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Domenica, 4 Ottobre 2009: Accadde Oggi
Il mondo visto da Roma
SINODO SPECIALE SULL'AFRICA
Benedetto XVI apre il secondo Sinodo dei Vescovi per l'Africa
E' nel cuore dell'uomo la causa dei mali del mondo
Il Sinodo e le aspettative delle donne africane
SANTA SEDE
Cordoglio del Papa per le vittime dei numerosi disastri naturali
Dolore del Papa per le vittime della manifestazione di Conakry in Guinea
Gli universitari di Roma in preghiera con il Papa per l'Africa
NOTIZIE DAL MONDO
Contro la miopia antivita, basta ascoltare le risate dei bambini
DOTTRINA SOCIALE E BENE COMUNE
Le virtù sociali della famiglia (parte II)
ITALIA
Fede e scienza, un dialogo necessario
L’Italia alla scuola del Poverello, per uscire dalle sue contraddizioni
NOTIZIE FLASH
Verrà presentato a Roma un volume dell'Arcivescovo di Chicago
BIOETICA
Tra la vita e la morte
ANGELUS
Benedetto XVI: la Chiesa in Africa con la forza del Vangelo e la solidarietà
DOCUMENTI
Omelia di Benedetto XVI per l'apertura del Sinodo speciale per l'Africa
Sinodo speciale sull'Africa
Benedetto XVI apre il secondo Sinodo dei Vescovi per l'Africa
Il continente africano, “polmone spirituale” di un mondo in crisi di speranza
CITTA' DEL VATICANO, domenica, 4 ottobre 2009 (ZENIT.org).- L’Africa è un immenso “polmone” spirituale per un’umanità in crisi di fede e di speranza. E' quanto ha detto Benedetto XVI nel celebrare questa domenica mattina, nella Basilica Vaticana, la Messa di apertura del secondo Sinodo dei Vescovi per l’Africa.
La nuova consultazione episcopale dedicata al Continente africano si tiene a quindici anni dalla prima ed ha come tema: “La Chiesa in Africa al servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace. 'Voi siete il sale della terra... Voi siete la luce del mondo' (Mt 5, 13.14)”.
Nella sua omelia, alla presenza di 239 Padri sinodali e 55 presbiteri collaboratori del Sinodo a vario titolo, il Papa ha descritto un’Africa “depositaria di un tesoro inestimabile per il mondo intero: il suo profondo senso di Dio”.
Tra i suoi tesori, ha precisato Benedetto XVI, il continente africano non annovera solo le risorse materiali, che spesso causano sfruttamento, conflitti e corruzione, ma anche quell'eredità “spirituale e culturale, di cui l’umanità ha bisogno ancor più che delle materie prime”.
Infatti, ha sottolineato, “l’Africa rappresenta un immenso ‘polmone’ spirituale, per un’umanità che appare in crisi di fede e di speranza”.
Ma anche questo “polmone” può ammalarsi, ha aggiunto il Santo Padre, innanzitutto di quella “pericolosa patologia” già diffusa nel mondo occidentale, ovvero “il materialismo pratico, combinato con il pensiero relativista e nichilista”.
“Rimane indiscutibile che il cosiddetto ‘primo’ mondo talora ha esportato e sta esportando tossici rifiuti spirituali, che contagiano le popolazioni di altri continenti, tra cui in particolare quelle africane – ha osservato –. In questo senso il colonialismo, finito sul piano politico, non è mai del tutto terminato”.
L'altro pericolo dell’Africa, ha aggiunto Benedetto XVI, è “il fondamentalismo religioso, mischiato con interessi politici ed economici”.
“Gruppi che si rifanno a diverse appartenenze religiose si stanno diffondendo nel continente africano – ha evidenziato –; lo fanno nel nome di Dio, ma secondo una logica opposta a quella divina, cioè insegnando e praticando non l’amore e il rispetto della libertà, ma l’intolleranza e la violenza”.
Nella sua omelia, Benedetto XVI si è quindi soffermato “sulla complessa tematica del matrimonio nel contesto africano ecclesiale e sociale”, ricordando che il matrimonio, così come è presentato nella Bibbia, “non esiste al di fuori della relazione con Dio”.
“Nella misura in cui custodisce e sviluppa la sua fede – ha quindi avvertito – , l’Africa potrà trovare risorse immense da donare a vantaggio della famiglia fondata sul matrimonio”.
La riflessione del Pontefice si è poi spostata sulla realtà dell’infanzia “che costituisce una parte grande e sofferente della popolazione africana”, in un continente dove il tasso di natalità complessivo è il più alto a livello mondiale.
In Africa e nel resto del mondo, ha poi sottolineato, la Chiesa manifesta la propria maternità nei confronti dei più piccoli anche quando non sono ancora nati.
Infatti, ha spiegato, “la Chiesa non vede in essi primariamente dei destinatari di assistenza, meno che mai di pietismo o di strumentalizzazione, ma delle persone a pieno titolo, che con il loro stesso modo di essere mostrano la via maestra per entrare nel regno di Dio, quella cioè di affidarsi senza condizioni al suo amore”.
Ricollegandosi, poi, al primo Sinodo per l’Africa, tenutosi nel 1994, Benedetto XVI ha ricordato che di quell’assemblea rimane ancora valido ed attuale il compito primario dell’evangelizzazione, anzi, di una “nuova evangelizzazione”.
“Con la sua opera di evangelizzazione e promozione umana, la Chiesa può certamente dare in Africa un grande contributo a tutta la società” ed “essere profezia e fermento di riconciliazione tra i vari gruppi etnici, linguistici ed anche religiosi, all’interno delle singole nazioni e in tutto il continente”.
La riconciliazione, infatti, è il “fondamento stabile sui cui costruire la pace” e la “condizione indispensabile per l’autentico progresso degli uomini e della società”.
Al termine della concelebrazione eucaristica con i Padri sinodali nella Basilica Vaticana, il Papa ha poi guidato la preghiera dell'Angelus recitata insieme ai fedeli e pellegrini giunti in piazza San Pietro.
Per l'occasione, il Santo Padre ha ricordato che il Sinodo non è “un convegno di studio”, né “un’assemblea programmatica”. “I protagonisti non siamo noi: è il Signore, il suo Santo Spirito, che guida la Chiesa”.
“La cosa più importante, per tutti, è ascoltare: ascoltarsi gli uni gli altri e, tutti quanti, ascoltare ciò che il Signore vuole dirci”, ha detto.
“Preghiamo la Vergine Maria, perché benedica la II Assemblea sinodale per l’Africa e ottenga pace e sviluppo per quel grande e amato Continente”, ha quindi concluso.
E' nel cuore dell'uomo la causa dei mali del mondo
Parla il rev. Godfrey Igwebuike Onah, “esperto" al Sinodo per l'Africa
di Mariaelena Finessi
ROMA, domenica, 4 ottobre 2009 (ZENIT.org).- La causa dei problemi del mondo? Il cuore dell'uomo. «Si, è questo ciò che direbbe un africano vero». Reverendo Godfrey Igwebuike Onah, vice rettore della Pontificia Università Urbaniana di Roma, parlando il 1° ottobre ad un incontro dell'Osservatorio sul Sinodo africano che si sta tenendo in Vaticano in questi giorni, non accetta altre risposte.
I disastri che attanagliano l'umanità nascono dalle decisioni di coloro che non sono in comunione con Dio: «Per un cristiano, la pace, la giustizia e la riconciliazione si trovano solo in Cristo». E allora si, è vero, i Paesi che sfruttano il continente nero hanno messo in ginocchio milioni di persone, ma la verità è «che tutto questo è stato possibile con la collaborazione di quei fratelli che hanno venduto la propria coscienza».
Ciò nonostante, spiega il sacerdote nigeriano – alle cui parole fa da sfondo un telo su cui è dipinto il volto di santa Josephine Bakita, del Nobel per la pace Nelson Mandela, dell'atleta kenyota Paul Tergat e dell'economista ed ex presidente della Tanzania Julius Nyerere, per il quale nel 2005 è stata aperta la causa di beatificazione - non ci si deve arrendere ma lottare per riportare la speranza tra coloro che non ne hanno più.
Parole, quest'ultime, che compongono un discorso “di parte”, e come potrebbe essere altrimenti? “Certe cose si possono veder bene solo da chi ha gli occhi pieni di lacrime”, amava dire il Romero d’Africa, monsignor Christophe Munzihirwa, arcivescovo di Bukavu-Congo, ucciso nel 1996 per le sue prese di posizione durante la guerra congolese, quando gridò che nessuna logica politica vale più della persona umana.
Allo stesso modo, il reverendo Onah si sente coinvolto al punto di non fare sconti a nessuno. Ce n'è per tutti: per chi ha depredato e continua a depredare la sua terra, per chi in Italia è contro la convivenza etnica, per chi pensa con malinconia all'Africa lontana, quando sarebbe già tanto «preoccuparsi degli africani che vivono qui» e contro chi molto spesso ha tradito il vero messaggio evangelico.
A tal proposito, ricorda come nel 1994, anno della I Assemblea Speciale per l’Africa del Sinodo dei Vescovi, il segno più drammatico della distanza tra la vita reale degli africani e un certo modo d'intendere il cristianesimo stava nella tremenda coincidenza dell'inizio del Sinodo e l'inizio del genocidio in Rwanda, «uno dei Paesi più cristiani d'Africa».
Ma ricorda pure come oggi questo continente sia «l'imbarazzo del mondo, coinvolto nella crisi economica ma non nella ricerca della sua soluzione». E come, ancora più grave, sia «la marginalizzazione dell’Africa», clochardizzazione la chiamava il teologo Jean Marc Ela: uomini e donne che non contano perchè non servono al mercato e che oggi trovano la tomba nelle acque del Mediterraneo. Comportamenti indegni che alimentano la rabbia, anche perché «se al posto degli uomini morissero giraffe e scimpanzé la comunità internazionale si mobiliterebbe».
L'avvertimento del religioso non ha allora bisogno di commenti: «Se il mondo fa credere ai giovani africani delusi, come già accade in Medio Oriente, che la risposta ai problemi è nell'assalto al resto del mondo, a tremare saranno tutti».
Per il momento la presenza dei missionari che insegnano il perdono rappresenta un deterrente all'esplosione della rabbia. «Se non per ragioni umanitarie, almeno per questo la sorte degli africani dovrebbe interessare tutti – termina Onah –. Qualsiasi cosa la Chiesa fa per rinnovare lo spirito cristiano in Africa, lo fa per il mondo intero».
Lo svolgimento dell'assemblea episcopale dal 4 al 25 ottobre – appuntamento al quale il reverendo parteciperà nelle vesti di “esperto” - rappresenta allora una grossa opportunità di comprensione: «Il Sinodo, che vuol dire “camminare insieme”, è un incontro dei vescovi della Chiesa nella sua universalità e non solo dei vescovi africani. Ed è bene che sia fatta a Roma perché solo così possiamo sperare di essere ascoltati da quella comunità internazionale che è espressione dei paesi più ricchi e potenti». In finale, da quei Paesi che decidono il destino di troppa umanità.
Il Sinodo e le aspettative delle donne africane
A spiegarle, suor Elisa Kidanè, nel ruolo di “esperta” all'appuntamento in Vaticano
di Mariaelena Finessi
ROMA, domenica, 4 ottobre 2009 (ZENIT.org).- “Facendo la radiografia dell'Africa è inevitabile incontrare le donne quali cuore pulsante di quella pentola in ebollizione che è il Continente Nero. Le donne rappresentano il punto di massima brillantezza della "perla nera" profeticamente scoperta e valorizzata secoli fa da Daniele Comboni”. È a questa frase dell'africanista congolese, nonché deputato al parlamento italiano Jean Léonard Touadi che si aggancia suor Elisa Kidanè, consigliera generale delle missionarie comboniane, per spiegare cosa in realtà si aspettano le donne africane dalla II Assemblea Speciale per l’Africa del Sinodo dei Vescovi che si svolge in Vaticano dal 4 al 25 ottobre.
Intervenendo il 1° ottobre a Roma, presso Palazzo Valentini, per un convegno sull'importanza dell'appuntamento episcopale, la reverenda Kidanè – che al Sinodo ricoprirà il ruolo di “esperta” - parte dalla considerazione che fu la stessa di Comboni, ovvero che «molti dei fallimenti all’inizio dell’opera missionaria del XIX secolo erano da iscriversi alla mancata considerazione dell’elemento femminile».
Chiara dunque la posizione della reverenda di origine eritrea: «Che sia data la possibilità di esercitare il nostro ruolo di educatrici, di promotrici, di protagoniste della vita». Il suo, altrimenti detto, è un accorato appello a favore di tutte quelle donne che, come riconosce lo stesso Instrumentum laboris (lo strumento di lavoro che raccoglie i “desiderata” delle chiese locali in Africa), “continuano ad essere sottoposte a molte forme di ingiustizia”, donne alle quali “viene spesso attribuito un ruolo inferiore” (nn. 59-61, cfr. n. 117).
«Non mi sento e non ho la pretesa di essere portavoce della donna d’Africa», spiega la religiosa, «ma dalla mia piccola esperienza sono certa di ciò che vorremmo». Innanzitutto, «che la Chiesa ci guardasse con gli occhi di Gesù», il quale «seppe riconoscere nella donna una leale co-protagonista del suo Progetto di Salvezza perché è a Lei che consegnò il ministero dell’annuncio della Buona Notizia, quel “Vai e dì loro che sono risorto”».
Quindi «un chiaro riconoscimento del ruolo della donna all’interno della Chiesa stessa», un «effettivo cambio di mentalità da parte di quest'ultima nei nostri riguardi, particolarmente riconoscendo il contributo che le donne danno alla teologia». D'altra parte «vorremmo che i nostri vescovi non avvertissero il timore di avere come consigliere delle madri, delle donne sagge. L’hanno fatto i Padri della Chiesa, e sappiamo i benefici che ne hanno tratto loro e di riflesso la Chiesa stessa».
Nell'elenco delle rivendicazioni, suor Kidanè inserisce pure «uno spazio all’interno dei luoghi in cui si “cucinano” progetti per lo sviluppo e leggi di qualsiasi genere e a tutti i livelli». In altri termini, lamenta, «le sacrestie iniziano ad esserci troppo strette». Tra i cambiamenti auspicati, anche «una pari opportunità di formazione professionale per le suore e le donne laiche». E «affinché si ampli la visione della donna, vista non solo come madre o sorella», anche una «partecipazione alla formazione integrante della persona all’interno dei seminari». Tutto questo viene chiesto, precisa la suora, «non per una mera rivendicazione femminista, ma perché come madri del continente sentiamo l’urgenza di alzare la nostra voce».
Le rivendicazioni si fanno più vibranti quando la reverenda punta il dito contro coloro che hanno depredato l'Africa, e che ancora oggi continuano ad offendere la dignità di un'intera popolazione: «Non ne possiamo più – dice - di vedere i nostri figli e figlie trattati come zimbello dei paesi che fino ad ieri hanno fatto man bassa delle nostre materie prime, ed ora ci rigettano in mare, come merce scaduta o di seconda mano. Non ne possiamo più di convegni mondiali, di summit dove si parla e parla e parla, ma di fatto poco e niente arriva nelle nostre case».
La religiosa non sa tacere i soprusi dei potenti: «Vorremmo che i nostri Pastori rivolgessero un monito anche a coloro che sottobanco trafficano armi, diamanti, petrolio con i nostri governanti lasciando sul lastrico i nostri popoli». Quanto alla possibilità di esportare in Africa il modello democratico dei Paesi occidentali, la risposta è ferma: «No, grazie. I popoli dell’Africa possono inventare nuovi modi di fare democrazia se solo glielo permettessero».
L'ultima richiesta della missionaria comboniana tocca le corde dell'anima: «Vorremmo che da questo Sinodo uscisse un documento che avesse tra le sue pagine un capitolo che iniziasse così: “Amatissime sorelle e madri dell'Africa, è soprattutto a voi che ci rivolgiamo, perché siete voi che portate sulle vostre spalle e nel vostro cuore il nostro Continente. Molto prima avremmo dovuto includere nei nostri Piani pastorali la vostra peculiare genialità femminile. Molto prima, giungiamo adesso e abbiamo fretta di ricuperare il tempo perduto”».
Santa Sede
Cordoglio del Papa per le vittime dei numerosi disastri naturali
Nel Pacifico e nel Sud Est asiatico così come nell'area di Messina
ROMA, domenica, 4 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Questa domenica Benedetto XVI ha espresso il proprio cordoglio per le vittime e gli scampati ai numerosi disastri naturali che nei giorni scorsi hanno colpito vaste zone dell’Asia, e alla tragedia consumatasi in Sicilia nell’area di Messina.
“Il mio pensiero – ha detto al termine dell'Angelus in piazza San Pietro – va, in questo momento, alle popolazioni del Pacifico e del Sud Est asiatico, colpite negli ultimi giorni da violente calamità naturali: lo tsunami nelle Isole Samoa e Tonga; il tifone nelle Filippine, che successivamente ha riguardato anche Vietnam, Laos e Cambogia; il devastante terremoto in Indonesia”.
“Queste catastrofi hanno causato gravi perdite in vite umane, numerosi dispersi e senzatetto e ingenti danni materiali”, ha osservato.
“Penso, inoltre, a quanti soffrono a causa delle inondazioni in Sicilia, specialmente nella zona di Messina”.
“Invito tutti ad unirsi a me nella preghiera per le vittime e i loro cari – ha affermato il Pontefice –. Sono spiritualmente vicino agli sfollati e a tutte le persone provate, implorando da Dio sollievo nella loro pena”.
“Faccio appello perché non manchi a questi fratelli e sorelle la nostra solidarietà e il sostegno della Comunità Internazionale”, ha quindi concluso.
Dolore del Papa per le vittime della manifestazione di Conakry in Guinea
“Invito le parti al dialogo, alla riconciliazione”
ROMA, domenica, 4 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Questa domenica, al termine della tradizionale preghiera mariana dell'Angelus, Benedetto XVI ha espresso dolore per le vittime della sanguinosa repressione da parte dell'esercito della manifestazione svoltasi il 28 settembre a Conakry, la capitale della Repubblica di Guinea.
“Al termine della preghiera dell’Angelus di questa particolare domenica, in cui ho aperto la Seconda Assemblea speciale per l’Africa del Sinodo dei Vescovi – ha ricordato il Papa –, non posso dimenticare i conflitti che, attualmente, mettono a rischio la pace e la sicurezza dei Popoli del Continente africano”.
“In questi giorni – ha affermato – ho seguito con apprensione i gravi episodi di violenza che hanno scosso la popolazione della Guinea”.
“Esprimo le mie condoglianze alle famiglie delle vittime, invito le parti al dialogo, alla riconciliazione e sono certo che non si risparmieranno gli sforzi per raggiungere un'equa e giusta soluzione”, ha quindi sottolineato.
Il 28 settembre scorso una folla di circa 50 mila persone si era radunata allo stadio di Conakry, raccogliendo l’appello delle ‘Forze vive’ (una coalizione di partiti politici, sindacati e organismi della societa’ civile) per protestare contro la candidatura del capo della giunta militare al potere, il capitano Moussa Dadis Camara, alle elezioni presidenziali del gennaio prossimo.
Il capitano Moussa Dadis Camara ha preso il potere con un colpo di stato dopo la morte, nel dicembre 2008, del presidente Lansana Contè, che era stato per 25 anni al potere.
Secondo i dati della giunta militare – denominata Consiglio Nazionale per la Democrazia e lo Sviluppo e non ancora riconosciuta dalla comunità internazionale – le vittime sarebbero state 57, mentre secondo il partito dell'oppositore Sydia Tourè le persone uccise sono state almeno 157 e quelle ferite 1250.
Gli universitari di Roma in preghiera con il Papa per l'Africa
Sabato 10 ottobre alle ore 17.00, nell'Aula Paolo VI
ROMA, domenica, 4 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Questa domenica, al termine dell'Angelus, Benedetto XVI ha invitato i giovani universitari di Roma alla recita del santo Rosario "con l’Africa e per l’Africa", che lui stesso guiderà sabato prossimo, 10 ottobre, insieme con i Padri sinodali, nell’Aula Paolo VI del Vaticano, in occasione della II Assemblea speciale per l'Africa del Sinodo dei Vescovi.
“Cari giovani universitari – ha detto il Pontefice –, vi attendo numerosi, per affidare a Maria Sedes Sapientiae il cammino della Chiesa e della società nel Continente africano”.
L'evento, promosso dalla Segreteria generale del Sinodo, e organizzato dall'Ufficio per la pastorale universitaria del Vicariato di Roma, sarà dedicato al tema “La Chiesa in Africa al servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace. «Voi siete il sale della terra … Voi siete la luce del mondo» (Mt 5, 13.14)”.
Ai giovani di Roma si uniranno gli universitari collegati via satellite da: Il Cairo (Egitto), Nairobi (Kenya), Khartoum (Sudan), Antananarivo (Madagascar), Johannesburg (Sud Africa), Onitsha (Nigeria), Kinshasa (Rep. Dem. del Congo), Maputo (Mozambico), Ouagadougou (Burkina Faso).
Alle ore 18.00 il Santo Padre farà il suo ingresso nell'Aula Paolo VI per guidare la recita del Rosario.
L’animazione della veglia, sotto il coordinamento del maestro Massimo Palombella, sarà curata dall’Orchestra Nazionale dei Conservatori di musica e dai Cori dei Conservatori e delle Università italiane.
Al termine del Rosario si svolgerà il pellegrinaggio della Croce.
Notizie dal mondo
Contro la miopia antivita, basta ascoltare le risate dei bambini
Invito del Cardinal Rigali per la Domenica per il Rispetto della Vita
WASHINGTON, D.C., domenica, 4 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Il presidente della Commissione Pro-vita della Conferenza dei Vescovi degli Stati Uniti ha invitato a dedicare una giornata a un bambino e ad imparare le lezioni che Dio ci offre attraverso di lui.
Il Cardinale Justin Rigali di Philadelphia lo ha proposto in un comunicato pubblicato in occasione della Domenica per il Rispetto della Vita, che si celebra questo fine settimana.
La celebrazione del 4 ottobre ha come tema “Ogni bambino ci offre un sorriso di Dio”.
Il porporato si è riferito al dibattito attuale sulla riforma sanitaria negli Stati Uniti e ad altri temi importanti collegati al rispetto per la vita.
Ha sottolineato, ad esempio, che “una parte degli americani crede che valga la pena di difendere solo la vita e la salute di alcune persone”, un atteggiamento che ha definito “deplorevole”.
“Nonostante il 67% degli americani sia contrario all'imposta per finanziare l'aborto”, ha indicato, “tutte le proposte sulla cura della salute prese in considerazione al Congresso permetterebbero o istituirebbero il finanziamento dell'aborto”.
“L'aborto – l'omicidio diretto e intenzionale di una bambina o di un bambino non nato – non è curare la salute”, ha dichiarato.
Il Cardinale ha quindi denunciato il punto di vista dei difensori del controllo demografico e di alcuni ecologisti che propongono “l'abbandono, e perfino la morte, di alcune persone” come “una soluzione ai crescenti costi dell'assistenza sanitaria”.
L'antidoto
“La morte non è la soluzione ai problemi della vita – ha sottolineato –. Solo chi è troppo cieco per vedere la realtà trascendente e il significato della vita umana può sostenere l'assassinio di esseri umani per mitigare i problemi economici, sociali o ambientali”.
“L'antidoto a questo tipo di miopia è tornare a riconoscere la santità e la dignità di ogni essere umano unico”.
Il porporato ha quindi invitato a trascorrere una giornata con un bambino piccolo per scoprire la “fonte di gioia e di risate” e la capacità di “volare coraggiosamente con l'immaginazione, esplorare con curiosità e anche rivolgere appelli ragionati – pur se a volte egoisti – alla giustizia”.
“I bambini gioiscono della creazione di Dio e amano le loro famiglie incondizionatamente”.
“Dio ha dato a ogni essere umano questi meravigliosi atteggiamenti, e i bambini ci possono aiutare a recuperarli e a valorizzarli di nuovo”, ha aggiunto.
Allo stesso modo, ha denunciato l'attuale “ostilità culturale verso i bambini” e ha rimarcato che “eliminare i giovani non risolve i problemi”, anzi, li aumenta.
“I bambini e coloro che dipendono da noi per qualche incapacità o per l'età ci offrono l'opportunità di crescere nella pazienza, nella bontà e nell'amore”.
Dottrina Sociale e Bene Comune
Le virtù sociali della famiglia (parte II)
ROMA, domenica, 4 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito la seconda parte della Lectio doctoralis svolta dal prof. Pierpaolo Donati al Pontificio Istituto Giovanni Paolo II, in occasione del conferimento del dottorato Honoris causa, il 13 maggio scorso.
La prima parte è stata pubblicata il 23 luglio scorso.
* * *
3. Quali sono le virtù sociali che dipendono dalla famiglia? Se proviamo ad esplicitare quante e quali siano le virtù sociali che provengono da una autentica vita famigliare, la risposta non appare per nulla semplice. Dobbiamo qui fare una premessa. La difficoltà di enumerare (elencare) le virtù non sta nell’osservatore. Sta nel fatto che la natura stessa della relazione famigliare non permette di ridurre le virtù sociali che essa genera ad un numero discreto, limitato, per così dire, ‘specializzato’, di virtù. Chi ci ha provato è stato sempre smentito, prima o poi.
Le virtù che nascono dalla relazione famigliare non si lasciano inquadrare in un elenco (non c’è nessuna lista che possa esaurirle) perché essa abbraccia la totalità di vita della persona. La sociologia esprime questa realtà dicendo che la famiglia è l’unico luogo della società dove la persona viene considerata nella sua interezza o totalità. Non c’è altro luogo che sia deputato, e legittimato, ad essere questo. Bisogna, allora, cogliere il senso profondo che, nella famiglia e solamente in essa, accomuna tutte le virtù. Questo senso, che vieta di attribuire alla famiglia un numero discreto e limitato di virtù (o funzioni), rimanda al carattere sovra-funzionale della famiglia, la cui natura è quella di essere un fatto sociale totale che coinvolge tutti i livelli dell’esistenza umana. La famiglia, infatti, è e rimane il solo luogo della società in cui la persona è considerata nella sua interezza. E pertanto, siccome la famiglia abbraccia tutte le dimensioni della vita umana, essa è il luogo dove si formano, oppure non si formano oppure ancora vengono deviate, tutte le virtù, quelle personali e quelle sociali insieme, quelle private e quelle pubbliche.
Io traduco questo dato empirico nell’affermazione secondo cui la famiglia è la relazione più sovrafuzionale che esista nella società. È precisamente questo fatto che la contraddistingue da tutte le altre forme di relazioni, anche da quelle primarie di amicizia e mutualità in cui la persona è indubbiamente considerata e apprezzata come persona, e non solo per un aspetto o ruolo funzionale, ma mai completamente per tutti gli aspetti della sua vita. La mera convivenza si distingue dalla famiglia proprio perché i semplici conviventi mantengono delle ‘riserve’ reciproche, e non si vedono impegnati sul futuro con la totalità della loro persona. In queste forme parafamiliari, o comunque decisamente non familiari, di vita in comune manca proprio la sovrafunzionalità delle relazioni interpersonali, le quali vengono limitate alla sfera delle gratificazioni individuali, senza una vera e propria responsabilità sociale.
In breve, la famiglia genera virtù sociali perché il carattere sovrafunzionale della famiglia implica tutto il coro delle virtù, personali e sociali. Questo ‘coro’ non è configurato secondo il caso,ma è articolato e ordinato: esso si regge su una virtù dalla quale dipendono tutte le altre, e questa virtù è quella dell’amore (il primato del dono) perché questa è la virtù secondo la categoria relazionale della totalità. Se noi guardiamo al coro delle virtù, non solo a quelle ‘grandi’ – le virtù teologali (fede, speranza, carità) e quelle cardinali (prudenza, fortezza, giustizia, temperanza) –, ma anche alla moltitudine delle ‘piccole’ virtù della vita quotidiana (ordine, puntualità, laboriosità, attenzione all’altro, disponibilità all’ascolto, sincerità, gratitudine, riconoscenza, ecc.), noi vediamo che le basi umane di tali virtù risiedono nell’humus di una vita famigliare in cui ciascuno si orienta all’Altro in un certo modo, quello che chiamiamo appunto ‘famigliare’. Le virtù non si applicano necessariamente a cose grandi, eclatanti, ad eventi straordinari e portentosi, ma anche e soprattutto a cose ‘piccole’, alle piccole difficoltà, delusioni, contraddizioni della vita quotidiana. La relazione famigliare genera un clima caratterizzato da fiducia, cooperazione, reciprocità, dentro il quale crescono le virtù personali e sociali. Senza il clima proprio della famiglia, le virtù personali e sociali diventano più difficili, e a volte impossibili, da apprendere e mettere in pratica.
Quando fiducia, cooperazione e reciprocità sono strettamente legati fra loro e crescono assieme, la famiglia diventa scuola di fraternità. Lo si vede nel gioco di chi prepara osparecchia la tavola, di chi pulisce o mette in ordine il soggiorno, di chi lava i piatti: se i membro della famiglia si sentono sempre in credito rispetto agli altri, vuol dire che in quelle relazioni famigliari non c’è virtù sociale; la virtù sociale c’è quando ciascun membro si sente sempre in debito di farlo per primo e senza riserva per gli altri. Possiamo riassumere il quadro delle virtù sociali che ineriscono alla vita famigliare e si sprigionano da essa dicendo che la vita famigliare educa alla generosità verso il prossimo, porta al riconoscimento dell’Altro, stimola le virtù che hanno a che fare con la capacità di perseguire un progetto sensato assieme agli altri, esige un continuo allenamento nelle virtù che servono da mezzi per realizzare gli scopi della vita (come la pazienza, la costanza, il giusto calcolo nell’uso delle risorse, ecc. in quanto richiesti dalle interazioni familiari).
Vivere nella relazione famigliare vuol dire accettare ogni giorno la sfida di scoprire che questi comportamenti sono necessari per essere felici. Possono essere rifiutati, si può cercare di evitarli, o di evadere, ma ciò non dà la stessa felicità. Stare in famiglia vuol dire scoprire che “noi siamo ciò di cui ci prendiamo cura”. Implica scoprire che i nostri comportamenti rivelano le nostre premure fondamentali e che non possiamo sfuggire alle responsabilità che ne derivano.
In famiglia valgono norme che non esistono altrove, perché in famiglia “non si può non rispondere” e “non si può non comunicare”. Qualunque gesto è sempre percepito dagli altri come una comunicazione, sia che colui che compie il gesto ne abbia l’intenzione o meno. Queste sono le norme proprie della famiglia. Esse educano ad uno speciale apprendimento dell’interazione umana. Sono norme vincolanti il cui senso non giace nel reprimere la persona, bensì nell’aprirla all’Altro da sé con un senso di responsabilità e attenzione senza riserve. La differenza cristiana sta nell’aggiungere un ‘qualcosa’ di più a questa base umana. Nella famiglia cristiana la reciprocità diventa fraternità, nel senso che la norma della reciprocità diventa l’amore vissuto come virtù, insieme personale e sociale, che attualizza la compresenza, senza confusioni, tra eros, philía e agape.
4. La virtù come habitus e come riflessività. La filosofia morale classica, da Aristotele in poi, ha sempre considerato la virtù come habitus. Non c’è dubbio che questa visione mantiene la sua validità. Ma i processi di modernizzazione rendono sempre meno probabile una educazione alle virtù concepite come frutto di una semplice ripetizione di atti buoni orientata a consolidare nella persona un atteggiamento stabile verso il bene. Confidare solo su questo modo di intendere la virtù oggi porta a crescenti delusioni e fallimenti. Ciò è dovuto al fatto che l’habitus deve essere sempre più sostenuto da quella attività che chiamiamo riflessività. La riflessività umana è il dialogo o conversazione interiore di cui le persone e le famiglie hanno sempre più necessità per apprendere e vivere le virtù che rendono felice la vita personale e sociale.
Questa qualità si manifesta in modo particolare nelle famiglie dove sono presenti membri deboli o disabili, perché in esse si attivano speciali esigenze di gestione della persona in difficoltà. Queste famiglie sviluppano delle virtù ‘speciali’, che possiamo chiamare di capacitazione (empowerment) e di resilienza (resilience). La virtù della capacitazione consiste nello sviluppare quelle abilità, che la famiglia ha in potenza, di crescere nella consapevolezza di sé e delle proprie capacità di organizzazione e determinazione nell’agire come gruppo di sostegno alle persone in difficoltà. La virtù della resilienza è quella forza spirituale e pratica che permette spesso alla famiglia con disabilità di uscire rafforzata e meglio motivata dalle mille avversità che la contrastano, attraverso un processo di resistenza attiva che trasforma l’evento negativo, teoricamente paralizzante, in una forza propulsiva e propositiva che supera i confini familiari e si riversa sulla società circostante. Da tale virtù derivano i “vantaggi sociali” che la famiglia con disabilità offre alla società, in quanto: l’impegno che la famiglia pone nella riabilitazione e nell’inclusione sociale della persona in difficoltà in tutte le sfere sociali, dalla scuola al lavoro, significa credere nella possibilità di recupero sociale dei più deboli ed emarginati; in particolare, l’assistenza domiciliare integrata per i disabili più gravi mette in moto quelle virtù potenziali che i membri della famiglia hanno di essere soggetti di cura (care) che debbono dare a ciascuno secondo le sue specifiche necessità.
Un altro esempio di famiglie particolarmente “riflessive” che generano benefici per l’intera società è dato dalle famiglie adottive e dalle famiglie affidatarie. Il fatto che la società globalizzata richieda un uso sempre minore dell’habitus e un bisogno sempre maggiore di riflessività, sia personale (nella conversazione interiore) sia sociale (nelle relazioni), rende più evidente il molteplice ruolo di mediazione che la famiglia è chiamata a svolgere nel fare fiorire le virtù personali e sociali.
5. Per concludere. La famiglia rimane la sorgente vitale di quelle società che sono più portatrici di futuro. La ragione di ciò è semplice: è dalla famiglia che proviene il capitale umano, spirituale e sociale primario di una società. Il capitale civile della società viene generato proprio dalle virtù uniche e insostituibili della famiglia. La società globalizzata potrà trovare un futuro di civiltà se e nella misura in cui sarà capace di promuovere una cultura della famiglia che la ripensi come nesso vitale fra la felicità privata e la felicità pubblica. Le ricerche empiriche mostrano che la famiglia diventa sempre di più, e non già sempre di meno, il fattore decisivo per il benessere materiale e spirituale delle persone. È da queste dinamiche che possiamo capire perché e come la famiglia alimenti quelle virtù, personali e sociali, che rendono felice una società. Occorre una nuova cultura dei diritti della famiglia. Affinché le famiglie possano sviluppare i loro compiti, e creare fiducia sociale, occorre che godano dei propri diritti. Tali diritti la riguardano come gruppo e come istituzione sociale, cioè come relazione intersoggettiva e come istituzione del senso. In pratica, ciò significa riconoscere i diritti di cittadinanza della famiglia. La famiglia è un soggetto sociale che ha un proprio complesso di diritti-doveri nella comunità politica e civile in ragione delle mediazioni insostituibili che di fatto esercita.
Benedetto XVI apre il secondo Sinodo dei Vescovi per l'Africa
E' nel cuore dell'uomo la causa dei mali del mondo
Il Sinodo e le aspettative delle donne africane
SANTA SEDE
Cordoglio del Papa per le vittime dei numerosi disastri naturali
Dolore del Papa per le vittime della manifestazione di Conakry in Guinea
Gli universitari di Roma in preghiera con il Papa per l'Africa
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Contro la miopia antivita, basta ascoltare le risate dei bambini
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Benedetto XVI: la Chiesa in Africa con la forza del Vangelo e la solidarietà
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Omelia di Benedetto XVI per l'apertura del Sinodo speciale per l'Africa
Sinodo speciale sull'Africa
Benedetto XVI apre il secondo Sinodo dei Vescovi per l'Africa
Il continente africano, “polmone spirituale” di un mondo in crisi di speranza
CITTA' DEL VATICANO, domenica, 4 ottobre 2009 (ZENIT.org).- L’Africa è un immenso “polmone” spirituale per un’umanità in crisi di fede e di speranza. E' quanto ha detto Benedetto XVI nel celebrare questa domenica mattina, nella Basilica Vaticana, la Messa di apertura del secondo Sinodo dei Vescovi per l’Africa.
La nuova consultazione episcopale dedicata al Continente africano si tiene a quindici anni dalla prima ed ha come tema: “La Chiesa in Africa al servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace. 'Voi siete il sale della terra... Voi siete la luce del mondo' (Mt 5, 13.14)”.
Nella sua omelia, alla presenza di 239 Padri sinodali e 55 presbiteri collaboratori del Sinodo a vario titolo, il Papa ha descritto un’Africa “depositaria di un tesoro inestimabile per il mondo intero: il suo profondo senso di Dio”.
Tra i suoi tesori, ha precisato Benedetto XVI, il continente africano non annovera solo le risorse materiali, che spesso causano sfruttamento, conflitti e corruzione, ma anche quell'eredità “spirituale e culturale, di cui l’umanità ha bisogno ancor più che delle materie prime”.
Infatti, ha sottolineato, “l’Africa rappresenta un immenso ‘polmone’ spirituale, per un’umanità che appare in crisi di fede e di speranza”.
Ma anche questo “polmone” può ammalarsi, ha aggiunto il Santo Padre, innanzitutto di quella “pericolosa patologia” già diffusa nel mondo occidentale, ovvero “il materialismo pratico, combinato con il pensiero relativista e nichilista”.
“Rimane indiscutibile che il cosiddetto ‘primo’ mondo talora ha esportato e sta esportando tossici rifiuti spirituali, che contagiano le popolazioni di altri continenti, tra cui in particolare quelle africane – ha osservato –. In questo senso il colonialismo, finito sul piano politico, non è mai del tutto terminato”.
L'altro pericolo dell’Africa, ha aggiunto Benedetto XVI, è “il fondamentalismo religioso, mischiato con interessi politici ed economici”.
“Gruppi che si rifanno a diverse appartenenze religiose si stanno diffondendo nel continente africano – ha evidenziato –; lo fanno nel nome di Dio, ma secondo una logica opposta a quella divina, cioè insegnando e praticando non l’amore e il rispetto della libertà, ma l’intolleranza e la violenza”.
Nella sua omelia, Benedetto XVI si è quindi soffermato “sulla complessa tematica del matrimonio nel contesto africano ecclesiale e sociale”, ricordando che il matrimonio, così come è presentato nella Bibbia, “non esiste al di fuori della relazione con Dio”.
“Nella misura in cui custodisce e sviluppa la sua fede – ha quindi avvertito – , l’Africa potrà trovare risorse immense da donare a vantaggio della famiglia fondata sul matrimonio”.
La riflessione del Pontefice si è poi spostata sulla realtà dell’infanzia “che costituisce una parte grande e sofferente della popolazione africana”, in un continente dove il tasso di natalità complessivo è il più alto a livello mondiale.
In Africa e nel resto del mondo, ha poi sottolineato, la Chiesa manifesta la propria maternità nei confronti dei più piccoli anche quando non sono ancora nati.
Infatti, ha spiegato, “la Chiesa non vede in essi primariamente dei destinatari di assistenza, meno che mai di pietismo o di strumentalizzazione, ma delle persone a pieno titolo, che con il loro stesso modo di essere mostrano la via maestra per entrare nel regno di Dio, quella cioè di affidarsi senza condizioni al suo amore”.
Ricollegandosi, poi, al primo Sinodo per l’Africa, tenutosi nel 1994, Benedetto XVI ha ricordato che di quell’assemblea rimane ancora valido ed attuale il compito primario dell’evangelizzazione, anzi, di una “nuova evangelizzazione”.
“Con la sua opera di evangelizzazione e promozione umana, la Chiesa può certamente dare in Africa un grande contributo a tutta la società” ed “essere profezia e fermento di riconciliazione tra i vari gruppi etnici, linguistici ed anche religiosi, all’interno delle singole nazioni e in tutto il continente”.
La riconciliazione, infatti, è il “fondamento stabile sui cui costruire la pace” e la “condizione indispensabile per l’autentico progresso degli uomini e della società”.
Al termine della concelebrazione eucaristica con i Padri sinodali nella Basilica Vaticana, il Papa ha poi guidato la preghiera dell'Angelus recitata insieme ai fedeli e pellegrini giunti in piazza San Pietro.
Per l'occasione, il Santo Padre ha ricordato che il Sinodo non è “un convegno di studio”, né “un’assemblea programmatica”. “I protagonisti non siamo noi: è il Signore, il suo Santo Spirito, che guida la Chiesa”.
“La cosa più importante, per tutti, è ascoltare: ascoltarsi gli uni gli altri e, tutti quanti, ascoltare ciò che il Signore vuole dirci”, ha detto.
“Preghiamo la Vergine Maria, perché benedica la II Assemblea sinodale per l’Africa e ottenga pace e sviluppo per quel grande e amato Continente”, ha quindi concluso.
E' nel cuore dell'uomo la causa dei mali del mondo
Parla il rev. Godfrey Igwebuike Onah, “esperto" al Sinodo per l'Africa
di Mariaelena Finessi
ROMA, domenica, 4 ottobre 2009 (ZENIT.org).- La causa dei problemi del mondo? Il cuore dell'uomo. «Si, è questo ciò che direbbe un africano vero». Reverendo Godfrey Igwebuike Onah, vice rettore della Pontificia Università Urbaniana di Roma, parlando il 1° ottobre ad un incontro dell'Osservatorio sul Sinodo africano che si sta tenendo in Vaticano in questi giorni, non accetta altre risposte.
I disastri che attanagliano l'umanità nascono dalle decisioni di coloro che non sono in comunione con Dio: «Per un cristiano, la pace, la giustizia e la riconciliazione si trovano solo in Cristo». E allora si, è vero, i Paesi che sfruttano il continente nero hanno messo in ginocchio milioni di persone, ma la verità è «che tutto questo è stato possibile con la collaborazione di quei fratelli che hanno venduto la propria coscienza».
Ciò nonostante, spiega il sacerdote nigeriano – alle cui parole fa da sfondo un telo su cui è dipinto il volto di santa Josephine Bakita, del Nobel per la pace Nelson Mandela, dell'atleta kenyota Paul Tergat e dell'economista ed ex presidente della Tanzania Julius Nyerere, per il quale nel 2005 è stata aperta la causa di beatificazione - non ci si deve arrendere ma lottare per riportare la speranza tra coloro che non ne hanno più.
Parole, quest'ultime, che compongono un discorso “di parte”, e come potrebbe essere altrimenti? “Certe cose si possono veder bene solo da chi ha gli occhi pieni di lacrime”, amava dire il Romero d’Africa, monsignor Christophe Munzihirwa, arcivescovo di Bukavu-Congo, ucciso nel 1996 per le sue prese di posizione durante la guerra congolese, quando gridò che nessuna logica politica vale più della persona umana.
Allo stesso modo, il reverendo Onah si sente coinvolto al punto di non fare sconti a nessuno. Ce n'è per tutti: per chi ha depredato e continua a depredare la sua terra, per chi in Italia è contro la convivenza etnica, per chi pensa con malinconia all'Africa lontana, quando sarebbe già tanto «preoccuparsi degli africani che vivono qui» e contro chi molto spesso ha tradito il vero messaggio evangelico.
A tal proposito, ricorda come nel 1994, anno della I Assemblea Speciale per l’Africa del Sinodo dei Vescovi, il segno più drammatico della distanza tra la vita reale degli africani e un certo modo d'intendere il cristianesimo stava nella tremenda coincidenza dell'inizio del Sinodo e l'inizio del genocidio in Rwanda, «uno dei Paesi più cristiani d'Africa».
Ma ricorda pure come oggi questo continente sia «l'imbarazzo del mondo, coinvolto nella crisi economica ma non nella ricerca della sua soluzione». E come, ancora più grave, sia «la marginalizzazione dell’Africa», clochardizzazione la chiamava il teologo Jean Marc Ela: uomini e donne che non contano perchè non servono al mercato e che oggi trovano la tomba nelle acque del Mediterraneo. Comportamenti indegni che alimentano la rabbia, anche perché «se al posto degli uomini morissero giraffe e scimpanzé la comunità internazionale si mobiliterebbe».
L'avvertimento del religioso non ha allora bisogno di commenti: «Se il mondo fa credere ai giovani africani delusi, come già accade in Medio Oriente, che la risposta ai problemi è nell'assalto al resto del mondo, a tremare saranno tutti».
Per il momento la presenza dei missionari che insegnano il perdono rappresenta un deterrente all'esplosione della rabbia. «Se non per ragioni umanitarie, almeno per questo la sorte degli africani dovrebbe interessare tutti – termina Onah –. Qualsiasi cosa la Chiesa fa per rinnovare lo spirito cristiano in Africa, lo fa per il mondo intero».
Lo svolgimento dell'assemblea episcopale dal 4 al 25 ottobre – appuntamento al quale il reverendo parteciperà nelle vesti di “esperto” - rappresenta allora una grossa opportunità di comprensione: «Il Sinodo, che vuol dire “camminare insieme”, è un incontro dei vescovi della Chiesa nella sua universalità e non solo dei vescovi africani. Ed è bene che sia fatta a Roma perché solo così possiamo sperare di essere ascoltati da quella comunità internazionale che è espressione dei paesi più ricchi e potenti». In finale, da quei Paesi che decidono il destino di troppa umanità.
Il Sinodo e le aspettative delle donne africane
A spiegarle, suor Elisa Kidanè, nel ruolo di “esperta” all'appuntamento in Vaticano
di Mariaelena Finessi
ROMA, domenica, 4 ottobre 2009 (ZENIT.org).- “Facendo la radiografia dell'Africa è inevitabile incontrare le donne quali cuore pulsante di quella pentola in ebollizione che è il Continente Nero. Le donne rappresentano il punto di massima brillantezza della "perla nera" profeticamente scoperta e valorizzata secoli fa da Daniele Comboni”. È a questa frase dell'africanista congolese, nonché deputato al parlamento italiano Jean Léonard Touadi che si aggancia suor Elisa Kidanè, consigliera generale delle missionarie comboniane, per spiegare cosa in realtà si aspettano le donne africane dalla II Assemblea Speciale per l’Africa del Sinodo dei Vescovi che si svolge in Vaticano dal 4 al 25 ottobre.
Intervenendo il 1° ottobre a Roma, presso Palazzo Valentini, per un convegno sull'importanza dell'appuntamento episcopale, la reverenda Kidanè – che al Sinodo ricoprirà il ruolo di “esperta” - parte dalla considerazione che fu la stessa di Comboni, ovvero che «molti dei fallimenti all’inizio dell’opera missionaria del XIX secolo erano da iscriversi alla mancata considerazione dell’elemento femminile».
Chiara dunque la posizione della reverenda di origine eritrea: «Che sia data la possibilità di esercitare il nostro ruolo di educatrici, di promotrici, di protagoniste della vita». Il suo, altrimenti detto, è un accorato appello a favore di tutte quelle donne che, come riconosce lo stesso Instrumentum laboris (lo strumento di lavoro che raccoglie i “desiderata” delle chiese locali in Africa), “continuano ad essere sottoposte a molte forme di ingiustizia”, donne alle quali “viene spesso attribuito un ruolo inferiore” (nn. 59-61, cfr. n. 117).
«Non mi sento e non ho la pretesa di essere portavoce della donna d’Africa», spiega la religiosa, «ma dalla mia piccola esperienza sono certa di ciò che vorremmo». Innanzitutto, «che la Chiesa ci guardasse con gli occhi di Gesù», il quale «seppe riconoscere nella donna una leale co-protagonista del suo Progetto di Salvezza perché è a Lei che consegnò il ministero dell’annuncio della Buona Notizia, quel “Vai e dì loro che sono risorto”».
Quindi «un chiaro riconoscimento del ruolo della donna all’interno della Chiesa stessa», un «effettivo cambio di mentalità da parte di quest'ultima nei nostri riguardi, particolarmente riconoscendo il contributo che le donne danno alla teologia». D'altra parte «vorremmo che i nostri vescovi non avvertissero il timore di avere come consigliere delle madri, delle donne sagge. L’hanno fatto i Padri della Chiesa, e sappiamo i benefici che ne hanno tratto loro e di riflesso la Chiesa stessa».
Nell'elenco delle rivendicazioni, suor Kidanè inserisce pure «uno spazio all’interno dei luoghi in cui si “cucinano” progetti per lo sviluppo e leggi di qualsiasi genere e a tutti i livelli». In altri termini, lamenta, «le sacrestie iniziano ad esserci troppo strette». Tra i cambiamenti auspicati, anche «una pari opportunità di formazione professionale per le suore e le donne laiche». E «affinché si ampli la visione della donna, vista non solo come madre o sorella», anche una «partecipazione alla formazione integrante della persona all’interno dei seminari». Tutto questo viene chiesto, precisa la suora, «non per una mera rivendicazione femminista, ma perché come madri del continente sentiamo l’urgenza di alzare la nostra voce».
Le rivendicazioni si fanno più vibranti quando la reverenda punta il dito contro coloro che hanno depredato l'Africa, e che ancora oggi continuano ad offendere la dignità di un'intera popolazione: «Non ne possiamo più – dice - di vedere i nostri figli e figlie trattati come zimbello dei paesi che fino ad ieri hanno fatto man bassa delle nostre materie prime, ed ora ci rigettano in mare, come merce scaduta o di seconda mano. Non ne possiamo più di convegni mondiali, di summit dove si parla e parla e parla, ma di fatto poco e niente arriva nelle nostre case».
La religiosa non sa tacere i soprusi dei potenti: «Vorremmo che i nostri Pastori rivolgessero un monito anche a coloro che sottobanco trafficano armi, diamanti, petrolio con i nostri governanti lasciando sul lastrico i nostri popoli». Quanto alla possibilità di esportare in Africa il modello democratico dei Paesi occidentali, la risposta è ferma: «No, grazie. I popoli dell’Africa possono inventare nuovi modi di fare democrazia se solo glielo permettessero».
L'ultima richiesta della missionaria comboniana tocca le corde dell'anima: «Vorremmo che da questo Sinodo uscisse un documento che avesse tra le sue pagine un capitolo che iniziasse così: “Amatissime sorelle e madri dell'Africa, è soprattutto a voi che ci rivolgiamo, perché siete voi che portate sulle vostre spalle e nel vostro cuore il nostro Continente. Molto prima avremmo dovuto includere nei nostri Piani pastorali la vostra peculiare genialità femminile. Molto prima, giungiamo adesso e abbiamo fretta di ricuperare il tempo perduto”».
Santa Sede
Cordoglio del Papa per le vittime dei numerosi disastri naturali
Nel Pacifico e nel Sud Est asiatico così come nell'area di Messina
ROMA, domenica, 4 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Questa domenica Benedetto XVI ha espresso il proprio cordoglio per le vittime e gli scampati ai numerosi disastri naturali che nei giorni scorsi hanno colpito vaste zone dell’Asia, e alla tragedia consumatasi in Sicilia nell’area di Messina.
“Il mio pensiero – ha detto al termine dell'Angelus in piazza San Pietro – va, in questo momento, alle popolazioni del Pacifico e del Sud Est asiatico, colpite negli ultimi giorni da violente calamità naturali: lo tsunami nelle Isole Samoa e Tonga; il tifone nelle Filippine, che successivamente ha riguardato anche Vietnam, Laos e Cambogia; il devastante terremoto in Indonesia”.
“Queste catastrofi hanno causato gravi perdite in vite umane, numerosi dispersi e senzatetto e ingenti danni materiali”, ha osservato.
“Penso, inoltre, a quanti soffrono a causa delle inondazioni in Sicilia, specialmente nella zona di Messina”.
“Invito tutti ad unirsi a me nella preghiera per le vittime e i loro cari – ha affermato il Pontefice –. Sono spiritualmente vicino agli sfollati e a tutte le persone provate, implorando da Dio sollievo nella loro pena”.
“Faccio appello perché non manchi a questi fratelli e sorelle la nostra solidarietà e il sostegno della Comunità Internazionale”, ha quindi concluso.
Dolore del Papa per le vittime della manifestazione di Conakry in Guinea
“Invito le parti al dialogo, alla riconciliazione”
ROMA, domenica, 4 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Questa domenica, al termine della tradizionale preghiera mariana dell'Angelus, Benedetto XVI ha espresso dolore per le vittime della sanguinosa repressione da parte dell'esercito della manifestazione svoltasi il 28 settembre a Conakry, la capitale della Repubblica di Guinea.
“Al termine della preghiera dell’Angelus di questa particolare domenica, in cui ho aperto la Seconda Assemblea speciale per l’Africa del Sinodo dei Vescovi – ha ricordato il Papa –, non posso dimenticare i conflitti che, attualmente, mettono a rischio la pace e la sicurezza dei Popoli del Continente africano”.
“In questi giorni – ha affermato – ho seguito con apprensione i gravi episodi di violenza che hanno scosso la popolazione della Guinea”.
“Esprimo le mie condoglianze alle famiglie delle vittime, invito le parti al dialogo, alla riconciliazione e sono certo che non si risparmieranno gli sforzi per raggiungere un'equa e giusta soluzione”, ha quindi sottolineato.
Il 28 settembre scorso una folla di circa 50 mila persone si era radunata allo stadio di Conakry, raccogliendo l’appello delle ‘Forze vive’ (una coalizione di partiti politici, sindacati e organismi della societa’ civile) per protestare contro la candidatura del capo della giunta militare al potere, il capitano Moussa Dadis Camara, alle elezioni presidenziali del gennaio prossimo.
Il capitano Moussa Dadis Camara ha preso il potere con un colpo di stato dopo la morte, nel dicembre 2008, del presidente Lansana Contè, che era stato per 25 anni al potere.
Secondo i dati della giunta militare – denominata Consiglio Nazionale per la Democrazia e lo Sviluppo e non ancora riconosciuta dalla comunità internazionale – le vittime sarebbero state 57, mentre secondo il partito dell'oppositore Sydia Tourè le persone uccise sono state almeno 157 e quelle ferite 1250.
Gli universitari di Roma in preghiera con il Papa per l'Africa
Sabato 10 ottobre alle ore 17.00, nell'Aula Paolo VI
ROMA, domenica, 4 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Questa domenica, al termine dell'Angelus, Benedetto XVI ha invitato i giovani universitari di Roma alla recita del santo Rosario "con l’Africa e per l’Africa", che lui stesso guiderà sabato prossimo, 10 ottobre, insieme con i Padri sinodali, nell’Aula Paolo VI del Vaticano, in occasione della II Assemblea speciale per l'Africa del Sinodo dei Vescovi.
“Cari giovani universitari – ha detto il Pontefice –, vi attendo numerosi, per affidare a Maria Sedes Sapientiae il cammino della Chiesa e della società nel Continente africano”.
L'evento, promosso dalla Segreteria generale del Sinodo, e organizzato dall'Ufficio per la pastorale universitaria del Vicariato di Roma, sarà dedicato al tema “La Chiesa in Africa al servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace. «Voi siete il sale della terra … Voi siete la luce del mondo» (Mt 5, 13.14)”.
Ai giovani di Roma si uniranno gli universitari collegati via satellite da: Il Cairo (Egitto), Nairobi (Kenya), Khartoum (Sudan), Antananarivo (Madagascar), Johannesburg (Sud Africa), Onitsha (Nigeria), Kinshasa (Rep. Dem. del Congo), Maputo (Mozambico), Ouagadougou (Burkina Faso).
Alle ore 18.00 il Santo Padre farà il suo ingresso nell'Aula Paolo VI per guidare la recita del Rosario.
L’animazione della veglia, sotto il coordinamento del maestro Massimo Palombella, sarà curata dall’Orchestra Nazionale dei Conservatori di musica e dai Cori dei Conservatori e delle Università italiane.
Al termine del Rosario si svolgerà il pellegrinaggio della Croce.
Notizie dal mondo
Contro la miopia antivita, basta ascoltare le risate dei bambini
Invito del Cardinal Rigali per la Domenica per il Rispetto della Vita
WASHINGTON, D.C., domenica, 4 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Il presidente della Commissione Pro-vita della Conferenza dei Vescovi degli Stati Uniti ha invitato a dedicare una giornata a un bambino e ad imparare le lezioni che Dio ci offre attraverso di lui.
Il Cardinale Justin Rigali di Philadelphia lo ha proposto in un comunicato pubblicato in occasione della Domenica per il Rispetto della Vita, che si celebra questo fine settimana.
La celebrazione del 4 ottobre ha come tema “Ogni bambino ci offre un sorriso di Dio”.
Il porporato si è riferito al dibattito attuale sulla riforma sanitaria negli Stati Uniti e ad altri temi importanti collegati al rispetto per la vita.
Ha sottolineato, ad esempio, che “una parte degli americani crede che valga la pena di difendere solo la vita e la salute di alcune persone”, un atteggiamento che ha definito “deplorevole”.
“Nonostante il 67% degli americani sia contrario all'imposta per finanziare l'aborto”, ha indicato, “tutte le proposte sulla cura della salute prese in considerazione al Congresso permetterebbero o istituirebbero il finanziamento dell'aborto”.
“L'aborto – l'omicidio diretto e intenzionale di una bambina o di un bambino non nato – non è curare la salute”, ha dichiarato.
Il Cardinale ha quindi denunciato il punto di vista dei difensori del controllo demografico e di alcuni ecologisti che propongono “l'abbandono, e perfino la morte, di alcune persone” come “una soluzione ai crescenti costi dell'assistenza sanitaria”.
L'antidoto
“La morte non è la soluzione ai problemi della vita – ha sottolineato –. Solo chi è troppo cieco per vedere la realtà trascendente e il significato della vita umana può sostenere l'assassinio di esseri umani per mitigare i problemi economici, sociali o ambientali”.
“L'antidoto a questo tipo di miopia è tornare a riconoscere la santità e la dignità di ogni essere umano unico”.
Il porporato ha quindi invitato a trascorrere una giornata con un bambino piccolo per scoprire la “fonte di gioia e di risate” e la capacità di “volare coraggiosamente con l'immaginazione, esplorare con curiosità e anche rivolgere appelli ragionati – pur se a volte egoisti – alla giustizia”.
“I bambini gioiscono della creazione di Dio e amano le loro famiglie incondizionatamente”.
“Dio ha dato a ogni essere umano questi meravigliosi atteggiamenti, e i bambini ci possono aiutare a recuperarli e a valorizzarli di nuovo”, ha aggiunto.
Allo stesso modo, ha denunciato l'attuale “ostilità culturale verso i bambini” e ha rimarcato che “eliminare i giovani non risolve i problemi”, anzi, li aumenta.
“I bambini e coloro che dipendono da noi per qualche incapacità o per l'età ci offrono l'opportunità di crescere nella pazienza, nella bontà e nell'amore”.
Dottrina Sociale e Bene Comune
Le virtù sociali della famiglia (parte II)
ROMA, domenica, 4 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito la seconda parte della Lectio doctoralis svolta dal prof. Pierpaolo Donati al Pontificio Istituto Giovanni Paolo II, in occasione del conferimento del dottorato Honoris causa, il 13 maggio scorso.
La prima parte è stata pubblicata il 23 luglio scorso.
* * *
3. Quali sono le virtù sociali che dipendono dalla famiglia? Se proviamo ad esplicitare quante e quali siano le virtù sociali che provengono da una autentica vita famigliare, la risposta non appare per nulla semplice. Dobbiamo qui fare una premessa. La difficoltà di enumerare (elencare) le virtù non sta nell’osservatore. Sta nel fatto che la natura stessa della relazione famigliare non permette di ridurre le virtù sociali che essa genera ad un numero discreto, limitato, per così dire, ‘specializzato’, di virtù. Chi ci ha provato è stato sempre smentito, prima o poi.
Le virtù che nascono dalla relazione famigliare non si lasciano inquadrare in un elenco (non c’è nessuna lista che possa esaurirle) perché essa abbraccia la totalità di vita della persona. La sociologia esprime questa realtà dicendo che la famiglia è l’unico luogo della società dove la persona viene considerata nella sua interezza o totalità. Non c’è altro luogo che sia deputato, e legittimato, ad essere questo. Bisogna, allora, cogliere il senso profondo che, nella famiglia e solamente in essa, accomuna tutte le virtù. Questo senso, che vieta di attribuire alla famiglia un numero discreto e limitato di virtù (o funzioni), rimanda al carattere sovra-funzionale della famiglia, la cui natura è quella di essere un fatto sociale totale che coinvolge tutti i livelli dell’esistenza umana. La famiglia, infatti, è e rimane il solo luogo della società in cui la persona è considerata nella sua interezza. E pertanto, siccome la famiglia abbraccia tutte le dimensioni della vita umana, essa è il luogo dove si formano, oppure non si formano oppure ancora vengono deviate, tutte le virtù, quelle personali e quelle sociali insieme, quelle private e quelle pubbliche.
Io traduco questo dato empirico nell’affermazione secondo cui la famiglia è la relazione più sovrafuzionale che esista nella società. È precisamente questo fatto che la contraddistingue da tutte le altre forme di relazioni, anche da quelle primarie di amicizia e mutualità in cui la persona è indubbiamente considerata e apprezzata come persona, e non solo per un aspetto o ruolo funzionale, ma mai completamente per tutti gli aspetti della sua vita. La mera convivenza si distingue dalla famiglia proprio perché i semplici conviventi mantengono delle ‘riserve’ reciproche, e non si vedono impegnati sul futuro con la totalità della loro persona. In queste forme parafamiliari, o comunque decisamente non familiari, di vita in comune manca proprio la sovrafunzionalità delle relazioni interpersonali, le quali vengono limitate alla sfera delle gratificazioni individuali, senza una vera e propria responsabilità sociale.
In breve, la famiglia genera virtù sociali perché il carattere sovrafunzionale della famiglia implica tutto il coro delle virtù, personali e sociali. Questo ‘coro’ non è configurato secondo il caso,ma è articolato e ordinato: esso si regge su una virtù dalla quale dipendono tutte le altre, e questa virtù è quella dell’amore (il primato del dono) perché questa è la virtù secondo la categoria relazionale della totalità. Se noi guardiamo al coro delle virtù, non solo a quelle ‘grandi’ – le virtù teologali (fede, speranza, carità) e quelle cardinali (prudenza, fortezza, giustizia, temperanza) –, ma anche alla moltitudine delle ‘piccole’ virtù della vita quotidiana (ordine, puntualità, laboriosità, attenzione all’altro, disponibilità all’ascolto, sincerità, gratitudine, riconoscenza, ecc.), noi vediamo che le basi umane di tali virtù risiedono nell’humus di una vita famigliare in cui ciascuno si orienta all’Altro in un certo modo, quello che chiamiamo appunto ‘famigliare’. Le virtù non si applicano necessariamente a cose grandi, eclatanti, ad eventi straordinari e portentosi, ma anche e soprattutto a cose ‘piccole’, alle piccole difficoltà, delusioni, contraddizioni della vita quotidiana. La relazione famigliare genera un clima caratterizzato da fiducia, cooperazione, reciprocità, dentro il quale crescono le virtù personali e sociali. Senza il clima proprio della famiglia, le virtù personali e sociali diventano più difficili, e a volte impossibili, da apprendere e mettere in pratica.
Quando fiducia, cooperazione e reciprocità sono strettamente legati fra loro e crescono assieme, la famiglia diventa scuola di fraternità. Lo si vede nel gioco di chi prepara osparecchia la tavola, di chi pulisce o mette in ordine il soggiorno, di chi lava i piatti: se i membro della famiglia si sentono sempre in credito rispetto agli altri, vuol dire che in quelle relazioni famigliari non c’è virtù sociale; la virtù sociale c’è quando ciascun membro si sente sempre in debito di farlo per primo e senza riserva per gli altri. Possiamo riassumere il quadro delle virtù sociali che ineriscono alla vita famigliare e si sprigionano da essa dicendo che la vita famigliare educa alla generosità verso il prossimo, porta al riconoscimento dell’Altro, stimola le virtù che hanno a che fare con la capacità di perseguire un progetto sensato assieme agli altri, esige un continuo allenamento nelle virtù che servono da mezzi per realizzare gli scopi della vita (come la pazienza, la costanza, il giusto calcolo nell’uso delle risorse, ecc. in quanto richiesti dalle interazioni familiari).
Vivere nella relazione famigliare vuol dire accettare ogni giorno la sfida di scoprire che questi comportamenti sono necessari per essere felici. Possono essere rifiutati, si può cercare di evitarli, o di evadere, ma ciò non dà la stessa felicità. Stare in famiglia vuol dire scoprire che “noi siamo ciò di cui ci prendiamo cura”. Implica scoprire che i nostri comportamenti rivelano le nostre premure fondamentali e che non possiamo sfuggire alle responsabilità che ne derivano.
In famiglia valgono norme che non esistono altrove, perché in famiglia “non si può non rispondere” e “non si può non comunicare”. Qualunque gesto è sempre percepito dagli altri come una comunicazione, sia che colui che compie il gesto ne abbia l’intenzione o meno. Queste sono le norme proprie della famiglia. Esse educano ad uno speciale apprendimento dell’interazione umana. Sono norme vincolanti il cui senso non giace nel reprimere la persona, bensì nell’aprirla all’Altro da sé con un senso di responsabilità e attenzione senza riserve. La differenza cristiana sta nell’aggiungere un ‘qualcosa’ di più a questa base umana. Nella famiglia cristiana la reciprocità diventa fraternità, nel senso che la norma della reciprocità diventa l’amore vissuto come virtù, insieme personale e sociale, che attualizza la compresenza, senza confusioni, tra eros, philía e agape.
4. La virtù come habitus e come riflessività. La filosofia morale classica, da Aristotele in poi, ha sempre considerato la virtù come habitus. Non c’è dubbio che questa visione mantiene la sua validità. Ma i processi di modernizzazione rendono sempre meno probabile una educazione alle virtù concepite come frutto di una semplice ripetizione di atti buoni orientata a consolidare nella persona un atteggiamento stabile verso il bene. Confidare solo su questo modo di intendere la virtù oggi porta a crescenti delusioni e fallimenti. Ciò è dovuto al fatto che l’habitus deve essere sempre più sostenuto da quella attività che chiamiamo riflessività. La riflessività umana è il dialogo o conversazione interiore di cui le persone e le famiglie hanno sempre più necessità per apprendere e vivere le virtù che rendono felice la vita personale e sociale.
Questa qualità si manifesta in modo particolare nelle famiglie dove sono presenti membri deboli o disabili, perché in esse si attivano speciali esigenze di gestione della persona in difficoltà. Queste famiglie sviluppano delle virtù ‘speciali’, che possiamo chiamare di capacitazione (empowerment) e di resilienza (resilience). La virtù della capacitazione consiste nello sviluppare quelle abilità, che la famiglia ha in potenza, di crescere nella consapevolezza di sé e delle proprie capacità di organizzazione e determinazione nell’agire come gruppo di sostegno alle persone in difficoltà. La virtù della resilienza è quella forza spirituale e pratica che permette spesso alla famiglia con disabilità di uscire rafforzata e meglio motivata dalle mille avversità che la contrastano, attraverso un processo di resistenza attiva che trasforma l’evento negativo, teoricamente paralizzante, in una forza propulsiva e propositiva che supera i confini familiari e si riversa sulla società circostante. Da tale virtù derivano i “vantaggi sociali” che la famiglia con disabilità offre alla società, in quanto: l’impegno che la famiglia pone nella riabilitazione e nell’inclusione sociale della persona in difficoltà in tutte le sfere sociali, dalla scuola al lavoro, significa credere nella possibilità di recupero sociale dei più deboli ed emarginati; in particolare, l’assistenza domiciliare integrata per i disabili più gravi mette in moto quelle virtù potenziali che i membri della famiglia hanno di essere soggetti di cura (care) che debbono dare a ciascuno secondo le sue specifiche necessità.
Un altro esempio di famiglie particolarmente “riflessive” che generano benefici per l’intera società è dato dalle famiglie adottive e dalle famiglie affidatarie. Il fatto che la società globalizzata richieda un uso sempre minore dell’habitus e un bisogno sempre maggiore di riflessività, sia personale (nella conversazione interiore) sia sociale (nelle relazioni), rende più evidente il molteplice ruolo di mediazione che la famiglia è chiamata a svolgere nel fare fiorire le virtù personali e sociali.
5. Per concludere. La famiglia rimane la sorgente vitale di quelle società che sono più portatrici di futuro. La ragione di ciò è semplice: è dalla famiglia che proviene il capitale umano, spirituale e sociale primario di una società. Il capitale civile della società viene generato proprio dalle virtù uniche e insostituibili della famiglia. La società globalizzata potrà trovare un futuro di civiltà se e nella misura in cui sarà capace di promuovere una cultura della famiglia che la ripensi come nesso vitale fra la felicità privata e la felicità pubblica. Le ricerche empiriche mostrano che la famiglia diventa sempre di più, e non già sempre di meno, il fattore decisivo per il benessere materiale e spirituale delle persone. È da queste dinamiche che possiamo capire perché e come la famiglia alimenti quelle virtù, personali e sociali, che rendono felice una società. Occorre una nuova cultura dei diritti della famiglia. Affinché le famiglie possano sviluppare i loro compiti, e creare fiducia sociale, occorre che godano dei propri diritti. Tali diritti la riguardano come gruppo e come istituzione sociale, cioè come relazione intersoggettiva e come istituzione del senso. In pratica, ciò significa riconoscere i diritti di cittadinanza della famiglia. La famiglia è un soggetto sociale che ha un proprio complesso di diritti-doveri nella comunità politica e civile in ragione delle mediazioni insostituibili che di fatto esercita.
















































