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Giovedì, 8 Ottobre 2009: Accadde Oggi
Il mondo visto da Roma
SINODO SPECIALE SULL'AFRICA
Solidarietà dei Vescovi al Sinodo dopo le violenze in Congo
Gli orrori dell'Africa nell'aula del Sinodo
Il ruolo dei media negli interventi liberi
Curiosità del Sinodo dei Vescovi
SANTA SEDE
Il Papa: serve una “soluzione giusta” al conflitto israelo-palestinese
Il Papa: “occorre costruire insieme la vera civiltà”
Santa Sede: cibo, sanità e istruzione, meno accessibili delle armi
La Santa Sede ribadisce la centralità della libertà religiosa
Il Papa nomina 12 membri della Pontificia Commissione per l'America Latina
La Libreria Editrice Vaticana alla Frankfurt Buchmesse 2009
UOMINI E DONNE DI FEDE
Francisco Coll: quando la santità sboccia nella rivoluzione
NOTIZIE DAL MONDO
Vescovo canadese indagato per pedopornografia
DOTTRINA SOCIALE E BENE COMUNE
Le Università cattoliche promuovono lo sviluppo dell’Africa
ITALIA
Caritas Christi urget nos - l'amore del Cristo ci spinge
A Roma una conferenza per liberare i bambini da Hiv e Tbc
Un milione di euro dalla CEI per le vittime del nubifragio di Messina
INTERVISTE
Tecnici cattolici discutono di etica e legalità e bellezza delle Chiese
DOCUMENTI SULLA WEB DI ZENIT
Interventi pronunciati dai Padri sinodali l'8 ottobre (mattina)
Sinodo speciale sull'Africa
Solidarietà dei Vescovi al Sinodo dopo le violenze in Congo
Fanno appello alle autorità civili perché ripristinino l'ordine
CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 8 ottobre 2009 (ZENIT.org).- I Vescovi riuniti in questi giorni in Vaticano per il Sinodo speciale sull'Africa hanno espresso la loro solidarietà con le vittime dell'eccidio di Bukavu ed hanno lanciato un pressante appello perché venga ristabilito al più presto l'ordine.
Sono questi i sentimenti espressi dai presuli in una lettera indirizzata a monsignor François-Xavier Maroy Rusengo, Arcivescovo di Bukavu, letta giovedì 8 ottobre in occasione della sesta Congregazione generale, che ha visto la presenza di 227 Padri sinodali.
Nella lettera i Vescovi chiedono alle “autorità civili legittime a fare tutto il possibile per il ripristino dell'ordine nella giustizia, al fine di instaurare e di garantire la pace, indispensabile per una vita normale a quell'amata popolazione”.
Nella notte tra il 2 e il 3 ottobre, uomini in divisa militare hanno sequestrato due sacerdoti e un seminarista della parrocchia di Chierano. Dopo averli malmenati e derubati ed aver appiccato il fuoco alla residenza del parroco, hanno preteso un riscatto di 5000 dollari per liberarli.
Un attacco analogo è stato sferrato nella notte tra il 5 e il 6 ottobre contro il convento dei fratelli Maristi di Nyangezi, a 25 chilometri a sud di Bukavu, e il dormitorio scolastico dell’Istituto Weza, gestito dai religiosi.
“A nome di tutta l'Assemblea - si legge nella lettera firmata dai Presidenti delegati e dal Segretario Generale del Sinodo insieme ai Vescovi della Repubblica Democratica del Congo presenti in aula - vi esprimiamo la nostra solidarietà fraterna”.
La lettera si conclude con l'appello ai responsabili civili della nazione affinché siano restituiti “all'arcidiocesi di Bukavu, alla regione dei Grandi Laghi e a tutta l'Africa” “giorni tranquilli e una vita serena”.
Sempre questo giovedì, nel prendere la parola in aula, mons. Nicolas Djomo Lola, Vescovo di Tshumbe e Presidente della Repubblica democratica del Congo, parlando delle conseguenze delle guerre e delle violenze subite dal suo paese, ha detto: “Siamo obbligati a condannare le menzogne e i sotterfugi utilizzati dai predatori e dai mandanti di queste guerre e violenze”.
“Il tribalismo evocato incessantemente per giustificare queste guerre nella Repubblica Democratica del Congo non è altro che un paravento – ha continuato –. La diversità etnica viene strumentalizzata come pretesto per saccheggiare le risorse naturali”.
D'accordo con il presule anche l’Arcivescovo di Bukavu, costretto a far rientro nella Repubblica Democratica del Congo in seguito alla recrudescenza della violenza, che intervenendo il 7 ottobre al Sinodo aveva sottolineato che “proprio le risorse naturali del Paese” sono “la causa delle violenze”.
Nel suo intevento mons. Nicolas Djomo Lola ha detto inoltre di deplorare l'incapacità e la scarsa volontà della comunità internazionale di “porre fine a queste guerre e a queste violenze”.
La comunità internazionale, ha aggiunto, “si limita a preoccuparsi delle conseguenze delle guerre invece di affrontarne le cause in modo determinato e convincente”.
Ai microfoni della Radio Vaticana, mons. Fridolin Ambongo Besungu, Vescovo di Bokungu Ikela, ha affermato che “la più grande difficoltà è che a volte abbiamo l’impressione di predicare nel deserto, con tutti questi capi che ammazzano i popoli: noi parliamo ma la nostre voce non è influente”.
Inoltre, ha aggiunto, gli organi d'informazione “non dicono la verità sulla nostra realtà. Ognuno ha il suo punto di vista. Noi non abbiamo i mezzi di comunicazione come qui in Europa e per questo tramite questo Sinodo vogliamo che la verità esca fuori”.
Dal canto loro i Vescovi della Conferenza Episcopale Nazionale del Congo (Cenco) in merito agli episodi di violenza occorsi negli ultimi giorni nel Sud Kivu hanno fortemente condannato “queste azioni orribili contro persone la cui vita è generosamente consacrata al servizio degli altri”.
“Attentando alla loro vita e alle strutture della Chiesa viene colpita la stessa popolazione, in quanto è noto cosa la Chiesa rappresenta a Bukavu e cosa fa per questa popolazione afflitta violenze ingiuste e immeritate”, ha affermato.
Si calcola che nella Repubblica Democratica del Congo siano morti più di quattro milioni di persone, la maggior parte per fame e malattie, a causa dell'infuriare della guerra nella regione dal 1998 al 2003. Anche dopo la fine del conflitto il sud Kivu è rimasta una regione estremamente tormentata dalla violenza.
Ad affliggere questa terra vi sono anche le frequenti violenze sessuali, la piaga dei bambini-soldato e il gran numero di rifugiati che sfuggono ai conflitti, tutti causati dalle azioni dei ribelli finanziate dal commercio di minerali. Si calcola che siano almeno due milioni i profughi interni dall'inizio delle atrocità.
All'origine della scia di sangue nelle regioni orientali congolesi del Nord Kivu e del Sud Kivu sono spesso i ribelli hutu delle Forze democratiche di liberazione del Rwanda (Fdlr), che riparati oltre confine dopo il genocidio del 1994 continuano essere protagonisti di sistematiche violenze.
Gli orrori dell'Africa nell'aula del Sinodo
In un ambiente disteso, risuonano denunce toccanti
di Jesús Colina
CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 8 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Orrori dell'Africa come il traffico di esseri umani, gli abusi da parte delle multinazionali e delle ONG, il dramma di ragazze che uscendo da congregazioni religiose cadono nella prostituzione stanno commuovendo l'aula del Sinodo che riunisce i Vescovi dell'Africa.
L'ambiente fraterno e spesso caratterizzato dal buonumore africano si scontra brutalmente in alcune occasioni con la durezza delle situazioni che deve affrontare questo vertice episcopale a cui Benedetto XVI partecipa ogni volta che le sue responsabilità glielo permettono.
Per rispettare la libertà del dibattito tra i Vescovi, quando si tratta di interventi spontanei ai giornalisti viene rivelato il contenuto dell'intervento ma non il nome del padre sinodale che lo pronuncia.
In questo modo il nome e la proposta non finiscono sui giornali il giorno dopo, privando di confidenzialità o di libertà la discussione.
Monsignor Joseph Bato'ora Ballong Wen Mewuda, portavoce del Sinodo per la lingua francese, ha rivelato alcune delle denunce e degli orrori che hanno espresso i 23 padri sinodali che hanno preso la parola nello scambio di idee di questo martedì pomeriggio, al quale il Papa non ha potuto partecipare perché doveva preparare la sua catechesi per l'Udienza generale del mercoledì.
Preoccupazione per i giovani
In questa sessione, l'argomento più trattato è stato quello della situazione dei giovani africani, perché i presuli si rendono conto che la Chiesa deve riflettere molto di più sul modo in cui avvicinarsi a loro. Troppo spesso, si è denunciato, sono vittime delle sette fondamentaliste.
Allo stesso tempo, si è constatato che per i Vescovi è praticamente impossibile contenere l'esodo dei giovani che cercano una vita migliore all'estero, soprattutto in Occidente.
Di fronte a questa situazione, i presuli considerano che possono almeno prepararli ad affrontare con l'emigrazione altre culture e mentalità, e formarli nella Dottrina Sociale della Chiesa. Non tutto è negativo, hanno riconosciuto, perché alcuni di questi giovani scoprono o riscoprono la propria fede nei Paesi di accoglienza.
Dalla vita religiosa alla prostituzione
Uno dei Vescovi ha denunciato la situazione di giovani cattoliche africane che, mosse da una curiosità vocazionale per la vita religiosa, si recano in Europa per discernere sul proprio futuro in qualche monastero o comunità religiosa.
In qualche caso, ha confessato, una ragazza non si è integrata nella vita religiosa, abbandonando la comunità e finendo poi per cadere nelle maglie della prostituzione.
Per questo motivo, si è spiegato nell'aula, nella Repubblica Democratica del Congo la Conferenza Episcopale ha stabilito che le ragazze che vogliono entrare in una comunità religiosa potranno farlo solo se quella comunità ha una presenza nel Paese.
In questa maniera si manterrà sempre un contatto con la realtà locale nel caso in cui la ragazza non voglia continuare la vita religiosa. In altri Paesi africani, i Vescovi consigliano questa pratica, pur non avendola assunta come obbligatoria.
Ad ogni modo, quando una ragazza si reca in Europa per entrare in una comunità religiosa, c'è un processo di permessi da parte dell'autorità ecclesiastica per evitare per quanto possibile questo tipo di problemi.
Organizzazioni non molto umanitarie
Altri Vescovi hanno denunciato che alcune ONG, molto ammirate in Occidente, in realtà diventano paraventi per agende nascoste o perfino segrete.
Stanno invadendo il continente africano con il pretesto di offrire aiuti umanitari, ma in realtà cercano di promuovere ideologie.
Monsignor Ballong Wen Mewuda ha spiegato che i Vescovi non hanno chiarito esplicitamente quali siano queste ideologie, ma ha considerato che ci si potrebbe riferire alle ONG che cercano di promuovere la “salute riproduttiva” (l'aborto) o che sono una copertura per le sette.
In questo senso, un padre sinodale ha fatto riferimento a un articolo pubblicato dalla rivista "Jeune Afrique" in cui si rivelava che ci sono guru di sette che diventano consiglieri di politici, o anche di Presidenti, e contribuiscono poi all'adozione di decisioni nefaste.
Multinazionali sfruttatrici
Vari Vescovi, almeno quattro, hanno chiesto anche che il Sinodo levi la propria voce contro gli abusi delle multinazionali presenti in Africa, che sfruttano abusivamente le risorse minerarie e i boschi e contaminano l'acqua, provocando gravi danni alle popolazioni locali.
In alcune zone in cui sono giunte, si è constatato, queste imprese sfruttano le risorse ma non hanno fatto niente per creare scuole o ospedali o per garantire l'acqua potabile.
Altri padri sinodali hanno chiesto di denunciare non solo queste multinazionali, ma anche i politici locali, che hanno permesso il loro inserimento o l'hanno attirato senza tener conto dei danni che soffrono ora per questo motivo gli africani.
Si è denunciata anche la crescente invasione nel continente africano della Cina, che sta costruendo strade o opere pubbliche in molti Stati africani in cambio di agognate materie prime, con personale cinese che vive praticamente in condizioni di schiavitù.
Buonumore
Come accade spesso in Africa, tutti questi drammi non tolgono ai Vescovi la speranza o il buonumore.
I presidenti delegati dell'assemblea, in particolare il Cardinale Francis Arinze, prefetto emerito della Congregazione per il Culto Divino, e il Cardinale Wilfrid Fox Napier, O.F.M., Arcivescovo di Durban (Sudafrica), strappano in genere sorrisi con i loro commenti di transizione prima di dare la parola a qualche Vescovo.
Quando un presule fa un intervento breve e finisce prima del tempo assegnato, è accolto con un sonoro applauso, che non è solo un premio, ma anche un incitamento affinché anche il padre sinodale successivo sia il più breve possibile.
Si verificano anche scene divertenti di vita quotidiana, come quando si chiede che il Vescovo che ha perso il proprio zucchetto o la cintura passi a prenderli in segreteria.
In queste occasioni il Papa sorride, e rispettando la metodologia del Sinodo è intervenuto solo per offrire la sua prima meditazione a braccio e per un saluto spontaneo alla fine delle sessioni.
Il ruolo dei media negli interventi liberi
di Chiara Santomiero
CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 8 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Tenuti fuori dall’Assemblea del Sinodo dei vescovi per ragioni di riservatezza, i giornalisti vi sono tornati da protagonisti negli interventi liberi dei Padri sinodali di mercoledì.
Diversi dei 18 interventi registrati, infatti, hanno fatto riferimento al ruolo dei mass media in Africa sulla scorta dell’intervento di mons. Fulgence Muteba Mugalu, Vescovo di Kilwa-Kasenga nella Repubblica democratica del Congo, che aveva segnalato la necessità che i mezzi di comunicazione sociale siano messi al servizio dell’evangelizzazione ed essi stessi evangelizzati.
I Vescovi intervenuti ritengono che i media costituiscano “il vero potere, di più dello stesso potere politico, perché essi veicolano modelli di comportamento” che possono avere un “impatto distruttivo sulla cultura africana”.
E’ necessario attrezzarsi per “un utilizzo critico” dei media e anche avere propri “centri di comunicazioni sociali tecnologicamente avanzati”, sebbene non sempre sia possibile “controbattere una certa informazione con la controinformazione”.
Un esempio di informazione poco oggettiva, hanno ricordato diversi interventi, è stata quello offerto dai media in occasione della visita del Papa in Africa, informazione che si è concentrata solo sulle polemiche riguardo l’uso dei preservativi nella lotta all’Aids, probabilmente in maniera strumentale “con l’intervento dei potenti di turno”.
Ma non tutto viene per nuocere e un Vescovo ha riferito il commento di un musulmano che gli ha detto: “Il tuo Papa deve essere un vero capo se è capace di provocare tutte queste reazioni!”, dopo di che si è messo a distribuire i documenti di Benedetto XVI.
Non è facile, secondo i Vescovi, essere giornalisti cristiani e per questo è necessario preparare adeguatamente gli operatori. Servono, infatti, “agenti di notizie positive” capaci di dare dell’Africa un’immagine oltre quella veicolata dei conflitti irrisolti e della miseria. E’ importante che questi giornalisti sappiano “commentare la realtà attraverso le indicazioni della dottrina sociale della Chiesa”.
Una attenzione particolare va riservata al mondo di Internet “dove attualmente la Chiesa africana non è presente”.
Per realizzare tutto questo occorre “investire risorse nella comunicazione” ma così la Chiesa sarà in grado di dare più efficacemente il suo contributo per la riconciliazione e la pace in Africa.
Curiosità del Sinodo dei Vescovi
CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 8 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Alle 12.30 di questo giovedì erano già intervenuti 70 Padri sinodali, circa un terzo dell’assemblea composta da 225 partecipanti.
Un “sondaggio” effettuato stamattina ha evidenziato che sono 111 i Vescovi che partecipano per la prima volta all’Assemblea e 46 quelli che erano presenti anche alla I Assemblea speciale per l’Africa del 1994.
Nei Circoli minori, dove la discussione avviene divisa in gruppi linguistici, per la prima volta non c’è un gruppo in italiano e nemmeno in latino, mentre si sono moltiplicati i circoli in inglese e francese.
Santa Sede
Il Papa: serve una “soluzione giusta” al conflitto israelo-palestinese
Nel ricevere in Vaticano il Presidente dell’Autorità Palestinese, Mahmoud Abbas
CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 8 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Il Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese (Anp), Mahmoud Abbas (meglio noto come Abu Mazen), è stato ricevuto questo giovedì mattina in Vaticano da Papa Benedetto XVI.
Il colloquio, avvenuto nella biblioteca del Palazzo apostolico, è durato circa 15 minuti.
Quello di quest'oggi è stato il quarto incontro tra il Papa e Mahmoud Abbas. I tre precedenti risalgono al 13 maggio 2009 - nel Palazzo Presidenziale di Betlemme -, al 3 dicembre 2005 e al 24 aprile 2007 - questi ultimi avvenuti in Vaticano -.
“Nel corso dei cordiali colloqui – riferisce una nota diramata dalla Sala Stampa vaticana –, dopo aver ricordato il viaggio del Santo Padre in Terra Santa, si è aperto un dialogo sulla situazione in Medio Oriente e, in particolare, sulla necessità di trovare una soluzione giusta e duratura al conflitto israeliano-palestinese, in cui i diritti di tutti siano riconosciuti e rispettati”.
A questo proposito, il 13 maggio scorso, in occasione della cerimonia di congedo svoltasi nel pomeriggio nel Palazzo Presidenziale di Betlemme, Benedetto XVI aveva annunciato l'intenzione della Santa Sede di stabilire presto, in accordo con l'Autorità Palestinese, la Commissione Bilaterale di Lavoro Permanente che è stata delineata nell'art. 9 dell'Accordo di base, firmato in Vaticano il 15 febbraio 2000.
Inoltre, prosegue la nota, “è stata rilevata l’importanza della cooperazione e del mutuo rispetto tra le parti e del sostegno della comunità internazionale”.
“Non è mancato – si legge ancora – un riferimento alla situazione dei cattolici in Palestina, e più in generale nella regione, e al loro contributo alla vita sociale e alla convivenza pacifica tra i popoli”.
Successivamente il Presidente Abbas si è incontrato con il Cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato, che era accompagnato da mons. Dominique Mamberti, Segretario per i Rapporti con gli Stati.
Mahmoud Abbas è nato a Safad il 26 marzo 1935 ed è Presidente dell'Anp dal 9 gennaio 2005.
È laureato in Legge all'Università di Damasco ed ha ottenuto il dottorato in storia al Collegio Orientale di Mosca nel 1982.
E' uno dei fondatori dell'organizzazione al-Fatah ed è entrato nel Consiglio Nazionale Palestinese nel 1968. Nel 1981 è entrato a far parte dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp).
Mahmoud Abbas è stato uno degli artefici dei colloqui di pace di Madrid del 1991 e di Oslo del 1993.
Il Papa: “occorre costruire insieme la vera civiltà”
Al termine del Concerto a 70 anni dall'inizio della Seconda Guerra Mondiale
CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 8 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Il ricordo dell'ultimo conflitto mondiale deve essere un monito e un incoraggiamento a costruire insieme una “vera civiltà” non fondata sulla violenza, ma sulla collaborazione dei credenti delle diverse religioni.
E' quanto ha detto questo giovedì sera Benedetto XVI al termine del Concerto “Youth against war concert - 70 anni dall’inizio della II Guerra Mondiale: Giovani contro la guerra”, tenutosi nell'Auditorium di Via della Conciliazione a Roma.
Presenti all'evento, oltre al Presidente della Repubblica italiana Giorgio Napolitano, anche i partecipanti alla II Assemblea speciale per l'Africa del Sinodo dei Vescovi.
L'orchestra tedesca InterRegionales JugendsinfonieOrchester, composta da giovani musicisti provenienti da una quindicina di Paesi e diretta da Jochem Hochstenbach e Wolfgang Gönnenwein, ha interpretato musiche di Gustav Mahler e Félix Mendelssohn-Bartholdy, due compositori di origine ebraica diventati in seguito cristiani (il primo cattolico e il secondo protestante).
Hanno partecipato anche l’attore Klaus Maria Brandauer, come voce recitante, e il mezzosoprano Michelle Breedt.
Dopo l'indirizzo di saluto del Cardinale Walter Kasper, Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, il Papa ha preso la parola per ringraziare e riflettere sul significato di questa ricorrenza.
“Questa sera torna alla nostra memoria la tragedia della Seconda Guerra Mondiale – ha detto – , dolorosa pagina di storia intrisa di violenza e di disumanità, che ha causato la morte di milioni di persone, lasciando i vincitori divisi e l’Europa da ricostruire”.
“La guerra, voluta dal nazionalsocialismo, ha colpito tante popolazioni innocenti dell’Europa e di altri Continenti, mentre, con il dramma della Shoah, ha ferito soprattutto il popolo ebreo, oggetto di uno sterminio programmato”, ha aggiunto.
“Eppure non mancarono gli inviti alla ragionevolezza e alla pace elevatisi da molte parti”, ha osservato il Papa ricordando l'accorato appello di Pio XII che nel radiomessaggio del 24 agosto del 1939 – proprio nella imminenza dello scoppio della guerra – proclamò con decisione: “nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra”.
“Ricordare quei tristi eventi sia monito, soprattutto per le nuove generazioni, a non cedere mai più alla tentazione della guerra”, ha poi auspicato.
Riflettendo poi sul fatto che quest’anno si commemorano anche i venti anni dalla caduta del Muro di Berlino, il Pontefice ha sottolineato che “l’Europa, il mondo intero hanno sete di libertà e di pace!”.
“Occorre costruire insieme la vera civiltà, che non sia basata sulla forza, ma sia 'frutto della vittoria su noi stessi, sulle potenze dell’ingiustizia, dell’egoismo e dell’odio, che possono giungere sino a sfigurare l’uomo'”, ha esclamato.
Da questo punto di vista, ha quindi concluso, “il movimento ecumenico, che ha trovato nella seconda guerra mondiale un catalizzatore [...] può contribuire a costruirla, operando insieme agli ebrei e a tutti i credenti”.
Il concerto è stato promosso dal Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani e dalla Commissione della Santa Sede per i Rapporti Religiosi con l’Ebraismo, coadiuvati dall’Ambasciata di Germania presso la Santa Sede e l’Europäisches KulturForum di Mainau, con il patrocinio del Comitato Internazionale Ebraico per le Consultazioni Interreligiose.
Santa Sede: cibo, sanità e istruzione, meno accessibili delle armi
La denuncia dell'Osservatore Permanente vaticano presso l'ONU
di Roberta Sciamplicotti
ROMA, giovedì, 8 ottobre 2009 (ZENIT.org).- I popoli di tutto il mondo “vogliono vedere un mondo in cui istruzione, cibo, assistenza sanitaria e acqua pulita siano più accessibili delle armi illecite”.
Ha lanciato questo forte appello l'Arcivescovo Celestino Migliore, Nunzio Apostolico e Osservatore Permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite, intervenendo questo giovedì a New York alla 64ma sessione dell'Assemblea Generale in occasione del dibattito sul disarmo e la sicurezza internazionale.
“La società civile, le organizzazioni umanitarie internazionali, gli individui e soprattutto i sofferenti e quanti subiscono i conflitti armati e la violenza si aspettano da noi risultati tangibili e convincenti nella speranza di vedere un mondo libero dalle armi nucleari, con severi controlli sul commercio delle armi, che oggi è strettamente collegato ai mercati illeciti e provoca seri danni all'umanità”, ha detto ai presenti.
I dati, ha rilevato, non sono tuttavia confortanti. Nel 2008, l'anno in cui si è verificata la gravissima crisi finanziaria che ha colpito tutto il mondo, le spese militari anziché diminuire sono aumentate del 4%, rendendo ancor più difficile il raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio, che tra le altre cose si proponevano di dimezzare la povertà entro il 2015.
“La gente può aspettarsi cambiamenti più concreti e coraggiosi da parte dei suoi leader?”, ha chiesto il presule.
“La risposta è nelle nostre mani, e mostrerà la determinazione della comunità internazionale a perseguire la pace e la sicurezza mondiali basate sulla promozione dello sviluppo umano integrale”, ha commentato.
“Disarmare la sicurezza”
Monsignor Migliore ha ricordato che l'articolo 26 della Carta delle Nazioni Unite dichiara che la spesa eccessiva in armamenti svia le risorse umane ed economiche da obiettivi fondamentali.
Il ruolo principale delle iniziative per il disarmo, ha affermato, è quello di “ridurre le spese militari attraverso il controllo delle armi e il disarmo, così che la comunità internazionale possa progressivamente disarmare la sicurezza”.
Chiedendosi quali possano essere le “alternative a queste spese militari eccessive che allo stesso tempo non diminuiscano la sicurezza”, l'Osservatore Permanente ha risposto che una di queste è “il rafforzamento del multilateralismo”.
A questo proposito, ha riconosciuto che si assiste a “un nuovo clima politico da parte dei protagonisti principali del disarmo”, che si affianca al raggiungimento di obiettivi come l'adozione di una nuova Convenzione sulle bombe a grappolo e i rinnovati impegni per un mondo libero dalle mine.
In questa prospettiva, la delegazione vaticana ha ribadito l'impegno della Santa Sede nel portare avanti i lavori su un Trattato per il Commercio delle Armi che rappresenti uno strumento vincolante per l'importazione, l'esportazione e il trasferimento di armi.
“Le armi non possono essere considerate come qualsiasi bene scambiato sul mercato globale, regionale o nazionale, e il loro eccessivo immagazzinamento o il loro commercio indiscriminato – soprattutto verso zone interessate da conflitti – non può essere moralmente giustificato in alcun modo”, ha dichiarato.
Se da un lato la Santa Sede ribadisce la necessità di “politiche nazionali e accordi bilaterali per ridurre gli arsenali nucleari”, dall'altro esorta a non dimenticare “molte questioni ancora irrisolte”, riferendosi in particolare al fatto che dopo 13 anni il Trattato per il bando dei test nucleari non sia ancora entrato in vigore, mancando nove ratifiche, e agli “ostacoli persistenti” che intralciano i negoziati su un Trattato per l'abolizione del materiale fissile.
“Molte questioni sul disarmo attendono ancora una soluzione definitiva”, ha concluso monsignor Migliore. “Uniamo gli sforzi e la buona volontà perché siano assicurati la sicurezza internazionale e organismi multilaterali efficaci”.
La Santa Sede ribadisce la centralità della libertà religiosa
Intervento di mons. Fronteiro al Meeting per l'Implementazione della Dimensione Umana 2009
di Roberta Sciamplicotti
ROMA, giovedì, 8 ottobre 2009 (ZENIT.org).- La libertà religiosa è un diritto fondamentale che si basa sulla dignità dell'essere umano e può apportare grande beneficio alla società perché la religione dà un contributo “fondamentale e positivo” al vivere associato.
Lo ha sottolineato monsignor Anthony R. Fronteiro, della delegazione della Santa Sede, intervenendo il 29 settembre a Varsavia (Polonia) al Meeting per l'Implementazione della Dimensione Umana 2009 dell'OSCE/ODIHR in occasione della II sessione, sul tema “Libertà di Pensiero, Coscienza, Religione o Credo”.
Il presule ha iniziato il suo intervento ricordando le “significative sfide” alle libertà oggetto del dibattito esistenti ancora oggi nel mondo.
Alcune, ha affermato, sono “di lunga data” e “si manifestano in atti di intolleranza, violenza e discriminazione, come l'interferenza dello Stato nella possibilità per le persone di pregare, l'ostilità sociale o la stereotipizzazione delle religioni, i requisiti di registrazione superflui, onerosi o invasivi”.
Altre sfide, ha aggiunto, sono sorte in tempi più recenti, in “società sempre più relativistiche, in cui ci si sforza di subordinare la libertà di religione, o di sradicarla del tutto, a volte per favorire altri programmi percepiti come diritti”.
In questo contesto, la delegazione vaticana ha sottolineato “la centralità della libertà religiosa”, ritenendola “un diritto più fondamentale e importante della libertà d'espressione”.
La sua rilevanza, ha ricordato monsignor Fronteiro, è evidente anche nelle finalità dell'OSCE, che sottolinea come la persona umana abbia diritto a questa libertà, un diritto che trova la sua base nella dignità e nella natura stessa della persona e che riflette il fatto che tutti gli uomini e le donne sono dotati di ragione e volontà e quindi possono avere una responsabilità personale.
“L'impegno dell'OSCE per la libertà di pensiero, coscienza, religione o credo indica chiaramente che la fede religiosa propriamente intesa non deve essere guardata con sospetto riluttante, o come una mania bizzarra o una reliquia antiquata retaggio del passato più semplice”, ha osservato il presule.
Gli Stati mebri, infatti, “hanno il dovere di rispettare e di assicurare a tutti gli individui soggetti alla loro giurisdizione il diritto alla libertà di religione o credo, riconoscendo la libertà religiosa come preminente tra i diritti fondamentali e la sua difesa come 'cartina di tornasole' per il rispetto di tutti gli altri diritti umani”.
L'obiettivo dell'impegno dell'OSCE per la libertà religiosa non è “relegare la religione ai margini nella speranza che appassisca”, ma “sostenerla perché possa fiorire”. A tale proposito, “ci deve essere una vera distinzione tra lo Stato e la religione, ma quest'ultima non deve essere separata dalla vita sociale e culturale”.
La religione, ha aggiunto monsignor Fronteiro, “è un contributo fondamentale e positivo alle nostre società ovunque la libertà è rispettata”.
Per questo, bisogna escludere ogni coercizione sulle questioni religiose, nei confronti sia di chi crede che di chi non crede.
L'impegno degli Stati membri dell'OSCE alla libertà di religione difende il diritto di mantenere la fede privata, ha aggiunto, ma ciò non implica “la privatizzazione della fede”, promuovendo anzi “il contributo che la libertà religiosa può offrire nella sfera pubblica”.
Quanto al rapporto tra libertà religiosa e libertà di parola, monsignor Fronteiro ha affermato che non esiste il diritto di “non essere offesi” dall'espressione di convinzioni religiose profonde.
Garantire un diritto di questo tipo, ha concluso, “restringerebbe la libertà d'espressione di individui e gruppi, inclusi quelli religiosi, e rappresenterebbe una discriminazione contro chi esprime un punto di vista diverso attraverso queste convinzioni”.
Il Papa nomina 12 membri della Pontificia Commissione per l'America Latina
I Cardinali Cañizares, Levada e Bruguès, nominati consiglieri
CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 8 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Benedetto XVI ha nominato consiglieri della Pontificia Commissione per l'America Latina i Cardinali Antonio Cañizares, prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, William Joseph Levada, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, e Jean-Luis Bruguès, segretario della Congregazione per l'Educazione Cattolica.
Secondo quanto ha reso noto questo giovedì la Sala Stampa della Santa Sede, il Papa ha nominato anche dodici membri della Commissione, tra cui i Cardinali Nicolás de Jesús López Rodríguez, Arcivescovo di Santo Domingo (Repubblica Dominicana), Juan Sandoval Iñiguez, Arcivescovo di Guadalajara (Messico), Marc Ouellet, Arcivescovo di Québec (Canada), e Odilo Pedro Scherer, Arcivescovo di San Paolo (Brasile).
Gli altri membri nominati sono gli Arcivescovi Juan José Asenjo, coadiutore di Siviglia (Spagna); Mario Antonio Cargnello, Arcivescovo di Salta (Argentina); Héctor Rubén Aguer, Arcivescovo di La Plata (Argentina); Nicolás Cotugno Fanizzi, Arcivescovo di Montevideo (Uruguay), e i monsignori Geraldo Lyrio Rocha, Arcivescovo di Mariana (Brasile); Raymundo Damasceno Assis, Arcivescovo di Aparecida (Brasile); Leopoldo José Brenes, Arcivescovo di Managua (Nicaragua), Orlando Antonio Corrales, Arcivescovo di Santa Fe de Antioquía (Colombia).
La Pontificia Commissione per l'America Latina, secondo la Costituzione Apostolica Pastor Bonus, ha l'obiettivo di “assistere col consiglio e con i mezzi economici le Chiese particolari dell'America Latina”.
In particolare, svolge questa funzione attendendo “allo studio delle questioni che riguardano la vita e lo sviluppo delle medesime Chiese, specialmente per essere di aiuto tanto ai dicasteri di Curia, interessati in ragione della loro competenza, quanto alle Chiese stesse nella soluzione di tali questioni”.
Alla Commissione “spetta anche di favorire i rapporti tra le istituzioni ecclesiastiche internazionali e nazionali, che operano per le regioni dell'America Latina, e i dicasteri della Curia romana”.
La Commissione dipende dalla Congregazione vaticana per i Vescovi, motivo per cui il suo presidente è il prefetto di questo organismo vaticano, attualmente il Cardinale Giovanni Battista Re.
E' stata istituita nel 1958, quando Papa Pio XII vide la necessità di creare un organismo della Santa Sede per intensificare e coordinare più strettamente l'opera svolta a favore della Chiesa in America Latina, vista la scarsità di sacerdoti e missionari.
Giovanni Paolo II ha corroborato e potenziato questa iniziativa per sottolineare la speciale sollecitudine pastorale del Papa per le Chiese che peregrinano in America Latina.
La Libreria Editrice Vaticana alla Frankfurt Buchmesse 2009
Dal 14 al 18 ottobre 2009
CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 8 ottobre 2009 (ZENIT.org).- La Libreria Editrice Vaticana (LEV) si presenta a Francoforte con oltre cinquanta novità e si appresta ad incontrare almeno altrettanti editori per lo scambio dei diritti.
Oltre agli impegni per la diffusione dei diritti in tutto il mondo la LEV organizza durante questa edizione della Fiera un Forum Dialog sulla relazione dell’opera di Joseph Ratzinger con il mondo dell’editoria (Halle 6.1 E 193 ore 17.30).
A questa manifestazione parteciperanno come relatori il prof. don Giuseppe Costa, direttore della LEV, il dott. Burkhard Menke, editor della casa editrice tedesca Herder, il dott. Paul K. Henderson, direttore editoriale della casa editrice della Conferenza Episcopale Americana e il prof. Pierluca Azzaro, docente di Storia del Pensiero politico presso la Facoltà di Scienze Politiche della Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Moderatore, il prof. padre Edmondo A. Caruana, responsabile editoriale della LEV.
Uomini e donne di fede
Francisco Coll: quando la santità sboccia nella rivoluzione
Sarà canonizzato l'11 ottobre
di Carmen Elena Villa
ROMA, giovedì, 8 ottobre 2009 (ZENIT.org).- La Catalogna è stata testimone dello zelo apostolico con cui Francisco Coll ha annunciato il Signore a metà del XIX secolo.
Il sacerdote, fondatore delle Suore Domenicane dell'Annunziata, sarà canonizzato l'11 ottobre insieme ad altri quattro beati, tra cui il suo compatriota fratel Rafael.
Lui e Santiago Desiderio Laval sono stati i primi servi di Dio beatificati nel 1979 da Giovanni Paolo II, che definì Francisco Coll durante la sua omelia “una di quelle personalità ecclesiali che nella seconda metà del XIX secolo hanno arricchito la Chiesa con nuove fondazioni religiose”.
Vocazione nella rivoluzione
Le date di nascita e morte di Francisco coincidono provvidenzialmente con quelle di Giovanni Paolo II, anche se ovviamente si riferiscono ad anni diversi. Nacque infatti il 18 maggio 1812 e morì il 2 aprile 1875.
Nacque in una zona vicina alla Francia in una famiglia numerosa e umile. Molti dei suoi fratelli morirono in tenera età.
“Fin da bambino si orientò verso il sacerdozio, sentendo un'inclinazione alla predicazione ricordando quella del parroco del suo paese”, ha detto a ZENIT il postulatore della sua causa, padre Vito T. Gómez García.
Entrò così nel 1830 nell'Ordine dei Predicatori nel convento di Gerona, dove fece la professione solenne e ricevette il diaconato.
Nel 1835 l'esclaustrazione dei religiosi lo costrinse a vivere fuori dal convento. “La vita dei religiosi restò nell'aria, come pietre nelle piazze. Egli era uno degli esclaustrati, costretto dalle leggi civili”, ha commentato il postulatore.
“I religiosi dovevano aspettare per vedere se la tempesta passava, se la fine di quella situazione avrebbe permesso loro di rientrare nei conventi”, ha aggiunto.
Francisco Coll fu ordinato sacerdote nella clandestinità, e all'inizio dovette esercitare il suo ministero come se fosse diocesano, non potendo vivere in un convento.
Si trasferì poi in una località detta Moyá, dove la prima guerra carlista aveva provocato più di 130 morti solo in quel luogo.
“Padre Coll fu un vero angelo della pace, della riconciliazione tra le fazioni politiche opposte, asciugò molte lacrime, aiutò tante famiglie, tanti bambini, vedove, genitori, dovette arrangiarsi per risollevare l'animo di quelle persone”, ha proseguito padre Gómez.
Iniziò a percorrere predicando le varie zone della Catalogna, scoprendo che uno dei mali del mondo era la mancanza di istruzione, soprattutto delle donne.
“Di fronte a questo fondò la Congregazione delle Domenicane dell'Annunziata, che continuarono la sua opera evangelizzatrice in tutte quelle zone in cui non c'erano scuole”.
“Fondò vari centri educativi con un orientamento cristiano di vita, cercando di trasmettere tutto il sapere, formando le persone e orientandole ai valori e alla fede”.
Cieco dal 1869 e con perdite temporanee delle facoltà mentali, morì a Vic (Barcellona) il 2 aprile 1875. I suoi resti riposano lì, nella casa madre della Congregazione.
L'Annunziata
Al momento della sua morte c'erano già circa 50 comunità di Domenicane dell'Annunziata. Attualmente l'Ordine ha 1.200 religiose in quattro continenti. Il suo carisma è l'istruzione, nel quale si dà molta importanza alla dottrina e alla teologia.
Suor Rosa Di Tullio, superiora della comunità a Roma, ha detto a ZENIT che “sono state varie le difficoltà incontrate per portare avanti il processo di canonizzazione” e oggi “ci rallegra il riconoscimento da parte della Chiesa universale di una persona che noi da molto tempo consideravamo un santo”.
Una delle peculiarità delle Domenicane dell'Annunziata è l'apostolato con i migranti, motivo per il quale le suore prestano il proprio servizio in molte zone di frontiera del mondo.
Per suor Rosa, il futuro santo è stato “un domenicano nel vero senso della parola, perché è stato un grande predicatore in tempi difficili. Non si è tirato indietro davanti alle difficoltà, perché aveva un amore grande. E' un santo moderno, ha vissuto davvero l'amore per l'umanità sofferente”.
Eredità
I suoi scritti sono stati raccolti in due libri, “La hermosa rosa” (“La bella rosa”) e “La escala del cielo” (“La scala del cielo”), in cui sottolinea: “la vita delle suore deve essere una vita di preghiera... Per questo vi raccomando, amate sorelle: non abbandonate la preghiera”.
E' stato attraverso la preghiera che, anche in mezzo alla guerra e alle umiliazioni subite dal clero, Francisco rivolgeva sempre lo sguardo verso l'alto.
“Guardate al premio proposto alla fine de percorso, alla corona che vi aspetta dopo il combattimento, al salario con cui si paga il servizio, al torrente di delizie che viene dopo brevi tribolazioni, al regno celeste che vi aspetta dopo una breve lotta; e a tutta questa infinità di gloria e felicità, dopo alcuni istanti di lavoro e violenza”, scrisse in uno dei suoi testi.
[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]
Notizie dal mondo
Vescovo canadese indagato per pedopornografia
La Chiesa vuole arrivare alla verità
di Patricia Navas
ANTIGONISH, giovedì, 8 ottobre 2009 (ZENIT.org).- La Chiesa ha espresso costernazione e chiesto che si indaghi per arrivare alla verità sulle accuse di possesso di materiale pedopornografico rivolte al Vescovo canadese Raymond John Lahey.
Intanto, il Papa ha accettato la sua rinuncia al governo pastorale della Diocesi di Antigonish il 26 settembre scorso.
Il presidente dell'episcopato canadese, l'Arcivescovo James Weisgerber, ha dichiarato pubblicamente il 1° ottobre di sentirsi “sorpreso e triste” per le denunce contro il Vescovo Lahey e ha riconosciuto l'importanza del fatto che “queste gravi accuse siano oggetto di indagine da parte dei tribunali competenti”.
Da parte sua, l'amministratore apostolico ora alla guida della Diocesi, il Vescovo di Halifax monsignor Anthony Mancini, ha segnalato che “in questo momento in cui molti cuori si spezzano abbiamo bisogno di comprendere di nuovo – o di farlo per la prima volta – il potere curativo che viene dall'amore di Dio”.
In una lettera scritta il 2 ottobre ai cattolici di tutta la provincia della Nuova Scozia, monsignor Mancini propone di trarre “alcune lezioni dalle lotte che abbiamo combattuto in questi ultimi anni”.
Le aspettative disumane producono comportamenti disumani
In primo luogo, “abbiamo compreso meglio la persona umana nella sua integrità”, visto che “siamo tutti umani e se lo ignoriamo e non ne teniamo conto continueremo ad avere aspettative disumane che produrranno comportamenti disumani”.
“Un'altra lezione è che la mancanza di leadership pastorale è collegata alla mancanza di comprensione delle varie relazioni interpersonali necessarie per mantenere unita la comunità dei credenti”, indica.
“I Vescovi, i sacerdoti, i diaconi, gli agenti di pastorale laici non sono superuomini o esseri superiori; la leadership nel popolo di Dio non ha niente a che vedere con il potere, vuol dire aver cura del popolo dei credenti”.
Nella sua lettera, pubblicata in inglese e francese sulla pagina web della Diocesi canadese di Antigonish, il presule sottolinea che “c'è molto da fare” e che “alcune cose possono essere fatte immediatamente, altre richiedono tempo”.
Ricostruire le relazioni e la fiducia
Nel momento di “crisi attuale”, il presule raccomanda di “cercare l'atteggiamento con cui sia possibile ricostruire a poco a poco le nostre relazioni reciproche e la nostra capacità di confidare gli uni negli altri e di preoccuparci per il prossimo”.
In concreto, chiede di “iniziare mettendoci in silenzio davanti a Dio e di tornare poi dagli altri per accettarli e amarli”.
Secondo vari mezzi di comunicazione, il 15 settembre scorso la polizia dell'aeroporto di Ottawa ha rinvenuto materiale pedopornografico nel computer del Vescovo Lahey e lo ha arrestato, rimettendolo in libertà alcune ore dopo. A giorni è previsto che compaia in tribunale.
[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]
Dottrina Sociale e Bene Comune
Le Università cattoliche promuovono lo sviluppo dell’Africa
di padre Paolo Scarafoni*
ROMA, giovedì, 8 ottobre 2009 (ZENIT.org).- L’Africa è il continente con la maggiore varietà e la più grande quantità di materie prime del mondo. Petrolio, diamanti, oro, uranio, platino, legno pregiato ecc …. non c’è materia prima che in Africa manchi. Anche il coltan (columbite-tantalite), minerale che serve per le batterie dei telefonini è presente in Africa. Anche dal punto di vista delle terre da utilizzare in attività agricole e di allevamento l’Africa non ha pari al mondo.
Eppure l’Africa è il continente più povero del mondo. I dati ONU sullo sviluppo del Pianeta ci dicono che tra i 50 paesi più poveri del mondo 35 sono africani. Sono molte ed articolate le cause che impediscono all’Africa di svilupparsi. Due in particolare sono decisive e cioè, la bassa densità demografica, e la scarsità di scuole e università.
Dal punto di vista demografico, l’Africa ha subito la grande emorragia dello schiavismo. Per secoli le persone più forti e valenti sono stati catturati e portati a lavorare in altri continenti. Gran parte dello sviluppo agricolo delle americhe non sarebbe stato possibile senza le braccia degli africani.
Nonostante che oggi il numero di nascite per ogni donna sia superiore alla crescita zero (2,1 figli per donna) e seppure in diverse parti dell’Africa si registrano tassi di crescita economica significativi, l’Africa rimane il continente con la più bassa densità demografica del pianeta.
Seppure le società abbiano un alto numero di giovani, la scarsa produttività agricola, la mancanza di infrastrutture, la povertà, le malattie e gli scontri armati, fanno sì che la parte più avanzata delle società africane emigrino senza tornare. Gli studenti che vengono inviati all’estero per studiare, rimangono nei paesi avanzati e non tornano in Africa. Così mancano anche gli insegnanti per le scuole africane.
Quelli che rimangono in Africa perchè non hanno il denaro per andare a studiare all’estero, appena raggiungono l’età per lavorare, emigrano nei paesi avanzati. Per invertire il trend che vede gli africani fuggire. Per sviluppare l’Africa e farla diventare, come ha detto il Pontefice Benedetto XVI, il continente della speranza. Per sviluppare quello che gli economisti chiamano capitale umano e noi cattolici chiamiamo persona, la prima cosa da fare è investire nelle istituzioni educative ed in particolare nelle università.
Il grave deficit in capitale umano dell’Africa deriva in primo luogo dalla scarsità di istituzioni scolastiche. L’Africa ha il più basso numero di scuole e università rispetto alla popolazione, del mondo. Gli unici che hanno veramente investito in Africa nel sistema scolastico sono i cattolici. Nel continente africano vi sono un totale di 110 tra Università cattoliche (istituite secondo la Costituzione Apostolica “Ex Corde Ecclesiae”), Istituti per gli Studi superiori e Seminari, e Università e Facoltà ecclesiastiche (istituite secondo la Costituzione Apostolica “Sapientia Christiana”). In particolare, le Università cattoliche sono 19, con 12 Facoltà ecclesiastiche (Teologia, Filosofia, Diritto Canonico e altro), a volte all’interno di un’università cattolica; vi sono poi 73 Istituti (affiliati, aggregati, incorporati o d’altro tipo).
Si calcola che le università cattoliche in Africa rappresentino circa il 70% del totale delle università del continente. E’ evidente che non basta solo trovare i fondi per costruire le università in Africa, ma creare le condizioni perchè ci sia un numero qualificato e sufficiente di corpo docenti e che possano vivere in condizioni di vita adeguate.
Però non ci sarà un reale sviluppo senza un radicale investimento nelle scuole e nelle università in Africa. In questo contesto la collaborazione con le Università Europee, ed in aprticolare con le università romene è decisiva. In Africa vi è un’Associazione delle Università Cattoliche e degli Istituti Superiori dell’Africa e del Madagascar (ACUHIAM, Association of Catholic Universities and Higher Institutes of Africa and Madagascar/ ASUNICAM, Association des Universiés et Instituts Catholiques d'Afrique et de Madagascar), organismo che riunisce le Università e gli Istituti superiori cattolici nel continente. Oggi, l’Associazione opera nello spirito della Federazione internazionale delle Università Cattoliche (FIUC), che si ispira alle Costituzioni Apostoliche "Sapientia Christiana" per gli istituti e le facoltà ecclesiastiche, ed “Ex Corde Ecclesiae”, per le università cattoliche in genere.
Credo che gli obbiettivi indicati dalla ACUHIAM possano essere di stimolo e di condivisione per tutti. Gli obiettivi dell’associazione sono: Promuovere una collaborazione accademica tra le università e le istituzioni coinvolte; promuovere un elevato livello di formazione e ricerca; favorire la circolazione di conoscenza attraverso pubblicazioni, e con lo scambio di programmi e docenti; promuovere insegnamento e ricerca attraverso il principio dell’inculturazione; condividere esperienze di auto-sostegno nelle strutture amministrative e finanziarie di università e istituti; sensibilizzare le Chiese locali e le Conferenze Episcopali in vista di un impegno più solido e di un sostegno deciso alle università e agli istituti di formazione; adoperarsi perché la formazione universitaria abbia un impatto sulla vita concreta della popolazione in Africa.
Dal punto di vista più laico, è evidente che lo sviluppo dell’Africa deve partire da una rivoluzione agricola. Infatti più del 70% della popolazione africana lavora in agricoltura, con risultati pessimi, vista la bassissima produttività e la scarsità alimentare che colpisce gran parte del continente. In questo contesto l’Università Europea di Roma sta sviluppando una proposta per un centro di ricerca in collaborazione con le università africane, che lavori sulle biotecnologie, vegetali, animali, per miglioramenti alimentari e la produzione di medicine e vaccini.
Un tale progetto, semplice da realizzare e subito operativo potrebbe contribuire in maniera significativa a sostenere una rivoluzione verde per l’Africa, e mettere i primi mattoni per uno sviluppo integrale del continente e dei popoli. Inoltre il centro romano in collaborazione con gli altri centri universitari africani potrebbe diventare subito punto di riferimento per tutti coloro che intendono investire in Africa, incentivando la ricerca e applicandola sul campo.
In conclusione vorrei ricordare che la nascita e lo sviluppo delle università in Europa ha avuto origine grazie alla lungimiranza della Chiesa cattolica che sempre alla ricerca di verità e carità, ha realizzato nel Vecchio continente quell’Umanesimo cristiano che per secoli ha illuminato il mondo intero. In base a questa tradizione e insieme ai popoli africani rinnoviamo la nostra sfida a cercare verità, giustizia e bellezza.
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* Padre Paolo Scarafoni è Rettore dell’Università Europea di Roma
Solidarietà dei Vescovi al Sinodo dopo le violenze in Congo
Gli orrori dell'Africa nell'aula del Sinodo
Il ruolo dei media negli interventi liberi
Curiosità del Sinodo dei Vescovi
SANTA SEDE
Il Papa: serve una “soluzione giusta” al conflitto israelo-palestinese
Il Papa: “occorre costruire insieme la vera civiltà”
Santa Sede: cibo, sanità e istruzione, meno accessibili delle armi
La Santa Sede ribadisce la centralità della libertà religiosa
Il Papa nomina 12 membri della Pontificia Commissione per l'America Latina
La Libreria Editrice Vaticana alla Frankfurt Buchmesse 2009
UOMINI E DONNE DI FEDE
Francisco Coll: quando la santità sboccia nella rivoluzione
NOTIZIE DAL MONDO
Vescovo canadese indagato per pedopornografia
DOTTRINA SOCIALE E BENE COMUNE
Le Università cattoliche promuovono lo sviluppo dell’Africa
ITALIA
Caritas Christi urget nos - l'amore del Cristo ci spinge
A Roma una conferenza per liberare i bambini da Hiv e Tbc
Un milione di euro dalla CEI per le vittime del nubifragio di Messina
INTERVISTE
Tecnici cattolici discutono di etica e legalità e bellezza delle Chiese
DOCUMENTI SULLA WEB DI ZENIT
Interventi pronunciati dai Padri sinodali l'8 ottobre (mattina)
Sinodo speciale sull'Africa
Solidarietà dei Vescovi al Sinodo dopo le violenze in Congo
Fanno appello alle autorità civili perché ripristinino l'ordine
CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 8 ottobre 2009 (ZENIT.org).- I Vescovi riuniti in questi giorni in Vaticano per il Sinodo speciale sull'Africa hanno espresso la loro solidarietà con le vittime dell'eccidio di Bukavu ed hanno lanciato un pressante appello perché venga ristabilito al più presto l'ordine.
Sono questi i sentimenti espressi dai presuli in una lettera indirizzata a monsignor François-Xavier Maroy Rusengo, Arcivescovo di Bukavu, letta giovedì 8 ottobre in occasione della sesta Congregazione generale, che ha visto la presenza di 227 Padri sinodali.
Nella lettera i Vescovi chiedono alle “autorità civili legittime a fare tutto il possibile per il ripristino dell'ordine nella giustizia, al fine di instaurare e di garantire la pace, indispensabile per una vita normale a quell'amata popolazione”.
Nella notte tra il 2 e il 3 ottobre, uomini in divisa militare hanno sequestrato due sacerdoti e un seminarista della parrocchia di Chierano. Dopo averli malmenati e derubati ed aver appiccato il fuoco alla residenza del parroco, hanno preteso un riscatto di 5000 dollari per liberarli.
Un attacco analogo è stato sferrato nella notte tra il 5 e il 6 ottobre contro il convento dei fratelli Maristi di Nyangezi, a 25 chilometri a sud di Bukavu, e il dormitorio scolastico dell’Istituto Weza, gestito dai religiosi.
“A nome di tutta l'Assemblea - si legge nella lettera firmata dai Presidenti delegati e dal Segretario Generale del Sinodo insieme ai Vescovi della Repubblica Democratica del Congo presenti in aula - vi esprimiamo la nostra solidarietà fraterna”.
La lettera si conclude con l'appello ai responsabili civili della nazione affinché siano restituiti “all'arcidiocesi di Bukavu, alla regione dei Grandi Laghi e a tutta l'Africa” “giorni tranquilli e una vita serena”.
Sempre questo giovedì, nel prendere la parola in aula, mons. Nicolas Djomo Lola, Vescovo di Tshumbe e Presidente della Repubblica democratica del Congo, parlando delle conseguenze delle guerre e delle violenze subite dal suo paese, ha detto: “Siamo obbligati a condannare le menzogne e i sotterfugi utilizzati dai predatori e dai mandanti di queste guerre e violenze”.
“Il tribalismo evocato incessantemente per giustificare queste guerre nella Repubblica Democratica del Congo non è altro che un paravento – ha continuato –. La diversità etnica viene strumentalizzata come pretesto per saccheggiare le risorse naturali”.
D'accordo con il presule anche l’Arcivescovo di Bukavu, costretto a far rientro nella Repubblica Democratica del Congo in seguito alla recrudescenza della violenza, che intervenendo il 7 ottobre al Sinodo aveva sottolineato che “proprio le risorse naturali del Paese” sono “la causa delle violenze”.
Nel suo intevento mons. Nicolas Djomo Lola ha detto inoltre di deplorare l'incapacità e la scarsa volontà della comunità internazionale di “porre fine a queste guerre e a queste violenze”.
La comunità internazionale, ha aggiunto, “si limita a preoccuparsi delle conseguenze delle guerre invece di affrontarne le cause in modo determinato e convincente”.
Ai microfoni della Radio Vaticana, mons. Fridolin Ambongo Besungu, Vescovo di Bokungu Ikela, ha affermato che “la più grande difficoltà è che a volte abbiamo l’impressione di predicare nel deserto, con tutti questi capi che ammazzano i popoli: noi parliamo ma la nostre voce non è influente”.
Inoltre, ha aggiunto, gli organi d'informazione “non dicono la verità sulla nostra realtà. Ognuno ha il suo punto di vista. Noi non abbiamo i mezzi di comunicazione come qui in Europa e per questo tramite questo Sinodo vogliamo che la verità esca fuori”.
Dal canto loro i Vescovi della Conferenza Episcopale Nazionale del Congo (Cenco) in merito agli episodi di violenza occorsi negli ultimi giorni nel Sud Kivu hanno fortemente condannato “queste azioni orribili contro persone la cui vita è generosamente consacrata al servizio degli altri”.
“Attentando alla loro vita e alle strutture della Chiesa viene colpita la stessa popolazione, in quanto è noto cosa la Chiesa rappresenta a Bukavu e cosa fa per questa popolazione afflitta violenze ingiuste e immeritate”, ha affermato.
Si calcola che nella Repubblica Democratica del Congo siano morti più di quattro milioni di persone, la maggior parte per fame e malattie, a causa dell'infuriare della guerra nella regione dal 1998 al 2003. Anche dopo la fine del conflitto il sud Kivu è rimasta una regione estremamente tormentata dalla violenza.
Ad affliggere questa terra vi sono anche le frequenti violenze sessuali, la piaga dei bambini-soldato e il gran numero di rifugiati che sfuggono ai conflitti, tutti causati dalle azioni dei ribelli finanziate dal commercio di minerali. Si calcola che siano almeno due milioni i profughi interni dall'inizio delle atrocità.
All'origine della scia di sangue nelle regioni orientali congolesi del Nord Kivu e del Sud Kivu sono spesso i ribelli hutu delle Forze democratiche di liberazione del Rwanda (Fdlr), che riparati oltre confine dopo il genocidio del 1994 continuano essere protagonisti di sistematiche violenze.
Gli orrori dell'Africa nell'aula del Sinodo
In un ambiente disteso, risuonano denunce toccanti
di Jesús Colina
CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 8 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Orrori dell'Africa come il traffico di esseri umani, gli abusi da parte delle multinazionali e delle ONG, il dramma di ragazze che uscendo da congregazioni religiose cadono nella prostituzione stanno commuovendo l'aula del Sinodo che riunisce i Vescovi dell'Africa.
L'ambiente fraterno e spesso caratterizzato dal buonumore africano si scontra brutalmente in alcune occasioni con la durezza delle situazioni che deve affrontare questo vertice episcopale a cui Benedetto XVI partecipa ogni volta che le sue responsabilità glielo permettono.
Per rispettare la libertà del dibattito tra i Vescovi, quando si tratta di interventi spontanei ai giornalisti viene rivelato il contenuto dell'intervento ma non il nome del padre sinodale che lo pronuncia.
In questo modo il nome e la proposta non finiscono sui giornali il giorno dopo, privando di confidenzialità o di libertà la discussione.
Monsignor Joseph Bato'ora Ballong Wen Mewuda, portavoce del Sinodo per la lingua francese, ha rivelato alcune delle denunce e degli orrori che hanno espresso i 23 padri sinodali che hanno preso la parola nello scambio di idee di questo martedì pomeriggio, al quale il Papa non ha potuto partecipare perché doveva preparare la sua catechesi per l'Udienza generale del mercoledì.
Preoccupazione per i giovani
In questa sessione, l'argomento più trattato è stato quello della situazione dei giovani africani, perché i presuli si rendono conto che la Chiesa deve riflettere molto di più sul modo in cui avvicinarsi a loro. Troppo spesso, si è denunciato, sono vittime delle sette fondamentaliste.
Allo stesso tempo, si è constatato che per i Vescovi è praticamente impossibile contenere l'esodo dei giovani che cercano una vita migliore all'estero, soprattutto in Occidente.
Di fronte a questa situazione, i presuli considerano che possono almeno prepararli ad affrontare con l'emigrazione altre culture e mentalità, e formarli nella Dottrina Sociale della Chiesa. Non tutto è negativo, hanno riconosciuto, perché alcuni di questi giovani scoprono o riscoprono la propria fede nei Paesi di accoglienza.
Dalla vita religiosa alla prostituzione
Uno dei Vescovi ha denunciato la situazione di giovani cattoliche africane che, mosse da una curiosità vocazionale per la vita religiosa, si recano in Europa per discernere sul proprio futuro in qualche monastero o comunità religiosa.
In qualche caso, ha confessato, una ragazza non si è integrata nella vita religiosa, abbandonando la comunità e finendo poi per cadere nelle maglie della prostituzione.
Per questo motivo, si è spiegato nell'aula, nella Repubblica Democratica del Congo la Conferenza Episcopale ha stabilito che le ragazze che vogliono entrare in una comunità religiosa potranno farlo solo se quella comunità ha una presenza nel Paese.
In questa maniera si manterrà sempre un contatto con la realtà locale nel caso in cui la ragazza non voglia continuare la vita religiosa. In altri Paesi africani, i Vescovi consigliano questa pratica, pur non avendola assunta come obbligatoria.
Ad ogni modo, quando una ragazza si reca in Europa per entrare in una comunità religiosa, c'è un processo di permessi da parte dell'autorità ecclesiastica per evitare per quanto possibile questo tipo di problemi.
Organizzazioni non molto umanitarie
Altri Vescovi hanno denunciato che alcune ONG, molto ammirate in Occidente, in realtà diventano paraventi per agende nascoste o perfino segrete.
Stanno invadendo il continente africano con il pretesto di offrire aiuti umanitari, ma in realtà cercano di promuovere ideologie.
Monsignor Ballong Wen Mewuda ha spiegato che i Vescovi non hanno chiarito esplicitamente quali siano queste ideologie, ma ha considerato che ci si potrebbe riferire alle ONG che cercano di promuovere la “salute riproduttiva” (l'aborto) o che sono una copertura per le sette.
In questo senso, un padre sinodale ha fatto riferimento a un articolo pubblicato dalla rivista "Jeune Afrique" in cui si rivelava che ci sono guru di sette che diventano consiglieri di politici, o anche di Presidenti, e contribuiscono poi all'adozione di decisioni nefaste.
Multinazionali sfruttatrici
Vari Vescovi, almeno quattro, hanno chiesto anche che il Sinodo levi la propria voce contro gli abusi delle multinazionali presenti in Africa, che sfruttano abusivamente le risorse minerarie e i boschi e contaminano l'acqua, provocando gravi danni alle popolazioni locali.
In alcune zone in cui sono giunte, si è constatato, queste imprese sfruttano le risorse ma non hanno fatto niente per creare scuole o ospedali o per garantire l'acqua potabile.
Altri padri sinodali hanno chiesto di denunciare non solo queste multinazionali, ma anche i politici locali, che hanno permesso il loro inserimento o l'hanno attirato senza tener conto dei danni che soffrono ora per questo motivo gli africani.
Si è denunciata anche la crescente invasione nel continente africano della Cina, che sta costruendo strade o opere pubbliche in molti Stati africani in cambio di agognate materie prime, con personale cinese che vive praticamente in condizioni di schiavitù.
Buonumore
Come accade spesso in Africa, tutti questi drammi non tolgono ai Vescovi la speranza o il buonumore.
I presidenti delegati dell'assemblea, in particolare il Cardinale Francis Arinze, prefetto emerito della Congregazione per il Culto Divino, e il Cardinale Wilfrid Fox Napier, O.F.M., Arcivescovo di Durban (Sudafrica), strappano in genere sorrisi con i loro commenti di transizione prima di dare la parola a qualche Vescovo.
Quando un presule fa un intervento breve e finisce prima del tempo assegnato, è accolto con un sonoro applauso, che non è solo un premio, ma anche un incitamento affinché anche il padre sinodale successivo sia il più breve possibile.
Si verificano anche scene divertenti di vita quotidiana, come quando si chiede che il Vescovo che ha perso il proprio zucchetto o la cintura passi a prenderli in segreteria.
In queste occasioni il Papa sorride, e rispettando la metodologia del Sinodo è intervenuto solo per offrire la sua prima meditazione a braccio e per un saluto spontaneo alla fine delle sessioni.
Il ruolo dei media negli interventi liberi
di Chiara Santomiero
CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 8 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Tenuti fuori dall’Assemblea del Sinodo dei vescovi per ragioni di riservatezza, i giornalisti vi sono tornati da protagonisti negli interventi liberi dei Padri sinodali di mercoledì.
Diversi dei 18 interventi registrati, infatti, hanno fatto riferimento al ruolo dei mass media in Africa sulla scorta dell’intervento di mons. Fulgence Muteba Mugalu, Vescovo di Kilwa-Kasenga nella Repubblica democratica del Congo, che aveva segnalato la necessità che i mezzi di comunicazione sociale siano messi al servizio dell’evangelizzazione ed essi stessi evangelizzati.
I Vescovi intervenuti ritengono che i media costituiscano “il vero potere, di più dello stesso potere politico, perché essi veicolano modelli di comportamento” che possono avere un “impatto distruttivo sulla cultura africana”.
E’ necessario attrezzarsi per “un utilizzo critico” dei media e anche avere propri “centri di comunicazioni sociali tecnologicamente avanzati”, sebbene non sempre sia possibile “controbattere una certa informazione con la controinformazione”.
Un esempio di informazione poco oggettiva, hanno ricordato diversi interventi, è stata quello offerto dai media in occasione della visita del Papa in Africa, informazione che si è concentrata solo sulle polemiche riguardo l’uso dei preservativi nella lotta all’Aids, probabilmente in maniera strumentale “con l’intervento dei potenti di turno”.
Ma non tutto viene per nuocere e un Vescovo ha riferito il commento di un musulmano che gli ha detto: “Il tuo Papa deve essere un vero capo se è capace di provocare tutte queste reazioni!”, dopo di che si è messo a distribuire i documenti di Benedetto XVI.
Non è facile, secondo i Vescovi, essere giornalisti cristiani e per questo è necessario preparare adeguatamente gli operatori. Servono, infatti, “agenti di notizie positive” capaci di dare dell’Africa un’immagine oltre quella veicolata dei conflitti irrisolti e della miseria. E’ importante che questi giornalisti sappiano “commentare la realtà attraverso le indicazioni della dottrina sociale della Chiesa”.
Una attenzione particolare va riservata al mondo di Internet “dove attualmente la Chiesa africana non è presente”.
Per realizzare tutto questo occorre “investire risorse nella comunicazione” ma così la Chiesa sarà in grado di dare più efficacemente il suo contributo per la riconciliazione e la pace in Africa.
Curiosità del Sinodo dei Vescovi
CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 8 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Alle 12.30 di questo giovedì erano già intervenuti 70 Padri sinodali, circa un terzo dell’assemblea composta da 225 partecipanti.
Un “sondaggio” effettuato stamattina ha evidenziato che sono 111 i Vescovi che partecipano per la prima volta all’Assemblea e 46 quelli che erano presenti anche alla I Assemblea speciale per l’Africa del 1994.
Nei Circoli minori, dove la discussione avviene divisa in gruppi linguistici, per la prima volta non c’è un gruppo in italiano e nemmeno in latino, mentre si sono moltiplicati i circoli in inglese e francese.
Santa Sede
Il Papa: serve una “soluzione giusta” al conflitto israelo-palestinese
Nel ricevere in Vaticano il Presidente dell’Autorità Palestinese, Mahmoud Abbas
CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 8 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Il Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese (Anp), Mahmoud Abbas (meglio noto come Abu Mazen), è stato ricevuto questo giovedì mattina in Vaticano da Papa Benedetto XVI.
Il colloquio, avvenuto nella biblioteca del Palazzo apostolico, è durato circa 15 minuti.
Quello di quest'oggi è stato il quarto incontro tra il Papa e Mahmoud Abbas. I tre precedenti risalgono al 13 maggio 2009 - nel Palazzo Presidenziale di Betlemme -, al 3 dicembre 2005 e al 24 aprile 2007 - questi ultimi avvenuti in Vaticano -.
“Nel corso dei cordiali colloqui – riferisce una nota diramata dalla Sala Stampa vaticana –, dopo aver ricordato il viaggio del Santo Padre in Terra Santa, si è aperto un dialogo sulla situazione in Medio Oriente e, in particolare, sulla necessità di trovare una soluzione giusta e duratura al conflitto israeliano-palestinese, in cui i diritti di tutti siano riconosciuti e rispettati”.
A questo proposito, il 13 maggio scorso, in occasione della cerimonia di congedo svoltasi nel pomeriggio nel Palazzo Presidenziale di Betlemme, Benedetto XVI aveva annunciato l'intenzione della Santa Sede di stabilire presto, in accordo con l'Autorità Palestinese, la Commissione Bilaterale di Lavoro Permanente che è stata delineata nell'art. 9 dell'Accordo di base, firmato in Vaticano il 15 febbraio 2000.
Inoltre, prosegue la nota, “è stata rilevata l’importanza della cooperazione e del mutuo rispetto tra le parti e del sostegno della comunità internazionale”.
“Non è mancato – si legge ancora – un riferimento alla situazione dei cattolici in Palestina, e più in generale nella regione, e al loro contributo alla vita sociale e alla convivenza pacifica tra i popoli”.
Successivamente il Presidente Abbas si è incontrato con il Cardinale Tarcisio Bertone, Segretario di Stato, che era accompagnato da mons. Dominique Mamberti, Segretario per i Rapporti con gli Stati.
Mahmoud Abbas è nato a Safad il 26 marzo 1935 ed è Presidente dell'Anp dal 9 gennaio 2005.
È laureato in Legge all'Università di Damasco ed ha ottenuto il dottorato in storia al Collegio Orientale di Mosca nel 1982.
E' uno dei fondatori dell'organizzazione al-Fatah ed è entrato nel Consiglio Nazionale Palestinese nel 1968. Nel 1981 è entrato a far parte dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (Olp).
Mahmoud Abbas è stato uno degli artefici dei colloqui di pace di Madrid del 1991 e di Oslo del 1993.
Il Papa: “occorre costruire insieme la vera civiltà”
Al termine del Concerto a 70 anni dall'inizio della Seconda Guerra Mondiale
CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 8 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Il ricordo dell'ultimo conflitto mondiale deve essere un monito e un incoraggiamento a costruire insieme una “vera civiltà” non fondata sulla violenza, ma sulla collaborazione dei credenti delle diverse religioni.
E' quanto ha detto questo giovedì sera Benedetto XVI al termine del Concerto “Youth against war concert - 70 anni dall’inizio della II Guerra Mondiale: Giovani contro la guerra”, tenutosi nell'Auditorium di Via della Conciliazione a Roma.
Presenti all'evento, oltre al Presidente della Repubblica italiana Giorgio Napolitano, anche i partecipanti alla II Assemblea speciale per l'Africa del Sinodo dei Vescovi.
L'orchestra tedesca InterRegionales JugendsinfonieOrchester, composta da giovani musicisti provenienti da una quindicina di Paesi e diretta da Jochem Hochstenbach e Wolfgang Gönnenwein, ha interpretato musiche di Gustav Mahler e Félix Mendelssohn-Bartholdy, due compositori di origine ebraica diventati in seguito cristiani (il primo cattolico e il secondo protestante).
Hanno partecipato anche l’attore Klaus Maria Brandauer, come voce recitante, e il mezzosoprano Michelle Breedt.
Dopo l'indirizzo di saluto del Cardinale Walter Kasper, Presidente del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani, il Papa ha preso la parola per ringraziare e riflettere sul significato di questa ricorrenza.
“Questa sera torna alla nostra memoria la tragedia della Seconda Guerra Mondiale – ha detto – , dolorosa pagina di storia intrisa di violenza e di disumanità, che ha causato la morte di milioni di persone, lasciando i vincitori divisi e l’Europa da ricostruire”.
“La guerra, voluta dal nazionalsocialismo, ha colpito tante popolazioni innocenti dell’Europa e di altri Continenti, mentre, con il dramma della Shoah, ha ferito soprattutto il popolo ebreo, oggetto di uno sterminio programmato”, ha aggiunto.
“Eppure non mancarono gli inviti alla ragionevolezza e alla pace elevatisi da molte parti”, ha osservato il Papa ricordando l'accorato appello di Pio XII che nel radiomessaggio del 24 agosto del 1939 – proprio nella imminenza dello scoppio della guerra – proclamò con decisione: “nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra”.
“Ricordare quei tristi eventi sia monito, soprattutto per le nuove generazioni, a non cedere mai più alla tentazione della guerra”, ha poi auspicato.
Riflettendo poi sul fatto che quest’anno si commemorano anche i venti anni dalla caduta del Muro di Berlino, il Pontefice ha sottolineato che “l’Europa, il mondo intero hanno sete di libertà e di pace!”.
“Occorre costruire insieme la vera civiltà, che non sia basata sulla forza, ma sia 'frutto della vittoria su noi stessi, sulle potenze dell’ingiustizia, dell’egoismo e dell’odio, che possono giungere sino a sfigurare l’uomo'”, ha esclamato.
Da questo punto di vista, ha quindi concluso, “il movimento ecumenico, che ha trovato nella seconda guerra mondiale un catalizzatore [...] può contribuire a costruirla, operando insieme agli ebrei e a tutti i credenti”.
Il concerto è stato promosso dal Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani e dalla Commissione della Santa Sede per i Rapporti Religiosi con l’Ebraismo, coadiuvati dall’Ambasciata di Germania presso la Santa Sede e l’Europäisches KulturForum di Mainau, con il patrocinio del Comitato Internazionale Ebraico per le Consultazioni Interreligiose.
Santa Sede: cibo, sanità e istruzione, meno accessibili delle armi
La denuncia dell'Osservatore Permanente vaticano presso l'ONU
di Roberta Sciamplicotti
ROMA, giovedì, 8 ottobre 2009 (ZENIT.org).- I popoli di tutto il mondo “vogliono vedere un mondo in cui istruzione, cibo, assistenza sanitaria e acqua pulita siano più accessibili delle armi illecite”.
Ha lanciato questo forte appello l'Arcivescovo Celestino Migliore, Nunzio Apostolico e Osservatore Permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite, intervenendo questo giovedì a New York alla 64ma sessione dell'Assemblea Generale in occasione del dibattito sul disarmo e la sicurezza internazionale.
“La società civile, le organizzazioni umanitarie internazionali, gli individui e soprattutto i sofferenti e quanti subiscono i conflitti armati e la violenza si aspettano da noi risultati tangibili e convincenti nella speranza di vedere un mondo libero dalle armi nucleari, con severi controlli sul commercio delle armi, che oggi è strettamente collegato ai mercati illeciti e provoca seri danni all'umanità”, ha detto ai presenti.
I dati, ha rilevato, non sono tuttavia confortanti. Nel 2008, l'anno in cui si è verificata la gravissima crisi finanziaria che ha colpito tutto il mondo, le spese militari anziché diminuire sono aumentate del 4%, rendendo ancor più difficile il raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio, che tra le altre cose si proponevano di dimezzare la povertà entro il 2015.
“La gente può aspettarsi cambiamenti più concreti e coraggiosi da parte dei suoi leader?”, ha chiesto il presule.
“La risposta è nelle nostre mani, e mostrerà la determinazione della comunità internazionale a perseguire la pace e la sicurezza mondiali basate sulla promozione dello sviluppo umano integrale”, ha commentato.
“Disarmare la sicurezza”
Monsignor Migliore ha ricordato che l'articolo 26 della Carta delle Nazioni Unite dichiara che la spesa eccessiva in armamenti svia le risorse umane ed economiche da obiettivi fondamentali.
Il ruolo principale delle iniziative per il disarmo, ha affermato, è quello di “ridurre le spese militari attraverso il controllo delle armi e il disarmo, così che la comunità internazionale possa progressivamente disarmare la sicurezza”.
Chiedendosi quali possano essere le “alternative a queste spese militari eccessive che allo stesso tempo non diminuiscano la sicurezza”, l'Osservatore Permanente ha risposto che una di queste è “il rafforzamento del multilateralismo”.
A questo proposito, ha riconosciuto che si assiste a “un nuovo clima politico da parte dei protagonisti principali del disarmo”, che si affianca al raggiungimento di obiettivi come l'adozione di una nuova Convenzione sulle bombe a grappolo e i rinnovati impegni per un mondo libero dalle mine.
In questa prospettiva, la delegazione vaticana ha ribadito l'impegno della Santa Sede nel portare avanti i lavori su un Trattato per il Commercio delle Armi che rappresenti uno strumento vincolante per l'importazione, l'esportazione e il trasferimento di armi.
“Le armi non possono essere considerate come qualsiasi bene scambiato sul mercato globale, regionale o nazionale, e il loro eccessivo immagazzinamento o il loro commercio indiscriminato – soprattutto verso zone interessate da conflitti – non può essere moralmente giustificato in alcun modo”, ha dichiarato.
Se da un lato la Santa Sede ribadisce la necessità di “politiche nazionali e accordi bilaterali per ridurre gli arsenali nucleari”, dall'altro esorta a non dimenticare “molte questioni ancora irrisolte”, riferendosi in particolare al fatto che dopo 13 anni il Trattato per il bando dei test nucleari non sia ancora entrato in vigore, mancando nove ratifiche, e agli “ostacoli persistenti” che intralciano i negoziati su un Trattato per l'abolizione del materiale fissile.
“Molte questioni sul disarmo attendono ancora una soluzione definitiva”, ha concluso monsignor Migliore. “Uniamo gli sforzi e la buona volontà perché siano assicurati la sicurezza internazionale e organismi multilaterali efficaci”.
La Santa Sede ribadisce la centralità della libertà religiosa
Intervento di mons. Fronteiro al Meeting per l'Implementazione della Dimensione Umana 2009
di Roberta Sciamplicotti
ROMA, giovedì, 8 ottobre 2009 (ZENIT.org).- La libertà religiosa è un diritto fondamentale che si basa sulla dignità dell'essere umano e può apportare grande beneficio alla società perché la religione dà un contributo “fondamentale e positivo” al vivere associato.
Lo ha sottolineato monsignor Anthony R. Fronteiro, della delegazione della Santa Sede, intervenendo il 29 settembre a Varsavia (Polonia) al Meeting per l'Implementazione della Dimensione Umana 2009 dell'OSCE/ODIHR in occasione della II sessione, sul tema “Libertà di Pensiero, Coscienza, Religione o Credo”.
Il presule ha iniziato il suo intervento ricordando le “significative sfide” alle libertà oggetto del dibattito esistenti ancora oggi nel mondo.
Alcune, ha affermato, sono “di lunga data” e “si manifestano in atti di intolleranza, violenza e discriminazione, come l'interferenza dello Stato nella possibilità per le persone di pregare, l'ostilità sociale o la stereotipizzazione delle religioni, i requisiti di registrazione superflui, onerosi o invasivi”.
Altre sfide, ha aggiunto, sono sorte in tempi più recenti, in “società sempre più relativistiche, in cui ci si sforza di subordinare la libertà di religione, o di sradicarla del tutto, a volte per favorire altri programmi percepiti come diritti”.
In questo contesto, la delegazione vaticana ha sottolineato “la centralità della libertà religiosa”, ritenendola “un diritto più fondamentale e importante della libertà d'espressione”.
La sua rilevanza, ha ricordato monsignor Fronteiro, è evidente anche nelle finalità dell'OSCE, che sottolinea come la persona umana abbia diritto a questa libertà, un diritto che trova la sua base nella dignità e nella natura stessa della persona e che riflette il fatto che tutti gli uomini e le donne sono dotati di ragione e volontà e quindi possono avere una responsabilità personale.
“L'impegno dell'OSCE per la libertà di pensiero, coscienza, religione o credo indica chiaramente che la fede religiosa propriamente intesa non deve essere guardata con sospetto riluttante, o come una mania bizzarra o una reliquia antiquata retaggio del passato più semplice”, ha osservato il presule.
Gli Stati mebri, infatti, “hanno il dovere di rispettare e di assicurare a tutti gli individui soggetti alla loro giurisdizione il diritto alla libertà di religione o credo, riconoscendo la libertà religiosa come preminente tra i diritti fondamentali e la sua difesa come 'cartina di tornasole' per il rispetto di tutti gli altri diritti umani”.
L'obiettivo dell'impegno dell'OSCE per la libertà religiosa non è “relegare la religione ai margini nella speranza che appassisca”, ma “sostenerla perché possa fiorire”. A tale proposito, “ci deve essere una vera distinzione tra lo Stato e la religione, ma quest'ultima non deve essere separata dalla vita sociale e culturale”.
La religione, ha aggiunto monsignor Fronteiro, “è un contributo fondamentale e positivo alle nostre società ovunque la libertà è rispettata”.
Per questo, bisogna escludere ogni coercizione sulle questioni religiose, nei confronti sia di chi crede che di chi non crede.
L'impegno degli Stati membri dell'OSCE alla libertà di religione difende il diritto di mantenere la fede privata, ha aggiunto, ma ciò non implica “la privatizzazione della fede”, promuovendo anzi “il contributo che la libertà religiosa può offrire nella sfera pubblica”.
Quanto al rapporto tra libertà religiosa e libertà di parola, monsignor Fronteiro ha affermato che non esiste il diritto di “non essere offesi” dall'espressione di convinzioni religiose profonde.
Garantire un diritto di questo tipo, ha concluso, “restringerebbe la libertà d'espressione di individui e gruppi, inclusi quelli religiosi, e rappresenterebbe una discriminazione contro chi esprime un punto di vista diverso attraverso queste convinzioni”.
Il Papa nomina 12 membri della Pontificia Commissione per l'America Latina
I Cardinali Cañizares, Levada e Bruguès, nominati consiglieri
CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 8 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Benedetto XVI ha nominato consiglieri della Pontificia Commissione per l'America Latina i Cardinali Antonio Cañizares, prefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, William Joseph Levada, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, e Jean-Luis Bruguès, segretario della Congregazione per l'Educazione Cattolica.
Secondo quanto ha reso noto questo giovedì la Sala Stampa della Santa Sede, il Papa ha nominato anche dodici membri della Commissione, tra cui i Cardinali Nicolás de Jesús López Rodríguez, Arcivescovo di Santo Domingo (Repubblica Dominicana), Juan Sandoval Iñiguez, Arcivescovo di Guadalajara (Messico), Marc Ouellet, Arcivescovo di Québec (Canada), e Odilo Pedro Scherer, Arcivescovo di San Paolo (Brasile).
Gli altri membri nominati sono gli Arcivescovi Juan José Asenjo, coadiutore di Siviglia (Spagna); Mario Antonio Cargnello, Arcivescovo di Salta (Argentina); Héctor Rubén Aguer, Arcivescovo di La Plata (Argentina); Nicolás Cotugno Fanizzi, Arcivescovo di Montevideo (Uruguay), e i monsignori Geraldo Lyrio Rocha, Arcivescovo di Mariana (Brasile); Raymundo Damasceno Assis, Arcivescovo di Aparecida (Brasile); Leopoldo José Brenes, Arcivescovo di Managua (Nicaragua), Orlando Antonio Corrales, Arcivescovo di Santa Fe de Antioquía (Colombia).
La Pontificia Commissione per l'America Latina, secondo la Costituzione Apostolica Pastor Bonus, ha l'obiettivo di “assistere col consiglio e con i mezzi economici le Chiese particolari dell'America Latina”.
In particolare, svolge questa funzione attendendo “allo studio delle questioni che riguardano la vita e lo sviluppo delle medesime Chiese, specialmente per essere di aiuto tanto ai dicasteri di Curia, interessati in ragione della loro competenza, quanto alle Chiese stesse nella soluzione di tali questioni”.
Alla Commissione “spetta anche di favorire i rapporti tra le istituzioni ecclesiastiche internazionali e nazionali, che operano per le regioni dell'America Latina, e i dicasteri della Curia romana”.
La Commissione dipende dalla Congregazione vaticana per i Vescovi, motivo per cui il suo presidente è il prefetto di questo organismo vaticano, attualmente il Cardinale Giovanni Battista Re.
E' stata istituita nel 1958, quando Papa Pio XII vide la necessità di creare un organismo della Santa Sede per intensificare e coordinare più strettamente l'opera svolta a favore della Chiesa in America Latina, vista la scarsità di sacerdoti e missionari.
Giovanni Paolo II ha corroborato e potenziato questa iniziativa per sottolineare la speciale sollecitudine pastorale del Papa per le Chiese che peregrinano in America Latina.
La Libreria Editrice Vaticana alla Frankfurt Buchmesse 2009
Dal 14 al 18 ottobre 2009
CITTA' DEL VATICANO, giovedì, 8 ottobre 2009 (ZENIT.org).- La Libreria Editrice Vaticana (LEV) si presenta a Francoforte con oltre cinquanta novità e si appresta ad incontrare almeno altrettanti editori per lo scambio dei diritti.
Oltre agli impegni per la diffusione dei diritti in tutto il mondo la LEV organizza durante questa edizione della Fiera un Forum Dialog sulla relazione dell’opera di Joseph Ratzinger con il mondo dell’editoria (Halle 6.1 E 193 ore 17.30).
A questa manifestazione parteciperanno come relatori il prof. don Giuseppe Costa, direttore della LEV, il dott. Burkhard Menke, editor della casa editrice tedesca Herder, il dott. Paul K. Henderson, direttore editoriale della casa editrice della Conferenza Episcopale Americana e il prof. Pierluca Azzaro, docente di Storia del Pensiero politico presso la Facoltà di Scienze Politiche della Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Moderatore, il prof. padre Edmondo A. Caruana, responsabile editoriale della LEV.
Uomini e donne di fede
Francisco Coll: quando la santità sboccia nella rivoluzione
Sarà canonizzato l'11 ottobre
di Carmen Elena Villa
ROMA, giovedì, 8 ottobre 2009 (ZENIT.org).- La Catalogna è stata testimone dello zelo apostolico con cui Francisco Coll ha annunciato il Signore a metà del XIX secolo.
Il sacerdote, fondatore delle Suore Domenicane dell'Annunziata, sarà canonizzato l'11 ottobre insieme ad altri quattro beati, tra cui il suo compatriota fratel Rafael.
Lui e Santiago Desiderio Laval sono stati i primi servi di Dio beatificati nel 1979 da Giovanni Paolo II, che definì Francisco Coll durante la sua omelia “una di quelle personalità ecclesiali che nella seconda metà del XIX secolo hanno arricchito la Chiesa con nuove fondazioni religiose”.
Vocazione nella rivoluzione
Le date di nascita e morte di Francisco coincidono provvidenzialmente con quelle di Giovanni Paolo II, anche se ovviamente si riferiscono ad anni diversi. Nacque infatti il 18 maggio 1812 e morì il 2 aprile 1875.
Nacque in una zona vicina alla Francia in una famiglia numerosa e umile. Molti dei suoi fratelli morirono in tenera età.
“Fin da bambino si orientò verso il sacerdozio, sentendo un'inclinazione alla predicazione ricordando quella del parroco del suo paese”, ha detto a ZENIT il postulatore della sua causa, padre Vito T. Gómez García.
Entrò così nel 1830 nell'Ordine dei Predicatori nel convento di Gerona, dove fece la professione solenne e ricevette il diaconato.
Nel 1835 l'esclaustrazione dei religiosi lo costrinse a vivere fuori dal convento. “La vita dei religiosi restò nell'aria, come pietre nelle piazze. Egli era uno degli esclaustrati, costretto dalle leggi civili”, ha commentato il postulatore.
“I religiosi dovevano aspettare per vedere se la tempesta passava, se la fine di quella situazione avrebbe permesso loro di rientrare nei conventi”, ha aggiunto.
Francisco Coll fu ordinato sacerdote nella clandestinità, e all'inizio dovette esercitare il suo ministero come se fosse diocesano, non potendo vivere in un convento.
Si trasferì poi in una località detta Moyá, dove la prima guerra carlista aveva provocato più di 130 morti solo in quel luogo.
“Padre Coll fu un vero angelo della pace, della riconciliazione tra le fazioni politiche opposte, asciugò molte lacrime, aiutò tante famiglie, tanti bambini, vedove, genitori, dovette arrangiarsi per risollevare l'animo di quelle persone”, ha proseguito padre Gómez.
Iniziò a percorrere predicando le varie zone della Catalogna, scoprendo che uno dei mali del mondo era la mancanza di istruzione, soprattutto delle donne.
“Di fronte a questo fondò la Congregazione delle Domenicane dell'Annunziata, che continuarono la sua opera evangelizzatrice in tutte quelle zone in cui non c'erano scuole”.
“Fondò vari centri educativi con un orientamento cristiano di vita, cercando di trasmettere tutto il sapere, formando le persone e orientandole ai valori e alla fede”.
Cieco dal 1869 e con perdite temporanee delle facoltà mentali, morì a Vic (Barcellona) il 2 aprile 1875. I suoi resti riposano lì, nella casa madre della Congregazione.
L'Annunziata
Al momento della sua morte c'erano già circa 50 comunità di Domenicane dell'Annunziata. Attualmente l'Ordine ha 1.200 religiose in quattro continenti. Il suo carisma è l'istruzione, nel quale si dà molta importanza alla dottrina e alla teologia.
Suor Rosa Di Tullio, superiora della comunità a Roma, ha detto a ZENIT che “sono state varie le difficoltà incontrate per portare avanti il processo di canonizzazione” e oggi “ci rallegra il riconoscimento da parte della Chiesa universale di una persona che noi da molto tempo consideravamo un santo”.
Una delle peculiarità delle Domenicane dell'Annunziata è l'apostolato con i migranti, motivo per il quale le suore prestano il proprio servizio in molte zone di frontiera del mondo.
Per suor Rosa, il futuro santo è stato “un domenicano nel vero senso della parola, perché è stato un grande predicatore in tempi difficili. Non si è tirato indietro davanti alle difficoltà, perché aveva un amore grande. E' un santo moderno, ha vissuto davvero l'amore per l'umanità sofferente”.
Eredità
I suoi scritti sono stati raccolti in due libri, “La hermosa rosa” (“La bella rosa”) e “La escala del cielo” (“La scala del cielo”), in cui sottolinea: “la vita delle suore deve essere una vita di preghiera... Per questo vi raccomando, amate sorelle: non abbandonate la preghiera”.
E' stato attraverso la preghiera che, anche in mezzo alla guerra e alle umiliazioni subite dal clero, Francisco rivolgeva sempre lo sguardo verso l'alto.
“Guardate al premio proposto alla fine de percorso, alla corona che vi aspetta dopo il combattimento, al salario con cui si paga il servizio, al torrente di delizie che viene dopo brevi tribolazioni, al regno celeste che vi aspetta dopo una breve lotta; e a tutta questa infinità di gloria e felicità, dopo alcuni istanti di lavoro e violenza”, scrisse in uno dei suoi testi.
[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]
Notizie dal mondo
Vescovo canadese indagato per pedopornografia
La Chiesa vuole arrivare alla verità
di Patricia Navas
ANTIGONISH, giovedì, 8 ottobre 2009 (ZENIT.org).- La Chiesa ha espresso costernazione e chiesto che si indaghi per arrivare alla verità sulle accuse di possesso di materiale pedopornografico rivolte al Vescovo canadese Raymond John Lahey.
Intanto, il Papa ha accettato la sua rinuncia al governo pastorale della Diocesi di Antigonish il 26 settembre scorso.
Il presidente dell'episcopato canadese, l'Arcivescovo James Weisgerber, ha dichiarato pubblicamente il 1° ottobre di sentirsi “sorpreso e triste” per le denunce contro il Vescovo Lahey e ha riconosciuto l'importanza del fatto che “queste gravi accuse siano oggetto di indagine da parte dei tribunali competenti”.
Da parte sua, l'amministratore apostolico ora alla guida della Diocesi, il Vescovo di Halifax monsignor Anthony Mancini, ha segnalato che “in questo momento in cui molti cuori si spezzano abbiamo bisogno di comprendere di nuovo – o di farlo per la prima volta – il potere curativo che viene dall'amore di Dio”.
In una lettera scritta il 2 ottobre ai cattolici di tutta la provincia della Nuova Scozia, monsignor Mancini propone di trarre “alcune lezioni dalle lotte che abbiamo combattuto in questi ultimi anni”.
Le aspettative disumane producono comportamenti disumani
In primo luogo, “abbiamo compreso meglio la persona umana nella sua integrità”, visto che “siamo tutti umani e se lo ignoriamo e non ne teniamo conto continueremo ad avere aspettative disumane che produrranno comportamenti disumani”.
“Un'altra lezione è che la mancanza di leadership pastorale è collegata alla mancanza di comprensione delle varie relazioni interpersonali necessarie per mantenere unita la comunità dei credenti”, indica.
“I Vescovi, i sacerdoti, i diaconi, gli agenti di pastorale laici non sono superuomini o esseri superiori; la leadership nel popolo di Dio non ha niente a che vedere con il potere, vuol dire aver cura del popolo dei credenti”.
Nella sua lettera, pubblicata in inglese e francese sulla pagina web della Diocesi canadese di Antigonish, il presule sottolinea che “c'è molto da fare” e che “alcune cose possono essere fatte immediatamente, altre richiedono tempo”.
Ricostruire le relazioni e la fiducia
Nel momento di “crisi attuale”, il presule raccomanda di “cercare l'atteggiamento con cui sia possibile ricostruire a poco a poco le nostre relazioni reciproche e la nostra capacità di confidare gli uni negli altri e di preoccuparci per il prossimo”.
In concreto, chiede di “iniziare mettendoci in silenzio davanti a Dio e di tornare poi dagli altri per accettarli e amarli”.
Secondo vari mezzi di comunicazione, il 15 settembre scorso la polizia dell'aeroporto di Ottawa ha rinvenuto materiale pedopornografico nel computer del Vescovo Lahey e lo ha arrestato, rimettendolo in libertà alcune ore dopo. A giorni è previsto che compaia in tribunale.
[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]
Dottrina Sociale e Bene Comune
Le Università cattoliche promuovono lo sviluppo dell’Africa
di padre Paolo Scarafoni*
ROMA, giovedì, 8 ottobre 2009 (ZENIT.org).- L’Africa è il continente con la maggiore varietà e la più grande quantità di materie prime del mondo. Petrolio, diamanti, oro, uranio, platino, legno pregiato ecc …. non c’è materia prima che in Africa manchi. Anche il coltan (columbite-tantalite), minerale che serve per le batterie dei telefonini è presente in Africa. Anche dal punto di vista delle terre da utilizzare in attività agricole e di allevamento l’Africa non ha pari al mondo.
Eppure l’Africa è il continente più povero del mondo. I dati ONU sullo sviluppo del Pianeta ci dicono che tra i 50 paesi più poveri del mondo 35 sono africani. Sono molte ed articolate le cause che impediscono all’Africa di svilupparsi. Due in particolare sono decisive e cioè, la bassa densità demografica, e la scarsità di scuole e università.
Dal punto di vista demografico, l’Africa ha subito la grande emorragia dello schiavismo. Per secoli le persone più forti e valenti sono stati catturati e portati a lavorare in altri continenti. Gran parte dello sviluppo agricolo delle americhe non sarebbe stato possibile senza le braccia degli africani.
Nonostante che oggi il numero di nascite per ogni donna sia superiore alla crescita zero (2,1 figli per donna) e seppure in diverse parti dell’Africa si registrano tassi di crescita economica significativi, l’Africa rimane il continente con la più bassa densità demografica del pianeta.
Seppure le società abbiano un alto numero di giovani, la scarsa produttività agricola, la mancanza di infrastrutture, la povertà, le malattie e gli scontri armati, fanno sì che la parte più avanzata delle società africane emigrino senza tornare. Gli studenti che vengono inviati all’estero per studiare, rimangono nei paesi avanzati e non tornano in Africa. Così mancano anche gli insegnanti per le scuole africane.
Quelli che rimangono in Africa perchè non hanno il denaro per andare a studiare all’estero, appena raggiungono l’età per lavorare, emigrano nei paesi avanzati. Per invertire il trend che vede gli africani fuggire. Per sviluppare l’Africa e farla diventare, come ha detto il Pontefice Benedetto XVI, il continente della speranza. Per sviluppare quello che gli economisti chiamano capitale umano e noi cattolici chiamiamo persona, la prima cosa da fare è investire nelle istituzioni educative ed in particolare nelle università.
Il grave deficit in capitale umano dell’Africa deriva in primo luogo dalla scarsità di istituzioni scolastiche. L’Africa ha il più basso numero di scuole e università rispetto alla popolazione, del mondo. Gli unici che hanno veramente investito in Africa nel sistema scolastico sono i cattolici. Nel continente africano vi sono un totale di 110 tra Università cattoliche (istituite secondo la Costituzione Apostolica “Ex Corde Ecclesiae”), Istituti per gli Studi superiori e Seminari, e Università e Facoltà ecclesiastiche (istituite secondo la Costituzione Apostolica “Sapientia Christiana”). In particolare, le Università cattoliche sono 19, con 12 Facoltà ecclesiastiche (Teologia, Filosofia, Diritto Canonico e altro), a volte all’interno di un’università cattolica; vi sono poi 73 Istituti (affiliati, aggregati, incorporati o d’altro tipo).
Si calcola che le università cattoliche in Africa rappresentino circa il 70% del totale delle università del continente. E’ evidente che non basta solo trovare i fondi per costruire le università in Africa, ma creare le condizioni perchè ci sia un numero qualificato e sufficiente di corpo docenti e che possano vivere in condizioni di vita adeguate.
Però non ci sarà un reale sviluppo senza un radicale investimento nelle scuole e nelle università in Africa. In questo contesto la collaborazione con le Università Europee, ed in aprticolare con le università romene è decisiva. In Africa vi è un’Associazione delle Università Cattoliche e degli Istituti Superiori dell’Africa e del Madagascar (ACUHIAM, Association of Catholic Universities and Higher Institutes of Africa and Madagascar/ ASUNICAM, Association des Universiés et Instituts Catholiques d'Afrique et de Madagascar), organismo che riunisce le Università e gli Istituti superiori cattolici nel continente. Oggi, l’Associazione opera nello spirito della Federazione internazionale delle Università Cattoliche (FIUC), che si ispira alle Costituzioni Apostoliche "Sapientia Christiana" per gli istituti e le facoltà ecclesiastiche, ed “Ex Corde Ecclesiae”, per le università cattoliche in genere.
Credo che gli obbiettivi indicati dalla ACUHIAM possano essere di stimolo e di condivisione per tutti. Gli obiettivi dell’associazione sono: Promuovere una collaborazione accademica tra le università e le istituzioni coinvolte; promuovere un elevato livello di formazione e ricerca; favorire la circolazione di conoscenza attraverso pubblicazioni, e con lo scambio di programmi e docenti; promuovere insegnamento e ricerca attraverso il principio dell’inculturazione; condividere esperienze di auto-sostegno nelle strutture amministrative e finanziarie di università e istituti; sensibilizzare le Chiese locali e le Conferenze Episcopali in vista di un impegno più solido e di un sostegno deciso alle università e agli istituti di formazione; adoperarsi perché la formazione universitaria abbia un impatto sulla vita concreta della popolazione in Africa.
Dal punto di vista più laico, è evidente che lo sviluppo dell’Africa deve partire da una rivoluzione agricola. Infatti più del 70% della popolazione africana lavora in agricoltura, con risultati pessimi, vista la bassissima produttività e la scarsità alimentare che colpisce gran parte del continente. In questo contesto l’Università Europea di Roma sta sviluppando una proposta per un centro di ricerca in collaborazione con le università africane, che lavori sulle biotecnologie, vegetali, animali, per miglioramenti alimentari e la produzione di medicine e vaccini.
Un tale progetto, semplice da realizzare e subito operativo potrebbe contribuire in maniera significativa a sostenere una rivoluzione verde per l’Africa, e mettere i primi mattoni per uno sviluppo integrale del continente e dei popoli. Inoltre il centro romano in collaborazione con gli altri centri universitari africani potrebbe diventare subito punto di riferimento per tutti coloro che intendono investire in Africa, incentivando la ricerca e applicandola sul campo.
In conclusione vorrei ricordare che la nascita e lo sviluppo delle università in Europa ha avuto origine grazie alla lungimiranza della Chiesa cattolica che sempre alla ricerca di verità e carità, ha realizzato nel Vecchio continente quell’Umanesimo cristiano che per secoli ha illuminato il mondo intero. In base a questa tradizione e insieme ai popoli africani rinnoviamo la nostra sfida a cercare verità, giustizia e bellezza.
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* Padre Paolo Scarafoni è Rettore dell’Università Europea di Roma
















































