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News dal Vaticano :: Il mondo visto da Roma - 7 Ottobre 2009
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Il mondo visto da Roma - 7 Ottobre 2009
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Mercoledì, 7 Ottobre 2009: Accadde Oggi    


Il mondo visto da Roma

SINODO SPECIALE SULL'AFRICA
La Chiesa, unico sostegno di un popolo terrorizzato e umiliato
Card. Kasper: rafforzare il dialogo con le chiese ortodosse in Africa
Una delegazione di Padri sinodali in visita in Campidoglio
Sulle questioni africane, stampa italiana troppo provinciale

SANTA SEDE
Benedetto XVI: Cristo è la "medicina" contro il relativismo
Il Papa raccomanda il Rosario, specialmente ai giovani
Il Papa andrà in Portogallo come pellegrino di Fatima
La Santa Sede all'ONU: dare una “rinnovata priorità ai poveri”

NOTIZIE DAL MONDO
India: milioni di senzatetto per le peggiori inondazioni del secolo
Francia: il portavoce dei Vescovi denuncia i suicidi sul lavoro
In Pakistan, i Salesiani danno lezioni di speranza

TESTIMONIANZE
Guarita da un cancro per intercessione di padre Damiano di Molokai

ITALIA
A Ravello va in scena la solidarietà
Il 10 ottobre, consegna del Premio letterario “Donna è Vita”

INTERVISTE[/b]
“Quando sono debole è allora che sono forte”

TUTTO LIBRI
Autobiografia di un rivoluzionario

UDIENZA DEL MERCOLEDÌ
Benedetto XVI ricorda San Giovanni Leonardi

DOCUMENTI SULLA WEB DI ZENIT
Interventi dei Padri sinodali nelle Congregazioni generali del 6 e 7 ottobre


Sinodo speciale sull'Africa

La Chiesa, unico sostegno di un popolo terrorizzato e umiliato
Parla mons. Francois Xavier Maroy Rusengo, Arcivescovo di Bukavu

di Chiara Santomiero

CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 7 ottobre 2009 (ZENIT.org).-“Mentre prendiamo la parola in queste riunioni, gli agenti pastorali nella nostra arcidiocesi vengono attaccati dai nemici della pace”. La violenza e il terrore sono entrati drammaticamente nell’aula del Sinodo, martedì, attraverso la denuncia di mons. Francois Xavier Maroy Rusengo, Arcivescovo di Bukavu, nella Repubblica democratica del Congo, che ha annunciato di dover lasciare i lavori dell’assemblea per tornare al fianco delle sue comunità minacciate.

“Una parrocchia è stata incendiata lo scorso 2 ottobre – ha raccontato il presule –, i sacerdoti sono stati maltrattati, altri presi in ostaggio da uomini in uniforme che hanno preteso un grosso riscatto che siamo stati costretti a pagare per risparmiare la vita dei nostri sacerdoti”.

“La Chiesa – ha affermato Rusengo – è rimasta l’unico sostegno di un popolo terrorizzato, umiliato, sfruttato, dominato che si vorrebbe ridurre al silenzio”. Una Chiesa che lavora attivamente per la riconciliazione dopo le guerre e le violenze che hanno sconvolto la parte orientale del Paese con la consapevolezza che “la riconciliazione non possa più limitarsi semplicemente ad armonizzare le relazioni interpersonali”.

Vanno, infatti, prese in considerazione “le cause profonde delle violenze che sono essenzialmente le risorse naturali”. In questa prospettiva si colloca il lavoro della Commissione Giustizia e pace dell’arcidiocesi “affinché la riconciliazione si attui attraverso la ricostruzione comunitaria”.

“Questo tipo di approccio – ha spiegato Rusengo – va inteso come risposta ai traumi comunitari, spesso dimenticati, allo scopo di rendere la gente responsabile e protagonista di un cambiamento positivo”.

Esso richiede “il potenziamento dell’istruzione di base e la creazione di spazi di dialogo per un’effettiva partecipazione della popolazione alla gestione delle ricchezze per concorrere alla ricostruzione, allo sviluppo, alla riconciliazione e a una coabitazione pacifica”.

A mons. Rusengo e alla sua comunità hanno espresso la propria vicinanza molti padri sinodali i quali nei successivi interventi liberi hanno richiesto che la solidarietà dell’assemblea venga espressa in maniera esplicita attraverso una menzione nel messaggio finale di tutti i fratelli che soffrono a causa della fede.

Il presidente di turno dell’assemblea, il Cardinale Wilfrid Fox Napier, Arcivescovo di Durban, ha assicurato a mons. Rusengo la preghiera della comunità sinodale.


Card. Kasper: rafforzare il dialogo con le chiese ortodosse in Africa
E' importante “tener conto del contesto delle radici culturali africane”

di Chiara Santomiero

CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 7 ottobre 2009 (ZENIT.org).- “Il tema del Sinodo rappresenta una sfida alla Chiesa in Africa affinché acuisca la propria visione ecumenica”: lo ha affermato martedì nel suo intervento in aula, il Cardinale Walter Kasper, Presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani.

“La Chiesa cattolica in Africa – ha spiegato Kasper – ha mantenuto un dialogo costante con le tradizioni protestanti storiche e oggi anche con quelle più giovani”. La recente rapida diffusione nel continente dell’ortodossia “rende fondamentale impegnarsi in rapporti positivi anche con i nostri fratelli e le nostre sorelle ortodosse”. Sono necessari, secondo il porporato “un mutuo andarsi incontro e una grande capacità di dialogo”.

Vanno pure incentivate le relazioni ecumeniche con “i movimenti evangelici, carismatici e pentecostali, anche per la rilevanza delle loro espressioni indigene e della loro affinità con la visione del mondo culturale tradizionale africano”.

Il dialogo e la ricerca dell’unità devono “tener conto del contesto delle radici culturali africane”. “Infatti le radici di alberi diversi – ha dichiarato Kasper –, separati ma vicini tra loro, si intrecceranno anche se continuano ad essere distinte nella lotta per accedere alle stesse sorgenti di vita che sono il suolo e l’acqua”.

Questo intrecciarsi “è emblematico dell’avvicinamento ecumenico, collegato all’intera questione dell’inculturazione”.

“La Chiesa cattolica in Africa – ha concluso Kasper – viene incoraggiata a costruire ponti di amicizia” e a “offrire ai popoli del continente la ricerca dell’unità come tesoro autentico del Vangelo”.


Una delegazione di Padri sinodali in visita in Campidoglio
ROMA, mercoledì, 7 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Una delegazione del Sinodo dei Vescovi per l’Africa si è recata questo mercoledì mattina in Campidoglio per un incontro con il sindaco di Roma, Gianni Alemanno.

Al centro del confronto, temi come la cooperazione allo sviluppo, gli OGM, la regolamentazione dei flussi migratori e l'accoglienza dei rifugiati politici.

Si è parlato anche della grande manifestazione dal titolo “Africa: quale partnership per la riconciliazione, la giustizia e la pace?”, organizzata dal Comune di Roma e in calendario per il prossimo 19 ottobre.

La delegazione era composta dal Cardinale Francis Arinze, Prefetto emerito della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti; dal Cardinale Théodore-Adrien Sarr, Arcivescovo di Dakar; dal Cardinale Wilfrid Fox Napier, Arcivescovo di Durban; dal Cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson, Arcivescovo di Cape Coast; dal Vescovo di Sarh, mons. Edmond Djitangar e dall'Arcivescovo di Luanda, mons. Damião António Franklin.

Il gruppo di presuli, guidati dal Segretario generale del Sinodo dei Vescovi, mons. Nikola Eterović, prima d’incontrare il Sindaco Alemanno nel suo studio privato, si è raccolto in preghiera nella Basilica di Santa Maria in Ara Coeli.

Il Cardinale Arinze, ricordando la vocazione di Roma all'universalità, ha sottolineato che “nel mondo globale nessun popolo può vivere da solo e l'interdipendenza deve diventare solidarietà” aggiungendo poi che “tutto il mondo deve cercare, sotto l'ombrello della solidarietà, le soluzioni giuste nel nome della giustizia, della riconciliazione e della pace”.

Il Sindaco, da parte sua, ha affermato: “Abbiamo sottolineato che la città di Roma segue con grande attenzione il Sinodo per l'Africa, perché da questo Sinodo ci aspettiamo dei messaggi chiari per rilanciare la cooperazione e lo sviluppo fra l’Europa e l’Africa".

"Questo per due obiettivi: il primo è quello di fare in modo che ci sia uno sviluppo equilibrato di questo continente e che esso esca definitivamente fuori dal sottosviluppo", ha detto.

"Il secondo - ha aggiunto - riguarda la possibile regolazione dei flussi migratori, in maniera tale che ogni persona possa scegliere se vivere nel proprio Paese o emigrare in Europa secondo dei flussi legali e regolari che devono essere aiutati proprio in alternativa all’immigrazione irregolare”.


Sulle questioni africane, stampa italiana troppo provinciale
Incontro dell'Osservatorio sul Sinodo africano promosso dalla CIMI e dall'UCSI Lazio

ROMA, mercoledì, 7 ottobre 2009 (ZENIT.org).- “È urgente combattere il provincialismo della stampa italiana nei confronti dell'Africa”. E' l'appello lanciato questo martedì dal missionario comboniano padre Alex Zanotelli, durante un incontro dell'Osservatorio sul Sinodo Africano promosso dalla CIMI, la Conferenza degli Istituti Missionari e dall'UCSI Lazio.

Parlando a Roma, presso la libreria AVE in via della Conciliazione, padre Zanotelli e padre Fernando Zolli, missionario comboniano rappresentante della CIMI hanno sottolineato l'importanza di portare fuori dalle sale vaticane le istanze e i temi del Sinodo, così che i mezzi di comunicazione possano trattare e conoscere con più attenzione i problemi dell'Africa di oggi.

Ad intervenire per primo è stato padre Rocco Puopolo, missionario saveriano di origini italiane, direttore esecutivo di Africa Faith & Justice Network, che attualmente vive negli Stati Uniti.

Tema trattato, quello della cosiddetta “giustizia ristorativa” che, secondo Puopolo, “viene solo accennato nell'Instrumentum Laboris ma va spiegato meglio perché si lega profondamente al tema sinodale della Riconciliazione, che in Africa si sta realizzando, seppur con lentezza, tra etnie diverse”.

“In Sierra Leone – ha aggiunto – si seguiva questa strada già nel 1996 e si trattava, allora come oggi, di proporre un modo diverso di fare giustizia, senza l'uso della violenza o della polizia”.

“Il problema – ha sottolineato il missionario – è che questo processo non ha visibilità in Africa, mentre sono tanti i casi in cui, in diretto contatto con il tribunale dell'AIA, i governi africani tentano di modificare le condanne di alcuni criminali di guerra a favore di un rientro in patria finalizzato al recupero della persona e alla riconciliazione popolare”.

Un progetto ampio in cui rientra anche la Chiesa e che in più lavora sul recupero dei bambini soldato, sia africani che emigrati negli Stati Uniti.

“A volte ho visto la Chiesa Cattolica negli USA – precisa Puopolo – rifiutare questi bambini, spingendoli verso altre chiese locali, quindi è opportuno lavorare sulla continuità lavorativa della Chiesa anche lontano dall'Africa”.

Al secondo ospite, suor Elisa Kidanè, Consigliera generale delle missionarie comboniane, è stato invece affidato il compito di portare la sua testimonianza come donna invitata al Sinodo in qualità di esperta.

“Siamo solo al secondo giorno di lavori – ha spiegato la Kidanè – e come esperti abbiamo il dovere di ascoltare e solo in seguito portare le nostre riflessioni”.

“Sappiamo bene che la situazione delle donne in Africa è ben diversa dalle colleghe europee ma se useremo bene le nostre armi, cioè dolcezza, fermezza e resistenza, con il tempo otterremo dei risultati”, ha poi continuato.

Suor Kidanè ha ricordato inoltre come il Sinodo dei Vescovi può essere l'occasione giusta per mettere in luce, senza sentimenti di rivalsa, la condizione di ristrettezza operativa delle donne nella Chiesa moderna, ancora infatti lontane dai luoghi dove si legifera e si decide il futuro del Continente africano.

La chiusura della giornata è stata affidata invece ad un rappresentante laico proveniente dallo Zambia, il dott. Munshya Chibilo, della comunità Papa Giovanni XXIII, presente al Sinodo in qualità di uditore, che ha affrontato la questione della violenza in Africa e dei continui conflitti bellici in atto tra le popolazioni.

“La conflittualità – ha affermato Chibilo – non è un problema, almeno fino a quando la si può controllare. Se ciò non avviene, bisogna lavorare attraverso degli step ben precisi”.

A suo avviso occorre innanzitutto “analizzare bene il problema e capire da cosa nasce lo scontro” e poi “diminuire la tensione pianificando dei progetti di riconciliazione che mirano ad anticipare le intenzioni dei gruppi che hanno creato il conflitto”.

Infine, ha sottolineato, è necessario “non sottovalutare l'apparente tranquillità ottenuta, monitorare la situazione e tenere a bada i signori della guerra”.

“In Africa le persone di diverse etnie convivono bene – ha tenuto a precisare – ma il lavaggio del cervello dei politici locali porta spesso le persone coinvolte nelle guerre a non sapere spiegare il motivo di tanto odio”.

“La Chiesa deve assumersi, come parte politicamente disinteressata, la responsabilità di partecipare attivamente al processo di pace tra i popoli africani”, ha concluso infine.

Il prossimo appuntamento dell'Osservatorio è fissato per venerdì 9 ottobre, alle ore 19, presso la Curia generalizia dei missionari della Consolata in via della Mura Aurelie n 11, a Roma.


Santa Sede

Benedetto XVI: Cristo è la "medicina" contro il relativismo
Nell'Udienza generale, propone l'esempio di san Giovanni Leonardi

ROMA, mercoledì, 7 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Cristo è “la vera medicina” per i mali spirituali derivanti dalla crisi del pensiero moderno e dal relativismo. E' quanto ha detto questo mercoledì in sintesi Benedetto XVI richiamando la figura di san Giovanni Leonardi nell'Udienza generale in piazza San Pietro.

Fondatore dei Chierici Regolari della Madre di Dio e Patrono dei farmacisti, san Giovanni Leonardi - di cui dopodomani si ricordano i 400 anni dalla morte - fu una “luminosa figura di sacerdote”, che a metà del XVI secolo fece di Cristo il centro assoluto della sua opera apostolica.

Da adolescente studiò e presto affinò la vocazione alla farmacopea, aprendosi pure all’altra vocazione, quella del sacerdozio, che coltivava da tempo e che lo portò a trasmettere agli uomini “la medicina di Dio”, il Cristo Risorto, che per Leonardi fu la “misura di tutte le cose”.

“Animato dalla convinzione che di tale medicina necessitano tutti gli esseri umani più di ogni altra cosa, san Giovanni Leonardi cercò di fare dell’incontro personale con Gesù Cristo la ragione fondamentale della propria esistenza”, ha detto il Santo Padre.

“Il primato di Cristo su tutto divenne per lui il concreto criterio di giudizio e di azione e il principio generatore della sua attività sacerdotale”.

Questa passione per Cristo lo portò anche a farsi promotore presso Papa Paolo V di un rinnovamento morale e di costumi a partire all’interno della Chiesa.

Il religioso, ha ricordato il Papa, sosteneva che “chi vuole operare una seria riforma religiosa e morale deve fare anzitutto, come un buon medico, un'attenta diagnosi dei mali che travagliano la Chiesa per poter così essere in grado di prescrivere per ciascuno di essi il rimedio più appropriato”.

E notava che “il rinnovamento della Chiesa deve verificarsi parimenti nei capi e nei dipendenti, in alto e in basso. Deve cominciare da chi comanda ed estendersi ai sudditi”.

Ai suoi occhi, la Chiesa appariva realisticamente “santa ma fragile” e, dunque, ha spiegato il Pontefice, san Giovanni Leonardi cercò di renderla sempre più bella, un segno “trasparente” del suo capo.

“Capì che ogni riforma va fatta dentro la Chiesa e mai contro la Chiesa – ha affermato il Papa –. In questo, san Giovanni Leonardi è stato veramente straordinario e il suo esempio resta sempre attuale”.

L’azione di San Leonardi si sviluppa, ha notato ancora Benedetto XVI, negli stessi anni - tra la fine del ‘600 e l’inizio del ‘700 - nei quali cominciano “a delinearsi le premesse della futura cultura contemporanea”, caratterizzata “da una indebita scissione tra fede e ragione”.

Una cultura che ha prodotto “tra i suoi effetti negativi la marginalizzazione di Dio, con l’illusione di una possibile e totale autonomia dell’uomo il quale sceglie di vivere 'come se Dio non ci fosse'”.

“E’ la crisi del pensiero moderno, che più volte ho avuto modo di evidenziare e che approda spesso in forme di relativismo”.

Anche in questo caso, ha affermato il Pontefice, la risposta di san Giovanni Leonardi è chiara e attuale: “Cristo innanzitutto” al centro del cuore, della storia e del cosmo.

“E di Cristo – ha ricordato il Santo Padre - l’umanità ha estremo bisogno, perchè Lui è la nostra ‘misura’. Non c’è ambiente che non possa essere toccato dalla sua forza; non c’è male che non trovi in Lui rimedio, non c’è problema che in Lui non si risolva”.

“‘O Cristo o niente’! Ecco la sua ricetta per ogni tipo di riforma spirituale e sociale”, ha quindi concluso.

Di fronte al Papa hanno poi rinnovato la loro fedeltà al carisma originario i rappresentanti dell'Ordine della Madre di Dio, fondato da san Leonardi.

Il Rettore generale, padre Francesco Petrillo, ha presentato al Pontefice il programma delle celebrazioni conclusive del centenario che si svolgeranno a Roma fino al 18 ottobre.

In onore di questo santo, proclamato nel 2006 da Benedetto XVI Patrono dei farmacisti, si terrà il 9 ottobre a Roma una solenne celebrazione eucaristica nella chiesa di Santa Maria in Portico. A presiedere la liturgia sarà il Cardinale Franc Rodé, Prefetto della Congregazione degli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, con i Superiori generali degli ordini dei chierici regolari.

Sempre a Roma, si è aperto martedì un Convegno internazionale intitolato “San Giovanni Leonardi amico dei santi. Personaggi, movimenti e modelli nell'esperienza spirituale e pastorale del santo lucchese” per ricordare l'instancabile opera di apostolato di questo religioso.

Dal 16 al 18 ottobre, invece, si svolgerà l'itinerario romano del pellegrinaggio dell'urna contenente le reliquie di san Giovanni Leonardi.

Venerdì 16 pomeriggio si terrà quindi una fiaccolata da piazza della Consolazione al Campidoglio dove i fedeli verranno accolti dal Sindaco di Roma. Alle ore 18 si svolgerà invece presso la chiesa di Santa Maria in Portico in Campitelli una solenne concelebrazione presieduta dal Segretario di Stato, il Cardinale Tarcisio Bertone.

Domenica mattina, 18 ottobre, Giornata missionaria mondiale, l'urna con le reliquie di Giovanni Leonardi verrà traslata in modo solenne nella Basilica papale di San Pietro in Vaticano dove si svolgerà una solenne concelebrazione eucaristica presieduta dal Cardinale Ivan Dias, Prefetto della Congregazione per l'Evangelizzazione dei Popoli.


Il Papa raccomanda il Rosario, specialmente ai giovani
Nel giorno in cui si celebra la Memoria della Beata Vergine del Rosario

ROMA, mercoledì, 7 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Questo mercoledì Benedetto XVI ha esortato tutti i fedeli a fare del Rosario il centro della propria vita cristiana.

Al termine dell'Udienza generale in piazza San Pietro, il Papa ha ricordato che quest'oggi la Chiesa celebrava la memoria della Beata Vergine Maria del Rosario. Una ricorrenza istituita da San Pio V per commemorare la vittoria riportata dalle nazioni cristiane nel 1571 a Lepanto contro la flotta islamica.

“A voi, cari giovani, la raccomando perché vi aiuti a compiere la volontà di Dio e a trovare nel Cuore Immacolato di Maria un rifugio sicuro”, ha detto.

“Faccia sperimentare a voi, cari malati, il conforto della nostra Madre celeste, perché da Lei sorretti affrontiate i momenti della prova”.

“Per voi, cari sposi novelli, la recita di questa preghiera costituisca l’appuntamento giornaliero della vostra famiglia che crescerà così, grazie all’intercessione di Maria, nell’unità e nella fedeltà al Vangelo”, ha quindi aggiunto.

Durante le catechesi, parlando in lingua polacca, il Papa ha invece affidato alla Madonna del Rosario i lavori sinodali in corso in Vaticano, ribadendo poi “l'importanza” di questa preghiera mariana, “tanto cara anche ai miei venerati Predecessori”.

Nel saluti finali in lingua italiana il Santo Padre ha rivolto un pensiero anche ai Cavalieri del Ringraziamento di Roio, un'associazione nata in provincia de L’Aquila in seguito alla visita del Papa, del 28 aprile, nei luoghi del sisma.

“Alla Vergine Maria della Croce, venerata nel Santuario di Roio affido ancora una volta - ha concluso il Papa - le attese e le speranze delle popolazioni colpite dal recente terremoto”.


Il Papa andrà in Portogallo come pellegrino di Fatima
Visiterà il Santuario nell'anniversario della beatificazione dei pastorelli

di Alexandre Ribeiro


FATIMA, mercoledì, 7 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Benedetto XVI visiterà il Portogallo nel 2010 “essenzialmente come pellegrino di Fatima”, nel contesto del pellegrinaggio per l'anniversario del 12 e 13 maggio al Santuario mariano, ha spiegato questo martedì in una nota pastorale il Consiglio Permanente della Conferenza Episcopale Portoghese (CEP).

Riconoscendo “un sentimento di gioia nel nostro popolo”, i Vescovi responsabili della CEP segnalano che la visita è “la concretizzazione di un profondo desiderio, che ci onora grandemente”.

L'episcopato ringrazia “con tutto il cuore” il Santo Padre e afferma di voler “corrispondere a questo onore con quell'amore per il Papa che è una dimensione profonda del cattolicesimo portoghese”.

“La comunione visibile con il Successore di Pietro, presente fisicamente tra di noi, sarà ancora una volta occasione per l'espressione spontanea di quell'amore per la sua persona, il suo magistero e il suo servizio universale e di fedeltà alla Chiesa”, osserva la nota.

I Vescovi portoghesi spiegano che il Papa si recherà nel Paese “essenzialmente come pellegrino di Fatima, dove incontrerà un'espressione viva di tutte le Chiese del Portogallo”.

Il viaggio del Pontefice a Fatima coincide con il decimo anniversario della beatificazione dei pastorelli Francisco e Jacinta e con le commemorazioni del centenario della nascita di Jacinta.

La visita, riconoscono ad ogni modo i responsabili della CEP, “si proietta nell'orizzonte più ampio dei suoi pellegrinaggi ai principali santuari mariani sparsi per il mondo, come grandi centri di evangelizzazione”.

“Quando il Papa diventa pellegrino, nella qualità di Pastore universale della Chiesa, è tutta la Chiesa che peregrina con lui. Per questo, il suo pellegrinaggio riveste un grande significato pastorale, dottrinale e spirituale”.

Per i Vescovi, la visita papale vuole “incoraggiare l'impegno costante e generoso nell'opera di evangelizzazione, aiutando a passare da una religiosità tradizionale a un fede adulta e ponderata”, una fede “capace di una testimonianza coraggiosa in privato e in pubblico, che sappia affrontare le sfide del secolarismo e del relativismo dottrinale ed etico, tipici del nostro tempo, che Benedetto XVI ricorda spesso”.

L'organismo episcopale portoghese afferma che in questo momento il programma della visita papale non è ancora definito. Nella prossima assemblea dei Vescovi, a novembre, si rifletterà su come preparare l'evento.

Fin d'ora, comunque, i presuli invitano tutti i fedeli “ad accogliere il Santo Padre come Successore di Pietro che viene a confermare i fratelli nella fede e con affetto e partecipazione personale, unendoci in preghiera alle sue intenzioni per la Chiesa e per le grandi preoccupazione dell'umanità”.

[Traduzione dal portoghese di Roberta Sciamplicotti]


La Santa Sede all'ONU: dare una “rinnovata priorità ai poveri”
Intervento dell'Osservatore Permanente, l'Arcivescovo Migliore

di Roberta Sciamplicotti


NEW YORK, mercoledì, 7 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Una “rinnovata priorità ai poveri” è quanto chiede la Santa Sede alle Nazioni Unite, ha ricordato questo martedì l'Arcivescovo Celestino Migliore, Nunzio Apostolico e Osservatore Permanente della Santa Sede presso l'ONU, alla 64ma sessione dell'Assemblea Generale a New York.

Intervenendo sull'item 107, “Rapporto del Segretario Generale sul lavoro dell'Organizzazione”, il presule ha sottolineato che lo scorso anno la comunità globale “è diventata più consapevole della fragilità della prosperità e della crescita” a causa della grave crisi che ha colpito tutto il mondo sollevando “una serie di domande sulle cause e le conseguenze della flessione economica e ancor più domande su come sarà il futuro”.

In questo contesto, bisogna promuovere “un rinnovato senso dell'impegno ad affrontare i problemi mondiali”, lavorando in primis “per assistere i molti Paesi che non sono in grado di rispondere alla crisi finanziaria e continuano ad affrontare sfide alla sicurezza e allo sviluppo”.

Per raggiungere questo obiettivo, ha dichiarato, è fondamentale una “maggiore solidarietà globale” per “far fronte alle implicazioni morali a cui il mondo si trova davanti e dare una rinnovata priorità ai poveri”.

I cambiamenti climatici e la questione delle armi

Nel suo discorso, l'Arcivescovo Migliore ha ricordato la Conferenza di Copenhagen sui cambiamenti climatici che si svolgerà a dicembre, sottolineando che il vertice “testerà la capacità della comunità internazionale di lavorare insieme per far fronte a un problema che ha sia cause che conseguenze globali”.

“Alla base del dibattito sui cambiamenti climatici c'è il bisogno etico e morale che gli individui, le compagnie e gli Stati riconoscano la loro responsabilità nell'usare le risorse mondiali in modo sostenibile”.

Da questa responsabilità, ha aggiunto, deriva il dovere per tutti gli Stati e le corporazioni internazionali “che hanno in qualche modo usato in modo sproporzionato o abusato delle risorse globali di sostenere la loro giusta condivisione”.

L'osservatore permanente ha quindi ricordato “l'accordo per lavorare in vista di uno strumento legalmente vincolante sull'importazione, l'esportazione e il trasferimento di armi convenzionali, la Convenzione sulle bombe a grappolo e il recente consenso da parte delle maggiori potenze nucleari a ridurre gli arsenali nucleari”, segnalando che “c'è stato un maggiore impegno da parte di alcuni Stati ad affrontare tale questione fondamentale”.

Ad ogni modo, ha riconosciuto, “la proliferazione delle armi nucleari e il desiderio da parte di alcuni Stati di continuare a spendere quantità sproporzionate di denaro in armi suggerisce che devono essere compiuti sforzi maggiori se si vuole un serio progresso nel controllo e nell'eliminazione unilaterale di questi strumenti di distruzione”.

La voce della società civile

Per monsignor Migliore, gli sforzi per rinnovare l'opera delle Nazioni Unite non si realizzeranno “a meno che le organizzazioni internazionali e i singoli Stati non sappiano incorporare la voce della società civile in tutti gli aspetti del lavoro dell'Organizzazione”.

I partner della società civile e soprattutto le organizzazioni basate sulla fede, ha infatti affermato, hanno un “ruolo fondamentale” per “fornire assistenza umanitaria, promuovere la legge e portare alla luce gravi violazioni dei diritti umani”.

L'Osservatore Permanente ha quindi ricordato che “la corruzione diffusa, le pandemie, la persistente mortalità materna in alcune regioni del mondo, la crisi economica, il terrorismo, la sicurezza alimentare, i cambiamenti climatici e le migrazioni sono tutti elementi che mostrano come in un mondo sempre più globalizzato le soluzioni nazionali siano solo una parte della formula per arrivare alla pace e alla giustizia”.

Questi problemi globali, ha dichiarato, “richiedono una risposta internazionale”, ed è quindi necessario che istituzioni come le Nazioni Unite compiano le “riforme necessarie per rispondere alle sfide di questo mondo interconnesso”.

Per questo, ha concluso, la delegazione vaticana si impegna a collaborare con l'ONU “per aiutare a creare un'Organizzazione guidata dal dovere, dalla moralità e dalla solidarietà nei confronti di chi è nel bisogno”.


Notizie dal mondo

India: milioni di senzatetto per le peggiori inondazioni del secolo
Il sud del Paese duramente colpito dalle piogge

CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 7 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Più di 2,5 milioni di persone sono stati costretti ad abbandonare le proprie case per le forti piogge e le inondazioni che hanno colpito gli Stati del Karnataka e dell'Andhra Pradesh, nell'India meridionale.

Caritas India teme che il peggio debba ancora arrivare visto che sono previste ulteriori piogge, che minacciano di rompere gli argini dei fiumi e le dighe e di inondare vaste aree.

Nell'Andhra Pradesh più di 50 villaggi sono stati completamente sommersi o abbandonati, il fiume Krishna è esondato, la città di Mantralayam è rimasta sotto l'acqua per più di un giorno e quella di Kurnool resta del tutto inaccessibile, rendendo estremamente difficili le operazioni di soccorso.

“Non abbiamo mai sperimentato niente del genere”, ha detto il responsabile Caritas per l'India del Sud, Ambrose Christy. “Sono le peggiori inondazioni in 100 anni e la situazione potrebbe peggiorare se le piogge aumentassero”.

“La Caritas può fornire assistenza immediata alle persone che sono state costrette ad abbandonare le proprie case – ha aggiunto –. Al momento, l'obiettivo principale è rappresentato dal cibo, dai medicinali, dall'acqua potabile e dal mettere le persone in sicurezza”.

“La Caritas era preparata ai disastri in alcuni dei villaggi interessati, per cui le squadre comunitarie sono riuscite efficacemente a portare al sicuro le persone più vulnerabili, come gli anziani o gli handicappati”, ha sottolineato.

I partner diocesani della Caritas a Kurnool hanno aperto un campo di assistenza in un convento per 300 persone, fornendo anche acqua e pacchi di cibo nei campi allestiti dal Governo. Ora si stanno concentrando sulle zone più remote del distretto, ancora sotto l'acqua.

I partner Caritas a Mahabubnagar hanno distribuito cibo a 1.000 persone e progettano di allestire campi per gli sfollati, così come i partner Caritas a Krishna e Guntur, impegnati nella distribuzione di riso e olio.


Francia: il portavoce dei Vescovi denuncia i suicidi sul lavoro
Occorre “frenare questa disperazione di fronte alla quale non ci si deve rassegnare”

PARIGI, mercoledì, 7 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Il portavoce della Conferenza dei Vescovi francesi, padre Bernard Podvin, ha affrontato il problema dei suicidi sul lavoro.

In una dichiarazione pubblicata sulla pagina web della Conferenza Episcopale, ha invitato “i protagonisti coinvolti in questo grave problema sociale” a impegnarsi “per frenare questa disperazione di fronte alla quale non ci si deve rassegnare”.

In Francia il dibattito si è aperto dopo il 24º suicidio registrato nell'impresa France Telecom.

“Da alcuni giorni, molte persone ci hanno comunicato di sentirsi molto colpite dal numero di suicidi sul lavoro”, ha spiegato padre Podvin.

“Come si può intendere? Un solo suicidio sarebbe già troppo e basterebbe per colpirci! - ha esclamato - . Che cos'ha questo economicismo che spinge l'uomo al punto da non fargli vedere altra via d'uscita che porre fine ai suoi giorni?”.

Nella sua dichiarazione, monsignor Podvin ribadisce che “il lavoro umano è una dimensione fondamentale per lo sviluppo della persona e per il bene comune”.

Se “la globalizzazione ha accentuato lo stress, l'incertezza per il futuro, l'individualismo, il riposizionamento, l'ansia”, denuncia, “certe pratiche di gestione” invitano ai “licenziamenti”.

“Una società che non fornisce lavoro, o che impone condizioni inaccettabili, non è più degna di se stessa”, ha affermato.

“La vita è un dono e ha un valore inestimabile”, ha concluso il portavoce dei Vescovi.


In Pakistan, i Salesiani danno lezioni di speranza
Si dedicano all'istruzione dei più poveri, cristiani e musulmani

KÖNIGSTEIN, mercoledì, 7 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Gli abitanti più poveri di Quetta, la capitale della provincia del Belucistan, nel Pakistan sud-occidentale, hanno un punto di riferimento per l'istruzione dei propri figli: i sacerdoti salesiani.

I religiosi sono infatti impegnati nell'assicurare l'istruzione in una regione afflitta dalla povertà e che vede un ingente flusso di rifugiati provenienti dall'Afghanistan.

Il missionario italiano don Pietro Zago ha riferito all'associazione internazionale Aiuto alla Chiesa che Soffre (ACS) che la missione educativa dei Salesiani include il lavoro con i bambini dei campi di rifugiati afghani vicino Quetta, esclusi dalle scuole pakistane per la loro povertà e lo status di immigrati.

In una provincia in cui il 70% della popolazione è analfabeta, i Salesiani hanno costruito il Centro Educativo Don Bosco nella zona di Issa Nagri, che in lingua urdu significa Gesù di Nazareth.

La scuola fornisce l'istruzione di base ai giovani – cristiani e musulmani – che non possono studiare in istituti privati perché non possono permettersi di pagarne le rette.

Le scuole private costano fino a 2.000 rupie al mese, quando uno stipendio medio si aggira sulle 6.000 rupie mensili per famiglia.

La retta del Centro Don Bosco oscilla invece tra le 70 e le 100 rupie al mese, cifra che copre solo una parte del costo totale sostenuto per ogni alunno. Le spese del Centro, tra stipendi per gli insegnanti, materiale scolastico e pasti, superano i 7 milioni di rupie annuali.

“Abbiamo iniziato il Centro per i cristiani che non possono permettersi di andare a scuola, ma abbiamo pensato che fosse ingiusto non aprire le porte anche ai musulmani poveri”, ha detto don Zago.

Dei 1.300 studenti, quasi la metà è costituita da musulmani.

Gli immigrati afghani

In Pakistan ci sono circa 2 milioni di immigrati afghani, e circa 500.000 di loro vivono nei campi intorno a Quetta.

“Molti bambini rifugiati vanno a scuola in case affittate nel loro campo perché non hanno il permesso e i mezzi per entrare nelle scuole governative”, ha ricordato il sacerdote. “Il Centro Don Bosco aiuta tre di queste scuole, fornendo fondi per pagare gli insegnanti e distribuire materiale scolastico e pasti, ma molti altri non ricevono un'istruzione per la mancanza di denaro”.

I rifugiati appartengono a due categorie: quelli che hanno lasciato l'Afghanistan prima del 2000 per l'invasione russa e quanti sono emigrati dopo il 2001 in seguito alla campagna statunitense contro i talebani.

Don Zago ha spiegato ad ACS che il Centro promuove il rispetto reciproco tra i vari gruppi etnici. Gli alunni sono divisi in classi diverse solo quando studiano religione.

“Quando sono messi insieme fin dalla tenera età e imparano a rispettarsi, significa che possono crescere vivendo insieme nella collaborazione reciproca”, ha sottolineato don Zago.

I cristiani in Pakistan rappresentano appena l'1,4% della popolazione: 2,3 milioni tra 160 milioni di musulmani.


Testimonianze

Guarita da un cancro per intercessione di padre Damiano di Molokai
Grazie a questo miracolo, l'Apostolo dei Lebbrosi sarà canonizzato questa domenica

di Carmen Elena Villa

HONOLULU, mercoledì, 7 ottobre 2009 (ZENIT.org).- “Nessuno è sopravvissuto a questo cancro. Questa malattia la porterà alla morte”. Furono queste le parole che il dottor Walter Chang disse ad Audrey Toguchi nel 1997. Scientificamente per lei non c'era niente da fare.

La sua guarigione è stata il miracolo decisivo per la canonizzazione di padre Damian de Veuster, che si svolgerà l'11 ottobre in una cerimonia presieduta da Papa Benedetto XVI in Piazza San Pietro in Vaticano.

Padre Damiano, membro della Congregazione dei Sacri Cuori, noto anche come l'Apostolo dei Lebbrosi, nacque in Belgio nel 1840. A 33 anni si trasferì nell'isola di Molokai (Hawaii), dove i lebbrosi erano stati isolati.

Privandosi di tutto, il sacerdote rimase lì servendo, catechizzando e amministrando i sacramenti a quanti avevano contratto questa malattia. Contagiato anch'egli dalla lebbra, morì nel 1899. Papa Giovanni Paolo II lo ha beatificato nel 1995.

Malattia allo stadio terminale

Nel 1996 Audrey, originaria dell'isola hawaiana di Oahu, aveva 69 anni. “Non sapevo di avere un cancro”, ha detto a ZENIT.

“Mio marito notò un gonfiore dopo una caduta [era scivolata qualche giorno prima, mentre lavava il pavimento]. Il medico di famiglia disse che si trattava di un ematoma”.

L'anno dopo, l'ematoma non era scomparso, anzi, era aumentato. Audrey si sottopose a nuovi esami e le fu diagnosticato un liposarcoma alla coscia sinistra. Si trattava di un tumore maligno.

Un anno dopo fu sottoposta a intervento chirurgico, ma il cancro ormai si era diffuso. “Fu il chirurgo che scoprì, al momento di asportarlo, che era un cancro terminale molto raro e aggressivo”, ha commentato la donna.

“Altri oncologi che studiarono il caso dissero che non c'era al mondo alcun referto medico su una persona sopravvissuta a questo tipo di malattia”.

Durante un altro controllo, nel settembre 1998, le radiografie rivelarono che il cancro aveva provocato metastasi ai polmoni. I medici diedero ad Audrey tre mesi di vita.

La donna si sentiva molto debole. Non voleva la chemioterapia né altri interventi. Si rivolse così a una persona a cui era devota fin da bambina, da buona hawaiana: “Ho sempre amato padre Damiano”, ha confessato.

“L'ho pregato per tutta la vita. Per questo sono andata a Kalawao (dove si trova la sua tomba), a Molokai e nelle nostre chiese per molti anni”.

Nel novembre 1998 Audrey iniziò a sperimentare grandi miglioramenti. Gli esami medici mostrarono che il cancro stava regredendo. Sei mesi dopo, con un esame a raggi X, si notò un completo regresso delle metastasi senza che ci fosse stata alcuna terapia. Il cancro scomparve al cento per cento.

Mentre per i medici non c'è spiegazione – lo afferma anche il suo dottore, che non è cattolico –, per Audrey non c'è dubbio sul fatto che la sua guarigione sia avvenuta grazie all'intercessione di padre Damiano.

“Quando sono guarita completamente per amore del Signore e per l'intercessione di padre Damiano, mi sono sentita molto onorata e grata”, ha confessato.

Il 18 ottobre 2007, la Consulta Medica della Congregazione per le Cause dei Santi hanno esaminato i documenti clinici. Come si procede in vista di una possibile canonizzazione, credenti e non credenti hanno concluso affermando con certezza morale che la guarigione è non solo eccezionale, ma “soprannaturale”.

In seguito, la Commissione di Teologi ha determinato che si trattava di un miracolo, raggiunto per l'intercessione di padre Damiano, requisito indispensabile perché riceva il titolo di santo.

La signora Audrey ha parlato di come la testimonianza di padre Damiano faccia ancora breccia nel suo popolo: “Abbandonò il Belgio quando era molto giovane. Era il pastore degli hawaiani di ogni religione, perché tutti siamo figli di Dio. Imparò e rispettò la cultura hawaiana. La sua figura è molto venerata tra noi. Dopo 120 anni continua ad essere molto amato”.

Audrey Toguchi oggi ha 82 anni. Ha un volto e una voce sereni ed è piena di vitalità. Ha assicurato che si recherà a Roma per la cerimonia di canonizzazione.

“Il Presidente Abramo Lincoln, nel 1860, disse che Dio amava le persone comuni perché era diventato uno di loro”, ha concluso parlando con ZENIT.

“Io sono una persona molto comune. Nella sua compassionevole misericordia, Dio mi ha guarito e padre Damiano, che ha mostrato un grande amore per i più reietti dell'umanità, ha voluto intercedere per me”.

[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]


Italia

A Ravello va in scena la solidarietà
Una serata promossa da Progetto Famiglia onlus per il Burkina Faso

RAVELLO, mercoledì, 7 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Venerdì 9 ottobre, nella cornice di Villa Cimbrone a Ravello (Salerno), si terrà la serata di solidarietà promossa da Progetto Famiglia onlus a favore del nascente “Centro Formazione Giovani” di Koupela, in Burkina Faso.

“Io studio… grazie a Dio e grazie a voi” è lo slogan dell’evento, che, come spiegano gli organizzatori, “punterà i riflettori sulla difficile situazione di chi desidera studiare in uno dei Paesi più poveri dell’Africa sub-sahariana”.

L’istruzione è infatti “un privilegio per i giovani burkinabè”, e chi vuole studiare “è costretto a diversi espedienti per farlo”.

“Camminando per le polverose strade di Koupela non è raro scorgere giovani che leggono approfittando della fioca luce dei pochi lampioni. Sono giovani che si dividono fra il lavoro nei campi e il desiderio di formarsi, di sperare in un futuro diverso . Speranze che si scontrano con una generale mancanza di risorse e di azioni concrete che incentivino lo studio”.

In questo contesto si inserisce il “Centro Formazione Giovani”, un progetto che rientra nelle attività di cooperazione internazionale che Progetto Famiglia porta avanti da anni in Burkina Faso.

Il Centro cercherà di offrire uno spazio educativo e lavorativo per i giovani di Koupela, provvedendo alla realizzazione di uno ambiente per lo studio e alla costruzione di una biblioteca, di una sala computer, di una mensa e di alcuni alloggi per gli studenti.

I lavori, iniziati già da un anno, potranno essere sostenuti anche dall'Italia, grazie anche a iniziative come la serata organizzata il 9 ottobre, che gode del patrocino dei comuni di Amalfi, Ravello e Scala.

Per ulteriori informazioni, www.progettofamiglia.org


Il 10 ottobre, consegna del Premio letterario “Donna è Vita”
Per le opere letterarie che difendono il talento della femminilità

ROMA, mercoledì, 7 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Sabato 10 ottobre, alle ore 17.00, a Pontremoli, presso il teatro Manzoni, sarà premiato il vincitore della prima edizione del Premio Letterario “Donna è Vita”: “Storia di una vita fragile” di Chevillard Lutz, edito da Lindau.

Il Premio Letterario “Donna è Vita”, unico nel suo genere, è stato istituito per premiare le opere letterarie che raccontano, rivelano, riflettono e difendono il talento della femminilità, inteso quale alleanza della donna con la vita, dono personale e costante agli altri, patrimonio costitutivo dell’umanità.

La commissione, composta da 14 giurati di cui 13 donne, provenienti dal variegato mondo della professionalità femminile (conduttrici televisive, giornaliste della carta stampata, accademiche, donne di eccellenza nel mondo dell’imprenditoria e delle professioni, nonché madri e donne “di casa”) ha attribuito anche i seguenti riconoscimenti: Premio letterario “Donna, verità e società” ad Angela Maria Cosentino per il testo “Testimoni di speranza” edito da Cantagalli, per aver mostrato il valore sociale e umano del talento naturale della femminilità; Premio alla carriera “Santa Gianna Beretta Molla” a Geltrude Ranaldi, per aver difeso la vita con la penna e con le opere.

La cerimonia di assegnazione prevede anche la consegna delle targhe di benemerenza all’Associazione “Comunità Papa Giovanni XXIII” - Servizio antitratta, per l’attività meritoria di difesa della dignità della donna e all’Associazione Lunigianese Disabili onlus quale segno di riconoscimento per il meritorio impegno per la difesa ed il sostegno alla vita.

Durante la manifestazione di premiazione, affidata alla conduzione di Viviana Daloiso, giornalista di Avvenire, saranno recitati brani tratti dai libri segnalati.

Secondo il dott. Cristian Ricci, Presidente dell’Associazione promotrice dell’iniziativa, Scienza & Vita Lunigiana, scopo del premio “è quello di riproporre la corretta visione della femminilità, che naturalmente non può escludere il legame tra la donna e la sua capacità di trasmettere la vita, e conseguentemente l'alta dignità dell'essere donna, nonché di stimolare l'attenzione ed il rispetto per ciò che è veramente l'essere donna, educando alla protezione di questo patrimonio umano”.

La manifestazione ha ottenuto il patrocinio del Dipartimento delle Pari Opportunità-Presidenza del Consiglio dei Ministri.

[Per ulteriori informazioni: www.scienzaevitalunigiana.it; ]


Interviste

“Quando sono debole è allora che sono forte”
Suor Elena Bosetti riflette sul paradosso paolino

di Antonio Gaspari

ROMA, mercoledì, 7 ottobre 2009 (ZENIT.org).- In tutta la storia, con particolare rilevanza nei periodi di decadenza, è possibile scorgere una corrente culturale che esalta la perfezione materiale, la forza muscolare, la durezza del cuore.

Per questo suona del tutto paradossale l’affermazione di San Paolo riportata nella lettera ai Corinzi (2Cor 12,10), secondo cui “quando sono debole è allora che sono forte”.

Si tratta di un paradosso che è insito anche nella vicenda di Gesù Cristo, il Figlio di Dio che accetta di farsi uccidere sulla Croce da quegli uomini che è venuto a salvare.

Per cercare di comprendere il significato profondo di questo paradosso, ZENIT ha intervistato suor Elena Bosetti, docente di Sacra Scrittura alla Pontificia Università Gregoriana, che sul tema ha scritto un saggio pubblicato sulla Rivista dell’Istituto Internazionale di teologia Pastorale Sanitaria “Camillianum” (n.25 anno IX, Primo quadrimestre 2009).

Nella lettera ai Corinzi San Paolo ha scritto “quando sono debole è allora che sono forte”. Che cosa intende dire?

Bosetti: Anzitutto mi sembra che Paolo faccia riferimento a una sua esperienza concreta, esistenziale. Evoca una situazione di debolezza fisica o psicologica, quale una infermità o uno stato d’animo provato, depresso. Egli non si vergogna di ricordare ai Corinti la situazione di debolezza, umanamente parlando sfavorevole, che ha caratterizzato la sua opera di evangelizzazione in mezzo a loro. Ma riflettendo su tale situazione egli vi coglie qualcosa di sorprendente: l’energia del Risorto. L’Apostolo ritiene di essere “forte” nella sua debolezza in quanto coinvolto nella dinamica vittoriosa del Crocifisso risorto.

La debolezza che diviene occasione fortezza d'animo non è del tutto estranea all'esperienza umana. Ci sono numerose testimonianze di uomini e donne (anche non credenti) per le quali situazioni disperate e di deriva umana sono diventate momento di grande cambiamento, hanno ricuperato grandi valori che avevano smarrito. In altre parole, attraverso la “debolezza” queste persone sono diventate più uomini e più donne. Nel leggere queste storie il credente non si sconcerta, ma vi legge la mano della Provvidenza.

L’assunto di San Paolo è paradossale, sembra contrario alla logica umana. Che cosa ha sperimentato San Paolo per giungere a tale considerazione?

Bosetti: In effetti Paolo ama il paradosso. Non per fare l’originale ma per quella sua capacità acuta di cogliere le polarità che attraversano la storia e la vicenda umana dentro cui si iscrive l’azione salvifica di Dio che agisce in modo illogico secondo la sapienza del mondo. Il mondo infatti elogia la forza e la potenza, mentre Dio per salvare il mondo ha imboccato e percorso fino in fondo la via della debolezza e della kenosis, ovvero del volontario abbassamento e svuotamento di sé. Non ci ha “usati” per farsi più grande e bello. Al contrario, si è lasciato “ferire” dalla nostra miseria e tristezza e se ne è fatto carico, oltre ogni buon senso, fino all’infamia della croce.

Che tipo di Dio è quello di cui parla San Paolo?

Bosetti: È il Dio dei paradossi! In realtà tutta la storia biblica concorda nel rivelare un Dio che sembra divertirsi a capovolgere le “sorti” (o situazioni) come racconta il libro di Ester e come canta la vergine Maria nel suo Magnificat: “i potenti li ha deposti dai troni, ha innalzato gli umili…” (Luca 1,52). Dio stesso nel suo appassionato amore per l’umanità si avventura nel paradosso più sconcertante che è quello dell’Incarnazione. Nella lettera ai Filippesi Paolo presenta un Dio che si abbassa e si svuota di ogni pretesa divina per farsi in tutto simile all’uomo, anzi si abbassa fino alla terrificante morte di croce per amore della sua creatura.

San Paolo parla del Dio che ha sperimentato personalmente come amore: «Mi ha amato e ha consegnato se stesso per me» (Galati 2,20); del Dio che l'ha reso forte nell'amore, niente e nessuno «potrà mai separarci dal'amore di Dio che in Cristo Gesù, nostro Signore» (Romani 8, 39). In questo sta la fortezza di San Paolo che gli permette di uscire da ogni debolezza.

E qual è l’idea di salute e di salvezza dell’apostolo delle genti?

Bosetti: Paolo ha una visione organica e complessiva della salute. Se il piede sta male tutto il corpo soffre. Così la Chiesa, che per Paolo è il corpo di Cristo. Non si tratta quindi di salvare semplicemente la propria anima. È in gioco la salute di tutto il corpo ecclesiale e dell’intera famiglia umana. Anzi occorre avere sensibilità anche per il gemito della creazione, la quale nutre anch’essa il desiderio di essere liberata e di entrare nella salvezza definitiva, nella libertà dei figli di Dio (cf. Romani 8).

Nel corso della storia umana e nel mondo moderno la figura del debole e malato viene mal tollerata. Perchè nella religione cristiana Dio ha scelto ciò che è debole?

Bosetti: Si direbbe per un moto di amore misericordioso e straordinariamente divino. Dio rivela se stesso in coloro che si fidano di lui e gli lasciano spazio di azione. Per la Bibbia sono i poveri e i piccoli, coloro che non strumentalizzano Dio per i propri interessi o progetti di grandezza, ma che al contrario si fidano di Lui in ogni situazione.

La figura del debole e del malato è mal tollerata dove domina la cultura efficientista, utilitarista... Il dolore e la sofferenza bloccano la persona se non ne vede alcun senso, rimane solo la debolezza che schiaccia. Perché la fortezza abbia il sopravvento sulla debolezza, occorre passare e fare propria l'esperienza di San Paolo. Dio ha scelto (e sceglie) ciò che è debole, perché questa è la logica dell'amore, e Dio è specializzato in amore.

E qual è la dimensione antropologica e civile che distingue l’umano nell’aiuto ai deboli?

Bosetti: è la distinzione che passa tra la filantropia e l'amore carità. La filantropia è un sentimento nobile che porta l'individuo o gruppi umani (società filantropiche ) verso i bisognosi per renderli felici. L'amore-carità unisce l'amore di Dio con l'amore del prossimo, anzi si fa prossimo al bisognoso, imita il Buon Samaritano che è Gesù stesso. Ovviamente non c'è contrapposizione, ma la filantropia ha bisogno di immettersi nella forza dell'amore-carità.

Che Dio è quello che manifesta nella debolezza la potenza salvifica del suo amore?

Bosetti: È un Dio umile, che vince dal di dentro le pretese dell’orgoglio satanico condividendo la fatica e il dolore degli umani. È un Dio che non salva se stesso scendendo dalla croce, ma che apre le porte del paradiso al malfattore che si rivolge a lui nell’agonia del suo patibolo.

È un Dio che salva sacrificando se stesso, non gli altri; è il Dio che vince con l'amore: l'unica potenza che trasforma l'umanità se viene accolta pienamente nella Chiesa e nella società.


 





ViviCentro (art. 19 e 21)

La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).
 
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Mercoledì, 7 Ottobre 2009: Accadde Oggi    


Tutto Libri

Autobiografia di un rivoluzionario
Torna il romanzo-capolavoro di Chesterton: “Uomovivo”

di Paolo Pegoraro*

ROMA, mercoledì, 7 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Continua la primavera italiana di Chesterton. Dopo la riedizione di L’uomo eterno (Rubbettino), fuori commercio da oltre 70 anni, le doppie nuove traduzioni del San Francesco d’Assisi e del San Tommaso d’Aquino (Mursia, Lindau, Fede&Cultura), torna finalmente il suo romanzo-capolavoro: Uomovivo (Morganti, pp. 251, € 15). Era riapparso nel 1997 per Piemme nella traduzione, pure pregevole ma ormai stagionata (1933), di Emilio Cecchi.

In questa nuova versione di Paolo Morganti la preoccupazione filologica è ben presente fin dal titolo – l’originale è Manalive, cioè proprio Uomovivo – finora tradotto con Le avventure di un uomo vivo. E dire che lo stesso Chesterton dava grande importanza a questo soprannome del suo protagonista, tanto da precisare: «dovete scriverlo tutto attaccato, oppure lui si arrabbia davvero».

Ma chi è, dunque, questo “Uomovivo”? È Innocent Smith, vitale come una scimmia, fisico colossale e testa piccola, che compare d’improvviso in una locanda dove un pugno di giovani inquilini spreca la propria esistenza nell’indecisione. Smith è bufera umana. Al suo passaggio, folle e smisurato, avvengono episodi inspiegabili: improvvise proposte di matrimonio, furti, rapimenti e pistolettate a chi non festeggia il proprio compleanno.

L’onda di avvenimenti anomali preoccupa le autorità e alla pensione viene improvvisato un processo surreale per capire chi è Innocent Smith. Un rivoluzionario, uno «che ha spezzato le consuetudini, ma ha conservato i comandamenti», come vuole la difesa? Oppure – come sostiene l’accusa – uno che «ha lasciato nel mondo, dietro di sé, una lunga scia di sangue e di lacrime», un «grande diavolo fantastico» da rinchiudere in una fortezza protetta da cannoni? Due posizioni inconciliabili, assolute. Da teodicea. E in effetti viene da chiedersi se Innocent Smith non sia in una certa misura una figura tipologica di Cristo, l’unico innocente, che non apre bocca mentre lo processano.

D’altra parte la metafora del processo metafisico – tanto cara a Dostoevskij, Kafka, Lagerkvist o Wiesel – torna spesso nella narrativa di Chesterton (L’uomo che fu giovedì, la conclusione di Il club dei mestieri stravaganti, Quattro candide canaglie,...). Ma i suoi romanzi finiscono con improvvisi proscioglimenti da ogni accusa. Allegre assoluzioni.

Chi è, allora, Innocent Smith? Certamente non il coniuge di Mary Poppins, sua caramellosa caricatura. Perché Smith è innocente, ma non ingenuo. Anzi, è genuino proprio perché non è ingenuo. Cani e bimbi – invocati dal suo avvocato nel finale – sono ingenui, perché non possono scegliere il male; mentre Smith è innocente perché ha conosciuto la malattia nichilista, ma ha optato coraggiosamente per un’altra strada.

Nelle pagine immortali che raccontano la disputa dell’ancora giovane Smith con il suo professore universitario, il pessimista Emerson Eames, si percepisce un’impellenza straordinaria, palesemente autobiografica. Perché Smith prende sul serio la filosofia del suo professore: o, come egli sostiene, la vita è orribile nonsenso, e allora morire è un dono da regalarsi subito; oppure è la filosofia pessimistica a essere un orribile nonsenso, e allora bisogna estirparla con acribia. Provato che, nonostante i suoi roboanti proclami, il professor Eames si aggrappa alla vita quando gli viene puntata addosso una pistola, Innocent si dedicherà con zelo alla seconda missione. Ma le parole che suggellano la sua scelta sono, letteralmente, lapidarie: «Io dovevo provare che lei aveva torto o dovevo morire».

L’innocenza di Smith è stata comprata a caro prezzo. Egli non è irragionevolmente felice perché non ha mai conosciuto la disperazione, ma ragionevolmente entusiasta perché l’ha attraversato a nuoto, guadagnandosi la gioia di vivere bracciata dopo bracciata. «Fino a che non vediamo lo sfondo di tenebra – scriverà Chesterton in Eretici – non possiamo ammirare la luce anche di una sola cosa creata». Solo nel momento in cui ci si rende conto che le cose potrebbero benissimo non esserci, si smette di dare per scontata l’esistenza, nonostante la scandalosa costanza del suo ripetersi.

Il percorso di Smith altro non è che quello dello stesso Chesterton, il quale in gioventù si occupò «superficialmente d’infinite cose» – così nella sua Autobiografia –, perfino di spiritismo. Aveva mille strumenti sparsi attorno a sé, ma inutilizzati; e la sua volontà era paralizzata nello stallo di un’equidistanza intellettualista. L’iconografia classica del melanconico. Anche Chesterton, come Smith, affrontò un duello mortale con la disperazione, ma sconfisse la sua novecentesca “malattia dell’infinito” nel momento stesso in cui incontrò il volto dell’Infinito. E scoprì che esso aveva una faccia umana, naso bocca e due gambe, proprio come l’amabile gente comune, creata a Sua immagine.

Chesterton riconobbe l’Innocente negli occhi dell’uomo comune e volle essere il suo difensore (il cognome “Smith”, cioè “fabbro”, corrisponde al nostro “Rossi”: l’autore ne scrisse una vibrante apologia ancora nel 1905, dieci anni prima di scrivere Uomovivo). Non perché Chesterton fosse polemico di carattere: era piuttosto il mondo che continuava a provocarlo. Proprio non riusciva a stare zitto quando un garbato gentleman, sorseggiando il suo the pomeridiano, si lasciava sfuggire en passant che la vita non vale la pena di essere vissuta, offendendo in un sol colpo l’intero creato e il suo Creatore.

Per questo Chesterton potrà scrivere, ne L’osteria volante: «Trovare e combattere il male è il principio di ogni allegria». “L’eterna rivoluzione” è il titolo di uno dei capitoli più vibranti del suo saggio Ortodossia (1908). Ecco la fonte della sua inesauribile vis comica la quale, prima che essere comica, è soprattutto vis: un atto di rivolta, un’insurrezione, una reazione. Un motto di spirito, cioè un movimento provocato nelle acque di un’anima stagnante. Allegrezza e coraggio, epica contentezza, un giocoso senso di sfida: ecco il connubio chestertoniano vincente. Ma mai l’uno senza l’altro: mai l’infinita burletta che riveste un disperato carpe diem, mai l’eroica tragedia di un’inevitabile sconfitta contro il Fato. La sua è la grande risata degli uomini cristiani, come spiega nel poema La ballata del Cavallo Bianco (1911 – appena tradotto in italiano da Raffaelli editore).

Il ritratto più azzeccato dello scrittore fu una caricatura di Thomas Derrick che lo ritrasse come un san Giorgio burlesco, un assurdo Sancho Panza armato non della lancia del «cavaliere dalla triste figura», ma di… una penna. Che è più potente di ogni spada, come ben sapeva san Paolo.

Un’ultima domanda: se Uomovivo è Innocent Smith, e Smith è Chesterton, chi era Chesterton? Domanda affatto scontata se un critico della levatura di Pietro Citati – in un lungo articolo del 1997 recentemente riproposto – arguiva che lo scrittore inglese trovasse noioso il bene ed eccitante il male: quando il suo percorso umano e artistico fu precisamente il contrario, biografia e opere alla mano.

Chesterton, aggiunge Citati, «avrebbe dato la vita, e forse l’anima, per una bella battuta». Ma egli aveva capito, semmai, che una bella battuta poteva salvare una vita, talvolta perfino un’anima. «Una caratteristica dei grandi santi è il loro potere di leggerezza – scriverà in Ortodossia. – La serietà non è una virtù […] È facile esser pesanti, difficile essere leggeri. Satana è caduto per la forza di gravità». Egli si difese dal culto della bella pagina reverendo l’umana emotività di scadenti romanzetti di genere.

Un ultimo appunto. Chesterton, secondo Citati, «condivideva nell’intimo l’idea dei suoi rivali: faceva fatica a non abbracciarla». Egli, ci pare, fu molto più generoso e molto più temerario: abbracciò i suoi rivali, ma sparò a vista alle loro idee. George Bernard Shaw non ebbe avversario più acerrimo né amico più sincero o biografo migliore di lui. H.G. Wells, fustigato per le oltre trecento pagine di L’uomo eterno, inviò un telegramma commosso per la morte del suo nemicoamico.

Chesterton li amò teneramente. Mandava allegramente al diavolo le loro gravi teorizzazioni perché essi, liberati dai macigni dell’ideologia, potessero sollevarsi fino a Dio come palloncini. Prendeva sul serio le loro idee e le proprie, ma non prese mai troppo sul serio se stesso. La beatitudine dell’allegria – così duramente scelta e conquistata – fece di lui un uomo capace di suscitare la simpatia e l’affetto di tutti, anche di chi pensava di essere un suo avversario.

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* Paolo Pegoraro è Caporedattore del mensile “Paulus”. L'articolo sopra riportato è stato pubblicato in versione ridotta sul quotidiano “L'Osservatore Romano”.


Udienza del mercoledì

Benedetto XVI ricorda San Giovanni Leonardi
Fondatore dei Chierici Regolari della Madre di Dio, a 400 anni dalla morte

CITTA' DEL VATICANO, mercoledì, 7 ottobre 2009 (ZENIT.org).- L’Udienza Generale di questa mattina si è svolta in piazza San Pietro dove Benedetto XVI ha incontrato gruppi di pellegrini e fedeli giunti dall’Italia e da ogni parte del mondo.

Nel discorso in lingua italiana, il Papa si è soffermato su San Giovanni Leonardi, Fondatore dei Chierici Regolari della Madre di Dio, nella ricorrenza dei 400 anni dalla morte.

* * *

Cari fratelli e sorelle!

Dopodomani, 9 ottobre, si compiranno 400 anni dalla morte di san Giovanni Leonardi, fondatore dell’Ordine religioso dei Chierici Regolari della Madre di Dio, canonizzato il 17 aprile del 1938 ed eletto Patrono dei farmacisti in data 8 agosto 2006. Egli è anche ricordato per il grande anelito missionario. Insieme a Mons. Juan Bautista Vives e al gesuita Martin de Funes progettò e contribuì all’istituzione di una specifica Congregazione della Santa Sede per le missioni, quella di Propaganda Fide, e alla futura nascita del Collegio Urbano di Propaganda Fide, che nel corso dei secoli ha forgiato migliaia di sacerdoti, molti di essi martiri, per evangelizzare i popoli. Si tratta, pertanto, di una luminosa figura di sacerdote, che mi piace additare come esempio a tutti i presbiteri in questo Anno Sacerdotale. Morì nel 1609 per un’influenza contratta mentre stava prodigandosi nella cura di quanti, nel quartiere romano di Campitelli, erano stati colpiti dall’epidemia.

Giovanni Leonardi nacque nel 1541 a Diecimo in provincia di Lucca. Ultimo di sette fratelli, ebbe un’adolescenza scandita dai ritmi di fede vissuti in un nucleo familiare sano e laborioso, oltre che dall’assidua frequentazione di una bottega di aromi e di medicamenti del suo paese natale. A 17 anni il padre lo iscrisse ad un regolare corso di spezieria a Lucca, allo scopo di farne un futuro farmacista, anzi uno speziale, come allora si diceva. Per circa un decennio il giovane Giovanni Leonardi ne fu vigile e diligente frequentatore, ma quando, secondo le norme previste dall’antica Repubblica di Lucca, acquisì il riconoscimento ufficiale che lo avrebbe autorizzato ad aprire una sua spezieria, egli cominciò a pensare se non fosse giunto il momento di realizzare un progetto che da sempre aveva in cuore. Dopo matura riflessione decise di avviarsi al sacerdozio. E così, lasciata la bottega dello speziale, ed acquisita un’adeguata formazione teologica, fu ordinato sacerdote e il giorno dell’Epifania del 1572 celebrò la prima Messa. Tuttavia non abbandonò la passione per la farmacopea, perché sentiva che la mediazione professionale di farmacista gli avrebbe permesso di realizzare appieno la sua vocazione, quella di trasmettere agli uomini, mediante una vita santa, "la medicina di Dio", che è Gesù Cristo crocifisso e risorto, "misura di tutte le cose".

Animato dalla convinzione che di tale medicina necessitano tutti gli esseri umani più di ogni altra cosa, san Giovanni Leonardi cercò di fare dell’incontro personale con Gesù Cristo la ragione fondamentale della propria esistenza. "È necessario ricominciare da Cristo", amava ripetere molto spesso. Il primato di Cristo su tutto divenne per lui il concreto criterio di giudizio e di azione e il principio generatore della sua attività sacerdotale, che esercitò mentre era in atto un vasto e diffuso movimento di rinnovamento spirituale nella Chiesa, grazie alla fioritura di nuovi Istituti religiosi e alla testimonianza luminosa di santi come Carlo Borromeo, Filippo Neri, Ignazio di Loyola, Giuseppe Calasanzio, Camillo de Lellis, Luigi Gonzaga. Con entusiasmo si dedicò all’apostolato tra i ragazzi mediante la Compagnia della Dottrina Cristiana, riunendo intorno a sé un gruppo di giovani con i quali, il primo settembre 1574, fondò la Congregazione dei Preti riformati della Beata Vergine, successivamente chiamato Ordine dei Chierici Regolari della Madre di Dio. Ai suoi discepoli raccomandava di avere "avanti gli occhi della mente solo l’onore, il servizio e la gloria di Cristo Gesù Crocifisso", e, da buon farmacista abituato a dosare le pozioni grazie a un preciso riferimento, aggiungeva: "Un poco più levate i vostri cuori a Dio e con Lui misurate le cose".

Mosso da zelo apostolico, nel maggio del 1605, inviò al Papa Paolo V appena eletto un Memoriale nel quale suggeriva i criteri di un autentico rinnovamento nella Chiesa. Osservando come sia "necessario che coloro che aspirano alla riforma dei costumi degli uomini cerchino specialmente, e per prima cosa, la gloria di Dio", aggiungeva che essi devono risplendere "per l'integrità della vita e l'eccellenza dei costumi, così, più che costringere, attireranno dolcemente alla riforma". Osservava inoltre che "chi vuole operare una seria riforma religiosa e morale deve fare anzitutto, come un buon medico, un'attenta diagnosi dei mali che travagliano la Chiesa per poter così essere in grado di prescrivere per ciascuno di essi il rimedio più appropriato". E notava che "il rinnovamento della Chiesa deve verificarsi parimenti nei capi e nei dipendenti, in alto e in basso. Deve cominciare da chi comanda ed estendersi ai sudditi". Fu per questo che, mentre sollecitava il Papa a promuovere una "riforma universale della Chiesa", si preoccupava della formazione cristiana del popolo e specialmente dei fanciulli, da educare "fin dai primi anni… nella purezza della fede cristiana e nei santi costumi".

Cari fratelli e sorelle, la luminosa figura di questo Santo invita i sacerdoti in primo luogo, e tutti i cristiani, a tendere costantemente alla "misura alta della vita cristiana" che è la santità, ciascuno naturalmente secondo il proprio stato. Soltanto infatti dalla fedeltà a Cristo può scaturire l’autentico rinnovamento ecclesiale. In quegli anni, nel passaggio culturale e sociale tra il secolo XVI e il secolo XVII, cominciarono a delinearsi le premesse della futura cultura contemporanea, caratterizzata da una indebita scissione tra fede e ragione, che ha prodotto tra i suoi effetti negativi la marginalizzazione di Dio, con l’illusione di una possibile e totale autonomia dell’uomo il quale sceglie di vivere "come se Dio non ci fosse". E’ la crisi del pensiero moderno, che più volte ho avuto modo di evidenziare e che approda spesso in forme di relativismo. Giovanni Leonardi intuì quale fosse la vera medicina per questi mali spirituali e la sintetizzò nell’espressione: "Cristo innanzitutto", Cristo al centro del cuore, al centro della storia e del cosmo. E di Cristo – affermava con forza – l’umanità ha estremo bisogno, perchè Lui è la nostra "misura". Non c’è ambiente che non possa essere toccato dalla sua forza; non c’è male che non trovi in Lui rimedio, non c’è problema che in Lui non si risolva. "O Cristo o niente"! Ecco la sua ricetta per ogni tipo di riforma spirituale e sociale.

C’è un altro aspetto della spiritualità di san Giovanni Leonardi che mi piace sottolineare. In più circostanze ebbe a ribadire che l’incontro vivo con Cristo si realizza nella sua Chiesa, santa ma fragile, radicata nella storia e nel suo divenire a volte oscuro, dove grano e zizzania crescono insieme (cfr Mt 13,30), ma tuttavia sempre Sacramento di salvezza. Avendo lucida consapevolezza che la Chiesa è il campo di Dio (cfr Mt 13,24), non si scandalizzò delle sue umane debolezze. Per contrastare la zizzania scelse di essere buon grano: decise, cioè, di amare Cristo nella Chiesa e di contribuire a renderla sempre più segno trasparente di Lui. Con grande realismo vide la Chiesa, la sua fragilità umana, ma anche il suo essere "campo di Dio", lo strumento di Dio per la salvezza dell’umanità. Non solo. Per amore di Cristo lavorò alacremente per purificare la Chiesa, per renderla più bella e santa. Capì che ogni riforma va fatta dentro la Chiesa e mai contro la Chiesa. In questo, san Giovanni Leonardi è stato veramente straordinario e il suo esempio resta sempre attuale. Ogni riforma interessa certamente le strutture, ma in primo luogo deve incidere nel cuore dei credenti. Soltanto i santi, uomini e donne che si lasciano guidare dallo Spirito divino, pronti a compiere scelte radicali e coraggiose alla luce del Vangelo, rinnovano la Chiesa e contribuiscono, in maniera determinante, a costruire un mondo migliore.

Cari fratelli e sorelle, l’esistenza di san Giovanni Leonardi fu sempre illuminata dallo splendore del "Volto Santo" di Gesù, custodito e venerato nella Chiesa cattedrale di Lucca, diventato il simbolo eloquente e la sintesi indiscussa della fede che lo animava. Conquistato da Cristo come l’apostolo Paolo, egli additò ai suoi discepoli, e continua ad additare a tutti noi, l’ideale cristocentrico per il quale "bisogna denudarsi di ogni proprio interesse e solo il servizio di Dio riguardare", avendo "avanti gli occhi della mente solo l’onore, il servizio e la gloria di Cristo Gesù Crocifisso". Accanto al volto di Cristo, fissò lo sguardo sul volto materno di Maria. Colei che elesse Patrona del suo Ordine, fu per lui maestra, sorella, madre, ed egli sperimentò la sua costante protezione. L’esempio e l’intercessione di questo "affascinante uomo di Dio" siano, particolarmente in questo Anno Sacerdotale, richiamo e incoraggiamento per i sacerdoti e per tutti i cristiani a vivere con passione ed entusiasmo la propria vocazione.


[Il Papa ha poi salutato i pellegrini in diverse lingue. In Italiano ha detto:]

Rivolgo ora il mio cordiale benvenuto ai fedeli di lingua italiana. In particolare al Cardinale Ivan Dias, ai Collaboratori del Dicastero per l’Evangelizzazione dei Popoli e ai Superiori e Alunni del Pontificio Collegio Urbano di Propaganda Fide. Cari amici, la figura di san Giovanni Leonardi a cui voi siete legati, ispiri la vostra azione missionaria a servizio della Chiesa. Saluto i sacerdoti dei Pontifici Collegi San Pietro Apostolo e San Paolo Apostolo in Roma: a tutti auguro un proficuo anno accademico. Saluto i partecipanti al pellegrinaggio promosso dall’Ordine della Madre di Dio, in occasione delle celebrazioni conclusive del quarto centenario della morte del loro fondatore san Giovanni Leonardi. Saluto i sacerdoti, le religiose e i seminaristi dell’Istituto di Cristo Re Sommo Sacerdote e li incoraggio a proseguire nella loro adesione a Cristo e alla Chiesa. Saluto i rappresentanti dell'Associazione "Pianeta Down", della Fondazione "Costruiamo il futuro" e i fedeli di Illegio. Saluto inoltre i Cavalieri del Ringraziamento di Roio (L’Aquila): alla Vergine Maria della Croce, venerata nel Santuario di Roio affido ancora una volta le attese e le speranze delle popolazioni colpite dal recente terremoto.

Rivolgo infine un cordiale saluto ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. La Chiesa onora oggi la Beata Vergine del Rosario, memoria liturgica che mi offre l’opportunità di ribadire l'importanza della preghiera del Rosario, tanto cara anche ai miei venerati Predecessori. A voi, cari giovani, la raccomando perché vi aiuti a compiere la volontà di Dio e a trovare nel Cuore Immacolato di Maria un rifugio sicuro. Faccia sperimentare a voi, cari malati, il conforto della nostra Madre celeste, perché da Lei sorretti affrontiate i momenti della prova. Per voi, cari sposi novelli, la recita di questa preghiera costituisca l’appuntamento giornaliero della vostra famiglia che crescerà così, grazie all’intercessione di Maria, nell’unità e nella fedeltà al Vangelo.

[© Copyright 2009 - Libreria Editrice Vaticana]


Documenti sulla web di ZENIT

Interventi dei Padri sinodali nelle Congregazioni generali del 6 e 7 ottobre

ROMA, mercoledì, 7 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Nella Sezione Documenti della pagina web di ZENIT è ora possibile leggere gli interventi tenuti dai Padri sinodali nelle Congregazioni generali del 6 e 7 ottobre.

 





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