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Martedì, 6 Ottobre 2009: Accadde Oggi
Il mondo visto da Roma
SINODO SPECIALE SULL'AFRICA
Benedetto XVI: i cristiani devono testimoniare la speranza del Vangelo
La formazione, una necessità urgente dei cristiani in Africa
Vescovi del Ciad: Africa, depredata dalle multinazionali
La mediazione della Chiesa, indispensabile nei conflitti in Africa
Arcivescovo del Niger non va al Sinodo per mediare la pace
Una delegazione di padri sinodali in Campidoglio da Alemanno
SANTA SEDE
Mons. Marchetto: sulla terra c'è spazio per tutti
Sabato 17 ottobre, concerto per il Papa nell’Aula Paolo VI
UOMINI E DONNE DI FEDE
L'umiltà, la virtù che rese santa Jeanne Jugan
ANNO SACERDOTALE
La paternità spirituale del cappellano militare
NOTIZIE DAL MONDO
Iraq: assassinato un infermiere cristiano
Cardinale George Pell: “Senza Dio non siamo nulla”
ITALIA
Al Marianum si discute “il dogma dell’Assunzione di Maria”
INTERVISTE
Il Papa ha ragione: l’AIDS non si ferma con il condom
La religione nell'era della globalizzazione: credere senza appartenere
DOCUMENTI
Dichiarazioni del Card. Turkson sul preservativo e la prevenzione dell'Aids
Relazione dell'Arcivescovo di Kinshasa su “Ecclesia in Africa”
Relazioni sui rapporti dei vari continenti con l'Africa
Sinodo speciale sull'Africa
Benedetto XVI: i cristiani devono testimoniare la speranza del Vangelo
Dopo l'intervento al Sinodo del Patriarca della Chiesa ortodossa di Etiopia
CITTA' DEL VATICANO, martedì, 6 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Di fronte alle tragedie che attanagliano il continente africano occorre che tutti i cristiani si sforzino di dare una “testimonianza comune della speranza trasmessa dal Vangelo”.
E' l'appello risuonato questo martedì attraverso la voce di Benedetto XVI, nel giorno in cui il Sinodo dei Vescovi ha accolto la riflessione del Patriarca della Chiesa Tewahedo Ortodossa di Etiopia, Sua Santità Abuna Paulos.
“La sua presenza – ha detto il Santo Padre – è un'eloquente testimonianza delle antiche e ricche tradizioni della Chiesa in Africa. Anche al tempo degli apostoli, fra le numerose persone desiderose di ascoltare il messaggio salvifico di Cristo vi erano gli abitanti dell'Etiopia”.
“La fedeltà del suo popolo al Vangelo – ha aggiunto – continua a esprimersi attraverso l'obbedienza alla sua legge d'amore, ma anche, come ci ha ricordato, attraverso la perseveranza anche nella persecuzione e nel sommo sacrificio del martirio in nome di Cristo”.
Poco prima il Patriarca ortodosso aveva preso la parola parlando delle sofferenze patite dai cristiani in Africa e in particolare dai fedeli della sua Chiesa sottoposti a “una dura persecuzione durante la dittatura comunista, con molti nuovi martiri”.
“Io stesso, che allora ero Vescovo, ho trascorso diversi anni in prigione prima dell’esilio – ha raccontato – . Quando sono diventato patriarca, al termine del periodo comunista, c’era molto da ricostruire. È stato questo il nostro compito, con l’aiuto di Dio, le preghiere dei nostri monaci e la generosità dei fedeli”.
Tra i problemi più grandi che affliggono l'Africa il Patriarca ha quindi indicato “la mancanza di accesso all’educazione” dei giovani.
Riguardo invece alla lotta contro la diffusione dell’HIV/AIDS, ha sottolineato l'obbligo morale a “incoraggiare tutte quelle esperienze che ci mostrano come guarire e resistere alla malattia, per dare speranza creando sinergia e fornendo all’Africa gli stessi trattamenti che ha ricevuto l’Europa”.
“L’Africa è stata colonizzata con brutalità e le sue risorse sono state sfruttate – ha continuato –. Le nazioni ricche che si sono sviluppate sfruttando l’Africa se ne ricordano quando hanno bisogno di qualcosa. Non hanno mai appoggiato il continente nella sua lotta per lo sviluppo”.
Il Patriarca ha poi accennato al “pesante debito globale” che grava sull'Africa e “che né questa, né la generazione futura potranno colmare”.
Subito dopo ha sollecitato i capi religiosi a levare la propria voce in difesa dei ragazzi, dei bambini spesso arruolati nell'esercito, affinché “questi comportamenti vengano immediatamente abbandonati”.
Inoltre, ha continuato, sebbene l'Africa si sia “liberata dal colonialismo da tempo, esistono ancora molte situazioni che la rendono dipendente dai paesi ricchi”.
“L’enorme debito, lo sfruttamento delle sue risorse naturali da parte di pochi, la pratica agricola tradizionale e l’insufficiente introduzione di moderni sistemi di agricoltura, la dipendenza delle popolazioni dalle piogge, che incidono negativamente sulla sicurezza alimentare, la migrazione e la fuga dei cervelli colpiscono duramente il continente”, ha continuato.
Per questo, ha sottolineato, “ci si aspetta che i cristiani siano messaggeri di cambiamenti nel portare la giustizia, la pace, la riconciliazione e lo sviluppo”.
Tuttavia, ha precisato, “i capi religiosi africani non devono preoccuparsi solo delle opere sociali, ma rispondere alle grandi necessità spirituali degli uomini e delle donne d’Africa”.
“La società – ha concluso – ha bisogno degli insegnamenti dei suoi religiosi, che la aiuti a risolvere i suoi problemi in unità e a cessare di essere la vittima di un problema”.
A questo parole ha replicato il Santo Padre ricordando “che l'annuncio evangelico non può prescindere dall'impegno di edificare una società che sia conforme alla volontà di Dio, rispetti le benedizioni del creato e tuteli la dignità e l'innocenza di tutti i suoi figli”.
“In Cristo sappiamo che la riconciliazione è possibile, la giustizia può prevalere, la pace può durare! Questo il messaggio di speranza che siamo chiamati ad annunciare – ha continuato –. Questa la promessa che oggi gli abitanti dell'Africa desiderano vedere avverarsi”.
“Preghiamo, dunque, affinché le nostre Chiese possano avvicinarsi nell'unità che è il dono dello Spirito Santo e rendere testimonianza comune della speranza trasmessa dal Vangelo!”, ha detto.
“Continuiamo a operare per lo sviluppo integrale di tutti i popoli africani, rafforzando le famiglie che sono il baluardo della società africana, educando i giovani che sono il futuro dell'Africa e contribuendo all'edificazione di società caratterizzate da onestà, integrità e solidarietà!”
“Che le nostre decisioni in queste settimane aiutino i seguaci di Cristo in tutto il continente a essere esempi convincenti di rettitudine, misericordia e pace e a essere una luce che illumina il cammino delle generazioni future”, ha infine concluso.
La formazione, una necessità urgente dei cristiani in Africa
di Chiara Santomiero
CITTA' DEL VATICANO, martedì, 6 ottobre 2009 (ZENIT.org).- La necessità di un supplemento di formazione ai vari livelli è stato uno dei fili conduttori degli interventi in aula di oggi.
“La I Assemblea sinodale sull’Africa – ha ricordato mons. Lucas Abadamloora, vescovo di Navrongo-Bolgatanga e presidente della Conferenza episcopale del Ghana – raccomandò la formazione dei cristiani alla giustizia e alla pace”.
“Ricopriamo spesso – ha affermato Abadamloora – ruoli politici ed economici e dobbiamo dare il nostro contributo a questioni quali educazione e salute alla luce della fede”. E’ naturale che “i cristiani appartengano sia alla chiesa sia alla società” e “impegnati su molti fronti, talvolta essi potrebbero trovare difficile sapere cosa fare e quale posizione rispettare”.
“La vita consacrata in Africa – ha sottolineato il card. Franc Rodè, prefetto della Congregazione per gli istituti di vita consacrata – ha bisogno di formatori e formatrici preparati e, insieme ad essi, di una comunità educante”. I religiosi e le religiose africane “sono chiamati a vivere in pienezza il valore e la bellezza dei consigli evangelici in una cultura in cui è difficile essere testimoni di povertà, obbedienza e castità, vissuti liberamente e per amore”.
Crescono, in base ai dati forniti dal card. Zenon Grocholewski, prefetto della Congregazione per l’educazione cattolica, gli istituti cattolici di istruzione. Attualmente in Africa sono presenti 12.500 scuole materne con 1.260.000 bambini; 33.250 scuole primarie con 14 milioni di alunni e 10 mila scuole secondarie con 4 milioni di alunni. Vi sono, inoltre, 23 università cattoliche con 5 facoltà di teologia e 70 istituti affiliati.
“Tutte queste istituzioni – ha affermato Grocholewski – godono di una grande stima anche per il contributo rilevante offerto all’inculturazione della fede”. E’ necessario, però, che “si rafforzi una chiara identità cattolica” lavorando, in particolare, “sulla formazione degli insegnanti”. Un auspicio è stato formulato a proposito della formazione degli operatori della comunicazione ed esperti di mass media perché a loro volta possano contribuire a “una efficace formazione delle coscienze”.
“La giustizia sociale nel mondo – ha affermato mons. Vincent Landel, arcivescovo di Rabat e presidente della conferenza episcopale regionale dell’Africa del nord – deve cominciare dagli studenti”.
Nel Maghreb si concentrano molti studenti dell’Africa subsahariana che non hanno la possibilità di studiare altrove: “molti – ha raccontato Landel – si avvicinano al cattolicesimo attraverso la dottrina sociale della Chiesa perché avvertono che essa ha una parola importante per il mondo”. Essi non godono di alcun tipo di sostegno economico dei loro paesi e per questo Landel ha proposto l’intervento della comunità ecclesiale.
Della necessità di una “catechesi dell’unità” ha parlato mons. Michael Bhasera, vescovo di Masvingo nello Zimbabwe, contro la “dolorosa constatazione delle divisioni presenti tra i cattolici” mentre “l’Eucarestia dovrebbe essere il sistema più efficace per unire l’Africa, segno visibile di riconciliazione e di pace”.
“Diamo alla Chiesa il suo vero volto di famiglia – ha affermato mons. Thomas Kaborè, vescovo di Kaya, in Burkina Faso – lavorando insieme alle comunità di base” attraverso “metodi e programmi formativi ma soprattutto una profonda conversione personale”.
In Somalia, lo scorso 9 luglio, è stata celebrata una “giornata dei martiri” per ricordare il vescovo Colombo, ucciso ai piedi della cattedrale dopo 40 anni di servizio al suo popolo, e tanti altri cattolici, protestanti, musulmani e anche di nessuna appartenenza religiosa, che hanno sacrificato la vita per la riconciliazione e la pace.
“Occorre educarci – ha proposto al Sinodo mons. Giorgio Bertin, vescovo di Djibouti e amministratore apostolico di Mogadiscio – alla celebrazione di una memoria comune dei martiri da proporre anche nelle scuole e a pregare insieme”. Insieme “per dei tavoli di discussione sulle emergenze del Paese”, cioè la lotta contro il traffico di armi, la presenza di criminali di guerra, la pirateria, ma anche “la costruzione dello Stato”, collaborando con i “musulmani di buona volontà per neutralizzare il fondamentalismo e il terrorismo”.
Dell’approfondimento pratico e concettuale dei rapporti con l’Islam si è occupato anche l’intervento di Maroun Elias Lahham, vescovo di Tunisi che ha sottolineato la presenza nell’Instrumentum laboris di un solo accenno generico alla questione e in riferimento all’Africa sub sahariana.
“Circa l’80% dei 350 milioni di arabi musulmani – ha ricordato Lahham – vive nei paesi dell’Africa settentrionale” e “la specificità delle relazioni islamo-cristiane nelle chiese dell’Africa settentrionale può attenuare le reazioni di paura e di rifiuto che cominciano a farsi sentire in alcuni paesi”.
“Sappiamo tutti – ha affermato Lahham – che la paura è cattiva consigliera”. La Chiesa cristiana in Tunisia “gode di un margine abbastanza ampio di libertà nell’esercizio del culto” ed è richiesta la collaborazione di sacerdoti e vescovi che hanno trascorso molti anni nei paesi del Maghreb per contribuire “a un nuovo modo di concepire e vivere l’Islam che sta nascendo da un movimento in atto nei paesi musulmani di pensiero critico nei confronti dell’Islam integralista e fanatico”.
Lahham ha quindi proposto all’assemblea di approfondire questa tematica estendendo alle diocesi dell’Africa del nord la partecipazione al Sinodo per il Medio Oriente previsto per l’ottobre 2010 “soprattutto per quanto riguarda le minoranze cristiane e il dialogo con l’Islam” e un dibattito sull’Islam in Africa “che tenga conto della varietà delle esperienze africane, da Tunisi a Johannesburg”.
Vescovi del Ciad: Africa, depredata dalle multinazionali
La denuncia a margine del Sinodo dei Vescovi in corso in Vaticano
di Mariaelena Finessi
ROMA, martedì, 6 ottobre 2009 (ZENIT.org).- «Nonostante le sue vaste risorse naturali e le sue potenzialità, l'Africa rimane ancora oggi il continente in cui il degrado, la guerra e la malattia sono situazioni comuni e dove continua a registrarsi la percentuale più alta di vittime della povertà». Monsignor Michele Russo, vescovo di Doba e monsignor Edmond Djitangar, vescovo di Sarh e segretario speciale al Sinodo dei Vescovi sull'Africa, presentano il conto all'incontro episcopale che si sta svolgendo in questi giorni in Vaticano (4-25 ottobre): un memorandum che farà da supporto alla proposta ufficiale che sarà sottoposta al vaglio dei vescovi.
A tutto questo, aggiungono i due ecclesiastici, occorre aggiungere alcuni problemi che sembrano essere diventati «partita esclusiva dell'Africa», quali «il malgoverno, la mancanza di uno stato di diritto, i conflitti e la violenza in tutte le sue forme», conseguenza quasi ovvia dei «bassi tassi di scolarizzazione, in particolare nella scuola elementare», e poi ci sono la mortalità infantile e le malattie endemiche, tra cui la malaria e l'aids, e la dilapidazione delle risorse minerali.
Ed è proprio sulla questione dello sfruttamento selvaggio delle risorse dell'Africa che i monsignori Djtangar e Russo intendono porre maggiormente l'attenzione: «L'Africa e i suoi beni suscitano l'invidia e la rivalità delle potenze mondiali, tra queste la Francia, gli Stati Uniti d'America e, più recentemente, la Cina. «Paesi che si scontrano spesso attraverso le loro industrie o le multinazionali». Eccolo allora il paradosso, racchiuso tra «l'immensa ricchezza di questo continente e la povertà in cui langue il suo popolo».
I due vescovi raccontano l'esempio del Ciad, la terra in cui vivono, «annoverato fra i 10 paesi più poveri del pianeta, con un Indice di sviluppo umano (HDI, Human Development Index) che lo colloca al 165 ° posto sui 175 totali». Taluni indicatori illustrano chiaramente la situazione: «Il 54% della popolazione del Ciad vive sotto la soglia di povertà fissata a 2 dollari; appena l'1% ha accesso all'elettricità e il 29% all'acqua potabile mentre 6 persone su 10 hanno un significativo ritardo di sviluppo in termini di longevità, salute, istruzione e welfare».
«Per sfruttare il petrolio del Ciad – ricordano i vescovi - il Governo ha convinto tutti, anche la Banca mondiale, dicendo che si trattava di un “progetto modello" che rispettava l'ambiente, i diritti umani, che l'informazione sarebbe stata trasparente e che le risorse avrebbero contribuito a ridurre la povertà». Bene, «la Banca mondiale ha detto “si” e la gente ha creduto in questo progetto: dal 10 Ottobre 2003, il Ciad è entrato nella cerchia dei paesi produttori di oro nero». Ma cosa sta accadendo in realtà?
«Ad oggi, nessuno – lamentano – né a livello governativo né a livello locale sembra conoscere quanti barili vengono estratti ogni giorno dal sottosuolo di Kome». Si dice 220 mila barili ma forse anche 300 mila al giorno. «Il progetto iniziale, quello sottoscritto, parlava di 300 pozzi perforati, ma ad oggi voci raccontano che si è arrivati a 1000-1500 pozzi». Di fatto, «si continua a trivellare l'area e nessuno controlla, mentre sarebbe sufficiente un semplice calcolo per capire che siamo di fronte ad un enorme saccheggio».
Per dare un'idea: «L'azienda arriva ad estrarre 220 mila barili al giorno (Rendiconto ufficiale 2007) e offre al Ciad 38 dollari al barile. Ovvero ogni giorno fuoriescono dal nostro sottosuolo 8.550.000 dollari, di cui l'86% (7.353.000 dollari) è destinato alle compagnie petrolifere e solo il 14% al Ciad (1.197.000 dollari). E per noi il prezzo è fermo sempre a 38 dollari il barile, anche quando sul mercato si superano i 70 dollari». «Se la popolazione della zona petrolifera prima viveva nella povertà, oggi versa nella miseria! Ci chiediamo che peccato essa stia espiando».
Dinanzi a una tale deriva, «abbiamo il diritto di porci allora questa domanda, "A chi appartengono le risorse naturali dell'Africa?”». «Se le risorse appartengono solo ai dirigenti e alle società minerarie, la Chiesa deve tacere! Ma se le risorse naturali appartengono a tutta la popolazione, un intervento della Chiesa s'impone, «attraverso i nostri Vescovi di Africa, o attraverso il Santo Padre in persona». L'invito è a lanciare «un appello urgente».
Innanzitutto alle compagnie estere, affinché sfruttino le risorse naturali «in modo trasparente, nel rispetto dei diritti umani e dell'ambiente; perché agevolino l'accesso alle informazioni e versino un risarcimento equo alle popolazioni, tali da ripagare effettivamente le perdite e i danni da queste subiti». Guidati infine dall'etica, che facciano «dello sfruttamento delle risorse naturali un modello per lo sviluppo dell'uomo e non viceversa».
Quanto «alle vecchie potenze colonizzatrici dei paesi africani», così come le chiamano i due ecclesiastici, «lascino scegliere liberamente all'Africa il suo percorso di sviluppo; evitino di saccheggiarla; aiutino i paesi africani a promuovere la democrazia di base e il buon governo». Il suggerimento più accorato è per la popolazione del Ciad: «Siate vigili e sviluppate una coscienza civica al fine di chiedere ai manager e ai dirigenti responsabili della gestione delle vostre risorse di rendervene conto in caso di invio delle stesse all'estero».
Infine una domanda che contiene in se la soluzione a tutto questo: «Perché – si chiedono - continuare ad offrire gli aiuti all'Africa quando i suoi terreni e i suoi redditi devono poi essere sistematicamente depredati?». Chiara la risposta: «Occorre cambiare il sistema economico mondiale, sviluppato anche da noi cristiani e che è completamente alla deriva, perché interessi egoistici o statali hanno prevalso sugli interessi di un intero popolo. Con energia profetica, dobbiamo dunque trovare, per poi proporla ai grandi della terra, la strada dell'uomo, la strada di una economia per l'uomo, che rispetti cioè la sua dignità, la sua libertà, la sua autodeterminazione. E liberare infine l'Africa, dandole la possibilità di giocare su scala mondiale il ruolo che le spetta».
La mediazione della Chiesa, indispensabile nei conflitti in Africa
Conflitti e riconciliazione al centro degli interventi al Sinodo di questo martedì
di Carmen Elena Villa
CITTA' DEL VATICANO, martedì, 6 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Poiché il Sinodo dell'Africa è dedicato alla riconciliazione, i temi come la soluzione dei conflitti sono stati in primo piano nei rapporti presentati dai Vescovi nel secondo giorno di lavori del Sinodo.
Sono stati 18 gli interventi dei presuli di vari Paesi del continente africano che hanno espresso la propria preoccupazione per i vari volti del conflitto in Africa e hanno lanciato proposte per intensificare l'opera degli agenti pastorali in materia di riconciliazione.
Per il Cardinale Polycarp Pengo, Arcivescovo di Dar-es-Salaam (Tanzania) e presidente del Simposio delle Conferenze Episcopali di Africa e Madagascar, è urgente che le questioni conflittuali “siano affrontate coraggiosamente e acompagnate da direttive pastorali. Il conflitto affligge oggi il continente distruggendo il tessuto morale”.
Il porporato si è detto preoccupato perché nel conflitto sono coinvolti anche “molti pastori” e li ha esortati ad “avere il coraggio di denunciare l'abuso di potere, il tecnocentrismo, ecc.”.
Monsignor Fidèle Agbathci, Arcivescovo di Parakou (Benin), ha sottolineato dal canto suo che la causa del conflitto è in parte attribuibile alle divisioni familiari e alle tensioni etniche che minano l'unità continentale.
“L'Africa ha paura e vive di paura”, ha detto, aggiungendo che con la sfiducia e l'aggressione appaiono consolazioni distorte come la “divinazione” e il “sincretismo”, che minano la ricerca di Dio, motivo per il quale ha detto che è urgente una “diffusione più radiosa della luce di Cristo”.
Monsignor Simon-Victor Tonyè Bakit, Arcivescovo di Yaoundé e presidente della Conferenza Episcopale del Camerun, ha ricordato che i vari credo cristiani nel suo Paese devono riconciliarsi tra loro. “Stanno in chiesa, non si parlano, non si danno il segno della pace”, il che rappresenta una “testimonianza contraria”, per cui ha raccomandato una catechesi adeguata sul tema del perdono.
Le nuove dittature sono l'elemento che preoccupa maggiormente il Cardinale Emmanuel Wamala, Arcivescovo emerito di Kampala (Uganda), anche se in teoria il regime dittatoriale è terminato da tempo nel suo Paese. Le nuove imposizioni, ha tuttavia indicato, sono “uguali o forse peggiori delle precedenti”.
Il porporato ha denunciato che non si applicano i principi democratici, e ha detto che in Uganda i leader senza principi sono le cause principali dei conflitti. Per questo, serve “una Chiesa che torni al concetto della Chiesa-Famiglia dove anche le scuole abbiano il ruolo della formazione”.
Monsignor Jean-Noël Diouf, Vescovo di Tambacounda e presidente della Conferenza Episcopale del Senegal, ha detto che nel suo Paese si sta riflettendo continuamente sul sacramento della penitenza e sulla necessità di includere la riconciliazione nelle liturgie cattoliche.
La causa di tanti problemi nel suo Paese, ha segnalato, è dovuta soprattutto al contesto culturale e alla mancanza di identità che provoca lo squilibrio interiore delle persone e porta a conseguenze come il materialismo, la corruzione e l'attentato contro le famiglie, così come alla perdita dei valori e all'impoverimento dell'identità culturale africana.
Per monsignor Giorgio Bertin O.F.M., Vescovo di Gibuti, amministratore apostolico "ad nutum Sanctæ Sedis" di Mogadiscio (Somalia), la principale preoccupazione della Chiesa nel suo Paese è la persecuzione religiosa, che interessa sia i cattolici che i protestanti.
In Somalia, ha indicato, si realizzano continuamente riflessioni sulla memoria di quanti hanno dato la vita per l'evangelizzazione del Paese.
Il Vescovo di Ebolowa (Camerun), monsignor Jean Mbarga, ha infine sottolineato il ruolo della Chiesa come principale mediatrice della riconciliazione, per cui serve “una Chiesa che testimoni la vita evangelica nell'uguaglianza sociale per etnie che si scontrano tra loro”.
Di fronte alla costante violazione dei diritti umani, ha concluso, la Chiesa deve avere “parole di incoraggiamento” ispirate ai “veri valori della dignità dell'uomo”.
Arcivescovo del Niger non va al Sinodo per mediare la pace
Impegnato nei negoziati per superare i contrasti tra il Governo e l'opposizione
CITTA' DEL VATICANO, martedì, 6 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Tra i padri sinodali assenti al Sinodo dei Vescovi per l'Africa c'è l'Arcivescovo di Niamey (Niger), Michel Cristian Cartatéguy, della Società delle Missioni Africane.
Il presule non si è recato a Roma per partecipare all'assise episcopale perché in questi giorni è impegnato in un'opera di mediazione per la riconciliazione nel suo Paese.
Insieme all'imam della moschea di Niamey e al sultano di Agadez, l'Arcivescovo sta infatti conducendo dei negoziati per superare i gravi contrasti tra il Governo e l'opposizione del Niger, come ha comunicato egli stesso in una lettera inviata alla segreteria generale del Sinodo.
Dopo il referendum costituzionale del 4 agosto scorso, contestato dalla comunità internazionale, in Niger è nata la VI Repubblica basata su un nuovo sistema presidenziale, ricorda l'agenzia Misna. Il prossimo 20 ottobre sono previste le elezioni legislative.
L'Arcivescovo Nikola Eterović, Segretario Generale del Sinodo dei Vescovi, ha spiegato i motivi dell'assenza dell'Arcivescovo di Niamey all'apertura della II congregazione generale questo lunedì pomeriggio, commentando che per la Chiesa è una grande consolazione che l'Arcivescovo abbia un prestigio morale tale da impegnarsi insieme ad altri leader religiosi per arrivare alla pace nel suo Paese.
Nella Diocesi dell'Arcivescovo Cartatéguy ci sono 18.000 cattolici.
Una delegazione di padri sinodali in Campidoglio da Alemanno
I partecipanti al Sinodo al concerto "I giovani contro la guerra - 1939-2009"
ROMA, martedì, 6 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Una delegazione di padri sinodali sarà ricevuta in Campidoglio dal sindaco di Roma, on. Gianni Alemanno. L'incontro è previsto per il 7 ottobre, alle ore 9:30, in vista della giornata che il Comune di Roma dedicherà all'Africa.
Il prossimo 19 ottobre, infatti, è previsto un Convegno nella Sala della Protomoteca in Campidoglio (dalle ore 9 alle ore 13), che avrà per tema "Africa: quale partnership per la riconciliazione, la giustizia e la pace?". In serata, inoltre, avrà luogo un concerto-recital (alle ore 21) presso l'Auditorium della Conciliazione, dal titolo "Africa: Croce in mezzo al mare".
I partecipanti alla II Assemblea Speciale per l'Africa del Sinodo dei Vescovi, assisteranno al concerto "I giovani contro la guerra - 1939-2009", previsto giovedì 8 ottobre 2009 alle ore 18:30 presso l'Auditorium della Conciliazione di Roma, alla presenza del Santo Padre Benedetto XVI.
L'evento, in occasione del 70° anniversario dallo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, è promosso dal Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani e dalla Commissione per i Rapporti Religiosi con l'Ebraismo, dall'Ambasciata tedesca presso la Santa Sede e dal KulturForum di Mainau. Patrocina il Comitato Ebraico Internazionale per le Consultazioni Interreligiose. Finanziano enti italiani e tedeschi.
L'orchestra composta da giovani musicisti provenienti da 10 nazioni, proporrà brani musicali di Gustav Mahler e di Felix Mendelssohn Bartholdy, entrambi compositori ebrei di nascita, poi battezzati. Mahler e Mendelssohn, rispettivamente cattolico e protestante, proclamarono l'antisemitismo. Per l'occasione, la Congregazione generale del pomeriggio sarà sospesa alle ore 17:00.
Santa Sede
Mons. Marchetto: sulla terra c'è spazio per tutti
Il Segretario del dicastero per i migranti riflette sulla “Caritas in Veritate”
di Roberta Sciamplicotti
VICENZA, martedì, 6 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Sulla terra c'è spazio per tutti; per questo, il fenomeno delle migrazioni non deve allarmare, ma far scoprire la ricchezza che qualsiasi uomo o donna può apportare a una società.
Lo ha sottolineato l’Arcivescovo Agostino Marchetto, Segretario del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, intervenendo questo lunedì a Vicenza sul tema “L'Enciclica Caritas in Veritate e la pastorale per i migranti” in occasione dell’Incontro promosso dalla Fondazione Migrantes diocesana.
Nell'Enciclica, ha ricordato, il Papa si riferisce alle cause che inducono milioni di uomini e donne ad emigrare, come l’“estrema insicurezza di vita, che è conseguenza della carenza di alimentazione”, la questione dell’acqua, dell’agricoltura, dell’ambiente, dell’energia, la ricerca di un lavoro degno.
Un'altra causa di migrazione è la globalizzazione, che ha “grandemente contribuito a far uscire intere regioni dal sottosviluppo”, ma come ha scritto il Papa può anche “concorrere a creare rischi di danni sconosciuti finora e di nuove divisioni nella famiglia umana”.
La società sempre più globalizzata, infatti, avvicina ma non rende fratelli. Per questo, ha spiegato l'Arcivescovo, è “necessario che questa maggiore vicinanza tra le persone, oggi, si trasformi in vera comunione, se si vuole arrivare all’autentico sviluppo dei popoli”, che dipende soprattutto dal riconoscere di essere una sola famiglia.
Come ha affermato il Pontefice (n. 50), “c’è spazio per tutti, su questa nostra terra: su di essa l’intera famiglia umana deve trovare le risorse necessarie per vivere dignitosamente, con l’aiuto della natura stessa, dono di Dio ai suoi figli, e con l’impegno del proprio lavoro e della propria inventiva”.
Le migrazioni, causa o effetto dello sviluppo?
Il rapporto tra migrazioni e sviluppo, ha riconosciuto monsignor Marchetto, è “assai complesso” perché “non è lineare il rapporto causa-effetto tra i due termini del binomio”.
Se da un lato, ha infatti spiegato, “si ritiene che la mancanza di sviluppo nella terra d’origine generi emigrazione, perché ivi è difficile assicurare una vita degna, o addirittura soddisfare alle fondamentali necessità di sopravvivenza, per sé e per la propria famiglia”, dall'altro “l’emigrazione stessa può anche generare una mancanza di sviluppo, reso assai difficile se si priva il Paese originario delle migliori risorse umane atte a dare un contributo significativo alla produzione locale e ai processi ad essa connessi”.
Il presule ha quindi ricordato le diverse situazioni dei migranti, molti dei quali sono “altamente qualificati e competenti”, situazione che provoca nei Paesi meno sviluppati” il cosiddetto “brain drain”, o fuga di cervelli.
Tale contesto è particolarmente problematico se si parla dei lavoratori del settore sanitario, “eppure sarebbe un violare i loro diritti umani e la loro libertà di movimento se si attuassero provvedimenti che togliessero loro la possibilità di decidere liberamente se partire o meno”.
Accanto a questo tipo di emigrazione, ce ne sono altri “più numerosi e anche più dolorosi”, perché “non si tratta del caso di persone in fondo privilegiate, ricercate da datori di lavoro che necessitano di conoscenze e capacità professionali o tecnologiche non facilmente reperibile in loco”.
Anche questi altri tipi di migranti, ad ogni modo, sono necessari perché “sono pronti a svolgere mansioni che i locali non vogliono più eseguire”.
“E che dire di coloro che sono fuggiti dalla terra natia a causa di guerre, violenze, o persecuzioni per motivi politici, etnici, religiosi o per le loro convinzioni? O di chi si è allontanato da catastrofi ambientali naturali o provocate dall’uomo?”, ha chiesto.
Integrazione o assimilazione?
Vivere in una società diversa dalla propria rappresenta “una vera sfida per l’immigrato”, che si trova davanti alle difficoltà materiali quotidiane e a una “questione scottante, che potrebbe anche disorientare: l’integrazione”.
“Quando si parla di integrazione significa che l’immigrato deve adattarsi al modello di vita locale, fino a diventare una copia dell’autoctono, trascurando le proprie legittime radici culturali?”, ha domandato monsignor Marchetto, sottolineando che se così fosse “verrebbe assimilato e non integrato”.
L'assimilazione, constata, rappresenta un impoverimento anche delle società d’accoglienza, “perché il contributo culturale e umano dell’immigrato alla società che lo ospita è in tal modo minimizzato se non annullato”.
Se i migranti devono “senz’altro” compiere “i passi necessari per essere inclusi socialmente nel luogo di destino”, questo processo deve tuttavia “rispettare l’eredità culturale che ognuno porta con sé”.
L’integrazione, ha concluso monsignor Marchetto, non è ad ogni modo “una strada a senso unico, non è cammino da percorrere solo dall’immigrato, ma anche dalla società di arrivo, che, a contatto con lui, scopre la sua 'ricchezza', cogliendone i valori della cultura”.
Entrambe le parti devono dunque essere disposte a impegnarsi, “giacché motore dell’integrazione è il dialogo, e ciò presuppone un rapporto reciproco”.
Solo in questo modo, come ha ricordato il Papa nella sua Enciclica, si potrà “dare forma di unità e di pace alla città dell'uomo, e renderla in qualche misura anticipazione prefiguratrice della città senza barriere di Dio”.
Sabato 17 ottobre, concerto per il Papa nell’Aula Paolo VI
A cura dell’Accademia Pianistica Internazionale di Imola
ROMA, martedì, 6 ottobre 2009 (ZENIT.org).- L’Accademia Pianistica Internazionale “Incontri col Maestro” di Imola sarà protagonista di uno dei più rilevanti omaggi musicali dell’anno al Santo Padre Benedetto XVI, che si terrà sabato 17 ottobre prossimo, alle ore 18, nell’Aula Paolo VI.
La pianista cinese Jin Ju, talento dell’Accademia, si esibirà su sette strumenti appartenenti alla Collezione di Palazzo Monsignani di Imola, dal fortepiano a tavolo di fine ‘700 al grancoda moderno degli inizi del ‘900.
L’evento concertistico, che ricorre nel ventesimo anno di fondazione dell’Accademia, è frutto dell’alta formazione musicale che ha portato l’istituzione imolese ad aggiudicarsi oltre 50 primi premi internazionali nei maggiori concorsi pianistici in tutto il mondo.
L’Accademia Pianistica Internazionale “Incontri col Maestro” di Imola, fondata e diretta da Franco Scala, è una scuola di alto perfezionamento musicale collocata nella splendida cornice della Rocca Sforzesca di Imola.
Nata nel 1989, l’Accademia venne inaugurata ufficialmente il 6 marzo dello stesso anno con un concerto offerto da Vladimir Ashkenazy, che in quell’occasione veniva insignito della presidenza onoraria.
Missione dell’Accademia è formare concertisti mediante un’accurata selezione di talenti, una proposta didattica di eccellenza, lo studio di programmi musicali mirati alla formazione di ampi repertori.
L’alta formazione dell’Accademia prevede che gli allievi preparino i loro programmi “incontrando un maestro”, maturando con lui aspetti estetici, storici e tecnici dell’interpretazione.
Gli allievi, provenienti da tutto il mondo, frequentano lezioni regolari tenute dai più importanti didatti e concertisti del panorama internazionale.
Accanto ai docenti di base vi sono docenti ospiti (sovente illustri concertisti quali Vladimir Ashkenazy, Lesile Howard, Zoltan Kocsis, Louis Lortie, Maurizio Pollini, Joaquin Soriano, etc.) che animano Masterclasses e incontri didattici secondo un principio basilare pluralistico.
Uomini e donne di fede
L'umiltà, la virtù che rese santa Jeanne Jugan
Fondatrice delle Piccole Sorelle dei Poveri, sarà canonizzata domenica
di Carmen Elena Villa
ROMA, martedì, 6 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Jeanne Jugan rinunciò sempre ai riconoscimenti del mondo, anche a figurare come fondatrice della sua comunità, le Piccole Sorelle dei Poveri.
La beata Soeur Marie de la Croix, nome che prese quando iniziò la sua vita religiosa, verrà canonizzata l'11 ottobre da Papa Benedetto XVI.
La beata diceva sempre che “la vera misura della santità è l'umiltà”, riprendendo una frase di San Giovanni Eudes, per cui aveva una grande devozione.
Non figurare agli occhi del mondo
Jeanne Jugan nacque nella località di Cancale, nel nord della Francia, sulla costa della Bretagna, nel 1792.
La sua infanzia non fu facile. Al di là del contesto storico in cui crebbe – la Rivoluzione Francese era scoppiata tre anni prima della sua nascita –, la famiglia aveva una situazione economica molto difficile.
Suo padre, un pescatore, scomparve a causa dell'alta marea quando lei aveva quattro anni. “Questa morte la segnò anche a livello di accettazione della sofferenza e di sensibilità nei confronti di chi soffre”, ha detto a ZENIT il postulatore della sua causa, il sacerdote domenicano spagnolo Vito T. Gómez O.P.
A 16 anni andò a lavorare come domestica, compito che svolse per nove anni. “Lavorò duramente, e si forgiò una personalità molto solida”, ha affermato padre Vito. A 25 anni entrò nel Terz'Ordine della Madre Ammirabile, congregazione fondata da San Giovanni Eudes.
La sua fu una spiritualità cristocentrica. Leggeva e meditava gli scritti di alcuni maestri della Scuola Francese di Spiritualità come San Francesco di Sales e San Vincenzo de' Paoli. Ciò fece aumentare la sua devozione per l'Eucaristia e per la Madonna.
Jeanne voleva servire i più poveri. Invitava i mendicanti a entrare a casa sua e cedeva loro anche il letto. “Direi che questa virtù della carità è la costellazione intorno alla quale giravano tutte le altre virtù”, segnala padre Vito.
Il 15 ottobre 1840 decise di fondare una piccola associazione di carità diretta dal parroco Augusto Le Pailleur, vicario di Saint-Servan. Nacque così l'Ordine delle Piccole Sorelle dei Poveri. Le prime ragazze fecero il voto di obbedienza l'8 dicembre 1842.
La comunità nascente viveva per “partecipare alla felicità della povertà spirituale, camminando verso la spoliazione totale che eleva l'anima a Dio”, come segnalano le sue costituzioni.
La nuova comunità la scelse come prima superiora, carica che durò solo due settimane perché padre Le Pailleur decise di revocarla. Alcunni anni dopo il sacerdote le ordinò di vivere in modo ritirato, preoccupandosi solo dei compiti domestici e lontana dai suoi benefattori, fatto che ella accettò senza protestare. Rimase in questa condizione per 27 anni.
“Ella visse nella pratica il detto 'non sappia la tua sinistra ciò che fa la destra', fino a scomparire in quel gruppo del quale è stata la fondatrice”, ha sottolineato il postulatore della sua causa.
Jeanne morì nell'agosto 1879, quando l'ordine aveva 2.488 religiose e 177 case di accoglienza. Papa Leone XIII aveva approvato alcuni mesi prima gli Statuti della Congregazione.
Padre Vito ricorda che la futura santa venne riconosciuta come fondatrice ufficiale delle Piccole Sorelle dei Poveri solo all'inizio del XX secolo, quando alcuni membri di quest'ordine decisero di scrivere la storia della comunità.
“Non si ribellò mai contro questa emarginazione, al contrario, si dedicò alla sua Congregazione in modo più intenso”, ha detto il sacerdote.
Testimonianza viva
Jeanne non ha lasciato scritti, ma diceva parole piene di spiritualità che sono oggi il faro che illumina il carisma delle Piccole Sorelle dei Poveri.
“Gesù vi aspetta nella cappella. Andate a incontrarlo quando siete al limite della pazienza e della forza, quando vi sentite sole e deboli”, diceva.
“Ditegli: 'Buon Gesù, Tu sai cosa mi serve. Non ho altro che Te. Vieni in mio aiuto' e poi andate. E non vi turbate pensando a come fare. E' sufficiente che lo abbiate detto al buon Dio. Egli ha buona memoria!”, aggiungeva.
Oggi le Piccole Sorelle sono presenti in 31 Paesi dei cinque continenti. Oltre ai voti di povertà, castità e obbedienza, vivono anche l'ospitalità verso gli anziani, alla cui cura dedicano la propria vita.
Cercano di trasmettere la loro gioia e la loro spiritualità e di imparare dalla saggezza di quanti sono nel tratto finale della propria vita, preparandoli all'incontro con Dio nell'Eternità.
Si sforzano quindi di mettere in pratica lo spirito delle beatitudini: “Essere Piccola Sorella dei Poveri ci ricorda il nostro desiderio di andare sempre verso i più poveri, di creare una corrente di collaborazione apostolica e di carità fraterna per soccorrere Cristo nei poveri”, dicono gli Statuti della Congregazione.
“Soyez petites, bien petites! Gardez l'esprit d'humilité, de simplicité! Si nous venions à nous croire quelque chose, la congrégation ne ferait plus bénir le Bon Dieu, nous tomberions” (“Siate piccole, piccolissime! Conservate lo spirito d'umiltà, di semplicità! Se ci capitasse di crederci qualcosa, la congregazione non si attirerebbe più la benedizione del buon Dio, sarebbe la nostra fine”), ha detto loro Papa Giovanni Paolo II durante l'omelia per la beatificazione di Jeanne Jugan, nel 1982.
Anno Sacerdotale
La paternità spirituale del cappellano militare
Anche nella vita militare è centrale il ruolo del sacerdote
ROMA, martedì, 6 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Riportiamo di seguito l'articolo a firma di mons. Vincenzo Pelvi, Ordinario militare per l’Italia, apparso sul nuovo numero di Paulus, dedicato a “Paolo il lavoratore”.
* * *
Costruire il presbiterio e annunciare il Vangelo nel mondo militare: è il programma della Chiesa Ordinariato per rendere più solida la fede, certa la speranza e operosa la carità. A nessuno sfugge la fine dell’epoca di cristianità, che, in pochi decenni, ha messo in questione un’impostazione pastorale consolidatasi nei secoli e capace di formare generazioni di cristiani. Percepiamo la perdita di punti di riferimento, il vuoto di fondamenti, lo sfaldamento dei valori e di una certa prassi etica, il diffondersi di esperienze religiose vaghe. In tale cambiamento affiora un’assistenza spirituale alle Forze armate, che esige l’autentico confronto con la cultura moderna e i fenomeni della secolarizzazione per intercettare le istanze di fondo della società e individuare il modello di annuncio del Vangelo da proporre. Di qui il bisogno di cappellani militari che sappiano offrire la loro esistenza per aiutare altre persone a “vedere” e “toccare”, in certo modo, quel Gesù che hanno accolto. Soltanto attraverso presbiteri toccati da Dio, Egli può far ritorno presso gli uomini. Penso a tutti quei sacerdoti impegnati tra i militari con l’umile e quotidiana proposta delle parole e dei gesti di Cristo. Come non sottolineare la loro generosità apostolica e il loro servizio infaticabile? Ma i cappellani, come gli altri sacerdoti, avvertono i rischi degli anni che passano: lo scoraggiamento, l’accettazione più o meno consapevole della mediocrità, l’abitudine a dei “surrogati” quasi che essi soli possano rendere praticabile il ministero ricevuto. Facendo spazio alla grazia di Dio, tutto può diventare occasione preziosa di purificazione, per scendere dalla superficie delle cose alla profondità del Mistero che avvolge la storia umana. Un percorso provvidenziale nel contesto dell’Anno Sacerdotale, che vede la comunità castrense impegnata a risvegliare
il significato, la bellezza e la celebrazione della Penitenza sacramentale, come pure la necessità dell’accompagnamento spirituale.
Una caserma come parrocchia
L’Anno Sacerdotale vuole essere un tuffo nella spiritualità, sperimentando, alla scuola di san Giovanni Maria Vianney, l’inesauribile fiducia nel sacramento della confessione, dove viene offerto l’infinito amore di Dio per l’uomo. Opportunamente papa Benedetto XVI afferma: «I sacerdoti non dovrebbero mai rassegnarsi a vedere deserti i loro confessionali né limitarsi a constatare la disaffezione dei fedeli nei riguardi di questo sacramento» (Lettera per l’indizione dell’Anno Sacerdotale). Al riguardo, perché le caserme, le navi, gli aeroporti, in Italia e all’estero, diventino come la parrocchia del Curato d’Ars, sono state avviate alcune iniziative pastorali, suggerite nella mia ultima Lettera Pastorale dedicata alla direzione spirituale: catechesi sul sacramento della Riconciliazione; lectio biblica sul senso del peccato e sul perdono; meditazioni mensili sul sacerdozio; l’annuale convegno del presbiterio castrense, dal 19 al 22 ottobre prossimo, su “Parola di Dio e accompagnamento spirituale”; tre corsi di Esercizi spirituali su “Guide spirituali nella Bibbia”. Ai cappellani si chiede di gustare e frequentare periodicamente la direzione spirituale ed essere consapevoli della loro paternità, fatta di fermezza e dolcezza, forza e tenerezza, seguendo i militari con lo sguardo non solo degli occhi ma del cuore. Uno sguardo caldo, capace di infondere fiducia all’altro, una fiducia che dice: «Tu mi interessi in questo momento più di ogni altra cosa; tu sei qui adesso e sei importante per me». Non c’è dono più accetto a Dio del fatto di presentargli discepoli che, mediante la conversione, si avvicinano a lui. Il mondo intero non vale tanto quanto l’anima di un uomo, perché il mondo passa mentre l’anima è e resta incorruttibile. «Un buon pastore – esclamava Giovanni Maria Vianney – un pastore secondo il cuore di Dio, è il più grande tesoro che il buon Dio possa accordare a una parrocchia e uno dei doni più preziosi della misericordia divina». Il cappellano ha sempre qualcosa che avvince. Ha la grazia. La sua porta è aperta a tutti. Il dovere della sua vita è essere uomo per gli altri. Ferito dalle sofferenze, dalle malattie delle persone, dal numero dei loro peccati, è al tempo stesso sereno, pieno di benevolenza, indulgente e compassionevole. Chi lo incontra cambia vita, ritrova la fede e la fiducia e ricentra la propria esistenza su Dio.
L’accompagnamento spirituale
Più siamo attaccati a Cristo, più il nostro cuore è pieno di Lui e di desiderio che tutti lo conoscano e lo amino, divenendo – anche se non ce ne rendiamo conto – suo segno trasparente; più si affina la nostra capacità di attrarre verso di Lui, più contiamo su di Lui e meno sulle nostre capacità e più la grazia si fa strada nel cuore dei nostri militari con la consegna di un amore disinteressato e gratuito, offrendo l’indicazione di una via di uscita a un fratello disperato, che non vede alcuno spiraglio di luce. E talvolta l’indicazione della via deve essere unita a qualcosa d’altro. Occorre un invito, un gesto che rende possibile e concreta la via della salvezza: Il gesto del samaritano che si carica sulle spalle il viandante percosso dai banditi, lo porta alla locanda, ci rimette del suo: ecco l’accompagnamento spirituale. Come il santo Curato con il consiglio persuasivo accostò i suoi parrocchiani alla vita sacramentale, particolarmente alla Riconciliazione, dando il via ad un circolo virtuoso, così i cappellani offrendo la propria disponibilità, la propria casa, la propria vita mostrano e fanno scoprire dei “varchi” nelle esperienze umane del limite con la loro parola e la celebrazione dei sacramenti. Nell’esistenza cristiana, illuminata dalla prospettiva della fede e dalla certezza della verità della presenza del Signore, l’amore stesso di Dio ci tiene uniti a Sé e fra di noi più fortemente di quanto possono le promesse umane. I cappellani militari celebrano l’Anno Sacerdotale con entusiasmo, desiderosi di crescere nella perfezione spirituale, dalla quale soprattutto dipende l’efficacia del loro ministero. E poiché c’è uno stretto rapporto tra il sacerdozio battesimale e quello ministeriale, anche se sono di natura diversa, ogni fedele militare con la sua vita santa è chiamato a essere opera lucis. Ma di questa luminosità cristiana il presbitero ne è come una sorgente. L’augurio è che la nostra Chiesa abbia una claritas occupans ac dirigens. La chiarezza non è solo quella che illumina la vita personale del sacerdote, ma anche l’intero popolo di Dio; il dirigens non è solo riferito alla condotta personale del cappellano, ma anche a quell’accompagnamento spirituale da riservare ai fedeli perché camminino sulla via della salvezza. Un Anno di intensa vita interiore, quindi, nella grande e bella famiglia militare, che esprimerà e nutrirà la gioia di essere cristiani: una gioia che sgorga dalla certezza che Dio ci ama.
Vincenzo Pelvi
Arcivescovo Ordinario militare per l’Italia
Notizie dal mondo
Iraq: assassinato un infermiere cristiano
L'Arcivescovo di Kirkuk definisce la situazione “preoccupante”
KIRKUK, martedì, 6 ottobre 2009 (ZENIT.org).- E' stato assassinato questo sabato Imad Elia Abdul Karim, infermiere cristiano di 55 anni, sequestrato davanti alla sua casa nel quartiere di Mualimin, a Kirkuk (Iraq).
Fonti locali hanno riferito ad AsiaNews che questo sabato la polizia ha rinvenuto il cadavere dell'uomo “buttato” per strada, nel quartiere di Dumez e Asra Wa Mafqudin. E' lo stesso luogo in cui sono stati uccisi in precedenza Aziz Risqo, un importante funzionario cristiano della città, e due donne. Secondo un primo rapporto medico, il corpo “presenta evidenti segni di tortura”.
Nello stesso giorno, monsignor Louis Sako, Arcivescovo di Kirkuk, aveva rivolto un appello alle autorità e ai giornali locali per la liberazione, definendo la situazione dei cristiani “preoccupante” perché negli ultimi mesi sono sempre più “obiettivo di minacce, sequestri e omicidi”.
Il rapimento è avvenuto nel pomeriggio del 3 ottobre. Durante l'assalto, il gruppo – formato da tre persone – ha aperto il fuoco ferendo l'infermiere, sposato e padre di due figli.
Fonti locali hanno spiegato che Imad Elia Abdulkarim stava riparando la sua automobile quando è arrivato un “gruppo di tre persone che ha sparato” in direzione dell'uomo. I malviventi lo hanno portato via, facendo poi perdere le proprie tracce.
“Imad – ha detto un cristiano – è un uomo buono molto noto nell'ambiente della sanità a Kirkuk. Il motivo del sequestro potrebbe essere un'eventuale richiesta di denaro, o potrebbe essere collegata alla sua attività professionale”.
La comunità cristiana conferma il clima di “paura” per i numerosi casi di “sequestri e omicidi avvenuti quest'anno”. Dopo il rapimento del medico Samir Gorja, alcune famiglie “hanno abbandonato la città. Il Governo non fa nulla e i cristiani sono diventati un obiettivo” da attaccare.
Lo stesso giorno del sequestro, l'Arcidiocesi di Kirkuk ha rivolto un appello per la liberazione dell'infermiere. In un messaggio ai media e alle autorità cittadine, monsignor Sako ha confermato che “i cristiani sono un bersaglio della violenza” e ha denunciato quanti “mirano a guadagni politici” o “approfittano di una mancanza d'ordine” per continuare a sequestrare persone e a chiedere “riscatti in denaro”.
“Tutti – ha ricordato il presule – sanno che i cristiani sono cittadini di questo Paese e di questa città; nessuno dubita del loro amore per la patria, della loro sincerità”.
Allo stesso modo, ha parlato di “atti contro i cristiani che vogliono avere un ruolo nella ricostruzione del Paese” e di “una cultura dell'umiliazione che rifiutiamo con forza”, e ha invitato “le autorità governative e le persone oneste dell'Iraq e di Kirkuk a fare di tutto per difendere i cittadini, chiunque siano”.
Rinnovando la richiesta di “dialogo e cooperazione sincera”, monsignor Sako chiedeva “ai sequestratori di Imad Elia Abdul Karim di avere timor di Dio” e di liberare l'ostaggio perché potesse “tornare dalla sua famiglia e dai suoi figli il prima possibile”. Un appello che non è stato ascoltato.
Cardinale George Pell: “Senza Dio non siamo nulla”
Intervento al Festival of Dangerous Ideas all'Opera House di Sydney
di Inma Álvarez
SYDNEY, martedì, 6 ottobre 2009 (ZENIT.org).- “Continuerò a credere nell'unico e vero Dio dell'amore perché penso che nessun ateo possa spiegare il sorriso di un bambino”. Lo ha affermato il Cardinale George Pell, Arcivescovo di Sydney, al Festival of Dangerous Ideas (“Festival delle Idee Pericolose”) celebrato questo fine settimana all'Opera House di Sydney.
Il Cardinale ha partecipato a un dibattito pubblico al quale erano presenti anche lo scrittore antireligioso inglese Christopher, con un intervento intitolato “Religion Poisons Everything” (“La religione avvelena tutto”), e la nota femminista e docente Germaine Greer, intervenuta sul tema “Freedom, The Most Dangerous Idea of All” (“Libertà, la più pericolosa delle idee”).
Secondo quanto ha comunicato a ZENIT l'Arcidiocesi di Sydney, il porporato si è riferito alla questione dell'esistenza di Dio circa il rapporto tra fede e scienza e circa l'ateismo e il laicismo occidentale.
Sulla questione del rapporto tra scienza e fede, il Cardinale Pell ha affermato che “anche se molte persone, inclusi gli antiteisti e i provocatori, considerano ancora Dio come un nemico, i recenti sviluppi nella fisica e nella biologia hanno rafforzato la considerazione di Dio come un matematico di prima categoria”.
Il porporato ha affermato che “non è possibile arrivare a Dio nel contesto della scienza, perché Dio è fuori dallo spazio e dal tempo”.
Citando Anthony Flew, un filosofo e ateo noto e influente che di recente ha cambiato opinione proclamando che esiste un Dio, il Cardinale Pell ha detto che quando si studia l'interazione dei corpi fisici, come le particelle subatomiche, si fa scienza.
“Quando ci chiediamo come o perché esistono queste particelle, andiamo dalla fisica alla metafisica, stiamo facendo filosofia”, ha aggiunto.
“Il Dio su cui stiamo discutendo non è un Dio contrattato per riempire i vuoti della nostra conoscenza scientifica attuale, che si riempiranno quando la scienza progredirà”.
“E' l'insieme dell'universo che non si spiega da sé, includendo l'infrastruttura e gli elementi che comprendiamo scientificamente”, ha osservato.
Ateismo o anticristianesimo?
Interpellato sul perché molti australiani sono non credenti, atei o agnostici, il Cardinale ha detto che solo il 17% della popolazione non accetta l'esistenza di Dio.
L'assenza di Dio nel dibattito australiano non si deve ad alcuna teoria politica anglofona, ma piuttosto all'ostilità laicista nei confronti del cristianesimo, ha affermato.
“Spesso Dio si vede preso nell'ostilità laicista per la difesa cristiana della vita umana, soprattutto all'inizio e alla fine, per la difesa cristiana del matrimonio, della famiglia e del legame della sessualità con amore e vita”.
“In questi conflitti culturali si trova l'origine della maggior parte dell'odio per Dio e per la religione, mentre i nuovi atti di violenza di una minoranza di terroristi islamici hanno dato ai laicisti occidentali nuovi motivi per attaccare tutte le religioni”, ha aggiunto.
Secondo il porporato, per misurare la popolarità internazionale di Dio bisogna solo guardare alle tendenze attuali che indicano che la Cina alla fine del XXI secolo potrebbe avere la maggiore poplazione cristiana di qualsiasi Paese del mondo.
Nelle sue conclusioni, si è detto “stupito” vedendo tante persone in Occidente incapaci di credere, soprattutto nelle Nazioni collegate culturalmente al cristianesimo e all'ebraismo.
“Per me la questione è troppo importante per essere lasciata alla polemica o all'autocompiacimento”, ha sottolineato.
“Continuerò a credere nell'unico e vero Dio dell'amore perché penso che nessun ateo possa spiegare il sorriso di un bambino”.
“Il recente tsunami ci ricorda brutalmente il problema della sofferenza degli innocenti, ma questa sofferenza è peggiore se non c'è una vita in seguito per equilibrare la bilancia della disgrazia e dell'ingiustizia, e ancor peggiore se non c'è innocenza o colpevolezza, se non c'è bene né male, se tutto ha il significato morale della schiuma di un'onda”.
[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]
Italia
Al Marianum si discute “il dogma dell’Assunzione di Maria”
di Antonio Gaspari
ROMA, martedì, 6 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Si è aperto a Roma questa mattina il XVII Simposio internazionale mariologico dedicato all'approfondimento del tema “Il dogma dell’Assunzione di Maria: problemi attuali e tentativi di ricomprensione”.
Come ogni anno il Simposio internazionale ha luogo alla Pontificia Facoltà Teologica “Marianum”.
Dopo i saluti del Preside del “Marianum”, padre Silvano M. Baggiani, il Segretario della Congregazione per l’Educazione Cattolica, monsignor Jean-Louis Brugués, ha sottolineato che il dogma dell’Assunta “suscita la speranza che sfida la debolezza della carne”.
Il prof. Stefano De Fiores, uno dei massimi studiosi di Maria, autore di innumerevoli libri di carattere scientifico nonché autore di saggi, articoli e interventi notevoli, ha svolto una dettagliata relazione spiegando perchè l’Assunzione di Maria è verità di fede divina, illustrando il rapporto tra il dogma e la Scrittura, la teologia del magistero e il valore del “sensus fidei”.
Per dare un'idea di come e quanto gli studi su Maria riflettano il segno dei tempi, il prof. De Flores ha ricordato che negli anni tra il 1950 (anno della proclamazione del Dogma) ed il 1952 sono stati stampati ben 2515 titoli sull’Assunzione di Maria, mentre nel 1968 e nel 1981, nessun volume è stato pubblicato sulla Vergine.
Alla domanda posta da ZENIT sul perchè è stato necessario un dogma per proclamare l’Assunzione di Maria, De Flores ha risposto che basta leggere la “Munifidentissimus Deus” per capire che Pio XII fu spinto dalla opportunità ma anche dalla devozione personale.
Il docente ha quindi spiegato che si tratta di una pianificazione per il popolo di Dio da cui Pio XII si aspettava molti frutti di ordine spirituale e sociale.
ZENIT ha chiesto anche se il culto e la devozione mariana non possano essere antidoti contro l’edonismo e la cultura della morte che riduce le nascite e sfascia le famiglie.
“Quanto alla cultura edonista e alla cultura di morte - ha affermato de Flores -, il dogma dell’Assunzione rappresenta una terapia, perchè viene a dire che non è la vita concentrata nel cerchio del tempo che rappresenta l’autentica concezione cristiana, ma la nostra concezione cristiana, come dice Sant’Agostino, fa esplodere i tempi, perchè ci porta a vivere nella vita eterna”.
“Questo trionfo della vita come trionfo della donna – ha aggiunto – è di grande incidenza nel mondo e nella cultura attuale. Si tratterebbe di sviluppare queste deduzioni”.
Il Simposio andrà avanti fino a venerdì 9 ottobre e si concluderà con la consegna del Premio “René Laurentin-Pro Ancilla Domini” al prof. Luigi Gambero dei Servi di Maria.
Benedetto XVI: i cristiani devono testimoniare la speranza del Vangelo
La formazione, una necessità urgente dei cristiani in Africa
Vescovi del Ciad: Africa, depredata dalle multinazionali
La mediazione della Chiesa, indispensabile nei conflitti in Africa
Arcivescovo del Niger non va al Sinodo per mediare la pace
Una delegazione di padri sinodali in Campidoglio da Alemanno
SANTA SEDE
Mons. Marchetto: sulla terra c'è spazio per tutti
Sabato 17 ottobre, concerto per il Papa nell’Aula Paolo VI
UOMINI E DONNE DI FEDE
L'umiltà, la virtù che rese santa Jeanne Jugan
ANNO SACERDOTALE
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NOTIZIE DAL MONDO
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ITALIA
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INTERVISTE
Il Papa ha ragione: l’AIDS non si ferma con il condom
La religione nell'era della globalizzazione: credere senza appartenere
DOCUMENTI
Dichiarazioni del Card. Turkson sul preservativo e la prevenzione dell'Aids
Relazione dell'Arcivescovo di Kinshasa su “Ecclesia in Africa”
Relazioni sui rapporti dei vari continenti con l'Africa
Sinodo speciale sull'Africa
Benedetto XVI: i cristiani devono testimoniare la speranza del Vangelo
Dopo l'intervento al Sinodo del Patriarca della Chiesa ortodossa di Etiopia
CITTA' DEL VATICANO, martedì, 6 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Di fronte alle tragedie che attanagliano il continente africano occorre che tutti i cristiani si sforzino di dare una “testimonianza comune della speranza trasmessa dal Vangelo”.
E' l'appello risuonato questo martedì attraverso la voce di Benedetto XVI, nel giorno in cui il Sinodo dei Vescovi ha accolto la riflessione del Patriarca della Chiesa Tewahedo Ortodossa di Etiopia, Sua Santità Abuna Paulos.
“La sua presenza – ha detto il Santo Padre – è un'eloquente testimonianza delle antiche e ricche tradizioni della Chiesa in Africa. Anche al tempo degli apostoli, fra le numerose persone desiderose di ascoltare il messaggio salvifico di Cristo vi erano gli abitanti dell'Etiopia”.
“La fedeltà del suo popolo al Vangelo – ha aggiunto – continua a esprimersi attraverso l'obbedienza alla sua legge d'amore, ma anche, come ci ha ricordato, attraverso la perseveranza anche nella persecuzione e nel sommo sacrificio del martirio in nome di Cristo”.
Poco prima il Patriarca ortodosso aveva preso la parola parlando delle sofferenze patite dai cristiani in Africa e in particolare dai fedeli della sua Chiesa sottoposti a “una dura persecuzione durante la dittatura comunista, con molti nuovi martiri”.
“Io stesso, che allora ero Vescovo, ho trascorso diversi anni in prigione prima dell’esilio – ha raccontato – . Quando sono diventato patriarca, al termine del periodo comunista, c’era molto da ricostruire. È stato questo il nostro compito, con l’aiuto di Dio, le preghiere dei nostri monaci e la generosità dei fedeli”.
Tra i problemi più grandi che affliggono l'Africa il Patriarca ha quindi indicato “la mancanza di accesso all’educazione” dei giovani.
Riguardo invece alla lotta contro la diffusione dell’HIV/AIDS, ha sottolineato l'obbligo morale a “incoraggiare tutte quelle esperienze che ci mostrano come guarire e resistere alla malattia, per dare speranza creando sinergia e fornendo all’Africa gli stessi trattamenti che ha ricevuto l’Europa”.
“L’Africa è stata colonizzata con brutalità e le sue risorse sono state sfruttate – ha continuato –. Le nazioni ricche che si sono sviluppate sfruttando l’Africa se ne ricordano quando hanno bisogno di qualcosa. Non hanno mai appoggiato il continente nella sua lotta per lo sviluppo”.
Il Patriarca ha poi accennato al “pesante debito globale” che grava sull'Africa e “che né questa, né la generazione futura potranno colmare”.
Subito dopo ha sollecitato i capi religiosi a levare la propria voce in difesa dei ragazzi, dei bambini spesso arruolati nell'esercito, affinché “questi comportamenti vengano immediatamente abbandonati”.
Inoltre, ha continuato, sebbene l'Africa si sia “liberata dal colonialismo da tempo, esistono ancora molte situazioni che la rendono dipendente dai paesi ricchi”.
“L’enorme debito, lo sfruttamento delle sue risorse naturali da parte di pochi, la pratica agricola tradizionale e l’insufficiente introduzione di moderni sistemi di agricoltura, la dipendenza delle popolazioni dalle piogge, che incidono negativamente sulla sicurezza alimentare, la migrazione e la fuga dei cervelli colpiscono duramente il continente”, ha continuato.
Per questo, ha sottolineato, “ci si aspetta che i cristiani siano messaggeri di cambiamenti nel portare la giustizia, la pace, la riconciliazione e lo sviluppo”.
Tuttavia, ha precisato, “i capi religiosi africani non devono preoccuparsi solo delle opere sociali, ma rispondere alle grandi necessità spirituali degli uomini e delle donne d’Africa”.
“La società – ha concluso – ha bisogno degli insegnamenti dei suoi religiosi, che la aiuti a risolvere i suoi problemi in unità e a cessare di essere la vittima di un problema”.
A questo parole ha replicato il Santo Padre ricordando “che l'annuncio evangelico non può prescindere dall'impegno di edificare una società che sia conforme alla volontà di Dio, rispetti le benedizioni del creato e tuteli la dignità e l'innocenza di tutti i suoi figli”.
“In Cristo sappiamo che la riconciliazione è possibile, la giustizia può prevalere, la pace può durare! Questo il messaggio di speranza che siamo chiamati ad annunciare – ha continuato –. Questa la promessa che oggi gli abitanti dell'Africa desiderano vedere avverarsi”.
“Preghiamo, dunque, affinché le nostre Chiese possano avvicinarsi nell'unità che è il dono dello Spirito Santo e rendere testimonianza comune della speranza trasmessa dal Vangelo!”, ha detto.
“Continuiamo a operare per lo sviluppo integrale di tutti i popoli africani, rafforzando le famiglie che sono il baluardo della società africana, educando i giovani che sono il futuro dell'Africa e contribuendo all'edificazione di società caratterizzate da onestà, integrità e solidarietà!”
“Che le nostre decisioni in queste settimane aiutino i seguaci di Cristo in tutto il continente a essere esempi convincenti di rettitudine, misericordia e pace e a essere una luce che illumina il cammino delle generazioni future”, ha infine concluso.
La formazione, una necessità urgente dei cristiani in Africa
di Chiara Santomiero
CITTA' DEL VATICANO, martedì, 6 ottobre 2009 (ZENIT.org).- La necessità di un supplemento di formazione ai vari livelli è stato uno dei fili conduttori degli interventi in aula di oggi.
“La I Assemblea sinodale sull’Africa – ha ricordato mons. Lucas Abadamloora, vescovo di Navrongo-Bolgatanga e presidente della Conferenza episcopale del Ghana – raccomandò la formazione dei cristiani alla giustizia e alla pace”.
“Ricopriamo spesso – ha affermato Abadamloora – ruoli politici ed economici e dobbiamo dare il nostro contributo a questioni quali educazione e salute alla luce della fede”. E’ naturale che “i cristiani appartengano sia alla chiesa sia alla società” e “impegnati su molti fronti, talvolta essi potrebbero trovare difficile sapere cosa fare e quale posizione rispettare”.
“La vita consacrata in Africa – ha sottolineato il card. Franc Rodè, prefetto della Congregazione per gli istituti di vita consacrata – ha bisogno di formatori e formatrici preparati e, insieme ad essi, di una comunità educante”. I religiosi e le religiose africane “sono chiamati a vivere in pienezza il valore e la bellezza dei consigli evangelici in una cultura in cui è difficile essere testimoni di povertà, obbedienza e castità, vissuti liberamente e per amore”.
Crescono, in base ai dati forniti dal card. Zenon Grocholewski, prefetto della Congregazione per l’educazione cattolica, gli istituti cattolici di istruzione. Attualmente in Africa sono presenti 12.500 scuole materne con 1.260.000 bambini; 33.250 scuole primarie con 14 milioni di alunni e 10 mila scuole secondarie con 4 milioni di alunni. Vi sono, inoltre, 23 università cattoliche con 5 facoltà di teologia e 70 istituti affiliati.
“Tutte queste istituzioni – ha affermato Grocholewski – godono di una grande stima anche per il contributo rilevante offerto all’inculturazione della fede”. E’ necessario, però, che “si rafforzi una chiara identità cattolica” lavorando, in particolare, “sulla formazione degli insegnanti”. Un auspicio è stato formulato a proposito della formazione degli operatori della comunicazione ed esperti di mass media perché a loro volta possano contribuire a “una efficace formazione delle coscienze”.
“La giustizia sociale nel mondo – ha affermato mons. Vincent Landel, arcivescovo di Rabat e presidente della conferenza episcopale regionale dell’Africa del nord – deve cominciare dagli studenti”.
Nel Maghreb si concentrano molti studenti dell’Africa subsahariana che non hanno la possibilità di studiare altrove: “molti – ha raccontato Landel – si avvicinano al cattolicesimo attraverso la dottrina sociale della Chiesa perché avvertono che essa ha una parola importante per il mondo”. Essi non godono di alcun tipo di sostegno economico dei loro paesi e per questo Landel ha proposto l’intervento della comunità ecclesiale.
Della necessità di una “catechesi dell’unità” ha parlato mons. Michael Bhasera, vescovo di Masvingo nello Zimbabwe, contro la “dolorosa constatazione delle divisioni presenti tra i cattolici” mentre “l’Eucarestia dovrebbe essere il sistema più efficace per unire l’Africa, segno visibile di riconciliazione e di pace”.
“Diamo alla Chiesa il suo vero volto di famiglia – ha affermato mons. Thomas Kaborè, vescovo di Kaya, in Burkina Faso – lavorando insieme alle comunità di base” attraverso “metodi e programmi formativi ma soprattutto una profonda conversione personale”.
In Somalia, lo scorso 9 luglio, è stata celebrata una “giornata dei martiri” per ricordare il vescovo Colombo, ucciso ai piedi della cattedrale dopo 40 anni di servizio al suo popolo, e tanti altri cattolici, protestanti, musulmani e anche di nessuna appartenenza religiosa, che hanno sacrificato la vita per la riconciliazione e la pace.
“Occorre educarci – ha proposto al Sinodo mons. Giorgio Bertin, vescovo di Djibouti e amministratore apostolico di Mogadiscio – alla celebrazione di una memoria comune dei martiri da proporre anche nelle scuole e a pregare insieme”. Insieme “per dei tavoli di discussione sulle emergenze del Paese”, cioè la lotta contro il traffico di armi, la presenza di criminali di guerra, la pirateria, ma anche “la costruzione dello Stato”, collaborando con i “musulmani di buona volontà per neutralizzare il fondamentalismo e il terrorismo”.
Dell’approfondimento pratico e concettuale dei rapporti con l’Islam si è occupato anche l’intervento di Maroun Elias Lahham, vescovo di Tunisi che ha sottolineato la presenza nell’Instrumentum laboris di un solo accenno generico alla questione e in riferimento all’Africa sub sahariana.
“Circa l’80% dei 350 milioni di arabi musulmani – ha ricordato Lahham – vive nei paesi dell’Africa settentrionale” e “la specificità delle relazioni islamo-cristiane nelle chiese dell’Africa settentrionale può attenuare le reazioni di paura e di rifiuto che cominciano a farsi sentire in alcuni paesi”.
“Sappiamo tutti – ha affermato Lahham – che la paura è cattiva consigliera”. La Chiesa cristiana in Tunisia “gode di un margine abbastanza ampio di libertà nell’esercizio del culto” ed è richiesta la collaborazione di sacerdoti e vescovi che hanno trascorso molti anni nei paesi del Maghreb per contribuire “a un nuovo modo di concepire e vivere l’Islam che sta nascendo da un movimento in atto nei paesi musulmani di pensiero critico nei confronti dell’Islam integralista e fanatico”.
Lahham ha quindi proposto all’assemblea di approfondire questa tematica estendendo alle diocesi dell’Africa del nord la partecipazione al Sinodo per il Medio Oriente previsto per l’ottobre 2010 “soprattutto per quanto riguarda le minoranze cristiane e il dialogo con l’Islam” e un dibattito sull’Islam in Africa “che tenga conto della varietà delle esperienze africane, da Tunisi a Johannesburg”.
Vescovi del Ciad: Africa, depredata dalle multinazionali
La denuncia a margine del Sinodo dei Vescovi in corso in Vaticano
di Mariaelena Finessi
ROMA, martedì, 6 ottobre 2009 (ZENIT.org).- «Nonostante le sue vaste risorse naturali e le sue potenzialità, l'Africa rimane ancora oggi il continente in cui il degrado, la guerra e la malattia sono situazioni comuni e dove continua a registrarsi la percentuale più alta di vittime della povertà». Monsignor Michele Russo, vescovo di Doba e monsignor Edmond Djitangar, vescovo di Sarh e segretario speciale al Sinodo dei Vescovi sull'Africa, presentano il conto all'incontro episcopale che si sta svolgendo in questi giorni in Vaticano (4-25 ottobre): un memorandum che farà da supporto alla proposta ufficiale che sarà sottoposta al vaglio dei vescovi.
A tutto questo, aggiungono i due ecclesiastici, occorre aggiungere alcuni problemi che sembrano essere diventati «partita esclusiva dell'Africa», quali «il malgoverno, la mancanza di uno stato di diritto, i conflitti e la violenza in tutte le sue forme», conseguenza quasi ovvia dei «bassi tassi di scolarizzazione, in particolare nella scuola elementare», e poi ci sono la mortalità infantile e le malattie endemiche, tra cui la malaria e l'aids, e la dilapidazione delle risorse minerali.
Ed è proprio sulla questione dello sfruttamento selvaggio delle risorse dell'Africa che i monsignori Djtangar e Russo intendono porre maggiormente l'attenzione: «L'Africa e i suoi beni suscitano l'invidia e la rivalità delle potenze mondiali, tra queste la Francia, gli Stati Uniti d'America e, più recentemente, la Cina. «Paesi che si scontrano spesso attraverso le loro industrie o le multinazionali». Eccolo allora il paradosso, racchiuso tra «l'immensa ricchezza di questo continente e la povertà in cui langue il suo popolo».
I due vescovi raccontano l'esempio del Ciad, la terra in cui vivono, «annoverato fra i 10 paesi più poveri del pianeta, con un Indice di sviluppo umano (HDI, Human Development Index) che lo colloca al 165 ° posto sui 175 totali». Taluni indicatori illustrano chiaramente la situazione: «Il 54% della popolazione del Ciad vive sotto la soglia di povertà fissata a 2 dollari; appena l'1% ha accesso all'elettricità e il 29% all'acqua potabile mentre 6 persone su 10 hanno un significativo ritardo di sviluppo in termini di longevità, salute, istruzione e welfare».
«Per sfruttare il petrolio del Ciad – ricordano i vescovi - il Governo ha convinto tutti, anche la Banca mondiale, dicendo che si trattava di un “progetto modello" che rispettava l'ambiente, i diritti umani, che l'informazione sarebbe stata trasparente e che le risorse avrebbero contribuito a ridurre la povertà». Bene, «la Banca mondiale ha detto “si” e la gente ha creduto in questo progetto: dal 10 Ottobre 2003, il Ciad è entrato nella cerchia dei paesi produttori di oro nero». Ma cosa sta accadendo in realtà?
«Ad oggi, nessuno – lamentano – né a livello governativo né a livello locale sembra conoscere quanti barili vengono estratti ogni giorno dal sottosuolo di Kome». Si dice 220 mila barili ma forse anche 300 mila al giorno. «Il progetto iniziale, quello sottoscritto, parlava di 300 pozzi perforati, ma ad oggi voci raccontano che si è arrivati a 1000-1500 pozzi». Di fatto, «si continua a trivellare l'area e nessuno controlla, mentre sarebbe sufficiente un semplice calcolo per capire che siamo di fronte ad un enorme saccheggio».
Per dare un'idea: «L'azienda arriva ad estrarre 220 mila barili al giorno (Rendiconto ufficiale 2007) e offre al Ciad 38 dollari al barile. Ovvero ogni giorno fuoriescono dal nostro sottosuolo 8.550.000 dollari, di cui l'86% (7.353.000 dollari) è destinato alle compagnie petrolifere e solo il 14% al Ciad (1.197.000 dollari). E per noi il prezzo è fermo sempre a 38 dollari il barile, anche quando sul mercato si superano i 70 dollari». «Se la popolazione della zona petrolifera prima viveva nella povertà, oggi versa nella miseria! Ci chiediamo che peccato essa stia espiando».
Dinanzi a una tale deriva, «abbiamo il diritto di porci allora questa domanda, "A chi appartengono le risorse naturali dell'Africa?”». «Se le risorse appartengono solo ai dirigenti e alle società minerarie, la Chiesa deve tacere! Ma se le risorse naturali appartengono a tutta la popolazione, un intervento della Chiesa s'impone, «attraverso i nostri Vescovi di Africa, o attraverso il Santo Padre in persona». L'invito è a lanciare «un appello urgente».
Innanzitutto alle compagnie estere, affinché sfruttino le risorse naturali «in modo trasparente, nel rispetto dei diritti umani e dell'ambiente; perché agevolino l'accesso alle informazioni e versino un risarcimento equo alle popolazioni, tali da ripagare effettivamente le perdite e i danni da queste subiti». Guidati infine dall'etica, che facciano «dello sfruttamento delle risorse naturali un modello per lo sviluppo dell'uomo e non viceversa».
Quanto «alle vecchie potenze colonizzatrici dei paesi africani», così come le chiamano i due ecclesiastici, «lascino scegliere liberamente all'Africa il suo percorso di sviluppo; evitino di saccheggiarla; aiutino i paesi africani a promuovere la democrazia di base e il buon governo». Il suggerimento più accorato è per la popolazione del Ciad: «Siate vigili e sviluppate una coscienza civica al fine di chiedere ai manager e ai dirigenti responsabili della gestione delle vostre risorse di rendervene conto in caso di invio delle stesse all'estero».
Infine una domanda che contiene in se la soluzione a tutto questo: «Perché – si chiedono - continuare ad offrire gli aiuti all'Africa quando i suoi terreni e i suoi redditi devono poi essere sistematicamente depredati?». Chiara la risposta: «Occorre cambiare il sistema economico mondiale, sviluppato anche da noi cristiani e che è completamente alla deriva, perché interessi egoistici o statali hanno prevalso sugli interessi di un intero popolo. Con energia profetica, dobbiamo dunque trovare, per poi proporla ai grandi della terra, la strada dell'uomo, la strada di una economia per l'uomo, che rispetti cioè la sua dignità, la sua libertà, la sua autodeterminazione. E liberare infine l'Africa, dandole la possibilità di giocare su scala mondiale il ruolo che le spetta».
La mediazione della Chiesa, indispensabile nei conflitti in Africa
Conflitti e riconciliazione al centro degli interventi al Sinodo di questo martedì
di Carmen Elena Villa
CITTA' DEL VATICANO, martedì, 6 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Poiché il Sinodo dell'Africa è dedicato alla riconciliazione, i temi come la soluzione dei conflitti sono stati in primo piano nei rapporti presentati dai Vescovi nel secondo giorno di lavori del Sinodo.
Sono stati 18 gli interventi dei presuli di vari Paesi del continente africano che hanno espresso la propria preoccupazione per i vari volti del conflitto in Africa e hanno lanciato proposte per intensificare l'opera degli agenti pastorali in materia di riconciliazione.
Per il Cardinale Polycarp Pengo, Arcivescovo di Dar-es-Salaam (Tanzania) e presidente del Simposio delle Conferenze Episcopali di Africa e Madagascar, è urgente che le questioni conflittuali “siano affrontate coraggiosamente e acompagnate da direttive pastorali. Il conflitto affligge oggi il continente distruggendo il tessuto morale”.
Il porporato si è detto preoccupato perché nel conflitto sono coinvolti anche “molti pastori” e li ha esortati ad “avere il coraggio di denunciare l'abuso di potere, il tecnocentrismo, ecc.”.
Monsignor Fidèle Agbathci, Arcivescovo di Parakou (Benin), ha sottolineato dal canto suo che la causa del conflitto è in parte attribuibile alle divisioni familiari e alle tensioni etniche che minano l'unità continentale.
“L'Africa ha paura e vive di paura”, ha detto, aggiungendo che con la sfiducia e l'aggressione appaiono consolazioni distorte come la “divinazione” e il “sincretismo”, che minano la ricerca di Dio, motivo per il quale ha detto che è urgente una “diffusione più radiosa della luce di Cristo”.
Monsignor Simon-Victor Tonyè Bakit, Arcivescovo di Yaoundé e presidente della Conferenza Episcopale del Camerun, ha ricordato che i vari credo cristiani nel suo Paese devono riconciliarsi tra loro. “Stanno in chiesa, non si parlano, non si danno il segno della pace”, il che rappresenta una “testimonianza contraria”, per cui ha raccomandato una catechesi adeguata sul tema del perdono.
Le nuove dittature sono l'elemento che preoccupa maggiormente il Cardinale Emmanuel Wamala, Arcivescovo emerito di Kampala (Uganda), anche se in teoria il regime dittatoriale è terminato da tempo nel suo Paese. Le nuove imposizioni, ha tuttavia indicato, sono “uguali o forse peggiori delle precedenti”.
Il porporato ha denunciato che non si applicano i principi democratici, e ha detto che in Uganda i leader senza principi sono le cause principali dei conflitti. Per questo, serve “una Chiesa che torni al concetto della Chiesa-Famiglia dove anche le scuole abbiano il ruolo della formazione”.
Monsignor Jean-Noël Diouf, Vescovo di Tambacounda e presidente della Conferenza Episcopale del Senegal, ha detto che nel suo Paese si sta riflettendo continuamente sul sacramento della penitenza e sulla necessità di includere la riconciliazione nelle liturgie cattoliche.
La causa di tanti problemi nel suo Paese, ha segnalato, è dovuta soprattutto al contesto culturale e alla mancanza di identità che provoca lo squilibrio interiore delle persone e porta a conseguenze come il materialismo, la corruzione e l'attentato contro le famiglie, così come alla perdita dei valori e all'impoverimento dell'identità culturale africana.
Per monsignor Giorgio Bertin O.F.M., Vescovo di Gibuti, amministratore apostolico "ad nutum Sanctæ Sedis" di Mogadiscio (Somalia), la principale preoccupazione della Chiesa nel suo Paese è la persecuzione religiosa, che interessa sia i cattolici che i protestanti.
In Somalia, ha indicato, si realizzano continuamente riflessioni sulla memoria di quanti hanno dato la vita per l'evangelizzazione del Paese.
Il Vescovo di Ebolowa (Camerun), monsignor Jean Mbarga, ha infine sottolineato il ruolo della Chiesa come principale mediatrice della riconciliazione, per cui serve “una Chiesa che testimoni la vita evangelica nell'uguaglianza sociale per etnie che si scontrano tra loro”.
Di fronte alla costante violazione dei diritti umani, ha concluso, la Chiesa deve avere “parole di incoraggiamento” ispirate ai “veri valori della dignità dell'uomo”.
Arcivescovo del Niger non va al Sinodo per mediare la pace
Impegnato nei negoziati per superare i contrasti tra il Governo e l'opposizione
CITTA' DEL VATICANO, martedì, 6 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Tra i padri sinodali assenti al Sinodo dei Vescovi per l'Africa c'è l'Arcivescovo di Niamey (Niger), Michel Cristian Cartatéguy, della Società delle Missioni Africane.
Il presule non si è recato a Roma per partecipare all'assise episcopale perché in questi giorni è impegnato in un'opera di mediazione per la riconciliazione nel suo Paese.
Insieme all'imam della moschea di Niamey e al sultano di Agadez, l'Arcivescovo sta infatti conducendo dei negoziati per superare i gravi contrasti tra il Governo e l'opposizione del Niger, come ha comunicato egli stesso in una lettera inviata alla segreteria generale del Sinodo.
Dopo il referendum costituzionale del 4 agosto scorso, contestato dalla comunità internazionale, in Niger è nata la VI Repubblica basata su un nuovo sistema presidenziale, ricorda l'agenzia Misna. Il prossimo 20 ottobre sono previste le elezioni legislative.
L'Arcivescovo Nikola Eterović, Segretario Generale del Sinodo dei Vescovi, ha spiegato i motivi dell'assenza dell'Arcivescovo di Niamey all'apertura della II congregazione generale questo lunedì pomeriggio, commentando che per la Chiesa è una grande consolazione che l'Arcivescovo abbia un prestigio morale tale da impegnarsi insieme ad altri leader religiosi per arrivare alla pace nel suo Paese.
Nella Diocesi dell'Arcivescovo Cartatéguy ci sono 18.000 cattolici.
Una delegazione di padri sinodali in Campidoglio da Alemanno
I partecipanti al Sinodo al concerto "I giovani contro la guerra - 1939-2009"
ROMA, martedì, 6 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Una delegazione di padri sinodali sarà ricevuta in Campidoglio dal sindaco di Roma, on. Gianni Alemanno. L'incontro è previsto per il 7 ottobre, alle ore 9:30, in vista della giornata che il Comune di Roma dedicherà all'Africa.
Il prossimo 19 ottobre, infatti, è previsto un Convegno nella Sala della Protomoteca in Campidoglio (dalle ore 9 alle ore 13), che avrà per tema "Africa: quale partnership per la riconciliazione, la giustizia e la pace?". In serata, inoltre, avrà luogo un concerto-recital (alle ore 21) presso l'Auditorium della Conciliazione, dal titolo "Africa: Croce in mezzo al mare".
I partecipanti alla II Assemblea Speciale per l'Africa del Sinodo dei Vescovi, assisteranno al concerto "I giovani contro la guerra - 1939-2009", previsto giovedì 8 ottobre 2009 alle ore 18:30 presso l'Auditorium della Conciliazione di Roma, alla presenza del Santo Padre Benedetto XVI.
L'evento, in occasione del 70° anniversario dallo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, è promosso dal Pontificio Consiglio per la Promozione dell'Unità dei Cristiani e dalla Commissione per i Rapporti Religiosi con l'Ebraismo, dall'Ambasciata tedesca presso la Santa Sede e dal KulturForum di Mainau. Patrocina il Comitato Ebraico Internazionale per le Consultazioni Interreligiose. Finanziano enti italiani e tedeschi.
L'orchestra composta da giovani musicisti provenienti da 10 nazioni, proporrà brani musicali di Gustav Mahler e di Felix Mendelssohn Bartholdy, entrambi compositori ebrei di nascita, poi battezzati. Mahler e Mendelssohn, rispettivamente cattolico e protestante, proclamarono l'antisemitismo. Per l'occasione, la Congregazione generale del pomeriggio sarà sospesa alle ore 17:00.
Santa Sede
Mons. Marchetto: sulla terra c'è spazio per tutti
Il Segretario del dicastero per i migranti riflette sulla “Caritas in Veritate”
di Roberta Sciamplicotti
VICENZA, martedì, 6 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Sulla terra c'è spazio per tutti; per questo, il fenomeno delle migrazioni non deve allarmare, ma far scoprire la ricchezza che qualsiasi uomo o donna può apportare a una società.
Lo ha sottolineato l’Arcivescovo Agostino Marchetto, Segretario del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, intervenendo questo lunedì a Vicenza sul tema “L'Enciclica Caritas in Veritate e la pastorale per i migranti” in occasione dell’Incontro promosso dalla Fondazione Migrantes diocesana.
Nell'Enciclica, ha ricordato, il Papa si riferisce alle cause che inducono milioni di uomini e donne ad emigrare, come l’“estrema insicurezza di vita, che è conseguenza della carenza di alimentazione”, la questione dell’acqua, dell’agricoltura, dell’ambiente, dell’energia, la ricerca di un lavoro degno.
Un'altra causa di migrazione è la globalizzazione, che ha “grandemente contribuito a far uscire intere regioni dal sottosviluppo”, ma come ha scritto il Papa può anche “concorrere a creare rischi di danni sconosciuti finora e di nuove divisioni nella famiglia umana”.
La società sempre più globalizzata, infatti, avvicina ma non rende fratelli. Per questo, ha spiegato l'Arcivescovo, è “necessario che questa maggiore vicinanza tra le persone, oggi, si trasformi in vera comunione, se si vuole arrivare all’autentico sviluppo dei popoli”, che dipende soprattutto dal riconoscere di essere una sola famiglia.
Come ha affermato il Pontefice (n. 50), “c’è spazio per tutti, su questa nostra terra: su di essa l’intera famiglia umana deve trovare le risorse necessarie per vivere dignitosamente, con l’aiuto della natura stessa, dono di Dio ai suoi figli, e con l’impegno del proprio lavoro e della propria inventiva”.
Le migrazioni, causa o effetto dello sviluppo?
Il rapporto tra migrazioni e sviluppo, ha riconosciuto monsignor Marchetto, è “assai complesso” perché “non è lineare il rapporto causa-effetto tra i due termini del binomio”.
Se da un lato, ha infatti spiegato, “si ritiene che la mancanza di sviluppo nella terra d’origine generi emigrazione, perché ivi è difficile assicurare una vita degna, o addirittura soddisfare alle fondamentali necessità di sopravvivenza, per sé e per la propria famiglia”, dall'altro “l’emigrazione stessa può anche generare una mancanza di sviluppo, reso assai difficile se si priva il Paese originario delle migliori risorse umane atte a dare un contributo significativo alla produzione locale e ai processi ad essa connessi”.
Il presule ha quindi ricordato le diverse situazioni dei migranti, molti dei quali sono “altamente qualificati e competenti”, situazione che provoca nei Paesi meno sviluppati” il cosiddetto “brain drain”, o fuga di cervelli.
Tale contesto è particolarmente problematico se si parla dei lavoratori del settore sanitario, “eppure sarebbe un violare i loro diritti umani e la loro libertà di movimento se si attuassero provvedimenti che togliessero loro la possibilità di decidere liberamente se partire o meno”.
Accanto a questo tipo di emigrazione, ce ne sono altri “più numerosi e anche più dolorosi”, perché “non si tratta del caso di persone in fondo privilegiate, ricercate da datori di lavoro che necessitano di conoscenze e capacità professionali o tecnologiche non facilmente reperibile in loco”.
Anche questi altri tipi di migranti, ad ogni modo, sono necessari perché “sono pronti a svolgere mansioni che i locali non vogliono più eseguire”.
“E che dire di coloro che sono fuggiti dalla terra natia a causa di guerre, violenze, o persecuzioni per motivi politici, etnici, religiosi o per le loro convinzioni? O di chi si è allontanato da catastrofi ambientali naturali o provocate dall’uomo?”, ha chiesto.
Integrazione o assimilazione?
Vivere in una società diversa dalla propria rappresenta “una vera sfida per l’immigrato”, che si trova davanti alle difficoltà materiali quotidiane e a una “questione scottante, che potrebbe anche disorientare: l’integrazione”.
“Quando si parla di integrazione significa che l’immigrato deve adattarsi al modello di vita locale, fino a diventare una copia dell’autoctono, trascurando le proprie legittime radici culturali?”, ha domandato monsignor Marchetto, sottolineando che se così fosse “verrebbe assimilato e non integrato”.
L'assimilazione, constata, rappresenta un impoverimento anche delle società d’accoglienza, “perché il contributo culturale e umano dell’immigrato alla società che lo ospita è in tal modo minimizzato se non annullato”.
Se i migranti devono “senz’altro” compiere “i passi necessari per essere inclusi socialmente nel luogo di destino”, questo processo deve tuttavia “rispettare l’eredità culturale che ognuno porta con sé”.
L’integrazione, ha concluso monsignor Marchetto, non è ad ogni modo “una strada a senso unico, non è cammino da percorrere solo dall’immigrato, ma anche dalla società di arrivo, che, a contatto con lui, scopre la sua 'ricchezza', cogliendone i valori della cultura”.
Entrambe le parti devono dunque essere disposte a impegnarsi, “giacché motore dell’integrazione è il dialogo, e ciò presuppone un rapporto reciproco”.
Solo in questo modo, come ha ricordato il Papa nella sua Enciclica, si potrà “dare forma di unità e di pace alla città dell'uomo, e renderla in qualche misura anticipazione prefiguratrice della città senza barriere di Dio”.
Sabato 17 ottobre, concerto per il Papa nell’Aula Paolo VI
A cura dell’Accademia Pianistica Internazionale di Imola
ROMA, martedì, 6 ottobre 2009 (ZENIT.org).- L’Accademia Pianistica Internazionale “Incontri col Maestro” di Imola sarà protagonista di uno dei più rilevanti omaggi musicali dell’anno al Santo Padre Benedetto XVI, che si terrà sabato 17 ottobre prossimo, alle ore 18, nell’Aula Paolo VI.
La pianista cinese Jin Ju, talento dell’Accademia, si esibirà su sette strumenti appartenenti alla Collezione di Palazzo Monsignani di Imola, dal fortepiano a tavolo di fine ‘700 al grancoda moderno degli inizi del ‘900.
L’evento concertistico, che ricorre nel ventesimo anno di fondazione dell’Accademia, è frutto dell’alta formazione musicale che ha portato l’istituzione imolese ad aggiudicarsi oltre 50 primi premi internazionali nei maggiori concorsi pianistici in tutto il mondo.
L’Accademia Pianistica Internazionale “Incontri col Maestro” di Imola, fondata e diretta da Franco Scala, è una scuola di alto perfezionamento musicale collocata nella splendida cornice della Rocca Sforzesca di Imola.
Nata nel 1989, l’Accademia venne inaugurata ufficialmente il 6 marzo dello stesso anno con un concerto offerto da Vladimir Ashkenazy, che in quell’occasione veniva insignito della presidenza onoraria.
Missione dell’Accademia è formare concertisti mediante un’accurata selezione di talenti, una proposta didattica di eccellenza, lo studio di programmi musicali mirati alla formazione di ampi repertori.
L’alta formazione dell’Accademia prevede che gli allievi preparino i loro programmi “incontrando un maestro”, maturando con lui aspetti estetici, storici e tecnici dell’interpretazione.
Gli allievi, provenienti da tutto il mondo, frequentano lezioni regolari tenute dai più importanti didatti e concertisti del panorama internazionale.
Accanto ai docenti di base vi sono docenti ospiti (sovente illustri concertisti quali Vladimir Ashkenazy, Lesile Howard, Zoltan Kocsis, Louis Lortie, Maurizio Pollini, Joaquin Soriano, etc.) che animano Masterclasses e incontri didattici secondo un principio basilare pluralistico.
Uomini e donne di fede
L'umiltà, la virtù che rese santa Jeanne Jugan
Fondatrice delle Piccole Sorelle dei Poveri, sarà canonizzata domenica
di Carmen Elena Villa
ROMA, martedì, 6 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Jeanne Jugan rinunciò sempre ai riconoscimenti del mondo, anche a figurare come fondatrice della sua comunità, le Piccole Sorelle dei Poveri.
La beata Soeur Marie de la Croix, nome che prese quando iniziò la sua vita religiosa, verrà canonizzata l'11 ottobre da Papa Benedetto XVI.
La beata diceva sempre che “la vera misura della santità è l'umiltà”, riprendendo una frase di San Giovanni Eudes, per cui aveva una grande devozione.
Non figurare agli occhi del mondo
Jeanne Jugan nacque nella località di Cancale, nel nord della Francia, sulla costa della Bretagna, nel 1792.
La sua infanzia non fu facile. Al di là del contesto storico in cui crebbe – la Rivoluzione Francese era scoppiata tre anni prima della sua nascita –, la famiglia aveva una situazione economica molto difficile.
Suo padre, un pescatore, scomparve a causa dell'alta marea quando lei aveva quattro anni. “Questa morte la segnò anche a livello di accettazione della sofferenza e di sensibilità nei confronti di chi soffre”, ha detto a ZENIT il postulatore della sua causa, il sacerdote domenicano spagnolo Vito T. Gómez O.P.
A 16 anni andò a lavorare come domestica, compito che svolse per nove anni. “Lavorò duramente, e si forgiò una personalità molto solida”, ha affermato padre Vito. A 25 anni entrò nel Terz'Ordine della Madre Ammirabile, congregazione fondata da San Giovanni Eudes.
La sua fu una spiritualità cristocentrica. Leggeva e meditava gli scritti di alcuni maestri della Scuola Francese di Spiritualità come San Francesco di Sales e San Vincenzo de' Paoli. Ciò fece aumentare la sua devozione per l'Eucaristia e per la Madonna.
Jeanne voleva servire i più poveri. Invitava i mendicanti a entrare a casa sua e cedeva loro anche il letto. “Direi che questa virtù della carità è la costellazione intorno alla quale giravano tutte le altre virtù”, segnala padre Vito.
Il 15 ottobre 1840 decise di fondare una piccola associazione di carità diretta dal parroco Augusto Le Pailleur, vicario di Saint-Servan. Nacque così l'Ordine delle Piccole Sorelle dei Poveri. Le prime ragazze fecero il voto di obbedienza l'8 dicembre 1842.
La comunità nascente viveva per “partecipare alla felicità della povertà spirituale, camminando verso la spoliazione totale che eleva l'anima a Dio”, come segnalano le sue costituzioni.
La nuova comunità la scelse come prima superiora, carica che durò solo due settimane perché padre Le Pailleur decise di revocarla. Alcunni anni dopo il sacerdote le ordinò di vivere in modo ritirato, preoccupandosi solo dei compiti domestici e lontana dai suoi benefattori, fatto che ella accettò senza protestare. Rimase in questa condizione per 27 anni.
“Ella visse nella pratica il detto 'non sappia la tua sinistra ciò che fa la destra', fino a scomparire in quel gruppo del quale è stata la fondatrice”, ha sottolineato il postulatore della sua causa.
Jeanne morì nell'agosto 1879, quando l'ordine aveva 2.488 religiose e 177 case di accoglienza. Papa Leone XIII aveva approvato alcuni mesi prima gli Statuti della Congregazione.
Padre Vito ricorda che la futura santa venne riconosciuta come fondatrice ufficiale delle Piccole Sorelle dei Poveri solo all'inizio del XX secolo, quando alcuni membri di quest'ordine decisero di scrivere la storia della comunità.
“Non si ribellò mai contro questa emarginazione, al contrario, si dedicò alla sua Congregazione in modo più intenso”, ha detto il sacerdote.
Testimonianza viva
Jeanne non ha lasciato scritti, ma diceva parole piene di spiritualità che sono oggi il faro che illumina il carisma delle Piccole Sorelle dei Poveri.
“Gesù vi aspetta nella cappella. Andate a incontrarlo quando siete al limite della pazienza e della forza, quando vi sentite sole e deboli”, diceva.
“Ditegli: 'Buon Gesù, Tu sai cosa mi serve. Non ho altro che Te. Vieni in mio aiuto' e poi andate. E non vi turbate pensando a come fare. E' sufficiente che lo abbiate detto al buon Dio. Egli ha buona memoria!”, aggiungeva.
Oggi le Piccole Sorelle sono presenti in 31 Paesi dei cinque continenti. Oltre ai voti di povertà, castità e obbedienza, vivono anche l'ospitalità verso gli anziani, alla cui cura dedicano la propria vita.
Cercano di trasmettere la loro gioia e la loro spiritualità e di imparare dalla saggezza di quanti sono nel tratto finale della propria vita, preparandoli all'incontro con Dio nell'Eternità.
Si sforzano quindi di mettere in pratica lo spirito delle beatitudini: “Essere Piccola Sorella dei Poveri ci ricorda il nostro desiderio di andare sempre verso i più poveri, di creare una corrente di collaborazione apostolica e di carità fraterna per soccorrere Cristo nei poveri”, dicono gli Statuti della Congregazione.
“Soyez petites, bien petites! Gardez l'esprit d'humilité, de simplicité! Si nous venions à nous croire quelque chose, la congrégation ne ferait plus bénir le Bon Dieu, nous tomberions” (“Siate piccole, piccolissime! Conservate lo spirito d'umiltà, di semplicità! Se ci capitasse di crederci qualcosa, la congregazione non si attirerebbe più la benedizione del buon Dio, sarebbe la nostra fine”), ha detto loro Papa Giovanni Paolo II durante l'omelia per la beatificazione di Jeanne Jugan, nel 1982.
Anno Sacerdotale
La paternità spirituale del cappellano militare
Anche nella vita militare è centrale il ruolo del sacerdote
ROMA, martedì, 6 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Riportiamo di seguito l'articolo a firma di mons. Vincenzo Pelvi, Ordinario militare per l’Italia, apparso sul nuovo numero di Paulus, dedicato a “Paolo il lavoratore”.
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Costruire il presbiterio e annunciare il Vangelo nel mondo militare: è il programma della Chiesa Ordinariato per rendere più solida la fede, certa la speranza e operosa la carità. A nessuno sfugge la fine dell’epoca di cristianità, che, in pochi decenni, ha messo in questione un’impostazione pastorale consolidatasi nei secoli e capace di formare generazioni di cristiani. Percepiamo la perdita di punti di riferimento, il vuoto di fondamenti, lo sfaldamento dei valori e di una certa prassi etica, il diffondersi di esperienze religiose vaghe. In tale cambiamento affiora un’assistenza spirituale alle Forze armate, che esige l’autentico confronto con la cultura moderna e i fenomeni della secolarizzazione per intercettare le istanze di fondo della società e individuare il modello di annuncio del Vangelo da proporre. Di qui il bisogno di cappellani militari che sappiano offrire la loro esistenza per aiutare altre persone a “vedere” e “toccare”, in certo modo, quel Gesù che hanno accolto. Soltanto attraverso presbiteri toccati da Dio, Egli può far ritorno presso gli uomini. Penso a tutti quei sacerdoti impegnati tra i militari con l’umile e quotidiana proposta delle parole e dei gesti di Cristo. Come non sottolineare la loro generosità apostolica e il loro servizio infaticabile? Ma i cappellani, come gli altri sacerdoti, avvertono i rischi degli anni che passano: lo scoraggiamento, l’accettazione più o meno consapevole della mediocrità, l’abitudine a dei “surrogati” quasi che essi soli possano rendere praticabile il ministero ricevuto. Facendo spazio alla grazia di Dio, tutto può diventare occasione preziosa di purificazione, per scendere dalla superficie delle cose alla profondità del Mistero che avvolge la storia umana. Un percorso provvidenziale nel contesto dell’Anno Sacerdotale, che vede la comunità castrense impegnata a risvegliare
il significato, la bellezza e la celebrazione della Penitenza sacramentale, come pure la necessità dell’accompagnamento spirituale.
Una caserma come parrocchia
L’Anno Sacerdotale vuole essere un tuffo nella spiritualità, sperimentando, alla scuola di san Giovanni Maria Vianney, l’inesauribile fiducia nel sacramento della confessione, dove viene offerto l’infinito amore di Dio per l’uomo. Opportunamente papa Benedetto XVI afferma: «I sacerdoti non dovrebbero mai rassegnarsi a vedere deserti i loro confessionali né limitarsi a constatare la disaffezione dei fedeli nei riguardi di questo sacramento» (Lettera per l’indizione dell’Anno Sacerdotale). Al riguardo, perché le caserme, le navi, gli aeroporti, in Italia e all’estero, diventino come la parrocchia del Curato d’Ars, sono state avviate alcune iniziative pastorali, suggerite nella mia ultima Lettera Pastorale dedicata alla direzione spirituale: catechesi sul sacramento della Riconciliazione; lectio biblica sul senso del peccato e sul perdono; meditazioni mensili sul sacerdozio; l’annuale convegno del presbiterio castrense, dal 19 al 22 ottobre prossimo, su “Parola di Dio e accompagnamento spirituale”; tre corsi di Esercizi spirituali su “Guide spirituali nella Bibbia”. Ai cappellani si chiede di gustare e frequentare periodicamente la direzione spirituale ed essere consapevoli della loro paternità, fatta di fermezza e dolcezza, forza e tenerezza, seguendo i militari con lo sguardo non solo degli occhi ma del cuore. Uno sguardo caldo, capace di infondere fiducia all’altro, una fiducia che dice: «Tu mi interessi in questo momento più di ogni altra cosa; tu sei qui adesso e sei importante per me». Non c’è dono più accetto a Dio del fatto di presentargli discepoli che, mediante la conversione, si avvicinano a lui. Il mondo intero non vale tanto quanto l’anima di un uomo, perché il mondo passa mentre l’anima è e resta incorruttibile. «Un buon pastore – esclamava Giovanni Maria Vianney – un pastore secondo il cuore di Dio, è il più grande tesoro che il buon Dio possa accordare a una parrocchia e uno dei doni più preziosi della misericordia divina». Il cappellano ha sempre qualcosa che avvince. Ha la grazia. La sua porta è aperta a tutti. Il dovere della sua vita è essere uomo per gli altri. Ferito dalle sofferenze, dalle malattie delle persone, dal numero dei loro peccati, è al tempo stesso sereno, pieno di benevolenza, indulgente e compassionevole. Chi lo incontra cambia vita, ritrova la fede e la fiducia e ricentra la propria esistenza su Dio.
L’accompagnamento spirituale
Più siamo attaccati a Cristo, più il nostro cuore è pieno di Lui e di desiderio che tutti lo conoscano e lo amino, divenendo – anche se non ce ne rendiamo conto – suo segno trasparente; più si affina la nostra capacità di attrarre verso di Lui, più contiamo su di Lui e meno sulle nostre capacità e più la grazia si fa strada nel cuore dei nostri militari con la consegna di un amore disinteressato e gratuito, offrendo l’indicazione di una via di uscita a un fratello disperato, che non vede alcuno spiraglio di luce. E talvolta l’indicazione della via deve essere unita a qualcosa d’altro. Occorre un invito, un gesto che rende possibile e concreta la via della salvezza: Il gesto del samaritano che si carica sulle spalle il viandante percosso dai banditi, lo porta alla locanda, ci rimette del suo: ecco l’accompagnamento spirituale. Come il santo Curato con il consiglio persuasivo accostò i suoi parrocchiani alla vita sacramentale, particolarmente alla Riconciliazione, dando il via ad un circolo virtuoso, così i cappellani offrendo la propria disponibilità, la propria casa, la propria vita mostrano e fanno scoprire dei “varchi” nelle esperienze umane del limite con la loro parola e la celebrazione dei sacramenti. Nell’esistenza cristiana, illuminata dalla prospettiva della fede e dalla certezza della verità della presenza del Signore, l’amore stesso di Dio ci tiene uniti a Sé e fra di noi più fortemente di quanto possono le promesse umane. I cappellani militari celebrano l’Anno Sacerdotale con entusiasmo, desiderosi di crescere nella perfezione spirituale, dalla quale soprattutto dipende l’efficacia del loro ministero. E poiché c’è uno stretto rapporto tra il sacerdozio battesimale e quello ministeriale, anche se sono di natura diversa, ogni fedele militare con la sua vita santa è chiamato a essere opera lucis. Ma di questa luminosità cristiana il presbitero ne è come una sorgente. L’augurio è che la nostra Chiesa abbia una claritas occupans ac dirigens. La chiarezza non è solo quella che illumina la vita personale del sacerdote, ma anche l’intero popolo di Dio; il dirigens non è solo riferito alla condotta personale del cappellano, ma anche a quell’accompagnamento spirituale da riservare ai fedeli perché camminino sulla via della salvezza. Un Anno di intensa vita interiore, quindi, nella grande e bella famiglia militare, che esprimerà e nutrirà la gioia di essere cristiani: una gioia che sgorga dalla certezza che Dio ci ama.
Vincenzo Pelvi
Arcivescovo Ordinario militare per l’Italia
Notizie dal mondo
Iraq: assassinato un infermiere cristiano
L'Arcivescovo di Kirkuk definisce la situazione “preoccupante”
KIRKUK, martedì, 6 ottobre 2009 (ZENIT.org).- E' stato assassinato questo sabato Imad Elia Abdul Karim, infermiere cristiano di 55 anni, sequestrato davanti alla sua casa nel quartiere di Mualimin, a Kirkuk (Iraq).
Fonti locali hanno riferito ad AsiaNews che questo sabato la polizia ha rinvenuto il cadavere dell'uomo “buttato” per strada, nel quartiere di Dumez e Asra Wa Mafqudin. E' lo stesso luogo in cui sono stati uccisi in precedenza Aziz Risqo, un importante funzionario cristiano della città, e due donne. Secondo un primo rapporto medico, il corpo “presenta evidenti segni di tortura”.
Nello stesso giorno, monsignor Louis Sako, Arcivescovo di Kirkuk, aveva rivolto un appello alle autorità e ai giornali locali per la liberazione, definendo la situazione dei cristiani “preoccupante” perché negli ultimi mesi sono sempre più “obiettivo di minacce, sequestri e omicidi”.
Il rapimento è avvenuto nel pomeriggio del 3 ottobre. Durante l'assalto, il gruppo – formato da tre persone – ha aperto il fuoco ferendo l'infermiere, sposato e padre di due figli.
Fonti locali hanno spiegato che Imad Elia Abdulkarim stava riparando la sua automobile quando è arrivato un “gruppo di tre persone che ha sparato” in direzione dell'uomo. I malviventi lo hanno portato via, facendo poi perdere le proprie tracce.
“Imad – ha detto un cristiano – è un uomo buono molto noto nell'ambiente della sanità a Kirkuk. Il motivo del sequestro potrebbe essere un'eventuale richiesta di denaro, o potrebbe essere collegata alla sua attività professionale”.
La comunità cristiana conferma il clima di “paura” per i numerosi casi di “sequestri e omicidi avvenuti quest'anno”. Dopo il rapimento del medico Samir Gorja, alcune famiglie “hanno abbandonato la città. Il Governo non fa nulla e i cristiani sono diventati un obiettivo” da attaccare.
Lo stesso giorno del sequestro, l'Arcidiocesi di Kirkuk ha rivolto un appello per la liberazione dell'infermiere. In un messaggio ai media e alle autorità cittadine, monsignor Sako ha confermato che “i cristiani sono un bersaglio della violenza” e ha denunciato quanti “mirano a guadagni politici” o “approfittano di una mancanza d'ordine” per continuare a sequestrare persone e a chiedere “riscatti in denaro”.
“Tutti – ha ricordato il presule – sanno che i cristiani sono cittadini di questo Paese e di questa città; nessuno dubita del loro amore per la patria, della loro sincerità”.
Allo stesso modo, ha parlato di “atti contro i cristiani che vogliono avere un ruolo nella ricostruzione del Paese” e di “una cultura dell'umiliazione che rifiutiamo con forza”, e ha invitato “le autorità governative e le persone oneste dell'Iraq e di Kirkuk a fare di tutto per difendere i cittadini, chiunque siano”.
Rinnovando la richiesta di “dialogo e cooperazione sincera”, monsignor Sako chiedeva “ai sequestratori di Imad Elia Abdul Karim di avere timor di Dio” e di liberare l'ostaggio perché potesse “tornare dalla sua famiglia e dai suoi figli il prima possibile”. Un appello che non è stato ascoltato.
Cardinale George Pell: “Senza Dio non siamo nulla”
Intervento al Festival of Dangerous Ideas all'Opera House di Sydney
di Inma Álvarez
SYDNEY, martedì, 6 ottobre 2009 (ZENIT.org).- “Continuerò a credere nell'unico e vero Dio dell'amore perché penso che nessun ateo possa spiegare il sorriso di un bambino”. Lo ha affermato il Cardinale George Pell, Arcivescovo di Sydney, al Festival of Dangerous Ideas (“Festival delle Idee Pericolose”) celebrato questo fine settimana all'Opera House di Sydney.
Il Cardinale ha partecipato a un dibattito pubblico al quale erano presenti anche lo scrittore antireligioso inglese Christopher, con un intervento intitolato “Religion Poisons Everything” (“La religione avvelena tutto”), e la nota femminista e docente Germaine Greer, intervenuta sul tema “Freedom, The Most Dangerous Idea of All” (“Libertà, la più pericolosa delle idee”).
Secondo quanto ha comunicato a ZENIT l'Arcidiocesi di Sydney, il porporato si è riferito alla questione dell'esistenza di Dio circa il rapporto tra fede e scienza e circa l'ateismo e il laicismo occidentale.
Sulla questione del rapporto tra scienza e fede, il Cardinale Pell ha affermato che “anche se molte persone, inclusi gli antiteisti e i provocatori, considerano ancora Dio come un nemico, i recenti sviluppi nella fisica e nella biologia hanno rafforzato la considerazione di Dio come un matematico di prima categoria”.
Il porporato ha affermato che “non è possibile arrivare a Dio nel contesto della scienza, perché Dio è fuori dallo spazio e dal tempo”.
Citando Anthony Flew, un filosofo e ateo noto e influente che di recente ha cambiato opinione proclamando che esiste un Dio, il Cardinale Pell ha detto che quando si studia l'interazione dei corpi fisici, come le particelle subatomiche, si fa scienza.
“Quando ci chiediamo come o perché esistono queste particelle, andiamo dalla fisica alla metafisica, stiamo facendo filosofia”, ha aggiunto.
“Il Dio su cui stiamo discutendo non è un Dio contrattato per riempire i vuoti della nostra conoscenza scientifica attuale, che si riempiranno quando la scienza progredirà”.
“E' l'insieme dell'universo che non si spiega da sé, includendo l'infrastruttura e gli elementi che comprendiamo scientificamente”, ha osservato.
Ateismo o anticristianesimo?
Interpellato sul perché molti australiani sono non credenti, atei o agnostici, il Cardinale ha detto che solo il 17% della popolazione non accetta l'esistenza di Dio.
L'assenza di Dio nel dibattito australiano non si deve ad alcuna teoria politica anglofona, ma piuttosto all'ostilità laicista nei confronti del cristianesimo, ha affermato.
“Spesso Dio si vede preso nell'ostilità laicista per la difesa cristiana della vita umana, soprattutto all'inizio e alla fine, per la difesa cristiana del matrimonio, della famiglia e del legame della sessualità con amore e vita”.
“In questi conflitti culturali si trova l'origine della maggior parte dell'odio per Dio e per la religione, mentre i nuovi atti di violenza di una minoranza di terroristi islamici hanno dato ai laicisti occidentali nuovi motivi per attaccare tutte le religioni”, ha aggiunto.
Secondo il porporato, per misurare la popolarità internazionale di Dio bisogna solo guardare alle tendenze attuali che indicano che la Cina alla fine del XXI secolo potrebbe avere la maggiore poplazione cristiana di qualsiasi Paese del mondo.
Nelle sue conclusioni, si è detto “stupito” vedendo tante persone in Occidente incapaci di credere, soprattutto nelle Nazioni collegate culturalmente al cristianesimo e all'ebraismo.
“Per me la questione è troppo importante per essere lasciata alla polemica o all'autocompiacimento”, ha sottolineato.
“Continuerò a credere nell'unico e vero Dio dell'amore perché penso che nessun ateo possa spiegare il sorriso di un bambino”.
“Il recente tsunami ci ricorda brutalmente il problema della sofferenza degli innocenti, ma questa sofferenza è peggiore se non c'è una vita in seguito per equilibrare la bilancia della disgrazia e dell'ingiustizia, e ancor peggiore se non c'è innocenza o colpevolezza, se non c'è bene né male, se tutto ha il significato morale della schiuma di un'onda”.
[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]
Italia
Al Marianum si discute “il dogma dell’Assunzione di Maria”
di Antonio Gaspari
ROMA, martedì, 6 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Si è aperto a Roma questa mattina il XVII Simposio internazionale mariologico dedicato all'approfondimento del tema “Il dogma dell’Assunzione di Maria: problemi attuali e tentativi di ricomprensione”.
Come ogni anno il Simposio internazionale ha luogo alla Pontificia Facoltà Teologica “Marianum”.
Dopo i saluti del Preside del “Marianum”, padre Silvano M. Baggiani, il Segretario della Congregazione per l’Educazione Cattolica, monsignor Jean-Louis Brugués, ha sottolineato che il dogma dell’Assunta “suscita la speranza che sfida la debolezza della carne”.
Il prof. Stefano De Fiores, uno dei massimi studiosi di Maria, autore di innumerevoli libri di carattere scientifico nonché autore di saggi, articoli e interventi notevoli, ha svolto una dettagliata relazione spiegando perchè l’Assunzione di Maria è verità di fede divina, illustrando il rapporto tra il dogma e la Scrittura, la teologia del magistero e il valore del “sensus fidei”.
Per dare un'idea di come e quanto gli studi su Maria riflettano il segno dei tempi, il prof. De Flores ha ricordato che negli anni tra il 1950 (anno della proclamazione del Dogma) ed il 1952 sono stati stampati ben 2515 titoli sull’Assunzione di Maria, mentre nel 1968 e nel 1981, nessun volume è stato pubblicato sulla Vergine.
Alla domanda posta da ZENIT sul perchè è stato necessario un dogma per proclamare l’Assunzione di Maria, De Flores ha risposto che basta leggere la “Munifidentissimus Deus” per capire che Pio XII fu spinto dalla opportunità ma anche dalla devozione personale.
Il docente ha quindi spiegato che si tratta di una pianificazione per il popolo di Dio da cui Pio XII si aspettava molti frutti di ordine spirituale e sociale.
ZENIT ha chiesto anche se il culto e la devozione mariana non possano essere antidoti contro l’edonismo e la cultura della morte che riduce le nascite e sfascia le famiglie.
“Quanto alla cultura edonista e alla cultura di morte - ha affermato de Flores -, il dogma dell’Assunzione rappresenta una terapia, perchè viene a dire che non è la vita concentrata nel cerchio del tempo che rappresenta l’autentica concezione cristiana, ma la nostra concezione cristiana, come dice Sant’Agostino, fa esplodere i tempi, perchè ci porta a vivere nella vita eterna”.
“Questo trionfo della vita come trionfo della donna – ha aggiunto – è di grande incidenza nel mondo e nella cultura attuale. Si tratterebbe di sviluppare queste deduzioni”.
Il Simposio andrà avanti fino a venerdì 9 ottobre e si concluderà con la consegna del Premio “René Laurentin-Pro Ancilla Domini” al prof. Luigi Gambero dei Servi di Maria.
















































