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Lunedì, 5 Ottobre 2009: Accadde Oggi
Il mondo visto da Roma
SINODO SPECIALE SULL'AFRICA
Il Papa ai Padri sinodali: guardate il mondo nella luce di Dio
Un Sinodo per portare giustizia e riconciliazione in Africa
La disponibilità alla riconciliazione mostra la profondità dell’evangelizzazione
Occorrono investimenti in antiretrovirali e non in preservativi
La Chiesa in Africa approfondisca il rapporto con i media
Un Papa di colore, "Why not?"
SANTA SEDE
“I Venerdì di Propaganda”: il Cenacolo di Leonardo in Vaticano
La Santa Sede chiede di passare dalla deterrenza nucleare alla fiducia
Confessori a tempo pieno nelle Basiliche papali di Roma
UOMINI DI FEDE
Carlo Bergonzi, il più grande tenore verdiano, amico di Sant’Antonio
NOTIZIE DAL MONDO
I Vescovi europei lodano il risultato del referendum in Irlanda
Quello che i media non raccontano sull'Honduras
Beatificato questa domenica un religioso che resistette al nazismo
ITALIA
Coscienza e dignità della persona alla luce delle Neuroscienze
Un paese senza figli dimentica il proprio futuro
Sant’Anselmo di Lucca, consigliere di Matilde e patrono di Mantova
TUTTO LIBRI
Dialogo religioso in Algeria
DOCUMENTI
Riflessione del Papa nella prima Congregazione generale del Sinodo
DOCUMENTI SULLA WEB DI ZENIT
Relazioni del Segretario Generale e del Relatore Generale del Sinodo
Sinodo speciale sull'Africa
Il Papa ai Padri sinodali: guardate il mondo nella luce di Dio
Riflessione nella prima Congregazione generale del Sinodo
CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 5 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Con un invito a guardare alle cose del mondo nella luce di Dio e a riscoprire la carità gratuita divina per abbattere le barriere che dividono l'Africa, Benedetto XVI ha aperto questo lunedì mattina in Vaticano la prima Congregazione generale del Sinodo dei Vescovi per l'Africa.
Nel suo saluto al Papa e ai presenti all'inizio della prima Congregazione generale, il Cardinale Francis Arinze, presidente delegato di turno, ha ricordato che il continente africano "ha conosciuto sofferenze evitabili, ingiustizia, oppressione, repressione, sfruttamento, tensione e la guerra, che allontana le persone dalle proprie case e produce fame e malattia".
"Ma l'Africa ha conosciuto anche l'amore fraterno, la solidarietà con i sofferenti, i comitati per la verità e la riconciliazione, gli aiuti regionali tra Paesi e qualche progresso verso lo sviluppo integrale, come lei, Santità, ha spiegato nella Caritas in Veritate", ha aggiunto.
Il porporato ha quindi auspicato che "sotto la guida dello Spirito Santo, possa il lavoro di questo Sinodo aiutare a progredire verso la promozione della riconciliazione, della giustizia e della pace in Africa e in Madagascar e anche chiarire meglio e intensificare il ruolo della Chiesa".
Nella sua meditazione nell'Aula del Sinodo, nel corso della prima Congregazione generale, alla presenza di 226 Padri sinodali, Benedetto XVI ha riflettuto sull'inno d'invocazione dello Spirito Santo Nunc sancte nobis Spiritus, che la tradizione attribuisce a Sant'Ambrogio.
"Abbiamo incominciato il nostro Sinodo adesso, invocando lo Spirito Santo, sapendo bene che noi non possiamo fare quanto occorre fare per la Chiesa, per il mondo, in questo momento - ha affermato -. Solo nella forza dello Spirito Santo possiamo trovare quanto è retto, e seguirlo".
"Tutte le nostre analisi del mondo sono insufficienti se non consideriamo il mondo alla luce di Dio, se non scopriamo che alla base delle ingiustizie, della corruzione c'è un cuore non retto, c'è una chiusura verso Dio, e quindi una falsificazione della relazione fondamentale sulla quale sono basate tutte le altre".
Nella sua lunga meditazione spontanea, il Papa si è lasciato ispirare dall'Inno dell'Ora Terza, la preghiera che introduce la seduta sinodale mattutina.
L'Inno, ha constatato, "implora tre doni essenziali dello Spirito Santo". Il primo è la "confessione", che va intesa sia come riconoscimento della piccolezza umana davanti a Dio - da cui derivano, insiste il Papa, "tutti i vizi che distruggono la rete sociale e la pace nel mondo" -, sia come ringraziamento a Dio per i suoi doni e come impegno di testimonianza.
Benedetto XVI ha quindi trovato parola di grande densità spirituale per rimarcare la semplice grandezza di Dio rispetto alla grandezza delle cose umane.
"Le cose della scienza, della tecnica costano grandi investimenti, avventure spirituali e materiali, sono costose e difficili - ha rilevato -. Ma Dio si dà ‘gratis'. Le più grandi cose della vita - Dio, l'amore, la verità - sono gratuite e direi che su questo dovremmo spesso meditare: su questa gratuità di Dio; sul fatto che non c'è bisogno di grandi doni materiali o anche intellettuali per essere vicini a Dio: Dio è in me, nel mio cuore e sulle mie labbra".
Il secondo dono dello Spirito, ha proseguito, discende dal primo: l'uomo che scopre l'intimità con il divino deve poi testimoniarlo con tutto se stesso. Deve testimoniare la verità della carità di Dio perché questa e non altro è l'essenza della religione cristiana:
"Importante è che il cristianesimo non è una somma di idee, una filosofia, una teoria, ma è un modo di vivere, è carità, è amore. Solo così diventiamo cristiani: se la fede si trasforma in carità, se è carità. Il nostro Dio è da una parte 'Logos', Ragione eterna, ma questa Ragione è anche Amore. Non è fredda matematica che costruisce l'universo: questa Ragione eterna è fuoco, è carità. Già in noi stessi dovrebbe realizzarsi questa unità di ragione e carità, di fede e carità".
Anche il terzo dono è strettamente connesso agli altri. La carità di Dio va annunciata all'umanità, a ogni uomo, che per un cristiano è un prossimo e un fratello. Prendendo spunto dalla figura del Buon Samaritano della liturgia odierna, Benedetto XVI ha concluso mettendo in grande risalto gli insegnamenti che arrivano fino a noi da quella antica parabola e che ben si adattano, in questo caso, anche alla realtà africana.
"La carità non è una cosa individuale, ma universale. Universale e concreta. Occorre aprire realmente i confini tra tribù, etnie, religioni all'universalità dell'amore di Dio nei nostri luoghi di vita, con tutta la concretezza necessaria. Preghiamo il Signore che ci doni lo Spirito Santo, che ci doni una nuova Pentecoste, che ci aiuti ad essere i suoi servitori in questa ora del mondo".
Un Sinodo per portare giustizia e riconciliazione in Africa
Il Relatore Generale, il Cardinale Turkson, spiega i temi
CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 5 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Il Sinodo dei Vescovi dell'Africa cerca di portare finalmente pace e giustizia al continente, insanguinato da lotte fratricide, ha affermato questo lunedì il suo Relatore Generale elencando i temi che verranno discussi dall'assemblea.
Il Cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson, Arcivescovo di Cape Coast (Ghana), nella sua lunga relazione precedente alla discussione, redatta in inglese e non letta per intero, ha spiegato che l'obiettivo di questo Sinodo è che i cattolici del continente diventino "servitori della riconciliazione, della giustizia e della pace".
Nella sua analisi, il porporato africano ha mostrato come sono cambiati il continente e la Chiesa stessa dopo che il 7 maggio 1994 Giovanni Paolo II ha concluso formalmente a Roma il primo Sinodo africano.
All'inizio del pontificato di Papa Karol Wojtyla, i cattolici africani erano circa 55.000.000. Nel 1994, anno in cui si è celebrata la Prima Assemblea Speciale per l'Africa del Sinodo dei Vescovi, c'erano 102.878.000 fedeli, ossia il 14,6 % della popolazione africana.
Oggi, dei 943.743.000 abitanti dell'Africa i cattolici sono 164.925.000, il 17,5%, aveva rivelato poco prima l'Arcivescovo Nikola Eterović, Segretario Generale del Sinodo dei Vescovi.
Dal primo Sinodo dell'Africa, che ha avuto come tema "La Chiesa in Africa e la sua Missione evangelizzatrice verso l'anno 2000: ‘Sarete miei testimoni' (At 1, 8)", è nata l'esortazione apostolica post-sinodale firmata da Giovanni Paolo II con il titolo Ecclesia in Africa a Yaoundé (Camerun) il 14 settembre 1995.
Il secondo Sinodo africano, che si concluderà il 25 ottobre, presieduto da Benedetto XVI, ha per tema "La Chiesa in Africa a servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace. Voi siete il sale della terra... Voi siete la luce del mondo (Mt 5, 13.14)".
Per questo, il Cardinale Turkson ha presentato con queste parole la sfida che deve affrontare ora la Chiesa nel suo continente: dall'essere "Famiglia di Dio (evangelizzatori)", come ha detto il primo Sinodo, deve passare a contare su figli che siano "servitori (ministri = diakonoi) della riconciliazione, della giustizia e della pace".
Questa riconciliazione, ha spiegato, deve essere "con Dio (verticale) e tra gli Esseri Umani (orizzontale)".
I cattolici africani dovranno svolgere quest'opera in un contesto sociale che il Cardinale ha esposto senza esitazioni.
Il problema economico dell'Africa, ha osservato, si spiega con il "malgoverno".
"Ciò spiega il paradosso della povertà di un continente che è senz'altro uno dei più ricchi del mondo di potenzialità. La conseguenza di questa 'equazione governo-economia' è che quasi nessun Paese africano può rispettare i propri obblighi di bilancio".
Altre sfide, secondo il porporato, sono le "pressioni diverse e terribili" a cui è sottoposta la famiglia per "una crescente proposta di unioni e rapporti alternativi, privati del concetto di impegno duraturo, di natura non eterosessuale e senza il fine della procreazione".
Allo stesso modo, ha ricordato lo spaccio di droga e il traffico di armi, motivi di instabilità di molti Paesi africani, e i crimini ecologici. "Per questo motivo, i vertici delle Nazioni Uniti e mondiali sui cambiamenti climatici, l'emissione di gas serra, l'assottigliamento dello strato di ozono, come quello che si terrà a dicembre a Copenaghen, devono poter contare sull'orante sostegno dell'Africa", ha affermato.
L'analisi sociologica del Cardinale si è conclusa spiegando che "l'Africa è stata accusata per troppo tempo dai media di tutto ciò che viene aborrito dall'umanità".
"E' tempo di 'cambiare marcia' e di dire la verità sull'Africa con amore, promuovendo lo sviluppo del continente che porterà al benessere di tutto il mondo".
All'assemblea partecipano 244 padri sinodali, di cui 78 partecipanti ex officio, 129 eletti e 36 di nomina Pontificia. Tra questi vi sono 33 Cardinali, 79 Arcivescovi e 156 Vescovi. Quanto agli uffici svolti, vi sono 37 Presidenti delle Conferenze Episcopali, 189 Vescovi Ordinari, 4 Coadiutori, 2 Ausiliari e 8 (arci)vescovi emeriti. Ci sono poi sei rappresentanti di altre Chiese o comunità ecclesiali, 29 esperti (19 uomini e 10 donne) e 49 uditori (29 uomini e 20 donne).
Prima di iniziare la discussione, il Cardinale Turkson ha detto a tutti loro: "Gesù Cristo, dopo essersi rivelato attraverso le Scritture come nostra riconciliazione, giustizia e pace, ora chiama e invia i suoi discepoli in Africa e nelle isole a spendere sé stessi, come sale e luce, per costruire la Chiesa in Africa come autentica Famiglia di Dio attraverso i ministeri della riconciliazione, della giustizia e della pace, esercitati nell'amore, come il loro maestro".
Questo lunedì pomeriggio sono iniziate le discussioni davanti all'assemblea sinodale con interventi liberi, rapporti sulle relazioni dei vari continenti con l'Africa e un'analisi dell'applicazione della "Ecclesa in Africa", da parte di vari Vescovi.
Il Cardinale Turkson è intervenuto dopo una meditazione d'apertura offerta dal Papa ai partecipanti al Sinodo in cui ha spiegato che la Chiesa non è un'organizzazione, ma il frutto dello Spirito Santo.
La disponibilità alla riconciliazione mostra la profondità dell’evangelizzazione
Relazione del Segretario Generale del Sinodo dei Vescovi
CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 5 ottobre 2009 (ZENIT.org).- La disponibilità alla riconciliazione mostra il grado di evangelizzazione di una comunità, ha affermato questo lunedì monsignor Nikola Eterović, Segretario Generale del Sinodo dei Vescovi, nella relazione all'assemblea.
Nel suo discorso, il presule ha ricordato le parole pronunciate da Benedetto XVI il 19 marzo scorso durante il suo soggiorno a Yaoundé (Camerun), quando ha affermato: “Con la forza dello Spirito Santo rivolgo a tutti questo appello: ‘Lasciatevi riconciliare!’ (2 Cor 5,20). Nessuna differenza etnica o culturale, di razza, di sesso o di religione deve divenire tra voi motivo di contesa. Voi siete tutti figli dell’unico Dio, nostro Padre, che è nei cieli. Con questa convinzione sarà finalmente possibile costruire un’Africa più giusta e pacifica, all’altezza delle legittime attese di tutti i suoi figli”.
La riconciliazione, ha spiegato monsignor Eterović, “richiede il perdono ricevuto dal Padre e dato ai fratelli, secondo l’ammaestramento del Signore Gesù: 'perdona a noi i nostri peccati, anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore'”.
L’insegnamento sulla riconciliazione, “sorgente della pace e della giustizia”, è il cuore della riflessione dell’Assemblea Speciale per l’Africa, che presuppone “l’Annuncio della Buona Notizia e la sua assimilazione”.
“Tutti i cristiani sono chiamati a riconciliarsi con Dio e con il prossimo”, ha dichiarato il Segretario Generale del Sinodo dei Vescovi, affermando che “la disponibilità alla riconciliazione è il barometro della profondità dell’evangelizzazione di una persona, di una famiglia, di una comunità, di una Nazione, come pure delle Chiese particolari e di quella universale”.
“Solamente da un cuore riconciliato con Dio possono spuntare iniziative di carità e di giustizia nei riguardi del prossimo e della società intera”.
Richiamando le parole riportate nel Vangelo di Matteo (5, 13. 14) “Voi siete il sale della terra ... voi siete la luce del mondo”, “sottotitolo” del tema del Sinodo, il presule ha osservato che “sono al contempo una constatazione della dignità cristiana e un invito a viverla sempre meglio” e sono indirizzate “a tutti i cristiani, oggi in modo particolare a quelli dell’Africa”, che “sanno, nella grazia dello Spirito Santo, che la risposta affermativa presuppone la conversione e la ferma volontà di seguire Gesù Cristo”.
“La Chiesa Cattolica in Africa deve illuminare ancora di più le complesse realtà del continente con la luce del Signore Gesù, diventando sempre di più il sale della terra africana, immettendo il gusto divino nelle realtà di ogni giorno”.
Come mostrano i dati statistici, del resto, la Chiesa in Africa è molto dinamica.
Su un totale di 943.743.000 abitanti, i cattolici sono 164.925.000, cioè il 17,5%. Questo dato rivela una percentuale più elevata di quella mondiale (17,3%), così come nel continente africano si registra una notevole crescita delle vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata.
Allo stesso modo, aumentano anche gli operatori pastorali, 521 dei quali “hanno sigillato con il sacrificio della vita il loro servizio ecclesiale” dal 1994 al 2008.
“Oltre all’evangelizzazione, sua missione principale, la Chiesa Cattolica è assai attiva anche nel campo della carità, della salute, dell’educazione e, in genere, in numerose iniziative di promozione umana”, ha ricordato il presule, sottolineando esempi significativi come la Fondazione per il Sahel e la Fondazione Il Buon Samaritano per sostenere gli infermi più bisognosi, soprattutto i malati di Aids.
Nel continente africano agiscono poi 53 Caritas nazionali, la Caritas del Medio Oriente e dell’Africa del Nord, il Segretariato Justice and Peace del Simposio delle Conferenze Episcopali di Africa e Madagascar (SECAM), 8 Commissioni regionali e 34 nazionali, numerose organizzazioni internazionali e nazionali cattoliche e 12 Istituti e Centri di promozione della Dottrina sociale della Chiesa.
La Chiesa cattolica gestisce inoltre 16.178 centri sanitari e più di 55.000 istituti di istruzione.
In questo contesto, il presule ha auspicato che la crescita quantitativa che si sperimenta nel continente “diventi sempre di più anche qualitativa”.
“In tale modo i cristiani, guidati dai loro Pastori, potranno avvicinarsi all’ideale a cui il Signore Gesù chiama ogni suo discepolo e cioè a diventare il sale della terra e la luce del mondo”, ha rilevato.
“Solamente uniti a Lui, che dà il senso a tutto ciò che esiste e, soprattutto, all’esistenza umana, i cristiani possono svolgere la vocazione di essere il sale della terra, di offrire il sapore divino, eterno, ai beni terreni, alle cose materiali di cui devono servirsi per svolgere la loro vita umana nel modo cristiano – ha concluso –. Solamente rivestendosi di Gesù Cristo, luce del mondo, i cristiani possono riflettere tale luce nelle tenebre del mondo attuale, conducendo tanti uomini di buona volontà, in cerca della luce vera, verso la sua sorgente inesauribile: il Signore Gesù”.
Occorrono investimenti in antiretrovirali e non in preservativi
Il relatore generale del Sinodo analizza le politiche di prevenzione dell'Aids
di Jesús Colina
CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 5 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Per il Cardinale relatore del Sinodo per l'Africa, per evitare la diffusione dell'Aids è più efficace investire in antiretrovirali che nella produzione di preservativi.
Come ci si aspettava, nella prima conferenza stampa di questa assemblea episcopale, alla quale ha partecipato il Cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson, Arcivescovo di Cape Coast (Ghana), i giornalisti hanno posto una domanda sul preservativo e sulla prevenzione dell'Aids.
Il Cardinale ha riconosciuto la tragica situazione del sud del continente, dove ha constatato che i giovani stanno morendo, e ha presentato un'analisi alla luce dei risultati degli ospedali cattolici africani che, ad esempio in Ghana, assistono il 20% dei malati di Aids.
In questo momento, ha constatato, ci sono due proposte prevalenti per far fronte all'epidemia: la scoperta degli antiretrovirali e l'uso del preservativo.
Citando i risultati dei centri assistenziali, ha affermato che “l'utilizzo dei preservativi diventa efficace solo nelle famiglie in cui la coppia è fedele”.
Per dare garanzie, il preservativo richiede “fedeltà”, in particolare nel caso in cui uno dei membri della coppia sia affetto dal virus.
“Stiamo parlando di un prodotto industriale e ci sono varie qualità”, ha osservato. Quando i preservativi che arrivano in Ghana sono di qualità, “danno un senso di sicurezza che finisce per facilitare la diffusione dell'Aids”.
Per questo, ha constatato, senza la fedeltà nella coppia il preservativo non dà risultati.
Il porporato ha quindi analizzato la situazione dei farmaci antiretrovirali, che danno risultati confermati ma sono troppo cari per la popolazione.
Per questo, per ottenere risultati sicuri, ha suggerito a quanti devono prendere decisioni per evitare la diffusione del virus dell'Aids di investire le risorse nel finanziamento degli antiretrovirali e non tanto nei preservativi.
Allo stesso modo, ha sottolineato la necessità di investire nella ricerca.
La Chiesa in Africa approfondisca il rapporto con i media
L'auspicio del Vescovo nigeriano Emmanuel Adetoyese Badejo
di Roberta Sciamplicotti
ROMA, lunedì, 5 ottobre 2009 (ZENIT.org).- La Chiesa in Africa deve imparare a capire i media e non solo a usarli, e il Sinodo dei Vescovi per l'Africa deve lanciare un forte appello a questo riguardo.
Lo afferma Emmanuel Adetoyese Badejo, Vescovo coadiutore di Oyo (Nigeria), che in un rapporto riportato dal Catholic Information Service for Africa (CISA) sottolinea come già il primo Sinodo dei Vescovi per l'Africa (1994) abbia inserito tra i punti chiave per la Chiesa nel continente proprio le comunicazioni sociali.
Da allora sono stati compiuti grandi sforzi per “aumentare la consapevolezza dell'importanza delle comunicazioni nella missione della Chiesa in Africa”, ha spiegato, ma in questi anni “il mondo delle comunicazioni è stato reso più complesso dalla natura fluida e fugace delle cybercomunicazioni e di Internet, e anche dalla crescita sempre maggiore delle strutture dette nuove tecnologie mediatiche”.
Per questo, ammette il presule, “le politiche di comunicazione, il linguaggio, i metodi e le strategie che avrebbero potuto sembrare perfetti dieci anni fa sono a malapena adeguati attualmente”.
L'obiettivo che si pone attualmente è dunque quello di “aiutare i futuri sacerdoti e gli agenti di missione a vedere le comunicazioni come un sistema da studiare e comprendere e in cui entrare, piuttosto che come una serie di 'mezzi da usare'. Un utente resta sempre esterno allo strumento, mentre un sistema richiede un impegno più integrato”.
Dall'utilizzo all'impegno
“La full immersion di colui che si prepara al ministero sacerdotale, alla vita religiosa o a un qualsiasi livello di lavoro pastorale nelle sfide e nelle implicazioni della comunicazione permetterà a questo individuo di svolgere in modo facile e fruttuoso e in modo dinamico la proclamazione del Vangelo, di impegnarsi nel dialogo a ogni livello e di decifrare la moltitudine di modi in cui l'esistenza della Chiesa presenta un'opportunità per una comunicazione efficace”.
In questo contesto, “il candidato può concettualizzare, comprendere e incarnare più chiaramente le dimensioni trinitarie e cristologiche della comunicazione, in cui la più alta forma di comunicazione è la presenza, la persona e l'atto di donazione di Cristo”.
“Gesù non si è limitato a comunicare o a usare gli strumenti della comunicazione; è diventato la comunicazione dell'amore di Dio stesso – ha proseguito il Vescovo –. Cristo diventa allora il modello, l'unico che l'agente pastorale deve incarnare quotidianamente nel processo di evangelizzazione”.
Nel mondo attuale, ha avvertito, “fin troppe opportunità di questa presenza comunicativa in cui la Chiesa e i suoi agenti potrebbero raggiungere membri della comunità umana a cui altrimenti non si potrebbe arrivare non sono utilizzate o quantomeno non come si dovrebbe”.
Il Vescovo Badejo ha quindi chiesto “un costante aggiornamento del curriculum delle comunicazione a tutti i livelli di formazione”.
A questo proposito, è necessario non solo che “la dimensione e l'implicazione comunicativa di ogni corso di formazione sia sottolineata e chiarita all'agente di evangelizzazione”, ma anche che la giusta formazione dottrinale sia “completata da un certo livello di conversione dell'atteggiamento verso la comunicazione”.
Questo, a suo avviso, implica un adattamento alla cultura mediatica tradizionale e contemporanea, perché “è solo con questo tipo di preparazione che si può cambiare atteggiamento e orientamento, facendo sì che la distanza tra quanti sono considerati 'nativi' dei nuovi media e i cosiddetti immigrati non sia più tanto ampia”.
“Gli agenti di pastorale, inclusi i Vescovi, devono essere incoraggiati a capire, a impegnarsi e a vivere, e non solo a usare, la cultura mediatica e il sistema di comunicazione contemporanei per realizzare efficacemente la missione della Chiesa”.
“Questo cambiamento non può aspettare un altro Sinodo”, ha concluso. “Il momento giusto è questo!”.
Un Papa di colore, "Why not?"
Parla il Relatore generale del Sinodo dei Vescovi
di Jesús Colina
CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 5 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Non c'è motivo per cui la Chiesa non possa avere un giorno un Papa di colore, ha affermato questo lunedì il Relatore generale del Sinodo dei Vescovi per l'Africa rispondendo ai giornalisti.
Intervenendo a una conferenza stampa in occasione dell'inizio dell'assemblea episcopale di questo continente, il Cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson, Arcivescovo di Cape Coast (Ghana), ha risposto a un giornalista statunitense che ha presentato come esempio nel mondo politico l'elezione di Barack Obama.
“Why not?”, ha risposto il Cardinale Turkson. “Se Dio volesse vedere un nero come Papa, ringraziamo Dio”.
Il fatto che un africano possa essere Vescovo di Roma è già previsto nel sistema di elezione del Papa, ha spiegato, osservando che vari Cardinali sono africani.
Quando un sacerdote viene ordinato, nello stresso “package” (“pacchetto”) si include la sua disponibilità in futuro ad essere Vescovo e forse Papa, ha detto con un sorriso.
Santa Sede
“I Venerdì di Propaganda”: il Cenacolo di Leonardo in Vaticano
Riprendono gli incontri presso la Libreria Internazionale Paolo VI di Roma
CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 5 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Successo di pubblico e grande interesse ha suscitato la passata edizione de “I Venerdì di propaganda: temi e autori” che ha offerto incontri bimensili di cultura varia presso la Libreria Internazionale Paolo VI a Roma.
Il 9 ottobre alle ore 17.30 gli appuntamenti riprendono con la presentazione di un volume edito recentemente dalla Libreria editrice vaticana (Lev) in copie numerate dal titolo “Il Cenacolo di Leonardo in Vaticano. Storia di un Arazzo in seta e oro” di Sabrina Sforza Galitzia.
Il volume presenta l’autenticazione dell’opera tessile elaborata su disegno inequivocabile di Leonardo. Consistenti fonti vinciane autografe ne indicano la paternità. Alcune di esse verranno esibite contestualmente ad altro materiale fotografico, allo scopo di mostrare i messaggi lasciati in cifra nell’immagine eucaristica che esprimono una equazione spazio temporale.
Dopo oltre sei anni di studi, l’autrice insieme a Neria De Giovanni, collaudata conduttrice di questa manifestazione, condurranno il pubblico attraverso i misteri di Leonardo e della sua pittura, in questo caso riprodotta in una rarissima tessitura fiamminga in seta e oro.
All’incontro parteciperà il Card. Raffaele Farina, Bibliotecario di Sacra Romana Chiesa, autore della prefazione al volume.
La Santa Sede chiede di passare dalla deterrenza nucleare alla fiducia
L'analisi del portavoce vaticano, padre Federico Lombardi S.I.
ROMA, lunedì, 5 ottobre 2009 (ZENIT.org).- La Santa Sede si sta sforzando di far capire al mondo che è giunta l'ora di passare dalla deterrenza nucleare, che ha caratterizzato il periodo della Guerra Fredda, alla fiducia.
E' quanto ha spiegato padre Federico Lombardi S.I., Direttore della Sala Stampa della Santa Sede, nell'editoriale dell'ultimo numero di "Octava Dies", il rotocalco informativo del Centro Televisivo Vaticano, da lui stesso diretto.
“La deterrenza nucleare appartiene al periodo della Guerra Fredda e non è più giustificabile ai giorni nostri”, ha detto il sacerdote richiamando il discorso pronunciato da monsignor Dominique Mamberti, Segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati, il 24 settembre, a New York, in occasione di una sessione del Consiglio di Sicurezza sul tema “Il disarmo e la non proliferazione nucleare”.
“Le armi nucleari aggrediscono la vita sul pianeta, aggrediscono il pianeta stesso e quindi il suo processo di sviluppo”, aveva sottolineato allora il presule per indicare ancora una volta la totale adesione e solidarietà del Papa in favore del disarmo e della non proliferazione nucleare.
“Purtroppo – ha però osservato padre Lombardi –, il Trattato di Interdizione globale degli esperimenti nucleari, pur siglato da molti anni da moltissimi Paesi, non è ancora entrato in vigore per la mancata ratifica o addirittura la mancata firma da parte di un certo numero di Stati, fra cui potenze con capacità nucleare avanzata”.
“Il Trattato – ha ricordato monsignor Mamberti – potrà non solo dare una risposta significativa ai rischi di proliferazione nucleare ed alla minaccia di terrorismo nucleare, ma darà anche impulso al disarmo nucleare”.
Ecco quindi, ha ribadito il portavoce vaticano, la necessità di passare “dal clima di minaccia a un clima di fiducia”. Infatti, “solo così la promozione della pace e lo sviluppo dei popoli potranno essere garantiti”.
“Il 'disarmo integrale' – ha proseguito il gesuita – è una delle direzioni in cui, nella sua ultima enciclica, Benedetto XVI ha esortato la comunità internazionale e l’Organizzazione delle Nazioni Unite a muoversi per 'dare reale concretezza al concetto di famiglia di nazioni'”.
“Dove vogliamo andare? Tutti sappiamo quante forze e risorse economiche e intellettuali gli armamenti sottraggano all’impegno per lo sviluppo e la lotta alla fame, e quanto danno apportino al clima dei rapporti fra i popoli. La Chiesa non si stancherà mai di ripeterlo”, ha quindi concluso.
Confessori a tempo pieno nelle Basiliche papali di Roma
Padre Pedro Fernández parla della sua esperienza a Santa Maria Maggiore
di Carmen Elena Villa
ROMA, lunedì, 5 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Hanno un orario fisso, un giorno di riposo e un paio d'ore libere per pranzare. Il loro ufficio non ha una scrivania e un computer. E' un confessionale.
Le Basiliche papali di Roma e alcune altre chiese come quella del Gesù, dove si trova la tomba di Sant'Ignazio di Loyola, offrono quotidianamente il servizio della confessione in varie lingue.
Una luce rossa indica la disponibilità ad amministrare questo sacramento a chi lo richiede. Ci sono anche avvisi che indicano gli orari in cui ci si può confessare e le lingue per farlo: inglese, francese, spagnolo, italiano, portoghese, polacco e tedesco sono le più comuni.
Alcuni fedeli si avvicinano un po' dubbiosi o timorosi, e alla fine si lanciano. Altri vi si recano periodicamente, soprattutto se vivono a Roma.
Nelle quattro Basiliche papali questo servizio è sempre esistito, organizzato da Papa San Pio V (1566-1572). Dipende direttamente dalla Penitenzieria apostolica, organismo vaticano incaricato della concessione delle indulgenze, che assegna a vari ordini religiosi la confessione in diverse Basiliche.
Nella Basilica di San Pietro ci sono i francescani conventuali, a San Giovanni in Laterano i francescani minori; a Santa Maria Maggiore i domenicani, a San Paolo fuori le Mura i monaci benedettini.
ZENIT ha parlato con il sacerdote domenicano Pedro Fernández, confessore a Santa Maria Maggiore. Per lui, quest'opera significa “esercitare il sacerdozio che la Chiesa mi ha affidato in nome di Cristo. Mi permette di stare in contatto diretto con le persone e con le anime”.
La sua missione, segnala, va spesso al di là dell'assoluzione: “Vedo molta solitudine. Ci sono penitenti che vengono per sfogarsi, per essere ascoltati. Il confessore deve approfittare di questa occasione per aiutarli, in primo luogo a rendersi conto dei peccati per potersi pentire, perché nessuno si pente di ciò che non conosce”.
Il dialogo con il penitente può essere anche un'opportunità per evangelizzare: “c'è ignoranza religiosa. Bisogna che il confessore faccia in quel momento una catechesi adeguata”.
Padre Fernández ammette che per amministrare questo sacramento in modo corretto la Chiesa avrebbe bisogno di molte mani: “Se ci fossero più confessori, ci sarebbero più confessioni. Costa sempre andare a chiedere a un sacerdote di confessarsi, ma se lo si vede seduto lì è più facile”.
La confessione come dono
Il presbitero ha sottolineato l'importanza del fatto che i fedeli vedano il sacramento della confessione come un dono e non come un castigo: “Dobbiamo avvicinarci alla confessione per accogliere questo perdono. La bellezza della confessione è in questo. E' il sacramento della pace con se stessi”.
Come in ogni lavoro, ci sono giorni in cui si è più indaffarati che in altri, in cui ci sono più fedeli che accorrono e le file diventano più lunghe: “In Avvento, in Quaresima, i primi venerdì del mese ci sono molte più persone. Vedere una persona pentita è un'esperienza splendida”.
Perché raccontare i peccati a un sacerdote? Perché non confessarsi a Dio direttamente? Sono domande che migliaia di cattolici si pongono.
Padre Fernández spiega a questo proposito: “Nessuno ha visto Dio. La relazione con Lui è mediata. Nella nostra fede, questa mediazione avviene attraverso i sacramenti, la fede e l'esperienza mistica”.
“Per confessarsi bisogna avere fede, credere in Dio, considerare i propri peccati e pentirsi. Non è una via imposta dalla Chiesa. E' una via indicata dalla fede”.
Il vero senso della confessione, ha aggiunto, è che “non si tratta di una consultazione psicologica e di trovare una ragione umana ai propri problemi. Si tratta soprattutto di perdono”.
La confessione è un sacramento a cui Benedetto XVI ha dato molta importanza in questo Anno Sacerdotale: “Il fatto che il Papa raccomandi ai sacerdoti di sedesi a confessare vuol dire che dobbiamo essere consapevoli della nostra identità e santificazione”, ha spiegato padre Fernández.
Nessuno, ha concluso, dà ciò che non ha: “E' confessandosi che si impara a confessare. Difficilmente si può essere un confessore se non ci si confessa bene”.
Uomini di fede
Carlo Bergonzi, il più grande tenore verdiano, amico di Sant’Antonio
Il 10 ottobre, serata di gala al “Festival Verdi 2009”
di Renzo Allegri
ROMA, lunedì, 5 ottobre 2009 (ZENIT.org).- E’ in corso a Parma il “Festival Verdi 2009”, che fino al 23 ottobre celebra, con opere, concerti, eventi, mostre al Teatro Regio e nei teatri delle terre verdiane, la musica del celeberrimo compositore italiano.
Una serata, quella del 10 ottobre, è dedicata al tenore Carlo Bergonzi, considerato il più grande interprete verdiano. L’appuntamento è a Busseto, cittadina dove Verdi nacque e visse e dove vive anche Bergonzi. In quel giorno, tra le varie manifestazioni, un concerto e l’apertura di un museo verdiano, verrà presentato anche il film-documentario di Mauro Biondini dal titolo “Carlo Bergonzi tenore verdiano del secolo”.
Che Bergonzi sia il tenore verdiano per eccellenza, non ci sono dubbi. Con questa motivazione ha ricevuto premi in tutto il mondo. Anche dalla prestigiosa “Gramophone's Lifetime Achievement Award” di Londra che nel 2000 lo ha proclamato “Principe fra i tenori e miglior tenore verdiano del secolo”.
Bergonzi è una leggenda, ad altissimo livello. Forse non ha la popolarità di altri suoi colleghi perché è sempre stato schivo e riservato, dedito al proprio lavoro e alla propria famiglia. Ma per gli intenditori, i critici, i musicologi, i melomani di tutto il mondo, è e resterà “il” tenore verdiano.
Ha celebrato le opere di Verdi con un’arte assoluta e inimitabile ovunque. Nove stagioni di fila alla Scala, venti all’Arena di Verona, trentasette ininterrotte al Metropolitan di New York, record assoluto per un cantante lirico. Migliaia di recite, decine e decine di incisioni discografiche.
Grande artista e grande uomo. Ma anche un cristiano esemplare, convinto. Raramente si parla di questi aspetti dei grandi artisti, quasi non fossero importanti. In Bergonzi è un dato fondamentale della sua vita. Chi lo conosce bene ed ha lavorato con lui sa che la fede cristiana ha illuminato tutta la sua esistenza e la sua arte.
Quando parla, è facile sentirlo dire con la più grande semplicità: “Finchè il Buon Dio vorrà”. Non è una frase fatta. Per Bergonzi ha il significato di fiducia e di speranza che ad essa davano un tempo i credenti.
Ha 85 anni e la ripete spesso con la serenità di sempre. La fama non ha scalfito la sua semplicità. Il successo non ha mai alterato il suo comportamento. E’ sposato da quasi sessanta. Ha due figli, Maurizio e Marco.
Vive a Busseto, come un cittadino qualunque. Non frequenta i grandi teatri, le “prime”, i circoli culturali, i salotti, i club della lirica. Non va a parlare in televisione. Non lo si vede mai in pubblico se non accompagnato dalla inseparabile Adele: moglie, amica, consigliera, guida.
Nelle interviste, non dimentica mai di dire: «La fede non mi ha mai abbandonato. Di questo ringrazio il Signore ogni giorno». Ricordando gli anni della guerra, i 26 mesi in campo di concentramento in Germania, dove rischiò di morire, afferma: «Il Signore mi era vicino e mi ha salvato».
Un giorno di novembre del 1998 mi raccontò della sua amicizia con Sant’Antonio da Padova. Il 29 ottobre di quall’anno aveva tenuto un concerto a Gardone, nel teatro del Vittoriale. Un concerto che ebbe un grandissimo successo e di cui fu realizzato anche un video. Qualcuno mi disse che si trattava di un concerto particolare, esplicitamente voluto dal tenore e dedicato al Santo di Padova. Incuriosito, andai a trovare Bergonzi e gli chiesi di spiegarmi il perché di quel concerto.
«Ho voluto sciogliere un voto», mi disse. «Quarantasei anni fa, in un momento particolare della mia vita ho avuto una grande grazia da Sant’Antonio e gli avevo promesso che l’ultimo concerto della mia carriera lo avrei fatto per lui. Ormai ho 75 anni. Canto da 50. Non firmo più contratti perché non posso ipotecare l’avvenire. I direttori dei teatri mi chiamano. Io mi sento bene, la voce risponde, la voglia di cantare è sempre grande, e vado ancora. Finchè il buon Dio vorrà, continuerò a cantare. Ma prima di perdere la voce ho voluto tener fede alla promessa fatta a Sant’Antonio. Per lui dovevo eseguire un concerto importante, in piena forma vocale».
«Io sono sempre stato devoto a Sant’Antonio. Fin da bambino», continuò a raccontarmi Carlo Bergonzi. «Tutti abbiamo un santo particolarmente caro. Il mio santo è Antonio da Padova. Quando ero ragazzino facevo il chierichetto e ricordo che, per la festa di Sant’Antonio, il 13 giugno, seguivo tutte le funzioni che si celebravano nella mia chiesa, proprio perché avevo già allora una grande devozione a questo santo. E’ un personaggio per il quale nutro oltre a una profonda devozione anche una grande simpatia. Mi piace, sento di volergli bene, di confidarmi con lui. E lui mi ha sempre dimostrato amicizia. Mi ha aiutato in teatro e anche fuori dal palcoscenico. E nel gennaio 1953 mi salvò la vita».
«Ero impegnato nella “Lucia di Lammermoor” di Donizetti al Teatro Grande di Brescia. E poiché abitavo a Milano, andavo avanti e indietro per le prove. Avevo allora un’Alfa 1900 e potevo raggiungere Brescia in meno di un’ora, anche se non c’era ancora l’autostrada di adesso».
«Il giorno della prova generale partii verso le cinque del pomeriggio. Era una giornata rigida e fredda. Andavo veloce perché avevo fretta. Ma appena fuori città, mi imbattei in un pezzo di strada ghiacciato. La macchina schizzò via, fece un volo di trenta metri e si schiantò contro un palo. Ricordo che quando persi il controllo dell’auto gridai: “Sant’Antonio aiutami”. La macchina si capovolse e restò con le ruote per aria».
«Un signore che passava per caso, corse in mio aiuto. Pensava di trovarmi morto. Invece, uscii dall’auto senza neppure un graffio. Non mi ero fatto assolutamente nulla. Aspettai il carro attrezzi e tornai a casa. Mia moglie, vedendomi, chiese: “Non dovevi andare alla prova generale a Brescia?”. “Sì”, risposi “ma ho trovato la strada ghiacciata ed ho preferito tornare indietro. Telefonerò e vorrà dire che farò direttamente la recita senza prova generale”. Non dissi niente dell’incidente per non spaventarla».
«Il mattino dopo, mente mi vestivo, lei si accorse che avevo un livido sulla schiena. “Che cosa ti sei fatto?”, chiese. “Non lo so”, risposi. Ma lei ormai si era insospettita e allora la accompagnai giù in garage e le feci vedere la macchina. Era un rottame. Solo l’abitacolo del guidatore era miracolosamente intatto. Mia moglie svenne. Cadde proprio a terra priva di sensi. Si rese conto anche lei che ero vivo solo per miracolo. “E’ stato Sant’Antonio”, le dissi».
«Quella grazia, che io ho sempre considerato un vero miracolo, ha rafforzato la mia devozione in questo santo. E fu allora che gli promisi di andare almeno una volta l’anno in pellegrinaggio alla sua tomba a Padova, e che gli avrei dedicato l’ultimo concerto della mia carriera».
«Per quanto riguarda i pellegrinaggi a Padova ho sempre mantenuto la promessa. Inoltre, il mio affetto per Sant’Antonio è cresciuto con il passare del tempo. Quando ero in giro per il mondo, in qualunque nazione mi trovassi, andavo in cerca di qualche chiesa cattolica sicuro che avrei trovato una statua di Sant’Antonio. In America, in Africa, in Giappone, ovunque ho trovato statue di Sant’Antonio e andavo a pregare in quelle chiese e a rendere omaggio al mio santo protettore».
«Ora che, come ho detto, non prendo più impegni fissi, ho deciso di fare quel concerto che gli avevo promesso. Ed ho avuto la soddisfazione di fare una cosa veramente straordinaria. Il teatro del Vittoriale è all’aperto ed ha per sfondo il lago di Garda. L’ambiente quindi era un incanto, con una scenografia naturale impagabile. C’era l’orchestra Donizetti di Bergamo diretta dal maestro Nello Santi. E io ho voluto preparare un programma degno di Sant’Antonio».
«Niente quindi canzonette o canzoni da salotto, ma un programma tutto verdiano. E in onore di questo mio grande protettore ho voluto cantare un pezzo che non avevo mai eseguito prima in tutta la mia carriera: l’aria di Otello. Questo stupendo capolavoro di Verdi è molto impegnativo per il tenore e non adatto alla mia voce: per questo non l’ho mai eseguito. Ma, dopo 50 anni di carriera, ho voluto fare una pazzia».
«Ho preparato quel pezzo di nascosto da mia moglie, che, essendo la mia più severa critica, non mi avrebbe permesso di cimentarmi in una impresa del genere. Approfittavo di quando lei usciva per la spesa per studiare quell’aria. L’ho eseguita con tutta la mia passione e credo di avere lasciato il segno».
«Al termine, tutto il pubblico era in piedi. L’applauso non finiva più. Era un applauso entusiasta e commosso. Credo che lo ricorderò come uno dei più importanti della mia carriera. Mia moglie, dopo il concerto mi ha detto: “Questa sera doveva esserci proprio Sant’Antonio vicino a te”».
Il Papa ai Padri sinodali: guardate il mondo nella luce di Dio
Un Sinodo per portare giustizia e riconciliazione in Africa
La disponibilità alla riconciliazione mostra la profondità dell’evangelizzazione
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Riflessione del Papa nella prima Congregazione generale del Sinodo
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Relazioni del Segretario Generale e del Relatore Generale del Sinodo
Sinodo speciale sull'Africa
Il Papa ai Padri sinodali: guardate il mondo nella luce di Dio
Riflessione nella prima Congregazione generale del Sinodo
CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 5 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Con un invito a guardare alle cose del mondo nella luce di Dio e a riscoprire la carità gratuita divina per abbattere le barriere che dividono l'Africa, Benedetto XVI ha aperto questo lunedì mattina in Vaticano la prima Congregazione generale del Sinodo dei Vescovi per l'Africa.
Nel suo saluto al Papa e ai presenti all'inizio della prima Congregazione generale, il Cardinale Francis Arinze, presidente delegato di turno, ha ricordato che il continente africano "ha conosciuto sofferenze evitabili, ingiustizia, oppressione, repressione, sfruttamento, tensione e la guerra, che allontana le persone dalle proprie case e produce fame e malattia".
"Ma l'Africa ha conosciuto anche l'amore fraterno, la solidarietà con i sofferenti, i comitati per la verità e la riconciliazione, gli aiuti regionali tra Paesi e qualche progresso verso lo sviluppo integrale, come lei, Santità, ha spiegato nella Caritas in Veritate", ha aggiunto.
Il porporato ha quindi auspicato che "sotto la guida dello Spirito Santo, possa il lavoro di questo Sinodo aiutare a progredire verso la promozione della riconciliazione, della giustizia e della pace in Africa e in Madagascar e anche chiarire meglio e intensificare il ruolo della Chiesa".
Nella sua meditazione nell'Aula del Sinodo, nel corso della prima Congregazione generale, alla presenza di 226 Padri sinodali, Benedetto XVI ha riflettuto sull'inno d'invocazione dello Spirito Santo Nunc sancte nobis Spiritus, che la tradizione attribuisce a Sant'Ambrogio.
"Abbiamo incominciato il nostro Sinodo adesso, invocando lo Spirito Santo, sapendo bene che noi non possiamo fare quanto occorre fare per la Chiesa, per il mondo, in questo momento - ha affermato -. Solo nella forza dello Spirito Santo possiamo trovare quanto è retto, e seguirlo".
"Tutte le nostre analisi del mondo sono insufficienti se non consideriamo il mondo alla luce di Dio, se non scopriamo che alla base delle ingiustizie, della corruzione c'è un cuore non retto, c'è una chiusura verso Dio, e quindi una falsificazione della relazione fondamentale sulla quale sono basate tutte le altre".
Nella sua lunga meditazione spontanea, il Papa si è lasciato ispirare dall'Inno dell'Ora Terza, la preghiera che introduce la seduta sinodale mattutina.
L'Inno, ha constatato, "implora tre doni essenziali dello Spirito Santo". Il primo è la "confessione", che va intesa sia come riconoscimento della piccolezza umana davanti a Dio - da cui derivano, insiste il Papa, "tutti i vizi che distruggono la rete sociale e la pace nel mondo" -, sia come ringraziamento a Dio per i suoi doni e come impegno di testimonianza.
Benedetto XVI ha quindi trovato parola di grande densità spirituale per rimarcare la semplice grandezza di Dio rispetto alla grandezza delle cose umane.
"Le cose della scienza, della tecnica costano grandi investimenti, avventure spirituali e materiali, sono costose e difficili - ha rilevato -. Ma Dio si dà ‘gratis'. Le più grandi cose della vita - Dio, l'amore, la verità - sono gratuite e direi che su questo dovremmo spesso meditare: su questa gratuità di Dio; sul fatto che non c'è bisogno di grandi doni materiali o anche intellettuali per essere vicini a Dio: Dio è in me, nel mio cuore e sulle mie labbra".
Il secondo dono dello Spirito, ha proseguito, discende dal primo: l'uomo che scopre l'intimità con il divino deve poi testimoniarlo con tutto se stesso. Deve testimoniare la verità della carità di Dio perché questa e non altro è l'essenza della religione cristiana:
"Importante è che il cristianesimo non è una somma di idee, una filosofia, una teoria, ma è un modo di vivere, è carità, è amore. Solo così diventiamo cristiani: se la fede si trasforma in carità, se è carità. Il nostro Dio è da una parte 'Logos', Ragione eterna, ma questa Ragione è anche Amore. Non è fredda matematica che costruisce l'universo: questa Ragione eterna è fuoco, è carità. Già in noi stessi dovrebbe realizzarsi questa unità di ragione e carità, di fede e carità".
Anche il terzo dono è strettamente connesso agli altri. La carità di Dio va annunciata all'umanità, a ogni uomo, che per un cristiano è un prossimo e un fratello. Prendendo spunto dalla figura del Buon Samaritano della liturgia odierna, Benedetto XVI ha concluso mettendo in grande risalto gli insegnamenti che arrivano fino a noi da quella antica parabola e che ben si adattano, in questo caso, anche alla realtà africana.
"La carità non è una cosa individuale, ma universale. Universale e concreta. Occorre aprire realmente i confini tra tribù, etnie, religioni all'universalità dell'amore di Dio nei nostri luoghi di vita, con tutta la concretezza necessaria. Preghiamo il Signore che ci doni lo Spirito Santo, che ci doni una nuova Pentecoste, che ci aiuti ad essere i suoi servitori in questa ora del mondo".
Un Sinodo per portare giustizia e riconciliazione in Africa
Il Relatore Generale, il Cardinale Turkson, spiega i temi
CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 5 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Il Sinodo dei Vescovi dell'Africa cerca di portare finalmente pace e giustizia al continente, insanguinato da lotte fratricide, ha affermato questo lunedì il suo Relatore Generale elencando i temi che verranno discussi dall'assemblea.
Il Cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson, Arcivescovo di Cape Coast (Ghana), nella sua lunga relazione precedente alla discussione, redatta in inglese e non letta per intero, ha spiegato che l'obiettivo di questo Sinodo è che i cattolici del continente diventino "servitori della riconciliazione, della giustizia e della pace".
Nella sua analisi, il porporato africano ha mostrato come sono cambiati il continente e la Chiesa stessa dopo che il 7 maggio 1994 Giovanni Paolo II ha concluso formalmente a Roma il primo Sinodo africano.
All'inizio del pontificato di Papa Karol Wojtyla, i cattolici africani erano circa 55.000.000. Nel 1994, anno in cui si è celebrata la Prima Assemblea Speciale per l'Africa del Sinodo dei Vescovi, c'erano 102.878.000 fedeli, ossia il 14,6 % della popolazione africana.
Oggi, dei 943.743.000 abitanti dell'Africa i cattolici sono 164.925.000, il 17,5%, aveva rivelato poco prima l'Arcivescovo Nikola Eterović, Segretario Generale del Sinodo dei Vescovi.
Dal primo Sinodo dell'Africa, che ha avuto come tema "La Chiesa in Africa e la sua Missione evangelizzatrice verso l'anno 2000: ‘Sarete miei testimoni' (At 1, 8)", è nata l'esortazione apostolica post-sinodale firmata da Giovanni Paolo II con il titolo Ecclesia in Africa a Yaoundé (Camerun) il 14 settembre 1995.
Il secondo Sinodo africano, che si concluderà il 25 ottobre, presieduto da Benedetto XVI, ha per tema "La Chiesa in Africa a servizio della riconciliazione, della giustizia e della pace. Voi siete il sale della terra... Voi siete la luce del mondo (Mt 5, 13.14)".
Per questo, il Cardinale Turkson ha presentato con queste parole la sfida che deve affrontare ora la Chiesa nel suo continente: dall'essere "Famiglia di Dio (evangelizzatori)", come ha detto il primo Sinodo, deve passare a contare su figli che siano "servitori (ministri = diakonoi) della riconciliazione, della giustizia e della pace".
Questa riconciliazione, ha spiegato, deve essere "con Dio (verticale) e tra gli Esseri Umani (orizzontale)".
I cattolici africani dovranno svolgere quest'opera in un contesto sociale che il Cardinale ha esposto senza esitazioni.
Il problema economico dell'Africa, ha osservato, si spiega con il "malgoverno".
"Ciò spiega il paradosso della povertà di un continente che è senz'altro uno dei più ricchi del mondo di potenzialità. La conseguenza di questa 'equazione governo-economia' è che quasi nessun Paese africano può rispettare i propri obblighi di bilancio".
Altre sfide, secondo il porporato, sono le "pressioni diverse e terribili" a cui è sottoposta la famiglia per "una crescente proposta di unioni e rapporti alternativi, privati del concetto di impegno duraturo, di natura non eterosessuale e senza il fine della procreazione".
Allo stesso modo, ha ricordato lo spaccio di droga e il traffico di armi, motivi di instabilità di molti Paesi africani, e i crimini ecologici. "Per questo motivo, i vertici delle Nazioni Uniti e mondiali sui cambiamenti climatici, l'emissione di gas serra, l'assottigliamento dello strato di ozono, come quello che si terrà a dicembre a Copenaghen, devono poter contare sull'orante sostegno dell'Africa", ha affermato.
L'analisi sociologica del Cardinale si è conclusa spiegando che "l'Africa è stata accusata per troppo tempo dai media di tutto ciò che viene aborrito dall'umanità".
"E' tempo di 'cambiare marcia' e di dire la verità sull'Africa con amore, promuovendo lo sviluppo del continente che porterà al benessere di tutto il mondo".
All'assemblea partecipano 244 padri sinodali, di cui 78 partecipanti ex officio, 129 eletti e 36 di nomina Pontificia. Tra questi vi sono 33 Cardinali, 79 Arcivescovi e 156 Vescovi. Quanto agli uffici svolti, vi sono 37 Presidenti delle Conferenze Episcopali, 189 Vescovi Ordinari, 4 Coadiutori, 2 Ausiliari e 8 (arci)vescovi emeriti. Ci sono poi sei rappresentanti di altre Chiese o comunità ecclesiali, 29 esperti (19 uomini e 10 donne) e 49 uditori (29 uomini e 20 donne).
Prima di iniziare la discussione, il Cardinale Turkson ha detto a tutti loro: "Gesù Cristo, dopo essersi rivelato attraverso le Scritture come nostra riconciliazione, giustizia e pace, ora chiama e invia i suoi discepoli in Africa e nelle isole a spendere sé stessi, come sale e luce, per costruire la Chiesa in Africa come autentica Famiglia di Dio attraverso i ministeri della riconciliazione, della giustizia e della pace, esercitati nell'amore, come il loro maestro".
Questo lunedì pomeriggio sono iniziate le discussioni davanti all'assemblea sinodale con interventi liberi, rapporti sulle relazioni dei vari continenti con l'Africa e un'analisi dell'applicazione della "Ecclesa in Africa", da parte di vari Vescovi.
Il Cardinale Turkson è intervenuto dopo una meditazione d'apertura offerta dal Papa ai partecipanti al Sinodo in cui ha spiegato che la Chiesa non è un'organizzazione, ma il frutto dello Spirito Santo.
La disponibilità alla riconciliazione mostra la profondità dell’evangelizzazione
Relazione del Segretario Generale del Sinodo dei Vescovi
CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 5 ottobre 2009 (ZENIT.org).- La disponibilità alla riconciliazione mostra il grado di evangelizzazione di una comunità, ha affermato questo lunedì monsignor Nikola Eterović, Segretario Generale del Sinodo dei Vescovi, nella relazione all'assemblea.
Nel suo discorso, il presule ha ricordato le parole pronunciate da Benedetto XVI il 19 marzo scorso durante il suo soggiorno a Yaoundé (Camerun), quando ha affermato: “Con la forza dello Spirito Santo rivolgo a tutti questo appello: ‘Lasciatevi riconciliare!’ (2 Cor 5,20). Nessuna differenza etnica o culturale, di razza, di sesso o di religione deve divenire tra voi motivo di contesa. Voi siete tutti figli dell’unico Dio, nostro Padre, che è nei cieli. Con questa convinzione sarà finalmente possibile costruire un’Africa più giusta e pacifica, all’altezza delle legittime attese di tutti i suoi figli”.
La riconciliazione, ha spiegato monsignor Eterović, “richiede il perdono ricevuto dal Padre e dato ai fratelli, secondo l’ammaestramento del Signore Gesù: 'perdona a noi i nostri peccati, anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore'”.
L’insegnamento sulla riconciliazione, “sorgente della pace e della giustizia”, è il cuore della riflessione dell’Assemblea Speciale per l’Africa, che presuppone “l’Annuncio della Buona Notizia e la sua assimilazione”.
“Tutti i cristiani sono chiamati a riconciliarsi con Dio e con il prossimo”, ha dichiarato il Segretario Generale del Sinodo dei Vescovi, affermando che “la disponibilità alla riconciliazione è il barometro della profondità dell’evangelizzazione di una persona, di una famiglia, di una comunità, di una Nazione, come pure delle Chiese particolari e di quella universale”.
“Solamente da un cuore riconciliato con Dio possono spuntare iniziative di carità e di giustizia nei riguardi del prossimo e della società intera”.
Richiamando le parole riportate nel Vangelo di Matteo (5, 13. 14) “Voi siete il sale della terra ... voi siete la luce del mondo”, “sottotitolo” del tema del Sinodo, il presule ha osservato che “sono al contempo una constatazione della dignità cristiana e un invito a viverla sempre meglio” e sono indirizzate “a tutti i cristiani, oggi in modo particolare a quelli dell’Africa”, che “sanno, nella grazia dello Spirito Santo, che la risposta affermativa presuppone la conversione e la ferma volontà di seguire Gesù Cristo”.
“La Chiesa Cattolica in Africa deve illuminare ancora di più le complesse realtà del continente con la luce del Signore Gesù, diventando sempre di più il sale della terra africana, immettendo il gusto divino nelle realtà di ogni giorno”.
Come mostrano i dati statistici, del resto, la Chiesa in Africa è molto dinamica.
Su un totale di 943.743.000 abitanti, i cattolici sono 164.925.000, cioè il 17,5%. Questo dato rivela una percentuale più elevata di quella mondiale (17,3%), così come nel continente africano si registra una notevole crescita delle vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata.
Allo stesso modo, aumentano anche gli operatori pastorali, 521 dei quali “hanno sigillato con il sacrificio della vita il loro servizio ecclesiale” dal 1994 al 2008.
“Oltre all’evangelizzazione, sua missione principale, la Chiesa Cattolica è assai attiva anche nel campo della carità, della salute, dell’educazione e, in genere, in numerose iniziative di promozione umana”, ha ricordato il presule, sottolineando esempi significativi come la Fondazione per il Sahel e la Fondazione Il Buon Samaritano per sostenere gli infermi più bisognosi, soprattutto i malati di Aids.
Nel continente africano agiscono poi 53 Caritas nazionali, la Caritas del Medio Oriente e dell’Africa del Nord, il Segretariato Justice and Peace del Simposio delle Conferenze Episcopali di Africa e Madagascar (SECAM), 8 Commissioni regionali e 34 nazionali, numerose organizzazioni internazionali e nazionali cattoliche e 12 Istituti e Centri di promozione della Dottrina sociale della Chiesa.
La Chiesa cattolica gestisce inoltre 16.178 centri sanitari e più di 55.000 istituti di istruzione.
In questo contesto, il presule ha auspicato che la crescita quantitativa che si sperimenta nel continente “diventi sempre di più anche qualitativa”.
“In tale modo i cristiani, guidati dai loro Pastori, potranno avvicinarsi all’ideale a cui il Signore Gesù chiama ogni suo discepolo e cioè a diventare il sale della terra e la luce del mondo”, ha rilevato.
“Solamente uniti a Lui, che dà il senso a tutto ciò che esiste e, soprattutto, all’esistenza umana, i cristiani possono svolgere la vocazione di essere il sale della terra, di offrire il sapore divino, eterno, ai beni terreni, alle cose materiali di cui devono servirsi per svolgere la loro vita umana nel modo cristiano – ha concluso –. Solamente rivestendosi di Gesù Cristo, luce del mondo, i cristiani possono riflettere tale luce nelle tenebre del mondo attuale, conducendo tanti uomini di buona volontà, in cerca della luce vera, verso la sua sorgente inesauribile: il Signore Gesù”.
Occorrono investimenti in antiretrovirali e non in preservativi
Il relatore generale del Sinodo analizza le politiche di prevenzione dell'Aids
di Jesús Colina
CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 5 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Per il Cardinale relatore del Sinodo per l'Africa, per evitare la diffusione dell'Aids è più efficace investire in antiretrovirali che nella produzione di preservativi.
Come ci si aspettava, nella prima conferenza stampa di questa assemblea episcopale, alla quale ha partecipato il Cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson, Arcivescovo di Cape Coast (Ghana), i giornalisti hanno posto una domanda sul preservativo e sulla prevenzione dell'Aids.
Il Cardinale ha riconosciuto la tragica situazione del sud del continente, dove ha constatato che i giovani stanno morendo, e ha presentato un'analisi alla luce dei risultati degli ospedali cattolici africani che, ad esempio in Ghana, assistono il 20% dei malati di Aids.
In questo momento, ha constatato, ci sono due proposte prevalenti per far fronte all'epidemia: la scoperta degli antiretrovirali e l'uso del preservativo.
Citando i risultati dei centri assistenziali, ha affermato che “l'utilizzo dei preservativi diventa efficace solo nelle famiglie in cui la coppia è fedele”.
Per dare garanzie, il preservativo richiede “fedeltà”, in particolare nel caso in cui uno dei membri della coppia sia affetto dal virus.
“Stiamo parlando di un prodotto industriale e ci sono varie qualità”, ha osservato. Quando i preservativi che arrivano in Ghana sono di qualità, “danno un senso di sicurezza che finisce per facilitare la diffusione dell'Aids”.
Per questo, ha constatato, senza la fedeltà nella coppia il preservativo non dà risultati.
Il porporato ha quindi analizzato la situazione dei farmaci antiretrovirali, che danno risultati confermati ma sono troppo cari per la popolazione.
Per questo, per ottenere risultati sicuri, ha suggerito a quanti devono prendere decisioni per evitare la diffusione del virus dell'Aids di investire le risorse nel finanziamento degli antiretrovirali e non tanto nei preservativi.
Allo stesso modo, ha sottolineato la necessità di investire nella ricerca.
La Chiesa in Africa approfondisca il rapporto con i media
L'auspicio del Vescovo nigeriano Emmanuel Adetoyese Badejo
di Roberta Sciamplicotti
ROMA, lunedì, 5 ottobre 2009 (ZENIT.org).- La Chiesa in Africa deve imparare a capire i media e non solo a usarli, e il Sinodo dei Vescovi per l'Africa deve lanciare un forte appello a questo riguardo.
Lo afferma Emmanuel Adetoyese Badejo, Vescovo coadiutore di Oyo (Nigeria), che in un rapporto riportato dal Catholic Information Service for Africa (CISA) sottolinea come già il primo Sinodo dei Vescovi per l'Africa (1994) abbia inserito tra i punti chiave per la Chiesa nel continente proprio le comunicazioni sociali.
Da allora sono stati compiuti grandi sforzi per “aumentare la consapevolezza dell'importanza delle comunicazioni nella missione della Chiesa in Africa”, ha spiegato, ma in questi anni “il mondo delle comunicazioni è stato reso più complesso dalla natura fluida e fugace delle cybercomunicazioni e di Internet, e anche dalla crescita sempre maggiore delle strutture dette nuove tecnologie mediatiche”.
Per questo, ammette il presule, “le politiche di comunicazione, il linguaggio, i metodi e le strategie che avrebbero potuto sembrare perfetti dieci anni fa sono a malapena adeguati attualmente”.
L'obiettivo che si pone attualmente è dunque quello di “aiutare i futuri sacerdoti e gli agenti di missione a vedere le comunicazioni come un sistema da studiare e comprendere e in cui entrare, piuttosto che come una serie di 'mezzi da usare'. Un utente resta sempre esterno allo strumento, mentre un sistema richiede un impegno più integrato”.
Dall'utilizzo all'impegno
“La full immersion di colui che si prepara al ministero sacerdotale, alla vita religiosa o a un qualsiasi livello di lavoro pastorale nelle sfide e nelle implicazioni della comunicazione permetterà a questo individuo di svolgere in modo facile e fruttuoso e in modo dinamico la proclamazione del Vangelo, di impegnarsi nel dialogo a ogni livello e di decifrare la moltitudine di modi in cui l'esistenza della Chiesa presenta un'opportunità per una comunicazione efficace”.
In questo contesto, “il candidato può concettualizzare, comprendere e incarnare più chiaramente le dimensioni trinitarie e cristologiche della comunicazione, in cui la più alta forma di comunicazione è la presenza, la persona e l'atto di donazione di Cristo”.
“Gesù non si è limitato a comunicare o a usare gli strumenti della comunicazione; è diventato la comunicazione dell'amore di Dio stesso – ha proseguito il Vescovo –. Cristo diventa allora il modello, l'unico che l'agente pastorale deve incarnare quotidianamente nel processo di evangelizzazione”.
Nel mondo attuale, ha avvertito, “fin troppe opportunità di questa presenza comunicativa in cui la Chiesa e i suoi agenti potrebbero raggiungere membri della comunità umana a cui altrimenti non si potrebbe arrivare non sono utilizzate o quantomeno non come si dovrebbe”.
Il Vescovo Badejo ha quindi chiesto “un costante aggiornamento del curriculum delle comunicazione a tutti i livelli di formazione”.
A questo proposito, è necessario non solo che “la dimensione e l'implicazione comunicativa di ogni corso di formazione sia sottolineata e chiarita all'agente di evangelizzazione”, ma anche che la giusta formazione dottrinale sia “completata da un certo livello di conversione dell'atteggiamento verso la comunicazione”.
Questo, a suo avviso, implica un adattamento alla cultura mediatica tradizionale e contemporanea, perché “è solo con questo tipo di preparazione che si può cambiare atteggiamento e orientamento, facendo sì che la distanza tra quanti sono considerati 'nativi' dei nuovi media e i cosiddetti immigrati non sia più tanto ampia”.
“Gli agenti di pastorale, inclusi i Vescovi, devono essere incoraggiati a capire, a impegnarsi e a vivere, e non solo a usare, la cultura mediatica e il sistema di comunicazione contemporanei per realizzare efficacemente la missione della Chiesa”.
“Questo cambiamento non può aspettare un altro Sinodo”, ha concluso. “Il momento giusto è questo!”.
Un Papa di colore, "Why not?"
Parla il Relatore generale del Sinodo dei Vescovi
di Jesús Colina
CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 5 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Non c'è motivo per cui la Chiesa non possa avere un giorno un Papa di colore, ha affermato questo lunedì il Relatore generale del Sinodo dei Vescovi per l'Africa rispondendo ai giornalisti.
Intervenendo a una conferenza stampa in occasione dell'inizio dell'assemblea episcopale di questo continente, il Cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson, Arcivescovo di Cape Coast (Ghana), ha risposto a un giornalista statunitense che ha presentato come esempio nel mondo politico l'elezione di Barack Obama.
“Why not?”, ha risposto il Cardinale Turkson. “Se Dio volesse vedere un nero come Papa, ringraziamo Dio”.
Il fatto che un africano possa essere Vescovo di Roma è già previsto nel sistema di elezione del Papa, ha spiegato, osservando che vari Cardinali sono africani.
Quando un sacerdote viene ordinato, nello stresso “package” (“pacchetto”) si include la sua disponibilità in futuro ad essere Vescovo e forse Papa, ha detto con un sorriso.
Santa Sede
“I Venerdì di Propaganda”: il Cenacolo di Leonardo in Vaticano
Riprendono gli incontri presso la Libreria Internazionale Paolo VI di Roma
CITTA' DEL VATICANO, lunedì, 5 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Successo di pubblico e grande interesse ha suscitato la passata edizione de “I Venerdì di propaganda: temi e autori” che ha offerto incontri bimensili di cultura varia presso la Libreria Internazionale Paolo VI a Roma.
Il 9 ottobre alle ore 17.30 gli appuntamenti riprendono con la presentazione di un volume edito recentemente dalla Libreria editrice vaticana (Lev) in copie numerate dal titolo “Il Cenacolo di Leonardo in Vaticano. Storia di un Arazzo in seta e oro” di Sabrina Sforza Galitzia.
Il volume presenta l’autenticazione dell’opera tessile elaborata su disegno inequivocabile di Leonardo. Consistenti fonti vinciane autografe ne indicano la paternità. Alcune di esse verranno esibite contestualmente ad altro materiale fotografico, allo scopo di mostrare i messaggi lasciati in cifra nell’immagine eucaristica che esprimono una equazione spazio temporale.
Dopo oltre sei anni di studi, l’autrice insieme a Neria De Giovanni, collaudata conduttrice di questa manifestazione, condurranno il pubblico attraverso i misteri di Leonardo e della sua pittura, in questo caso riprodotta in una rarissima tessitura fiamminga in seta e oro.
All’incontro parteciperà il Card. Raffaele Farina, Bibliotecario di Sacra Romana Chiesa, autore della prefazione al volume.
La Santa Sede chiede di passare dalla deterrenza nucleare alla fiducia
L'analisi del portavoce vaticano, padre Federico Lombardi S.I.
ROMA, lunedì, 5 ottobre 2009 (ZENIT.org).- La Santa Sede si sta sforzando di far capire al mondo che è giunta l'ora di passare dalla deterrenza nucleare, che ha caratterizzato il periodo della Guerra Fredda, alla fiducia.
E' quanto ha spiegato padre Federico Lombardi S.I., Direttore della Sala Stampa della Santa Sede, nell'editoriale dell'ultimo numero di "Octava Dies", il rotocalco informativo del Centro Televisivo Vaticano, da lui stesso diretto.
“La deterrenza nucleare appartiene al periodo della Guerra Fredda e non è più giustificabile ai giorni nostri”, ha detto il sacerdote richiamando il discorso pronunciato da monsignor Dominique Mamberti, Segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati, il 24 settembre, a New York, in occasione di una sessione del Consiglio di Sicurezza sul tema “Il disarmo e la non proliferazione nucleare”.
“Le armi nucleari aggrediscono la vita sul pianeta, aggrediscono il pianeta stesso e quindi il suo processo di sviluppo”, aveva sottolineato allora il presule per indicare ancora una volta la totale adesione e solidarietà del Papa in favore del disarmo e della non proliferazione nucleare.
“Purtroppo – ha però osservato padre Lombardi –, il Trattato di Interdizione globale degli esperimenti nucleari, pur siglato da molti anni da moltissimi Paesi, non è ancora entrato in vigore per la mancata ratifica o addirittura la mancata firma da parte di un certo numero di Stati, fra cui potenze con capacità nucleare avanzata”.
“Il Trattato – ha ricordato monsignor Mamberti – potrà non solo dare una risposta significativa ai rischi di proliferazione nucleare ed alla minaccia di terrorismo nucleare, ma darà anche impulso al disarmo nucleare”.
Ecco quindi, ha ribadito il portavoce vaticano, la necessità di passare “dal clima di minaccia a un clima di fiducia”. Infatti, “solo così la promozione della pace e lo sviluppo dei popoli potranno essere garantiti”.
“Il 'disarmo integrale' – ha proseguito il gesuita – è una delle direzioni in cui, nella sua ultima enciclica, Benedetto XVI ha esortato la comunità internazionale e l’Organizzazione delle Nazioni Unite a muoversi per 'dare reale concretezza al concetto di famiglia di nazioni'”.
“Dove vogliamo andare? Tutti sappiamo quante forze e risorse economiche e intellettuali gli armamenti sottraggano all’impegno per lo sviluppo e la lotta alla fame, e quanto danno apportino al clima dei rapporti fra i popoli. La Chiesa non si stancherà mai di ripeterlo”, ha quindi concluso.
Confessori a tempo pieno nelle Basiliche papali di Roma
Padre Pedro Fernández parla della sua esperienza a Santa Maria Maggiore
di Carmen Elena Villa
ROMA, lunedì, 5 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Hanno un orario fisso, un giorno di riposo e un paio d'ore libere per pranzare. Il loro ufficio non ha una scrivania e un computer. E' un confessionale.
Le Basiliche papali di Roma e alcune altre chiese come quella del Gesù, dove si trova la tomba di Sant'Ignazio di Loyola, offrono quotidianamente il servizio della confessione in varie lingue.
Una luce rossa indica la disponibilità ad amministrare questo sacramento a chi lo richiede. Ci sono anche avvisi che indicano gli orari in cui ci si può confessare e le lingue per farlo: inglese, francese, spagnolo, italiano, portoghese, polacco e tedesco sono le più comuni.
Alcuni fedeli si avvicinano un po' dubbiosi o timorosi, e alla fine si lanciano. Altri vi si recano periodicamente, soprattutto se vivono a Roma.
Nelle quattro Basiliche papali questo servizio è sempre esistito, organizzato da Papa San Pio V (1566-1572). Dipende direttamente dalla Penitenzieria apostolica, organismo vaticano incaricato della concessione delle indulgenze, che assegna a vari ordini religiosi la confessione in diverse Basiliche.
Nella Basilica di San Pietro ci sono i francescani conventuali, a San Giovanni in Laterano i francescani minori; a Santa Maria Maggiore i domenicani, a San Paolo fuori le Mura i monaci benedettini.
ZENIT ha parlato con il sacerdote domenicano Pedro Fernández, confessore a Santa Maria Maggiore. Per lui, quest'opera significa “esercitare il sacerdozio che la Chiesa mi ha affidato in nome di Cristo. Mi permette di stare in contatto diretto con le persone e con le anime”.
La sua missione, segnala, va spesso al di là dell'assoluzione: “Vedo molta solitudine. Ci sono penitenti che vengono per sfogarsi, per essere ascoltati. Il confessore deve approfittare di questa occasione per aiutarli, in primo luogo a rendersi conto dei peccati per potersi pentire, perché nessuno si pente di ciò che non conosce”.
Il dialogo con il penitente può essere anche un'opportunità per evangelizzare: “c'è ignoranza religiosa. Bisogna che il confessore faccia in quel momento una catechesi adeguata”.
Padre Fernández ammette che per amministrare questo sacramento in modo corretto la Chiesa avrebbe bisogno di molte mani: “Se ci fossero più confessori, ci sarebbero più confessioni. Costa sempre andare a chiedere a un sacerdote di confessarsi, ma se lo si vede seduto lì è più facile”.
La confessione come dono
Il presbitero ha sottolineato l'importanza del fatto che i fedeli vedano il sacramento della confessione come un dono e non come un castigo: “Dobbiamo avvicinarci alla confessione per accogliere questo perdono. La bellezza della confessione è in questo. E' il sacramento della pace con se stessi”.
Come in ogni lavoro, ci sono giorni in cui si è più indaffarati che in altri, in cui ci sono più fedeli che accorrono e le file diventano più lunghe: “In Avvento, in Quaresima, i primi venerdì del mese ci sono molte più persone. Vedere una persona pentita è un'esperienza splendida”.
Perché raccontare i peccati a un sacerdote? Perché non confessarsi a Dio direttamente? Sono domande che migliaia di cattolici si pongono.
Padre Fernández spiega a questo proposito: “Nessuno ha visto Dio. La relazione con Lui è mediata. Nella nostra fede, questa mediazione avviene attraverso i sacramenti, la fede e l'esperienza mistica”.
“Per confessarsi bisogna avere fede, credere in Dio, considerare i propri peccati e pentirsi. Non è una via imposta dalla Chiesa. E' una via indicata dalla fede”.
Il vero senso della confessione, ha aggiunto, è che “non si tratta di una consultazione psicologica e di trovare una ragione umana ai propri problemi. Si tratta soprattutto di perdono”.
La confessione è un sacramento a cui Benedetto XVI ha dato molta importanza in questo Anno Sacerdotale: “Il fatto che il Papa raccomandi ai sacerdoti di sedesi a confessare vuol dire che dobbiamo essere consapevoli della nostra identità e santificazione”, ha spiegato padre Fernández.
Nessuno, ha concluso, dà ciò che non ha: “E' confessandosi che si impara a confessare. Difficilmente si può essere un confessore se non ci si confessa bene”.
Uomini di fede
Carlo Bergonzi, il più grande tenore verdiano, amico di Sant’Antonio
Il 10 ottobre, serata di gala al “Festival Verdi 2009”
di Renzo Allegri
ROMA, lunedì, 5 ottobre 2009 (ZENIT.org).- E’ in corso a Parma il “Festival Verdi 2009”, che fino al 23 ottobre celebra, con opere, concerti, eventi, mostre al Teatro Regio e nei teatri delle terre verdiane, la musica del celeberrimo compositore italiano.
Una serata, quella del 10 ottobre, è dedicata al tenore Carlo Bergonzi, considerato il più grande interprete verdiano. L’appuntamento è a Busseto, cittadina dove Verdi nacque e visse e dove vive anche Bergonzi. In quel giorno, tra le varie manifestazioni, un concerto e l’apertura di un museo verdiano, verrà presentato anche il film-documentario di Mauro Biondini dal titolo “Carlo Bergonzi tenore verdiano del secolo”.
Che Bergonzi sia il tenore verdiano per eccellenza, non ci sono dubbi. Con questa motivazione ha ricevuto premi in tutto il mondo. Anche dalla prestigiosa “Gramophone's Lifetime Achievement Award” di Londra che nel 2000 lo ha proclamato “Principe fra i tenori e miglior tenore verdiano del secolo”.
Bergonzi è una leggenda, ad altissimo livello. Forse non ha la popolarità di altri suoi colleghi perché è sempre stato schivo e riservato, dedito al proprio lavoro e alla propria famiglia. Ma per gli intenditori, i critici, i musicologi, i melomani di tutto il mondo, è e resterà “il” tenore verdiano.
Ha celebrato le opere di Verdi con un’arte assoluta e inimitabile ovunque. Nove stagioni di fila alla Scala, venti all’Arena di Verona, trentasette ininterrotte al Metropolitan di New York, record assoluto per un cantante lirico. Migliaia di recite, decine e decine di incisioni discografiche.
Grande artista e grande uomo. Ma anche un cristiano esemplare, convinto. Raramente si parla di questi aspetti dei grandi artisti, quasi non fossero importanti. In Bergonzi è un dato fondamentale della sua vita. Chi lo conosce bene ed ha lavorato con lui sa che la fede cristiana ha illuminato tutta la sua esistenza e la sua arte.
Quando parla, è facile sentirlo dire con la più grande semplicità: “Finchè il Buon Dio vorrà”. Non è una frase fatta. Per Bergonzi ha il significato di fiducia e di speranza che ad essa davano un tempo i credenti.
Ha 85 anni e la ripete spesso con la serenità di sempre. La fama non ha scalfito la sua semplicità. Il successo non ha mai alterato il suo comportamento. E’ sposato da quasi sessanta. Ha due figli, Maurizio e Marco.
Vive a Busseto, come un cittadino qualunque. Non frequenta i grandi teatri, le “prime”, i circoli culturali, i salotti, i club della lirica. Non va a parlare in televisione. Non lo si vede mai in pubblico se non accompagnato dalla inseparabile Adele: moglie, amica, consigliera, guida.
Nelle interviste, non dimentica mai di dire: «La fede non mi ha mai abbandonato. Di questo ringrazio il Signore ogni giorno». Ricordando gli anni della guerra, i 26 mesi in campo di concentramento in Germania, dove rischiò di morire, afferma: «Il Signore mi era vicino e mi ha salvato».
Un giorno di novembre del 1998 mi raccontò della sua amicizia con Sant’Antonio da Padova. Il 29 ottobre di quall’anno aveva tenuto un concerto a Gardone, nel teatro del Vittoriale. Un concerto che ebbe un grandissimo successo e di cui fu realizzato anche un video. Qualcuno mi disse che si trattava di un concerto particolare, esplicitamente voluto dal tenore e dedicato al Santo di Padova. Incuriosito, andai a trovare Bergonzi e gli chiesi di spiegarmi il perché di quel concerto.
«Ho voluto sciogliere un voto», mi disse. «Quarantasei anni fa, in un momento particolare della mia vita ho avuto una grande grazia da Sant’Antonio e gli avevo promesso che l’ultimo concerto della mia carriera lo avrei fatto per lui. Ormai ho 75 anni. Canto da 50. Non firmo più contratti perché non posso ipotecare l’avvenire. I direttori dei teatri mi chiamano. Io mi sento bene, la voce risponde, la voglia di cantare è sempre grande, e vado ancora. Finchè il buon Dio vorrà, continuerò a cantare. Ma prima di perdere la voce ho voluto tener fede alla promessa fatta a Sant’Antonio. Per lui dovevo eseguire un concerto importante, in piena forma vocale».
«Io sono sempre stato devoto a Sant’Antonio. Fin da bambino», continuò a raccontarmi Carlo Bergonzi. «Tutti abbiamo un santo particolarmente caro. Il mio santo è Antonio da Padova. Quando ero ragazzino facevo il chierichetto e ricordo che, per la festa di Sant’Antonio, il 13 giugno, seguivo tutte le funzioni che si celebravano nella mia chiesa, proprio perché avevo già allora una grande devozione a questo santo. E’ un personaggio per il quale nutro oltre a una profonda devozione anche una grande simpatia. Mi piace, sento di volergli bene, di confidarmi con lui. E lui mi ha sempre dimostrato amicizia. Mi ha aiutato in teatro e anche fuori dal palcoscenico. E nel gennaio 1953 mi salvò la vita».
«Ero impegnato nella “Lucia di Lammermoor” di Donizetti al Teatro Grande di Brescia. E poiché abitavo a Milano, andavo avanti e indietro per le prove. Avevo allora un’Alfa 1900 e potevo raggiungere Brescia in meno di un’ora, anche se non c’era ancora l’autostrada di adesso».
«Il giorno della prova generale partii verso le cinque del pomeriggio. Era una giornata rigida e fredda. Andavo veloce perché avevo fretta. Ma appena fuori città, mi imbattei in un pezzo di strada ghiacciato. La macchina schizzò via, fece un volo di trenta metri e si schiantò contro un palo. Ricordo che quando persi il controllo dell’auto gridai: “Sant’Antonio aiutami”. La macchina si capovolse e restò con le ruote per aria».
«Un signore che passava per caso, corse in mio aiuto. Pensava di trovarmi morto. Invece, uscii dall’auto senza neppure un graffio. Non mi ero fatto assolutamente nulla. Aspettai il carro attrezzi e tornai a casa. Mia moglie, vedendomi, chiese: “Non dovevi andare alla prova generale a Brescia?”. “Sì”, risposi “ma ho trovato la strada ghiacciata ed ho preferito tornare indietro. Telefonerò e vorrà dire che farò direttamente la recita senza prova generale”. Non dissi niente dell’incidente per non spaventarla».
«Il mattino dopo, mente mi vestivo, lei si accorse che avevo un livido sulla schiena. “Che cosa ti sei fatto?”, chiese. “Non lo so”, risposi. Ma lei ormai si era insospettita e allora la accompagnai giù in garage e le feci vedere la macchina. Era un rottame. Solo l’abitacolo del guidatore era miracolosamente intatto. Mia moglie svenne. Cadde proprio a terra priva di sensi. Si rese conto anche lei che ero vivo solo per miracolo. “E’ stato Sant’Antonio”, le dissi».
«Quella grazia, che io ho sempre considerato un vero miracolo, ha rafforzato la mia devozione in questo santo. E fu allora che gli promisi di andare almeno una volta l’anno in pellegrinaggio alla sua tomba a Padova, e che gli avrei dedicato l’ultimo concerto della mia carriera».
«Per quanto riguarda i pellegrinaggi a Padova ho sempre mantenuto la promessa. Inoltre, il mio affetto per Sant’Antonio è cresciuto con il passare del tempo. Quando ero in giro per il mondo, in qualunque nazione mi trovassi, andavo in cerca di qualche chiesa cattolica sicuro che avrei trovato una statua di Sant’Antonio. In America, in Africa, in Giappone, ovunque ho trovato statue di Sant’Antonio e andavo a pregare in quelle chiese e a rendere omaggio al mio santo protettore».
«Ora che, come ho detto, non prendo più impegni fissi, ho deciso di fare quel concerto che gli avevo promesso. Ed ho avuto la soddisfazione di fare una cosa veramente straordinaria. Il teatro del Vittoriale è all’aperto ed ha per sfondo il lago di Garda. L’ambiente quindi era un incanto, con una scenografia naturale impagabile. C’era l’orchestra Donizetti di Bergamo diretta dal maestro Nello Santi. E io ho voluto preparare un programma degno di Sant’Antonio».
«Niente quindi canzonette o canzoni da salotto, ma un programma tutto verdiano. E in onore di questo mio grande protettore ho voluto cantare un pezzo che non avevo mai eseguito prima in tutta la mia carriera: l’aria di Otello. Questo stupendo capolavoro di Verdi è molto impegnativo per il tenore e non adatto alla mia voce: per questo non l’ho mai eseguito. Ma, dopo 50 anni di carriera, ho voluto fare una pazzia».
«Ho preparato quel pezzo di nascosto da mia moglie, che, essendo la mia più severa critica, non mi avrebbe permesso di cimentarmi in una impresa del genere. Approfittavo di quando lei usciva per la spesa per studiare quell’aria. L’ho eseguita con tutta la mia passione e credo di avere lasciato il segno».
«Al termine, tutto il pubblico era in piedi. L’applauso non finiva più. Era un applauso entusiasta e commosso. Credo che lo ricorderò come uno dei più importanti della mia carriera. Mia moglie, dopo il concerto mi ha detto: “Questa sera doveva esserci proprio Sant’Antonio vicino a te”».
















































