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News dal Vaticano :: Il mondo visto da Roma - 4 Ottobre 2009
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Il mondo visto da Roma - 4 Ottobre 2009
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Domenica, 4 Ottobre 2009: Accadde Oggi    


Il mondo visto da Roma

SINODO SPECIALE SULL'AFRICA
Benedetto XVI apre il secondo Sinodo dei Vescovi per l'Africa
E' nel cuore dell'uomo la causa dei mali del mondo
Il Sinodo e le aspettative delle donne africane

SANTA SEDE
Cordoglio del Papa per le vittime dei numerosi disastri naturali
Dolore del Papa per le vittime della manifestazione di Conakry in Guinea
Gli universitari di Roma in preghiera con il Papa per l'Africa

NOTIZIE DAL MONDO
Contro la miopia antivita, basta ascoltare le risate dei bambini

DOTTRINA SOCIALE E BENE COMUNE
Le virtù sociali della famiglia (parte II)

ITALIA
Fede e scienza, un dialogo necessario
L’Italia alla scuola del Poverello, per uscire dalle sue contraddizioni

NOTIZIE FLASH
Verrà presentato a Roma un volume dell'Arcivescovo di Chicago

BIOETICA
Tra la vita e la morte

ANGELUS
Benedetto XVI: la Chiesa in Africa con la forza del Vangelo e la solidarietà

DOCUMENTI
Omelia di Benedetto XVI per l'apertura del Sinodo speciale per l'Africa


Sinodo speciale sull'Africa

Benedetto XVI apre il secondo Sinodo dei Vescovi per l'Africa
Il continente africano, “polmone spirituale” di un mondo in crisi di speranza

CITTA' DEL VATICANO, domenica, 4 ottobre 2009 (ZENIT.org).- L’Africa è un immenso “polmone” spirituale per un’umanità in crisi di fede e di speranza. E' quanto ha detto Benedetto XVI nel celebrare questa domenica mattina, nella Basilica Vaticana, la Messa di apertura del secondo Sinodo dei Vescovi per l’Africa.

La nuova consultazione episcopale dedicata al Continente africano si tiene a quindici anni dalla prima ed ha come tema: “La Chiesa in Africa al servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace. 'Voi siete il sale della terra... Voi siete la luce del mondo' (Mt 5, 13.14)”.

Nella sua omelia, alla presenza di 239 Padri sinodali e 55 presbiteri collaboratori del Sinodo a vario titolo, il Papa ha descritto un’Africa “depositaria di un tesoro inestimabile per il mondo intero: il suo profondo senso di Dio”.

Tra i suoi tesori, ha precisato Benedetto XVI, il continente africano non annovera solo le risorse materiali, che spesso causano sfruttamento, conflitti e corruzione, ma anche quell'eredità “spirituale e culturale, di cui l’umanità ha bisogno ancor più che delle materie prime”.

Infatti, ha sottolineato, “l’Africa rappresenta un immenso ‘polmone’ spirituale, per un’umanità che appare in crisi di fede e di speranza”.

Ma anche questo “polmone” può ammalarsi, ha aggiunto il Santo Padre, innanzitutto di quella “pericolosa patologia” già diffusa nel mondo occidentale, ovvero “il materialismo pratico, combinato con il pensiero relativista e nichilista”.

“Rimane indiscutibile che il cosiddetto ‘primo’ mondo talora ha esportato e sta esportando tossici rifiuti spirituali, che contagiano le popolazioni di altri continenti, tra cui in particolare quelle africane – ha osservato –. In questo senso il colonialismo, finito sul piano politico, non è mai del tutto terminato”.

L'altro pericolo dell’Africa, ha aggiunto Benedetto XVI, è “il fondamentalismo religioso, mischiato con interessi politici ed economici”.

“Gruppi che si rifanno a diverse appartenenze religiose si stanno diffondendo nel continente africano – ha evidenziato –; lo fanno nel nome di Dio, ma secondo una logica opposta a quella divina, cioè insegnando e praticando non l’amore e il rispetto della libertà, ma l’intolleranza e la violenza”.

Nella sua omelia, Benedetto XVI si è quindi soffermato “sulla complessa tematica del matrimonio nel contesto africano ecclesiale e sociale”, ricordando che il matrimonio, così come è presentato nella Bibbia, “non esiste al di fuori della relazione con Dio”.

“Nella misura in cui custodisce e sviluppa la sua fede – ha quindi avvertito – , l’Africa potrà trovare risorse immense da donare a vantaggio della famiglia fondata sul matrimonio”.

La riflessione del Pontefice si è poi spostata sulla realtà dell’infanzia “che costituisce una parte grande e sofferente della popolazione africana”, in un continente dove il tasso di natalità complessivo è il più alto a livello mondiale.

In Africa e nel resto del mondo, ha poi sottolineato, la Chiesa manifesta la propria maternità nei confronti dei più piccoli anche quando non sono ancora nati.

Infatti, ha spiegato, “la Chiesa non vede in essi primariamente dei destinatari di assistenza, meno che mai di pietismo o di strumentalizzazione, ma delle persone a pieno titolo, che con il loro stesso modo di essere mostrano la via maestra per entrare nel regno di Dio, quella cioè di affidarsi senza condizioni al suo amore”.

Ricollegandosi, poi, al primo Sinodo per l’Africa, tenutosi nel 1994, Benedetto XVI ha ricordato che di quell’assemblea rimane ancora valido ed attuale il compito primario dell’evangelizzazione, anzi, di una “nuova evangelizzazione”.

“Con la sua opera di evangelizzazione e promozione umana, la Chiesa può certamente dare in Africa un grande contributo a tutta la società” ed “essere profezia e fermento di riconciliazione tra i vari gruppi etnici, linguistici ed anche religiosi, all’interno delle singole nazioni e in tutto il continente”.

La riconciliazione, infatti, è il “fondamento stabile sui cui costruire la pace” e la “condizione indispensabile per l’autentico progresso degli uomini e della società”.

Al termine della concelebrazione eucaristica con i Padri sinodali nella Basilica Vaticana, il Papa ha poi guidato la preghiera dell'Angelus recitata insieme ai fedeli e pellegrini giunti in piazza San Pietro.

Per l'occasione, il Santo Padre ha ricordato che il Sinodo non è “un convegno di studio”, né “un’assemblea programmatica”. “I protagonisti non siamo noi: è il Signore, il suo Santo Spirito, che guida la Chiesa”.

“La cosa più importante, per tutti, è ascoltare: ascoltarsi gli uni gli altri e, tutti quanti, ascoltare ciò che il Signore vuole dirci”, ha detto.

“Preghiamo la Vergine Maria, perché benedica la II Assemblea sinodale per l’Africa e ottenga pace e sviluppo per quel grande e amato Continente”, ha quindi concluso.


E' nel cuore dell'uomo la causa dei mali del mondo
Parla il rev. Godfrey Igwebuike Onah, “esperto" al Sinodo per l'Africa

di Mariaelena Finessi

ROMA, domenica, 4 ottobre 2009 (ZENIT.org).- La causa dei problemi del mondo? Il cuore dell'uomo. «Si, è questo ciò che direbbe un africano vero». Reverendo Godfrey Igwebuike Onah, vice rettore della Pontificia Università Urbaniana di Roma, parlando il 1° ottobre ad un incontro dell'Osservatorio sul Sinodo africano che si sta tenendo in Vaticano in questi giorni, non accetta altre risposte.

I disastri che attanagliano l'umanità nascono dalle decisioni di coloro che non sono in comunione con Dio: «Per un cristiano, la pace, la giustizia e la riconciliazione si trovano solo in Cristo». E allora si, è vero, i Paesi che sfruttano il continente nero hanno messo in ginocchio milioni di persone, ma la verità è «che tutto questo è stato possibile con la collaborazione di quei fratelli che hanno venduto la propria coscienza».

Ciò nonostante, spiega il sacerdote nigeriano – alle cui parole fa da sfondo un telo su cui è dipinto il volto di santa Josephine Bakita, del Nobel per la pace Nelson Mandela, dell'atleta kenyota Paul Tergat e dell'economista ed ex presidente della Tanzania Julius Nyerere, per il quale nel 2005 è stata aperta la causa di beatificazione - non ci si deve arrendere ma lottare per riportare la speranza tra coloro che non ne hanno più.

Parole, quest'ultime, che compongono un discorso “di parte”, e come potrebbe essere altrimenti? “Certe cose si possono veder bene solo da chi ha gli occhi pieni di lacrime”, amava dire il Romero d’Africa, monsignor Christophe Munzihirwa, arcivescovo di Bukavu-Congo, ucciso nel 1996 per le sue prese di posizione durante la guerra congolese, quando gridò che nessuna logica politica vale più della persona umana.

Allo stesso modo, il reverendo Onah si sente coinvolto al punto di non fare sconti a nessuno. Ce n'è per tutti: per chi ha depredato e continua a depredare la sua terra, per chi in Italia è contro la convivenza etnica, per chi pensa con malinconia all'Africa lontana, quando sarebbe già tanto «preoccuparsi degli africani che vivono qui» e contro chi molto spesso ha tradito il vero messaggio evangelico.

A tal proposito, ricorda come nel 1994, anno della I Assemblea Speciale per l’Africa del Sinodo dei Vescovi, il segno più drammatico della distanza tra la vita reale degli africani e un certo modo d'intendere il cristianesimo stava nella tremenda coincidenza dell'inizio del Sinodo e l'inizio del genocidio in Rwanda, «uno dei Paesi più cristiani d'Africa».

Ma ricorda pure come oggi questo continente sia «l'imbarazzo del mondo, coinvolto nella crisi economica ma non nella ricerca della sua soluzione». E come, ancora più grave, sia «la marginalizzazione dell’Africa», clochardizzazione la chiamava il teologo Jean Marc Ela: uomini e donne che non contano perchè non servono al mercato e che oggi trovano la tomba nelle acque del Mediterraneo. Comportamenti indegni che alimentano la rabbia, anche perché «se al posto degli uomini morissero giraffe e scimpanzé la comunità internazionale si mobiliterebbe».

L'avvertimento del religioso non ha allora bisogno di commenti: «Se il mondo fa credere ai giovani africani delusi, come già accade in Medio Oriente, che la risposta ai problemi è nell'assalto al resto del mondo, a tremare saranno tutti».

Per il momento la presenza dei missionari che insegnano il perdono rappresenta un deterrente all'esplosione della rabbia. «Se non per ragioni umanitarie, almeno per questo la sorte degli africani dovrebbe interessare tutti – termina Onah –. Qualsiasi cosa la Chiesa fa per rinnovare lo spirito cristiano in Africa, lo fa per il mondo intero».

Lo svolgimento dell'assemblea episcopale dal 4 al 25 ottobre – appuntamento al quale il reverendo parteciperà nelle vesti di “esperto” - rappresenta allora una grossa opportunità di comprensione: «Il Sinodo, che vuol dire “camminare insieme”, è un incontro dei vescovi della Chiesa nella sua universalità e non solo dei vescovi africani. Ed è bene che sia fatta a Roma perché solo così possiamo sperare di essere ascoltati da quella comunità internazionale che è espressione dei paesi più ricchi e potenti». In finale, da quei Paesi che decidono il destino di troppa umanità.


Il Sinodo e le aspettative delle donne africane
A spiegarle, suor Elisa Kidanè, nel ruolo di “esperta” all'appuntamento in Vaticano

di Mariaelena Finessi

ROMA, domenica, 4 ottobre 2009 (ZENIT.org).- “Facendo la radiografia dell'Africa è inevitabile incontrare le donne quali cuore pulsante di quella pentola in ebollizione che è il Continente Nero. Le donne rappresentano il punto di massima brillantezza della "perla nera" profeticamente scoperta e valorizzata secoli fa da Daniele Comboni”. È a questa frase dell'africanista congolese, nonché deputato al parlamento italiano Jean Léonard Touadi che si aggancia suor Elisa Kidanè, consigliera generale delle missionarie comboniane, per spiegare cosa in realtà si aspettano le donne africane dalla II Assemblea Speciale per l’Africa del Sinodo dei Vescovi che si svolge in Vaticano dal 4 al 25 ottobre.

Intervenendo il 1° ottobre a Roma, presso Palazzo Valentini, per un convegno sull'importanza dell'appuntamento episcopale, la reverenda Kidanè – che al Sinodo ricoprirà il ruolo di “esperta” - parte dalla considerazione che fu la stessa di Comboni, ovvero che «molti dei fallimenti all’inizio dell’opera missionaria del XIX secolo erano da iscriversi alla mancata considerazione dell’elemento femminile».

Chiara dunque la posizione della reverenda di origine eritrea: «Che sia data la possibilità di esercitare il nostro ruolo di educatrici, di promotrici, di protagoniste della vita». Il suo, altrimenti detto, è un accorato appello a favore di tutte quelle donne che, come riconosce lo stesso Instrumentum laboris (lo strumento di lavoro che raccoglie i “desiderata” delle chiese locali in Africa), “continuano ad essere sottoposte a molte forme di ingiustizia”, donne alle quali “viene spesso attribuito un ruolo inferiore” (nn. 59-61, cfr. n. 117).

«Non mi sento e non ho la pretesa di essere portavoce della donna d’Africa», spiega la religiosa, «ma dalla mia piccola esperienza sono certa di ciò che vorremmo». Innanzitutto, «che la Chiesa ci guardasse con gli occhi di Gesù», il quale «seppe riconoscere nella donna una leale co-protagonista del suo Progetto di Salvezza perché è a Lei che consegnò il ministero dell’annuncio della Buona Notizia, quel “Vai e dì loro che sono risorto”».

Quindi «un chiaro riconoscimento del ruolo della donna all’interno della Chiesa stessa», un «effettivo cambio di mentalità da parte di quest'ultima nei nostri riguardi, particolarmente riconoscendo il contributo che le donne danno alla teologia». D'altra parte «vorremmo che i nostri vescovi non avvertissero il timore di avere come consigliere delle madri, delle donne sagge. L’hanno fatto i Padri della Chiesa, e sappiamo i benefici che ne hanno tratto loro e di riflesso la Chiesa stessa».

Nell'elenco delle rivendicazioni, suor Kidanè inserisce pure «uno spazio all’interno dei luoghi in cui si “cucinano” progetti per lo sviluppo e leggi di qualsiasi genere e a tutti i livelli». In altri termini, lamenta, «le sacrestie iniziano ad esserci troppo strette». Tra i cambiamenti auspicati, anche «una pari opportunità di formazione professionale per le suore e le donne laiche». E «affinché si ampli la visione della donna, vista non solo come madre o sorella», anche una «partecipazione alla formazione integrante della persona all’interno dei seminari». Tutto questo viene chiesto, precisa la suora, «non per una mera rivendicazione femminista, ma perché come madri del continente sentiamo l’urgenza di alzare la nostra voce».

Le rivendicazioni si fanno più vibranti quando la reverenda punta il dito contro coloro che hanno depredato l'Africa, e che ancora oggi continuano ad offendere la dignità di un'intera popolazione: «Non ne possiamo più – dice - di vedere i nostri figli e figlie trattati come zimbello dei paesi che fino ad ieri hanno fatto man bassa delle nostre materie prime, ed ora ci rigettano in mare, come merce scaduta o di seconda mano. Non ne possiamo più di convegni mondiali, di summit dove si parla e parla e parla, ma di fatto poco e niente arriva nelle nostre case».

La religiosa non sa tacere i soprusi dei potenti: «Vorremmo che i nostri Pastori rivolgessero un monito anche a coloro che sottobanco trafficano armi, diamanti, petrolio con i nostri governanti lasciando sul lastrico i nostri popoli». Quanto alla possibilità di esportare in Africa il modello democratico dei Paesi occidentali, la risposta è ferma: «No, grazie. I popoli dell’Africa possono inventare nuovi modi di fare democrazia se solo glielo permettessero».

L'ultima richiesta della missionaria comboniana tocca le corde dell'anima: «Vorremmo che da questo Sinodo uscisse un documento che avesse tra le sue pagine un capitolo che iniziasse così: “Amatissime sorelle e madri dell'Africa, è soprattutto a voi che ci rivolgiamo, perché siete voi che portate sulle vostre spalle e nel vostro cuore il nostro Continente. Molto prima avremmo dovuto includere nei nostri Piani pastorali la vostra peculiare genialità femminile. Molto prima, giungiamo adesso e abbiamo fretta di ricuperare il tempo perduto”».


Santa Sede

Cordoglio del Papa per le vittime dei numerosi disastri naturali
Nel Pacifico e nel Sud Est asiatico così come nell'area di Messina

ROMA, domenica, 4 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Questa domenica Benedetto XVI ha espresso il proprio cordoglio per le vittime e gli scampati ai numerosi disastri naturali che nei giorni scorsi hanno colpito vaste zone dell’Asia, e alla tragedia consumatasi in Sicilia nell’area di Messina.

“Il mio pensiero – ha detto al termine dell'Angelus in piazza San Pietro – va, in questo momento, alle popolazioni del Pacifico e del Sud Est asiatico, colpite negli ultimi giorni da violente calamità naturali: lo tsunami nelle Isole Samoa e Tonga; il tifone nelle Filippine, che successivamente ha riguardato anche Vietnam, Laos e Cambogia; il devastante terremoto in Indonesia”.

“Queste catastrofi hanno causato gravi perdite in vite umane, numerosi dispersi e senzatetto e ingenti danni materiali”, ha osservato.

“Penso, inoltre, a quanti soffrono a causa delle inondazioni in Sicilia, specialmente nella zona di Messina”.

“Invito tutti ad unirsi a me nella preghiera per le vittime e i loro cari – ha affermato il Pontefice –. Sono spiritualmente vicino agli sfollati e a tutte le persone provate, implorando da Dio sollievo nella loro pena”.

“Faccio appello perché non manchi a questi fratelli e sorelle la nostra solidarietà e il sostegno della Comunità Internazionale”, ha quindi concluso.


Dolore del Papa per le vittime della manifestazione di Conakry in Guinea
“Invito le parti al dialogo, alla riconciliazione”

ROMA, domenica, 4 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Questa domenica, al termine della tradizionale preghiera mariana dell'Angelus, Benedetto XVI ha espresso dolore per le vittime della sanguinosa repressione da parte dell'esercito della manifestazione svoltasi il 28 settembre a Conakry, la capitale della Repubblica di Guinea.

“Al termine della preghiera dell’Angelus di questa particolare domenica, in cui ho aperto la Seconda Assemblea speciale per l’Africa del Sinodo dei Vescovi – ha ricordato il Papa –, non posso dimenticare i conflitti che, attualmente, mettono a rischio la pace e la sicurezza dei Popoli del Continente africano”.

“In questi giorni – ha affermato – ho seguito con apprensione i gravi episodi di violenza che hanno scosso la popolazione della Guinea”.

“Esprimo le mie condoglianze alle famiglie delle vittime, invito le parti al dialogo, alla riconciliazione e sono certo che non si risparmieranno gli sforzi per raggiungere un'equa e giusta soluzione”, ha quindi sottolineato.

Il 28 settembre scorso una folla di circa 50 mila persone si era radunata allo stadio di Conakry, raccogliendo l’appello delle ‘Forze vive’ (una coalizione di partiti politici, sindacati e organismi della societa’ civile) per protestare contro la candidatura del capo della giunta militare al potere, il capitano Moussa Dadis Camara, alle elezioni presidenziali del gennaio prossimo.

Il capitano Moussa Dadis Camara ha preso il potere con un colpo di stato dopo la morte, nel dicembre 2008, del presidente Lansana Contè, che era stato per 25 anni al potere.

Secondo i dati della giunta militare – denominata Consiglio Nazionale per la Democrazia e lo Sviluppo e non ancora riconosciuta dalla comunità internazionale – le vittime sarebbero state 57, mentre secondo il partito dell'oppositore Sydia Tourè le persone uccise sono state almeno 157 e quelle ferite 1250.


Gli universitari di Roma in preghiera con il Papa per l'Africa
Sabato 10 ottobre alle ore 17.00, nell'Aula Paolo VI

ROMA, domenica, 4 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Questa domenica, al termine dell'Angelus, Benedetto XVI ha invitato i giovani universitari di Roma alla recita del santo Rosario "con l’Africa e per l’Africa", che lui stesso guiderà sabato prossimo, 10 ottobre, insieme con i Padri sinodali, nell’Aula Paolo VI del Vaticano, in occasione della II Assemblea speciale per l'Africa del Sinodo dei Vescovi.

“Cari giovani universitari – ha detto il Pontefice –, vi attendo numerosi, per affidare a Maria Sedes Sapientiae il cammino della Chiesa e della società nel Continente africano”.

L'evento, promosso dalla Segreteria generale del Sinodo, e organizzato dall'Ufficio per la pastorale universitaria del Vicariato di Roma, sarà dedicato al tema “La Chiesa in Africa al servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace. «Voi siete il sale della terra … Voi siete la luce del mondo» (Mt 5, 13.14)”.

Ai giovani di Roma si uniranno gli universitari collegati via satellite da: Il Cairo (Egitto), Nairobi (Kenya), Khartoum (Sudan), Antananarivo (Madagascar), Johannesburg (Sud Africa), Onitsha (Nigeria), Kinshasa (Rep. Dem. del Congo), Maputo (Mozambico), Ouagadougou (Burkina Faso).

Alle ore 18.00 il Santo Padre farà il suo ingresso nell'Aula Paolo VI per guidare la recita del Rosario.

L’animazione della veglia, sotto il coordinamento del maestro Massimo Palombella, sarà curata dall’Orchestra Nazionale dei Conservatori di musica e dai Cori dei Conservatori e delle Università italiane.

Al termine del Rosario si svolgerà il pellegrinaggio della Croce.


Notizie dal mondo

Contro la miopia antivita, basta ascoltare le risate dei bambini
Invito del Cardinal Rigali per la Domenica per il Rispetto della Vita

WASHINGTON, D.C., domenica, 4 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Il presidente della Commissione Pro-vita della Conferenza dei Vescovi degli Stati Uniti ha invitato a dedicare una giornata a un bambino e ad imparare le lezioni che Dio ci offre attraverso di lui.

Il Cardinale Justin Rigali di Philadelphia lo ha proposto in un comunicato pubblicato in occasione della Domenica per il Rispetto della Vita, che si celebra questo fine settimana.

La celebrazione del 4 ottobre ha come tema “Ogni bambino ci offre un sorriso di Dio”.

Il porporato si è riferito al dibattito attuale sulla riforma sanitaria negli Stati Uniti e ad altri temi importanti collegati al rispetto per la vita.

Ha sottolineato, ad esempio, che “una parte degli americani crede che valga la pena di difendere solo la vita e la salute di alcune persone”, un atteggiamento che ha definito “deplorevole”.

“Nonostante il 67% degli americani sia contrario all'imposta per finanziare l'aborto”, ha indicato, “tutte le proposte sulla cura della salute prese in considerazione al Congresso permetterebbero o istituirebbero il finanziamento dell'aborto”.

“L'aborto – l'omicidio diretto e intenzionale di una bambina o di un bambino non nato – non è curare la salute”, ha dichiarato.

Il Cardinale ha quindi denunciato il punto di vista dei difensori del controllo demografico e di alcuni ecologisti che propongono “l'abbandono, e perfino la morte, di alcune persone” come “una soluzione ai crescenti costi dell'assistenza sanitaria”.

L'antidoto

“La morte non è la soluzione ai problemi della vita – ha sottolineato –. Solo chi è troppo cieco per vedere la realtà trascendente e il significato della vita umana può sostenere l'assassinio di esseri umani per mitigare i problemi economici, sociali o ambientali”.

“L'antidoto a questo tipo di miopia è tornare a riconoscere la santità e la dignità di ogni essere umano unico”.

Il porporato ha quindi invitato a trascorrere una giornata con un bambino piccolo per scoprire la “fonte di gioia e di risate” e la capacità di “volare coraggiosamente con l'immaginazione, esplorare con curiosità e anche rivolgere appelli ragionati – pur se a volte egoisti – alla giustizia”.

“I bambini gioiscono della creazione di Dio e amano le loro famiglie incondizionatamente”.

“Dio ha dato a ogni essere umano questi meravigliosi atteggiamenti, e i bambini ci possono aiutare a recuperarli e a valorizzarli di nuovo”, ha aggiunto.

Allo stesso modo, ha denunciato l'attuale “ostilità culturale verso i bambini” e ha rimarcato che “eliminare i giovani non risolve i problemi”, anzi, li aumenta.

“I bambini e coloro che dipendono da noi per qualche incapacità o per l'età ci offrono l'opportunità di crescere nella pazienza, nella bontà e nell'amore”.


Dottrina Sociale e Bene Comune

Le virtù sociali della famiglia (parte II)

ROMA, domenica, 4 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito la seconda parte della Lectio doctoralis svolta dal prof. Pierpaolo Donati al Pontificio Istituto Giovanni Paolo II, in occasione del conferimento del dottorato Honoris causa, il 13 maggio scorso.

La prima parte è stata pubblicata il 23 luglio scorso.

* * *

3. Quali sono le virtù sociali che dipendono dalla famiglia? Se proviamo ad esplicitare quante e quali siano le virtù sociali che provengono da una autentica vita famigliare, la risposta non appare per nulla semplice. Dobbiamo qui fare una premessa. La difficoltà di enumerare (elencare) le virtù non sta nell’osservatore. Sta nel fatto che la natura stessa della relazione famigliare non permette di ridurre le virtù sociali che essa genera ad un numero discreto, limitato, per così dire, ‘specializzato’, di virtù. Chi ci ha provato è stato sempre smentito, prima o poi.

Le virtù che nascono dalla relazione famigliare non si lasciano inquadrare in un elenco (non c’è nessuna lista che possa esaurirle) perché essa abbraccia la totalità di vita della persona. La sociologia esprime questa realtà dicendo che la famiglia è l’unico luogo della società dove la persona viene considerata nella sua interezza o totalità. Non c’è altro luogo che sia deputato, e legittimato, ad essere questo. Bisogna, allora, cogliere il senso profondo che, nella famiglia e solamente in essa, accomuna tutte le virtù. Questo senso, che vieta di attribuire alla famiglia un numero discreto e limitato di virtù (o funzioni), rimanda al carattere sovra-funzionale della famiglia, la cui natura è quella di essere un fatto sociale totale che coinvolge tutti i livelli dell’esistenza umana. La famiglia, infatti, è e rimane il solo luogo della società in cui la persona è considerata nella sua interezza. E pertanto, siccome la famiglia abbraccia tutte le dimensioni della vita umana, essa è il luogo dove si formano, oppure non si formano oppure ancora vengono deviate, tutte le virtù, quelle personali e quelle sociali insieme, quelle private e quelle pubbliche.

Io traduco questo dato empirico nell’affermazione secondo cui la famiglia è la relazione più sovrafuzionale che esista nella società. È precisamente questo fatto che la contraddistingue da tutte le altre forme di relazioni, anche da quelle primarie di amicizia e mutualità in cui la persona è indubbiamente considerata e apprezzata come persona, e non solo per un aspetto o ruolo funzionale, ma mai completamente per tutti gli aspetti della sua vita. La mera convivenza si distingue dalla famiglia proprio perché i semplici conviventi mantengono delle ‘riserve’ reciproche, e non si vedono impegnati sul futuro con la totalità della loro persona. In queste forme parafamiliari, o comunque decisamente non familiari, di vita in comune manca proprio la sovrafunzionalità delle relazioni interpersonali, le quali vengono limitate alla sfera delle gratificazioni individuali, senza una vera e propria responsabilità sociale.

In breve, la famiglia genera virtù sociali perché il carattere sovrafunzionale della famiglia implica tutto il coro delle virtù, personali e sociali. Questo ‘coro’ non è configurato secondo il caso,ma è articolato e ordinato: esso si regge su una virtù dalla quale dipendono tutte le altre, e questa virtù è quella dell’amore (il primato del dono) perché questa è la virtù secondo la categoria relazionale della totalità. Se noi guardiamo al coro delle virtù, non solo a quelle ‘grandi’ – le virtù teologali (fede, speranza, carità) e quelle cardinali (prudenza, fortezza, giustizia, temperanza) –, ma anche alla moltitudine delle ‘piccole’ virtù della vita quotidiana (ordine, puntualità, laboriosità, attenzione all’altro, disponibilità all’ascolto, sincerità, gratitudine, riconoscenza, ecc.), noi vediamo che le basi umane di tali virtù risiedono nell’humus di una vita famigliare in cui ciascuno si orienta all’Altro in un certo modo, quello che chiamiamo appunto ‘famigliare’. Le virtù non si applicano necessariamente a cose grandi, eclatanti, ad eventi straordinari e portentosi, ma anche e soprattutto a cose ‘piccole’, alle piccole difficoltà, delusioni, contraddizioni della vita quotidiana. La relazione famigliare genera un clima caratterizzato da fiducia, cooperazione, reciprocità, dentro il quale crescono le virtù personali e sociali. Senza il clima proprio della famiglia, le virtù personali e sociali diventano più difficili, e a volte impossibili, da apprendere e mettere in pratica.

Quando fiducia, cooperazione e reciprocità sono strettamente legati fra loro e crescono assieme, la famiglia diventa scuola di fraternità. Lo si vede nel gioco di chi prepara osparecchia la tavola, di chi pulisce o mette in ordine il soggiorno, di chi lava i piatti: se i membro della famiglia si sentono sempre in credito rispetto agli altri, vuol dire che in quelle relazioni famigliari non c’è virtù sociale; la virtù sociale c’è quando ciascun membro si sente sempre in debito di farlo per primo e senza riserva per gli altri. Possiamo riassumere il quadro delle virtù sociali che ineriscono alla vita famigliare e si sprigionano da essa dicendo che la vita famigliare educa alla generosità verso il prossimo, porta al riconoscimento dell’Altro, stimola le virtù che hanno a che fare con la capacità di perseguire un progetto sensato assieme agli altri, esige un continuo allenamento nelle virtù che servono da mezzi per realizzare gli scopi della vita (come la pazienza, la costanza, il giusto calcolo nell’uso delle risorse, ecc. in quanto richiesti dalle interazioni familiari).

Vivere nella relazione famigliare vuol dire accettare ogni giorno la sfida di scoprire che questi comportamenti sono necessari per essere felici. Possono essere rifiutati, si può cercare di evitarli, o di evadere, ma ciò non dà la stessa felicità. Stare in famiglia vuol dire scoprire che “noi siamo ciò di cui ci prendiamo cura”. Implica scoprire che i nostri comportamenti rivelano le nostre premure fondamentali e che non possiamo sfuggire alle responsabilità che ne derivano.

In famiglia valgono norme che non esistono altrove, perché in famiglia “non si può non rispondere” e “non si può non comunicare”. Qualunque gesto è sempre percepito dagli altri come una comunicazione, sia che colui che compie il gesto ne abbia l’intenzione o meno. Queste sono le norme proprie della famiglia. Esse educano ad uno speciale apprendimento dell’interazione umana. Sono norme vincolanti il cui senso non giace nel reprimere la persona, bensì nell’aprirla all’Altro da sé con un senso di responsabilità e attenzione senza riserve. La differenza cristiana sta nell’aggiungere un ‘qualcosa’ di più a questa base umana. Nella famiglia cristiana la reciprocità diventa fraternità, nel senso che la norma della reciprocità diventa l’amore vissuto come virtù, insieme personale e sociale, che attualizza la compresenza, senza confusioni, tra eros, philía e agape.

4. La virtù come habitus e come riflessività. La filosofia morale classica, da Aristotele in poi, ha sempre considerato la virtù come habitus. Non c’è dubbio che questa visione mantiene la sua validità. Ma i processi di modernizzazione rendono sempre meno probabile una educazione alle virtù concepite come frutto di una semplice ripetizione di atti buoni orientata a consolidare nella persona un atteggiamento stabile verso il bene. Confidare solo su questo modo di intendere la virtù oggi porta a crescenti delusioni e fallimenti. Ciò è dovuto al fatto che l’habitus deve essere sempre più sostenuto da quella attività che chiamiamo riflessività. La riflessività umana è il dialogo o conversazione interiore di cui le persone e le famiglie hanno sempre più necessità per apprendere e vivere le virtù che rendono felice la vita personale e sociale.

Questa qualità si manifesta in modo particolare nelle famiglie dove sono presenti membri deboli o disabili, perché in esse si attivano speciali esigenze di gestione della persona in difficoltà. Queste famiglie sviluppano delle virtù ‘speciali’, che possiamo chiamare di capacitazione (empowerment) e di resilienza (resilience). La virtù della capacitazione consiste nello sviluppare quelle abilità, che la famiglia ha in potenza, di crescere nella consapevolezza di sé e delle proprie capacità di organizzazione e determinazione nell’agire come gruppo di sostegno alle persone in difficoltà. La virtù della resilienza è quella forza spirituale e pratica che permette spesso alla famiglia con disabilità di uscire rafforzata e meglio motivata dalle mille avversità che la contrastano, attraverso un processo di resistenza attiva che trasforma l’evento negativo, teoricamente paralizzante, in una forza propulsiva e propositiva che supera i confini familiari e si riversa sulla società circostante. Da tale virtù derivano i “vantaggi sociali” che la famiglia con disabilità offre alla società, in quanto: l’impegno che la famiglia pone nella riabilitazione e nell’inclusione sociale della persona in difficoltà in tutte le sfere sociali, dalla scuola al lavoro, significa credere nella possibilità di recupero sociale dei più deboli ed emarginati; in particolare, l’assistenza domiciliare integrata per i disabili più gravi mette in moto quelle virtù potenziali che i membri della famiglia hanno di essere soggetti di cura (care) che debbono dare a ciascuno secondo le sue specifiche necessità.

Un altro esempio di famiglie particolarmente “riflessive” che generano benefici per l’intera società è dato dalle famiglie adottive e dalle famiglie affidatarie. Il fatto che la società globalizzata richieda un uso sempre minore dell’habitus e un bisogno sempre maggiore di riflessività, sia personale (nella conversazione interiore) sia sociale (nelle relazioni), rende più evidente il molteplice ruolo di mediazione che la famiglia è chiamata a svolgere nel fare fiorire le virtù personali e sociali.

5. Per concludere. La famiglia rimane la sorgente vitale di quelle società che sono più portatrici di futuro. La ragione di ciò è semplice: è dalla famiglia che proviene il capitale umano, spirituale e sociale primario di una società. Il capitale civile della società viene generato proprio dalle virtù uniche e insostituibili della famiglia. La società globalizzata potrà trovare un futuro di civiltà se e nella misura in cui sarà capace di promuovere una cultura della famiglia che la ripensi come nesso vitale fra la felicità privata e la felicità pubblica. Le ricerche empiriche mostrano che la famiglia diventa sempre di più, e non già sempre di meno, il fattore decisivo per il benessere materiale e spirituale delle persone. È da queste dinamiche che possiamo capire perché e come la famiglia alimenti quelle virtù, personali e sociali, che rendono felice una società. Occorre una nuova cultura dei diritti della famiglia. Affinché le famiglie possano sviluppare i loro compiti, e creare fiducia sociale, occorre che godano dei propri diritti. Tali diritti la riguardano come gruppo e come istituzione sociale, cioè come relazione intersoggettiva e come istituzione del senso. In pratica, ciò significa riconoscere i diritti di cittadinanza della famiglia. La famiglia è un soggetto sociale che ha un proprio complesso di diritti-doveri nella comunità politica e civile in ragione delle mediazioni insostituibili che di fatto esercita.


 





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La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).
 
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Domenica, 4 Ottobre 2009: Accadde Oggi    


Italia

Fede e scienza, un dialogo necessario
Colloquio tra mons. Gianfranco Ravasi e il genetista Axel Kahn

di Chiara Santomiero

ROMA, domenica, 4 ottobre 2009 (ZENIT.org).- “Escludere la ragione e non ammettere che la ragione”: sono questi i due eccessi da evitare nel confronto tra fede e scienza. Lo ha affermato mons. Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della cultura, prendendo in prestito un pensiero del filosofo Pascal, nel corso del dibattito con il genetista Axel Kahn, presidente dell’Università Paris-Descartes, tenutosi venerdì scorso a Roma, nell’Ambasciata francese presso la Santa Sede, per iniziativa della stessa ambasciata in collaborazione con la Delegazione della Commissione europea presso la Santa Sede.

Due eccessi ai quali sostituire “due sguardi, quello della scienza e quello della fede” necessari, secondo Ravasi, “per una visione completa della realtà che si indaga”. Il rapporto tra scienza e fede deve svolgersi “nella distinzione e nel dialogo”. Se, infatti, ognuna di essa riguarda “ambiti distinti, con percorsi autonomi e differenti metodologie”, tuttavia entrambe “hanno bisogno l’una dell’altra per completarsi nella mente di un uomo che pensa”.

“La tentazione in Occidente – ha affermato Ravasi – è stata quella di sbeffeggiarsi reciprocamente guardando, da un lato, alla teologia come a un prodotto della paleologia culturale destinato ad essere abbandonato con l’avvento della scienza e tentando, dall’altro, di imporre alla scienza dei limiti fondati su affermazioni teologiche”.

“La scienza – ha proseguito Ravasi – si interroga sui fatti, sul ‘come’, mentre la metafisica e la religione sono consacrate all’indagine dei valori ultimi, del ‘perché’”.

Se è vero che teologia e scienza hanno “grammatiche diverse”, tuttavia, secondo Ravasi, “hanno anche coincidenze metodologiche ed espressive”. Il linguaggio scientifico moderno, ad esempio “ricorre molto alla categoria del simbolo, avvicinandosi a quello teologico”.

D’altra parte, “secondo S. Agostino ‘la fede se non è pensata è nulla’. L’adesione di fede non è solo affettiva ma richiede un’elaborazione intellettuale e la teologia si serve di categorie logiche”.

Allo stesso modo se la conoscenza di fede si pone su un canale diverso rispetto a quello della semplice razionalità “non è l’unica di questo tipo sperimentata dall’uomo. Si può pensare all’esperienza dell’innamoramento, in cui travalichiamo ininterrottamente il risultato che la scienza ci offre e vediamo nel volto dell’altro la bellezza al di là dell’oggettività”.

“Si tratta – ha affermato Ravasi – di una conoscenza vera anche se non è la stessa della geometria, della razionalità. Ci sono, quindi, più verità da conquistare e la domanda da porre dovrebbe essere: cos’è la verità?”.

“Perché è bello un quadro? – si è interrogato Kahn -. Non c’è una risposta scientifica a questo interrogativo, ma è legittimo porlo, così come chiedersi cosa sia il bene o il male”. “La filosofia – ha proseguito Khan – è un metodo razionale per cercare risposte che non possono essere affrontate con la scienza e la razionalità”.

Ed è la filosofia, invece della fede, secondo Kahn, ad esigere un dialogo con la scienza; infatti “il dialogo deve avere un vocabolario di concetti comuni: se i concetti della fede e della scienza sono incommensurabili l’uno all’altro, il dialogo non può essere intellettualmente proficuo”.

“L’approccio filosofico-scientifico – ha sottolineato Kahn – presuppone una domanda aperta cui si cerca di trovare una risposta; se l’ipotesi di partenza, dopo la verifica, si rivela falsa, vi si rinuncia”. Un approccio teologico, invece “non può rinunciare alla sua premessa, cioè la Rivelazione”.

Tuttavia “il dialogo tra la fede e la scienza è utile”. “Sull’umanesimo – ha proseguito il genetista francese – le posizioni convergono e siamo più spesso in accordo che in disaccordo”. Nella ricerca sull’embrione, per esempio, ha sostenuto Kahn, “la necessaria protezione della singolarità dell’embrione – che se si sviluppa diventa un essere umano – va accordata con o senza fede. Per questo ritengo che nessun embrione debba essere creato a fine di ricerca ma si possano utilizzare quelli già esistenti, sovranumerari. Sulla condanna dei test genetici per gli immigrati io la penso come la Chiesa francese”.

“Il nostro – ha affermato Kahn – è un mondo fondato su chi crede e chi no, ma insieme bisogna creare il futuro. Occorre dialogare su ciò che l’uno e l’altro considerano la ‘via buona’”.

“L’emergere di un essere umano – ha aggiunto Kahn – è il risultato di due condizioni: possedere un genoma umano e saper guardare all’altro come a un interrogativo, qualcuno attraverso il cui valore di essere umano percepisco il mio stesso valore”.

“La reciprocità – ha concluso Kahn che si è professato ‘agnostico ma non ateo’ – per un materialista al di fuori della Rivelazione, è la condizione del pensiero morale”.

“Quando la Genesi definisce l’immagine di Dio nell’uomo – ha ricordato Ravasi – afferma che ‘maschio e femmina li creò’, cioè l’immagine di Dio è la relazione d’amore, la reciprocità”.

“Per usare ancora una volta un pensiero di Pascal – ha concluso il presidente del Pontificio Consiglio per la cultura – ‘se esiste l’amore, esiste Dio’”.


L’Italia alla scuola del Poverello, per uscire dalle sue contraddizioni
Conclusi i festeggiamenti per San Francesco, Patrono d’Italia

di fr. Mirko A. Sellitto*

ASSISI, domenica, 4 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Si sono spente le luci sull’annuale festa di San Francesco d’Assisi, ma l’entusiasmo per quanto vissuto nei giorni 3 e 4 ottobre resterà certamente molto vivo nel ricordo di quanti hanno partecipato in prima persona a questo evento: “la celebrazione di un uomo veramente felice!”.

I numerosi pellegrini, giunti dalla Basilicata (7000) e da altre regioni d’Italia e del mondo, hanno dato vita ad una due giorni di fede semplice e sincera, di voglia di sperare e di impegno a seguire le orme del loro Patrono. Hanno illuminato con i propri colori, sgorgati da un cuore in festa, i luoghi della memoria del Santo: la Basilica della Porziuncola, San Damiano, la Basilica di San Francesco.

La piccola e umile terra lucana si è posta alla scuola del piccolo frate di Assisi. È stata proprio la “piccolezza” uno dei temi maggiormente ripresi dai Vescovi, dai francescani e dalle autorità che hanno preso parte alle celebrazioni. La piccolezza del territorio, l’umiltà ispirata dalla terra, dal verde che lo caratterizza, così come la terra stessa di Francesco d’Assisi.

Solo chi si fa piccolo si apre all’accoglienza di un dono. E per il Poverello tutto era dono: i lebbrosi, i sacerdoti, i fratelli, la pace, la creazione, fino al riconoscimento del dono di “sorella morte”. La straordinaria grandezza di Francesco d’Assisi è stata proprio questa: saper riconoscere la presenza benefica del suo Signore, Gesù Cristo, in ogni volto e in ogni evento, per cogliere in questa una chiamata a “riparare” la Chiesa e l’umanità ferita dalla divisione e dall’odio.

Se c’è una attualità nel Santo di Assisi, sta proprio nella possibilità di essere come lui: attenti alla voce del Cristo e farsi promotori di valori di pace e bene ispirati al Vangelo.

Accendendo la simbolica lampada davanti al corpo di san Francesco, i pellegrini hanno chiesto proprio questo: di uscire dal torpore spirituale, dall’arida abitudine, dalla stanchezza della rassegnazione, per ripartire da Cristo e dalla sua Parola, per vivere nel quotidiano la bellezza del messaggio del Signore che è pace, amore, giustizia, solidarietà e condivisione.

Questa missione è per tutti, in particolare oggi per i laici, credente e non credenti. Per questo, a rappresentare la figura di Frate Jacopa – la nobildonna romana seguace di san Francesco, che gli procurò il necessario per la sepoltura – è stata quest’anno la signora Anna Vinciguerra, una laica (e non una religiosa, come avvenuto in passato), una madre di famiglia, una donna di preghiera e di carità verso gli ultimi.

A settant’anni dalla proclamazione del suo Patrono, l’Italia intera (religiosa, civile e istituzionale) è chiamata a mettersi nuovamente alla scuola di Francesco. In un tempo in cui si discute se sia opportuno far nascere o cessare una vita, ci si scontra per decidere se prendere parte a un conflitto, se accogliere o meno gli immigrati, dove i riflettori si accendono solo sui pettegolezzi e sui furbi dell’ultima ora, Francesco torna a ricordarci i valori assoluti della vita, della pace, della carità umile e discreta, dell’impegno civile, dell’accoglienza del fratello, anche di quello diverso. Il Bel Paese, bello per la grande solidarietà che sa esprimere ad ogni occasione, per la generosità che sa offire al prossimo, ricco per la cultura e la storia, illuminato da tante figure eloquenti, – come hanno ricordato il Presidente della Basilicata, Vito de Filippo e l’On. Raffaele Fitto – non può più lasciarsi mortificare dalla “polvere” che lasciano sul nostro volto l’egoismo e la rincorsa continua ad un progresso che non sa eliminare i dolori del nostro tempo.

Ma seguire Cristo e servire i fratelli come Francesco può significare ancora oggi vivere l’esperienza delle stimmate. Mons. Salvatore Ligorio, Arcivescovo di Matera-Irsina, durante la celebrazione del Transito del Santo, ha evidenziato come paradossalmente nella cultura attuale non si è sempre liberi o accolti quando si vive per il bene o seguendo valori assoluti. Spesso coloro che scelgono di impegnarsi per la pace o in spirito di condivisione sono soggetti al rifiuto, che va dall’indifferenza fino alla vera e propria persecuzione. Ma è proprio qui che per un cristiano entrano in gioco la fede e la perseveranza.

P. José Rodriguez Carballo, Ministro Generale dei Frati Minori, ha ripetuto a nome di tutti la domanda che una volta frate Leone (uno dei primi compagni di Francesco) rivolse al Poverello: “Perché a te? Perché a te tutto il mondo viene dietro?”. E la risposta è sempre la stessa: “perché si è lasciato rapire dalla bellezza del Cristo povero e crocifisso” e si è ispirato a lui in ogni passo della sua vita.

Chi è stato ad Assisi ha guardato a Francesco per vedere, attraverso il suo corpo stimmatizzato, il volto di Cristo che ha amato l’umanità fino a dare la vita. Chi ha colto la profondità di questa esperienza è certamente ripartito con il cuore carico di gioia e con la certezza che anch’egli è chiamato a ripercorrere le orme di Francesco per rendere attuale il suo messaggio nel mondo di oggi.

Tutti sono chiamati a questo, nessuno escluso!

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*Fr. Mirko A. Sellitto è responsabile dell'Ufficio Stampa dell'Ordine dei Frati Minori dell'Umbria.


Notizie Flash

Verrà presentato a Roma un volume dell'Arcivescovo di Chicago
"La differenza che fa Dio", il 7 ottobre, alla Pontificia Università Lateranense

ROMA, domenica, 4 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Il 7 ottobre, alle ore 18, presso la Pontificia Università Lateranense avrà luogo l'incontro per la presentazione del volume "La differenza che fa Dio" scritto da mons. Francis Cardinal George OMI, Arcivescovo di Chicago.

L’incontro è organizzato dal Pontificio Istituto “Redemptor Hominis”, dall’Arcidiocesi di Chicago, dal Lumen Christi Institute dell’Università di Chicago e dal Faith & Reason Institute di Washingotn DC.

Per l'occasione interverranno: il prof. Dario Edoardo Viganò, preside del Pontificio Istituto Pastorale “Redemptor Hominis”; il prof. Flavio Felice, docente di Dottrine economiche e politiche del Pontificio Istituto Pastorale “Redemptor Hominis”; il prof. Robert Royal, Presidente del Faith & Reason Institute; e infine mons. Francis Cardinal George.


Bioetica

Tra la vita e la morte

di Gonzalo Miranda, L.C.*

ROMA, domenica, 4 ottobre 2009 (ZENIT.org).- A mio parere, molti dei problemi e dei malintesi nell’attuale discussione sulle tematiche di fine vita sono in buona parte dovuti ad una sbagliata impostazione del tema. Si parla molto di “accanimento terapeutico”; si discute se l’alimentazione e l’idratazione artificiali debbano essere considerate delle terapie o meno, ecc. Quasi sempre il dibattito assume come punto di partenza – e spesso anche come punto di arrivo – il comportamento da parte dei medici, i loro obblighi e diritti nei confronti del paziente.

Una volta non era così. Probabilmente, gli enormi progressi compiuti dalla biomedicina negli ultimi cinquant’anni hanno portato ad una attenzione etica focalizzata fondamentalmente sui comportamenti medici. Prima il punto di partenza di queste tematiche era quello del paziente, dei suoi diritti, delle sue aspettative e dei suoi doveri morali nei confronti della propria vita e della propria salute.

Credo che dobbiamo recuperare quel punto di partenza. Proprio per questo, la mia proposta è quella di considerare ciò che possiamo chiamare “l’obbligatorietà terapeutica”: il fatto che ognuno di noi ha il dovere morale di proteggere e promuovere la propria salute, di rispettare il proprio corpo, di difendere e rispettare la propria vita. Questo dovere vale per ogni singolo individuo umano, sano o malato che sia. Io devo procurare la mia salute e dunque devo ricorrere ai mezzi necessari per mantenerla: respirare, alimentarmi, ecc. E per adempiere questo dovere non ho bisogno, fortunatamente, del medico e della medicina. Quando però, a causa di una patologia o di un incidente, non mi basto da solo, mi rivolgo al medico e alla medicina (oppure qualcuno mi ci porta, se io non posso andare autonomamente). Il medico, infatti, è un professionista che si pone, con la sua responsabilità professionale ed umana, a servizio della mia responsabilità nei confronti della mia vita, del mio corpo, della mia salute.

La domanda di partenza, dunque, per tutte le questioni etiche relative agli interventi medici nella fase terminale della vita è questa: fino a dove è moralmente obbligato il paziente di ricorrere ai mezzi e agli interventi che la medicina pone a sua disposizione? Si tratta di un dovere “assoluto” (ab solutum, vale a dire senza riferimento a nessuna condizione o circostanza) o è piuttosto un valore “relativo” (relatum, vale a dire riferito alle varie condizioni e circostanze in cui si può trovare il paziente ed in cui si può realizzare l’intervento medico)?

Questa domanda se l’è posta la tradizione morale cattolica, almeno da quattro secoli. E a questa domanda quella tradizione ha dato una risposta articolata, solida, ragionevole ed impressionantemente lineare, dal secolo XVI fino ad oggi.

Vediamo innanzitutto quella tradizione secolare della teologia morale cattolica. Faremo dopo una breve analisi della struttura logica che sostiene il ragionamento di tutta quella schiera di teologi moralisti. Finalmente, riporterò alcuni testi del Magistero cattolico universale attuale, strutturati in funzione dei quattro passaggi logici individuati nel punto precedente.

L’obbligatorietà terapeutica nella tradizione della teologia morale cattolica

L'impulso iniziale di tutta quella corrente di riflessione partì da Francisco de Vitoria (+ 1546). Nel suo influente trattato di teologia, edito postumo, il teologo domenicano commenta la sentenza di San Tommaso d’Acquino sul dovere morale di alimentarsi. Tommaso aveva insegnato che “l’uomo ha l’obbligo di utilizzare ciò che dà sostentamento al proprio corpo, altrimenti sarebbe omicida di se stesso [...] Pertanto consideriamo che l’uomo abbia il dovere morale di nutrire il proprio corpo e di ricorrere a tutte quelle cose senza le quali il corpo non può vivere” [1].

Francisco di Vitoria si chiede se quest’obbligo valga sempre e in qualunque circostanza. E risponde: “[...] se un malato può prendere cibo o alimento con qualche speranza di vita, deve farlo, come dovrebbe essere dato al malato [...] Se la depressione di coraggio è tanta e la diminuzione della forza dell'appetito è tale che il malato potrebbe prendere alimento solamente con un grande sforzo e quasi come una tortura, allora può essere considerato come un tipo di impossibilità e pertanto si dà la scusa [...], soprattutto quando la speranza di vita è esigua o nulla”[2].

Più avanti insiste nel dire che nessuno è obbligato a ricorrere ad alimenti «delicati e preziosi» o a vivere in un posto «più salubre» per conservare la salute[3]. Ed in altre opere ritorna sul tema, spiegando che non c'è l’obbligo di ricorrere a «tutti i mezzi» per conservare la vita, ma basta utilizzare i mezzi a ciò di per sé ordinati e congruenti[4].

Poco dopo, Domingo Soto, applicò il pensiero di F. di Vitoria ad alcuni interventi medici: «Nessuno può essere obbligato all'amputazione di un membro o all'incisione del corpo che produce un gran dolore: perché nessuno è obbligato a conservare la vita con tanto tormento, né deve essere considerato omicidio di sé stesso»[5].

Da quel momento in poi, i principali teologi proporranno riflessioni simili, creandosi una vera corrente di pensiero o tradizione[6]. Con D. Báñez si comincia a parlare di «mezzi straordinari», intendendo come tali quelli che sono eccessivamente dolorosi o costosi[7]. Ricorda il teologo che una cosa è non prolungare la vita ed un'altra molto diversa abbreviarla. Il grande Francisco Suárez segnala che mentre non è mai lecito all'uomo ammazzarsi, non è obbligato a conservare sempre la vita con qualunque mezzo e modo, potendo posporla alla vita del prossimo o della patria[8].

È interessante notare che alcuni autori considerano come motivo sufficiente del rifiuto di un intervento medico qualcosa di tanto soggettivo come il senso del pudore. L. Lesius menziona il caso di una donna, specialmente una vergine consacrata, che sentisse offesa la sua modestia dalla medicazione nelle sue parti intime da parte di un uomo. E giustifica il rifiuto dell'intervento medico dicendo che «nessuno è obbligato ad accettare una cura che odia non meno che la stessa malattia o la morte»[9].Un contributo importante fu quello del prestigioso moralista J. Di Lugo che dedicò ampie riflessioni a questo tema, affermando anch’egli con chiarezza che «l'uomo non è obbligato a conservare la vita con mezzi straordinari e difficilissimi»[10], mentre deve ricorrere a quelli ordinari, perché chi li respinge dimostra di volere la sua morte[11]. In modo simile si esprimono i Salmanticenses, come anche S. Alfonso Maria di Liguori (patrono dei teologi moralisti cattolici) e tanti altri.

Questa dottrina costante, presente unanimemente in tutti i teologi moralisti dei vari paesi, arriva fino ai nostri giorni. Negli anni Cinquanta, quando la stessa posizione era insegnata, per esempio, da Marcelino Zalba, teologo morale all’università Gregoriana di Roma, papa Pio XII pronunciò un importante discorso nel quale raccoglieva e sintetizzava tutta quella tradizione. Ma prima di presentare i testi del Magistero ci soffermiamo un momento ad analizzare la struttura logica che sostiene questa posizione.

Struttura logica della dottrina cattolica sulla obbligatorietà terapeutica

Leggendo i testi dei teologi menzionati sopra possiamo individuare una specie di «impianto del ragionamento etico», composto sostanzialmente di quattro elementi, gli stessi intorno ai quali potremo dopo strutturare i testi del Magistero attuale.

1) Ogni persona umana ha l’obbligo morale, in base alla sua dignità, di ricorrere i mezzi necessari per la sua vita e la sua salute. Basti qui fare riferimento a quanto espresso prima[12].

2) Questo obbligo morale non è assoluto, ma relativo. Il dovere morale di ricorrere ai mezzi necessari per la vita e per la salute s’impone al soggetto sempre quando non si tratti di interventi che comportano un «onere» eccessivo e sproporzionato in vista dei benefici prevedibili.

Per capire meglio questa affermazione occorre tener presente una distinzione fondamentale, molto presente nel pensiero degli autori citati e molto assente nelle riflessioni dei moralisti e dei bioeticisti attuali. Si tratta della distinzione tra i «doveri morali negativi» e i «doveri morali positivi».

I doveri morali negativi sono quelli relativi ad una azione che moralmente non si deve compiere: non si deve uccidere, non si deve rubare, non si deve torturare, ecc. Questi doveri, da una parte obbligano sempre, in quanto sempre dobbiamo evitare di fare ciò che non dobbiamo fare; dall’altra, possono sempre essere adempiuti, in quanto sempre possiamo astenerci dal fare ciò che non dobbiamo fare.

I doveri morali positivi sono quelli relativi ad un’azione che moralmente si deve compiere, almeno in principio: si deve aiutare il prossimo, si deve pagare le tasse, si deve educare i propri figli, ecc. In questo caso, da una parte non sempre si è obbligati a realizzare ogni possibile bene o tutto il bene di cui si è capaci; dall’altra, non sempre si possono adempiere alcuni doveri positivi obbliganti in generale, a causa di un qualche tipo di «impossibilità».

Già Francisco de Vitoria, nel primo testo citato, adduceva che prendere alimento quando questo richiedesse «un grande sforzo è come una tortura [...] può essere considerato come un tipo di impossibilità»[13]. Orbene, come recita la sentenza classica: «ad impossibilem nemo tenetur». Affermare che il soggetto sia moralmente obbligato a realizzare qualcosa che non può realizzare sarebbe costringerlo – immoralmente – ad agire in modo immorale. L’impossibilità di agire può essere di diversi tipi, soprattutto di carattere fisico, psicologico ed etico.

Una persona malata, dunque, la quale in generale ha l’obbligo di ricorrere ai mezzi necessari per recuperare la salute e mantenere la vita, può trovarsi in situazioni nelle quali gli interventi medici disponibili siano «troppo onerosi», quasi come «inaccettabili», «insopportabili». Il soggetto non necessariamente è tenuto a sottomettersi ad essi.

La tradizione della teologia morale cattolica ed alcuni testi del Magistero cattolico – come vedremo – si riferiscono a quegli interventi o mezzi con l’espressione: «mezzi straordinari». È importante sottolineare che il significato di questa espressione non era riferito alla «straordinarietà» intesa come novità, difficoltà di applicazione, stato sperimentale della terapia, ecc. Piuttosto, «straordinario» è sinonimo esatto di «troppo oneroso». In questo senso, sarebbe preferibile – come dice uno dei testi fondamentali del Magistero attuale su questa tematica – designare quel tipo di intervento come «sproporzionato»[14]: l’intervento suppone degli oneri pesanti che sono visti come sproporzionati in relazione ai benefici attesi dalla sua attuazione. Ragion per cui il paziente non ce la fa ad accettarlo, in quanto gli arreca un danno non giustificato dal bene prospettato.

3) Il dovere di discernere se un determinato intervento medico è proporzionato o meno, accettabile o meno, spetta al paziente stesso. Naturalmente, questo vale soltanto nei casi in cui il paziente sia capace di valutare le proposte terapeutiche e di esprimere la propria volontà. Non significa questo che il paziente debba essere lasciato a decidere da solo. È importante tenere insieme quella che altrove ho chiamato «dimensione oggettiva» e «dimensione soggettiva» della decisione terapeutica[15].

4) Finalmente, l’eventuale decisione da parte del paziente di non sottomettersi ad un intervento medico, in quanto considerato sproporzionato e inaccettabile, non necessariamente equivale ad un comportamento di tipo suicida. E il rispetto di quella decisione da parte del personale medico non necessariamente equivale ad un comportamento di carattere eutanasico. Dico «non necessariamente» nel senso che eventualmente un paziente potrebbe rifiutare un intervento medico con la volontà di porre fine alla propria esistenza; e un medico potrebbe accettare il suo rifiuto – forse anche troppo frettolosamente e senza tentare di far riflettere al paziente – con la volontà di procurarne la morte. Ma, salvo situazioni nelle quali ci siano motivi per sospettare l’intenzione suicida ed eutanasica, dobbiamo attenerci a ciò che di fatto il paziente esprime e rifiuta. Un conto è rifiutare la vita ed agire con lo scopo di porre fine all’esistenza, un conto diverso – dal punto di vista morale totalmente diverso – è rifiutare un intervento medico considerato sproporzionato. La vita è «un bene indisponibile»; la terapia invece è «un bene disponibile», ed eventualmente, per questo paziente qui, costituisce «un male da evitare».

[La seconda parte verrà pubblicata l'11 ottobre prossimo]

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* Padre Gonzalo Miranda è professore ordinario della Facoltà di Bioetica dell'Ateneo Pontificio “Regina Apostolorum”.


[1] S. Tommaso d’Acquino, Super epistolas S. Pauli, II Thess., lec. 11, n. 7.

[2] F. De Vitoria, Relectiones Theologiae. Relectio de Temperantia, P. Landry, Lugduni, 1.

[3] Ibidem, n. 12.

[4] Relectiones de Homicidio n. 35. Gli stessi concetti si trovano nel suo Comentarium Secunda Secundae de Sante Tomae, in II:II, q. 147, art. 1.

[5] D. Soto, Theologia Moralis, Tractatus de Justitia et Jure, Lib. V, q. 2, art. 1.

[6] Ecco un elenco di alcuni tra i più importanti, fino al secolo XIX: L. Molina, De Justitia, Tom. IV, Tract. IH, disp. I, col. 514; G. Sayrus, Clavis Regia Casuum Conscientiae. Lib. VII, Cap. IX, n. 28; D. Bañez, in II:II, q. 65, art. 1; Sánchez, Consilia, Tom. II, Lib. V, Cap. 1, dub. 33; F. Suárez, Opera Omnia (Paris, ed. Berton, Vives, 1858), Tom. XII, disp. 9, sect. 3; L. Lessius, De Justitia et Jure, II, Cap. 9, dub. 14. n. 96; M. Bonacina, Moralis Theologica, Tom. II, Disp. 2, Quaest. Ultim., Sect. 1, Punct. 6, n. 2; P. Laymann, Theologia Moralis, Lib. Ili, Tract. 3, p. 3, cap. 1, n. 4; Gabrielis a S. Vincentio, De justitia et Jure, Disp. 6, de restitutione, q. 6, n. 86; J. De Lugo, De Justitia et Jure, Disp. 10, Sect. I, n. 21; A. Diana, Coordinatus, per R. P. Martinun de Alcolea (Lugduni, 1667) Tom. VIII, Tract. V, Resol. 53., (ex Diana, p. 5, tr. 4, res. 33); H. Toumely, Theologia Moralis (Venetiis, 1756), Tom. III, Tract. de Decalogo, cap. 2, de Quinto Praec., Alt. I, conc. 2; Salmanticenses, Cursus Theologiae Moralis, Tom III, Tract. XIII, de restii., Cap. II, Punct. 2, Sect. 2, n. 26; S. Alphonsus, Theologia Moralis, Lib. III, Tract. IV, cap. 1, n. 371; A. de Escobar, Universae Theologiae Moralis (Lugduni, 1663), IV, Lib. 32, Sect. Cap. V, Prob. XXIV, n. 128; T. Tamburini, Explicatio Decalogi (Venctus, 1719), Lib. Vi, Cap. II, Sect. II, n. 11; A. Holzmann, Theologia Moralis (Benevento, 1743), Vol. I, Pars II, Traci. II, Disp. V, Cap. III, Cas. II; P. Sporer, Theologia Moralis, Tom. I, Tract. V, Cap. III, Sect. I, n. 13; A. Reiflenstuel, Theologia Moralis (Mutinac, 1740), Tract. IX, Distinc. III, Quaes II, n. 14; C. La Croix, Theologia Moralis (Ravennie, 1761), Vol. I, Lib. III, Parsi, Tract. IV, Cap. I, dub. I; C. Roncaglia, Thelogia Moralis (Lucae, 1730), VoI. I, Tract. XI, Cap. I, Q. III; N. Mazzotta, Theologia Moralis (Venetiis, 1760), Tbm. I, Tract. II, Disp. II, Quaest. I, Cap. I; B. Elbel, Theologia Moalis per modum Conferentiarum, ed. I Bierbaum (Paderbomae, 1891-1892), II, n. 25 and n. 27; C. Billuart, Summa S. Theologiae (Parisiis, 1852), Tom. VI, Dissert. X, Art. Ili, Consect. n. 3; V. Patuzzi, Ethica Christiana sive Theologia Moralis, Tom. III, Traci. V, Pars V, Gap. X, Consect. sept.; P. Scavini, Theologia Moralis, II, n. 649; J. Gury, Compendium Theologiae Moralis (ed. 17; Romae, 1866), I, n. 391.

[7] D. Bañez, in II:II, q. 65, art. 1. Si potrebbe ipotizzare che il suo ricorso a questa terminologia derivi dalle espressioni utilizzate da Francisco de Vitoria, quando parla dei mezzi di per sé “ordinati” alla vita. Difatti, poco prima di parlare di mezzi straordinari, Bañez si riferisce ai mezzi “ordinati e proporzionati” («ordinata et proportìonata»).

[8] Cfr. F. Suarez, op. cit., Tom. XII, Tract. Ili, Disp. 9, Sect. 3, condii. 3.

[9] L. Lessius, De Justitia et Jure, Lib. IV, Cap. 3, dub. 8, n. 60.

[10] J. De Lugo, De Justitia et Jure, Disp. 10, Sect. I, n. 21.

[11] Ibidem, n. 29.

[12] Non è questa la sede per pretendere di dimostrare questo asserto. Possiamo considerarlo come principio assunto in partenza. Senza di esso, tutta la problematica etica che ci occupa non avrebbe alcun senso: ognuno potrebbe fare assolutamente ciò che gli pare sul proprio corpo e con la propria vita; il medico potrebbe solamente attuare ciò che il paziente chiedesse.

[13] Citato a p.

[14] Congregazione per la Dottrina della Fede, «Dichiarazione sull’Eutanasia» (Iura et bona), in AAS 72 (1980), 542-552, n. 15.

[15] G. Miranda, «Riflessioni etiche intorno alla fine della vita», in A. Mazzoni (a cura di), A sua immagine e somiglianza?, Il volto dell’uomo alle soglie del 2000; un approccio bioetico, Città Nuova Editrice, Roma 1997, 180-202.


Angelus

Benedetto XVI: la Chiesa in Africa con la forza del Vangelo e la solidarietà
Nelle parole introduttive alla preghiera dell'Angelus

CITTA' DEL VATICANO, domenica, 4 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo le parole pronunciate da Benedetto XVI questa domenica, al termine della concelebrazione eucaristica con i Padri Sinodali nella Basilica Vaticana, ad introduzione della preghiera dell'Angelus recitata insieme ai fedeli e pellegrini giunti in piazza San Pietro.


* * *

Cari fratelli e sorelle!

Stamani, nella Basilica di San Pietro, ha avuto luogo la Celebrazione eucaristica di apertura della Seconda Assemblea Speciale per l’Africa del Sinodo dei Vescovi, durante la quale si è pregato anche in diverse lingue africane. Il mio venerato predecessore Giovanni Paolo II convocò il primo "Sinodo africano" nel 1994, nella prospettiva dell’anno 2000 e del terzo millennio cristiano. Egli, che col suo zelo missionario si fece tante volte pellegrino in terra africana, ha raccolto i contenuti emersi da quell’assise nell’Esortazione apostolica Ecclesia in Africa, rilanciando l’evangelizzazione del Continente. A distanza di quindici anni, questa nuova Assemblea si pone in continuità con la prima, per verificare il cammino compiuto, approfondire alcuni aspetti ed esaminare le sfide più recenti. Il tema scelto è: "La Chiesa in Africa al servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace" – accompagnato da una parola di Cristo rivolta ai discepoli: "Voi siete il sale della terra … voi siete la luce del mondo" (Mt 5,13.14).

Il Sinodo costituisce sempre un’intensa esperienza ecclesiale, un’esperienza di responsabilità pastorale collegiale nei confronti di un aspetto specifico della vita della Chiesa, oppure, come in questo caso, di una parte del Popolo cristiano determinata in base all’area geografica. Il Papa e i suoi più stretti collaboratori si riuniscono insieme con i Membri designati dell’Assemblea, con gli Esperti e gli Uditori, per approfondire la tematica prescelta. E’ importante sottolineare che non si tratta di un convegno di studio, né di un’assemblea programmatica. Si ascoltano relazioni ed interventi in aula, ci si confronta nei gruppi, ma tutti sappiamo bene che i protagonisti non siamo noi: è il Signore, il suo Santo Spirito, che guida la Chiesa. La cosa più importante, per tutti, è ascoltare: ascoltarsi gli uni gli altri e, tutti quanti, ascoltare ciò che il Signore vuole dirci. Per questo, il Sinodo si svolge in un clima di fede e di preghiera, in religiosa obbedienza alla Parola di Dio. Al Successore di Pietro spetta convocare e guidare le Assemblee sinodali, raccogliere quanto emerso dai lavori ed offrire poi le opportune indicazioni pastorali.

Cari amici, l’Africa è un Continente che ha una straordinaria ricchezza umana. Attualmente, la sua popolazione ammonta a circa un miliardo di abitanti e il suo tasso di natalità complessivo è il più alto a livello mondiale. L’Africa è una terra feconda di vita umana, ma questa vita è segnata purtroppo da tante povertà e patisce talora pesanti ingiustizie. La Chiesa è impegnata a superarle con la forza del Vangelo e la solidarietà concreta di tante istituzioni ed iniziative di carità. Preghiamo la Vergine Maria, perché benedica la II Assemblea sinodale per l’Africa e ottenga pace e sviluppo per quel grande e amato Continente.
 

[DOPO L’ANGELUS]

Il mio pensiero va, in questo momento, alle popolazioni del Pacifico e del Sud Est asiatico, colpite negli ultimi giorni da violente calamità naturali: lo tsunami nelle Isole Samoa e Tonga; il tifone nelle Filippine, che successivamente ha riguardato anche Vietnam, Laos e Cambogia; il devastante terremoto in Indonesia. Queste catastrofi hanno causato gravi perdite in vite umane, numerosi dispersi e senzatetto e ingenti danni materiali. Penso, inoltre, a quanti soffrono a causa delle inondazioni in Sicilia, specialmente nella zona di Messina. Invito tutti ad unirsi a me nella preghiera per le vittime e i loro cari. Sono spiritualmente vicino agli sfollati e a tutte le persone provate, implorando da Dio sollievo nella loro pena. Faccio appello perché non manchi a questi fratelli e sorelle la nostra solidarietà e il sostegno della Comunità Internazionale.

Al termine della preghiera dell’Angelus di questa particolare domenica, in cui ho aperto la Seconda Assemblea speciale per l’Africa del Sinodo dei Vescovi, non posso dimenticare i conflitti che, attualmente, mettono a rischio la pace e la sicurezza dei Popoli del Continente africano. In questi giorni ho seguito con apprensione i gravi episodi di violenza che hanno scosso la popolazione della Guinea. Esprimo le mie condoglianze alle famiglie delle vittime, invito le parti al dialogo, alla riconciliazione e sono certo che non si risparmieranno gli sforzi per raggiungere un'equa e giusta soluzione.

Nel pomeriggio di sabato prossimo, 10 ottobre, insieme con i Padri sinodali, guiderò nell’Aula Paolo VI una speciale recita del santo Rosario "con l’Africa e per l’Africa", animata dai giovani universitari di Roma. Si uniranno alla preghiera, in collegamento via satellite, gli studenti di alcuni Paesi africani. Cari giovani universitari, vi attendo numerosi, per affidare a Maria Sedes Sapientiae il cammino della Chiesa e della società nel Continente africano.

[Il Papa ha poi salutato i pellegrini in diverse lingue. In Italiano ha detto:]

Saluto con affetto i pellegrini di lingua italiana, in particolare il gruppo di cresimandi provenienti da Torino, l’associazione Junior Chamber Italiana e i motociclisti impegnati in favore della sicurezza stradale. Desidero inoltre assicurare la mia preghiera per la missione "Gesù al Centro", una proposta dei giovani ai giovani, che si svolge in questi giorni a Roma per iniziativa del Servizio diocesano di pastorale giovanile. Formulo infine un cordiale augurio per il Secondo Congresso Mondiale degli Oblati Benedettini sul tema "Le sfide religiose di oggi. La risposta benedettina", e che vede la partecipazione di Oblati di tutti i Continenti, come pure per l’odierna Giornata nazionale per l’abbattimento delle barriere architettoniche.

A tutti auguro una buona domenica.

[© Copyright 2009 - Libreria Editrice Vaticana]



Documenti

Omelia di Benedetto XVI per l'apertura del Sinodo speciale per l'Africa

CITTA' DEL VATICANO, domenica, 4 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito l'omelia pronunciata questa domenica da Benedetto XVI nel presiedere nella Basilica Vaticana la celebrazione dell’eucaristia con i Padri Sinodali, in occasione dell’apertura della II Assemblea Speciale per l’Africa del Sinodo dei Vescovi sul tema: “La Chiesa in Africa al servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace. 'Voi siete il sale della terra... Voi siete la luce del mondo' (Mt 5, 13.14)”.


* * *

Venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,

illustri Signori e Signore,

cari fratelli e sorelle!

Pax vobis – pace a voi! Con questo saluto liturgico mi rivolgo a voi tutti raccolti nella Basilica Vaticana, dove quindici anni fa, il 10 aprile 1994, il Servo di Dio Giovanni Paolo II aprì la prima Assemblea Speciale per l’Africa del Sinodo dei Vescovi. Il fatto che oggi ci troviamo qui ad inaugurare la seconda, significa che quello è stato un evento certamente storico, ma non isolato. E’ stato il punto di arrivo di un cammino, che in seguito è proseguito, e che ora giunge ad una nuova significativa tappa di verifica e di rilancio. Lodiamo per questo il Signore! Rivolgo il più cordiale benvenuto ai Membri dell’Assemblea sinodale, che concelebrano con me questa santa Eucaristica, agli Esperti e agli Uditori, in particolare a quanti provengono dalla terra africana. Con speciale riconoscenza saluto il Segretario Generale del Sinodo e i suoi collaboratori. Sono molto contento della presenza tra noi di Sua Santità Abuna Paulos, Patriarca della Chiesa Ortodossa Tewahedo di Etiopia, che ringrazio cordialmente, e dei Delegati fraterni delle altre Chiese e delle Comunità ecclesiali. Sono lieto anche di accogliere le Autorità civili e i Signori Ambasciatori che hanno voluto partecipare a questo momento; con affetto saluto i sacerdoti, le religiose e i religiosi, i rappresentanti di organismi, movimenti e associazioni, e il coro congolese che, insieme alla Cappella Sistina, anima questa nostra Celebrazione eucaristica.

Le letture bibliche dell’odierna domenica parlano del matrimonio. Ma, più radicalmente, parlano del disegno della creazione, dell’origine e, dunque, di Dio. Su questo piano converge anche la seconda lettura, tratta dalla Lettera agli Ebrei, là dove dice: "Colui che santifica – cioè Gesù Cristo – e coloro che sono santificati – cioè gli uomini – provengono tutti da una stessa origine; per questo non si vergogna di chiamarli fratelli" (Eb 2,11). Dall’insieme delle letture, risalta dunque in maniera evidente il primato di Dio Creatore, con la perenne validità della sua impronta originaria e la precedenza assoluta della sua signoria, quella signoria che i bambini sanno accogliere meglio degli adulti, ed è per questo che Gesù li indica a modello per entrare nel regno dei cieli (cfr Mc 10,13-15). Ora, il riconoscimento della signoria assoluta di Dio è certamente uno dei tratti salienti e unificanti della cultura africana. Naturalmente in Africa vi sono molteplici e diverse culture, ma sembrano tutte concordare su questo punto: Dio è il Creatore e la fonte della vita. Ora la vita – lo sappiamo bene - si manifesta primariamente nell’unione tra l’uomo e la donna e nella nascita dei figli; la legge divina, scritta nella natura, è pertanto più forte e preminente rispetto a ogni legge umana, secondo l’affermazione netta e concisa di Gesù: "L’uomo non divida quello che Dio ha congiunto" (Mc 10,9). La prospettiva non è anzitutto morale: essa, prima del dovere, riguarda l’essere, l’ordine inscritto nella creazione.

Cari fratelli sorelle, in questo senso l’odierna liturgia della Parola – al di là della prima impressione – si rivela particolarmente adatta ad accompagnare l’apertura di un’Assemblea sinodale dedicata all’Africa. Vorrei sottolineare in particolare alcuni aspetti che emergono con forza e che interpellano il lavoro che ci attende. Il primo, già accennato: il primato di Dio, Creatore e Signore. Il secondo: il matrimonio. Il terzo: i bambini. Sul primo aspetto l’Africa è depositaria di un tesoro inestimabile per il mondo intero: il suo profondo senso di Dio, che ho avuto modo di percepire direttamente negli incontri con i Vescovi africani in visita ad Limina, ed ancor più nel recente viaggio apostolico in Camerun e Angola, del quale conservo un gradito e commosso ricordo. È proprio a questo pellegrinaggio in terra africana che ora vorrei collegarmi, perché in quei giorni ho aperto idealmente questa Assemblea sinodale, consegnando l’Instrumentum laboris ai Presidenti delle Conferenze Episcopali e ai Capi dei Sinodi dei Vescovi delle Chiese Orientali Cattoliche.

Quando si parla di tesori dell’Africa, il pensiero va subito alle risorse di cui è ricco il suo territorio e che purtroppo sono diventate e talora continuano ad essere motivo di sfruttamento, di conflitti e di corruzione. Invece la Parola di Dio ci fa guardare a un altro patrimonio: quello spirituale e culturale, di cui l’umanità ha bisogno ancor più che delle materie prime. "Infatti – direbbe Gesù – quale vantaggio c’è che un uomo guadagni il mondo intero e perda la propria vita?" (Mc 8,36). Da questo punto di vista, l’Africa rappresenta un immenso "polmone" spirituale, per un’umanità che appare in crisi di fede e di speranza. Ma anche questo "polmone" può ammalarsi. E al momento almeno due pericolose patologie lo stanno intaccando: anzitutto, una malattia già diffusa nel mondo occidentale, cioè il materialismo pratico, combinato con il pensiero relativista e nichilista. Senza entrare nel merito della genesi di tali mali dello spirito, rimane tuttavia indiscutibile che il cosiddetto "primo" mondo talora ha esportato e sta esportando tossici rifiuti spirituali, che contagiano le popolazioni di altri continenti, tra cui in particolare quelle africane. In questo senso il colonialismo, finito sul piano politico, non è mai del tutto terminato. Ma, proprio in questa stessa prospettiva, va segnalato un secondo "virus" che potrebbe colpire anche l’Africa, cioè il fondamentalismo religioso, mischiato con interessi politici ed economici. Gruppi che si rifanno a diverse appartenenze religiose si stanno diffondendo nel continente africano; lo fanno nel nome di Dio, ma secondo una logica opposta a quella divina, cioè insegnando e praticando non l’amore e il rispetto della libertà, ma l’intolleranza e la violenza.

Riguardo al tema del matrimonio, il testo del capitolo 2° del Libro della Genesi ce ne ha richiamato il perenne fondamento, che Gesù stesso ha confermato: "Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un’unica carne" (Gen 2,24). Come non ricordare il mirabile ciclo di catechesi che il Servo di Dio Giovanni Paolo II ha dedicato a tale argomento, a partire da un’esegesi quanto mai approfondita di questo testo biblico? Oggi, proponendocelo proprio in apertura del Sinodo, la liturgia ci offre la luce sovrabbondante della verità rivelata e incarnata in Cristo, con la quale si può considerare la complessa tematica del matrimonio nel contesto africano ecclesiale e sociale. Anche su questo punto, però, vorrei cogliere brevemente una suggestione che precede ogni riflessione e indicazione di tipo morale, e che si collega ancora al primato del senso del sacro e di Dio. Il matrimonio, così come la Bibbia ce lo presenta, non esiste al di fuori della relazione con Dio. La vita coniugale tra l’uomo e la donna, e quindi della famiglia che ne deriva, è inscritta nella comunione con Dio e, alla luce del Nuovo Testamento, diventa icona dell’Amore trinitario e sacramento dell’unione di Cristo con la Chiesa. Nella misura in cui custodisce e sviluppa la sua fede, l’Africa potrà trovare risorse immense da donare a vantaggio della famiglia fondata sul matrimonio.

Comprendendo nella pericope evangelica anche il testo su Gesù e i bambini (Mc 10,13-15), la liturgia ci invita a tenere presente fin d’ora, nella nostra sollecitudine pastorale, la realtà dell’infanzia, che costituisce una parte grande e purtroppo sofferente della popolazione africana. Nella scena di Gesù che accoglie i bambini, opponendosi con sdegno agli stessi discepoli che volevano allontanarli, vediamo l’immagine della Chiesa che in Africa, e in ogni altra parte della terra, manifesta la propria maternità soprattutto nei confronti dei più piccoli, anche quando non sono ancora nati. Come il Signore Gesù, la Chiesa non vede in essi primariamente dei destinatari di assistenza, meno che mai di pietismo o di strumentalizzazione, ma delle persone a pieno titolo, che con il loro stesso modo di essere mostrano la via maestra per entrare nel regno di Dio, quella cioè di affidarsi senza condizioni al suo amore.

Cari fratelli, queste indicazioni provenienti dalla Parola di Dio si inseriscono nell’ampio orizzonte dell’Assemblea sinodale che oggi inizia, e che si ricollega a quella precedentemente già dedicata al continente africano, i cui frutti sono stati presentati dal Papa Giovanni Paolo II, di venerata memoria, nell’Esortazione apostolica Ecclesia in Africa. Rimane naturalmente valido ed attuale il compito primario dell’evangelizzazione, anzi di una nuova evangelizzazione che tenga conto dei rapidi mutamenti sociali di questa nostra epoca e del fenomeno della globalizzazione mondiale. Altrettanto si deve dire della scelta pastorale di edificare la Chiesa come famiglia di Dio (cfr ivi, 63). In tale grande scia si pone la seconda Assemblea, che ha per tema: "La Chiesa in Africa a servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace. «Voi siete il sale della terra… voi siete la luce del mondo» (Mt 5,13.14)". Negli ultimi anni la Chiesa Cattolica in Africa ha conosciuto un grande dinamismo, e l’Assise sinodale è l’occasione per ringraziarne il Signore. E poiché la crescita della Comunità ecclesiale in tutti i campi comporta anche sfide ad intra e ad extra, il Sinodo è momento propizio per ripensare l’attività pastorale e rinnovare lo slancio di evangelizzazione. Per diventare luce del mondo e sale della terra occorre puntare sempre più alla "misura alta" della vita cristiana, cioè alla santità. Ad essere santi sono chiamati i Pastori e tutti i membri della comunità ecclesiale; i fedeli laici sono chiamati a diffondere il profumo della santità nella famiglia, nei luoghi di lavoro, nella scuola e in ogni altro ambito sociale e politico. Possa la Chiesa in Africa essere sempre una famiglia di autentici discepoli di Cristo, dove la differenza fra etnie diventi motivo e stimolo per un reciproco arricchimento umano e spirituale.

Con la sua opera di evangelizzazione e promozione umana, la Chiesa può certamente dare in Africa un grande contributo a tutta la società, che purtroppo conosce in vari Paesi povertà, ingiustizie, violenze e guerre. La vocazione della Chiesa, comunità di persone riconciliate con Dio e tra di loro, è quella di essere profezia e fermento di riconciliazione tra i vari gruppi etnici, linguistici ed anche religiosi, all’interno delle singole nazioni e in tutto il continente. La riconciliazione, dono di Dio che gli uomini devono implorare ed accogliere, è fondamento stabile su cui costruire la pace, condizione indispensabile per l’autentico progresso degli uomini e della società, secondo il progetto di giustizia voluto da Dio. Aperta alla grazia redentrice del Signore risorto, l’Africa sarà così illuminata sempre più dalla sua luce e, lasciandosi guidare dallo Spirito Santo, diventerà una benedizione per la Chiesa universale, apportando un contributo proprio e qualificato all’edificazione di un mondo più giusto e fraterno.

Cari Padri Sinodali, grazie per il contributo che ognuno di voi darà ai lavori delle prossime settimane, che saranno per noi una rinnovata esperienza di comunione fraterna ridondante a beneficio di tutta la Chiesa, specialmente nel contesto dell’Anno Sacerdotale. E a voi, cari fratelli e sorelle, domando di accompagnarci con la vostra preghiera. Lo chiedo ai presenti; lo chiedo ai monasteri di clausura e alle comunità religiose diffuse in Africa e in ogni parte del mondo, alle parrocchie e ai movimenti, agli ammalati e ai sofferenti: a tutti domando di pregare perché il Signore renda fruttuosa questa seconda Assemblea Speciale per l’Africa del Sinodo dei Vescovi. Su di essa invochiamo la protezione di san Francesco d’Assisi, che oggi ricordiamo, di tutti i santi e le sante africani e, in modo speciale, della Beata Vergine Maria, Madre della Chiesa e Nostra Signora dell’Africa. Amen!

[© Copyright 2009 - Libreria Editrice Vaticana]

 





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La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).
 
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