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Venerdì, 9 Ottobre 2009: Accadde Oggi
Il mondo visto da Roma
SINODO SPECIALE SULL'AFRICA
L’altro volto del continente: un contributo al Sinodo per l’Africa
Mons. Martinelli: con i clandestini l'Europa non si comporta in modo cristiano
“Tossici rifiuti spirituali” esportati verso l'Africa
Durante il Sinodo, una religiosa del Ruanda testimonia la riconciliazione
SANTA SEDE
Accanto al malato il sacerdote rappresenta Cristo, Medico Divino
Apprezzamento vaticano per il Nobel per la Pace a Barack Obama
La Santa Sede: combattere la droga per difendere la famiglia
Un libro racconta l'aiuto del Vaticano a un amico di Pio XII
Benedetto XVI premia la fondatrice del canale televisivo EWTN
UOMINI E DONNE DI FEDE
Fratel Rafael, il giovane trappista dalla santa gioia
NOTIZIE DAL MONDO
I Vescovi irlandesi chiedono perdono alle vittime degli abusi
Comunicatori cattolici incoraggiano i sacerdoti a usare i nuovi media
I Vescovi USA spiegano la loro dichiarazione sul dialogo ebraico-cattolico
Appuntamento dei medici cattolici a Lourdes nel maggio 2010
NOTIZIE FLASH
Economia o utopia? Oltre la crisi, con la Caritas in Veritate
PAROLA E VITA
La sapienza è uno sguardo d’amore sulla vita
DOCUMENTI
Lettera ai malati e sofferenti del mondo per l'Anno sacerdotale
DOCUMENTI SULLA WEB DI ZENIT
Interventi pronunciati dai Padri sinodali l'8 ottobre (pomeriggio)
Sinodo speciale sull'Africa
L’altro volto del continente: un contributo al Sinodo per l’Africa
Il Movimento dei Focolari promuove un incontro a Roma il 18 ottobre
ROMA, venerdì, 9 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Come avvenuto ad ogni Sinodo dei Vescovi, il Movimento dei Focolari, ha promosso per domenica 18 ottobre un momento di incontro con i padri sinodali, esperti, uditrici ed uditori che desiderano approfondire l’esperienza dei Focolari di fronte alle sfide al centro dei lavori sinodali.
L'incontro si terrà a partire dalle ore 15,30 presso l'Istituto Maria Bambina in via Paolo VI, 21 (accanto al Colonnato di s. Pietro).
Aprirà l’incontro mons. Antoine Ntalou, Arcivescovo di Garoua (Camerun) e lo concluderà mons. Boniface Lele, Arcivescovo di Mombasa (Kenya).
In apertura anche l’intervento della presidente dei Focolari, Maria Voce, sulla sua visita a Fontem (Camerun) del gennaio scorso sulla continuità del carisma di Chiara Lubich dopo la conclusione del suo viaggio terreno nel marzo dello scorso anno.
Centrali, nel programma, le storie di Vangelo vissuto in Africa. La dott.ssa Mary Ategwa di Fontem, del popolo Bangwa (Camerun), per la maggioranza di religione tradizionale, darà testimonianza della solidarietà e sviluppo suscitati dalla nuova evangelizzazione promossa in prima persona dai leaders tradizionali di questo popolo, insieme ai Focolari.
Verranno poi presentate alcune testimonianze sulle risposte suscitate dallo stile di vita ispirato all’amore scambievole evangelico.
Sin dal 1992, nel corso di un viaggio in Kenya, Chiara Lubich ha dato il via ad una scuola di inculturazione per l’incarnazione del Vangelo nelle culture africane, che ha sede nei pressi di Nairobi.
Studiosi africani ed europei hanno condotto insieme ricerche su tematiche come: proprietà e lavoro; la persona; la comunità; l'educazione; la riconciliazione; la sofferenza; la malattia e la morte; il concetto di Dio; e la comunicazione.
Ne parlerà Maria Magnolfi, membro della Commissione centrale per l’inculturazione in Africa, docente di Sacra Scrittura al Seminario maggiore di Pretoria (Sudafrica).
Il dott. Martin Nkafu Nkemkia (Camerun), docente di cultura, religione e pensiero africani e di filosofia e culture presso le Pontificie Università Lateranense e Gregoriana di Roma, parlerà dell'esperienza del Movimento dei Focolari iniziata nei primi anni ‘60 in Camerun e ora diffusa in quasi tutti i Paesi del continente.
Quale segno del cammino di comunione tra vari movimenti avviato sin dal ‘98, l’incontro ospiterà anche la testimonianza della Comunità di Sant’Egidio su Pace e giustizia, cui seguirà, per chi lo desidera, la partecipazione alla celebrazione eucaristica “per la pace e la giustizia in Africa”, promossa dalla Comunità di Sant’Egidio a S. Maria in Trastevere, e la festa in piazza con le comunità africane di Roma.
Mons. Martinelli: con i clandestini l'Europa non si comporta in modo cristiano
Il vicario apostolico di Tripoli incontra i giornalisti
di Chiara Santomiero
CITTA' DEL VATICANO, venerdì, 9 ottobre 2009 (ZENIT.org).- "E' il mio popolo e io ne sono responsabile. Chiedo che le persone abbiano almeno il minimo necessario per vivere". Con passione e fermezza mons. Giovanni Martinelli, vicario apostolico di Tripoli, ha denunciato la situazione dei tanti disperati che arrivano in Libia fuggendo dalla guerra e dalla miseria di molti Paesi africani e cercano ad ogni costo la possibilità di attraversare il mare per raggiungere l'Europa.
L'occasione, dopo l'intervento in aula dei giorni scorsi, è stata l'incontro di questo venerdì con i giornalisti del gruppo linguistico italiano che stanno seguendo i lavori del Sinodo.
"La mia Chiesa - ha raccontato mons. Martinelli - è composta da stranieri: tanti lavoratori di provenienza asiatica, filippini per la maggior parte. Sono impegnati al servizio di multinazionali. Insieme a loro, africani di altri Stati - soprattutto della fascia sub-sahariana - che cercano in Libia il pane della sopravvivenza".
Nel Paese ci sono da 5.000 a 10.000 eritrei - non è possibile avere stime esatte - che "non possono tornare indietro nei loro villaggi sconvolti dalla guerra e sono determinati a rimanere o ad attraversare il mare, anche a costo di morire nel tentativo", ha ricordato.
E se l'immigrazione clandestina "non è un fenomeno positivo", "il modo con cui l'Europa si comporta nei loro confronti non è civile né cristiano: sono nostri fratelli".
Quelli che vengono respinti dalle coste italiane e del Mediterraneo vengono rinchiusi nei centri di raccolta libici oppure in prigione, se hanno commesso dei reati.
La chiesa cattolica libica - che durante i lavori del Sinodo ha ricevuto i complimenti del Cardinale Renato Raffaele Martino, presidente del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace, per l'impegno profuso nell'accoglienza degli immigrati -, visita costantemente i centri di raccolta e anche le prigioni. Oltre a mons. Martinelli, a Tripoli sono presenti altri sei sacerdoti e trenta suore che operano in centri sociali; un presbitero presta il suo ministero nel Sahara da oltre 20 anni e c'è un altro Vescovo cattolico a Bengasi.
"Le autorità libiche - ha affermato mons. Martinelli - non ci negano i permessi e i responsabili dei centri ci chiamano in aiuto quando hanno bisogno di medicinali. Anche i direttori delle prigioni mostrano una sensibilità umanitaria e non chiudono gli occhi davanti alle situazioni di bisogno".
"La Libia - ha aggiunto - fa quello che può nei confronti degli immigrati; almeno assicura loro da mangiare e non impedisce a noi di accedere. Si tratta di un problema che sovrasta le loro forze. Dovrebbe essere l'Italia ad aiutare le autorità libiche a gestirlo: non basta respingere le persone".
Sollecitato dalle domande dei giornalisti, il vicario apostolico di Tripoli ha anche affermato che il problema degli abusi verso gli immigrati denunciati nei centri di raccolta o il traffico di esseri umani "non coinvolgono le autorità del Paese" e sono un'ulteriore conseguenza, nata dall'approfittamento senza scrupoli di alcuni, del fatto che "la Libia venga lasciata sola a gestire una massa di persone che non è in grado di accogliere".
"L'Europa dovrebbe aiutare queste persone nei Paesi d'origine, come la Nigeria o il Congo, facendo attenzione a come vengono dati e distribuiti gli aiuti", ha dichiarato. Nella stessa Libia "potrebbe intervenire per fornire a tanti immigrati, insieme o al posto del Governo libico, dei documenti validi. Molti di essi, infatti, sono lavoratori qualificati che non possono essere impiegati dalle aziende impegnate sul territorio perché non hanno i documenti in regola. Perché tenere la gente ferma nei centri di raccolta e non dare loro la possibilità di lavorare?".
Un aspetto particolarmente tragico dell'immigrazione in Libia è quello relativo alle donne. "Molte di loro, fatte venire nel Paese con la promessa di un lavoro ben retribuito, sono costrette alla prostituzione o alla schiavitù. Altre, soprattutto dell'Eritrea, perduto il marito perché in fuga o in prigione, arrivano incinte o con i figli per mano, decise a trovare una possibilità di vita per loro".
A centinaia si ritrovano nella chiesa di Tripoli il venerdì per ricevere un pacco con un po' di generi alimentari e vestiti per i bambini.
Il venerdì è anche il giorno della Messa. "Quando vedo tutta questa gente in chiesa che prega con fervore sento un brivido - ha confidato monsignor Martinelli ai giornalisti -. È impressionante il loro coraggio nell'aggrapparsi alla fede per trovare una speranza".
"Gli europei hanno paura di queste persone disperate, ma si tratta di una paura in larga parte ingiustificata - ha concluso -. Se si guardasse a loro come a dei cristiani, si scoprirebbe con che intensità vivono la loro fede e come siano solo degli esseri umani in cerca di lavoro per sfuggire alla miseria del proprio Paese".
“Tossici rifiuti spirituali” esportati verso l'Africa
Ideologia di genere e relativismo
di Carmen Elena Villa
CITTA' DEL VATICANO, venerdì, 9 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Il continente africano è sempre più vulnerabile ai “tossici rifiuti spirituali”che importa soprattutto dal primo mondo, come ha affermato Papa Benedetto XVI durante l'omelia di inaugurazione del Sinodo per l'Africa domenica scorsa.
Ciò avviene anche se il cattolicesimo è ben rappresentato nei Parlamenti dei Paesi africani (il 22% dei parlamentari è cattolico).
Su questi temi sono intervenuti in modo particolare questo giovedì mattina nell'Aula del Sinodo il Cardinale Ennio Antonelli, presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia, e monsignor Philippe Ouédraogo, Arcivescovo di Ouagadougou (Burkina Faso).
Il Papa non è stato presente durante la sessione del mattino perché doveva ricevere Mahmoud Abbas, presidente dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina e dell'Autorità Nazionale Palestinese.
Ideologia di “genere”
Il Cardinale Antonelli ha espresso la sua preoccupazione constatando che in Africa l'“ideologia di genere” inizia a infiltrarsi in modo “molto camuffato” nelle associazioni, “negli ambienti governativi e anche in alcuni ambienti ecclesiali”.
Le differenze tra uomo e donna non corrispondono – affermano i sostenitori dell'ideologia di genere – a una natura “data”, ma sarebbero mere costruzioni culturali in base ai ruoli e agli stereotipi assegnati ai sessi in ogni società.
Il porporato ha spiegato che quanti applicano queste ideologie partono da problemi reali ai quali bisogna rimediare, “come le ingiustizie, le violenze subite dalle donne, la mortalità infantile, la malnutrizione, la fame, i problemi di alloggio e lavoro”.
Le soluzioni che offrono, ha aggiunto, risultano però “ambigue nei loro nuovi significati antropologici”.
A tale proposito, ha citato l'esempio del diritto all'uguaglianza tra uomini e donne, che non è sempre visto come la dignità che ha ciascuno di loro, ma come l'irrilevanza che viene attribuita alla differenza tra i due sessi cercando un'uniformità di tutti gli individui “come se fossero sessualmente indifferenziati”, provocando un'“equivalenza di tutti gli orientamenti e i comportamenti sessuali”.
Si tratta di una visione errata della libertà che vuole che “ogni individuo abbia il diritto di compiere liberamente (ed eventualmente di maturare) le proprie scelte secondo i suoi desideri e le sue preferenze”.
La libertà della donna, ha segnalato il Cardinale, non significa solo emancipazione o competenza, rivalità o antagonismo, ma vivere la complementarietà con l'uomo.
Questa ideologia si diffonde in programmi di salute sessuale e riproduttiva che cercano la collaborazione del Governo e delle associazioni locali, anche ecclesiali, “che generalmente non si rendono conto delle loro implicazioni antropologiche, eticamente inaccettabili”.
Il porporato ha concluso il suo intervento esortando “alla vigilanza” le istituzioni che assistono i sacerdoti, i seminaristi, i religiosi, le organizzazioni della Caritas e altri operatori pastorali laici.
Tirannia del relativismo
Monsignor Philippe Ouédraogo, Arcivescovo di Ouagadougou (Burkina Faso), ha affermato che un altro dei “tossici rifiuti” che arrivano in Africa è l'imposizione del “pensiero unico”, retto soltanto dalla legge del libertinaggio e del relativismo morale.
“Il rumore mediatico suscitato dai mezzi di comunicazione nel viaggio del Santo Padre in Camerun e Angola a marzo rappresenta un esempio evidente”, ha aggiunto il presule.
“Programmi rivolti a persone di lingua francese, sia europee che africane, fanno credere che le religiose e i religiosi africani, studenti o missionari a Roma o in altri luoghi d'Europa, vivano di mendicità e prostituzione, abbandonati dal Vaticano e dalle congregazioni religiose”.
Il presule ha concluso il suo intervento affermando che “gli africani non possono usare la violenza per combattere l'imperialismo e la tirannia del pensiero unico”.
“Ad ogni modo, chiediamo loro un po' di moderazione e prudenza, di rispetto e tolleranza, e soprattutto di onestà intellettuale dietro l'espressione delle loro idee”, ha chiesto.
Durante il Sinodo, una religiosa del Ruanda testimonia la riconciliazione
La suora ha perso la sua famiglia nel genocidio ruandese
di Carmen Elena Villa
CITTA' DEL VATICANO, venerdì, 9 ottobre 2009 (ZENIT.org).- La testimonianza di suor Geneviève Uwamariya, della comunità di Santa Maria di Namur in Ruanda, ha fatto rabbrividire questa mattina i presenti nell'Aula del Sinodo.
Suor Geneviève ha perso il padre e vari familiari durante il genocidio avvenuto nel Paese nel 1994, uno degli episodi più sanguinosi del XX secolo, in cui da aprile a luglio è stato massacrato sistematicamente un numero di persone che oscilla tra 800.000 e 1.701.000.
La religiosa ha voluto condividere un'esperienza personale avvenuta tre anni dopo questa tragedia che, secondo lei, ha cambiato la sua vita e mostra come si deve vivere la riconciliazione in un continente ferito da violenza, crude violazioni dei diritti umani e innumerevoli problemi sociali.
La suora ha ricordato che il 27 agosto 1997, attraverso un gruppo della Divina Misericordia, ha incontrato a Kybuye, il suo villaggio di origine, un gruppo di prigionieri, vari dei quali autori materiali del genocidio.
L'obiettivo dell'incontro era prepararli al Giubileo del 2000. Durante l'incontro, la suora disse: "Se sei stato vittima offri il perdono e perdona chi ti ha ferito", dicendo che solo così la vittima si sarebbe liberata dal carico di rancore e il criminale dal peso di aver commesso il male.
"Subito un prigioniero si alzò chiedendo misericordia", ha raccontato la religiosa. "Sono rimasta pietrificata riconoscendo l'amico di famiglia che era cresciuto con noi".
"Mi ha confessato di aver ucciso mio padre. Mi ha descritto i dettagli della morte dei miei cari", ha aggiunto. La suora lo ha abbracciato e gli ha detto: "Sei e continuerai ad essere mio fratello".
Suor Geneviève ha confessato di aver sentito che le era stato "tolto un peso". "Ho ritrovato la pace interiore e ho ringraziato la persona che avevo tra le braccia".
Con sua grande sorpresa, ha sentito quell'uomo gridare: "La giustizia può fare il suo corso e mi potrà condannare a morte, ma ora sono libero!".
"Anch'io volevo gridare a chi mi voleva ascoltare; 'Anche tu puoi ritrovare la pace interiore!'", ha rivelato.
Da quel momento, suor Geneviève Uwamariya si incarica di portare la posta dalle carceri per chiedere perdono ai sopravvissuti. In questo modo sono state distribuite 500 lettere, e con alcune risposte che hanno ricevuto molti prigionieri hanno recuperato l'amicizia con le vittime e hanno sperimentato il vero perdono.
Ciò ha fatto sì che le vittime si riuniscano. "Sono azioni che sono servite affinché molti vivessero la riconciliazione", ha testimoniato.
Suor Geneviève ha affermato che il suo popolo è pieno di vedove e orfani e che dal 1994 è stato ricostruito dai prigionieri. Nelle parrocchie del Ruanda sono nate molte associazioni di ex carcerati e sopravvissuti, e funzionano bene.
"Da questa esperienza deduco che la riconciliazione non è solo voler riunire due persone o gruppi in conflitto", ha spiegato. "Si tratta di 'insediare' in ciascuno l'amore e di lasciare che avvenga la guarigione interiore, che permette la liberazione".
"Per questo - ha concluso - la Chiesa è importante nei nostri Paesi, perché può offrire una parola che cura, libera e riconcilia".
[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]
Santa Sede
Accanto al malato il sacerdote rappresenta Cristo, Medico Divino
Lettera ai malati e ai sofferenti di monsignor Zimowski
CITTA' DEL VATICANO, venerdì, 9 ottobre 2009 (ZENIT.org).- "Il sacerdote accanto al capezzale del malato rappresenta lo stesso Cristo, Medico Divino, al quale non è indifferente la sorte di chi soffre".
Lo si legge nella Lettera ai malati e ai sofferenti del mondo inviata in occasione dell'Anno Sacerdotale dal Presidente del Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari, monsignor Zygmunt Zimowski.
"Tramite i sacramenti della Chiesa, amministrati dal sacerdote, Gesù Cristo offre al malato una guarigione attraverso la riconciliazione e il perdono dei peccati, attraverso l'unzione con l'olio sacro e infine nell'Eucaristia", afferma il testo.
"Nella persona del sacerdote è quindi presente, accanto al malato, lo stesso Cristo che perdona, guarisce, conforta, prende per mano e dice: 'Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno'".
Monsignor Zimowski ha ricordato che l'Anno Sacerdotale si concluderà con la solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù nel giugno del 2010, anno in cui il Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari celebrerà il 25° anniversario della sua istituzione.
Il dicastero è stato infatti fondato da Giovanni Paolo II l'11 febbraio 1985 nella memoria della Beata Maria Vergine di Lourdes, per manifestare "la sollecitudine della Chiesa per gli infermi aiutando coloro che svolgono il servizio verso i malati e sofferenti, affinché l'apostolato della misericordia, a cui attendono, risponda sempre meglio alle nuove esigenze", come ricorda la Costituzione Apostolica Pastor Bonus.
In vista di questa ricorrenza, il presule invita i fedeli a "rivolgere incessantemente le vostre preghiere e l'offerta delle sofferenze al Signore della vita a favore della santità dei vostri beneamati sacerdoti, affinché svolgano con dedizione e carità pastorale il ministero a loro affidato da Cristo Medico del corpo e dell'anima".
Allo stesso modo, esorta a "riscoprire la bellezza della preghiera del Santo Rosario a beneficio spirituale dei sacerdoti, in particolar modo nel mese di ottobre", sottolineando anche che "il primo giovedì e il primo venerdì di ogni mese, rispettivamente dedicati alla devozione eucaristica e al Sacro Cuore di Gesù, sono giorni particolarmente adatti per la partecipazione alla Santa Messa e all'adorazione del Santissimo Sacramento".
Il presidente del dicastero vaticano affida quindi alle preghiere dei fedeli il pellegrinaggio dei cappellani ospedalieri che si svolgerà nell'aprile 2010, in occasione del 25° anniversario dell'istituzione del Pontificio Consiglio, prima a Lourdes e poi ad Ars.
Monsignor Zimowski conclude la sua lettera con delle richieste ai fedeli, a cominciare da "una preghiera speciale per i sacerdoti ammalati e provati nel corpo i quali sperimentano ogni giorno come voi il peso del dolore, insieme alla forza della grazia salvifica che consola e risana l'anima".
"Pregate anche per la Beatificazione e Canonizzazione del Servo di Dio Giovanni Paolo II - termina il testo -. Pregate con insistenza per le sante vocazioni sacerdotali e religiose".
Apprezzamento vaticano per il Nobel per la Pace a Barack Obama
La Santa Sede loda il suo impegno in favore del disarmo nucleare
CITTA' DEL VATICANO, venerdì, 9 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Il premio Nobel per la Pace 2009 è stato assegnato al Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, a nove mesi dal suo insediamento alla Casa Bianca.
Nella motivazione si legge che il Nobel per la Pace è andato al primo Presidente afro-americano USA “per i suoi sforzi straordinari nel rafforzare la diplomazia internazionale e la cooperazione tra i popoli”.
Il Comitato di Oslo “ha dato grande importanza all'impostazione di Obama e ai suoi sforzi per un mondo senza armi nucleari. Obama da Presidente ha creato un nuovo clima nelle relazioni internazionali”.
“La diplomazia multilaterale ha riguadagnato centralità, evidenziando il ruolo che le Nazioni Unite ed altre istituzioni internazionali possono svolgere – ha aggiunto il Comitato –. Il dialogo ed i negoziati sono preferiti come strumenti per risolvere i conflitti, anche quelli più complessi.”
“L'immagine di un mondo libero dalle armi nucleari ha fortemente stimolato il disarmo ed i negoziati sul controllo degli armamenti”, continuva la motivazione evidenziando anche l'impegno di Obama nel fronteggiare la “sfida dei cambiamenti climatici”.
Il mese scorso il Presidente statunitense ha presieduto uno storico vertice del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che ha approvato all'unanimità la bozza di una Risoluzione presentata dagli Stati Uniti per arrivare a un mondo libero da ordigni nucleari.
Il premio verrà consegnato ufficialmente il 10 dicembre a Oslo, nell'anniversario della morte del fondatore, l'industriale e filantropo svedese Alfred Nobel. Il riconoscimento consiste in una medaglia d'oro, un diploma ed un assegno di circa un milione di euro.
In risposta alle domande di alcuni giornalisti, il Direttore della Sala Stampa della Santa Sede, il gesuita Federico Lombardi, ha sottolineato che “l’attribuzione del Nobel per la pace al Presidente Obama è salutata con apprezzamento in Vaticano alla luce dell’impegno dimostrato dal Presidente per la promozione della pace nel campo internazionale, e in particolare anche recentemente in favore del disarmo nucleare”.
“Ci si augura – ha continuato – che questo importantissimo riconoscimento incoraggi ulteriormente tale impegno difficile ma fondamentale per l’avvenire dell’umanità, affinché possa portare i risultati sperati”.
Dal canto suo l’ambasciatore degli Stati Uniti presso la Santa Sede, Miguel H. Díaz, in una intervista alla Radio Vaticana ha detto che “al presidente sono stati riconosciuti gli sforzi di costruire la comprensione tra i popoli, come aveva già manifestato nel discorso al mondo musulmano al Cairo, nel corso dei suoi viaggi e in altri discorsi e iniziative”.
“Vorrei dire anche che nel colloquio che ho avuto venerdì scorso con il Santo Padre Benedetto XVI, anche il Pontefice ha ringraziato il presidente per i suoi sforzi a favore della pace – ha continuato –.”
“Questo Premio – ha commentato – è per noi una grandissima opportunità di continuare il lavoro per la costruzione di un mondo e di un’umanità migliori”.
“Credo che per la Santa Sede – come ha detto anche il Papa nella conversazione che ho avuto con lui venerdì scorso in occasione della presentazione delle mie credenziali – l’abolizione delle armi nucleari sia una sfida per la quale dobbiamo lavorare insieme”, ha quindi concluso.
La Santa Sede: combattere la droga per difendere la famiglia
Intervento dell'Arcivescovo Migliore alle Nazioni Unite
di Roberta Sciamplicotti
ROMA, venerdì, 9 ottobre 2009 (ZENIT.org).- La lotta al traffico di droga è fondamentale per la difesa della famiglia, ha affermato questo giovedì a New York l'Arcivescovo Celestino Migliore, Nunzio Apostolico e Osservatore Permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite.
Il presule è intervenuto alla 64ma sessione dell'Assemblea Generale davanti al Terzo Comitato sull'item 105, “Controllo internazionale delle droghe”, ribadendo l'importanza della famiglia come “pietra angolare della riduzione della domanda e delle strategie di cura” nel settore delle sostanze stupefacenti.
“Visto che molte cause e conseguenze della dipendenza da sostanze psicotrope sono collegate alle dinamiche familiari”, ha osservato, “la prevenzione, la cura, la riabilitazione e gli sforzi si dovrebbero concentrare sui rapporti familiari nelle loro dimensioni biologiche, psicologiche, sociali, culturali ed economiche”.
Ciò, ha aggiunto, è ancor più importante visto che “l'abuso di droghe può indebolire la famiglia, che è la base della società, danneggiando così il tessuto sociale della comunità e contribuendo perfino alla destabilizzazione della società”.
Le ricerche, del resto, continuano a sottolineare che “i principi fondamentali della società si apprendono in casa”.
Alternative reali
Nel suo discorso, il rappresentante della Santa Sede ha sottolineato che l'abuso di droghe “continua a impedire alle capacità degli individui, delle comunità e delle Nazioni di raggiungere lo sviluppo economico, politico e sociale”.
L'abuso di droghe, ha sottolineato, “coinvolge individui di ogni status socio-economico”, rappresentando “una fonte di evasione finanziaria, emozionale e psicologica con effetti devastanti sulle persone e sulle loro famiglie”.
Per questo motivo, la delegazione vaticana “concorda decisamente sul fatto che la salute globale dell'individuo sia al centro del controllo del consumo di droghe e che come società si debbano difendere la salute e la dignità delle persone evitando l'uso di droghe e alleviando la sofferenza dei tossicodipendenti attraverso la cura”.
Affrontare le necessità sanitarie degli individui, ha rilevato, sarà tuttavia insufficiente se non si riuscirà anche a far fronte ai “vari fattori che portano alla produzione e al consumo di droghe”.
A tale proposito, l'Osservatore Permanente ha ricordato come i Paesi in via di sviluppo e le popolazioni afflitte dalla povertà siano “particolarmente vulnerabili agli effetti devastanti del traffico di droga perché sono punti strategici per il traffico o coltivatori a buon mercato”.
In questi Paesi, ha sottolineato, si stanno ad ogni modo attuando programmi di sviluppo che forniscono alle famiglie contadine “reali alternative alle coltivazioni di papaveri e di coca che causano distruzione e spargimento di sangue”.
Questi programmi, ha dichiarato il rappresentante vaticano, “devono continuare ad essere sostenuti a livello nazionale, regionale e internazionale”, così come dovrebbero essere compiuti “maggiori sforzi per sottolineare il nesso causale tra il crescente sviluppo e lo sradicamento del traffico di droga”.
Reazione a catena
La delegazione vaticana ha quindi ricordato “con particolare preoccupazione” i legami “sempre più ovvi” tra il traffico di droga e “altre tragedie umane come il traffico di esseri umani, la proliferazione di armi di piccolo calibro, il crimine organizzato e il terrorismo”.
Questi elementi, ha segnalato, “mostrano che l'abuso di sostanze non è una trasgressione senza vittime, ma ha un impatto devastante e di vasta portata sulla comunità”, e a subirne le conseguenze sono principalmente “i poveri e i vulnerabili”.
“Gli individui che cadono preda dell'uso e dell'abuso di droghe hanno bisogno di sostegno e assistenza da parte dei membri della loro famiglia, della comunità e della società”, ha concluso.
“Quanti hanno combattuto e vinto l'afflizione dell'abuso di droghe sono modelli davvero positivi e, essendo 'ambasciatori di speranza', possono avere un'influenza importante sulla vita degli altri”.
Un libro racconta l'aiuto del Vaticano a un amico di Pio XII
Continua la ricerca sull'assistenza papale agli ebrei
ROMA, venerdì, 9 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Un nuovo elemento è venuto alla luce nella ricerca sull'assistenza di Pio XII agli ebrei prima e durante la II Guerra Mondiale.
La Pave the Way Foundation, che ha proposto che Eugenio Pacelli sia dichiarato dallo Yad Vashem Giusto tra le Nazioni, ha reso disponibile una traduzione in inglese di un libro di Meir Mendes.
Il padre di Meir, Guido, era un amico d'infanzia di Pacelli. Il libro di Meir, “Le Vatican et Israel” (“Il Vaticano e Israele”), spiega cos'è accaduto a Guido e l'aiuto che gli venne offerto dal Vaticano.
Alle pagine 24 e 25, cita un episodio particolare collegato al padre che ritiene getti luce sull'atteggiamento ufficiale degli alti funzionari vaticani alla vigilia della II Guerra Mondiale.
“Per completare questa panoramica storica, vorrei riportare un fatto che mi riguarda direttamente, che getta una luce diversa su Pio XII. Mio padre, il professor Guido Mendes, era stato a contatto con Pio XII, suo amico ed ex compagno di studi. Anche se [Mendes] era ebreo, venne nominato consulente medico in molte istituzioni vaticane, [i cui funzionari] non vollero esimersi, in molte occasioni, dall'esprimergli per iscritto la propria gratitudine”.
“Nel 1938 iniziò la campagna antisemita in Italia, e mio padre fu costretto ad abdicare dalle sue responsabilità – l'insegnamento presso la Facoltà di Medicina dell'Università di Roma, il suo ruolo come direttore del sanatorio antitubercolosi Cesare Battisti della Croce Rossa Italiana e il compito di segretario generale della Lega contro la Tubercolosi. Fu anche congedato definitivamente dall'esercito, in cui era stato generale nelle forze dei riservisti”.
“La Santa Sede reagì con decisione, e il Cardinale Tisserant (all'epoca prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali) inviò la seguente lettera a mio padre:
'Questo sacro dicastero ha appreso con tristezza che ha abbandonato il suo ruolo di direttore del sanatorio Cesare Battisti. Ricordando la cura attenta e più che paterna che ha mostrato nei confronti dei giovani del Pontificio Collegio Etiope che erano stati ricoverati nel sanatorio, le sue frequenti visite per le consultazioni e la sua sollecitudine per il loro stato di salute, questa sacra congregazione desidera inviarle oggi una parola di conforto e, allo stesso tempo, esprimerle la sua sentita gratitudine e la sua stima per il prezioso lavoro che ha svolto. Tenendo conto di questo, la preghiamo di accettare la medaglia pontificia commemorativa per l'anno appena terminato, come segno di omaggio da parte di questo sacro dicastero, che sarà sempre lieto – se si verificherà l'occasione – di poterle essere utile'”.
La lettera è firmata 14 gennaio 1939.
Lasciando Roma
Il testo prosegue raccontando come Guido Mendes abbia chiesto aiuto al Vaticano per ottenere un visto d'ingresso in Palestina, che gli venne concesso nel 1939.
Mendes scrive: “Ho conservato nei miei archivi personali le lettere del Segretario di Stato, il Cardinal Maglione; del Nunzio Apostolico in Svizzera, l'Arcivescovo Filippo Bernardini; del Delegato Apostolico in Palestina, l'Arcivescovo (poi Cardinale) Testa; del commissario per il distretto di Gerusalemme e di altre figure di spicco che furono coinvolte nell'ottenimento dei visti – e c'è perfino una lettera dello stesso Cardinal Pacelli”.
La Pave the Way Foundation sta svolgendo un'ampia ricerca sugli sforzi di Pio XII a favore degli ebrei.
Oltre a proporre il conferimento del titolo di Giusto tra le Nazioni, la Fondazione ha redatto un libro che riproduce 255 pagine di circa 3.000 documenti originali su Pio XII.
Benedetto XVI premia la fondatrice del canale televisivo EWTN
Madre Angelica riceve il Pro Ecclesia et Pontifice
IRONDALE, venerdì, 9 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Benedetto XVI ha conferito il premio Pro Ecclesia et Pontifice a Madre Angelica, fondatrice del canale televisivo cattolico Eternal World Television Network (EWTN).
Il Papa ha concesso questo premio, il più alto riconoscimento che il Santo Padre può conferire a laici e religiosi, anche al diacono Bill Steltemeier, collaboratore di EWTN.
Il Vescovo di Birmingham (Alabama, Stati Uniti), monsignor Robert Baker, ha consegnato le croci d'onore questa domenica durante una breve cerimonia dopo la benedizione domenicale del Santuario del Santissimo Sacramento, nella sede del canale televisivo a Hanceville.
Rita Antoinette Francis Rizzo, nota come Madre Angelica, ha 86 anni e appartiene all'Ordine delle Clarisse Povere dell'Adorazione Perpetua.
E' arrivata in Alabama nel 1961 per fondare il Monastero di Nostra Signora degli Angeli a Irondale.
Nel 1981 ha istituito la rete televisiva nel garage del suo monastero. Nel 1999 ha trasferito il monastero a Hanceville (Alabama), dove ha costruito il Santuario del Santissimo Sacramento, nel quale continua a vivere con la sua comunità religiosa.
Il diacono Steltemeier, di 80 anni, ha lasciato il suo lavoro di avvocato per aiutare Madre Angelica quando EWTN era agli inizi. Ha lavorato come presidente della rete e attualmente presiede il consiglio direttivo.
Nella sua omelia, il Vescovo Baker ha affermato che la medaglia è “un riconoscimento significativo da parte del Santo Padre per l'opera d'amore della Madre a sostegno della nostra Chiesa”.
Dal canto suo il presidente di EWTN, Michael P. Warsaw, ha affermato che il premio “riconosce l'enorme fede, il lavoro instancabile e gli indicibili sacrifici che entrambi hanno fatto durante gli anni per fondare e consolidare la catena”.
“E' inoltre un grande onore per EWTN e rappresenta una chiaro segno dell'importanza che riveste la missione del Canale per la Chiesa e per il Papa – ha aggiunto –. Siamo molto grati a Sua Santità Papa Benedetto XVI e al Vescovo Baker per questo onore”.
EWTN arriva in milioni di case in più di 140 Paesi e territori. Ha servizi di televisione e radio via satellite, catene radiofoniche AM e FM ed editoriale.
Uomini e donne di fede
Fratel Rafael, il giovane trappista dalla santa gioia
Il monaco spagnolo sarà canonizzato domenica da Benedetto XVI
di Carmen Elena Villa
ROMA, venerdì, 9 ottobre 2009 (ZENIT.org).- E' il più giovane dei cinque beati che verranno canonizzati questa domenica. Morì a 27 anni. E' anche quello vissuto in tempi più recenti (1911-1938).
Giovanni Paolo II lo ha proposto come modello di santità nella Giornata Mondiale della Gioventù a Santiago de Compostela nel 1989. Vari Vescovi spagnoli hanno chiesto che sia proclamato uno dei copatroni della GMG che si svolgerà a Madrid nell'agosto 2011.
Una gioventù allegra e pura allo stesso tempo, piena di inquietudini che seppe incamminare entrando nel monastero di San Isidro de Dueñas. Una vita monacale piena di gioia tra sacrifici e abnegazione, in cui secondo lui ogni giorno aveva un incanto diverso. Commenti e scritti ricchi di spiritualità e allo stesso tempo semplici e pieni di senso dell'umorismo. Un atteggiamento docile di fronte alla malattia.
Sono alcuni degli elementi che riflettono l'anima innamorata di Dio del beato María Rafael Arnaiz Barón, che verrà canonizzato questa domenica in Piazza San Pietro da Papa Benedetto XVI.
Nato a Burgos (Spagna) nel 1911, frequentò l'istituto dei Gesuiti, iniziando poi la Scuola Superiore di Architettura di Madrid. I suoi zii, i duchi di Maqueda, influirono sulla crescita della sua fede.
Nel 1932 realizzò degli esercizi spirituali in cui scoprì che Dio gli chiedeva di diventare monaco trappista. Aveva 23 anni quando venne accettato nel monastero di San Isidro de Dueñas.
Trascorreva ore a scrivere lettere alla madre, agli zii e agli amici, condividendo le sue esperienze interiori: “Per me, questa vita che a molti sembra monotona ha così tante attrattive che non mi stanco neanche un momento. Ogni ora è diversa perché anche se esteriormente è tutto uguale interiormente non lo è, come non solo uguali tutte le Messe”.
La vita semplice del monastero diventava anche motivo di gioia profonda che contagiava i confratelli e i suoi familiari. “Le lenticchie saranno sempre lenticchie durante la mia vita nel monastero, ma nonostante tutto le mangio con gusto, perché le insaporisco con due cose: la fame e l'amore di Dio”, scriveva.
Suor Agustina Tescari, postulatrice della causa di fratel Rafael, sottolinea il modo in cui il giovane monaco esprimeva il suo amore per Dio e per la sua vocazione: “Uno stile pittorico, perché descrive la sua esperienza come se stesse dipingendo. La sua spiritualità è molto semplice, centrata soprattutto sull'Eucaristia, sulla grandezza e sulla bontà di Dio, sul dominio di Dio sulla sua vita. Lo chiamava 'il Padrone' e definiva la Madonna 'la Signora'”, ha spiegato la religiosa a ZENIT.
Fratel Rafael seppe accettare docilmente i misteriosi disegni di Dio. Nel momento più felice della sua vita iniziò a star male. La febbre aumentava e per questo lo rimandarono a casa dei genitori. Lasciò il monastero con il cuore spezzato dal dolore. Uscì e rientrò in tre occasioni, fino a tornare nel 1937. Fu l'ultima volta che vide la sua famiglia.
Morì il 26 aprile 1938 per coma diabetico. Negli ultimi giorni rifletteva sul mistero del dolore come punto di unione con l'Eternità: “Il mio centro è Dio e Dio crocifisso. Il mio centro è Gesù sulla croce. Vorrei morire attaccato al mio crocifisso”.
Celebrazioni in Spagna
Oltre alle giornate di preghiera e alle novene che si sono svolte in Spagna nei mesi precedenti la canonizzazione di fratel Rafael, sono previste altre giornate speciali.
Lunedì 12 ottobre, il Cardinale Antonio María Rouco Varela, Arcivescovo di Madrid, celebrerà un'Eucaristia alle 8.30 nella Basilica di San Pietro.
Il porporato presiederà anche la celebrazione di domenica 8 novembre alle 10.30 nella Cattedrale metropolitana di Santa María de la Almudena di Madrid.
La parrocchia San Rafael Arnaiz di Burgos celebrerà il 24 ottobre una veglia straordinaria di adorazione notturna alle 22.00.
Il 17 ottobre, alle 19.30, ci sarà un'Eucaristia solenne presieduta dall'Arcivescovo di Burgos, Francisco Gil Hellín. Il giorno dopo, alle 13.00, si svolgerà una processione con l'immagine del nuovo santo partendo dalla parrocchia San Rafael Arnaiz.
[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]
Notizie dal mondo
I Vescovi irlandesi chiedono perdono alle vittime degli abusi
MAYNOOTH (Irlanda), venerdì, 9 ottobre 2009 (ZENIT.org).- I Vescovi irlandesi hanno chiesto perdono a un gruppo di persone vittime di abusi da parte di sacerdoti e suore nelle scuole e negli orfanotrofi cattolici del Paese e hanno promesso di compiere passi concreti per evitare simili situazioni in futuro.
I Vescovi hanno diffuso la loro richiesta di scuse questa settimana nel contesto del meeting generale annuale della Conferenza Episcopale Irlandese, terminato questo mercoledì a Maynooth. I presuli hanno anche discusso il Rapporto della Commissione d'Inchiesta sugli Abusi sui Bambini del giudice Sean Ryan.
Durante l'incontro con le vittime, durato tre ore, i sopravvissuti hanno “sottolineato la dolorosa eredità degli abusi sugli individui e sulle loro famiglie e condannato i vili atti di abuso che hanno avuto luogo”, riferisce la Conferenza Episcopale in un comunicato stampa.
“I Vescovi hanno chiesto scusa per il fallimento della Chiesa nell'evitare gli abusi di bambini che le erano stati affidati e per non aver ascoltato le denunce”, aggiunge il testo. “I Vescovi e le vittime hanno concordato sul fatto che il meeting è stato l'inizio di un processo e che sarà seguito da ulteriori incontri”.
Allo stesso modo, i presuli hanno deciso di “istituire un gruppo apposito per fare da collegamento con le vittime degli abusi istituzionali”.
Nel corso di una breve conferenza stampa dopo il meeting, il Cardinale Seán Brady, Arcivescovo di Armagh, ha affermato che si prenderà anche in considerazione un aumento dei risarcimenti per le vittime.
Scomparse
Durante il meeting autunnale, i Vescovi hanno anche ricordato che l'11 ottobre sarà il 100° giorno di prigionia per Sharon Commins di Clontarf (Dublino) e Hilda Kawuki, ugandese.
Le due donne lavorano per GOAL, un'agenzia umanitaria internazionale che riceve sostegno da vari atleti.
La Commins e la Kawuki sono state viste per l'ultima volta nel Darfur, dove assistevano gli sfollati.
I Vescovi hanno chiesto ai fedeli di ricordare le due donne nelle loro preghiere e nelle Messe di questo fine settimana.
Comunicatori cattolici incoraggiano i sacerdoti a usare i nuovi media
Sostengono l'appello di Benedetto XVI
ROMA, venerdì, 9 ottobre 2009 (ZENIT.org).- SIGNIS, l'Associazione Cattolica Mondiale per la Comunicazione, ha espresso pieno sostegno all'appello di Papa Benedetto XVI ai sacerdoti e agli agenti di pastorale perché usino i nuovi mezzi digitali nel loro ministero.
Il Papa ha scelto come tema della Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali del prossimo anno “Il sacerdote e la pastorale nel mondo digitale: i nuovi media al servizio della Parola”.
Commentando il tema della Giornata 2010, il presidente di SIGNIS, Augustine Loorthusamy, ha affermato che “come rete mondiale di professionisti cattolici della comunicazione, con membri attivi in più di 120 Paesi e in tutti gli ambiti della vita della Chiesa, siamo impegnati ad aiutare i sacerdoti e gli agenti di pastorale a comprendere e a utilizzare i media nel loro ministero”.
“I sacerdoti e gli agenti di pastorale devono imparare a comunicare nell'ambito digitale in cui si formano le menti e i cuori degli uomini e delle donne di oggi”, ha sottolineato.
Questo, ha aggiunto, sarà uno dei temi principali del Congresso Mondiale di SIGNIS, che si svolgerà a Chiang Mai (Thailandia) dal 17 al 21 ottobre sul tema “Diritti dei Bambini, Promessa del Domani”.
Per ulteriori informazioni, www.signisworldcongress.net e www.signis.net.
I Vescovi USA spiegano la loro dichiarazione sul dialogo ebraico-cattolico
“Non è un invito camuffato al Battesimo”, affermano
di Nieves San Martín
ROMA, venerdì, 9 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Il Cardinale Francis George, Arcivescovo di Chicago e presidente della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti (USCCB), e altri quattro Vescovi hanno reso pubblica questo lunedì una “Dichiarazione di Principi per il Dialogo Ebraico-Cattolico”.
Il Cardinale e i Vescovi hanno anche affermato in una lettera che il documento del 18 giugno, intitolato “Nota sulle Ambiguità Contenute in 'Riflessioni su Alleanza e Missione'”, dovrebbe essere emendato tagliando due frasi che potrebbero portare a fraintendimenti sul proposito del dialogo interreligioso.
La Nota affronta temi relativi all'evangelizzazione e all'alleanza ebraica, dibattuti in un articolo scritto nel 2002 da un gruppo di studiosi cattolici, consultori della USCCB e del Consiglio Nazionale delle Sinagoghe.
Intesa come “un chiarimento dell'insegnamento della Chiesa in primo luogo per i cattolici”, la Nota “porta a malintesi e a sentimenti di offesa tra i membri della comunità ebraica”, spiegano i Vescovi nella loro dichiarazione.
Oltre ad annunciare la revisione, i Vescovi hanno reso pubblica anche una dichiarazione con sei principi per il dialogo ebraico-cattolico che tratta l'insegnamento e la comprensione cattoliche del processo di dialogo.
Tra i principi figura il riconoscimento del fatto che “la vita ebraica basata sull'alleanza perdura fino a oggi come una testimonianza vitale della volontà salvatrice di Dio nei confronti del suo popolo Israele e di tutta l'umanità”.
I Vescovi affermano anche la responsabilità dei cattolici di testimoniare Cristo come “unico salvatore dell'umanità”. Allo stesso tempo, segnalano che il contesto vissuto fornisce la forma di questa testimonianza.
La “Dichiarazione di Principi” è stata inviata in risposta a una lettera del 18 agosto del rabbino Gary Greenebaum, della Commissione Ebraica Americana; del rabbino Eric Greenberg, della Lega Antidiffamazione; del rabbino Gilbert Rosenthal, del Consiglio Nazionale delle Sinagoghe; del professor Lawrence Schiffman, dell'Unione Ortodossa; del rabbino David Berger, del Consiglio rabbinico d'America.
I leader ebraici hanno scritto per esprimere la propria preoccupazione perché il paragrafo 7 della Nota ha caratterizzato formalmente il dialogo ebraico-cattolico come un invito, esplicito o implicito, agli ebrei ad abbandonare la loro fede per abbracciare il cristianesimo.
I Vescovi rispondono dicendo che il dialogo ebraico-cattolico “non è mai stato e non sarà mai utilizzato dalla Chiesa cattolica come un mezzo di proselitismo”, né è “un invito camuffato al Battesimo”.
La Dichiarazione vuole ribadire l'impegno cattolico a un dialogo in cui l'identità degli ebrei sia rispettata e si promuova l'approfondimento dei legami d'amicizia e di comprensione reciproca tra le due comunità.
“Sedendoci a un tavolo, speriamo di trovare ebrei fedeli all'alleanza mosaica, così come insistiamo che solo cattolici impegnati nell'insegnamento della Chiesa si riuniscano con loro nei nostri dialoghi”, sostiene il testo.
I firmatari della Dichiarazione e della lettera, oltre al Cardinale George, sono il Cardinale William H. Keeler, Arcivescovo emerito di Baltimora e ponte tra l'USCCB e la Comunità ebraica; l'Arcivescovo Wilton D. Gregory di Atlanta (Georgia), presidente della Commissione per gli Affari Ecumenici e Interreligiosi; il Vescovo William Lori di Bridgeport (Connecticut), presidente della Commissione per la Dottrina; il Vescovo William Murphy di Rockville Centre (New York), copresidente della Consulta USCCB-Unione Ortodossa/Consiglio Rabbinico d'America.
[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]
Appuntamento dei medici cattolici a Lourdes nel maggio 2010
Rifletteranno sul tema “La nostra fede di medici”
ROMA, venerdì, 9 ottobre 2009 (ZENIT.org).- La Federazione Internazionale delle Associazioni dei Medici Cattolici (FIAMC) ha annunciato che dal 6 al 9 maggio 2010 realizzerà il suo XXIII Congresso Mondiale a Lourdes, in Francia.
Con il patrocinio del Pontificio Consiglio per la Pastorale della Salute, il cosiddetto Congresso-pellegrinaggio rifletterà sul tema “La nostra fede di medici”.
Tra le organizzazioni che promuovono questo importante incontro figurano l'Associazione Medica Internazionale di Lourdes (AMIL) e il Centro Cattolico dei Medici Francesi (CCMMF) .
I conferenzieri provengono da vari Paesi, come Francia, Italia, Spagna, Stati Uniti, Perù, Cile, Argentina, India, Australia, Croazia e Germania.
Alla sessioen di apertura parteciperanno il presidente della FIAMC, il dottor José María Simón Castellví; il presidente del Pontificio Consiglio per la Pastorale della Salute, monsignor Zygmunt Zimowski; monsignor Jacques Perrier, Vescovo di Tarbes e Lourdes; il Cardinale Lluis Martínez Sistach, Arcivescovo di Barcellona; monsignor Michel Guyard, Vescovo di Le Havre e responsabile della Pastorale della Salute della Francia.
Tra i temi che verranno affrontati nel Congresso, diviso in quattro sessioni di lavoro, figurano “I medici cattolici e la Chiesa”, “Cure e miracoli”, “Il medico, immagine dello Spirito Santo”, “La maternità, una priorità per la Chiesa”, “La difesa della vita umana, la fecondazione in vitro e i procedimenti collegati dal punto di vista cattolico”.
Per ulteriori informazioni: www.fiamc.org
Notizie Flash
Economia o utopia? Oltre la crisi, con la Caritas in Veritate
Giovedì 15 ottobre, incontro all’Università Cattolica di Roma
CITTA' DEL VATICANO, venerdì, 9 ottobre 2009 (ZENIT.org).- “Economia o utopia? Oltre la crisi, con la Caritas in Veritate” è il titolo dell’incontro che avrà luogo giovedì 15 ottobre, alle ore 17.30, all’Università Cattolica di Roma (Istituti Biologici, Aula Gemelli).
Alla serata, in cui si discuterà sull’enciclica di Benedetto XVI nello scenario della crisi economica mondiale, interverranno: il Cardinale Agostino Vallini, Vicario Generale di Sua Santità per la Diocesi di Roma; l’Amministratore delegato di Eni Spa, Paolo Scaroni; l’on. Maurizio Lupi, Vicepresidente della Camera dei Deputati.
A introdurre i lavori sarà il prof. Lorenzo Ornaghi, Rettore dell’Università Cattolica.
Il seminario è promosso dal Centro di Ateneo per la dottrina sociale della Chiesa dall’Università Cattolica del Sacro Cuore.
Parola e vita
La sapienza è uno sguardo d’amore sulla vita
XXVIII Domenica del Tempo Ordinario, 11 ottobre 2009
di padre Angelo del Favero*
ROMA, venerdì, 9 ottobre 2009 (ZENIT.org).- “Mentre andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: 'Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?'. Gesù gli disse: 'Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre'. Egli allora gli disse: 'Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza'. Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: 'Una cosa sola ti manca: va’ vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!'. Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni. Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: 'Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!'. I discepoli erano sconcertati dalle sue parole; ma Gesù riprese e disse loro: 'Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! E’ più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel regno di Dio'. Essi, ancor più stupiti, dicevano tra loro: 'E chi può essere salvato?'. Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: 'Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio'” (Mc 10,17-27) .
“Per questo pregai e mi fu elargita la prudenza, implorai e venne in me lo spirito di sapienza. La preferii a scettri e troni, stimai un nulla la ricchezza al suo confronto,..l’ho amata più della salute e della bellezza, ho preferito avere lei piuttosto che la luce, perché lo splendore che viene da lei non tramonta. Insieme a lei mi sono venuti tutti i beni; nelle sue mani è una ricchezza incalcolabile” (Sap 7,7-11).
Il versetto d’inizio (Sap 7,7) della prima Lettura, testualmente dice “Per questo pregai...”: un significativo ed esplicativo riferimento a quanto precede, omesso per brevità, che però è opportuno andare a leggere. Infatti, il messaggio dei versetti 1-6 non riguarda solo l’ovvia constatazione fatta da Salomone (il “sapiente” per antonomasia) di essere nato come un comune mortale, fatto di quella creta nella cui fragilità non può trovarsi il tesoro divino della sapienza, ma annuncia, anche e soprattutto, la verità dell’uomo concepito, la verità della sua origine: creato dal Vasaio divino come un prodigio, ogni uomo è una viva impronta della Sapienza creatrice, il Logos Eterno, riconoscibile nel dono della coscienza spirituale.
Sì, perchè la coscienza non è meramente vigilanza e bagaglio cognitivo, una struttura della psiche umana, ma è la voce stessa di Dio che parla nella voce del cuore, ma di un cuore percorso dalla luce della verità, come insegna la Costituzione Conciliare “Gaudium et spes”: “La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli è solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità...” (n° 16).
Quando una persona guarda l’altra con puro amore, il suo sguardo fa entrare in lei la luce della verità, e ne può aprire il cuore come un fiore al sole. Allora la vita vince e la gioia dilaga. E’ l’Amore di Dio che agisce in questa comunione reciproca, rigenerando o aumentando la “sapienza della vita”, cioè il gusto inebriante del vivere, quella pura gioia che i bambini conoscono così bene da far invidia a tutti i grandi. Se tuttavia questo sguardo amoroso trova le palpebre del cuore serrate, allora la luce non ha accesso e rimane solo tanta tristezza e buio, come vediamo oggi nell’incontro tra Gesù ed “il giovane ricco”.
Con questa premessa, desidero commentare la Parola di oggi raccontando quanto mi è accaduto di recente. Se avessi fatto leggere le parole di Salomone alla ragazza moldava incontrata presso il convento giorni fa, penso che il suo commento sarebbe stato più o meno in questi termini: certamente Salomone finchè stava nel grembo e poi alla nascita era povero e nudo come tutti, tuttavia era figlio di un re e nella sua casa non mancavano e non mancheranno mai in seguito quegli scettri, troni e ricchezze incalcolabili che da grande giudicherà privi di valore al confronto con la vera sapienza…
Quando mi ha visto avanzare, Mirjam mi è subito venuta incontro sorridendo con dolcezza, umile, con la mano stesa. Credo che senza difficoltà si sarebbe “gettata in ginocchio davanti a me” se non glielo avesse impedito il pancione scoperto sul quale finiva per riposare la mano: “padre, che cosa devo fare per questo bambino?”.
“Fissando lo sguardo su di lei e su di lui” le ho chiesto: “sei alla fine della gravidanza?”. “Ancora due settimane, padre” ha risposto, e subito mi raccontava tutte quelle ricchezze che non possedeva e non avrebbe potuto dare al suo bambino. L’ho ascoltata a cuore aperto, e dico la verità: ero incerto se fosse tutto così drammaticamente vero.., ma il bambino, a 17 anni, l’aveva tenuto, e se fossi stato il professionista di un tempo le avrei svuotato in mano il portafoglio. Mi sono limitato a farle un po’ di buona compagnia, finchè ho potuto, contento che mi desse “del tu”.
Qualche giorno dopo, su un altro marciapiede, ho fatto un incontro simile con “un giovane povero”. Invitato a pranzo con i miei tre confratelli dalla Superiora delle Suore di san Vincenzo de’ Paoli, sono stato fermato da un giovane sulla trentina (gli abiti, la barba e i capelli lunghi e trasandati ne aggiungevano dieci in più), evidentemente reduce da un incontro felicissimo che non poteva trattenersi dal comunicare.
Con due occhi azzurri in volto radioso mi mostrava le nuove scarpe nere che portava ai piedi, dono di un benefattore generoso, impietosito dalla vista delle impossibili ciabatte precedenti. L’avrei abbracciato. Lo strano era che Franz, uditi i miei complimenti per il dono ricevuto, non mi stava chiedendo nulla di aggiunto, se non il motivo della mia evidente invalidità fisica. In verità, dei due era più lui a fissare me con amore!
Di tale limpida e cristallina benevolenza ho capito la fonte cinque minuti dopo, quando la Superiora, venutami incontro sul cancello, mi ha raccontato che san Vincenzo, nel giorno della sua festa, le aveva fatto incontrare un povero senza scarpe, e lei non ne aveva di maschili da dargliene: allora è andata a prenderne un paio nuovo di sue, e il povero le ha provate, e andavano benissimo, e se ne era andato felicissimo, non senza aver ricevuto anche un po’ di soldi. Il commento finale della suora è stato questo: “Noi siamo ricchi, loro non hanno niente”.
“Dove non c’è amore, metti amore e nascerà l’amore”, esortava il carmelitano san Giovanni della Croce. Ecco: il povero Franz aveva bussato, gli aveva aperto l’amore, l’aveva ricolmato della sua ricchezza incalcolabile, e così, pieno di gioia me l’aveva donata arricchendomi.
Mirjam, Franz, questo è il Regno di Dio in mezzo a noi: lo sguardo del suo amore che avvolge e fissa ogni uomo come la luce del giorno. Ma come la luce non potrebbe illuminare la realtà se non fosse riflessa dalla materia, così lo sguardo di Dio si serve del nostro volto, dei nostri occhi, del nostro cuore, per raggiungere come Luce il cuore del fratello che se ne sta solo e al buio. Così Dio potrà illuminarne la coscienza ed aiutarlo a sua volta ad accogliere il fratello, specialmente il più povero ed emarginato, come colui che, nel grembo, ha solo la voce della sua esile vita.
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* Padre Angelo del Favero, cardiologo, nel 1978 ha co-fondato uno dei primi Centri di Aiuto alla Vita nei pressi del Duomo di Trento. E' diventato carmelitano nel 1987. E' stato ordinato sacerdote nel 1991 ed è stato Consigliere spirituale nel santuario di Tombetta, vicino a Verona. Attualmente si dedica alla spiritualità della vita nel convento Carmelitano di Bolzano, presso la parrocchia Madonna del Carmine.
L’altro volto del continente: un contributo al Sinodo per l’Africa
Mons. Martinelli: con i clandestini l'Europa non si comporta in modo cristiano
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Lettera ai malati e sofferenti del mondo per l'Anno sacerdotale
DOCUMENTI SULLA WEB DI ZENIT
Interventi pronunciati dai Padri sinodali l'8 ottobre (pomeriggio)
Sinodo speciale sull'Africa
L’altro volto del continente: un contributo al Sinodo per l’Africa
Il Movimento dei Focolari promuove un incontro a Roma il 18 ottobre
ROMA, venerdì, 9 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Come avvenuto ad ogni Sinodo dei Vescovi, il Movimento dei Focolari, ha promosso per domenica 18 ottobre un momento di incontro con i padri sinodali, esperti, uditrici ed uditori che desiderano approfondire l’esperienza dei Focolari di fronte alle sfide al centro dei lavori sinodali.
L'incontro si terrà a partire dalle ore 15,30 presso l'Istituto Maria Bambina in via Paolo VI, 21 (accanto al Colonnato di s. Pietro).
Aprirà l’incontro mons. Antoine Ntalou, Arcivescovo di Garoua (Camerun) e lo concluderà mons. Boniface Lele, Arcivescovo di Mombasa (Kenya).
In apertura anche l’intervento della presidente dei Focolari, Maria Voce, sulla sua visita a Fontem (Camerun) del gennaio scorso sulla continuità del carisma di Chiara Lubich dopo la conclusione del suo viaggio terreno nel marzo dello scorso anno.
Centrali, nel programma, le storie di Vangelo vissuto in Africa. La dott.ssa Mary Ategwa di Fontem, del popolo Bangwa (Camerun), per la maggioranza di religione tradizionale, darà testimonianza della solidarietà e sviluppo suscitati dalla nuova evangelizzazione promossa in prima persona dai leaders tradizionali di questo popolo, insieme ai Focolari.
Verranno poi presentate alcune testimonianze sulle risposte suscitate dallo stile di vita ispirato all’amore scambievole evangelico.
Sin dal 1992, nel corso di un viaggio in Kenya, Chiara Lubich ha dato il via ad una scuola di inculturazione per l’incarnazione del Vangelo nelle culture africane, che ha sede nei pressi di Nairobi.
Studiosi africani ed europei hanno condotto insieme ricerche su tematiche come: proprietà e lavoro; la persona; la comunità; l'educazione; la riconciliazione; la sofferenza; la malattia e la morte; il concetto di Dio; e la comunicazione.
Ne parlerà Maria Magnolfi, membro della Commissione centrale per l’inculturazione in Africa, docente di Sacra Scrittura al Seminario maggiore di Pretoria (Sudafrica).
Il dott. Martin Nkafu Nkemkia (Camerun), docente di cultura, religione e pensiero africani e di filosofia e culture presso le Pontificie Università Lateranense e Gregoriana di Roma, parlerà dell'esperienza del Movimento dei Focolari iniziata nei primi anni ‘60 in Camerun e ora diffusa in quasi tutti i Paesi del continente.
Quale segno del cammino di comunione tra vari movimenti avviato sin dal ‘98, l’incontro ospiterà anche la testimonianza della Comunità di Sant’Egidio su Pace e giustizia, cui seguirà, per chi lo desidera, la partecipazione alla celebrazione eucaristica “per la pace e la giustizia in Africa”, promossa dalla Comunità di Sant’Egidio a S. Maria in Trastevere, e la festa in piazza con le comunità africane di Roma.
Mons. Martinelli: con i clandestini l'Europa non si comporta in modo cristiano
Il vicario apostolico di Tripoli incontra i giornalisti
di Chiara Santomiero
CITTA' DEL VATICANO, venerdì, 9 ottobre 2009 (ZENIT.org).- "E' il mio popolo e io ne sono responsabile. Chiedo che le persone abbiano almeno il minimo necessario per vivere". Con passione e fermezza mons. Giovanni Martinelli, vicario apostolico di Tripoli, ha denunciato la situazione dei tanti disperati che arrivano in Libia fuggendo dalla guerra e dalla miseria di molti Paesi africani e cercano ad ogni costo la possibilità di attraversare il mare per raggiungere l'Europa.
L'occasione, dopo l'intervento in aula dei giorni scorsi, è stata l'incontro di questo venerdì con i giornalisti del gruppo linguistico italiano che stanno seguendo i lavori del Sinodo.
"La mia Chiesa - ha raccontato mons. Martinelli - è composta da stranieri: tanti lavoratori di provenienza asiatica, filippini per la maggior parte. Sono impegnati al servizio di multinazionali. Insieme a loro, africani di altri Stati - soprattutto della fascia sub-sahariana - che cercano in Libia il pane della sopravvivenza".
Nel Paese ci sono da 5.000 a 10.000 eritrei - non è possibile avere stime esatte - che "non possono tornare indietro nei loro villaggi sconvolti dalla guerra e sono determinati a rimanere o ad attraversare il mare, anche a costo di morire nel tentativo", ha ricordato.
E se l'immigrazione clandestina "non è un fenomeno positivo", "il modo con cui l'Europa si comporta nei loro confronti non è civile né cristiano: sono nostri fratelli".
Quelli che vengono respinti dalle coste italiane e del Mediterraneo vengono rinchiusi nei centri di raccolta libici oppure in prigione, se hanno commesso dei reati.
La chiesa cattolica libica - che durante i lavori del Sinodo ha ricevuto i complimenti del Cardinale Renato Raffaele Martino, presidente del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace, per l'impegno profuso nell'accoglienza degli immigrati -, visita costantemente i centri di raccolta e anche le prigioni. Oltre a mons. Martinelli, a Tripoli sono presenti altri sei sacerdoti e trenta suore che operano in centri sociali; un presbitero presta il suo ministero nel Sahara da oltre 20 anni e c'è un altro Vescovo cattolico a Bengasi.
"Le autorità libiche - ha affermato mons. Martinelli - non ci negano i permessi e i responsabili dei centri ci chiamano in aiuto quando hanno bisogno di medicinali. Anche i direttori delle prigioni mostrano una sensibilità umanitaria e non chiudono gli occhi davanti alle situazioni di bisogno".
"La Libia - ha aggiunto - fa quello che può nei confronti degli immigrati; almeno assicura loro da mangiare e non impedisce a noi di accedere. Si tratta di un problema che sovrasta le loro forze. Dovrebbe essere l'Italia ad aiutare le autorità libiche a gestirlo: non basta respingere le persone".
Sollecitato dalle domande dei giornalisti, il vicario apostolico di Tripoli ha anche affermato che il problema degli abusi verso gli immigrati denunciati nei centri di raccolta o il traffico di esseri umani "non coinvolgono le autorità del Paese" e sono un'ulteriore conseguenza, nata dall'approfittamento senza scrupoli di alcuni, del fatto che "la Libia venga lasciata sola a gestire una massa di persone che non è in grado di accogliere".
"L'Europa dovrebbe aiutare queste persone nei Paesi d'origine, come la Nigeria o il Congo, facendo attenzione a come vengono dati e distribuiti gli aiuti", ha dichiarato. Nella stessa Libia "potrebbe intervenire per fornire a tanti immigrati, insieme o al posto del Governo libico, dei documenti validi. Molti di essi, infatti, sono lavoratori qualificati che non possono essere impiegati dalle aziende impegnate sul territorio perché non hanno i documenti in regola. Perché tenere la gente ferma nei centri di raccolta e non dare loro la possibilità di lavorare?".
Un aspetto particolarmente tragico dell'immigrazione in Libia è quello relativo alle donne. "Molte di loro, fatte venire nel Paese con la promessa di un lavoro ben retribuito, sono costrette alla prostituzione o alla schiavitù. Altre, soprattutto dell'Eritrea, perduto il marito perché in fuga o in prigione, arrivano incinte o con i figli per mano, decise a trovare una possibilità di vita per loro".
A centinaia si ritrovano nella chiesa di Tripoli il venerdì per ricevere un pacco con un po' di generi alimentari e vestiti per i bambini.
Il venerdì è anche il giorno della Messa. "Quando vedo tutta questa gente in chiesa che prega con fervore sento un brivido - ha confidato monsignor Martinelli ai giornalisti -. È impressionante il loro coraggio nell'aggrapparsi alla fede per trovare una speranza".
"Gli europei hanno paura di queste persone disperate, ma si tratta di una paura in larga parte ingiustificata - ha concluso -. Se si guardasse a loro come a dei cristiani, si scoprirebbe con che intensità vivono la loro fede e come siano solo degli esseri umani in cerca di lavoro per sfuggire alla miseria del proprio Paese".
“Tossici rifiuti spirituali” esportati verso l'Africa
Ideologia di genere e relativismo
di Carmen Elena Villa
CITTA' DEL VATICANO, venerdì, 9 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Il continente africano è sempre più vulnerabile ai “tossici rifiuti spirituali”che importa soprattutto dal primo mondo, come ha affermato Papa Benedetto XVI durante l'omelia di inaugurazione del Sinodo per l'Africa domenica scorsa.
Ciò avviene anche se il cattolicesimo è ben rappresentato nei Parlamenti dei Paesi africani (il 22% dei parlamentari è cattolico).
Su questi temi sono intervenuti in modo particolare questo giovedì mattina nell'Aula del Sinodo il Cardinale Ennio Antonelli, presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia, e monsignor Philippe Ouédraogo, Arcivescovo di Ouagadougou (Burkina Faso).
Il Papa non è stato presente durante la sessione del mattino perché doveva ricevere Mahmoud Abbas, presidente dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina e dell'Autorità Nazionale Palestinese.
Ideologia di “genere”
Il Cardinale Antonelli ha espresso la sua preoccupazione constatando che in Africa l'“ideologia di genere” inizia a infiltrarsi in modo “molto camuffato” nelle associazioni, “negli ambienti governativi e anche in alcuni ambienti ecclesiali”.
Le differenze tra uomo e donna non corrispondono – affermano i sostenitori dell'ideologia di genere – a una natura “data”, ma sarebbero mere costruzioni culturali in base ai ruoli e agli stereotipi assegnati ai sessi in ogni società.
Il porporato ha spiegato che quanti applicano queste ideologie partono da problemi reali ai quali bisogna rimediare, “come le ingiustizie, le violenze subite dalle donne, la mortalità infantile, la malnutrizione, la fame, i problemi di alloggio e lavoro”.
Le soluzioni che offrono, ha aggiunto, risultano però “ambigue nei loro nuovi significati antropologici”.
A tale proposito, ha citato l'esempio del diritto all'uguaglianza tra uomini e donne, che non è sempre visto come la dignità che ha ciascuno di loro, ma come l'irrilevanza che viene attribuita alla differenza tra i due sessi cercando un'uniformità di tutti gli individui “come se fossero sessualmente indifferenziati”, provocando un'“equivalenza di tutti gli orientamenti e i comportamenti sessuali”.
Si tratta di una visione errata della libertà che vuole che “ogni individuo abbia il diritto di compiere liberamente (ed eventualmente di maturare) le proprie scelte secondo i suoi desideri e le sue preferenze”.
La libertà della donna, ha segnalato il Cardinale, non significa solo emancipazione o competenza, rivalità o antagonismo, ma vivere la complementarietà con l'uomo.
Questa ideologia si diffonde in programmi di salute sessuale e riproduttiva che cercano la collaborazione del Governo e delle associazioni locali, anche ecclesiali, “che generalmente non si rendono conto delle loro implicazioni antropologiche, eticamente inaccettabili”.
Il porporato ha concluso il suo intervento esortando “alla vigilanza” le istituzioni che assistono i sacerdoti, i seminaristi, i religiosi, le organizzazioni della Caritas e altri operatori pastorali laici.
Tirannia del relativismo
Monsignor Philippe Ouédraogo, Arcivescovo di Ouagadougou (Burkina Faso), ha affermato che un altro dei “tossici rifiuti” che arrivano in Africa è l'imposizione del “pensiero unico”, retto soltanto dalla legge del libertinaggio e del relativismo morale.
“Il rumore mediatico suscitato dai mezzi di comunicazione nel viaggio del Santo Padre in Camerun e Angola a marzo rappresenta un esempio evidente”, ha aggiunto il presule.
“Programmi rivolti a persone di lingua francese, sia europee che africane, fanno credere che le religiose e i religiosi africani, studenti o missionari a Roma o in altri luoghi d'Europa, vivano di mendicità e prostituzione, abbandonati dal Vaticano e dalle congregazioni religiose”.
Il presule ha concluso il suo intervento affermando che “gli africani non possono usare la violenza per combattere l'imperialismo e la tirannia del pensiero unico”.
“Ad ogni modo, chiediamo loro un po' di moderazione e prudenza, di rispetto e tolleranza, e soprattutto di onestà intellettuale dietro l'espressione delle loro idee”, ha chiesto.
Durante il Sinodo, una religiosa del Ruanda testimonia la riconciliazione
La suora ha perso la sua famiglia nel genocidio ruandese
di Carmen Elena Villa
CITTA' DEL VATICANO, venerdì, 9 ottobre 2009 (ZENIT.org).- La testimonianza di suor Geneviève Uwamariya, della comunità di Santa Maria di Namur in Ruanda, ha fatto rabbrividire questa mattina i presenti nell'Aula del Sinodo.
Suor Geneviève ha perso il padre e vari familiari durante il genocidio avvenuto nel Paese nel 1994, uno degli episodi più sanguinosi del XX secolo, in cui da aprile a luglio è stato massacrato sistematicamente un numero di persone che oscilla tra 800.000 e 1.701.000.
La religiosa ha voluto condividere un'esperienza personale avvenuta tre anni dopo questa tragedia che, secondo lei, ha cambiato la sua vita e mostra come si deve vivere la riconciliazione in un continente ferito da violenza, crude violazioni dei diritti umani e innumerevoli problemi sociali.
La suora ha ricordato che il 27 agosto 1997, attraverso un gruppo della Divina Misericordia, ha incontrato a Kybuye, il suo villaggio di origine, un gruppo di prigionieri, vari dei quali autori materiali del genocidio.
L'obiettivo dell'incontro era prepararli al Giubileo del 2000. Durante l'incontro, la suora disse: "Se sei stato vittima offri il perdono e perdona chi ti ha ferito", dicendo che solo così la vittima si sarebbe liberata dal carico di rancore e il criminale dal peso di aver commesso il male.
"Subito un prigioniero si alzò chiedendo misericordia", ha raccontato la religiosa. "Sono rimasta pietrificata riconoscendo l'amico di famiglia che era cresciuto con noi".
"Mi ha confessato di aver ucciso mio padre. Mi ha descritto i dettagli della morte dei miei cari", ha aggiunto. La suora lo ha abbracciato e gli ha detto: "Sei e continuerai ad essere mio fratello".
Suor Geneviève ha confessato di aver sentito che le era stato "tolto un peso". "Ho ritrovato la pace interiore e ho ringraziato la persona che avevo tra le braccia".
Con sua grande sorpresa, ha sentito quell'uomo gridare: "La giustizia può fare il suo corso e mi potrà condannare a morte, ma ora sono libero!".
"Anch'io volevo gridare a chi mi voleva ascoltare; 'Anche tu puoi ritrovare la pace interiore!'", ha rivelato.
Da quel momento, suor Geneviève Uwamariya si incarica di portare la posta dalle carceri per chiedere perdono ai sopravvissuti. In questo modo sono state distribuite 500 lettere, e con alcune risposte che hanno ricevuto molti prigionieri hanno recuperato l'amicizia con le vittime e hanno sperimentato il vero perdono.
Ciò ha fatto sì che le vittime si riuniscano. "Sono azioni che sono servite affinché molti vivessero la riconciliazione", ha testimoniato.
Suor Geneviève ha affermato che il suo popolo è pieno di vedove e orfani e che dal 1994 è stato ricostruito dai prigionieri. Nelle parrocchie del Ruanda sono nate molte associazioni di ex carcerati e sopravvissuti, e funzionano bene.
"Da questa esperienza deduco che la riconciliazione non è solo voler riunire due persone o gruppi in conflitto", ha spiegato. "Si tratta di 'insediare' in ciascuno l'amore e di lasciare che avvenga la guarigione interiore, che permette la liberazione".
"Per questo - ha concluso - la Chiesa è importante nei nostri Paesi, perché può offrire una parola che cura, libera e riconcilia".
[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]
Santa Sede
Accanto al malato il sacerdote rappresenta Cristo, Medico Divino
Lettera ai malati e ai sofferenti di monsignor Zimowski
CITTA' DEL VATICANO, venerdì, 9 ottobre 2009 (ZENIT.org).- "Il sacerdote accanto al capezzale del malato rappresenta lo stesso Cristo, Medico Divino, al quale non è indifferente la sorte di chi soffre".
Lo si legge nella Lettera ai malati e ai sofferenti del mondo inviata in occasione dell'Anno Sacerdotale dal Presidente del Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari, monsignor Zygmunt Zimowski.
"Tramite i sacramenti della Chiesa, amministrati dal sacerdote, Gesù Cristo offre al malato una guarigione attraverso la riconciliazione e il perdono dei peccati, attraverso l'unzione con l'olio sacro e infine nell'Eucaristia", afferma il testo.
"Nella persona del sacerdote è quindi presente, accanto al malato, lo stesso Cristo che perdona, guarisce, conforta, prende per mano e dice: 'Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno'".
Monsignor Zimowski ha ricordato che l'Anno Sacerdotale si concluderà con la solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù nel giugno del 2010, anno in cui il Pontificio Consiglio per gli Operatori Sanitari celebrerà il 25° anniversario della sua istituzione.
Il dicastero è stato infatti fondato da Giovanni Paolo II l'11 febbraio 1985 nella memoria della Beata Maria Vergine di Lourdes, per manifestare "la sollecitudine della Chiesa per gli infermi aiutando coloro che svolgono il servizio verso i malati e sofferenti, affinché l'apostolato della misericordia, a cui attendono, risponda sempre meglio alle nuove esigenze", come ricorda la Costituzione Apostolica Pastor Bonus.
In vista di questa ricorrenza, il presule invita i fedeli a "rivolgere incessantemente le vostre preghiere e l'offerta delle sofferenze al Signore della vita a favore della santità dei vostri beneamati sacerdoti, affinché svolgano con dedizione e carità pastorale il ministero a loro affidato da Cristo Medico del corpo e dell'anima".
Allo stesso modo, esorta a "riscoprire la bellezza della preghiera del Santo Rosario a beneficio spirituale dei sacerdoti, in particolar modo nel mese di ottobre", sottolineando anche che "il primo giovedì e il primo venerdì di ogni mese, rispettivamente dedicati alla devozione eucaristica e al Sacro Cuore di Gesù, sono giorni particolarmente adatti per la partecipazione alla Santa Messa e all'adorazione del Santissimo Sacramento".
Il presidente del dicastero vaticano affida quindi alle preghiere dei fedeli il pellegrinaggio dei cappellani ospedalieri che si svolgerà nell'aprile 2010, in occasione del 25° anniversario dell'istituzione del Pontificio Consiglio, prima a Lourdes e poi ad Ars.
Monsignor Zimowski conclude la sua lettera con delle richieste ai fedeli, a cominciare da "una preghiera speciale per i sacerdoti ammalati e provati nel corpo i quali sperimentano ogni giorno come voi il peso del dolore, insieme alla forza della grazia salvifica che consola e risana l'anima".
"Pregate anche per la Beatificazione e Canonizzazione del Servo di Dio Giovanni Paolo II - termina il testo -. Pregate con insistenza per le sante vocazioni sacerdotali e religiose".
Apprezzamento vaticano per il Nobel per la Pace a Barack Obama
La Santa Sede loda il suo impegno in favore del disarmo nucleare
CITTA' DEL VATICANO, venerdì, 9 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Il premio Nobel per la Pace 2009 è stato assegnato al Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, a nove mesi dal suo insediamento alla Casa Bianca.
Nella motivazione si legge che il Nobel per la Pace è andato al primo Presidente afro-americano USA “per i suoi sforzi straordinari nel rafforzare la diplomazia internazionale e la cooperazione tra i popoli”.
Il Comitato di Oslo “ha dato grande importanza all'impostazione di Obama e ai suoi sforzi per un mondo senza armi nucleari. Obama da Presidente ha creato un nuovo clima nelle relazioni internazionali”.
“La diplomazia multilaterale ha riguadagnato centralità, evidenziando il ruolo che le Nazioni Unite ed altre istituzioni internazionali possono svolgere – ha aggiunto il Comitato –. Il dialogo ed i negoziati sono preferiti come strumenti per risolvere i conflitti, anche quelli più complessi.”
“L'immagine di un mondo libero dalle armi nucleari ha fortemente stimolato il disarmo ed i negoziati sul controllo degli armamenti”, continuva la motivazione evidenziando anche l'impegno di Obama nel fronteggiare la “sfida dei cambiamenti climatici”.
Il mese scorso il Presidente statunitense ha presieduto uno storico vertice del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che ha approvato all'unanimità la bozza di una Risoluzione presentata dagli Stati Uniti per arrivare a un mondo libero da ordigni nucleari.
Il premio verrà consegnato ufficialmente il 10 dicembre a Oslo, nell'anniversario della morte del fondatore, l'industriale e filantropo svedese Alfred Nobel. Il riconoscimento consiste in una medaglia d'oro, un diploma ed un assegno di circa un milione di euro.
In risposta alle domande di alcuni giornalisti, il Direttore della Sala Stampa della Santa Sede, il gesuita Federico Lombardi, ha sottolineato che “l’attribuzione del Nobel per la pace al Presidente Obama è salutata con apprezzamento in Vaticano alla luce dell’impegno dimostrato dal Presidente per la promozione della pace nel campo internazionale, e in particolare anche recentemente in favore del disarmo nucleare”.
“Ci si augura – ha continuato – che questo importantissimo riconoscimento incoraggi ulteriormente tale impegno difficile ma fondamentale per l’avvenire dell’umanità, affinché possa portare i risultati sperati”.
Dal canto suo l’ambasciatore degli Stati Uniti presso la Santa Sede, Miguel H. Díaz, in una intervista alla Radio Vaticana ha detto che “al presidente sono stati riconosciuti gli sforzi di costruire la comprensione tra i popoli, come aveva già manifestato nel discorso al mondo musulmano al Cairo, nel corso dei suoi viaggi e in altri discorsi e iniziative”.
“Vorrei dire anche che nel colloquio che ho avuto venerdì scorso con il Santo Padre Benedetto XVI, anche il Pontefice ha ringraziato il presidente per i suoi sforzi a favore della pace – ha continuato –.”
“Questo Premio – ha commentato – è per noi una grandissima opportunità di continuare il lavoro per la costruzione di un mondo e di un’umanità migliori”.
“Credo che per la Santa Sede – come ha detto anche il Papa nella conversazione che ho avuto con lui venerdì scorso in occasione della presentazione delle mie credenziali – l’abolizione delle armi nucleari sia una sfida per la quale dobbiamo lavorare insieme”, ha quindi concluso.
La Santa Sede: combattere la droga per difendere la famiglia
Intervento dell'Arcivescovo Migliore alle Nazioni Unite
di Roberta Sciamplicotti
ROMA, venerdì, 9 ottobre 2009 (ZENIT.org).- La lotta al traffico di droga è fondamentale per la difesa della famiglia, ha affermato questo giovedì a New York l'Arcivescovo Celestino Migliore, Nunzio Apostolico e Osservatore Permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite.
Il presule è intervenuto alla 64ma sessione dell'Assemblea Generale davanti al Terzo Comitato sull'item 105, “Controllo internazionale delle droghe”, ribadendo l'importanza della famiglia come “pietra angolare della riduzione della domanda e delle strategie di cura” nel settore delle sostanze stupefacenti.
“Visto che molte cause e conseguenze della dipendenza da sostanze psicotrope sono collegate alle dinamiche familiari”, ha osservato, “la prevenzione, la cura, la riabilitazione e gli sforzi si dovrebbero concentrare sui rapporti familiari nelle loro dimensioni biologiche, psicologiche, sociali, culturali ed economiche”.
Ciò, ha aggiunto, è ancor più importante visto che “l'abuso di droghe può indebolire la famiglia, che è la base della società, danneggiando così il tessuto sociale della comunità e contribuendo perfino alla destabilizzazione della società”.
Le ricerche, del resto, continuano a sottolineare che “i principi fondamentali della società si apprendono in casa”.
Alternative reali
Nel suo discorso, il rappresentante della Santa Sede ha sottolineato che l'abuso di droghe “continua a impedire alle capacità degli individui, delle comunità e delle Nazioni di raggiungere lo sviluppo economico, politico e sociale”.
L'abuso di droghe, ha sottolineato, “coinvolge individui di ogni status socio-economico”, rappresentando “una fonte di evasione finanziaria, emozionale e psicologica con effetti devastanti sulle persone e sulle loro famiglie”.
Per questo motivo, la delegazione vaticana “concorda decisamente sul fatto che la salute globale dell'individuo sia al centro del controllo del consumo di droghe e che come società si debbano difendere la salute e la dignità delle persone evitando l'uso di droghe e alleviando la sofferenza dei tossicodipendenti attraverso la cura”.
Affrontare le necessità sanitarie degli individui, ha rilevato, sarà tuttavia insufficiente se non si riuscirà anche a far fronte ai “vari fattori che portano alla produzione e al consumo di droghe”.
A tale proposito, l'Osservatore Permanente ha ricordato come i Paesi in via di sviluppo e le popolazioni afflitte dalla povertà siano “particolarmente vulnerabili agli effetti devastanti del traffico di droga perché sono punti strategici per il traffico o coltivatori a buon mercato”.
In questi Paesi, ha sottolineato, si stanno ad ogni modo attuando programmi di sviluppo che forniscono alle famiglie contadine “reali alternative alle coltivazioni di papaveri e di coca che causano distruzione e spargimento di sangue”.
Questi programmi, ha dichiarato il rappresentante vaticano, “devono continuare ad essere sostenuti a livello nazionale, regionale e internazionale”, così come dovrebbero essere compiuti “maggiori sforzi per sottolineare il nesso causale tra il crescente sviluppo e lo sradicamento del traffico di droga”.
Reazione a catena
La delegazione vaticana ha quindi ricordato “con particolare preoccupazione” i legami “sempre più ovvi” tra il traffico di droga e “altre tragedie umane come il traffico di esseri umani, la proliferazione di armi di piccolo calibro, il crimine organizzato e il terrorismo”.
Questi elementi, ha segnalato, “mostrano che l'abuso di sostanze non è una trasgressione senza vittime, ma ha un impatto devastante e di vasta portata sulla comunità”, e a subirne le conseguenze sono principalmente “i poveri e i vulnerabili”.
“Gli individui che cadono preda dell'uso e dell'abuso di droghe hanno bisogno di sostegno e assistenza da parte dei membri della loro famiglia, della comunità e della società”, ha concluso.
“Quanti hanno combattuto e vinto l'afflizione dell'abuso di droghe sono modelli davvero positivi e, essendo 'ambasciatori di speranza', possono avere un'influenza importante sulla vita degli altri”.
Un libro racconta l'aiuto del Vaticano a un amico di Pio XII
Continua la ricerca sull'assistenza papale agli ebrei
ROMA, venerdì, 9 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Un nuovo elemento è venuto alla luce nella ricerca sull'assistenza di Pio XII agli ebrei prima e durante la II Guerra Mondiale.
La Pave the Way Foundation, che ha proposto che Eugenio Pacelli sia dichiarato dallo Yad Vashem Giusto tra le Nazioni, ha reso disponibile una traduzione in inglese di un libro di Meir Mendes.
Il padre di Meir, Guido, era un amico d'infanzia di Pacelli. Il libro di Meir, “Le Vatican et Israel” (“Il Vaticano e Israele”), spiega cos'è accaduto a Guido e l'aiuto che gli venne offerto dal Vaticano.
Alle pagine 24 e 25, cita un episodio particolare collegato al padre che ritiene getti luce sull'atteggiamento ufficiale degli alti funzionari vaticani alla vigilia della II Guerra Mondiale.
“Per completare questa panoramica storica, vorrei riportare un fatto che mi riguarda direttamente, che getta una luce diversa su Pio XII. Mio padre, il professor Guido Mendes, era stato a contatto con Pio XII, suo amico ed ex compagno di studi. Anche se [Mendes] era ebreo, venne nominato consulente medico in molte istituzioni vaticane, [i cui funzionari] non vollero esimersi, in molte occasioni, dall'esprimergli per iscritto la propria gratitudine”.
“Nel 1938 iniziò la campagna antisemita in Italia, e mio padre fu costretto ad abdicare dalle sue responsabilità – l'insegnamento presso la Facoltà di Medicina dell'Università di Roma, il suo ruolo come direttore del sanatorio antitubercolosi Cesare Battisti della Croce Rossa Italiana e il compito di segretario generale della Lega contro la Tubercolosi. Fu anche congedato definitivamente dall'esercito, in cui era stato generale nelle forze dei riservisti”.
“La Santa Sede reagì con decisione, e il Cardinale Tisserant (all'epoca prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali) inviò la seguente lettera a mio padre:
'Questo sacro dicastero ha appreso con tristezza che ha abbandonato il suo ruolo di direttore del sanatorio Cesare Battisti. Ricordando la cura attenta e più che paterna che ha mostrato nei confronti dei giovani del Pontificio Collegio Etiope che erano stati ricoverati nel sanatorio, le sue frequenti visite per le consultazioni e la sua sollecitudine per il loro stato di salute, questa sacra congregazione desidera inviarle oggi una parola di conforto e, allo stesso tempo, esprimerle la sua sentita gratitudine e la sua stima per il prezioso lavoro che ha svolto. Tenendo conto di questo, la preghiamo di accettare la medaglia pontificia commemorativa per l'anno appena terminato, come segno di omaggio da parte di questo sacro dicastero, che sarà sempre lieto – se si verificherà l'occasione – di poterle essere utile'”.
La lettera è firmata 14 gennaio 1939.
Lasciando Roma
Il testo prosegue raccontando come Guido Mendes abbia chiesto aiuto al Vaticano per ottenere un visto d'ingresso in Palestina, che gli venne concesso nel 1939.
Mendes scrive: “Ho conservato nei miei archivi personali le lettere del Segretario di Stato, il Cardinal Maglione; del Nunzio Apostolico in Svizzera, l'Arcivescovo Filippo Bernardini; del Delegato Apostolico in Palestina, l'Arcivescovo (poi Cardinale) Testa; del commissario per il distretto di Gerusalemme e di altre figure di spicco che furono coinvolte nell'ottenimento dei visti – e c'è perfino una lettera dello stesso Cardinal Pacelli”.
La Pave the Way Foundation sta svolgendo un'ampia ricerca sugli sforzi di Pio XII a favore degli ebrei.
Oltre a proporre il conferimento del titolo di Giusto tra le Nazioni, la Fondazione ha redatto un libro che riproduce 255 pagine di circa 3.000 documenti originali su Pio XII.
Benedetto XVI premia la fondatrice del canale televisivo EWTN
Madre Angelica riceve il Pro Ecclesia et Pontifice
IRONDALE, venerdì, 9 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Benedetto XVI ha conferito il premio Pro Ecclesia et Pontifice a Madre Angelica, fondatrice del canale televisivo cattolico Eternal World Television Network (EWTN).
Il Papa ha concesso questo premio, il più alto riconoscimento che il Santo Padre può conferire a laici e religiosi, anche al diacono Bill Steltemeier, collaboratore di EWTN.
Il Vescovo di Birmingham (Alabama, Stati Uniti), monsignor Robert Baker, ha consegnato le croci d'onore questa domenica durante una breve cerimonia dopo la benedizione domenicale del Santuario del Santissimo Sacramento, nella sede del canale televisivo a Hanceville.
Rita Antoinette Francis Rizzo, nota come Madre Angelica, ha 86 anni e appartiene all'Ordine delle Clarisse Povere dell'Adorazione Perpetua.
E' arrivata in Alabama nel 1961 per fondare il Monastero di Nostra Signora degli Angeli a Irondale.
Nel 1981 ha istituito la rete televisiva nel garage del suo monastero. Nel 1999 ha trasferito il monastero a Hanceville (Alabama), dove ha costruito il Santuario del Santissimo Sacramento, nel quale continua a vivere con la sua comunità religiosa.
Il diacono Steltemeier, di 80 anni, ha lasciato il suo lavoro di avvocato per aiutare Madre Angelica quando EWTN era agli inizi. Ha lavorato come presidente della rete e attualmente presiede il consiglio direttivo.
Nella sua omelia, il Vescovo Baker ha affermato che la medaglia è “un riconoscimento significativo da parte del Santo Padre per l'opera d'amore della Madre a sostegno della nostra Chiesa”.
Dal canto suo il presidente di EWTN, Michael P. Warsaw, ha affermato che il premio “riconosce l'enorme fede, il lavoro instancabile e gli indicibili sacrifici che entrambi hanno fatto durante gli anni per fondare e consolidare la catena”.
“E' inoltre un grande onore per EWTN e rappresenta una chiaro segno dell'importanza che riveste la missione del Canale per la Chiesa e per il Papa – ha aggiunto –. Siamo molto grati a Sua Santità Papa Benedetto XVI e al Vescovo Baker per questo onore”.
EWTN arriva in milioni di case in più di 140 Paesi e territori. Ha servizi di televisione e radio via satellite, catene radiofoniche AM e FM ed editoriale.
Uomini e donne di fede
Fratel Rafael, il giovane trappista dalla santa gioia
Il monaco spagnolo sarà canonizzato domenica da Benedetto XVI
di Carmen Elena Villa
ROMA, venerdì, 9 ottobre 2009 (ZENIT.org).- E' il più giovane dei cinque beati che verranno canonizzati questa domenica. Morì a 27 anni. E' anche quello vissuto in tempi più recenti (1911-1938).
Giovanni Paolo II lo ha proposto come modello di santità nella Giornata Mondiale della Gioventù a Santiago de Compostela nel 1989. Vari Vescovi spagnoli hanno chiesto che sia proclamato uno dei copatroni della GMG che si svolgerà a Madrid nell'agosto 2011.
Una gioventù allegra e pura allo stesso tempo, piena di inquietudini che seppe incamminare entrando nel monastero di San Isidro de Dueñas. Una vita monacale piena di gioia tra sacrifici e abnegazione, in cui secondo lui ogni giorno aveva un incanto diverso. Commenti e scritti ricchi di spiritualità e allo stesso tempo semplici e pieni di senso dell'umorismo. Un atteggiamento docile di fronte alla malattia.
Sono alcuni degli elementi che riflettono l'anima innamorata di Dio del beato María Rafael Arnaiz Barón, che verrà canonizzato questa domenica in Piazza San Pietro da Papa Benedetto XVI.
Nato a Burgos (Spagna) nel 1911, frequentò l'istituto dei Gesuiti, iniziando poi la Scuola Superiore di Architettura di Madrid. I suoi zii, i duchi di Maqueda, influirono sulla crescita della sua fede.
Nel 1932 realizzò degli esercizi spirituali in cui scoprì che Dio gli chiedeva di diventare monaco trappista. Aveva 23 anni quando venne accettato nel monastero di San Isidro de Dueñas.
Trascorreva ore a scrivere lettere alla madre, agli zii e agli amici, condividendo le sue esperienze interiori: “Per me, questa vita che a molti sembra monotona ha così tante attrattive che non mi stanco neanche un momento. Ogni ora è diversa perché anche se esteriormente è tutto uguale interiormente non lo è, come non solo uguali tutte le Messe”.
La vita semplice del monastero diventava anche motivo di gioia profonda che contagiava i confratelli e i suoi familiari. “Le lenticchie saranno sempre lenticchie durante la mia vita nel monastero, ma nonostante tutto le mangio con gusto, perché le insaporisco con due cose: la fame e l'amore di Dio”, scriveva.
Suor Agustina Tescari, postulatrice della causa di fratel Rafael, sottolinea il modo in cui il giovane monaco esprimeva il suo amore per Dio e per la sua vocazione: “Uno stile pittorico, perché descrive la sua esperienza come se stesse dipingendo. La sua spiritualità è molto semplice, centrata soprattutto sull'Eucaristia, sulla grandezza e sulla bontà di Dio, sul dominio di Dio sulla sua vita. Lo chiamava 'il Padrone' e definiva la Madonna 'la Signora'”, ha spiegato la religiosa a ZENIT.
Fratel Rafael seppe accettare docilmente i misteriosi disegni di Dio. Nel momento più felice della sua vita iniziò a star male. La febbre aumentava e per questo lo rimandarono a casa dei genitori. Lasciò il monastero con il cuore spezzato dal dolore. Uscì e rientrò in tre occasioni, fino a tornare nel 1937. Fu l'ultima volta che vide la sua famiglia.
Morì il 26 aprile 1938 per coma diabetico. Negli ultimi giorni rifletteva sul mistero del dolore come punto di unione con l'Eternità: “Il mio centro è Dio e Dio crocifisso. Il mio centro è Gesù sulla croce. Vorrei morire attaccato al mio crocifisso”.
Celebrazioni in Spagna
Oltre alle giornate di preghiera e alle novene che si sono svolte in Spagna nei mesi precedenti la canonizzazione di fratel Rafael, sono previste altre giornate speciali.
Lunedì 12 ottobre, il Cardinale Antonio María Rouco Varela, Arcivescovo di Madrid, celebrerà un'Eucaristia alle 8.30 nella Basilica di San Pietro.
Il porporato presiederà anche la celebrazione di domenica 8 novembre alle 10.30 nella Cattedrale metropolitana di Santa María de la Almudena di Madrid.
La parrocchia San Rafael Arnaiz di Burgos celebrerà il 24 ottobre una veglia straordinaria di adorazione notturna alle 22.00.
Il 17 ottobre, alle 19.30, ci sarà un'Eucaristia solenne presieduta dall'Arcivescovo di Burgos, Francisco Gil Hellín. Il giorno dopo, alle 13.00, si svolgerà una processione con l'immagine del nuovo santo partendo dalla parrocchia San Rafael Arnaiz.
[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]
Notizie dal mondo
I Vescovi irlandesi chiedono perdono alle vittime degli abusi
MAYNOOTH (Irlanda), venerdì, 9 ottobre 2009 (ZENIT.org).- I Vescovi irlandesi hanno chiesto perdono a un gruppo di persone vittime di abusi da parte di sacerdoti e suore nelle scuole e negli orfanotrofi cattolici del Paese e hanno promesso di compiere passi concreti per evitare simili situazioni in futuro.
I Vescovi hanno diffuso la loro richiesta di scuse questa settimana nel contesto del meeting generale annuale della Conferenza Episcopale Irlandese, terminato questo mercoledì a Maynooth. I presuli hanno anche discusso il Rapporto della Commissione d'Inchiesta sugli Abusi sui Bambini del giudice Sean Ryan.
Durante l'incontro con le vittime, durato tre ore, i sopravvissuti hanno “sottolineato la dolorosa eredità degli abusi sugli individui e sulle loro famiglie e condannato i vili atti di abuso che hanno avuto luogo”, riferisce la Conferenza Episcopale in un comunicato stampa.
“I Vescovi hanno chiesto scusa per il fallimento della Chiesa nell'evitare gli abusi di bambini che le erano stati affidati e per non aver ascoltato le denunce”, aggiunge il testo. “I Vescovi e le vittime hanno concordato sul fatto che il meeting è stato l'inizio di un processo e che sarà seguito da ulteriori incontri”.
Allo stesso modo, i presuli hanno deciso di “istituire un gruppo apposito per fare da collegamento con le vittime degli abusi istituzionali”.
Nel corso di una breve conferenza stampa dopo il meeting, il Cardinale Seán Brady, Arcivescovo di Armagh, ha affermato che si prenderà anche in considerazione un aumento dei risarcimenti per le vittime.
Scomparse
Durante il meeting autunnale, i Vescovi hanno anche ricordato che l'11 ottobre sarà il 100° giorno di prigionia per Sharon Commins di Clontarf (Dublino) e Hilda Kawuki, ugandese.
Le due donne lavorano per GOAL, un'agenzia umanitaria internazionale che riceve sostegno da vari atleti.
La Commins e la Kawuki sono state viste per l'ultima volta nel Darfur, dove assistevano gli sfollati.
I Vescovi hanno chiesto ai fedeli di ricordare le due donne nelle loro preghiere e nelle Messe di questo fine settimana.
Comunicatori cattolici incoraggiano i sacerdoti a usare i nuovi media
Sostengono l'appello di Benedetto XVI
ROMA, venerdì, 9 ottobre 2009 (ZENIT.org).- SIGNIS, l'Associazione Cattolica Mondiale per la Comunicazione, ha espresso pieno sostegno all'appello di Papa Benedetto XVI ai sacerdoti e agli agenti di pastorale perché usino i nuovi mezzi digitali nel loro ministero.
Il Papa ha scelto come tema della Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali del prossimo anno “Il sacerdote e la pastorale nel mondo digitale: i nuovi media al servizio della Parola”.
Commentando il tema della Giornata 2010, il presidente di SIGNIS, Augustine Loorthusamy, ha affermato che “come rete mondiale di professionisti cattolici della comunicazione, con membri attivi in più di 120 Paesi e in tutti gli ambiti della vita della Chiesa, siamo impegnati ad aiutare i sacerdoti e gli agenti di pastorale a comprendere e a utilizzare i media nel loro ministero”.
“I sacerdoti e gli agenti di pastorale devono imparare a comunicare nell'ambito digitale in cui si formano le menti e i cuori degli uomini e delle donne di oggi”, ha sottolineato.
Questo, ha aggiunto, sarà uno dei temi principali del Congresso Mondiale di SIGNIS, che si svolgerà a Chiang Mai (Thailandia) dal 17 al 21 ottobre sul tema “Diritti dei Bambini, Promessa del Domani”.
Per ulteriori informazioni, www.signisworldcongress.net e www.signis.net.
I Vescovi USA spiegano la loro dichiarazione sul dialogo ebraico-cattolico
“Non è un invito camuffato al Battesimo”, affermano
di Nieves San Martín
ROMA, venerdì, 9 ottobre 2009 (ZENIT.org).- Il Cardinale Francis George, Arcivescovo di Chicago e presidente della Conferenza Episcopale degli Stati Uniti (USCCB), e altri quattro Vescovi hanno reso pubblica questo lunedì una “Dichiarazione di Principi per il Dialogo Ebraico-Cattolico”.
Il Cardinale e i Vescovi hanno anche affermato in una lettera che il documento del 18 giugno, intitolato “Nota sulle Ambiguità Contenute in 'Riflessioni su Alleanza e Missione'”, dovrebbe essere emendato tagliando due frasi che potrebbero portare a fraintendimenti sul proposito del dialogo interreligioso.
La Nota affronta temi relativi all'evangelizzazione e all'alleanza ebraica, dibattuti in un articolo scritto nel 2002 da un gruppo di studiosi cattolici, consultori della USCCB e del Consiglio Nazionale delle Sinagoghe.
Intesa come “un chiarimento dell'insegnamento della Chiesa in primo luogo per i cattolici”, la Nota “porta a malintesi e a sentimenti di offesa tra i membri della comunità ebraica”, spiegano i Vescovi nella loro dichiarazione.
Oltre ad annunciare la revisione, i Vescovi hanno reso pubblica anche una dichiarazione con sei principi per il dialogo ebraico-cattolico che tratta l'insegnamento e la comprensione cattoliche del processo di dialogo.
Tra i principi figura il riconoscimento del fatto che “la vita ebraica basata sull'alleanza perdura fino a oggi come una testimonianza vitale della volontà salvatrice di Dio nei confronti del suo popolo Israele e di tutta l'umanità”.
I Vescovi affermano anche la responsabilità dei cattolici di testimoniare Cristo come “unico salvatore dell'umanità”. Allo stesso tempo, segnalano che il contesto vissuto fornisce la forma di questa testimonianza.
La “Dichiarazione di Principi” è stata inviata in risposta a una lettera del 18 agosto del rabbino Gary Greenebaum, della Commissione Ebraica Americana; del rabbino Eric Greenberg, della Lega Antidiffamazione; del rabbino Gilbert Rosenthal, del Consiglio Nazionale delle Sinagoghe; del professor Lawrence Schiffman, dell'Unione Ortodossa; del rabbino David Berger, del Consiglio rabbinico d'America.
I leader ebraici hanno scritto per esprimere la propria preoccupazione perché il paragrafo 7 della Nota ha caratterizzato formalmente il dialogo ebraico-cattolico come un invito, esplicito o implicito, agli ebrei ad abbandonare la loro fede per abbracciare il cristianesimo.
I Vescovi rispondono dicendo che il dialogo ebraico-cattolico “non è mai stato e non sarà mai utilizzato dalla Chiesa cattolica come un mezzo di proselitismo”, né è “un invito camuffato al Battesimo”.
La Dichiarazione vuole ribadire l'impegno cattolico a un dialogo in cui l'identità degli ebrei sia rispettata e si promuova l'approfondimento dei legami d'amicizia e di comprensione reciproca tra le due comunità.
“Sedendoci a un tavolo, speriamo di trovare ebrei fedeli all'alleanza mosaica, così come insistiamo che solo cattolici impegnati nell'insegnamento della Chiesa si riuniscano con loro nei nostri dialoghi”, sostiene il testo.
I firmatari della Dichiarazione e della lettera, oltre al Cardinale George, sono il Cardinale William H. Keeler, Arcivescovo emerito di Baltimora e ponte tra l'USCCB e la Comunità ebraica; l'Arcivescovo Wilton D. Gregory di Atlanta (Georgia), presidente della Commissione per gli Affari Ecumenici e Interreligiosi; il Vescovo William Lori di Bridgeport (Connecticut), presidente della Commissione per la Dottrina; il Vescovo William Murphy di Rockville Centre (New York), copresidente della Consulta USCCB-Unione Ortodossa/Consiglio Rabbinico d'America.
[Traduzione dallo spagnolo di Roberta Sciamplicotti]
Appuntamento dei medici cattolici a Lourdes nel maggio 2010
Rifletteranno sul tema “La nostra fede di medici”
ROMA, venerdì, 9 ottobre 2009 (ZENIT.org).- La Federazione Internazionale delle Associazioni dei Medici Cattolici (FIAMC) ha annunciato che dal 6 al 9 maggio 2010 realizzerà il suo XXIII Congresso Mondiale a Lourdes, in Francia.
Con il patrocinio del Pontificio Consiglio per la Pastorale della Salute, il cosiddetto Congresso-pellegrinaggio rifletterà sul tema “La nostra fede di medici”.
Tra le organizzazioni che promuovono questo importante incontro figurano l'Associazione Medica Internazionale di Lourdes (AMIL) e il Centro Cattolico dei Medici Francesi (CCMMF) .
I conferenzieri provengono da vari Paesi, come Francia, Italia, Spagna, Stati Uniti, Perù, Cile, Argentina, India, Australia, Croazia e Germania.
Alla sessioen di apertura parteciperanno il presidente della FIAMC, il dottor José María Simón Castellví; il presidente del Pontificio Consiglio per la Pastorale della Salute, monsignor Zygmunt Zimowski; monsignor Jacques Perrier, Vescovo di Tarbes e Lourdes; il Cardinale Lluis Martínez Sistach, Arcivescovo di Barcellona; monsignor Michel Guyard, Vescovo di Le Havre e responsabile della Pastorale della Salute della Francia.
Tra i temi che verranno affrontati nel Congresso, diviso in quattro sessioni di lavoro, figurano “I medici cattolici e la Chiesa”, “Cure e miracoli”, “Il medico, immagine dello Spirito Santo”, “La maternità, una priorità per la Chiesa”, “La difesa della vita umana, la fecondazione in vitro e i procedimenti collegati dal punto di vista cattolico”.
Per ulteriori informazioni: www.fiamc.org
Notizie Flash
Economia o utopia? Oltre la crisi, con la Caritas in Veritate
Giovedì 15 ottobre, incontro all’Università Cattolica di Roma
CITTA' DEL VATICANO, venerdì, 9 ottobre 2009 (ZENIT.org).- “Economia o utopia? Oltre la crisi, con la Caritas in Veritate” è il titolo dell’incontro che avrà luogo giovedì 15 ottobre, alle ore 17.30, all’Università Cattolica di Roma (Istituti Biologici, Aula Gemelli).
Alla serata, in cui si discuterà sull’enciclica di Benedetto XVI nello scenario della crisi economica mondiale, interverranno: il Cardinale Agostino Vallini, Vicario Generale di Sua Santità per la Diocesi di Roma; l’Amministratore delegato di Eni Spa, Paolo Scaroni; l’on. Maurizio Lupi, Vicepresidente della Camera dei Deputati.
A introdurre i lavori sarà il prof. Lorenzo Ornaghi, Rettore dell’Università Cattolica.
Il seminario è promosso dal Centro di Ateneo per la dottrina sociale della Chiesa dall’Università Cattolica del Sacro Cuore.
Parola e vita
La sapienza è uno sguardo d’amore sulla vita
XXVIII Domenica del Tempo Ordinario, 11 ottobre 2009
di padre Angelo del Favero*
ROMA, venerdì, 9 ottobre 2009 (ZENIT.org).- “Mentre andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò: 'Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?'. Gesù gli disse: 'Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non testimoniare il falso, non frodare, onora tuo padre e tua madre'. Egli allora gli disse: 'Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza'. Allora Gesù fissò lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse: 'Una cosa sola ti manca: va’ vendi quello che hai e dallo ai poveri, e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi!'. Ma a queste parole egli si fece scuro in volto e se ne andò rattristato; possedeva infatti molti beni. Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: 'Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!'. I discepoli erano sconcertati dalle sue parole; ma Gesù riprese e disse loro: 'Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! E’ più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel regno di Dio'. Essi, ancor più stupiti, dicevano tra loro: 'E chi può essere salvato?'. Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse: 'Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio'” (Mc 10,17-27) .
“Per questo pregai e mi fu elargita la prudenza, implorai e venne in me lo spirito di sapienza. La preferii a scettri e troni, stimai un nulla la ricchezza al suo confronto,..l’ho amata più della salute e della bellezza, ho preferito avere lei piuttosto che la luce, perché lo splendore che viene da lei non tramonta. Insieme a lei mi sono venuti tutti i beni; nelle sue mani è una ricchezza incalcolabile” (Sap 7,7-11).
Il versetto d’inizio (Sap 7,7) della prima Lettura, testualmente dice “Per questo pregai...”: un significativo ed esplicativo riferimento a quanto precede, omesso per brevità, che però è opportuno andare a leggere. Infatti, il messaggio dei versetti 1-6 non riguarda solo l’ovvia constatazione fatta da Salomone (il “sapiente” per antonomasia) di essere nato come un comune mortale, fatto di quella creta nella cui fragilità non può trovarsi il tesoro divino della sapienza, ma annuncia, anche e soprattutto, la verità dell’uomo concepito, la verità della sua origine: creato dal Vasaio divino come un prodigio, ogni uomo è una viva impronta della Sapienza creatrice, il Logos Eterno, riconoscibile nel dono della coscienza spirituale.
Sì, perchè la coscienza non è meramente vigilanza e bagaglio cognitivo, una struttura della psiche umana, ma è la voce stessa di Dio che parla nella voce del cuore, ma di un cuore percorso dalla luce della verità, come insegna la Costituzione Conciliare “Gaudium et spes”: “La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli è solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità...” (n° 16).
Quando una persona guarda l’altra con puro amore, il suo sguardo fa entrare in lei la luce della verità, e ne può aprire il cuore come un fiore al sole. Allora la vita vince e la gioia dilaga. E’ l’Amore di Dio che agisce in questa comunione reciproca, rigenerando o aumentando la “sapienza della vita”, cioè il gusto inebriante del vivere, quella pura gioia che i bambini conoscono così bene da far invidia a tutti i grandi. Se tuttavia questo sguardo amoroso trova le palpebre del cuore serrate, allora la luce non ha accesso e rimane solo tanta tristezza e buio, come vediamo oggi nell’incontro tra Gesù ed “il giovane ricco”.
Con questa premessa, desidero commentare la Parola di oggi raccontando quanto mi è accaduto di recente. Se avessi fatto leggere le parole di Salomone alla ragazza moldava incontrata presso il convento giorni fa, penso che il suo commento sarebbe stato più o meno in questi termini: certamente Salomone finchè stava nel grembo e poi alla nascita era povero e nudo come tutti, tuttavia era figlio di un re e nella sua casa non mancavano e non mancheranno mai in seguito quegli scettri, troni e ricchezze incalcolabili che da grande giudicherà privi di valore al confronto con la vera sapienza…
Quando mi ha visto avanzare, Mirjam mi è subito venuta incontro sorridendo con dolcezza, umile, con la mano stesa. Credo che senza difficoltà si sarebbe “gettata in ginocchio davanti a me” se non glielo avesse impedito il pancione scoperto sul quale finiva per riposare la mano: “padre, che cosa devo fare per questo bambino?”.
“Fissando lo sguardo su di lei e su di lui” le ho chiesto: “sei alla fine della gravidanza?”. “Ancora due settimane, padre” ha risposto, e subito mi raccontava tutte quelle ricchezze che non possedeva e non avrebbe potuto dare al suo bambino. L’ho ascoltata a cuore aperto, e dico la verità: ero incerto se fosse tutto così drammaticamente vero.., ma il bambino, a 17 anni, l’aveva tenuto, e se fossi stato il professionista di un tempo le avrei svuotato in mano il portafoglio. Mi sono limitato a farle un po’ di buona compagnia, finchè ho potuto, contento che mi desse “del tu”.
Qualche giorno dopo, su un altro marciapiede, ho fatto un incontro simile con “un giovane povero”. Invitato a pranzo con i miei tre confratelli dalla Superiora delle Suore di san Vincenzo de’ Paoli, sono stato fermato da un giovane sulla trentina (gli abiti, la barba e i capelli lunghi e trasandati ne aggiungevano dieci in più), evidentemente reduce da un incontro felicissimo che non poteva trattenersi dal comunicare.
Con due occhi azzurri in volto radioso mi mostrava le nuove scarpe nere che portava ai piedi, dono di un benefattore generoso, impietosito dalla vista delle impossibili ciabatte precedenti. L’avrei abbracciato. Lo strano era che Franz, uditi i miei complimenti per il dono ricevuto, non mi stava chiedendo nulla di aggiunto, se non il motivo della mia evidente invalidità fisica. In verità, dei due era più lui a fissare me con amore!
Di tale limpida e cristallina benevolenza ho capito la fonte cinque minuti dopo, quando la Superiora, venutami incontro sul cancello, mi ha raccontato che san Vincenzo, nel giorno della sua festa, le aveva fatto incontrare un povero senza scarpe, e lei non ne aveva di maschili da dargliene: allora è andata a prenderne un paio nuovo di sue, e il povero le ha provate, e andavano benissimo, e se ne era andato felicissimo, non senza aver ricevuto anche un po’ di soldi. Il commento finale della suora è stato questo: “Noi siamo ricchi, loro non hanno niente”.
“Dove non c’è amore, metti amore e nascerà l’amore”, esortava il carmelitano san Giovanni della Croce. Ecco: il povero Franz aveva bussato, gli aveva aperto l’amore, l’aveva ricolmato della sua ricchezza incalcolabile, e così, pieno di gioia me l’aveva donata arricchendomi.
Mirjam, Franz, questo è il Regno di Dio in mezzo a noi: lo sguardo del suo amore che avvolge e fissa ogni uomo come la luce del giorno. Ma come la luce non potrebbe illuminare la realtà se non fosse riflessa dalla materia, così lo sguardo di Dio si serve del nostro volto, dei nostri occhi, del nostro cuore, per raggiungere come Luce il cuore del fratello che se ne sta solo e al buio. Così Dio potrà illuminarne la coscienza ed aiutarlo a sua volta ad accogliere il fratello, specialmente il più povero ed emarginato, come colui che, nel grembo, ha solo la voce della sua esile vita.
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* Padre Angelo del Favero, cardiologo, nel 1978 ha co-fondato uno dei primi Centri di Aiuto alla Vita nei pressi del Duomo di Trento. E' diventato carmelitano nel 1987. E' stato ordinato sacerdote nel 1991 ed è stato Consigliere spirituale nel santuario di Tombetta, vicino a Verona. Attualmente si dedica alla spiritualità della vita nel convento Carmelitano di Bolzano, presso la parrocchia Madonna del Carmine.
















































