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News dal Vaticano :: Il mondo visto da Roma - 30 Settembre 2009
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Il mondo visto da Roma - 30 Settembre 2009
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Mercoledì, 30 Settembre 2009: Accadde Oggi  

Il mondo visto da Roma

SANTA SEDE
Benedetto XVI: l’Europa “ha bisogno di ritrovare in Dio”
La Santa Sede chiede un impegno deciso contro le armi nucleari
Auguri del Papa a Manos Unidas per il suo 50° anniversario
Il Papa nomina nuovi membri al Pontificio Consiglio per la Famiglia

SINODO SPECIALE SULL'AFRICA
La fame in Africa è innanzitutto una questione etica

NOTIZIE DAL MONDO
La risposta di Caritas Samoa all'emergenza post-tsunami
Assassinato un sacerdote in Colombia
Vescovi nigeriani: la conversione, via per la giustizia e la riconciliazione
Iraq: per i cristiani non c'è alcun posto sicuro
Cardinal Cipriani: “Apriamo un dialogo tra progresso e religione”

ITALIA
La “Caritas in veritate” suscita l’interesse del mondo

INTERVISTE
Segnali di speranza dall’Africa (II)

FORUM
Vocazione all’amore: tutti sono chiamati, ma pochi rispondono

UDIENZA DEL MERCOLEDÌ
Il Papa traccia un bilancio del viaggio nella Repubblica Ceca


Santa Sede

Benedetto XVI: l’Europa “ha bisogno di ritrovare in Dio”
In occasione dell'Udienza generale dedicata al viaggio nella Repubblica Ceca

ROMA, mercoledì, 30 settembre 2009 (ZENIT.org).- L’Europa ha bisogno di Dio e del coraggio del bene per ritrovare la speranza nel domani, ha detto questo mercoledì Benedetto XVI.

Nell’Udienza generale di stamani in piazza San Pietro, davanti a dodicimila fedeli, il Papa ha ripercorso le tappe salienti del suo recente viaggio apostolico nella Repubblica Ceca, da lui definito “una missione nel cuore dell’Europa”.

L’Europa, ha affermato il Santo Padre, “ha bisogno di ritrovare in Dio e nel suo amore il fondamento della speranza”.

L'amore di Cristo è infatti “una forza che ispira e anima le vere rivoluzioni, pacifiche e liberatrici, e che ci sostiene nei momenti di crisi, permettendo di risollevarci quando la libertà, faticosamente recuperata, rischia di smarrire se stessa, la propria verità”.

Quell'amore di Cristo, ha aggiunto, che ha iniziato “a rivelarsi nel volto di un Bambino”. Per questo, ha spiegato, la prima tappa del suo viaggio è stata nella chiesa praghese di Santa Maria della Vittoria, che custodisce la statua del “Bambino Gesù”.

“Dinanzi al Bambino di Praga ho pregato per tutti i bambini, per i genitori, per il futuro della famiglia – ha ricordato –. La vera ‘vittoria’, che oggi chiediamo a Maria, è la vittoria dell'amore e della vita nella famiglia e nella società”.

In particolare, ha richiamato le riflessioni contenute nel suo discorso al Corpo diplomatico incontrato nel Castello di Praga, nel quale ha voluto evidenziare “il legame indissolubile che sempre deve esistere tra libertà e verità”.

“Non bisogna aver paura della verità – ha detto il Papa –, perché essa è amica dell’uomo e della sua libertà; anzi, solo nella sincera ricerca del vero, del bene e del bello si può realmente offrire un futuro ai giovani di oggi e alle generazioni che verranno”.

“Chi esercita responsabilità nel campo politico ed educativo deve saper attingere dalla luce di quella verità che è il riflesso dell’eterna Sapienza del Creatore; ed è chiamato a darne testimonianza in prima persona con la propria vita”, ha aggiunto.

“Solo un serio impegno di rettitudine intellettuale e morale - ha avvertito il Papa - è degno del sacrificio di quanti hanno pagato caro il prezzo della libertà”.

Il Ponterfice ha quindi rivolto il proprio pensiero alla celebrazione dei Vespri con i sacerdoti, i religiosi, le religiose, i seminaristi e i rappresentanti dei movimenti laicali, svoltasi nella Cattedrale dei Santi Vito, Venceslao e Adalberto di Praga.

“Per le comunità dell’Europa centro-orientale questo è un momento difficile – ha sottolineato –: alle conseguenze del lungo inverno del totalitarismo ateo, si stanno sommando gli effetti nocivi di un certo secolarismo e consumismo occidentale”.

Per questo, ha detto, “ho incoraggiato tutti ad attingere energie sempre nuove dal Signore risorto, per poter essere lievito evangelico nella società” e impegnarsi in attività caritative ed educative.

Nelle due grandi Messe, a Brno e Stará Boleslav, ha affermato Benedetto XVI, il messaggio forte è stato quello della speranza fondata sulla fede in Cristo, la speranza dei Santi Cirillo e Metodio, evangelizzatori dei popoli slavi e di San Vencenslao, Patrono della Nazione Ceca, “che ebbe il coraggio di anteporre il regno dei cieli al fascino del potere terreno”.

Il Papa ha quindi ricordato l’invito rivolto ai giovani cechi “a riconoscere in Cristo l’amico più vero che soddisfa le aspirazioni più profonde del cuore umano”.

Successivamente, ha menzionato l’incontro con gli esponenti del Consiglio ecumenico delle Chiese nella Repubblica Ceca, che ha avuto luogo nell’arcivescovado di Praga.

A questo proposito, ha ribadito “lo sforzo di progredire verso una unità sempre più piena e visibile tra noi, credenti in Cristo, rende più forte ed efficace il comune impegno per la riscoperta delle radici cristiane dell’Europa”.

Infine, il Papa ha parlato del suo incontro con il mondo accademico ceco nel Castello di Praga, ricordando come proprio nelle università, a Bratislava nel 1989, con una manifestazione di studenti universitari slovacchi a favore della democrazia, prese le mosse la cosiddetta “Rivoluzione di velluto” che portò in seguito alla caduta del regime comunista nel Paese.

“A vent’anni da quello storico evento – ha detto il Pontefice –, ho riproposto l’idea della formazione umana integrale, basata sull’unità della conoscenza radicata nella verità, per contrastare una nuova dittatura, quella del relativismo abbinato al dominio della tecnica”.

Al momento dei saluti ai pellegrini italiani, Benedetto XVI ha rivolto un pensiero particolare ai partecipanti al Convegno internazionale organizzato nel 50.mo della morte di don Luigi Sturzo, che si svolgerà dal 2 al 4 ottobre prossimi a Catania e Caltagirone.

“L’esempio luminoso di questo presbitero – ha detto – e la sua testimonianza di amore, di libertà e di servizio al popolo sia stimolo e incoraggiamento per tutti i cristiani, e specialmente per quanti operano in campo sociale e politico perché diffondano, con la loro coerente testimonianza, il Vangelo e la dottrina sociale della Chiesa”.


La Santa Sede chiede un impegno deciso contro le armi nucleari
Intervento di monsignor Mamberti al Consiglio di Sicurezza ONU

di Roberta Sciamplicotti

NEW YORK, mercoledì, 30 settembre 2009 (ZENIT.org).- La Santa Sede esorta gli Stati ad “adottare decisioni e impegni chiari e decisi e a lottare per un disarmo nucleare progressivo e concertato”.

Si è fatto portavoce di questo appello monsignor Dominique Mamberti, Segretario per i Rapporti con gli Stati, che il 24 settembre è intervenuto a New York alla 6191ª sessione del Consiglio di Sicurezza, sul tema “Il disarmo e la non proliferazione nucleare”.

Secondo monsignor Mamberti, bisogna innanzitutto riconoscere che l'approccio del Consiglio di Sicurezza alla questione delle armi di distruzione di massa, “inclusi gli sforzi per prevenire la proliferazione di queste armi, è stato relativo soprattutto a Paesi o casi specifici”.

Anche se il Consiglio “ha agito fermamente contro i programmi nucleari di alcuni Stati ed è stato efficace nella sua risposta preventiva alle minacce degli attori non membri”, ha riconosciuto, “non sono stati raggiunti risultati nel formulare piani per la creazione di un sistema per la regolamentazione degli armamenti, in particolare delle armi nucleari e della loro proliferazione, come elemento necessario per mantenere la pace e la sicurezza internazionali e creare un ambiente favorevole ad assicurare il progresso umano”.

Attualmente, il Consiglio “ha un'altra grande opportunità di garantire a tutti gli Stati che non posseggono armi nucleari che non diventeranno soggetto dell'uso o della minaccia di uso di queste armi”.

Allo stesso modo, il Consiglio di Sicurezza “è incoraggiato ad avviare discussioni e a dare una guida concreta su questioni relative al disarmo nucleare e al processo di non proliferazione”, così come dovrebbe approfittare del momento attuale per “diventare un coraggioso sostenitore nella causa di raggiungere un mondo libero dalle armi nucleari e assumere un ruolo di leadership nel promuovere il sostegno a trattati multilaterali per il controllo delle armi nucleari e gli attuali sforzi per il disarmo nucleare”.

“Le armi nucleari aggrediscono la vita sul pianeta, aggrediscono il pianeta stesso, e facendo questo aggrediscono il processo del continuo sviluppo”, ha denunciato il presule. Nella loro natura, ha aggiunto, “sono non solo perniciose, ma anche completamente ingannevoli”.

Considerando che la deterrenza nucleare appartiene alla Guerra Fredda e non è più giustificabile al giorno d'oggi, la Santa Sede “sostiene fortemente la necessità di reindirizzare quelle dottrine militari che continuano a contare sulle armi nucleari come mezzo di sicurezza e di difesa o perfino come misura di potere, che hanno mostrato chiaramente di essere una tra le cause principali che impediscono un autentico disarmo nucleare e la non proliferazione”.

Per monsignor Mamberti, abbandonare queste dottrine vorrebbe dire “bloccare i test nucleari” e “affrontare seriamente le questioni relative alle armi nucleari strategiche, a quelle tattiche e ai mezzi per consegnare queste armi”.

In questo contesto, acquista una rilevanza decisiva l'entrata in vigore del Trattato sull'Interdizione Globale degli Esperimenti Nucleari (CTBT). “Il bando universale dei test inibirebbe lo sviluppo delle armi nucleari, contribuendo al disarmo nucleare e alla non proliferazione ed evitando ulteriori danni all'ambiente”.

A tale proposito, ha aggiunto, è fondamentale “fermare la produzione e il trasferimento di materiale fissile per le armi”.

Se l'era della Guerra Fredda ha gettato il mondo in “una corsa alle armi nucleari in cui il vincitore era lo Stato con gli arsenali nucleari più grandi e potenti”, il mondo di oggi “richiede una leadership coraggiosa per ridurre questi arsenali a zero”.

Perché gli Stati possano raggiungere questo obiettivo, ha aggiunto il presule, devono poter contare su “fiducia e sicurezza”.

“Le zone libere da armi nucleari sono il miglior esempio di fiducia e affermazione che la pace e la sicurezza sono possibili anche senza possedere armi nucleari”.

“Il disarmo e lo sviluppo sono interconnessi e complementari”, ha concluso monsignor Mamberti. Per questo, bisogna promuovere “il progresso della cultura della pace e il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo per il beneficio durevole di ogni individuo della famiglia umana e per le generazioni future in un mondo libero dalle armi nucleari”.


Auguri del Papa a Manos Unidas per il suo 50° anniversario
ONG spagnola che sostiene progetti in tutto il mondo

CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 30 settembre 2009 (ZENIT.org).- Benedetto XVI ha voluto salutare questo mercoledì l'organizzazione non governativa (ONG) spagnola Manos Unidas, il cui presidente, Myriam García Abrisqueta, e il Vescovo consigliere, monsignor Juan José Omella, erano in Piazza San Pietro in occasione dell'Udienza generale.

Il Pontefice ha voluto esprimere il suo apprezzamento “per il fruttuoso lavoro che la vostra istituzione ha svolto in questi anni a favore dei Paesi in via di sviluppo”.

Allo stesso modo, ha esortato i membri a “dare un nuovo impulso alla vostra vita di fede, speranza e carità, perché il vostro lavoro continui ad essere segno efficace della presenza del Signore Gesù tra i più sofferenti”.

Il presidente di Manos Unidas è stato nominato dal Papa il 21 settembre membro del Pontificio Consiglio “Cor Unum” e farà parte degli uditori del prossimo Sinodo speciale per l'Africa.

Nei suoi 50 anni di attività, Manos Unidas ha realizzato 25.000 progetti nelle cinque aree di lavoro: istruzione, sanità, agricoltura, promozione sociale e promozione della donna.

Nell'ultimo anno sono stati realizzati 774 progetti in 59 Paesi per un valore di 46.717.869,50 euro. L'Africa è stata il continente più assistito, con 305 progetti per un valore di 16.765.361,85 euro, di cui hanno beneficiato 24.721.401 persone.


Il Papa nomina nuovi membri al Pontificio Consiglio per la Famiglia
Tra loro, il Cardinale Dionigi Tettamanzi e Sua Beatitudine Fouad Twal

CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 30 settembre 2009 (ZENIT.org).- Benedetto XVI ha rinnovato i membri e i consultori del Pontificio Consiglio per la Famiglia, secondo quanto ha reso noto la Sala Stampa della Santa Sede questo mercoledì.

Tra le nuove nomine figurano quelle del Cardinale Dionigi Tettamanzi, Arcivescovo di Milano, e del Patriarca latino di Gerusalemme, Sua Beatitudine Fouad Twal.

I membri del Comitato di Presidenza sono:

- il Cardinale Dionigi Tettamanzi, Arcivescovo di Milano;

- il Cardinale Keith O'Brien, Arcivescovo di Saint Andrews and Edinburgh (Gran Bretagna);

- il Cardinale Sean Patrick O'Malley, Arcivescovo di Boston (Stati Uniti),

- il Cardinale Odilo Pedro Scherer, Arcivescovo di San Paolo (Brasile);

- Sua Beatitudine Fouad Twal, Patriarca di Gerusalemme dei Latini;

- monsignor Socrates Villegas, Arcivescovo di Lingayen-Dagupan (Filippine);

- monsignor Francisco Gil Hellín, Arcivescovo di Burgos (Spagna).

I membri sono:

- Attila e Júlia Gergely (Ungheria);

- Jaime Armando Miguel e Ligia Maria Moniz Da Fonseca (India);

- David e Mary-Joan Osatohanmwen Osunde (Nigeria);

- John e Claire Grabowski (Stati Uniti);

- Umberto Díaz Victoria e Isabel Botía Aponte (Colombia);

- Leon Botolo Magoza e Marie Valentine Kisanga Sosawe (Repubblica Democratica del Congo);

- Naser e Amira (Simaan) Shakkour (Israele);

- Tomás Melendo Granados e Lourdes Millán Alba (Spagna);

- José Luis e Verónica Villaseñor (Messico).

Sono stati nominati consultori:

- monsignor Livio Mellina (Italia), direttore del Pontificio Istituto “Giovanni Paolo II” per Studi su Matrimonio e Famiglia;

- Augusto Sarmiento (Spagna), docente della Facoltà di Teologia dell'Università di Navarra;

- Brice De Malherbe (Francia), docente dell'École Cathédrale e della Facoltà Notre-Dame di Parigi;

- Edoardo Scognamiglio OFM Conv. (Italia), Ministro Provinciale dei Frati Minori Conventuali di Napoli;

- Pierpaolo Donati (Italia), docente del dipartimento di Sociologia dell'Università di Bologna;

- Francesco Belletti (Italia), membro della Consulta Nazionale di Pastorale Familiare dell'Ufficio per la Pastorale della Famiglia della Conferenza Episcopale Italiana;

- Stefano Zamagni (Italia), docente della Facoltà di Economia dell'Università di Bologna;

- Rafael Navarro Valls (Spagna), docente di Diritto dell'Università Complutense di Madrid;

- Nicolás Jouve de la Barreda (Spagna), docente di Genetica dell'Università di Alcalá;

- Salvatore Martinez (Italia), presidente dell'Istituto di Promozione Umana "Mons. Francesco di Vincenzo";

- José de Jesús Hernández Ramos (Messico), consigliere del Doha International Institute for Family Studies and Development;

- Frank e Julie Laboda (Stati Uniti);

- Germina Namatovu Ssemogerere (Uganda), consultore del Capacity Building Programme for Ministry of Local Government Civil Service Personnel;

- Eugenia Scabini (Italia), Preside della Facoltà di Psicologia dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano;

- Teresa Stanton Collet (Stati Uniti), docente della University of St. Thomas School of Law di Minneapolis;

- Susanne Tiemann (Germania), docente di Diritto Sociale della Katholische Fachhochschule Nordrhein-Westfalen di Colonia;

- Michaela Freifrau Heereman Von Zuydtwyck (Germania), volontaria dell'Associazione Elternverein Nordrhein-Westfalen.


Sinodo speciale sull'Africa

La fame in Africa è innanzitutto una questione etica

di padre Pedro Barrajón, L.C.

ROMA, mercoledì, 30 settembre 2009 (ZENIT.org).- “Saldo nella speranza contro ogni speranza: non è una magnifica definizione del cristiano? L’Africa è chiamata alla speranza attraverso voi e in voi! Col Cristo Gesù, che ha calpestato il suolo africano, l’Africa può diventare il continente della speranza”. Con queste parole il Papa Benedetto XVI il 19 di marzo scorso presentava l’Instrumentum Laboris del Sinodo d’Africa che si terrà a Roma nel prossimo mese di ottobre. In tale contesto il Papa presentava l’Africa come continente della speranza.

Questa speranza alla quale i cristiani dell’Africa sono chiamati a testimoniare, vive in mezzo a non poche situazioni di conflitto, di povertà, di discriminazione, di abbandono, di sfruttamento e di ingiustizia dalla parte degli altri paesi più ricchi. Come sappiamo bene uno dei grossi problemi africani, che persiste tuttora malgrado molti sforzi fatti per risolverlo, è quello dell’alimentazione legato allo sviluppo dell’agricoltura. Il numero 27 della Caritas in Veritate segnala con chiarezza e acutezza questo grave problema globale: “la fame – dice il Papa - miete ancora moltissime vittime tra i tanti Lazzaro ai quali non è consentito, come aveva auspicato Paolo VI, di sedersi alla mensa del ricco epulone. Dare da mangiare agli affamati (cfr Mt 25, 35-37.42) è un imperativo etico per la Chiesa universale, che risponde agli insegnamenti di solidarietà e di condivisione del suo Fondatore, il Signore Gesù”. Benedetto XVI riprende le parole profetiche di Paolo VI la cui magna enciclica sociale Populorum Progressio vuole commemorare. E ricorda che il problema della fame è strettamente legato a quello della pace e la stabilità del pianeta.

La soluzione al grave problema della fame nel mondo non è una mera questione di tipo tecnico, scientifico o sociale e neanche dipende esclusivamente dalla scarsità materiale delle risorse ma diventa innanzitutto una questione etica, dal voler veramente uscire da schemi in cui la visione dell’interesse personale non prevalga su quella della ricerca del bene comune.

L’Enciclica Caritas in Veritate traccia delle piste di soluzione ad un problema così vasto ricordando che il tema va affrontato in una prospettiva di lungo periodo che cerchi di eliminare le cause strutturali che lo provocano. Va affrontato promuovendo lo sviluppo agricolo dei paesi più poveri. In questo senso si include la considerazione dell’uso delle “nuove frontiere che vengono aperte da un corretto impiego delle tecniche di produzione agricola tradizionali e di quelle innovative, supposto che esse siano state dopo adeguata verifica riconosciute opportune, rispettose dell'ambiente e attente alle popolazioni più svantaggiate” (Caritas in Veritate, n. 27).

Il Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa aveva già segnalato dei criteri etici per l’uso delle biotecnologie in una cornice più ampia di teologia cristiana della creazione che comporta una specifica etica dell’ambiente. Il Compendio invita gli scienziati e i tecnici che si impegnano in questo settore a “lavorare con intelligenza e perseveranza nella ricerca delle migliori soluzioni per i gravi problemi dell’alimentazione e della sanità” (Compendio, n. 477). Ma senza dimenticare che le loro attività riguardano materiali, viventi e non, appartenenti all’umanità come un patrimonio, destinato anche a generazioni future” (Ibid.). In questo senso l’Instrumentum Laboris per il prossimo sinodo africano, senza condannare le moderne biotecnologie, fa un pressante appello a “non dimenticare altri problemi che sono alla base come la mancanza di terra arabile, di acqua e di energia, di acceso al credito, di formazione agricola, di mercati locali, di infrastrutture stradali” (n. 58).

“Le nuove possibilità offerte dalle attuabili tecniche biologiche e biogenetiche suscitano, da una parte, speranze ed entusiasmi, e dall’altra allarme e ostilità” (Compendio, n. 472). Di fronte alla complessità dei problemi sociali, economici, politici, etici, la Chiesa che è in Africa si prepara a questo grande momento dello Spirito che sarà l’Assemblea Sinodale.

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*Padre Pedro Barrajón è il Rettore dell’Ateneo Pontificio “Regina Apostolorum”.


Notizie dal mondo

La risposta di Caritas Samoa all'emergenza post-tsunami
Provocato da un sisma di magnitudo tra gli 8 e gli 8,3

CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 30 settembre 2009 (ZENIT.org).- Un terremoto di magnitudo tra gli 8 e gli 8,3 nel Pacifico del Sud ha provocato uno tsunami che ha seminato morte e distruzione nelle Isole Samoa.

Il sisma si è verificato intorno alle 7 ore locali (le 20 in Italia) del 29 settembre, provocando gravissimi danni alle Isole Samoa la cui popolazione ammonta a 180 mila persone e alle Samoa Americane (territorio degli Stati Uniti con 65 mila abitanti).

A Samoa i morti accertati finora sarebbero un centinaio, mentre nelle vicine Samoa Americane si contano almeno 30 vittime.

Lo tsunami ha devastato la zona meridionale delle due isole principali di Samoa, Upolu e Savai’i. Anche se non si tratta di zone intensamente popolate, ci sono alcune comunità di pescatori e degli hotel.

Secondo la Croce Rossa a Samoa le persone colpite dallo tsunami sarebbero 15.000.

Una squadra della Caritas ha visitato una delle zone più colpite, a Upolu, aiutando i sopravvissuti a trovare un luogo sicuro dove rifugiarsi, a sgombrare il terreno dai detriti e a preparare alloggi temporanei.

Il direttore di Caritas Samoa Puletini Tuala ha affermato che la distruzione provocata dallo tsunami è “terribile”. La prima preoccupazione, ha aggiunto, è stata quella di riunire la popolazione e di portarla in un luogo situato più in alto.

La Caritas teme per i pescatori che non sono ancora ritornati nei propri villaggi.

Nell'isola di Savai’i, la scuola cattolica si è trasformata in un centro di assistenza medica per aiutare i feriti.

Caritas Samoa si sta coordinando con il Team per i Disastri Nazionali e la Croce Rossa per pianificare un coordinamento per rispondere all'emergenza, oltre a coordinare i membri Caritas della regione.

L'obiettivo principale di Caritas Samoa è ridurre il rischio di distruzione totale. Questo stesso mese, l'organizzazione aveva ospitato i membri Caritas dell'Oceania sulla costa meridionale di Upolu e parte dell'incontro era stata rappresentata da un'esercitazione per l'eventualità di uno tsunami. Il centro in cui si era svolta la riunione è stato spazzato via dalle acque.


Assassinato un sacerdote in Colombia
L'Arcivescovo di Villavicencio condanna l'omicidio di padre Óscar Cardozo

VILLAVICENCIO, mercoledì, 30 settembre 2009 (ZENIT.org).- L'Arcivescovo di Villavicencio (Colombia) ha condannato in un comunicato l'assassinio del sacerdote Óscar Cardozo, avvenuto il 27 settembre.

Il presbitero è stato trovato morto per asfissia meccanica dai fedeli che erano entrati nella casa parrocchiale preoccupati perché non si era presentato per la celebrazione di una delle Messe domenicali.

L'Arcivescovo di Villavicencio, monsignor Óscar Urbina Ortega, afferma nel comunicato datato 28 settembre che i sacerdoti, la famiglia Cardozo Ossa e la comunità cattolica di Villavicencio “lamentano e ripudiano” la morte violenta di padre Óscar Danilo Cardozo Ossa, avvenuta nella casa parrochiale di San Luigi Maria di Montfort, nel quartiere Popular, dove era parroco dal 2003.

Padre Cardozo Ossa era nato nel 1952 ed era stato ordinato sacerdote nel 1983. Aveva prestato i suoi servizi pastorali come vicerettore del seminario minore San Pio X a Restrepo, vicario cooperatore di San Giuseppe Artigiano, fondatore e parroco della Parrocchia Maria Ausiliatrice, cappellano della Colonia penale di Acacias, parroco di Nostra Signora del Perpetuo Soccorso nel quartiere la Grama, di San Giuseppe Artigiano nel quartiere Nuevo Rica e di San Luigi Maria di Montfort e delegato arcidiocesano per l'emittente e il periodico “Eco Llanero”.

“Rifiutiamo decisamente questo fatto di violenza che affligge la Chiesa cattolica con la morte di uno dei suoi ministri, che manifesta la cultura di violenza che si sta generando nella nostra regione e alla quale non sfuggono i ministri del Signore”, spiega il comunicato.

“Di fronte a questo fatto che ci rattrista profondamente – aggiunge –, affermiamo il valore inalienabile della vita perché 'ogni vita è irripetibile, ogni persona è insostituibile, ogni morte è irreversibile'. Nessuno ha il diritto sulla vita dei propri fratelli se non Dio”.

L'Arcivescovo di Villavicencio ha espresso la propria solidarietà alla famiglia del sacerdote defunto e ai fedeli e ha chiesto a tutta la comunità, nel contesto di questo Anno Sacerdotale, di “pregare per padre Óscar Danilo e allo stesso tempo di chiedere al Signore perdono e misericordia per i suoi assassini”.

“Trovando sostegno nel Signore della vita, vincitore della morte, e nel nostro dolore continueremo a difendere, amare, proteggere e celebrare la vita”, ha concluso il presule.

La Polizia del dipartimento di Meta ha offerto una ricompensa di 10 milioni di pesos (circa 4.750 dollari) a chi fornirà informazioni che permettano di catturare gli autori del crimine.


Vescovi nigeriani: la conversione, via per la giustizia e la riconciliazione
Chi dice di amare Dio ma odia il prossimo è un bugiardo, affermano

di Roberta Sciamplicotti

ROMA, mercoledì, 30 settembre 2009 (ZENIT.org).- La conversione è la via per raggiungere la giustizia e la riconciliazione e i Vescovi sono chiamati ad essere “esempi di conversione”.

E' il messaggio diffuso dal comunicato finale della seconda Assemblea Plenaria per il 2009 della Conferenza dei Vescovi Cattolici della Nigeria, svoltasi dal 7 al 12 settembre al Centro della Trasfigurazione di Kafanchan, nello Stato di Kaduna.

Il comunicato, firmato da monsignor Felix Job, presidente dei Vescovi nigeriani, e da monsignor Alfred Martins, segretario, sottolinea che conversione è necessaria perché “le nostre apparentemente incurabili malattie sociali sono sintomi di una malattia più profonda e cronica, il peccato, che ci ha resi una Nazione di gente malata e ferita”.

Per questo, “c'è un urgente bisogno di conversione a ciò che è vero, a ciò che è buono, alla giustizia, alla riconciliazione, all'amore”.

Ciò, affermano, “può essere sostenuto solo quando siamo realmente convertiti a Dio”. “Senza la forza che viene dall'alto non ci può essere autentica conversione”.

“La nostra adorazione rimarrà sempre ipocrita, una tragica contraddizione, se non ci sottometteremo a Dio dal più profondo del nostro cuore”, dichiarano i Vescovi nigeriani. “Il cuore umano deve diventare il santuario dello Spirito di Dio, così che la persona umana possa essere ricreata a immagine del Figlio di Dio”.

“Quando apriremo il nostro cuore allo Spirito Santo, la nostra adorazione sarà gradita a Dio e le nostre azioni saranno accettabili ai suoi occhi. Allora saremo giusti con Dio e con il nostro prossimo, allora la pace e la giustizia regneranno tra di noi nella nostra terra”.

No alla strumentalizzazione della religione

I Vescovi nigeriani constatano con tristezza che nel loro Paese prevale “un cultura della violenza”, come si constata da “furti, omicidi rituali, guida pericolosa per le strade, assassinii in nome della religione”.

Ricordando che la Costituzione della Repubblica Federale di Nigeria garantisce la libertà religiosa, i presuli sottolineano come alcuni nigeriani “intendano il loro diritto alla religione come diritto di perseguitare altri nigeriani di credo religioso diverso”.

“Deploriamo l'uso e l'abuso della religione per calpestare i diritti altrui”, dichiarano.

“Chi afferma di amare Dio ma odia gli altri esseri umani, perfino al punto da ucciderli, è un bugiardo – aggiungono –. Dio non ha dato a nessuno il diritto di uccidere nel suo nome, né ha autorizzato alcuno a violare la dignità di altri esseri umani”.

Corruzione e conflitti

I Vescovi sottolineano quindi la gravità del problema della corruzione, che ha reso quello nigeriano “un popolo povero che vive in una terra di enormi ricchezze”.

“Quando ingenti quantità di denaro destinate alle infrastrutture finiscono nelle tasche di poche persone, il collasso delle infrastrutture ha un impatto negativo sulle attività economiche”.

In questo contesto, denunciano, è facile che milioni di giovani nigeriani vedano il proprio Paese come un annientatore delle loro speranze, finendo per essere coinvolti in attività illecite. “La corruzione alimenta la povertà, la povertà alimenta l'insicurezza e una povertà ancor maggiore”.

Alla radice dei problemi, osservano i Vescovi, ci sono “l'assenza di un giusto rapporto tra noi e Dio e l'assenza di una giusta relazione tra di noi”. Quest'ultima, constatano, rappresenta “l'assenza della giustizia”, che a sua volta “è l'inizio dei conflitti”.

Ricordando che il Governo federale ha dichiarato l'amnestia generale per i militanti della regione del delta del Niger, i Vescovi chiedono che questo programma sia “implementato con sincerità, e con sensibilità nei confronti della giustizia e della riconciliazione”.

“Non basta tendere un ramoscello d'ulivo - spiegano -. La situazione nel delta del Niger è profondamente radicata nell'ingiustizia. E' semplicemente ingiusto impoverire la popolazione che vive sulla terra che produce la maggior parte della ricchezza della Nigeria”.

Per questo motivo, i Vescovi esortano il Governo a “mantenere la sua promessa per lo sviluppo dei popoli del delta del Niger”, chiedendo allo stesso tempo ai militanti di accettare l'amnistia.


Iraq: per i cristiani non c'è alcun posto sicuro
La violenza ha invaso anche la regione di Ninive

KÖNIGSTEIN, mercoledì, 30 settembre 2009 (ZENIT.org).- I cristiani iracheni stanno iniziando ad abbandonare l'unica zona in cui pensavano di essere al sicuro – la loro antica patria nelle pianure di Ninive.

Secondo i rapporti del clero del nord del Paese, negli ultimi mesi si è verificata un'emigrazione lenta ma costante dai villaggi e dalle città nei pressi di Mosul, dove i fedeli sono presenti fin dai primi secoli del cristianesimo.

Tutto, riferisce l'associazione caritativa internazionale Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS), avviene dopo gli avvertimenti di un altro attacco alla Chiesa atteso subito dopo le elezioni del gennaio prossimo.

Padre Bashar Warda ha affermato che i cristiani nella regione di Ninive stanno iniziando a sentirsi minacciati dalla mancanza di sicurezza che ha colpito tanti fedeli in molte altre parti dell'Iraq.

Secondo il sacerdote, anche se è difficile presentare stime precise, i villaggi totalmente cristiani della regione di Ninive perdono 30 o 40 fedeli al mese, a volte anche di più.

Questi numeri sono ancora più preoccupanti se si considera che i villaggi quasi totalmente cristiani sono il luogo in cui si sono rifugiati i fedeli che si sentivano minacciati in altre zone del Paese. Dopo l'ondata di propaganda e attacchi anticristiani a Mosul dell'anno scorso, infatti, molti si sono trasferiti nella regione di Ninive.

Padre Warda, rettore del Sdeminario maggiore di St Peter ad Ankawa, fuori Erbil, la capitale provinciale del nord curdo dell'Iraq, ha osservato che ci si attende un aumento dell'emigrazione da Ninive dopo che una famosa dottoressa è stata rapita in casa propria a Bartala, una delle più importanti città della zona.

Mahasin Bashir, ginecologa, è stata liberata questa domenica a Baashiqa, a circa 10 chilometri da Bartala. Il rapimento, secondo padre Warda, “ha avuto forti ripercussioni” nella zona, che di recente non aveva subito sequestri, esplosioni e altri incidenti.

Un'escalation della violenza in seguito alle elezioni del 2010 potrebbe avere conseguenze catastrofiche per la sopravvivenza della Chiesa e porterebbe ancor più fedeli ad abbandonare il Paese, ha avvertito il presbitero.

Secondo le ultime stime, i cristiani iracheni, che nel 1987 erano 1,4 milioni, sarebbero ormai meno di 400.000.


Cardinal Cipriani: “Apriamo un dialogo tra progresso e religione”
Messa con le autorità accademiche dell'Università Tecnologica del Perù

LIMA, mercoledì, 30 settembre 2009 (ZENIT.org).- “Siamo in un momento di grande sviluppo tecnologico e di una vera crisi di valori spirituali. Questo squilibrio è l'elemento che sta provocando tanti problemi sociali, politici, di pace e di intesa tra le Nazioni”, ha affermato questa domenica il Cardinale Juan Luis Cipriani durante la Messa nella Cattedrale di Lima (Perù).

L'Arcivescovo di Lima ha osservato che se si vuole che i cambiamenti tanto rapidi che verifichiamo nella società attuale siano positivi bisogna dire più profondamente la verità: l'uomo è stato creato a immagine e somiglianza di Dio; Gesù Cristo, seconda persona della Santissima Trinità, si è fatto uomo perché l'uomo potesse raggiungere Dio, e ha elevato la dignità umana al livello di quella divina.

“L'uomo è dunque un essere creato a immagine e somiglianza di Dio, e tutti i cambiamenti scientifici, politici, economici e tecnici devono continuare ad essere al servizio di questo centro della creazione, la persona umana”, ha dichiarato il Cardinale.

“La persona è l'unico essere che ama ed è capace di creare in quell'amore una famiglia, di sopportare la malattia e il dolore con serenità, di collaborare con Dio nella procreazione di una nuova vita, di morire per vivere. Nella croce di Cristo vediamo il segno della grandezza della dignità che abbiamo. Gesù dona la sua vita per amore”.

“Come procede la formazione nelle scuole e nelle università, quella formazione integrale in cui il centro della persona è lo spirito e tutte le tecnologie che si apprendono sono semplici strumenti al servizio di quella persona?”, ha chiesto.

“Quando si cambia e si vuole che questi strumenti siano il fine, si distrugge la persona; e quando la persona non vuole usare la sua intelligenza per scoprire nuove tecnologie sta tradendo la grandezza di cui Dio l'ha dotata”, ha aggiunto.

Il Cardinal Cipriani ha ricordato che in questi tempi di cambiamenti tecnologici e di globalizzazione, quanti più cambi ci sono più profonda deve essere la base, più deve esserci vicinanza a Cristo, vero Dio e vero uomo, e più rispetto si deve avere per la creazione.

Il porporato ha quindi chiesto di non aver paura di aprire questo dialogo dello sviluppo e del progresso a Dio, alla fede e alla religione.

La Messa ha contato sulla presenza delle principali autorità accademiche dell'Università Tecnologica del Perù (UTP), come il presidente fondatore, l'ingegner Roger Amuruz Gallegos, e il rettore Enrique Bedoya Sánchez, in occasione del XII anniversario dell'Istituto.

Era presente anche un gruppo di oratori del Congresso Internazionale Universitario sulle Reti Sociali “Link, únete a la red”, organizzato dall'Arcivescovado di Lima, svoltosi il 25 e il 26 settembre presso l'Università della capitale peruviana.


Italia

La “Caritas in veritate” suscita l’interesse del mondo
Monsignor Crepaldi spiega gli obiettivi dell’enciclica

di Antonio Gaspari

ROMA, mercoledì, 30 settembre 2009 (ZENIT.org).- Intervenendo martedì 29 settembre al “Forum delle persone e delle associazioni di ispirazione cattolica nel mondo del lavoro”, monsignor Giampaolo Crepaldi, Arcivescovo di Trieste e Presidente dell’Osservatorio internazionale “Cardinale Van Thuan”, ha spiegato come e perchè l’enciclica “Caritas in veritate” sta suscitando l’interesse del mondo.

Sono passati due mesi dalla pubblicazione dell’enciclica “Caritas in veritate” e durante questo periodo si è sviluppato un ampio dibattito di cui lo stesso Benedetto XVI si è detto contento, parlando con i giornalisti sull’aereo per Praga il 25 settembre scorso.

L’Arcivescovo di Trieste ha raccontato che a livello internazionale “i segni di apprezzamento e di riconoscimento delle grandi novità contenute nell’enciclica sono stati veramente tanti e significativi”.

Circa la novità rilevante dell’enciclica, monsignor Crepaldi ha sottolineato “l’influenza che sullo sviluppo hanno il rispetto della libertà religiosa, la tutela della vita dal concepimento alla morte naturale, l’assolutismo della tecnica, l’atrofizzazione della coscienza”

“Molti passi – ha continuato - riflettono sui nessi profondi tra lo sviluppo e la prospettiva della vita eterna o la consistenza ontologica dell’anima, come per esempio il paragrafo n. 76”.

Secondo il Presidente dell’Osservatorio Van Thuan, “la grandezza di questa enciclica consiste nel chiederci una conversione nel considerare le cose e il loro ordine” ed in particolare nel rapporto tra religione e sviluppo.

In questo contesto monsignor Crepaldi ha denunciato le molte contraddizioni che puntano per esempio a una giustizia sciolta dalla pratica della carità.

Come esempio ha ricordato che “ci preoccupiamo perché d’estate vengono abbandonati i cani e non ci curiamo delle vite impedite con  l’aborto; pretendiamo di sviluppare solidarietà nel lavoro ma distruggiamo la famiglia che è vera scuola di solidarietà e la contrapponiamo al lavoro anziché integrarla con esso”.

E ancora, “ci affidiamo alla tecnica per risolvere i problemi ambientali quando sappiamo che sono dovuti proprio all’assolutismo della tecnica; gonfiamo costosi apparati per gli aiuti internazionali e il 90% del loro budget è impiegato per le spese correnti di mantenimento della struttura”.

Inoltre, “vogliamo educare i giovani all’assunzione di responsabilità  e mettiamo in mano delle ragazzine di 16 anni la pillola abortiva; [...] diffondiamo nelle scuole la cultura del determinismo  evolutivo  per cui siamo tutti figli della necessità e del caso e poi pretendiamo che i giovani vedano nella natura una vocazione da rispettare”.

“C’è qualcosa che non va. C’è molto che non va - ha sottolineato - . C’è un ordine delle cose da rimettere a posto, una conversione di prospettiva da attuare. L’enciclica è un invito all’uomo affinché 'rientri in se stesso'”.

Monsignor Crepaldi si è detto convinto che “ogni cosa rivela un senso. Ogni cosa deve essere illuminata dalla carità e dalla verità perché riusciamo a comprendere cosa essa sia e cosa dobbiamo fare” e “il senso non è mai prodotto, è sempre trovato”.

L’enciclica propone un cambiamento mentale per non considerare più le persone e il mondo come nostra produzione, ma nell’ottica della loro vocazione.

A questo proposito l’Arcivescovo di Trieste ha spiegato che “la deriva nichilistica dello sviluppo è inevitabile se continuiamo a pensare che il senso lo produciamo noi”. Dovremmo, invece, capire che temi come quello “della religione e di Dio, diventano di primo piano per lo sviluppo”.

Il Presidente dell’Osservatorio Van Thuan ha quindi messo in guardia dall’assolutismo della tecnica che sembra aver sostituito le ideologie.

Ormai, ha denunciato, la tecnica si occupa della vita, della procreazione, della famiglia, della pace, dello sviluppo, delle relazioni internazionali, degli aiuti allo sviluppo, del lavoro. Gli apparati tecnici contano più di quelli politici.

“Ci sono scienziati – ha commentato monsignor Crepaldi - che scientificamente affermano che Dio non esiste; ci sono medici che scientificamente dicono che l’embrione non è cosa umana; ci sono apparati delle Nazioni Unite che impongono in tutto il mondo l’ideologia del gender; ci sono agenzie che pianificano la lotta alla vita; e dopo la crisi economia e le tante proposte di moralizzare la tecnica finanziaria nulla o poco di tutto ciò si vede all’orizzonte”.

Per l’Arcivescovo di Trieste, “la tecnica ormai si occupa di molte cose […] ma senza sapere cosa sono”, essendo “indifferente alla loro verità e quindi incapace di suscitare alcuna carità”.

Per ritrovare il senso delle cose monsignor Crepaldi propone di riscoprire il ruolo di Dio nella storia e nello sviluppo. “Non un Dio qualunque - ha affermato - ma un Dio amico della persona, ossia un Dio che è Verità e Amore”.

“Torna alla fine la pretesa cristiana, che essendo una pretesa di verità e di amore non è una pretesa arrogante, ma di dono e gratuità”, ha concluso monsignor Crepaldi affermando che “il Vangelo è elemento fondamentale per lo sviluppo, perché in esso Cristo, rivelando il mistero del Padre e del suo amore, svela anche pienamente l’uomo all’uomo”.



 





ViviCentro (art. 19 e 21)

La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).
 
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Mercoledì, 30 Settembre 2009: Accadde Oggi  


Interviste

Segnali di speranza dall’Africa (II)
Intervista a monsignor Jude Thaddeus Okolo

di Antonio Gaspari

ROMA, mercoledì, 30 settembre 2009 (ZENIT.org).- Lotta al sottosviluppo, alla povertà e alle malattie, come attuare la rivoluzione verde, in che modo sostenere la speranza e convincere i giovani a non emigrare, che rapporti intavolare con l'islam, quali i problemi della Chiesa in Africa e quali le strade per risolverli.

Sono alcune delle sfide che si pongono al continente africano e che verranno dibattute nel secondo Sinodo per l'Africa, che si aprirà a Roma il 4 ottobre.

ZENIT ne ha parlato con monsignor Jude Thaddeus Okolo, Nunzio Apostolico in Ciad e nella Repubblica Centroafricana. La prima parte di questa intervista è stata pubblicata questo martedì.

Molti scienziati e agricoltori africani chiedono la possibilità di studiare, ricercare e utilizzare le nuove biotecnologie vegetali. Lei cosa ne pensa?

Monsignor Okolo: Nel 1984, quando ero in Italia, un tecnocrate romano mi disse: “La tecnologia non si esporta”. Non ero d’accordo con lui. Credo che la tecnologia moderna dovrebbe essere globalizzata, soprattutto per agevolare lo sviluppo nei Paesi africani. Conviene che gli scienziati e gli agricoltori africani siano ammessi anche loro a queste scoperte sulle biotecnologie vegetali. D’altra parte, è vero che alcuni di noi non hanno fiducia negli organismi geneticamente modificati, comunque conviene lasciare aperta la scienza alle buone possibilità. In molte parti dell’Africa la terra è cosi fertile e abbondante che non ha bisogno di queste modifiche genetiche. Gli scienziati africani non hanno urgenza nelle ricerche e nell’utilizzo delle nuove biotecnologie vegetali; hanno piuttosto bisogno di consolidare l’amore reciproco, di ottenere i materiali adeguati di lavoro e informazioni di base circa i prodotti. Per ora nient'altro. Gli anziani dicono: ‘Un bimbo deve imparare a fare i primi passi prima di provare la corsa, altrimenti si cade’.

A ottobre avrà luogo a Roma il secondo Sinodo per l’Africa. Quali, secondo lei, i temi più rilevanti che dovranno essere affrontati?

Monsignor Okolo: I temi presentati per la riflessione durante il Sinodo sono tutti rilevanti: la giustizia, la riconciliazione e la pace – dipende dalla parte dell’Africa in cui uno si trova, oppure in che settore si lavora, oppure il contesto di interesse particolare. Siccome questa intervista si concentra sullo sviluppo agricolo, vorrei soffermarmi un attimo sui nn. 137-145 dell’Instrumentum laboris proposto per la prossima II Assemblea Speciale per l’Africa (del Sinodo dei Vescovi).

Facendo le visite pastorali negli angoli più lontani e nascosti di questi Paesi, ci si rende conto di come le azioni dei fedeli contribuiscano eloquentemente a creare situazioni e condizioni per far valere la giustizia, per incoraggiare la riconciliazione, in cui essi si presentano come artigiani della pace. Molte volte i sacerdoti, i religiosi e i cristiani devono negoziare direttamente con i ribelli, anzi vivono con loro. La fiducia di cui gode la Chiesa è frutto del lavoro quotidiano dei fedeli mossi dallo Spirito di Dio.

Una famiglia cristiana che vive secondo i valori dell'amore, del perdono, della collaborazione, si impegna verso l’autosufficienza economica e diventa un focolare di pace, di serenità e d’armonia, diventa un esempio per gli altri. Nei punti elencati nel documento citato, infatti, nella politica, nelle forze armate, nelle iniziative economiche, nelle strutture dell’educazione, come agenti di sanità, nei contesti culturali, nei mass media e negli organismi nazionali e internazionali, i fedeli laici sanno testimoniare ciò che vivono interiormente – l’amore divino e umano. Lo sviluppo umano passa attraverso questo atteggiamento di vero amore. Questo è un messaggio eloquente che si evidenzia anche in molti cristiani africani. E’ vero che non tutti raggiungono tale ideale, ma non si possono negare gli sforzi e i successi.

Ci sono delle difficoltà; ci sono delle sfide. Quali sono le soluzioni che lei proporrebbe?

Monsignor Okolo: Sopra ho menzionato alcune difficoltà. Ora vorrei proporre tre soluzioni principali: (1) Formazione nella catechesi. (2) Maggiore investimento nella pubblica istruzione, nell’educazione formale ed informale. (3) Formazione dei paramedici (junior medical cadres) e investimento nell’approvvigionamento di mezzi per l'assistenza sanitaria. I nostri primi missionari avevano lavorato con questi tre mezzi: educazione morale, istruzione e sanità. Per impegnarsi nello sviluppo bisogna essere sani nello corpo e nello spirito. Per sviluppare e migliorare la condizione del popolo bisogna educarlo moralmente attraverso la catechesi, formarlo nelle scuole e curare il corpo. Per allargare l’orizzonte è assolutamente necessario aprire gli occhi agli sviluppi mondiali; per assumere il modello cristiano ci vuole la catechesi fondamentale.

Qual è la situazione dei cattolici nella Repubblica Centroafricana e in Ciad?

Monsignor Okolo: Nella Chiesa in Centroafrica ci sono alcuni problemi fondamentali, ma si stanno prendendo le misure concrete in vista di una soluzione della crisi, con la collaborazione della Chiesa locale in quel senso.

In Ciad, i cattolici si rallegrano dei loro progressi – a livello sia numerico che qualitativo. Anche se la Chiesa costituisce una grande minoranza, si rileva che la società apprezza il contributo dei fedeli per la pace e l’unità. Un nuovo Vicariato Apostolico è stato appena eretto, con un gesuita francese come primo Vicario Apostolico. Il territorio confina con il Darfur, ed è una regione turbolenta. Ci sono anche altre iniziative concrete che si sviluppano in altre Diocesi. Sono piccoli passi, ma nella direzione giusta. Ci sono problemi relativi a una Chiesa giovane, ma si sanno affrontare queste sfide, con discrezione, determinazione e senso ecclesiale.

Quali i rapporti con l’islam?

Monsignor Okolo: Mi sorprende che, delle volte, la stampa estera non registri il buon rapporto che si sviluppa tra i cristiani e i musulmani in molti Paesi africani. Le pubblicazioni che si trovano rilevano piuttosto lo scontro tra le persone. Devo dire che in Ciad e nella Repubblica Centroafricana i rapporti tra musulmani e cristiani sono buoni. L’insicurezza politica oppure i problemi sociali non riguardano essenzialmente la religione, ma derivano da altri motivi, ad esempio culturali ed etnici, che alle volte possono incidere anche sulla religione. Vorrei però affermare che nei due Paesi menzionati i conflitti fra seguaci delle diverse religioni sono rari. D’altra parte, la linea di demarcazione religiosa spesso segue le origini etniche e gli orientamenti culturali, ed è una separazione che viene normalmente rispettata.

Sul versante positivo, si rileva che ci sono vari aspetti di collaborazione interreligiosa, di natura informale, nei contesti di vita popolare. Le feste sono celebrate insieme; si scambiano gli atti di carità e di sostegno.

Per concludere, credo che molti Paesi africani in difficoltà apprezzino il sostegno che ricevono dai Paesi più sviluppati. Non si può pensare che gli africani siano tutti pigri, fannulloni, sempre in attesa di aiuto. D’altra parte, c’è ancora molto da fare per far crescere quell’amore fraterno che aiuterebbe molti Paesi africani a condividere tranquillamente le risorse che Dio ha donato loro, talvolta in abbondanza. C’è da fare per ispirare la saggezza nello sfruttare con responsabilità le risorse naturali e le energie che invece vengono sprecate nelle lotte di potere. L’educazione religiosa e la formazione culturale sarebbero la strada sicura in cui cercare l’uscita sia a lungo termine che nell’immediato.


Forum

Vocazione all’amore: tutti sono chiamati, ma pochi rispondono
Superare una cultura che uccide la speranza

di Carl Anderson*


NEW HAVEN, Connecticut, mercoledì, 30 settembre 2009 (ZENIT.org).- Qualche anno fa, durante un incontro di Benedetto XVI con alcuni studenti, due di questi gli hanno rivolto una domanda che poteva essere di chiunque, cattolici o non cattolici.

Gli hanno chiesto: “Esiste qualcosa o qualcuno, attraverso cui possiamo diventare importanti? Come è possibile sperare, quando la realtà nega ogni sogno di felicita, ogni progetto di vita?”.

Io credo che molte persone si sentano rappresentate in queste domande: i poveri, gli anziani, i malati, gli immigrati, la casalinga o i lavoratori. Nessuno vuole essere irrilevante o sentirsi inutile o in gabbia. Purtroppo, però, molte persone si sentono proprio cosi, nei diversi ambiti della loro vita. E credo che sia un sintomo pericoloso e da non trascurare. È sintomatico di una cultura in cui c’è qualcosa di così insalubre da riuscire a far perdere ogni speranza alle persone.

Sebbene la domanda dei due studenti appaia del tutto laica, l’unica vera risposta è quella di tornare alla vocazione originaria: la nostra chiamata all’amore.

Spesso, quando parliamo dei giovani e del futuro della Chiesa, viene fuori la questione della “crisi delle vocazioni”. Tuttavia, per affrontare questa crisi è essenziale sottolineare la base comune di ogni vocazione.

Per quanto diverse possono essere le vocazioni – sacerdozio, matrimonio, vita consacrata – esse hanno tutte il medesimo fine. Sono tutte manifestazioni della vocazione che ci accomuna tutti: la vocazione all’amore.

Ogni vocazione richiede il dono totale di sé. Ogni vocazione perdura per tutta la vita. Ognuna costituisce un cammino attraverso il quale diventiamo più somiglianti a Dio che è amore. In ognuna siamo chiamati all’amore per l’altro. Ognuna è manifestazione dell’amore di Dio.

Certamente, questa realtà non emerge sempre con chiarezza. Basta considerare lo stato in cui versa il matrimonio cattolico.

Se ipotizzassimo che il 23% dei preti abbandona il sacerdozio, saremmo convinti di aver dato loro una formazione inadeguata. Ma se negli Stati Uniti effettivamente il 23% degli adulti risulta essere divorziato, si tratta di un problema di formazione al matrimonio?

Se tre matrimoni cattolici falliti su cinque riguardano coniugi cattolici, qual è il senso del matrimonio cattolico?

Se il 69% dei cattolici tra i 18 e i 25 anni credono che “il matrimonio è ciò che gli sposi vogliono che sia”, quali ostacoli si saranno frapposti alla loro educazione cattolica? E se sono troppo pochi coloro che si avviano al sacerdozio e alla vita religiosa, ci dobbiamo chiedere: “Qual è il futuro delle nostre vocazioni?”.

Questo quadro potrà sembrare come una situazione senza alcuna speranza. Ma rimane il fatto che noi siamo stati creati per amore e che niente – neanche la nostra cultura secolarizzata – è in grado di sradicare la nostra fondamentale chiamata all’amore.

Non possiamo limitarci a considerare l’inattitudine all’impegno vocazionale come conseguenza di un’immaturità dilagante. Il problema è dovuto anche ad un senso di rifiuto della gente nei confronti di un tipo di amore che sentono come non autentico

Questo amore non autentico ha un nome: ipocrisia.

L’ipocrisia parla il linguaggio dell’amore, ma non ne porta il significato. Offre un dono unico e irripetibile, ma poi facilmente se lo riprende. La si può scorgere in un matrimonio in cui non c’è amore e non c’è attenzione, in un prete apatico o egocentrico, in un una suora priva di compassione.

La reazione che si ha in chi vede solo questo tipo di amore è quella di convincersi che l’amore vero non appartenga alle strutture create per l’amore. Quando nelle famiglie non c’è amore, allora l’amore è visto come qualcosa che va tenuto scisso dalla famiglia. Quando nella Chiesa non si trova l’amore, allora si deduce che l’amore deve essere cercato al di fuori della Chiesa.

Il secondo elemento positivo è che se noi viviamo bene la nostra vocazione, aiuteremo gli altri a vivere la loro. Aiuteremo coloro che già si sono impegnati in una vocazione ad essere fedeli. Aiuteremo coloro che ancora non si sono donati attraverso una particolare vocazione ad essere aperti e ad avere il coraggio di dire di sì alla chiamata. Una vocazione vissuta bene restituisce fiducia nell’amore.

La risposta – nelle parole di Papa Benedetto XVI – è di avere “questa consonanza, questa concordia tra ciò che diciamo con le labbra e ciò che pensiamo con il cuore”.

Un altro aspetto dell’amore autentico è la perseveranza. La testimonianza che ciascuno di noi può dare è di continuare ad amare, attraverso la propria vocazione, anche nei momenti di aridità spirituale, come ci insegnano Madre Teresa, San Giovanni della Croce e molti altri santi. Questo tipo di esperienza, inoltre, non è solo un passo nel cammino spirituale della vita: è un’esperienza che ci avvicina a tutti coloro che si sentono in qualche modo lontani dall’amore di Dio.

Per certi versi, questo tipo di aridità spirituale, questa incapacità di “sentire” la forza dell’amore, è esattamente ciò che molti giovani di oggi provano. Nella perseveranza degli altri, loro possono trovare e vedere la forza dell’amore, la forza di un cuore che non si limita a sentire ma che vede e ama nella verità.

Per molti, la prova di questa autenticità è la gioia, e giustamente. E forse il maggiore discredito per ogni vocazione non è lo scandalo ma l’assenza di gioia – lo scandalo dell’assenza di gioia. Per questo, prima di diventare Papa, il cardinale Ratzinger ha affermato che la Chiesa non ha bisogno di riformatori, ma di persone che siano interiormente prese dal Cristianesimo, che lo vivano nella gioia e nella speranza e che si siano trasformate in persone di amore. Questi sono coloro che chiamiamo santi.

Ogni vocazione offre una particolare risposta al problema dell’amore autentico. E in questo senso tutte le vocazioni sono necessarie.

Inoltre, la trasformazione di Cristo delle vocazioni alla vita matrimoniale o religiosa è resa possibile grazie all’istituzione della Chiesa. Noi tutti siamo parenti non per il nostro sangue ma per il sangue di Cristo.

Nel sacrificio di Cristo sulla croce, la famiglia – agli occhi di Dio – è stata ampliata fino a comprendere tutti. Dio ha redento e si è impegnato non solo con un popolo eletto, un popolo definito da legami di sangue, ma per il popolo intero, un popolo definito da una comune origine, il Creatore, colui che ha instillato in noi una comune vocazione: la vocazione all’amore.

Come Papa Benedetto XVI ha scritto nella “Sacramentum caritatis”, “La comunione ha sempre ed inseparabilmente una connotazione verticale ed una orizzontale: comunione con Dio e comunione con i fratelli e le sorelle”. Non possiamo essere in comunione con i nostri fratelli se non siamo in comunione con Gesù Cristo.

Per questo motivo Ratzinger descrive l’intera storia umana come una storia del sì o no all’amore. E noi possiamo dire sì all’amore solo nel dono totale di noi stessi, anzitutto a Dio e poi al prossimo, ma sempre nell’amore.


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* Anderson è il Cavaliere supremo dei Cavalieri di Colombo, nonché autore di bestseller secondo la classifica del New York Times.


Udienza del mercoledì

Il Papa traccia un bilancio del viaggio nella Repubblica Ceca
In occasione dell'Udienza generale del mercoledì

CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 30 settembre 2009 (ZENIT.org).- L’Udienza generale di questa mattina si è svolta in piazza San Pietro dove il Santo Padre - proveniente in elicottero dalla residenza estiva di Castel Gandolfo - ha incontrato gruppi di pellegrini e fedeli giunti dall’Italia e da ogni parte del mondo.

Nel discorso in lingua italiana, il Papa si è soffermato sul suo recente viaggio apostolico nella Repubblica Ceca.

 
* * *

Cari fratelli e sorelle!

Come è consuetudine dopo i viaggi apostolici internazionali, profitto dell’odierna Udienza generale per parlare del pellegrinaggio che ho compiuto nei giorni scorsi nella Repubblica Ceca. Lo faccio anzitutto come atto di ringraziamento a Dio, che mi ha concesso di compiere questa visita e che l’ha largamente benedetta. È stato un vero pellegrinaggio e, al tempo stesso, una missione nel cuore dell’Europa: pellegrinaggio, perché la Boemia e la Moravia sono da oltre un millennio terra di fede e di santità; missione, perché l’Europa ha bisogno di ritrovare in Dio e nel suo amore il fondamento saldo della speranza. Non è un caso se i Santi evangelizzatori di quelle popolazioni, Cirillo e Metodio, sono patroni d’Europa insieme con san Benedetto. "L’amore di Cristo è la nostra forza": questo è stato il motto del viaggio, un’affermazione che riecheggia la fede di tanti eroici testimoni del passato remoto e recente, penso in particolare al secolo scorso, ma che soprattutto vuole interpretare la certezza dei cristiani di oggi. Sì, la nostra forza è l’amore di Cristo! Una forza che ispira e anima le vere rivoluzioni, pacifiche e liberatrici, e che ci sostiene nei momenti di crisi, permettendo di risollevarci quando la libertà, faticosamente recuperata, rischia di smarrire se stessa, la propria verità.

L’accoglienza che ho riscontrato è stata cordiale. Il Presidente della Repubblica, al quale rinnovo l’espressione della mia riconoscenza, ha voluto essere presente in diversi momenti e mi ha ricevuto insieme con i miei collaboratori nella sua residenza, lo storico Castello della Capitale, con grande cordialità. L’intera Conferenza Episcopale, in particolare il Cardinale Arcivescovo di Praga e il Vescovo di Brno, mi hanno fatto sentire, con grande calore, il profondo legame che unisce la Comunità cattolica ceca al Successore di san Pietro. Li ringrazio anche per aver preparato accuratamente le celebrazioni liturgiche. Sono grato pure a tutte le Autorità civili e militari e a quanti in diversi modi hanno cooperato alla buona riuscita della mia visita.

L’amore di Cristo ha iniziato a rivelarsi nel volto di un Bambino. Giunto a Praga, infatti, ho compiuto la prima tappa nella chiesa di Santa Maria della Vittoria, dove si venera il Bambino Gesù, noto appunto come "Bambino di Praga". Quell’effige rimanda al mistero del Dio fatto Uomo, al "Dio vicino", fondamento della nostra speranza. Dinanzi al "Bambino di Praga" ho pregato per tutti i bambini, per i genitori, per il futuro della famiglia. La vera "vittoria", che oggi chiediamo a Maria, è la vittoria dell’amore e della vita nella famiglia e nella società!

Il Castello di Praga, straordinario sotto il profilo storico e architettonico, suggerisce un’ulteriore riflessione più generale: esso racchiude nel suo vastissimo spazio molteplici monumenti, ambienti e istituzioni, quasi a rappresentare una polis, in cui convivono in armonia la Cattedrale e il Palazzo, la piazza e il giardino. Così, in quel medesimo contesto, la mia visita ha potuto toccare l’ambito civile e quello religioso, non giustapposti, ma in armonica vicinanza nella distinzione. Rivolgendomi pertanto alle Autorità politiche e civili ed al Corpo diplomatico, ho voluto richiamare il legame indissolubile che sempre deve esistere tra libertà e verità. Non bisogna aver paura della verità, perché essa è amica dell’uomo e della sua libertà; anzi, solo nella sincera ricerca del vero, del bene e del bello si può realmente offrire un futuro ai giovani di oggi e alle generazioni che verranno. Del resto, che cosa attira tante persone a Praga se non la sua bellezza, una bellezza che non è soltanto estetica, ma storica, religiosa, in senso ampio umana? Chi esercita responsabilità nel campo politico ed educativo deve saper attingere dalla luce di quella verità che è il riflesso dell’eterna Sapienza del Creatore; ed è chiamato a darne testimonianza in prima persona con la propria vita. Solo un serio impegno di rettitudine intellettuale e morale è degno del sacrificio di quanti hanno pagato caro il prezzo della libertà!

Simbolo di questa sintesi tra verità e bellezza è la splendida Cattedrale di Praga, intitolata ai santi Vito, Venceslao e Adalberto, dove si è svolta la celebrazione dei Vespri con i sacerdoti, i religiosi, i seminaristi e una rappresentanza dei laici impegnati nelle associazioni e nei movimenti ecclesiali. Per le Comunità dell’Europa centro-orientale questo è un momento difficile: alle conseguenze del lungo inverno del totalitarismo ateo, si stanno sommando gli effetti nocivi di un certo secolarismo e consumismo occidentale. Perciò ho incoraggiato tutti ad attingere energie sempre nuove dal Signore risorto, per poter essere lievito evangelico nella società e impegnarsi, come già avviene, in attività caritative, e ancor più in quelle educative e scolastiche.

Questo messaggio di speranza, fondato sulla fede in Cristo, l’ho esteso all’intero Popolo di Dio nelle due grandi Celebrazioni eucaristiche svoltesi rispettivamente a Brno, capoluogo della Moravia, e a Stará Boleslav, luogo del martirio di San Venceslao, Patrono principale della Nazione. La Moravia fa pensare immediatamente ai santi Cirillo e Metodio, evangelizzatori dei popoli slavi, e quindi alla forza inesauribile del Vangelo, che come un fiume di acque risanatrici attraversa la storia e i continenti, portando dovunque vita e salvezza. Sopra il portale della Cattedrale di Brno sono impresse le parole di Cristo: "Venite a me voi tutti, che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro" (Mt 11,28). Queste stesse parole sono risuonate domenica scorsa nella liturgia, riecheggiando la voce perenne del Salvatore, speranza delle genti, ieri, oggi e sempre. Della signoria di Cristo, signoria di grazia e di misericordia, è segno eloquente l’esistenza dei santi Patroni delle diverse Nazioni cristiane, come appunto Venceslao, giovane re di Boemia nel secolo X, che si distinse per la sua esemplare testimonianza cristiana e fu ucciso dal fratello. Venceslao antepose il regno dei cieli al fascino del potere terreno ed è rimasto per sempre nel cuore del popolo ceco, come modello e protettore nelle alterne vicende della storia. Ai numerosi giovani presenti alla Messa di san Venceslao, provenienti pure dalle nazioni vicine, ho rivolto l’invito a riconoscere in Cristo l’amico più vero, che soddisfa le aspirazioni più profonde del cuore umano.

Debbo infine menzionare, tra gli altri, due incontri: quello ecumenico e quello con la comunità accademica. Il primo, tenutosi nell’Arcivescovado di Praga, ha visto riuniti i rappresentanti delle diverse Comunità cristiane della Repubblica Ceca e il responsabile della Comunità ebraica. Pensando alla storia di quel Paese, che purtroppo ha conosciuto aspri conflitti tra cristiani, è motivo di viva gratitudine a Dio l’esserci ritrovati insieme come discepoli dell’unico Signore, per condividere la gioia della fede e la responsabilità storica di fronte alle sfide attuali. Lo sforzo di progredire verso una unità sempre più piena e visibile tra noi, credenti in Cristo, rende più forte ed efficace il comune impegno per la riscoperta delle radici cristiane dell’Europa. Quest’ultimo aspetto, che stava molto a cuore al mio amato predecessore Giovanni Paolo II, è emerso pure nell’incontro con i Rettori delle Università, i rappresentanti dei docenti e degli studenti ed altre personalità di rilievo in ambito culturale. In tale contesto ho voluto insistere sul ruolo dell’istituzione universitaria, una delle strutture portanti dell’Europa, che ha in Praga un Ateneo tra i più antichi e prestigiosi del continente, l’Università Carlo, dal nome dell’imperatore Carlo IV che la fondò, insieme con il Papa Clemente VI. L’università degli studi è ambiente vitale per la società, garanzia di libertà e di sviluppo, come dimostra il fatto che proprio dai circoli universitari prese le mosse a Praga la cosiddetta "Rivoluzione di velluto". A vent’anni da quello storico evento, ho riproposto l’idea della formazione umana integrale, basata sull’unità della conoscenza radicata nella verità, per contrastare una nuova dittatura, quella del relativismo abbinato al dominio della tecnica. La cultura umanistica e quella scientifica non possono essere separate, anzi, sono le due facce di una stessa medaglia: ce lo ricorda ancora una volta la terra ceca, patria di grandi scrittori come Kafka, e dell’abate Mendel, pioniere della moderna genetica.

Cari amici, ringrazio il Signore perché, con questo viaggio, mi ha dato di incontrare un popolo e una Chiesa dalle profonde radici storiche e religiose, che commemora quest’anno diverse ricorrenze di alto valore spirituale e sociale. Ai fratelli e sorelle della Repubblica Ceca rinnovo un messaggio di speranza e un invito al coraggio del bene, per costruire il presente e il domani dell’Europa. Affido i frutti della mia visita pastorale all’intercessione di Maria Santissima e di tutti i Santi e le Sante di Boemia e Moravia. Grazie.

[Il Papa ha poi salutato i pellegrini in diverse lingue. In Italiano ha detto:]

Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto i formatori e gli studenti del Pontificio Collegio Internazionale Maria Mater Ecclesiae, esortandoli alla preghiera intensa e allo studio serio per approfondire la persona del Cristo. Sono lieto di accogliere i fedeli della diocesi di Sulmona-Valva, qui convenuti numerosi con il loro Vescovo, Mons. Angelo Spina, nel ricordo di San Pietro Celestino V. Mio fratello mi ha raccontato tante belle cose della sua visita a Sulmona. Saluto con piacere le delegazioni dei medici che stanno promuovendo vari progetti con l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, uno dei quali in collaborazione anche con la Provincia di Roma. Saluto i rappresentanti dell’Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi Civili, gli esponenti della Società cooperativa "Mirabilia Dei", il gruppo della Misericordia di Viareggio, come pure i fedeli della Contrada "Il Bruco", accompagnati dall’Arcivescovo di Siena Antonio Buoncristiani. Saluto i partecipanti al Convegno Internazionale Sturziano organizzato nel 50° della morte del Servo di Dio don Luigi Sturzo. L’esempio luminoso di questo presbitero e la sua testimonianza di amore, di libertà e di servizio al popolo sia stimolo e incoraggiamento per tutti i cristiani, e specialmente per quanti operano in campo sociale e politico perché diffondano, con la loro coerente testimonianza, il Vangelo e la dottrina sociale della Chiesa.

Rivolgo infine il mio saluto ai giovani, agli ammalati e agli sposi novelli. Cari giovani, ascoltate Cristo, parola di verità, e accogliete con prontezza il suo disegno sulla vostra vita. Voi, cari ammalati, sentite Gesù accanto a voi e testimoniate con la vostra fiducia la forza vivificante della Croce. Voi, cari sposi novelli, con la grazia del Sacramento da poco ricevuto, irrobustite di giorno in giorno il vostro amore e camminate sulla via della santità.

[© Copyright 2009 - Libreria Editrice Vaticana]

 





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