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News dal Vaticano :: Il mondo visto da Roma - 5 Ottobre 2009
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Il mondo visto da Roma - 5 Ottobre 2009
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Lunedì, 5 Ottobre 2009: Accadde Oggi    


Il mondo visto da Roma

SINODO SPECIALE SULL'AFRICA
Il Papa ai Padri sinodali: guardate il mondo nella luce di Dio
Un Sinodo per portare giustizia e riconciliazione in Africa
La disponibilità alla riconciliazione mostra la profondità dell’evangelizzazione
Occorrono investimenti in antiretrovirali e non in preservativi
La Chiesa in Africa approfondisca il rapporto con i media
Un Papa di colore, "Why not?"

SANTA SEDE
“I Venerdì di Propaganda”: il Cenacolo di Leonardo in Vaticano
La Santa Sede chiede di passare dalla deterrenza nucleare alla fiducia
Confessori a tempo pieno nelle Basiliche papali di Roma

UOMINI DI FEDE
Carlo Bergonzi, il più grande tenore verdiano, amico di Sant’Antonio

NOTIZIE DAL MONDO
I Vescovi europei lodano il risultato del referendum in Irlanda
Quello che i media non raccontano sull'Honduras
Beatificato questa domenica un religioso che resistette al nazismo

ITALIA
Coscienza e dignità della persona alla luce delle Neuroscienze
Un paese senza figli dimentica il proprio futuro
Sant’Anselmo di Lucca, consigliere di Matilde e patrono di Mantova

TUTTO LIBRI
Dialogo religioso in Algeria

DOCUMENTI
Riflessione del Papa nella prima Congregazione generale del Sinodo

DOCUMENTI SULLA WEB DI ZENIT
Relazioni del Segretario Generale e del Relatore Generale del Sinodo


Sinodo speciale sull'Africa

Il Papa ai Padri sinodali: guardate il mondo nella luce di Dio
Riflessione nella prima Congregazione generale del Sinodo

CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 5 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Con un invito a guardare alle cose del mondo nella luce di Dio e a riscoprire la carità gratuita divina per abbattere le barriere che dividono l'Africa, Benedetto XVI ha aperto questo lunedì mattina in Vaticano la prima Congregazione generale del Sinodo dei Vescovi per l'Africa.

Nel suo saluto al Papa e ai presenti all'inizio della prima Congregazione generale, il Cardinale Francis Arinze, presidente delegato di turno, ha ricordato che il continente africano "ha conosciuto sofferenze evitabili, ingiustizia, oppressione, repressione, sfruttamento, tensione e la guerra, che allontana le persone dalle proprie case e produce fame e malattia".

"Ma l'Africa ha conosciuto anche l'amore fraterno, la solidarietà con i sofferenti, i comitati per la verità e la riconciliazione, gli aiuti regionali tra Paesi e qualche progresso verso lo sviluppo integrale, come lei, Santità, ha spiegato nella Caritas in Veritate", ha aggiunto.

Il porporato ha quindi auspicato che "sotto la guida dello Spirito Santo, possa il lavoro di questo Sinodo aiutare a progredire verso la promozione della riconciliazione, della giustizia e della pace in Africa e in Madagascar e anche chiarire meglio e intensificare il ruolo della Chiesa".

Nella sua meditazione nell'Aula del Sinodo, nel corso della prima Congregazione generale, alla presenza di 226 Padri sinodali, Benedetto XVI ha riflettuto sull'inno d'invocazione dello Spirito Santo Nunc sancte nobis Spiritus, che la tradizione attribuisce a Sant'Ambrogio.

"Abbiamo incominciato il nostro Sinodo adesso, invocando lo Spirito Santo, sapendo bene che noi non possiamo fare quanto occorre fare per la Chiesa, per il mondo, in questo momento - ha affermato -. Solo nella forza dello Spirito Santo possiamo trovare quanto è retto, e seguirlo".

"Tutte le nostre analisi del mondo sono insufficienti se non consideriamo il mondo alla luce di Dio, se non scopriamo che alla base delle ingiustizie, della corruzione c'è un cuore non retto, c'è una chiusura verso Dio, e quindi una falsificazione della relazione fondamentale sulla quale sono basate tutte le altre".

Nella sua lunga meditazione spontanea, il Papa si è lasciato ispirare dall'Inno dell'Ora Terza, la preghiera che introduce la seduta sinodale mattutina.

L'Inno, ha constatato, "implora tre doni essenziali dello Spirito Santo". Il primo è la "confessione", che va intesa sia come riconoscimento della piccolezza umana davanti a Dio - da cui derivano, insiste il Papa, "tutti i vizi che distruggono la rete sociale e la pace nel mondo" -, sia come ringraziamento a Dio per i suoi doni e come impegno di testimonianza.

Benedetto XVI ha quindi trovato parola di grande densità spirituale per rimarcare la semplice grandezza di Dio rispetto alla grandezza delle cose umane.

"Le cose della scienza, della tecnica costano grandi investimenti, avventure spirituali e materiali, sono costose e difficili - ha rilevato -. Ma Dio si dà ‘gratis'. Le più grandi cose della vita - Dio, l'amore, la verità - sono gratuite e direi che su questo dovremmo spesso meditare: su questa gratuità di Dio; sul fatto che non c'è bisogno di grandi doni materiali o anche intellettuali per essere vicini a Dio: Dio è in me, nel mio cuore e sulle mie labbra".

Il secondo dono dello Spirito, ha proseguito, discende dal primo: l'uomo che scopre l'intimità con il divino deve poi testimoniarlo con tutto se stesso. Deve testimoniare la verità della carità di Dio perché questa e non altro è l'essenza della religione cristiana:

"Importante è che il cristianesimo non è una somma di idee, una filosofia, una teoria, ma è un modo di vivere, è carità, è amore. Solo così diventiamo cristiani: se la fede si trasforma in carità, se è carità. Il nostro Dio è da una parte 'Logos', Ragione eterna, ma questa Ragione è anche Amore. Non è fredda matematica che costruisce l'universo: questa Ragione eterna è fuoco, è carità. Già in noi stessi dovrebbe realizzarsi questa unità di ragione e carità, di fede e carità".

Anche il terzo dono è strettamente connesso agli altri. La carità di Dio va annunciata all'umanità, a ogni uomo, che per un cristiano è un prossimo e un fratello. Prendendo spunto dalla figura del Buon Samaritano della liturgia odierna, Benedetto XVI ha concluso mettendo in grande risalto gli insegnamenti che arrivano fino a noi da quella antica parabola e che ben si adattano, in questo caso, anche alla realtà africana.

"La carità non è una cosa individuale, ma universale. Universale e concreta. Occorre aprire realmente i confini tra tribù, etnie, religioni all'universalità dell'amore di Dio nei nostri luoghi di vita, con tutta la concretezza necessaria. Preghiamo il Signore che ci doni lo Spirito Santo, che ci doni una nuova Pentecoste, che ci aiuti ad essere i suoi servitori in questa ora del mondo".


Un Sinodo per portare giustizia e riconciliazione in Africa
Il Relatore Generale, il Cardinale Turkson, spiega i temi

CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 5 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Il Sinodo dei Vescovi dell'Africa cerca di portare finalmente pace e giustizia al continente, insanguinato da lotte fratricide, ha affermato questo lunedì il suo Relatore Generale elencando i temi che verranno discussi dall'assemblea.

Il Cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson, Arcivescovo di Cape Coast (Ghana), nella sua lunga relazione precedente alla discussione, redatta in inglese e non letta per intero, ha spiegato che l'obiettivo di questo Sinodo è che i cattolici del continente diventino "servitori della riconciliazione, della giustizia e della pace".

Nella sua analisi, il porporato africano ha mostrato come sono cambiati il continente e la Chiesa stessa dopo che il 7 maggio 1994 Giovanni Paolo II ha concluso formalmente a Roma il primo Sinodo africano.

All'inizio del pontificato di Papa Karol Wojtyla, i cattolici africani erano circa 55.000.000. Nel 1994, anno in cui si è celebrata la Prima Assemblea Speciale per l'Africa del Sinodo dei Vescovi, c'erano 102.878.000 fedeli, ossia il 14,6 % della popolazione africana.

Oggi, dei 943.743.000 abitanti dell'Africa i cattolici sono 164.925.000, il 17,5%, aveva rivelato poco prima l'Arcivescovo Nikola Eterović, Segretario Generale del Sinodo dei Vescovi.

Dal primo Sinodo dell'Africa, che ha avuto come tema "La Chiesa in Africa e la sua Missione evangelizzatrice verso l'anno 2000: ‘Sarete miei testimoni' (At 1, 8)", è nata l'esortazione apostolica post-sinodale firmata da Giovanni Paolo II con il titolo Ecclesia in Africa a Yaoundé (Camerun) il 14 settembre 1995.

Il secondo Sinodo africano, che si concluderà il 25 ottobre, presieduto da Benedetto XVI, ha per tema "La Chiesa in Africa a servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace. Voi siete il sale della terra... Voi siete la luce del mondo (Mt 5, 13.14)".

Per questo, il Cardinale Turkson ha presentato con queste parole la sfida che deve affrontare ora la Chiesa nel suo continente: dall'essere "Famiglia di Dio (evangelizzatori)", come ha detto il primo Sinodo, deve passare a contare su figli che siano "servitori (ministri = diakonoi) della riconciliazione, della giustizia e della pace".

Questa riconciliazione, ha spiegato, deve essere "con Dio (verticale) e tra gli Esseri Umani (orizzontale)".

I cattolici africani dovranno svolgere quest'opera in un contesto sociale che il Cardinale ha esposto senza esitazioni.

Il problema economico dell'Africa, ha osservato, si spiega con il "malgoverno".

"Ciò spiega il paradosso della povertà di un continente che è senz'altro uno dei più ricchi del mondo di potenzialità. La conseguenza di questa 'equazione governo-economia' è che quasi nessun Paese africano può rispettare i propri obblighi di bilancio".

Altre sfide, secondo il porporato, sono le "pressioni diverse e terribili" a cui è sottoposta la famiglia per "una crescente proposta di unioni e rapporti alternativi, privati del concetto di impegno duraturo, di natura non eterosessuale e senza il fine della procreazione".

Allo stesso modo, ha ricordato lo spaccio di droga e il traffico di armi, motivi di instabilità di molti Paesi africani, e i crimini ecologici. "Per questo motivo, i vertici delle Nazioni Uniti e mondiali sui cambiamenti climatici, l'emissione di gas serra, l'assottigliamento dello strato di ozono, come quello che si terrà a dicembre a Copenaghen, devono poter contare sull'orante sostegno dell'Africa", ha affermato.

L'analisi sociologica del Cardinale si è conclusa spiegando che "l'Africa è stata accusata per troppo tempo dai media di tutto ciò che viene aborrito dall'umanità".

"E' tempo di 'cambiare marcia' e di dire la verità sull'Africa con amore, promuovendo lo sviluppo del continente che porterà al benessere di tutto il mondo".

All'assemblea partecipano 244 padri sinodali, di cui 78 partecipanti ex officio, 129 eletti e 36 di nomina Pontificia. Tra questi vi sono 33 Cardinali, 79 Arcivescovi e 156 Vescovi. Quanto agli uffici svolti, vi sono 37 Presidenti delle Conferenze Episcopali, 189 Vescovi Ordinari, 4 Coadiutori, 2 Ausiliari e 8 (arci)vescovi emeriti. Ci sono poi sei rappresentanti di altre Chiese o comunità ecclesiali, 29 esperti (19 uomini e 10 donne) e 49 uditori (29 uomini e 20 donne).

Prima di iniziare la discussione, il Cardinale Turkson ha detto a tutti loro: "Gesù Cristo, dopo essersi rivelato attraverso le Scritture come nostra riconciliazione, giustizia e pace, ora chiama e invia i suoi discepoli in Africa e nelle isole a spendere sé stessi, come sale e luce, per costruire la Chiesa in Africa come autentica Famiglia di Dio attraverso i ministeri della riconciliazione, della giustizia e della pace, esercitati nell'amore, come il loro maestro".

Questo lunedì pomeriggio sono iniziate le discussioni davanti all'assemblea sinodale con interventi liberi, rapporti sulle relazioni dei vari continenti con l'Africa e un'analisi dell'applicazione della "Ecclesa in Africa", da parte di vari Vescovi.

Il Cardinale Turkson è intervenuto dopo una meditazione d'apertura offerta dal Papa ai partecipanti al Sinodo in cui ha spiegato che la Chiesa non è un'organizzazione, ma il frutto dello Spirito Santo.


La disponibilità alla riconciliazione mostra la profondità dell’evangelizzazione
Relazione del Segretario Generale del Sinodo dei Vescovi

CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 5 ottobre 2009 (ZENIT.org).- La disponibilità alla riconciliazione mostra il grado di evangelizzazione di una comunità, ha affermato questo lunedì monsignor Nikola Eterović, Segretario Generale del Sinodo dei Vescovi, nella relazione all'assemblea.

Nel suo discorso, il presule ha ricordato le parole pronunciate da Benedetto XVI il 19 marzo scorso durante il suo soggiorno a Yaoundé (Camerun), quando ha affermato: “Con la forza dello Spirito Santo rivolgo a tutti questo appello: ‘Lasciatevi riconciliare!’ (2 Cor 5,20). Nessuna differenza etnica o culturale, di razza, di sesso o di religione deve divenire tra voi motivo di contesa. Voi siete tutti figli dell’unico Dio, nostro Padre, che è nei cieli. Con questa convinzione sarà finalmente possibile costruire un’Africa più giusta e pacifica, all’altezza delle legittime attese di tutti i suoi figli”.

La riconciliazione, ha spiegato monsignor Eterović, “richiede il perdono ricevuto dal Padre e dato ai fratelli, secondo l’ammaestramento del Signore Gesù: 'perdona a noi i nostri peccati, anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore'”.

L’insegnamento sulla riconciliazione, “sorgente della pace e della giustizia”, è il cuore della riflessione dell’Assemblea Speciale per l’Africa, che presuppone “l’Annuncio della Buona Notizia e la sua assimilazione”.

“Tutti i cristiani sono chiamati a riconciliarsi con Dio e con il prossimo”, ha dichiarato il Segretario Generale del Sinodo dei Vescovi, affermando che “la disponibilità alla riconciliazione è il barometro della profondità dell’evangelizzazione di una persona, di una famiglia, di una comunità, di una Nazione, come pure delle Chiese particolari e di quella universale”.

“Solamente da un cuore riconciliato con Dio possono spuntare iniziative di carità e di giustizia nei riguardi del prossimo e della società intera”.

Richiamando le parole riportate nel Vangelo di Matteo (5, 13. 14) “Voi siete il sale della terra ... voi siete la luce del mondo”, “sottotitolo” del tema del Sinodo, il presule ha osservato che “sono al contempo una constatazione della dignità cristiana e un invito a viverla sempre meglio” e sono indirizzate “a tutti i cristiani, oggi in modo particolare a quelli dell’Africa”, che “sanno, nella grazia dello Spirito Santo, che la risposta affermativa presuppone la conversione e la ferma volontà di seguire Gesù Cristo”.

“La Chiesa Cattolica in Africa deve illuminare ancora di più le complesse realtà del continente con la luce del Signore Gesù, diventando sempre di più il sale della terra africana, immettendo il gusto divino nelle realtà di ogni giorno”.

Come mostrano i dati statistici, del resto, la Chiesa in Africa è molto dinamica.

Su un totale di 943.743.000 abitanti, i cattolici sono 164.925.000, cioè il 17,5%. Questo dato rivela una percentuale più elevata di quella mondiale (17,3%), così come nel continente africano si registra una notevole crescita delle vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata.

Allo stesso modo, aumentano anche gli operatori pastorali, 521 dei quali “hanno sigillato con il sacrificio della vita il loro servizio ecclesiale” dal 1994 al 2008.

“Oltre all’evangelizzazione, sua missione principale, la Chiesa Cattolica è assai attiva anche nel campo della carità, della salute, dell’educazione e, in genere, in numerose iniziative di promozione umana”, ha ricordato il presule, sottolineando esempi significativi come la Fondazione per il Sahel e la Fondazione Il Buon Samaritano per sostenere gli infermi più bisognosi, soprattutto i malati di Aids.

Nel continente africano agiscono poi 53 Caritas nazionali, la Caritas del Medio Oriente e dell’Africa del Nord, il Segretariato Justice and Peace del Simposio delle Conferenze Episcopali di Africa e Madagascar (SECAM), 8 Commissioni regionali e 34 nazionali, numerose organizzazioni internazionali e nazionali cattoliche e 12 Istituti e Centri di promozione della Dottrina sociale della Chiesa.

La Chiesa cattolica gestisce inoltre 16.178 centri sanitari e più di 55.000 istituti di istruzione.

In questo contesto, il presule ha auspicato che la crescita quantitativa che si sperimenta nel continente “diventi sempre di più anche qualitativa”.

“In tale modo i cristiani, guidati dai loro Pastori, potranno avvicinarsi all’ideale a cui il Signore Gesù chiama ogni suo discepolo e cioè a diventare il sale della terra e la luce del mondo”, ha rilevato.

“Solamente uniti a Lui, che dà il senso a tutto ciò che esiste e, soprattutto, all’esistenza umana, i cristiani possono svolgere la vocazione di essere il sale della terra, di offrire il sapore divino, eterno, ai beni terreni, alle cose materiali di cui devono servirsi per svolgere la loro vita umana nel modo cristiano – ha concluso –. Solamente rivestendosi di Gesù Cristo, luce del mondo, i cristiani possono riflettere tale luce nelle tenebre del mondo attuale, conducendo tanti uomini di buona volontà, in cerca della luce vera, verso la sua sorgente inesauribile: il Signore Gesù”.


Occorrono investimenti in antiretrovirali e non in preservativi
Il relatore generale del Sinodo analizza le politiche di prevenzione dell'Aids

di Jesús Colina

CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 5 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Per il Cardinale relatore del Sinodo per l'Africa, per evitare la diffusione dell'Aids è più efficace investire in antiretrovirali che nella produzione di preservativi.

Come ci si aspettava, nella prima conferenza stampa di questa assemblea episcopale, alla quale ha partecipato il Cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson, Arcivescovo di Cape Coast (Ghana), i giornalisti hanno posto una domanda sul preservativo e sulla prevenzione dell'Aids.

Il Cardinale ha riconosciuto la tragica situazione del sud del continente, dove ha constatato che i giovani stanno morendo, e ha presentato un'analisi alla luce dei risultati degli ospedali cattolici africani che, ad esempio in Ghana, assistono il 20% dei malati di Aids.

In questo momento, ha constatato, ci sono due proposte prevalenti per far fronte all'epidemia: la scoperta degli antiretrovirali e l'uso del preservativo.

Citando i risultati dei centri assistenziali, ha affermato che “l'utilizzo dei preservativi diventa efficace solo nelle famiglie in cui la coppia è fedele”.

Per dare garanzie, il preservativo richiede “fedeltà”, in particolare nel caso in cui uno dei membri della coppia sia affetto dal virus.

“Stiamo parlando di un prodotto industriale e ci sono varie qualità”, ha osservato. Quando i preservativi che arrivano in Ghana sono di qualità, “danno un senso di sicurezza che finisce per facilitare la diffusione dell'Aids”.

Per questo, ha constatato, senza la fedeltà nella coppia il preservativo non dà risultati.

Il porporato ha quindi analizzato la situazione dei farmaci antiretrovirali, che danno risultati confermati ma sono troppo cari per la popolazione.

Per questo, per ottenere risultati sicuri, ha suggerito a quanti devono prendere decisioni per evitare la diffusione del virus dell'Aids di investire le risorse nel finanziamento degli antiretrovirali e non tanto nei preservativi.

Allo stesso modo, ha sottolineato la necessità di investire nella ricerca.


La Chiesa in Africa approfondisca il rapporto con i media
L'auspicio del Vescovo nigeriano Emmanuel Adetoyese Badejo

di Roberta Sciamplicotti

ROMA, lunedì, 5 ottobre 2009 (ZENIT.org).- La Chiesa in Africa deve imparare a capire i media e non solo a usarli, e il Sinodo dei Vescovi per l'Africa deve lanciare un forte appello a questo riguardo.

Lo afferma Emmanuel Adetoyese Badejo, Vescovo coadiutore di Oyo (Nigeria), che in un rapporto riportato dal Catholic Information Service for Africa (CISA) sottolinea come già il primo Sinodo dei Vescovi per l'Africa (1994) abbia inserito tra i punti chiave per la Chiesa nel continente proprio le comunicazioni sociali.

Da allora sono stati compiuti grandi sforzi per “aumentare la consapevolezza dell'importanza delle comunicazioni nella missione della Chiesa in Africa”, ha spiegato, ma in questi anni “il mondo delle comunicazioni è stato reso più complesso dalla natura fluida e fugace delle cybercomunicazioni e di Internet, e anche dalla crescita sempre maggiore delle strutture dette nuove tecnologie mediatiche”.

Per questo, ammette il presule, “le politiche di comunicazione, il linguaggio, i metodi e le strategie che avrebbero potuto sembrare perfetti dieci anni fa sono a malapena adeguati attualmente”.

L'obiettivo che si pone attualmente è dunque quello di “aiutare i futuri sacerdoti e gli agenti di missione a vedere le comunicazioni come un sistema da studiare e comprendere e in cui entrare, piuttosto che come una serie di 'mezzi da usare'. Un utente resta sempre esterno allo strumento, mentre un sistema richiede un impegno più integrato”.

Dall'utilizzo all'impegno

“La full immersion di colui che si prepara al ministero sacerdotale, alla vita religiosa o a un qualsiasi livello di lavoro pastorale nelle sfide e nelle implicazioni della comunicazione permetterà a questo individuo di svolgere in modo facile e fruttuoso e in modo dinamico la proclamazione del Vangelo, di impegnarsi nel dialogo a ogni livello e di decifrare la moltitudine di modi in cui l'esistenza della Chiesa presenta un'opportunità per una comunicazione efficace”.

In questo contesto, “il candidato può concettualizzare, comprendere e incarnare più chiaramente le dimensioni trinitarie e cristologiche della comunicazione, in cui la più alta forma di comunicazione è la presenza, la persona e l'atto di donazione di Cristo”.

“Gesù non si è limitato a comunicare o a usare gli strumenti della comunicazione; è diventato la comunicazione dell'amore di Dio stesso – ha proseguito il Vescovo –. Cristo diventa allora il modello, l'unico che l'agente pastorale deve incarnare quotidianamente nel processo di evangelizzazione”.

Nel mondo attuale, ha avvertito, “fin troppe opportunità di questa presenza comunicativa in cui la Chiesa e i suoi agenti potrebbero raggiungere membri della comunità umana a cui altrimenti non si potrebbe arrivare non sono utilizzate o quantomeno non come si dovrebbe”.

Il Vescovo Badejo ha quindi chiesto “un costante aggiornamento del curriculum delle comunicazione a tutti i livelli di formazione”.

A questo proposito, è necessario non solo che “la dimensione e l'implicazione comunicativa di ogni corso di formazione sia sottolineata e chiarita all'agente di evangelizzazione”, ma anche che la giusta formazione dottrinale sia “completata da un certo livello di conversione dell'atteggiamento verso la comunicazione”.

Questo, a suo avviso, implica un adattamento alla cultura mediatica tradizionale e contemporanea, perché “è solo con questo tipo di preparazione che si può cambiare atteggiamento e orientamento, facendo sì che la distanza tra quanti sono considerati 'nativi' dei nuovi media e i cosiddetti immigrati non sia più tanto ampia”.

“Gli agenti di pastorale, inclusi i Vescovi, devono essere incoraggiati a capire, a impegnarsi e a vivere, e non solo a usare, la cultura mediatica e il sistema di comunicazione contemporanei per realizzare efficacemente la missione della Chiesa”.

“Questo cambiamento non può aspettare un altro Sinodo”, ha concluso. “Il momento giusto è questo!”.


Un Papa di colore, "Why not?"
Parla il Relatore generale del Sinodo dei Vescovi

di Jesús Colina

CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 5 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Non c'è motivo per cui la Chiesa non possa avere un giorno un Papa di colore, ha affermato questo lunedì il Relatore generale del Sinodo dei Vescovi per l'Africa rispondendo ai giornalisti.

Intervenendo a una conferenza stampa in occasione dell'inizio dell'assemblea episcopale di questo continente, il Cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson, Arcivescovo di Cape Coast (Ghana), ha risposto a un giornalista statunitense che ha presentato come esempio nel mondo politico l'elezione di Barack Obama.

“Why not?”, ha risposto il Cardinale Turkson. “Se Dio volesse vedere un nero come Papa, ringraziamo Dio”.

Il fatto che un africano possa essere Vescovo di Roma è già previsto nel sistema di elezione del Papa, ha spiegato, osservando che vari Cardinali sono africani.

Quando un sacerdote viene ordinato, nello stresso “package” (“pacchetto”) si include la sua disponibilità in futuro ad essere Vescovo e forse Papa, ha detto con un sorriso.


Santa Sede

“I Venerdì di Propaganda”: il Cenacolo di Leonardo in Vaticano
Riprendono gli incontri presso la Libreria Internazionale Paolo VI di Roma

CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 5 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Successo di pubblico e grande interesse ha suscitato la passata edizione de “I Venerdì di propaganda: temi e autori” che ha offerto incontri bimensili di cultura varia presso la Libreria Internazionale Paolo VI a Roma.

Il 9 ottobre alle ore 17.30 gli appuntamenti riprendono con la presentazione di un volume edito recentemente dalla Libreria editrice vaticana (Lev) in copie numerate dal titolo “Il Cenacolo di Leonardo in Vaticano. Storia di un Arazzo in seta e oro” di Sabrina Sforza Galitzia.

Il volume presenta l’autenticazione dell’opera tessile elaborata su disegno inequivocabile di Leonardo. Consistenti fonti vinciane autografe ne indicano la paternità. Alcune di esse verranno esibite contestualmente ad altro materiale fotografico, allo scopo di mostrare i messaggi lasciati in cifra nell’immagine eucaristica che esprimono una equazione spazio temporale.

Dopo oltre sei anni di studi, l’autrice insieme a Neria De Giovanni, collaudata conduttrice di questa manifestazione, condurranno il pubblico attraverso i misteri di Leonardo e della sua pittura, in questo caso riprodotta in una rarissima tessitura fiamminga in seta e oro.

All’incontro parteciperà il Card. Raffaele Farina, Bibliotecario di Sacra Romana Chiesa, autore della prefazione al volume.


La Santa Sede chiede di passare dalla deterrenza nucleare alla fiducia
L'analisi del portavoce vaticano, padre Federico Lombardi S.I.

ROMA, lunedì, 5 ottobre 2009 (ZENIT.org).- La Santa Sede si sta sforzando di far capire al mondo che è giunta l'ora di passare dalla deterrenza nucleare, che ha caratterizzato il periodo della Guerra Fredda, alla fiducia.

E' quanto ha spiegato padre Federico Lombardi S.I., Direttore della Sala Stampa della Santa Sede, nell'editoriale dell'ultimo numero di "Octava Dies", il rotocalco informativo del Centro Televisivo Vaticano, da lui stesso diretto.

“La deterrenza nucleare appartiene al periodo della Guerra Fredda e non è più giustificabile ai giorni nostri”, ha detto il sacerdote richiamando il discorso pronunciato da monsignor Dominique Mamberti, Segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati, il 24 settembre, a New York, in occasione di una sessione del Consiglio di Sicurezza sul tema “Il disarmo e la non proliferazione nucleare”.

“Le armi nucleari aggrediscono la vita sul pianeta, aggrediscono il pianeta stesso e quindi il suo processo di sviluppo”, aveva sottolineato allora il presule per indicare ancora una volta la totale adesione e solidarietà del Papa in favore del disarmo e della non proliferazione nucleare.

“Purtroppo – ha però osservato padre Lombardi –, il Trattato di Interdizione globale degli esperimenti nucleari, pur siglato da molti anni da moltissimi Paesi, non è ancora entrato in vigore per la mancata ratifica o addirittura la mancata firma da parte di un certo numero di Stati, fra cui potenze con capacità nucleare avanzata”.

“Il Trattato – ha ricordato monsignor Mamberti – potrà non solo dare una risposta significativa ai rischi di proliferazione nucleare ed alla minaccia di terrorismo nucleare, ma darà anche impulso al disarmo nucleare”.

Ecco quindi, ha ribadito il portavoce vaticano, la necessità di passare “dal clima di minaccia a un clima di fiducia”. Infatti, “solo così la promozione della pace e lo sviluppo dei popoli potranno essere garantiti”.

“Il 'disarmo integrale' – ha proseguito il gesuita – è una delle direzioni in cui, nella sua ultima enciclica, Benedetto XVI ha esortato la comunità internazionale e l’Organizzazione delle Nazioni Unite a muoversi per 'dare reale concretezza al concetto di famiglia di nazioni'”.

“Dove vogliamo andare? Tutti sappiamo quante forze e risorse economiche e intellettuali gli armamenti sottraggano all’impegno per lo sviluppo e la lotta alla fame, e quanto danno apportino al clima dei rapporti fra i popoli. La Chiesa non si stancherà mai di ripeterlo”, ha quindi concluso.


Confessori a tempo pieno nelle Basiliche papali di Roma
Padre Pedro Fernández parla della sua esperienza a Santa Maria Maggiore

di Carmen Elena Villa

ROMA, lunedì, 5 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Hanno un orario fisso, un giorno di riposo e un paio d'ore libere per pranzare. Il loro ufficio non ha una scrivania e un computer. E' un confessionale.

Le Basiliche papali di Roma e alcune altre chiese come quella del Gesù, dove si trova la tomba di Sant'Ignazio di Loyola, offrono quotidianamente il servizio della confessione in varie lingue.

Una luce rossa indica la disponibilità ad amministrare questo sacramento a chi lo richiede. Ci sono anche avvisi che indicano gli orari in cui ci si può confessare e le lingue per farlo: inglese, francese, spagnolo, italiano, portoghese, polacco e tedesco sono le più comuni.

Alcuni fedeli si avvicinano un po' dubbiosi o timorosi, e alla fine si lanciano. Altri vi si recano periodicamente, soprattutto se vivono a Roma.

Nelle quattro Basiliche papali questo servizio è sempre esistito, organizzato da Papa San Pio V (1566-1572). Dipende direttamente dalla Penitenzieria apostolica, organismo vaticano incaricato della concessione delle indulgenze, che assegna a vari ordini religiosi la confessione in diverse Basiliche.

Nella Basilica di San Pietro ci sono i francescani conventuali, a San Giovanni in Laterano i francescani minori; a Santa Maria Maggiore i domenicani, a San Paolo fuori le Mura i monaci benedettini.

ZENIT ha parlato con il sacerdote domenicano Pedro Fernández, confessore a Santa Maria Maggiore. Per lui, quest'opera significa “esercitare il sacerdozio che la Chiesa mi ha affidato in nome di Cristo. Mi permette di stare in contatto diretto con le persone e con le anime”.

La sua missione, segnala, va spesso al di là dell'assoluzione: “Vedo molta solitudine. Ci sono penitenti che vengono per sfogarsi, per essere ascoltati. Il confessore deve approfittare di questa occasione per aiutarli, in primo luogo a rendersi conto dei peccati per potersi pentire, perché nessuno si pente di ciò che non conosce”.

Il dialogo con il penitente può essere anche un'opportunità per evangelizzare: “c'è ignoranza religiosa. Bisogna che il confessore faccia in quel momento una catechesi adeguata”.

Padre Fernández ammette che per amministrare questo sacramento in modo corretto la Chiesa avrebbe bisogno di molte mani: “Se ci fossero più confessori, ci sarebbero più confessioni. Costa sempre andare a chiedere a un sacerdote di confessarsi, ma se lo si vede seduto lì è più facile”.

La confessione come dono

Il presbitero ha sottolineato l'importanza del fatto che i fedeli vedano il sacramento della confessione come un dono e non come un castigo: “Dobbiamo avvicinarci alla confessione per accogliere questo perdono. La bellezza della confessione è in questo. E' il sacramento della pace con se stessi”.

Come in ogni lavoro, ci sono giorni in cui si è più indaffarati che in altri, in cui ci sono più fedeli che accorrono e le file diventano più lunghe: “In Avvento, in Quaresima, i primi venerdì del mese ci sono molte più persone. Vedere una persona pentita è un'esperienza splendida”.

Perché raccontare i peccati a un sacerdote? Perché non confessarsi a Dio direttamente? Sono domande che migliaia di cattolici si pongono.

Padre Fernández spiega a questo proposito: “Nessuno ha visto Dio. La relazione con Lui è mediata. Nella nostra fede, questa mediazione avviene attraverso i sacramenti, la fede e l'esperienza mistica”.

“Per confessarsi bisogna avere fede, credere in Dio, considerare i propri peccati e pentirsi. Non è una via imposta dalla Chiesa. E' una via indicata dalla fede”.

Il vero senso della confessione, ha aggiunto, è che “non si tratta di una consultazione psicologica e di trovare una ragione umana ai propri problemi. Si tratta soprattutto di perdono”.

La confessione è un sacramento a cui Benedetto XVI ha dato molta importanza in questo Anno Sacerdotale: “Il fatto che il Papa raccomandi ai sacerdoti di sedesi a confessare vuol dire che dobbiamo essere consapevoli della nostra identità e santificazione”, ha spiegato padre Fernández.

Nessuno, ha concluso, dà ciò che non ha: “E' confessandosi che si impara a confessare. Difficilmente si può essere un confessore se non ci si confessa bene”.


Uomini di fede

Carlo Bergonzi, il più grande tenore verdiano, amico di Sant’Antonio
Il 10 ottobre, serata di gala al “Festival Verdi 2009”


di Renzo Allegri

ROMA, lunedì, 5 ottobre 2009 (ZENIT.org).- E’ in corso a Parma il “Festival Verdi 2009”, che fino al 23 ottobre celebra, con opere, concerti, eventi, mostre al Teatro Regio e nei teatri delle terre verdiane, la musica del celeberrimo compositore italiano.

Una serata, quella del 10 ottobre, è dedicata al tenore Carlo Bergonzi, considerato il più grande interprete verdiano. L’appuntamento è a Busseto, cittadina dove Verdi nacque e visse e dove vive anche Bergonzi. In quel giorno, tra le varie manifestazioni, un concerto e l’apertura di un museo verdiano, verrà presentato anche il film-documentario di Mauro Biondini dal titolo “Carlo Bergonzi tenore verdiano del secolo”.

Che Bergonzi sia il tenore verdiano per eccellenza, non ci sono dubbi. Con questa motivazione ha ricevuto premi in tutto il mondo. Anche dalla prestigiosa “Gramophone's Lifetime Achievement Award” di Londra che nel 2000 lo ha proclamato “Principe fra i tenori e miglior tenore verdiano del secolo”.

Bergonzi è una leggenda, ad altissimo livello. Forse non ha la popolarità di altri suoi colleghi perché è sempre stato schivo e riservato, dedito al proprio lavoro e alla propria famiglia. Ma per gli intenditori, i critici, i musicologi, i melomani di tutto il mondo, è e resterà “il” tenore verdiano.

Ha celebrato le opere di Verdi con un’arte assoluta e inimitabile ovunque. Nove stagioni di fila alla Scala, venti all’Arena di Verona, trentasette ininterrotte al Metropolitan di New York, record assoluto per un cantante lirico. Migliaia di recite, decine e decine di incisioni discografiche.

Grande artista e grande uomo. Ma anche un cristiano esemplare, convinto. Raramente si parla di questi aspetti dei grandi artisti, quasi non fossero importanti. In Bergonzi è un dato fondamentale della sua vita. Chi lo conosce bene ed ha lavorato con lui sa che la fede cristiana ha illuminato tutta la sua esistenza e la sua arte.

Quando parla, è facile sentirlo dire con la più grande semplicità: “Finchè il Buon Dio vorrà”. Non è una frase fatta. Per Bergonzi ha il significato di fiducia e di speranza che ad essa davano un tempo i credenti.

Ha 85 anni e la ripete spesso con la serenità di sempre. La fama non ha scalfito la sua semplicità. Il successo non ha mai alterato il suo comportamento. E’ sposato da quasi sessanta. Ha due figli, Maurizio e Marco.

Vive a Busseto, come un cittadino qualunque. Non frequenta i grandi teatri, le “prime”, i circoli culturali, i salotti, i club della lirica. Non va a parlare in televisione. Non lo si vede mai in pubblico se non accompagnato dalla inseparabile Adele: moglie, amica, consigliera, guida.

Nelle interviste, non dimentica mai di dire: «La fede non mi ha mai abbandonato. Di questo ringrazio il Signore ogni giorno». Ricordando gli anni della guerra, i 26 mesi in campo di concentramento in Germania, dove rischiò di morire, afferma: «Il Signore mi era vicino e mi ha salvato».

Un giorno di novembre del 1998 mi raccontò della sua amicizia con Sant’Antonio da Padova. Il 29 ottobre di quall’anno aveva tenuto un concerto a Gardone, nel teatro del Vittoriale. Un concerto che ebbe un grandissimo successo e di cui fu realizzato anche un video. Qualcuno mi disse che si trattava di un concerto particolare, esplicitamente voluto dal tenore e dedicato al Santo di Padova. Incuriosito, andai a trovare Bergonzi e gli chiesi di spiegarmi il perché di quel concerto.

«Ho voluto sciogliere un voto», mi disse. «Quarantasei anni fa, in un momento particolare della mia vita ho avuto una grande grazia da Sant’Antonio e gli avevo promesso che l’ultimo concerto della mia carriera lo avrei fatto per lui. Ormai ho 75 anni. Canto da 50. Non firmo più contratti perché non posso ipotecare l’avvenire. I direttori dei teatri mi chiamano. Io mi sento bene, la voce risponde, la voglia di cantare è sempre grande, e vado ancora. Finchè il buon Dio vorrà, continuerò a cantare. Ma prima di perdere la voce ho voluto tener fede alla promessa fatta a Sant’Antonio. Per lui dovevo eseguire un concerto importante, in piena forma vocale».

«Io sono sempre stato devoto a Sant’Antonio. Fin da bambino», continuò a raccontarmi Carlo Bergonzi. «Tutti abbiamo un santo particolarmente caro. Il mio santo è Antonio da Padova. Quando ero ragazzino facevo il chierichetto e ricordo che, per la festa di Sant’Antonio, il 13 giugno, seguivo tutte le funzioni che si celebravano nella mia chiesa, proprio perché avevo già allora una grande devozione a questo santo. E’ un personaggio per il quale nutro oltre a una profonda devozione anche una grande simpatia. Mi piace, sento di volergli bene, di confidarmi con lui. E lui mi ha sempre dimostrato amicizia. Mi ha aiutato in teatro e anche fuori dal palcoscenico. E nel gennaio 1953 mi salvò la vita».

«Ero impegnato nella “Lucia di Lammermoor” di Donizetti al Teatro Grande di Brescia. E poiché abitavo a Milano, andavo avanti e indietro per le prove. Avevo allora un’Alfa 1900 e potevo raggiungere Brescia in meno di un’ora, anche se non c’era ancora l’autostrada di adesso».

«Il giorno della prova generale partii verso le cinque del pomeriggio. Era una giornata rigida e fredda. Andavo veloce perché avevo fretta. Ma appena fuori città, mi imbattei in un pezzo di strada ghiacciato. La macchina schizzò via, fece un volo di trenta metri e si schiantò contro un palo. Ricordo che quando persi il controllo dell’auto gridai: “Sant’Antonio aiutami”. La macchina si capovolse e restò con le ruote per aria».

«Un signore che passava per caso, corse in mio aiuto. Pensava di trovarmi morto. Invece, uscii dall’auto senza neppure un graffio. Non mi ero fatto assolutamente nulla. Aspettai il carro attrezzi e tornai a casa. Mia moglie, vedendomi, chiese: “Non dovevi andare alla prova generale a Brescia?”. “Sì”, risposi “ma ho trovato la strada ghiacciata ed ho preferito tornare indietro. Telefonerò e vorrà dire che farò direttamente la recita senza prova generale”. Non dissi niente dell’incidente per non spaventarla».

«Il mattino dopo, mente mi vestivo, lei si accorse che avevo un livido sulla schiena. “Che cosa ti sei fatto?”, chiese. “Non lo so”, risposi. Ma lei ormai si era insospettita e allora la accompagnai giù in garage e le feci vedere la macchina. Era un rottame. Solo l’abitacolo del guidatore era miracolosamente intatto. Mia moglie svenne. Cadde proprio a terra priva di sensi. Si rese conto anche lei che ero vivo solo per miracolo. “E’ stato Sant’Antonio”, le dissi».

«Quella grazia, che io ho sempre considerato un vero miracolo, ha rafforzato la mia devozione in questo santo. E fu allora che gli promisi di andare almeno una volta l’anno in pellegrinaggio alla sua tomba a Padova, e che gli avrei dedicato l’ultimo concerto della mia carriera».

«Per quanto riguarda i pellegrinaggi a Padova ho sempre mantenuto la promessa. Inoltre, il mio affetto per Sant’Antonio è cresciuto con il passare del tempo. Quando ero in giro per il mondo, in qualunque nazione mi trovassi, andavo in cerca di qualche chiesa cattolica sicuro che avrei trovato una statua di Sant’Antonio. In America, in Africa, in Giappone, ovunque ho trovato statue di Sant’Antonio e andavo a pregare in quelle chiese e a rendere omaggio al mio santo protettore».

«Ora che, come ho detto, non prendo più impegni fissi, ho deciso di fare quel concerto che gli avevo promesso. Ed ho avuto la soddisfazione di fare una cosa veramente straordinaria. Il teatro del Vittoriale è all’aperto ed ha per sfondo il lago di Garda. L’ambiente quindi era un incanto, con una scenografia naturale impagabile. C’era l’orchestra Donizetti di Bergamo diretta dal maestro Nello Santi. E io ho voluto preparare un programma degno di Sant’Antonio».

«Niente quindi canzonette o canzoni da salotto, ma un programma tutto verdiano. E in onore di questo mio grande protettore ho voluto cantare un pezzo che non avevo mai eseguito prima in tutta la mia carriera: l’aria di Otello. Questo stupendo capolavoro di Verdi è molto impegnativo per il tenore e non adatto alla mia voce: per questo non l’ho mai eseguito. Ma, dopo 50 anni di carriera, ho voluto fare una pazzia».

«Ho preparato quel pezzo di nascosto da mia moglie, che, essendo la mia più severa critica, non mi avrebbe permesso di cimentarmi in una impresa del genere. Approfittavo di quando lei usciva per la spesa per studiare quell’aria. L’ho eseguita con tutta la mia passione e credo di avere lasciato il segno».

«Al termine, tutto il pubblico era in piedi. L’applauso non finiva più. Era un applauso entusiasta e commosso. Credo che lo ricorderò come uno dei più importanti della mia carriera. Mia moglie, dopo il concerto mi ha detto: “Questa sera doveva esserci proprio Sant’Antonio vicino a te”».


 





ViviCentro (art. 19 e 21)

La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).
 
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Lunedì, 5 Ottobre 2009: Accadde Oggi    


Notizie dal mondo

I Vescovi europei lodano il risultato del referendum in Irlanda
Sperano che aiuti ad affrontare i bisogni più urgenti dei popoli

ROMA, lunedì, 5 ottobre 2009 (ZENIT.org).- I Vescovi della Commissione degli Episcopati della Comunità Europea (COMECE) hanno lodato il risultato del referendum che ha portato l'Irlanda all'approvazione del Trattato di Lisbona, che dà la possibilità di concludere il processo di ratifica del Trattato per la fine dell'anno in corso.

I Vescovi della COMECE affermano in una nota di aver “monitorato da vicino” la riforma delle istituzioni dell'UE dall'allargamento del 2004.

Dopo il rifiuto del Trattato Costituzionale nel 2005, osservano, l'Unione Europea “ha compiuti grandi sforzi per riformare le sue istituzioni per adattarle all'Unione di 27 Stati membri, dotando anche l'UE di nuovi strumenti per affrontare le sfide del XXI secolo”.

In questo contesto, i presuli sperano che il Trattato di Lisbona “permetta alle istituzioni europee di lavorare in modo più efficiente per la dignità umana e il bene comune” e si aspettando che “dia all'Unione nuovi strumenti per far sentire meglio la sua voce e applicare la propria responsabilità per la solidarietà mondiale”.

“Speriamo che, grazie alle garanzie date all'Irlanda – il diritto alla vita, la difesa della famiglia e il diritto dei genitori di educare i propri figli –, questi diritti siano resi più sicuri in tutta l'Unione”, ammettono.

“Noi Vescovi della COMECE speriamo che come conseguenza dell'istituzionalizzazione di un dialogo 'aperto, trasparente e regolare' tra le istituzioni dell'UE e le Chiese in seguito al Trattato di Lisbona (articolo 17) potremo sostenere in modo più efficace l'Unione Europea in tutti i settori in cui la gente ha bisogno di giustizia e solidarietà”, concludono.


Quello che i media non raccontano sull'Honduras
Dichiarazioni di Luis Enrique Marius, direttore generale del CELADIC

di Nieves San Martín

CARACAS, lunedì, 5 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Luis Enrique Marius, direttore generale del Centro Latinoamericano per lo Sviluppo, l'Integrazione e la Cooperazione (CELADIC), ha visitato di recente Tegucigalpa, capitale dell'Honduras, per conoscere da vicino la realtà che stanno vivendo gli abitanti dopo il rovesciamento del Presidente Manuel Zelaya il 28 giugno scorso.

In alcune dichiarazioni a ZENIT, ha sottolineato innanzitutto il coraggio del Cardinale Óscar Andrés Rodríguez Maradiaga e il suo rispetto “per la verità dei fatti e per gli interessi della stragrande maggioranza del popolo honduregno”.

Durante il suo soggiorno di quattro giorni nel Paese, attraverso vari dirigenti accademici, sociali e politici dell'Honduras, Marius ha avuto la possibilità di “conoscere molti aspetti che non sono stati raccolti dai mezzi di informazione internazionale”.

In primo luogo, ha sottolineato che “al di là dell'ascoltare molte opinioni sulla necessità di riformare la Carta costituzionale dell'Honduras, tra le persone contattate nessuna disconosce o discute, le piaccia o no, che questa sia 'il riferimento' che regola l'azione sociale e politica del Paese, al di sopra di qualsiasi altra considerazione o organismo di carattere internazionale”.

Marius afferma di aver potuto apprezzare, in termini generali, “una Tegucigalpa calma, con alcune manifestazioni sporadiche di persone che criticavano il Governo attuale”, ma che si possono constatare anche molte scritte contro il Cardinale Oscar Rodríguez e “l'esistenza di innumerevoli anonimi che mettono 'una taglia sulla testa del Cardinale' e lo minacciano di morte”.

Ad ogni modo, “l'immagine che la gran parte del popolo honduregno ha dell'Arcivescovo di Tegucigalpa è la stessa che si ha in tutti i Paesi dell'America Latina: un uomo impegnato con le fasce più umili, promotore del condono del debito estero nei Paesi più poveri, una persona che si può difficilmente confondere con i settori che sfruttano la gente nelle nostre società”.

Circa le possibilità di soluzione del conflitto, Marius ha riscontrato “molti dubbi e serie preoccupazioni, soprattutto per la mancanza di credibilità degli organismi internazionali che si sono schierati senza verificare l'accaduto, ma in termini generali tutti hanno concordato sul fatto che il ritorno del signor Zelaya è decisamente negativo”.

“Ogni giorno che passa diventa più distante, soprattutto perché la verità non si può nascondere per molto tempo”, ha aggiunto.

Marius ha lasciato Tegucigalpa mentre iniziava la campagna elettorale per le elezioni di novembre. “Tutti i partiti e i candidati, incluso uno del Fronte di Resistenza, esprimono la propria fiducia nel Tribunale Elettorale Supremo, un organismo dello Stato autonomo. Nei vari forum di discussione che abbiamo ascoltato, l'opinione generalizzata del popolo e le istituzioni sociali danno credito alle elezioni, considerandole la via migliore per superare la crisi e soprattutto il diritto inalienabile e indiscutibile di un popolo di decidere il suo destino, che nessuno dall'esterno può mettere in discussione o condizionare”.

“L'Honduras rappresenta oggi un momento chiave nella storia latinoamericana, in cui si rendono visibili e in modo nitido il cambiamento dei parametri d'analisi, seppellendo definitivamente criteri che sono durati durante la guerra fredda, al di là di alcuni effimeri e soprassati tentativi di farli rivivere; un'ulteriore dimostrazione della profonda crisi di identità che soffrono i dirigenti e i partiti politici nella regione, per non andare più in là; l'esistenza di una strategia che cerca un potere regionale, egemonico e autocratico, la cui guida è all'Avana e l'operatore politico e finanziario a Caracas; esitazioni e un chiaro pragmatismo della nuova Amministrazione degli Stati Uniti, per nulla lontana dall'abituale atteggiamento verso la nostra regione; l'atteggiamento generalizzato di 'equilibrismo' interessato che pratica la maggior parte dei Governi latinoamericani, come chiara espressione della perdita di identità e valori”.

“Non tenendo conto di questi elementi, è difficile comprendere la situazione che vivono i nostri sofferenti fratelli honduregni”, ha concluso Marius.

[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]


Beatificato questa domenica un religioso che resistette al nazismo
Fr. Eustachio Kugler, membro dell'Ordine di San Giovanni di Dio

di Carmen Elena Villa

REGENSBURG, lunedì, 5 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Né la paura di fronte alla pressione nazista né il rifiuto per gli handicappati che si viveva nel suo Paese con il nazionalsocialismo di Hitler poterono soffocare l'intensa spiritualità e l'amore per i più deboli di fr. Eustachio Kugler.

La Diocesi di Regensburg ha celebrato la sua beatificazione questa domenica, presieduta da monsignor Angelo Amato, prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi e inviato di Papa Benedetto XVI.

La dedizione ai malati

Il suo nome di battesimo era Giuseppe. A 16 anni, mentre lavorava in un cantiere, cadde da un ponteggio da un'altezza di 4 metri e riportò una distorsione al piede e una ferita che lo fecero zoppicare per tutta la vita.

A 26 anni, Kugler (1867-1946) entrò nell'Ordine di San Giovanni di Dio, dopo essere entrato in contatto con questa comunità durante la costruzione di un ospedale a Reichenbach (Germania).

Per quasi tutta la sua vita religiosa fu priore di varie comunità e della sua Provincia religiosa, incarico per il quale venne rieletto per volontà degli stessi membri dell'Ordine di San Giovanni di Dio.

Aveva un grande senso della giustizia e un vero talento per l'organizzazione. Sotto la sua guida c'erano 16 ospedali con 2.500 malati assistiti. Nel 1929 venne inaugurato un grande nosocomio (maschile e femminile) con la sua chiesa a Regensburg, in onore di San Pio V.

Si preoccupava che venissero assistiti soprattutto i poveri. Scrisse i criteri per accompagnare i malati negli ospedali in vigore ancora oggi. Pur avendo questa responsabilità, passava la notte camminando per i corridoi dell'ospedale per far fronte alle necessità dei malati, anche le più piccole.

“Noi che lavoriamo nel campo della malattia sappiamo che le persone si aprono solo con chi ha il cuore aperto a loro. Fr. Eustachio Kugler è stato un grande modello a questo proposito”, ha affermato Ubli Doblinger, attuale responsabile della pastorale del centro per handicappati a Reichenbach, in un video diffuso da Max Kronawitter.

Per il postulatore della sua causa di beatificazione, fr. Félix Lizaso, Kugler visse la sua vocazione con due importanti pilastri: “una realtà esistenziale profonda nella comunità, con una vita di fede e spiritualità e una vita di dedizione ai malati”, ha detto parlando con ZENIT.

Pericolo nazista

Come molti altri ordini religiosi e come la Chiesa stessa, i fratelli di San Giovanni di Dio erano minacciati dai nazisti. Lo erano anche i malati che venivano assistiti. Molti vennero deportati visto che i nazisti li consideravano un tumore per la società, ma fr. Kugler si impegnò al massimo per salvarli dalle camere a gas.

Il 17 agosto 1943 Ratisbona subì un pesante bombardamento. I dintorni dell'ospedale vennero distrutti, ma il centro di salute rimase intatto. “Possiamo dire che qui c'è un santo, che ci ha salvati dalla guerra e dalle bombe”, diceva un pastore evangelico.

Padre Lizaso racconta che un giorno Hitler passò davanti all'ospedale. Tutti corsero ad affacciarsi alle finestre per vederlo. Fr. Kugler, invece, non volle vederlo e diceva ai suoi fratelli indicando loro il tabernacolo “Il nostro Führer è lì”.

“Non andava mai da qualche parte senza il rosario in mano. Era un uomo molto giusto. Con spirito di preghiera, di raccoglimento, di umiltà”, afferma il postulatore.

Soffrì moto per la devastazione nazista. Venne sottoposto a più di 30 interrogatori da parte della Gestapo, e durante uno di questi svenne.

“Oltre a non aver tradito alcun fratello, né altre persone, mantenne il massimo riserbo nella sua comunità sugli interrogatori e sul trattamento che aveva ricevuto. Non si lamentò mai, né insultò i poliziotti”, testimonia Lizaso.

Ci furono fratelli che abbandonarono l'Ordine, abbagliati dall'ideologia nazista. Questo colpì profondamente Eustachio, ma mantenendo la calma si riferiva ai nazisti dicendo: “Quegli alberi non cresceranno fino al cielo”.

“Non era una persona che avesse compiuto grandi studi teologici, ma aveva una profonda spiritualità ascetica, un'innegabile misticismo per la sua vita interiore e la profondità di fede, che accompagnava i suoi atti in autentica risposta d'amore per Dio”, ha aggiunto il postulatore.

Fr. Kugler morì nel 1946 per un tumore allo stomaco. A più di 60 anni dalla sua morte, i confratelli e migliaia di fedeli a Regensburg lo ricordano e ne ammirano la semplicità, la saggezza e lo spirito di servizio.

[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]


Italia

Coscienza e dignità della persona alla luce delle Neuroscienze
Al centro di un seminario tenutosi presso l’Ateneo Pontificio Regina “Apostolorum”

di Mirko Testa


ROMA, lunedì, 5 ottobre 2009 (ZENIT.org).- L’applicazione all’uomo delle recenti scoperte nell'ambito delle Neuroscienze e delle ricerche che si propongono di svelare i segreti del cervello e della mente suscita valutazioni contrastanti.

Infatti, se da un lato questi studi aprono molteplici possibilità per le terapie mediche e per il miglioramento della qualità della vita, dall’altro non mancano timori per gli eventuali rischi per la salute, e anche interrogativi etici di complessa soluzione.

Per fare luce su tali questioni, il 18 settembre, presso l’Ateneo Pontificio Regina “Apostolorum”, si è tenuto il seminario “Studi sulla coscienza e dignità della persona”, organizzato dal Master in Scienza e Fede e dalle Facoltà di Filosofia e Bioetica dello stesso ateneo, in collaborazione con STOQ e The John Templeton Foundation.

Si è trattato del primo seminario del Gruppo di studio e di ricerca sulla Neurobioetica che dal marzo scorso fa parte delle attività del Master in Scienza e Fede della Regina “Apostolorum” e si propone di creare un forum di professionisti e studiosi provenienti dai vari ambiti, per adottare un approccio veramente interdisciplinare sulle questioni etiche delle Neuroscienze e sulle Neuroscienze dell'etica.

Ad aprire i lavori ci ha pensato Adriana Gini, dirigente medico neuroradiologo dell'Azienda Ospedaliera San Camillo-Forlanini, la quale ha spiegato da subito che il termine Neurobioetica è la traduzione italiana della parola inglese “Neurobioethics”, un neologismo introdotto nel 2005 da James Giordano, neuroscienziato e neuroeticista statunitense, per indicare l’importanza delle scienze umane e sociali nella valutazione delle questioni di natura etica suscitate dalle recenti scoperte delle Neuroscienze.

Sebbene derivi dalla Bioetica la metodologia multidisciplinare, l’attenzione ai dati scientifici e riconosca alla Persona una sua multi-dimensionalità ontologica e un’organicità teleologica, la Neurobioetica si distingue per una riflessione critica più specifica e particolareggiata, sulla Natura (“self”) della Persona, nel suo dinamismo e capacità di relazionarsi e sul significato che rivestono, alla luce delle recenti scoperte delle Neuroscienze, uno sviluppo umano integrale e i modi per realizzarlo (“human flourishing”).

Nel suo intervento, Paola Ciadamidaro, dirigente medico anestesista-rianimatore dell'unità di terapia sub-intensiva presso l'Ospedale Cristo Re di Roma ha spiegato che “dalla creazione ai giorni nostri, l’uomo ha sempre cercato di esplorare la coscienza e soprattutto di ricercarne le caratteristiche e l’organo corporeo che la contiene”, tanto che “già Ippocrate, nel 400 d.C. ne individuava la sede nel cervello”.

Successivamente – ha spiegato – la coscienza è stata divisa nelle sue due componenti, la “vigilanza (wakefulness)”, cioè lo stare svegli e vigili, e il ”contenuto (awareness)”, cioè tutto il bagaglio cognitivo, psichico, emozionale ed esperienziale precipuo di ognuno di noi.

“Quando, per traumi cranici o malattie acquisite, si ha la perdita di tutt’e due queste componenti, si parla di coma, situazione clinica grave, per la quale il paziente perde il contatto con l’ambiente e con se stesso”, ha aggiunto.

“Da questa condizione si può 'uscire', ma, viceversa, si può passare, proprio per il perdurare del 'sonno', alle gravi sindrome neurologiche, altamente invalidanti, che questo gruppo di Neurobioetica preferisce definire come post-coma, cioè lo stato vegetativo, la sindrome di minima coscienza e la sindrome di locked-in, in italiano 'del chiavistello o del chiuso dentro'”.

A questo proposito, ha proseguito, “in modo particolare negli ultimi anni dello scorso secolo, a tutt’oggi, molta confusione di natura strumentale è stata costruita intorno a questi termini, ma esiste la certezza che tali sindromi non configurano la morte cerebrale e quindi, meno che mai, la morte dell’individuo”.

Tuttavia, ha precisato, “esistono ancora gravi incertezze su queste sindromi, in quanto mancano dati scientifici inoppugnabili. Mentre per i dati esistenti non c’è univocità di interpretazione e, soprattutto, non esiste un malato che presenta lo stesso decorso di un altro”

“E' dunque indispensabile approcciarsi a queste persone con la giusta mentalità, cioè quella olistica-riabilitativa, che si basa sul doppio rifiuto, sia dell’accanimento terapeutico sia dell’abbandono delle cure”, ha affermato.

“Queste – ha sottolineato Paola Ciadamidaro – devono essere sempre proseguite, calibrando le procedure sulle effettive e indispensabili necessità del paziente, come l'alimentazione e l’idratazione e giungere così alla difesa della vita, che è e rimane un bene indisponibile”.

Nel prendere la parola Andrea Soddu, ricercatore del Coma Science Group dell'Università di Liegi, in Belgio, ha spiegato che “l’approccio clinico a pazienti con disordini di coscienza è molto impegnativo, ma che nuovi sviluppi nelle tecniche di immagine in Neuroscienza e i nuovi approcci di interfacciamento cervello-computer con l’elettroencelografia offrono nuove metodologie con valore diagnostico, prognostico e terapeutico”.

“Un trattamento appropriato incomincia con il fare una buona diagnosi – ha avvertito – . E i pazienti in stato vegetativo possono muoversi vistosamente. Studi clinici a livello del letto del paziente hanno mostrato quanto sia difficile distinguere un movimento riflesso o 'automatico' da un movimento volontario o 'voluto'”.

“Questo comporta una sottostima dei segni comportamentali dello stato di coscienza e porta ad una diagnosi inappropriata o erronea in un terzo, da quanto stimato, dei pazienti in stato vegetativo cronico”, ha detto Andrea Soddu.

Per il ricercatore, “studi con la tomografia ad emissione di positroni (PET) e la risonanza magnetica funzionale (fMRI) hanno permesso di confutare l’opinione comune riguardo lo stato vegetativo come cerebralmente morto o 'apallico'”.

“Esperimenti con stimolazioni diverse – ha continuato –, dall’uditiva alla visuale o stimoli dolorifici hanno mostrato la presenza di attività cerebrale residua nelle cortecce primarie di pazienti in stato vegetativo”, confermando “una maggiore integrazione della attività corticale rispetto ai pazienti in stato vegetativo”.

“Comunque – ha osservato –, in assenza di un indice dell’attività neuronale che correli completamente con il livello di coscienza, anche una quasi normale attività cerebrale in risposta ad una stimolazione passiva non può essere interpretata come evidenza della presenza di coscienza”.

“Al contrario – ha continuato Soddu – cambiamenti nell’attività cerebrale rilevati nel paziente di seguito alla richiesta di esecuzione di un qualsiasi esercizio mentale possono essere interpretati come segni positivi della presenza di coscienza”.

“Diventa allora fondamentale offrire ai pazienti la possibilità di comunicare usando un interfacciamento cervello-computer che non richiede alcun atto motorio” e che attualmente consente a pazienti con sindrome di locked-in di “interagire con il loro ambiente esterno migliorando di gran lunga il loro livello di integrazione”.

E' poi stata la volta di padre Jesús Villagrasa, L.C., docente ordinario di Metafisica all’Ateneo Pontificio “Regina Apostolorum” e membro del gruppo di Neurobioetica, il quale ha spiegato che “la persona è un soggetto ontologico (un individuo sussistente) di natura razionale, e per questa sua natura spirituale, gode di una dignità e di un’autonomia che si manifesta nella coscienza di sé”.

Alla luce di ciò, risulta quindi immediatamente comprensibile che “la persona che perde la coscienza, anche in modo presumibilmente definitivo, non perde la propria dignità intrinseca, né i diritti umani che naturalmente le appartengono”.

Nel suo intervento, Padre Villagrasa ha illustrato i tre principali significati di persona in Bioetica: soggettivista di origine razionalista, funzionalista-utilitarista di origine sensista e ontologico.

A questo proposito, il docente di Metafisica ha criticato la tesi riduzionista “che riconduce interamente la coscienza ai fenomeni fisici del cervello”.

“Infatti, come conciliare la soggettività delle nostre esperienze coscienti con l'oggettività prescritta dal metodo d'indagine scientifica? Come conciliare l'autonomia della volontà e il determinismo delle leggi fisiche?”, si è chiesto.

“Altro problema è quello dell’accertabilità in alcuni casi della presenza di tale consapevolezza in un soggetto – ha osservatore il sacerdote –; vale a dire, se di fatto e di diritto sia possibile stabilire una rapporto causale tra l’esperienza interna e spirituale e il rilevamento empirico di attività neuronale”.

Nella tesi separazionista, invece, “l’uomo è una cosa, e la persona è un'altra. E quindi: non ogni individuo umano è una persona; certi animali e anche oggetti non-umani potrebbero essere persone; ed esiste una gradazione nell'essere (più o meno) persona”.

“La radice filosofica della tesi separazionista è il funzionalismo, che definisce la persona per una funzione e non per la sua natura – ha spiegato –. Si stipula per convenzione (perché non si fa riferimento alla sua natura) che un ente è persona se si rivela esternamente il possesso o la capacità di possesso di certe funzioni considerate rilevanti, quali la sensitività, la consapevolezza, la volontà”.

Per questo, ha continuato, “la tesi funzionalista va criticata perché la presenza di una funzione presuppone l’esistenza di un soggetto che possiede una natura specifica”. Ma “le funzioni non sono ‘il’ soggetto, semmai sono ‘del’ soggetto”.

Ci sono poi le filosofie di ispirazione specificamente moderna, cioè humiana e kantiana, che “tendono rispettivamente a 'sottodeterminare' il concetto di persona, riducendola semplicemente ad una successione di stati di coscienza, oppure a 'sovradeterminarlo', caricandolo di profondi significati morali”.

A questi filoni di pensiero, padre Jesús Villagrasa contrappone il personalismo ontologicamente fondato, che esprime il concetto di ‘persona’ nella classica definizione di Boezio – sostanza individuale di natura razionale –.

Infatti, ha concluso, “tutti gli esseri umani sono persone” e “la natura ha il primato sulla funzione, perché la natura ontologica è la causa delle diverse capacità e funzioni della persona, benché non si riduca ad esse, né alla presenza delle condizioni per la loro manifestazione (p. es. la corteccia cerebrale)”.


Un paese senza figli dimentica il proprio futuro
Il presidente dei medici pediatri chiede seri investimenti sulla famiglia

di Antonio Gaspari

ROMA, lunedì, 5 ottobre 2009 (ZENIT.org).- “A fronte di una natalità insufficiente come faremo a garantire un futuro a questo Paese?”, perché “un paese che non fa figli è un paese che dimentica il proprio futuro”.

Con queste parole Giuseppe Mele, presidente della Federazione italiana medici pediatri (FIMP), ha aperto a Roma, mercoledì 30 settembre, il terzo congresso nazionale della federazione intitolato “Il Paese delle culle vuote”.

Mele ha ricordato che “sebbene rimangano costanti i livelli di nascita in Italia, il bilancio è comunque in passivo (il numero di decessi è ancora maggiore rispetto al numero di neonati della penisola”.

Dall’ultimo rapporto ISTAT risulta inoltre che sono sempre meno le famiglie numerose e che l’età in cui si ha il primo (e spesso unico) figlio è salita notevolmente attestandosi intorno ai trent’anni.

Secondo il presidente della FIMP, “il calo delle nascite resta il problema centrale”, perché “una popolazione che invecchia tende a privilegiare le rendita e la sicurezza e vuol dire meno lavoro, meno consumi e meno investimenti”.

Data la vastità del fenomeno, per il presidente dei medici pediatri “la questione demografica non può essere affrontata solo sul piano dei numeri confidano unicamente nel contributo dei flussi migratori”.

Il dott. Mele ha analizzato il dibattito in corso nella società italiana, dove “per alcuni la salvaguardia dei diritti della persona implica il riconoscimento dell’essere 'naturalmente' appartenenti ad un sesso rispetto ad un altro, per altri no e rivendicano, ad esempio, il diritto al matrimonio tra omosessuali”.

“Per alcuni il diritto alla vita implica che esso venga tutelato fin dal primo concepimento, per altri no e rivendicano il diritto della donna ad abortire o il diritto a produrre e ad usare embrioni umani per la ricerca”.

Per mettere ordine in questo dibattito, il dott. Mele ha ribadito che prima di essere medici siamo “persone, uomini e donne di questo Paese” e che è necessario decidere per il bene comune sottolineando alcuni principi “fondanti”, primi fra tutti “i valori umani eterni e, tra questi, la difesa della vita, il rispetto per la libertà di pensiero e di culto (a partire dal nostro) e, quindi, la difesa della nostra identità laica e cattolica”.

Per vincere la sfida e costruire un futuro possibile il presidente della FIMP ha denunciato coloro che, di fronte ai costi economici di certe malattie, “potrebbe pensare di sottoporre gli embrioni o i feti umani a test genetici che ne garantiscano la ‘qualità’ prima di farli venire al mondo”.

“Qualcun’altro – ha sottolineato – potrebbe immaginare che una campagna sistematica in favore dell’eutanasia sia una buona strategia per alleggerire i costi di una vita che, diventando sempre più lunga, produce un numero crescente di persone anziane non autosufficienti”.

Per “dare vita e mantenere il livello ottimale di salute dei nostri piccoli assistiti”, ha sostenuto il dott. Mele dobbiamo evitare “ogni tentativo di desertificazione del futuro”.

Dopo aver denunciato i cattivi maestri che insegnano “modelli vincenti basati sulla forza bruta (penso ai molti, troppi video-giochi basati sulla violenza), alla sessualità da fast food, l’idea di dare la pillola ai giovanissimi magari a scuola senza che i genitori ne debbano essere informati”, il presidente della FIMP ha spiegato che “dalla crisi si può uscire solo se si torna ad investire proprio sui valori e sulla responsabilità”.

Per questo motivo la FIMP continua a pensare che si debba ristabilire una scala valoriale dove il primo gradino è rappresentato “dalla centralità della persona umana” e dove lo Stato deve riconoscere che “la tutela della inviolabilità di ogni vita umana costituisce il primo limite alla autorità pubblica e allo stesso tempo il suo fine ultimo”.

“Come potremmo contrastare il tasso di natalità a costi zero senza un serio investimento per la famiglia?”, si è chiesto il dott. Mele, affermando poi che “il nostro Paese vecchio, ma pieno di risorse, deve tornare a scommettere sulle donne e sui bambini per uscire dal declino”.

“Solo così – ha concluso – ci troveremo di fronte ad una prospettava luminosa”.


Sant’Anselmo di Lucca, consigliere di Matilde e patrono di Mantova
Incontro alla parrocchia Sant’Anselmo a Milano

di Paolo Tanduo

MILANO, lunedì, 5 ottobre 2009 (ZENIT.org).- La parrocchia Sant’Anselmo a Milano, in occasione dei suoi 40 anni di fondazione, ha organizzato il 24 settembre scorso, in collaborazione con Centro Culturale Massimo Bignetti e il Centro Culturale San Benedetto (www.cccsanbenedetto.it), un incontro sulla figura di Sant’Anselmo (1040-1086).

All'evento è intervenuto mons. Roberto Brunelli, direttore del museo diocesano di Mantova e autore del libro “Sant’Anselmo di Lucca. Consigliere di Matilde, Patrono di Mantova”, che è partito dalla spiegazione del titolo dato a Sant’Anselmo, conosciuto come da Baggio, non perché venisse dal paese ora quartiere Baggio di Milano, ma perché proveniva da una importante famiglia quella Da Baggio.

Ma Anselmo è indicato come Sant’Anselmo di Lucca, perché questo è il suo titolo datogli dallo zio divenuto Papa Alessandro II che lo nomina Vescovo di Lucca. Inoltre da Lucca a causa delle divisione sorte durante la guerra per le investiture, Anselmo deve scappare dopo pochi mesi. Più tardi per la sua fedeltà alla Chiesa e al Papa Gregorio VII verrà da lui nominato Legato del Papa per la Lombardia, che allora comprendeva tutta la valle Padana, in seguito a questo incarico prenderà sede presso Mantova dove morirà nel 1086.

Anselmo proviene da una famiglia potente di Milano, suo zio è canonico di Milano e si prenderà cura del nipote favorendone la crescita culturale. Anselmo studierà profondamente la Bibbia ma anche diritto, sia diritto canonico che diritto civile.

Lo zio si era avvicinato ed interessato ad un movimento che stavo diventando sempre più popolare a Milano, il movimento dei Patarini nato nato dai laici per contrastare la diffusa non coerenza della vita del clero agli insegnamenti del Vangelo, che derivava dall’ivestiture imposte dall’Imperatore che avevano portato alla mercificazione delle cariche Vescovili e clericali più importanti scelte senza più alcun criterio vocazionale ma che rispondevano spesso solo a logiche di gestione di potere.

Attraverso la nomina di importanti canonici e Vescovi infatti l’Imperatore controllava il territorio e rispondeva ad esigenze di spartizione o di allontanamento dal potere civile di figure non consenzienti. Questo fenomeno era la diretta conseguenza di una scelta che nasceva da un desiderio buono e con finalità meritorie che aveva contraddistinto la figura di Carlo Magno, insignito del titolo di Imperatore del Sacro Romano Impero proprio a Milano la notte dell’anno 800.

Il Papa e Carlo Magno avevano deciso che l’Impero per quanto riguardava il potere civile e la Chiesa dal punto di vista spirituale avessero in comune un modello che doveva avere come finalità quello di agire per portare alla salvezza celeste gli uomini.

Questo modello di parità e concordanza tra papato e Impero, ben presto mise in luce tutte le sue criticità nella distinzione dei ruoli che portarono alla lotta per le investiture che vide un duro scontro tra la Chiesa e l’Imperatore che voleva poter nominare i Vescovi. Quando lo zio di Anselmo divenne Papa col nome di Alessandro II, si impegnò subito contro la logica delle investiture e pretese che i Vescovi tornassero ad essere nominati dal Papa. In risposta l’Imperatore nominò un antipapa e Alessandro II convocò un concilio che si tenne a Mantova al quale partecipo Sant’Anselmo.

La sua preparazione in diritto diede un contributo decisivo al risultato del concilio che confermò la legittimità di Alessandro II e portò a riscrivere le norme del diritto canonico. Uno dei testi più importanti di Sant’Anselmo riguarda appunto il diritto canonico. Alessandro II segnò una svolta nei rapporti con l’Imperatore. Anselmo fu nominato Vescovo di Lucca dove si batté per la riforma dei costumi del clero. In ciò incontrò l’astio e persino la disobbedienza, dei canonici di Lucca che lo costrinsero all’esilio.

Anselmo fu sempre fedele al Papa anche quando alla morte di Alessandro II succedette Gregorio VII che fu il campione della lotta al potere di investitura dell’Imperatore. Nei contrasti con l'Imperatore Enrico IV, Sant’Anselmo fu consigliere presso Matilde di Canossa. Il Papa lo inviò più volte in Germania e in Lombardia, dove divenne legato permanente.

E’ in quegli anni che Enrico IV è scomunicato, era la prima volta che accadeva ad un Imperatore, questo metteva a rischio l’autorevolezza e l’autorità dell’Imperatore che si basava sul patto con la Chiesa. E' noto come dell'"andata a Canossa" in clamorosa umiltà di Enrico IV, scomunicato, per sottomettersi al Papa Gregorio VII sia risultata il frutto della attenta mediazione di Matilde, che era cugina di Enrico IV ma appoggiava il papa e quindi ne era la persona piu’ indicata.

Questo singolare ed eccezionale personaggio storico femminile, che difese in ogni modo il papa e sempre ne sostenne i diritti quale capo della Chiesa contro l'Imperatore, era stato affidato dal Papa medesimo alla cura spirituale del Vescovo di Lucca Anselmo.

Questi le fu sempre garbato consigliere anche nelle vicende politiche del tempo e Matilde di Canossa fu al Vescovo Anselmo così grata che lo accoglierà nell'esilio mantovano e gli sarà vicina in punto di morte.

Sant’Anselmo ebbe corrispondenza anche con alcuni Vescovi francesi e con il re d’Inghilterra per perorare la causa del Papa. Celebri anche le lettere di Sant’Anselmo contro l’antipapa nominato da Enrico IV. Prima della sua morte di Gregorio VII diede un elenco di tre nomi per la sua successione tra i quali anche Anselmo a cui fu preferito per prudenza l’abate di Cassino che era meno esposto nel conflitto con l’Imperatore.

La figura di Sant’Anselmo si sta riscoprendo negli ultimi anni da quando in occasione del nono centenario della nascita sono stati fatti nuovi studi sulla sua vita. Mons. Brunelli ha trovato a Grenoble e tradotto in italiano le 5 preghiere che sant’Anselmo scrisse a Matilde di Canossa e nella sua pubblicazione per la prima volta stata pubblicata la prima biografia di Anselmo scritto pochi anni dopo la sua morte. Sant’Anselmo, subito venerato dai mantovani, venne canonizzato nel 1087. Il suo corpo è ancora oggi integro senza aver subito alcun processo di conservazione.

Sant’Anselmo era un profondo conoscitore della Bibbia come dimostrano i suoi scritti dove troviamo numerose citazioni precise sia dell’Antico che del Nuovo Testamento inserite in maniera appropriata e precisa nel messaggio e nel discorso. Anche la sua attività di consigliere di Matilde di Canossa trova origine e forza dalla lettera e dall’approfondimento della Bibbia. In questo la sua figura è un richiamo anche per noi oggi a far crescere la nostra fede e a viverla a partire dalla lettura della Bibbia.

Sant’Anselmo era molto legato all’immagine di Maria. La tradizione vuole che, di fronte alla raffigurazione della madonna più antica della Diocesi di Mantova, la Vergine gli siapparisse e gli parlasse per ringraziarlo della dedicazione dell’altare della Chiesa di San Paolo di Mantova da parte del Vescovo. Ancora oggi l’immagine è conservata a Mantova all’interno del Santuario della Madonna incoronata (ex “Madonna dei Voti”).

Questo amore e devozione per Maria sono un richiamo anche a noi per vedere in Maria l’esempio di come accogliere Gesù. Come Maria lo ha portato dentro di sé cosi siamo chiamati a farlo noi quando Lo riceviamo nell’Eucarestia. L’attenzione al Sacramento dell’Eucarestia di Sant’Anselmo è un richiamo a riceverla con fede ogni domenica per trarre da essa la forza per rispondere alla chiamata di Gesù nella nostra vita.

La vita di Sant’Anselmo è stata vissuta sempre con fedeltà e profondo amore alla Chiesa, proprio in uno dei periodi più difficili. Con questa fedeltà e amore siamo chiamati anche noi oggi a vivere la Chiesa, oggi come allora attraversata da problemi e difficoltà ma che rimane la Chiesa di Dio, opera di Gesù, certamente fatta da uomini che sono peccatori, ma a cui anche noi apparteniamo e a cui dobbiamo dare il nostro contributo perché si avvicini sempre più al modello evangelico a cui è chiamata.

I prossimi appuntamenti del Centro Culturale San Benedetto saranno la mostra “Sia che moriate, sia che viviate. Martiri e totalitarismi moderni” dal 12 al 19 ottobre presso la Chiesa Vecchia di Baggio (Via Ceriani 3 a Milano) e l’incontro con padre Piero Gheddo il 22 ottobre sulla persecuzione dei cristiani oggi nel mondo, che si svolgerà in via Cabella 18, sempre a Milano.


Tutto Libri

Dialogo religioso in Algeria

di padre Piero Gheddo*

ROMA, lunedì, 5 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Un bell’esempio di dialogo interreligioso, esercitato con un certo successo (il “dialogo di vita”, non quello teologico), si sta svolgendo in Algeria, paese tormentato da una strisciante guerra civile e da atti di terrorismo che rendono difficile lo sviluppo del paese.

I cristiani algerini sono solo poche decine in tutto, in un paese esteso sette volte l’Italia con 36 milioni di abitanti, ricchissimo di risorse naturali, ma bloccato nel suo sviluppo dall’instabilità politica e con più del 30% di analfabeti. Vi sono alcune migliaia di cattolici fra i tecnici e i lavoratori del petrolio nei pozzi del deserto.

Nei primi tempi cristiani, com’è noto, l’Algeria era cristiana, nei tempi moderni i Padri Bianchi (“Missionari d’Africa”) del Card. Carlo Marziale Lavigerie (1825-1892), arcivescovo di Algeri, hanno rifondato la Chiesa in Algeria, che oggi è presente con quattro diocesi: Algeri, Costantina, Orano e Laghouat-Ghardaia.

Dietro invito del vescovo di quest’ultima, “la diocesi del deserto del Sahara”, i missionari del Pime hanno assunto la parrocchia di Touggourt, dove risiedono anche le Sorelle del beato padre De Foucauld. Padre Silvano Zoccarato, già missionario in Camerun per trent’anni, è presente dal 2006 ed oggi sta con due giovani sacerdoti missionari, Emanuele Cardani (della diocesi di Novara, associato al Pime) e Davide Carraro.

Padre Silvano, dopo tre anni passati in una cittadina islamica tradizionale, pubblica un piccolo libro di notevole forza espressiva sulla sua ancor breve esperienza di vita fra i musulmani algerini: “Cartoline dall’Algeria” (Pime, Milano 2009, pagg. 64, 5 Euro). Non il racconto organico della sua esperienza, ma quasi piccoli Blog che raccontano la sua giornata, gli incontri con la gente, la visita ai capi islamici e alle famiglie, l’insegnamento del francese e dell’italiano a giovani desiderosi di conoscere e di imparare, le Sante Messe all’alba con tre-quattro suore del Beato De Foucauld, anch’esse presenti a Touggourt nella casa dove venne fondata la loro congregazione.

Pagine di sapienza evangelica nel deserto del Sahara, vivendo con un popolo accogliente e disposto al dialogo e all’aiuto, naturalmente senza poter annunziare chiaramente Gesù, il Vangelo, il cristianesimo e meno che mai la “conversione” a Cristo, per non correre il rischio di essere accusato ed espulso per “proselitismo”.

Silvano viene dal Camerun, dove ha sperimentato per trent’anni le gioie a volte piene ed esplosive della vita missionaria, fra popoli che accolgono Cristo e si lasciano conquistare dal Vangelo, manifestando apertamente anche con canti e danze travolgenti l’entusiasmo per il dono della fede ricevuta.

Giunto in Algeria sta sperimentando un altro tipo di presenza missionaria fra i non cristiani ed ha, come dire, l’umiltà e la flessibilità di accettarlo con semplicità e con gioia, senza rimpiangere il passato. Lui sa, e lo racconta in queste “Cartoline dell’Algeria”, che anche il seme gettato nel deserto (del Sahara) produce buoni frutti per opera dello Spirito Santo.

Un grande insegnamento per tutti noi, sacerdoti, suore, diaconi, operatori pastorali nell’Italia secolarizzata che vive come se Dio non esistesse. Siamo tentati di scoraggiamento, depressione, abbandono, ci pare di essere inutili.

Un parroco un giorno mi diceva: “Che ci sto a fare fra questo popolo? Ho tentato di tutto e quasi nessuno mi segue!”. Anche Silvano ha avuto questi dubbi e tentazioni, però ha sperimentato che la fede nell’azione misteriosa ma reale dello Spirito Santo gli dà serenità e gioia per continuare nella sua missione.

La sua vita è preghiera, studio, accoglienza, relazioni, amicizie e aiuto vicendevole con la gente di Touggourt. Infine “il dialogo della vita” e poco più. Dice di sentire “il richiamo ad una preghiera più profonda” e fa tutto quello che può in quella situazione, lasciando allo Spirito di fare il resto.

-----------

* Padre Piero Gheddo, già direttore di “Mondo e Missione” e di Italia Missionaria, è il fondatore di AsiaNews. Da Missionario ha viaggiato nelle missioni di ogni continente. Dal 1994 è direttore dell’Ufficio storico del Pime e postulatore di varie cause di canonizzazione. Insegna nel seminario pre-teologico del Pime a Roma. E’ autore di oltre 70 libri. L’ultimo pubblicato è un libro intervista condotto da Roberto Beretta dal titolo “Ho tanta fiducia” (Editrice San Paolo).


Documenti

Riflessione del Papa nella prima Congregazione generale del Sinodo

CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 5 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Pubblichiamo di seguito il testo della meditazione che Benedetto XVI ha tenuto questo lunedì mattina, nell’Aula del Sinodo, nel corso della prima Congregazione generale della II Assemblea speciale per l’Africa del Sinodo dei Vescovi, dopo la lectio brevis dell’Ora Terza.


* * *

Cari fratelli e sorelle,

abbiamo dato inizio ora al nostro incontro sinodale invocando lo Spirito Santo e sapendo bene che noi non possiamo in questo momento realizzare quanto c'è da fare per la Chiesa e per il mondo: solo nella forza dello Spirito Santo possiamo trovare quanto è retto e poi attuarlo. E tutti i giorni inizieremo il nostro lavoro invocando lo Spirito Santo con la preghiera dell'Ora Terza «Nunc sancte nobis Spiritus». Perciò vorrei adesso, insieme con voi, meditare un po' questo inno, che apre il lavoro di ogni giorno, sia adesso nel Sinodo, ma anche dopo nella vita nostra quotidiana.

«Nunc sancte nobis Spiritus». Noi preghiamo che la Pentecoste non sia solo un avvenimento del passato, il primo inizio della Chiesa, ma sia oggi, anzi adesso: «nunc sancte nobis Spiritus». Preghiamo che il Signore adesso realizzi l'effusione del suo Spirito e ricrei di nuovo la sua Chiesa e il mondo. Ci ricordiamo che gli apostoli dopo l'Ascensione non hanno iniziato — come forse sarebbe stato normale — a organizzare, a creare la Chiesa futura. Hanno aspettato l'azione di Dio, hanno aspettato lo Spirito Santo. Hanno compreso che la Chiesa non si può fare, che non è il prodotto della nostra organizzazione: la Chiesa deve nascere dallo Spirito Santo. Come il Signore stesso è stato concepito ed è nato dallo Spirito Santo, così anche la Chiesa deve essere sempre concepita e nascere dallo Spirito Santo. Solo con questo atto creativo di Dio noi possiamo entrare nell'attività di Dio, nell'azione divina e collaborare con Lui. In questo senso, anche tutto il nostro lavoro al Sinodo è un collaborare con lo Spirito Santo, con la forza di Dio che ci previene. E sempre dobbiamo di nuovo implorare il compiersi di questa iniziativa divina, nella quale noi possiamo poi essere collaboratori di Dio e contribuire a far sì che di nuovo nasca e cresca la sua Chiesa.

La seconda strofa di questo inno — «Os, lingua, mens, sensus, vigor, / Confessionem personent: / Flammescat igne caritas, / accendat ardor proximos» — è il cuore di questa preghiera. Imploriamo da Dio tre doni, i doni essenziali della Pentecoste, dello Spirito Santo: confessio, caritas, proximos. Confessio: c'è la lingua di fuoco che è "ragionevole", dona la parola giusta e fa pensare al superamento di Babilonia nella festa di Pentecoste. La confusione nata dall'egoismo e dalla superbia dell'uomo, il cui effetto è quello di non poter comprenderci più gli uni gli altri, va superata dalla forza dello Spirito, che unisce senza uniformare, che dà unità nella pluralità: ciascuno può capire l'altro, anche nelle diversità delle lingue. Confessio: la parola, la lingua di fuoco che il Signore ci dà, la parola comune nella quale siamo tutti uniti, la città di Dio, la santa Chiesa, nella quale è presente tutta la ricchezza delle diverse culture. Flammescat igne caritas. Questa confessione non è una teoria ma è vita, è amore. Il cuore della santa Chiesa è l’amore, Dio è amore e si comunica comunicandoci l'amore. E infine il prossimo. La Chiesa non è mai un gruppo chiuso in sé, che vive per sé come uno dei tanti gruppi che esistono nel mondo, ma si contraddistingue per l'universalità della carità, della responsabilità per il prossimo.

Consideriamo uno per uno questi tre doni. Confessio: nel linguaggio della Bibbia e della Chiesa antica questa parola ha due significati essenziali, che sembrano opposti ma che in effetti costituiscono un'unica realtà. Confessio innanzitutto è confessione dei peccati: riconoscere la nostra colpa e conoscere che davanti a Dio siamo insufficienti, siamo in colpa, non siamo nella retta relazione con Lui. Questo è il primo punto: conoscere se stessi nella luce di Dio. Solo in questa luce possiamo conoscere noi stessi, possiamo capire anche quanto c'è di male in noi e così vedere quanto deve essere rinnovato, trasformato. Solo nella luce di Dio ci conosciamo gli uni gli altri e vediamo realmente tutta la realtà.

Mi sembra che dobbiamo tener presente tutto questo nelle nostre analisi sulla riconciliazione, la giustizia, la pace. Sono importanti le analisi empiriche, è importante che si conosca esattamente la realtà di questo mondo. Tuttavia queste analisi orizzontali, fatte con tanta esattezza e competenza, sono insufficienti. Non indicano i veri problemi perché non li collocano alla luce di Dio. Se non vediamo che alla radice vi è il Mistero di Dio, le cose del mondo vanno male perché la relazione con Dio non è ordinata. E se la prima relazione, quella fondante, non è corretta, tutte le altre relazioni con quanto vi può essere di bene, fondamentalmente non funzionano. Perciò tutte le nostre analisi del mondo sono insufficienti se non andiamo fino a questo punto, se non consideriamo il mondo nella luce di Dio, se non scopriamo che alla radice delle ingiustizie, della corruzione, sta un cuore non retto, sta una chiusura verso Dio e, pertanto, una falsificazione della relazione essenziale che è il fondamento di tutte e altre.

Confessio: comprendere nella luce di Dio le realtà del mondo, il primato di Dio e infine tutto l'essere umano e le realtà umane, che tendono alla nostra relazione con Dio. E se questa non è corretta, non arriva al punto voluto da Dio, non entra nella sua verità, anche tutto il resto non è correggibile perché nascono di nuovo tutti i vizi che distruggono la rete sociale, la pace nel mondo.

Confessio: vedere la realtà nella luce di Dio, capire che in fondo le nostre realtà dipendono dalla nostra relazione col nostro Creatore e Redentore, e così andare alla verità, alla verità che salva. Sant'Agostino, riferendosi al capitolo 3° del Vangelo di san Giovanni, definisce l'atto della confessione cristiana con «fare la verità, andare alla luce». Solo vedendo nella luce di Dio le nostre colpe, l'insufficienza della nostra relazione con Lui, camminiamo alla luce della verità. E solo la verità salva. Operiamo finalmente nella verità: confessare realmente in questa profondità della luce di Dio è fare la verità.

Questo è il primo significato della parola confessio, confessione dei peccati, riconoscimento della colpevolezza che risulta dalla nostra mancata relazione con Dio. Ma un secondo significato di confessione è quello di ringraziare Dio, glorificare Dio, testimoniare Dio. Possiamo riconoscere la verità del nostro essere perché c'è la risposta divina. Dio non ci ha lasciati soli con i nostri peccati; anche quanto la nostra relazione con la Sua maestà è ostacolata, Egli non si ritira ma viene e ci prende per mano. Perciò confessio è testimonianza della bontà di Dio, è evangelizzazione. Potremmo dire che la seconda dimensione della parola confessio è identica all'evangelizzazione. Lo vediamo nel giorno di Pentecoste, quando san Pietro, nel suo discorso, da una parte accusa la colpa delle persone — avete ucciso il santo e il giusto —, ma, nello stesso momento, dice: questo Santo è risorto e vi ama, vi abbraccia, vi chiama a essere suoi nel pentimento e nel battesimo, come pure nella comunione del suo Corpo. Nella luce di Dio, confessare diventa necessariamente annunciare Dio, evangelizzare e così rinnovare il mondo.

La parola confessio però ci ricorda ancora un altro elemento. Nel capitolo 10° della Lettera ai Romani san Paolo interpreta la confessione del capitolo 30° del Deuteronomio. In quest’ultimo testo sembra che gli ebrei, entrando nella forma definitiva dell'alleanza, nella Terra Santa, abbiano paura e non possano realmente rispondere a Dio come dovrebbero. Il Signore dice loro: non abbiate paura, Dio non è lontano. Per arrivare a Dio non è necessario attraversare un oceano ignoto, non sono necessari viaggi spaziali nel cielo, cose complicate o impossibili. Dio non è lontano, non è dall'altra parte dell'oceano, in questi spazi immensi dell'universo. Dio è vicino. È nel tuo cuore e sulle tue labbra, con la parola della Torah, che entra nel tuo cuore e si annuncia nelle tue labbra. Dio è in te e con te, è vicino.

San Paolo sostituisce, nella sua interpretazione, la parola Torah con la parola confessione e fede. Dice: realmente Dio è vicino, non sono necessarie spedizioni complicate per arrivare a Lui, né avventure spirituali o materiali. Dio è vicino con la fede, è nel tuo cuore, e con la confessione è sulle tue labbra. È in te e con te. Realmente Gesù Cristo con la sua presenza ci dà la parola della vita. Così entra, nella fede, nel nostro cuore. Abita nel nostro cuore e nella confessione portiamo la realtà del Signore al mondo, a questo nostro tempo. Mi sembra questo un elemento molto importante: il Dio vicino. Le cose della scienza, della tecnica comportano grandi investimenti: le avventure spirituali e materiali sono costose e difficili. Ma Dio si dona gratuitamente. Le cose più grandi della vita — Dio, amore, verità — sono gratuite. Dio si dà nel nostro cuore. Direi che dovremmo spesso meditare questa gratuità di Dio: non c'è bisogno di grandi doni materiali o anche intellettuali per essere vicini a Dio. Dio si dona gratuitamente nel suo amore, è in me nel cuore e sulle labbra. Questo è il coraggio, la gioia della nostra vita. È anche il coraggio presente in questo Sinodo, perché Dio non è lontano: è con noi con la parola della fede. Penso che anche questa dualità sia importante: la parola nel cuore e sulle labbra. Questa profondità della fede personale, che realmente mi collega intimamente con Dio, deve poi essere confessata: fede e confessione, interiorità nella comunione con Dio e testimonianza della fede che si esprime sulle mie labbra e diventa così sensibile e presente nel mondo. Sono due cose importanti che vanno sempre insieme.

Poi l'inno del quale parliamo indica anche i luoghi in cui si trova la confessione: «oas, lingua, mens, sensus, vigor». Tutte le nostre capacità di pensare, parlare, sentire, agire, devono risuonare — il latino usa il verbo «personare» — la parola di Dio. Il nostro essere, in tutte le sue dimensioni, dovrebbe essere riempito da questa parola, che diventa così realmente sensibile nel mondo, che, tramite la nostra esistenza, risuona nel mondo: la parola dello Spirito Santo.

E poi brevemente altri due doni. La carità: è importante che il cristianesimo non sia una somma di idee, una filosofia, una teologia, ma un modo di vivere, il cristianesimo è carità, è amore. Solo così diventiamo cristiani: se la fede si trasforma in carità, se è carità. Possiamo dire che anche lógos e caritas vanno insieme. Il nostro Dio è, da un parte, lógos, ragione eterna. Ma questa ragione è anche amore, non è fredda matematica che costruisce l'universo, non è un demiurgo; questa ragione eterna è fuoco, è carità. In noi stessi dovrebbe realizzarsi questa unità di ragione e carità, di fede e carità. E così trasformati nella carità diventare, come dicono i Padri greci, divinizzati. Direi che nello sviluppo del mondo abbiamo questo percorso in salita, dalle prime realtà create fino alla creatura uomo. Ma questa scala non è ancora finita. L'uomo dovrebbe essere divinizzato e così realizzarsi. L'unità della creatura e del Creatore: questo è il vero sviluppo, arrivare con la grazia di Dio a questa apertura. La nostra essenza viene trasformata nella carità. Se parliamo di questo sviluppo pensiamo sempre anche a questa ultima meta, dove Dio vuole arrivare con noi.

Infine, il prossimo. La carità non è qualcosa di individuale, ma universale e concreta. Oggi nella Messa abbiamo proclamato la pagina evangelica del buon samaritano, in cui vediamo la duplice realtà della carità cristiana, che è universale e concreta. Questo samaritano incontra un ebreo, che quindi sta oltre i confini della sua tribù e della sua religione. Ma la carità è universale e perciò questo straniero in tutti i sensi è per lui prossimo. L'universalità apre i limiti che chiudono il mondo e creano le diversità e i conflitti. Nello stesso tempo, il fatto che si debba fare qualcosa per l'universalità non è filosofia ma azione concreta. Dobbiamo tendere a questa unificazione di universalità e concretezza, dobbiamo aprire realmente questi confini tra tribù, etnie, religioni all'universalità dell'amore di Dio. E questo non in teoria, ma nei nostri luoghi di vita, con tutta la concretezza necessaria. Preghiamo il Signore che ci doni tutto ciò, nella forza dello Spirito Santo. Alla fine l'inno è glorificazione del Dio trino ed unico e preghiera di conoscere e di credere. Così la fine ritorna all'inizio. Preghiamo affinché possiamo conoscere, conoscere diventi credere e credere diventi amare, azione. Preghiamo il Signore affinché ci doni lo Spirito Santo, susciti una nuova Pentecoste, ci aiuti a essere i suoi servitori in questa ora del mondo. Amen.

[© Copyright 2009 - Libreria Editrice Vaticana]

Documenti sulla web di ZENIT

Relazioni del Segretario Generale e del Relatore Generale del Sinodo

CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 5 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Avvertiamo che sulla pagina dei Documenti di ZENIT è possibile leggere la Relazione del Segretario Generale del Sinodo dei Vescovi e la Relazione prima della Discussione del Relatore Generale del Sinodo pronunciate questo lunedì durante la prima Congregazione Generale del Sinodo dei Vescovi per l'Africa.

 





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La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).
 
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