocesi in Italia e anche in Francia e nell'isola di Malta. Si propone di formare i giovani perchè siano capaci di organizzare attività straordinarie ed ordinarie di evangelizzazione dei loro coetanei. In ogni diocesi dove veniamo chiamati nasce un'equipe che si chiama "fiaccola".

A chi è venuta questa splendida idea di Holyween e perchè?

Don Andrea Brugnoli: L'idea è venuta a me, qualche anno fa, perchè credo che il mondo oggi, come dice Paolo VI, creda più ai testimoni che ai maestri. E in Italia abbiamo tante figure di testimoni, santi giovani, molti non conosciuti. Ho voluto far vedere i loro volti perchè penso che oggi la bellezza sia il linguaggio che il mondo comprende. In un mondo che esalta l'orrore e il brutto, la bellezza dei santi affascina anche i giovani d'oggi. Non si tratta, quindi, di un "anti-Halloween", ma di una proposta in positivo.

Come si fa ad aderire a Holyween?

Don Andrea Brugnoli: E' molto semplice aderire. Sul nostro sito si possono trovare i file da scaricare con le immagini dei santi. Si può anche aggiungere il logo dell'iniziativa. E poi siamo ancora in tempo per pubblicizzare Holyween invitando la gente ad appendere sul proprio balcone l'immagine di un santo e a distribuire le immagini per chi vuole. Chiediamo poi di comunicare l'esito dell'iniziativa, con delle foto, per gioire insieme nel vedere le nostre città tappezzate di volti belli!

Avete pensato di far conoscere questa vostra iniziativa ad altre associazioni, gruppi di insegnanti presenti anche all’estero?

Don Andrea Brugnoli: Il progetto Sentinelle è iniziato anche a Nizza e a Malta. Questi giovani, attraverso il nostro sito (www.sentinelledelmattino.org), tengono i contatti con noi e ne adottano le iniziative. Sappiamo che sono molti i giovani, i gruppi, le parrocchie che, anche senza dircelo, prendono dal sito il materiale e lo adottano nelle rispettive realtà. Abbiamo molte testimonianze di oratori, parrocchie, diocesi intere che hanno accolto con entusiasmo questa iniziativa. Quest'anno anche Facebook si è rivelato un mezzo efficace per la diffusione dell'idea.

Tra qualche giorno Holyween sarà superato, ma ci sembra molto interessante l’idea di ricominciare a parlare dei santi, conoscendone la storia e le virtù.  Cosa pensano di fare le Sentinelle del mattino in questo senso?

Don Andrea Brugnoli: Nei corsi di formazione all'evangelizzazione che teniamo per i giovani, cerchiamo sempre di presentare loro dei modelli di giovani santi, anche se non ancora canonizzati. Per esempio, ci è molto caro ricordare, Benedetta Bianchi Porro, morta giovane per una terribile malattia proprio qui sul lago di Garda (dov'è la nostra sede); Cassie Bernall, una ragazza americana, molto nota nelle parrocchie degli Stati Uniti, uscita da una setta satanica e divenuta una grande evangelizzatrice nella sua università, fino a morire martire nel 1999. Quest'anno, in modo particolare, la formazione che proponiamo ogni mese ai giovani prima di scendere in strada ad evangelizzare, è tutta dedicata, di volta in volta, alla conoscenza di un santo, perchè crediamo che anche questa generazione abbia sete di cose vere e cerchi modelli a cui ispirarsi.


L’integrazione tra psicologia e filosofia
Intervista con il professor Michael Pakaluk

di Genevieve Pollock


ARLINGTON, Virginia, venerdì, 30 ottobre 2009 (ZENIT.org).- In un istituto fondato solo qualche decennio fa, gli studiosi stanno cercando di porre rimedio ad un problema annoso: la frattura tra psicologia e filosofia; tra scienza e pensiero cattolico.

Michael Pakaluk è uno di questi studiosi. È docente di filosofia e insegna presso l’Institute for the Psychological Sciences, con sede ad Arlington, in Virginia (USA).

È autore di molti articoli scientifici e di diverse pubblicazioni, tra cui il volume del 1998, della serie “Clarendon Aristotle”, sui libri VIII e IX dell’Etica nicomachea, e “Aristotle’s Nicomachean Ethics: An Introduction” (Cambridge, 2005). La sua opera più recente è “The Appalling Strangeness of the Mercy of God”, ed è in fase di pubblicazione da Ignatius Press.

In questa intervista rilasciata a ZENIT, Pakaluk parla di un progetto di integrazione attualmente in corso presso l’Istituto, che unisce psicologia, filosofia e teologia in un modo sia teorico che pratico.

In cosa consiste il progetto di “integrazione” che si sta sviluppando all’Istituto di scienze psicologiche?

Pakaluk: Il progetto “Integrazione” dell’Istituto di scienze psicologiche mira semplicemente a studiare la psicologia in un contesto di armonia tra fede e ragione.

Chiaramente, questo tipo di “integrazione” può essere perseguita in qualsiasi disciplina, ma può rivelarsi maggiormente importante – e potenzialmente più proficua – in campi come quelli della filosofia e della psicologia, che trattano delle realtà fondamentali della vita umana.

Giovanni Paolo II una volta ha sottolineato, rivolgendosi a degli psichiatri, che “per la sua propria natura, il vostro lavoro spesso vi porta sulla soglia del mistero umano”.

Se a questo aggiungiamo un’ulteriore premessa, la famosa frase della Gaudium et spes che “in realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo”, ne consegue per una sorta di sillogismo che la psicologia è inevitabilmente integrativa in questo senso.

Se questo è ciò che significa “integrazione”, perché l’Istituto di scienze psicologiche di Arlington è unico nel suo genere? L’integrazione non dovrebbe essere propria di ogni programma cattolico di psicologica?

Pakaluk: Quando la gente lodava Madre Teresa definendola una “santa vivente”, lei solitamente si limitava ad insistere che stava solo facendo ciò che ogni cristiano dovrebbe fare.

Allo stesso modo, alla gente che loda l’Istituto di scienze psicologiche per la sua originalità, mi sembra corretto rispondere che noi cerchiamo solo di fare ciò che ogni Dipartimento di psicologia di un’università cattolica dovrebbe fare.

Eppure questi Dipartimenti non lo fanno. Se non mi crede, vada a vedere i siti Internet delle note e storiche università cattoliche, per vedere come i Dipartimenti di psicologia si descrivono.

Sono rimasto impressionato quando sono andato a vedere, l’altro giorno, il sito di un’università molto famosa. Anzitutto, la pagina web dava una definizione inadeguata di psicologia, come “la scienza del comportamento umano”. Poi, nelle tre pagine di descrizione del corso, non è stato possibile trovare una singola parola su Cristo, sull’uomo creato a immagine di Dio, sulla Chiesa o sulla visione cristiana della persona umana. Non una singola parola.

Poi ho controllato le biografie dei 20 o più professori del Dipartimento, in cui erano descritti i loro interessi e le loro ricerche, e – di nuovo – neanche una singola parola sulla fede cattolica.

Neanche a dire che i professori non collocavano la psicologia in un contesto interdisciplinare. Uno la collegava al multiculturalismo; un’altro all’endocrinologia; un’altro a fenomeni sociali come il femminismo; e così via. Quindi il principio per cui la psicologia debba essere integrata con altre discipline è avvalorato.

Tuttavia, a quanto sembra, la visione della persona umana che si è andata sviluppando nel pensiero cattolico non rappresenta una di quelle aree.

Un modo per capire lo spirito dell’Istituto di scienze psicologiche è il seguente. Personalmente ho conosciuto e preso parte a seminari estivi in cui gli studenti universitari e i docenti di alcune discipline accademiche si riuniscono, per una settimana o due, per discutere dei collegamenti tra la fede cattolica e la propria disciplina di studio.

Invariabilmente i partecipanti dichiarano con entusiasmo che sono state le settimane più rivitalizzanti e interessanti della loro vita, in cui sono emerse nuove idee di ogni tipo, in uno spirito di vera collaborazione creativa.

All’Istituto di scienze psicologiche noi cerchiamo di adottare di questo tipo di approccio come regola e non come rara eccezione.

Dunque l’integrazione perseguita dall’Istituto comporta una specifica visione della persona umana. Ci può dire di più al riguardo?

Pakaluk: Certamente. All’Istituto noi rigettiamo ogni sorta di riduzionismo, secondo cui l’essere umano è “null’altro che” un animale o una macchina biologica. Al contrario, noi affermiamo che l’uomo è dotato del libero arbitrio e di una particolare facoltà razionale.

Rigettiamo l’idea che gli esseri umani siano entità individualistiche e autonome, sostenendo invece – con Aristotele e gli antichi – che siamo per natura esseri relazionali e sociali.

Infine, e questa è forse la cosa più importante, rigettiamo il cartesianesimo, secondo cui il singolo essere umano è di fatto composto di due distinte sostanze, un corpo e una mente, e sosteniamo che è importante vedere sempre la persona umana come un essere incarnato.

Riteniamo che sia importane per un medico, non solo essere specializzato in determinate scienze umane – come la neurologia o l’etologia – ma anche acquisire una conoscenza della stessa natura umana, del tipo che forse oggi solo dei romanzieri d’eccellenza raggiungono, se sono veramente bravi.

A tale riguardo, Walker Percy ha scritto: “Secondo Pope, l’uomo è lo studio più adatto all’umanità. Ma si tratta di un compito arduo, soprattutto oggi, dove non esiste uno studio dell’uomo, ma centinaia di specializzazioni che studiano questo o quell’aspetto dell’uomo”.

Un risvolto dell’integrazione, quindi, è quello di arrivare a cogliere l’insieme della realtà della persona umana, a cogliere la stessa natura umana.

Questo tipo di integrazione si attua, oltre che nella teoria, anche nella pratica?

Pakaluk: Certamente, così come il cristianesimo è dogmatico ma implica anche un certo stile di vita e un certo modo di relazionarsi con gli altri.

Va sottolineato che l’approccio clinico dell’Istituto di scienze psicologiche si inserisce in questo progetto di integrazione. Lo scopo della pratica clinica è la salute mentale dell’intera persona; pertanto, l’intera persona e non solo frammenti di essa devono essere presi in considerazione.

L’integrazione porta persino ad un nuovo modo di svolgere la scienza e di metterne in pratica gli esiti. Quando io spiego “L’abolizione dell’uomo” agli studenti dell’Istituto, sottolineo il passaggio della terza lezione, in cui Lewis auspica una “nuova filosofia naturale”, che è tale per cui “quando essa spiega non finisce mai di spiegare” e “i cui seguaci non sarebbero soddisfatti delle parole solo e meramente”. Spiego inoltre agli studenti dell’Istituto che noi cerchiamo di studiare almeno una realtà naturale in questo modo.

L’Istituto di scienze psicologiche celebra quest’anno il suo decimo anniversario. Si tratta di una tappa importante, eppure l’Istituto ha una storia relativamente giovane, considerando che la psicologia esiste ormai da centinaia di anni. Perché i cattolici sono stati, a quanto pare, così lenti nell’assumersi questo lavoro di integrazione?

Pakaluk: È vero che alcuni programmi di psicologia protestanti, come è quello del Fuller Theological Seminary, parlano di “integrazione” ormai da diversi decenni. Ma è anche vero che i cattolici non sono rimastati con le mani in mano.

Ricordo che generalmente, per il mondo intellettuale, fino a non molto tempo fa, la psicologia era considerata come una branca della filosofia. La psicologia ha acquisito una sua autonomia solo attraverso lo sviluppo dei metodi empirici ad essa confacenti; e anche, curiosamente, sulla base dell’influenza del freudianesimo, secondo cui l’inconscio, proprio per la sua non-razionalità, non poteva essere oggetto della filosofia.

I pensatori cattolici non potevano accogliere la visione dell’essere umano propria del comportamentismo, che era la direzione che la psicologia empirica, sulla spinta freudiana, stava prendendo. E pertanto la visione tradizionale della psicologia come una parte della filosofia è sopravvissuta più a lungo nell’ambito cattolico.

Questa visione è stata superata, poi, quando negli anni Sessanta le università cattoliche hanno abbandonato l’impostazione tomistica come principale quadro organizzativo della conoscenza. Da allora vi è stata una “dis-integrazione” tra psicologia e filosofia – e teologia –, a cui l’Istituto di scienze psicologiche sta cercando di porre rimedio.

Lei è specializzato in filosofia classica e in particolare nell’etica aristotelica. In che modo la sua specializzazione si inserisce in ciò che l’Istituto sta cercando di portare avanti?

Pakaluk: Il collegamento tra l’etica aristotelica e la psicologia clinica può sembrare remoto. Invece, la teoria etica di Aristotele si dimostra essere altamente rilevante per la psicologia clinica.

Nella psicologia clinica si sta sviluppando un nuovo indirizzo denominato “psicologia positiva”, fondato essenzialmente su una visione delle virtù simile a quella riscontrata in Aristotele. Si sostiene che gli psicologi, a loro svantaggio, abbiano dato troppa attenzione alle malattie mentali e troppo poca alle forme della prosperità umana – le virtù – che possono costituire una sorta di difesa dalle malattie mentali.

Inoltre, la teoria aristotelica dell’amicizia risponde ad una deficienza propria della “razionalità psicologica” dell’impostazione tomistica, così come tradizionalmente insegnata. Il tomismo è eccellente nell’identificare la “costituzione” della natura umana – le sue capacità, le abitudini e le sue azioni – ma, francamente, è carente nel trattare quelle cose che sono maggiormente importanti per le malattie mentali, ovvero lo sviluppo e i rapporti umani.

Si può anche aggiungere che una forma di integrazione perseguita dall’Istituto di scienze psicologiche è quella tra l’antico e il moderno. L’Istituto tiene certamente conto della visione classica della psicologia come “studio dell’anima”.

Aristotele e San Tommaso d’Aquino rappresentano i filosofi ufficiali dell’Istituto?

Pakaluk: No, noi non abbiamo filosofi ufficiali e siamo sicuramente eclettici.

Aristotele e San Tommaso sono importanti, ma lo sono altrettanto Sant’Agostino ed Edith Stein, e incoraggiamo gli studenti a trarre ciò che possono da pensatori meno sistematici e più intuitivi come Victor Frankl, Walker Percy, e anche G.K. Chesterton.
    
In conclusione, forse il filosofo più importante per noi è Karol Wojtyla, in quanto nel suo libro “Amore e responsabilità” fornisce ciò che io ritengo essere il migliore esempio di quel tipo di approccio integrativo che noi cerchiamo di perseguire.


Parola e vita
Il Convegno dei santi della vita
XXXI Domenica del Tempo Ordinario, 1° novembre 2009
di padre Angelo del Favero*

ROMA, venerdì, 30 ottobre 2009 (ZENIT.org).-“Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:'Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. (…). Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti perseguitarono i profeti che furono prima di voi'” (Mt 5,1-12).

“Dopo queste cose vidi: ecco, una moltitudine immensa che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua. (…) Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione...” (Ap. 7,9.14).

“Carissimi, vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha conosciuto lui. Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando Egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è. Chiunque ha questa speranza in lui, purifica se stesso, come egli è puro” (1 Gv 3,1-3).

Alcuni giorni fa mi trovavo a Torino, in quell’oasi di beatitudine che è la “Piccola Casa della Divina Provvidenza” (il “Cottolengo”), per partecipare ad un Convegno sui temi della libertà e della coscienza umana. Il Convegno ha celebrato l’uomo nella sua infinita verità: essere persona che “fa immaginare” Dio, essendo da Dio creata a sua “immagine e somiglianza”, due parole simili che significano “ritratto vivo”. La persona umana è il vivente ritratto delle Tre Persone divine, riconoscibile nel “significato sponsale” di quel corpo che l’uomo è: significato che consiste nella capacità di esprimere e ricevere fecondamente l’amore. Ritratto veramente essenziale che non è deturpato da nulla di ciò che può accadere esteriormente al corpo, dal concepimento in poi: solamente il peccato ne compromette la divina bellezza.

Entrando nel Cottolengo sono passato sotto un albero imponente, dalla cui chioma dorata, solo un poco sfoltita dall’autunno, mi giungeva un “assordante” concerto di uccellini, come se ogni foglia fosse uno di essi. Fermatomi a guardare in su, non sono riuscito a vederne nemmeno uno ed ho pensato: non credo siano passeri in convegno al Convegno,..forse è uno stormo di migratori in sosta fra i rami più alti. Ma alla sera lo stormo era ancora là a dar lode a Dio con il medesimo giubilo canoro del mattino.

Allora ho pensato a queste parole del libro dell’Apocalisse: “In mezzo alla piazza della città, e da una parte e dall’altra del fiume, si trova un albero di vita che da’ frutti dodici volte all’anno, portando frutto ogni mese; le foglie dell’albero servono a guarire le nazioni”(Ap 22,2). Il simbolo dell’“albero di vita” in perenne stagione di frutti e con le foglie sempre verdi e salutari, intende qui rappresentare il Paradiso, regno eterno della felicità, della giustizia e della comunione con Dio. Tale indicibile beatitudine è la partecipazione perfetta di tutti i giusti alla Vita divina, la cui caparra terrena è già tale da far giubilare qualunque esistenza mortale. Allora, l’albero sotto cui stavo, così sonoramente brulicante di vita, mi è sembrato un messaggio meraviglioso per il nostro convegno terreno da parte del Convegno celeste di tutti i Santi, la cui gioia piena nella divina Presenza è la meta e il compimento del sentiero della vita di ogni uomo concepito.

Ma ora ci chiediamo: chi sono questi giusti nella gloria? La risposta è notissima: sono quelli descritti nel Vangelo di oggi: “Beati...Beati...Beati...perchè grande è la vostra ricompensa nei cieli”. Sì...beati loro, verrebbe da dire: beatitudine per noi rimandata perchè intanto l’identikit paradossale di Matteo ci trasferisce concretamente nei luoghi orridi della fame e della violenza, della sopraffazione omicida, della miseria materiale e morale, della malattia, della schiavitù di ogni genere…Vengono in mente Madre Teresa, l’Africa che muore di fame, i kamikaze, la Clinica della “buona morte”, i terremoti e gli uragani, gli uccisi nel grembo, gli emarginati delle nostre città…una moltitudine di vittime che oggi siamo perfettamente in grado di contare e quantificare. Li vediamo in televisione, li vediamo per strada, stanno accanto a noi, anche in casa nostra. Eppure anche di tutti costoro Gesù afferma: “Beati...Beati...Beati...”.

L’apostolo Giovanni sembra avere contato il loro numero: “centoquarantaquattromila segnati, provenienti da ogni tribù dei figli d’Israele” (Ap 7,4). Pochi, in verità, ma il numero è simbolico ed indica una platea incalcolabile; tuttavia esso sembra una valutazione in qualche modo precisa, se confrontata con “una moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù popolo e lingua..avvolti in vesti candide e tenevano rami di palma nelle loro mani” (v. 9). Da dove viene questa moltitudine? Giovanni risponde: “Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti rendendole candide nel sangue dell’Agnello” (Ap 7,14). Linguaggio indefinito: cos’è questa grande tribolazione?

“E’ il momento della netta divisione tra bene e male che vede il dibattersi ultimo e violento del male, prima del suo annientamento. E’ il tempo in cui si scevera, attraverso la purificazione, ciò che è giusto e ciò che è perverso. E’ quindi la sofferenza che salva, ma anche il giudizio che distrugge” (G. Ravasi, “Apocalisse”, p. 75). La grande tribolazione di questa immensa moltitudine è dunque il momento della verità, una verità che anzitutto riguarda l’identificazione di questa folla sterminata.

Di essa parla anche Giovanni Paolo II: “Ad essere calpestata nel diritto fondamentale alla vita è oggi una grande moltitudine di esseri umani deboli e indifesi, come sono, in particolare, i bambini non ancora nati” (Enciclica “Evangelium vitae”, n° 5). E’ qui sottinteso che “non ancora nati” significa i nove mesi di vita nel grembo, e che i bambini più numerosi sono soprattutto quelli che hanno meno di tre mesi di vita, moltissimi solo poche ore: “noi fin d’ora siamo figli di Dio” (1Gv 3,2), gridano al mondo e ad ognuno di noi.

Questo momento decisivo della storia, descritto dall’Apocalisse come “grande tribolazione”, vede il coinvolgimento materno di Colei che nel libro sacro appare quale “segno grandioso” della vittoria della Vita sulla morte (Ap 12,1s), e nello stesso tempo segno drammatico della continua minaccia satanica sulla vita (Ap 12,1-4). La grande tribolazione, poi, è proprio “la congiura contro la vita” (Evangelium vitae, n°12), tribolazione di inaudita gravità, poiché: “chi attenta alla vita dell’uomo, in qualche modo attenta a Dio stesso” (n° 9).

Scrive infatti Giovanni Paoli II: “Maria aiuta così la Chiesa a prendere coscienza che la vita è sempre al centro di una grande lotta tra il bene e il male, tra la luce e le tenebre. Il drago vuol divorare “il bambino appena nato, figura di Cristo...figura di ogni uomo, di ogni bambino, specie di ogni creatura debole e minacciata, poiché – come ricorda il Concilio – “con la sua incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo a ogni modo”.

Dicendo “con la sua incarnazione” si intende certamente “dal primo istante della sua incarnazione”, e con la precisazione “specie di ogni creatura debole e minacciata”, implicitamente si indica il medesimo momento: l’uomo appena concepito, che più di ogni altro (e più che in ogni altro momento) si trova oggi in condizioni di debolezza e di minacciata sopravvivenza. E’ dunque anzitutto contro la vita dell’uomo nel grembo, specialmente la vita nel suo inizio nascosto, che la società di oggi congiura apertamente per mezzo delle sue legali strutture di omicidio e di peccato.

La “grande tribolazione” è dunque l’offensiva mondiale, culturale e materiale, contro l’uomo non ancora nato e, in particolare, contro l’uomo appena concepito, quando non è ancora avvolto nella protezione della “culla” materna, l’endometrio. I nomi strategici di tale offensiva, in Italia sono: Legge 194, Legge 40, diritto di aborto, salute riproduttiva, diritti delle donne, fecondazione assistita, pillola “del giorno dopo”, RU-486, spirale, farmaci e mezzi vari “intercettivi” e “contragestativi”, ecc.

Le cifre delle vittime di questa guerra non sono quantificabili, poiché si tratta per lo più di omicidi clandestini, ma il loro numero è “una moltitudine immensa, che nessuno può contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua” (Ap 7,9).

Allora l’albero cinguettante del Cottolengo, con la nascosta miriade degli uccellini in festa, ben rappresenta questa moltitudine sterminata di bimbi, tutti radunati a Convegno eterno in Paradiso, santi tra i santi, foglie vive lassù dell’immenso Albero della Vita, precocemente staccate quaggiù dalla mano dell’uomo, e che Dio ha predestinato, nelle vie misteriose della sua misericordia, “a guarire le nazioni”, a far crollare “i muri di inganni e di menzogne che nascondono agli occhi di tanti nostri fratelli e sorelle la natura perversa di comportamenti e leggi ostili alla vita” (Evangelium vitae, n°100).

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* Padre Angelo del Favero, cardiologo, nel 1978 ha co-fondato uno dei primi Centri di Aiuto alla Vita nei pressi del Duomo di Trento. E' diventato carmelitano nel 1987. E' stato ordinato sacerdote nel 1991 ed è stato Consigliere spirituale nel santuario di Tombetta, vicino a Verona. Attualmente si dedica alla spiritualità della vita nel convento Carmelitano di Bolzano, presso la parrocchia Madonna del Carmine.


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Il Papa: Chiesa e Stato devono collaborare senza sovrapporsi
Riceve il nuovo ambasciatore di Panama presso la Santa Sede
CITTA' DEL VATICANO, venerdì, 30 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il testo del discorso pronunciato questo venerdì da Benedetto XVI ricevendo le Lettere credenziali del nuovo ambasciatore di Panama presso la Santa Sede, Delia Cárdenas Christie, secondo la traduzione riportata da "L'Osservatore Romano".

* * *

Signora Ambasciatore,

1. Sono lieto di riceverla in questo solenne atto in cui lei, Eccellenza, presenta le Lettere che l'accreditano come Ambasciatore Straordinario e Plenipotenziario della Repubblica di Panamá presso la Santa Sede.

La ringrazio per le cordiali parole che mi ha rivolto, e anche per il deferente saluto da parte del Presidente della Repubblica, l'Eccellentissimo Signor Ricardo Martinelli Berrocal. La prego di volergli trasmettere i miei voti migliori  per lo svolgimento della sua missione, ricordando con stima la cortesia e la cordialità da lui mostrate nel nostro recente incontro a Castel Gandolfo.

Lei, Eccellenza, è qui in rappresentanza di una Nazione che mantiene relazioni bilaterali fluide e fruttuose con la Santa Sede. La visita del Signor Presidente di Panamá, che ho menzionato prima, è una significativa dimostrazione della buona intesa esistente, già dimostrata nell'accordo firmato il 1º giugno 2005, che si spera venga prontamente ratificato e si possa così erigere una circoscrizione ecclesiastica che assista pastoralmente le Forze di Sicurezza Panamensi.

Nel quadro delle rispettive competenze e del rispetto reciproco, l'operato della Chiesa che, a motivo della sua missione non si confonde con quello dello Stato, né può identificarsi con alcun programma politico, si muove in un ambito di natura religiosa e spirituale, che tende alla promozione della dignità dell'essere umano e alla tutela dei suoi diritti fondamentali. Tuttavia, questa distinzione non implica indifferenza o mutua ignoranza, poiché, sebbene a diverso titolo, Chiesa e Stato convergono nel bene comune degli stessi cittadini, stando al servizio della loro vocazione personale e sociale (cfr. Gaudium et spes, n. 76). Allo stesso modo, le funzioni diplomatiche cercano di promuovere la grande causa dell'uomo e di far crescere la concordia fra i popoli, e per questo la Santa Sede nutre grande considerazione e stima per il compito che oggi lei, Eccellenza, inizia a svolgere.

2. L'identità del suo Paese, che si è forgiata nel corso dei  secoli come un mosaico di etnie, popoli e culture, si presenta come un segno eloquente di fronte all'intera famiglia umana del fatto che è possibile una convivenza pacifica fra persone di origine diversa, in un clima di comunione e di cooperazione. Questa pluralità umana deve essere considerata un elemento di ricchezza e un aspetto che va potenziato ogni giorno di più, nella consapevolezza che il fattore umano è il primo capitale da salvaguardare e da valorizzare (cfr. Caritas in veritate, n. 25). A tal proposito, incoraggio tutti i suoi concittadini a lavorare per una maggiore uguaglianza sociale, economica e culturale fra i diversi settori della società, di modo che, rinunciando agli interessi egoistici, rafforzando la solidarietà e conciliando le volontà, si bandisca, con le parole di Papa Paolo vi, «lo scandalo di disuguaglianze clamorose» (Populorum progressio, n. 9).

3. Il messaggio del Vangelo ha svolto un ruolo fondamentale e costruttivo nella configurazione dell'identità panamense, formando parte del patrimonio spirituale e del bagaglio culturale di questa Nazione. Una testimonianza luminosa di ciò è la Bolla Pastoralis officii debitum, con la quale, il 9 settembre 1513, Papa Leone x eresse canonicamente la diocesi di Santa María La Antigua, la prima sulla terra ferma del Continente americano. Per commemorare il v Centenario di questo evento tanto significativo, la Chiesa nel Paese sta preparando diverse iniziative, che mostreranno quanto è radicata nella sua Patria la comunità ecclesiale, che non mira ad altro bene oltre a quello del popolo stesso, di cui fa parte e che ha servito e serve con fini nobili e generosità. Chiedo a Dio che questa ricorrenza accresca la vita cristiana di tutti gli amati figli di questa Nazione, di modo che la fede continui a essere in essa fonte ispiratrice per affrontare in modo positivo e proficuo le sfide con cui  questa Repubblica deve attualmente confrontarsi.

In tal senso, è giusto riconoscere le numerose attività di promozione umana e sociale che realizzano a Panamá le diocesi, le parrocchie, le comunità religiose, le associazioni laicali e i movimenti di apostolato, contribuendo in modo decisivo a dare dinamismo al presente e a ravvivare l'anelito di un futuro promettente per la sua Patria. Particolare importanza ha la presenza della Chiesa nel campo educativo e nell'assistenza ai poveri, ai malati, ai detenuti e agli emigranti, e nella difesa di aspetti fondamentali come l'impegno per la giustizia sociale, la lotta contro la corruzione, l'operato a favore della pace, l'inviolabilità del diritto alla vita umana dal momento del suo concepimento fino alla sua morte naturale, come pure la salvaguardia della famiglia basata sul matrimonio fra un uomo e una donna. Questi sono elementi insostituibili per creare un sano tessuto sociale ed edificare una società vigorosa, proprio per la solidità dei valori morali che la sostengono, la nobilitano e le danno dignità.

In tale contesto, non posso non riconoscere l'impegno che le autorità panamensi hanno ripetutamente profuso nel rafforzare le istituzioni democratiche e una vita pubblica fondata su solidi pilastri etici. A tale riguardo, non bisogna lesinare sforzi per promuovere un sistema giuridico efficiente e indipendente, e bisogna agire in ogni ambito con onestà, trasparenza nella gestione comunitaria e professionalità e diligenza nella risoluzione dei problemi che riguardano i cittadini. Ciò favorirà lo sviluppo di una società giusta e fraterna, nella quale nessun settore della popolazione si veda dimenticato o esposto alla violenza e alla emarginazione.

4. Il momento presente invita tutti noi, le istituzioni e i responsabili del destino dei popoli, a riflettere seriamente sui fenomeni che si producono a livello internazionale e locale. È degno di menzione il prezioso ruolo che Panamá sta svolgendo per la stabilità politica dell'area centroamericana, in momenti come quello attuale in cui la congiuntura mette in evidenza come un progresso consistente e armonioso della comunità umana non dipende unicamente dallo sviluppo economico e dalle scoperte tecnologiche. Questi aspetti devono essere necessariamente completati con altri di carattere etico e spirituale, poiché una società progredisce soprattutto quando in essa abbondano persone con rettitudine interiore, condotta irreprensibile e ferma volontà di prodigarsi per il bene comune, e che, inoltre, inculchino nelle nuove generazioni un vero umanesimo, seminato nella famiglia e coltivato nella scuola, di modo che la vitalità della Nazione sia frutto della crescita integrale della persona e di tutte le persone (cfr. Caritas in veritate, nn. 61, 70).

5. Signora Ambasciatore, prima di concludere il nostro incontro, rinnovo il mio saluto e il mio benvenuto a lei, Eccellenza, e alle persone a lei care, e allo stesso tempo le auguro un lavoro fecondo, insieme con il personale di questa Missione diplomatica,  a favore del suo Paese, tanto vicino al cuore del Papa.

Con questi sentimenti, ripongo nelle mani della Santissima Vergine Maria, Nostra Signora La Antigua, le speranze e le sfide dell'amato popolo panamense, per il quale supplico dal Signore copiose benedizioni.

[© Copyright 2009 - Libreria Editrice Vaticana]


Benedetto XVI: scoprire il Creatore attraverso la creazione
Udienza del Papa all'Incontro promosso dalla Specola Vaticana
CITTA' DEL VATICANO, venerdì, 30 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il testo del discorso pronunciato questo venerdì mattina da Benedetto XVI ricevendo in udienza i partecipanti all'Incontro promosso dalla Specola Vaticana in occasione dell'Anno Internazionale dell'Astronomia.

* * *

Eminenza,

Signore e Signori,

sono lieto di salutare quest'assemblea d'insigni astronomi provenienti da tutto il mondo, che si incontrano in Vaticano per la celebrazione dell'Anno Internazionale dell'Astronomia, e ringrazio il Cardinale Giovanni Lajolo per le cordiali parole di introduzione. Questa celebrazione, che segna il quattrocentesimo anniversario delle prime osservazioni dei cieli da parte di Galileo Galilei con il telescopio, ci invita a considerare il progresso immenso della conoscenza scientifica nell'età moderna e, in modo particolare, a volgere il nostro sguardo al cielo con uno spirito di meraviglia, contemplazione e impegno per la ricerca della verità, ovunque essa debba essere trovata.

Il vostro incontro coincide anche con l'inaugurazione dei nuovi locali della Specola Vaticana a Castel Gandolfo. Come sapete, la storia della Specola è legata in modo molto concreto alla figura di Galileo, alle controversie intorno alle sue ricerche nonché al tentativo della Chiesa di ottenere una comprensione corretta e feconda del rapporto fra scienza e religione. Colgo questa occasione per esprimere gratitudine non solo per gli studi accurati che hanno chiarito il preciso contesto storico della condanna di Galileo, ma anche per gli sforzi di tutti coloro che sono impegnati nel dialogo e nella riflessione costanti sulla complementarità della fede e della ragione al servizio di una comprensione integrale dell'uomo  e del suo posto nell'universo. Sono particolarmente grato al personale della Specola nonché agli amici e ai benefattori della Fondazione della Specola Vaticana per i loro sforzi volti a promuovere la ricerca, opportunità pedagogiche e il dialogo fra la Chiesa e il mondo scientifico.

L'Anno Internazionale dell'Astronomia intende, non da ultimo, catturare nuovamente per le persone di tutto il mondo la meraviglia e lo stupore straordinari che hanno caratterizzato la grande età delle scoperte nel sedicesimo secolo. Penso, per esempio, all'esultanza degli scienziati del Collegio Romano che, proprio a pochi passi da qui, fecero osservazioni e calcoli che portarono all'adozione mondiale del calendario gregoriano. La nostra epoca, che è sull'orlo di  scoperte scientifiche forse ancor più grandi e di più vasta portata,  trarrebbe beneficio da quello stesso senso di ammirata soggezione e dal desiderio di ottenere una sintesi veramente umanistica  della conoscenza che ha ispirato i padri della scienza moderna. Chi può negare che la responsabilità del futuro dell'umanità, e, di fatto, il rispetto per la natura e per il mondo che ci circonda, richiedano, oggi più che mai, l'attenta osservazione, il giudizio critico, la pazienza e la disciplina che sono essenziali per il metodo scientifico moderno? Nello stesso tempo, i grandi scienziati dell'età delle scoperte ci ricordano anche che la conoscenza autentica è sempre rivolta alla sapienza, e, invece di restringere gli occhi della mente, ci invita ad alzare lo sguardo verso un più elevato regno dello spirito.

In breve, la conoscenza deve essere compresa e perseguita in tutta la sua ampiezza liberatrice. Essa si può certamente ridurre a calcoli e a esperimenti, ma, se aspira a essere sapienza, capace di orientare l'uomo alla luce dei suoi primi inizi e della sua conclusione finale, si deve impegnare nella ricerca della verità ultima che, pur essendo sempre al di là della nostra completa portata, è, nondimeno, la chiave della nostra felicità e della nostra libertà autentiche (cfr Gv 8, 32), la misura della nostra vera umanità e il criterio  per un rapporto giusto con il mondo fisico e con i nostri fratelli e le nostre sorelle nella più grande famiglia umana.

Cari amici, la cosmologia moderna ci ha mostrato che né noi né la terra su cui viviamo siamo il centro del nostro universo, composto da miliardi di galassie, ognuna delle quali con miriadi di stelle e pianeti. Tuttavia, mentre cerchiamo di rispondere alla sfida di quest'Anno, di alzare gli occhi al cielo per riscoprire il nostro posto nell'universo, in che modo possiamo essere catturati dalla meraviglia  espressa dal Salmista così tanto tempo fa? Infatti, contemplando il cielo stellato egli gridò con stupore a Dio: «Quando vedo i tuoi cieli, opera delle tue dita, la luna e le stelle che hai fissato, che cos'è mai l'uomo perché di lui ti ricordi, il figlio dell'uomo, perché te ne curi?» (Sal 8, 4-5). Spero che lo stupore e l'esultanza che intendono essere i frutti di questo Anno Internazionale dell'Astronomia condurranno oltre la contemplazione delle meraviglie del creato fino alla contemplazione del Creatore e di quell'Amore che è il motivo che sottende la sua creazione, l'Amore che, con le parole di Dante Alighieri, «Move il sole e l'altre stelle» (Paradiso xxxiii, 145). L'Apocalisse ci dice  che, nella pienezza dei tempi, la Parola attraverso la quale tutte le cose sono state fatte è venuta a dimorare in mezzo a noi. In Cristo,  il nuovo Adamo, riconosciamo il centro autentico dell'universo e di tutta la storia, e in Lui, il Logos incarnato, vediamo la misura colma  della nostra grandeur di esseri umani, dotati di ragione e chiamati a un destino eterno.

Cari amici, con queste riflessioni vi saluto tutti con rispetto e stima e offro i miei buoni auspici oranti per la vostra ricerca e per il vostro insegnamento. Su di voi, sulle vostre famiglie e sui vostri cari  invoco cordialmente le benedizioni di sapienza, gioia e pace di

[© Copyright 2009 - Libreria Editrice Vaticana, traduzione dall'inglese a cura de L'Osservatore Romano]


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