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L' Okkio su Arte, Cinema e Comunicazione :: IL “MUCCHIO SELVAGGIO”, IL VIETNAM E L’IRAK.
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IL “MUCCHIO SELVAGGIO”, IL VIETNAM E L’IRAK.
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Mercoledì 24 Giugno : 2009 Image Portici (NA)

  IL “MUCCHIO SELVAGGIO”,
IL VIETNAM E L’IRAK.

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Image     Quarant’anni fa, esattamente il 2 Giugno 1969, al Festival internazionale  di Freeport (nelle Bahamas), avvenne la “prima” ufficiale del film “Il Mucchio Selvaggio”, considerato il capolavoro del grande regista Sam Peckimpah (1925-84), prodotto e distribuito dalla Warner Bros, ma anche uno dei film più importanti dell’intera storia del cinema , e non solo Usa. Ebbe un’anteprima in vari posti Usa, tra cui Fresno, sua città natale: ma furono più numerose le perplessità che gli applausi. Ma quanti ne lodarono le qualità, rimasero letteralmente folgorati. E’ di una bellezza sconvolgente, ma è anche intensissima metafora su alcuni comportamenti intrinsecamente tipici dell’ideologia yankee, sotto le spoglie di un film western. Anzi, di questo genere ha rappresentato il sanguinario, magnifico twilight (crepuscolo) finale: prima che il nostro Sergio Leone ne celebrasse la mitizzazione come “unitaria” obbligata spiegazione, in chiave epica, dei fondamenti della stessa cultura capitalistica occidentale. La trama è semplice. Nei primi anni del 900,  Il “Mucchio Selvaggio” fu una grossa banda di fuorilegge, storicamente documentata,  che colpiva soprattutto gli invii di denaro tra una banca ed un’altra a cura della Ferrovia. Per debellarla, senza badare a spese, la Compagnia Ferroviria ingaggia una banda di tagliagole da strada, guidata da un ex del Mucchio, ai quali promette l’immunità se portano la testa dei capi. Questi fanno terra bruciata attorno a loro, coinvolgendo la  popolazione civile: li costringono ad andare in Messico, allora immerso nella Guerra Civile. Rendono dei servizi ad un Generale sanguinario e paranoico, “consigliato” da istruttori tedeschi; ma non accettano che lui uccida un loro amico. Da qui la sequenza della strage finale: di un’elaborazione grafica impressionante ; di una iperrealistica, esaltante follia visuale; di un’agghiacciante efferatezza barocca; di una potente energia omerica. Una delle sequenze clou dell’intera storia del cinema, in cui il “rallenti” (il rallentatore), usato in chiave di stile, celebra la sua apoteosi annichilente: spezza il senso del tempo, delle continuità; ne raggela la prorompenza nell’intimo dello spettatore, coinvolto senza remissione. I grandi attori coinvolti nel film, William Holden, Ernest Borgnine,Warren Oates, Edmond O’Brien, Ben Johnson, specie i più anziani anagraficamente, sono essi stessi testimonianza vivente di un crepuscolo culturale, oltre che di ideologia. Il Western ha sempre rappresentato la forma più evidente della cultura americana del fare. Il “Grande Cielo” che sovrastava l’America era quello della libertà assoluta, dell’affermazione della propria individualità, attraverso l’energia e la volontà. La Democrazia in America, fin dalle prime analisi di Toqueville, non è mai stata disgiunta dal senso operativo, cannibalesco del fare: chi “fa” e ha successo, può “dire”; ognuno deve essere posto in grado di “poter fare”: queste sono le pari opportunità democratiche. Non c’è, come nelle riflessioni sula democrazia in Europa, il rapporto con lo Stato, con la Legge: in America la democrazia è lo sfrenato attivismo del progredire individualmente. E’ una cultura rozza, ma efficace, perché ha creato una grande nazione. Ebbene, Peckimpah e il suo cosceneggiatore alla sua prima esperienza, Walon Green, ci dicono che questo idillio è finito. Il tutto si smaschera per quello che è: un grande, impudente inghippo di potere-denaro; i veri fuorilegge, sono i legali, che non esitano a coinvolgere e a far ammazzare come vitelli decine di civili innocenti. I capi del Mucchio sono ritratti con il rispetto che si deve  a dei combattenti, nobili, ma perdenti. Essi lo sanno: il tempo è alle loro spalle e che il “progresso” li beccherà, prima o poi; meglio decidere dove e quando, magari per una nobile causa, come era quelle dei rivoluzionari di Pancho Villa (P. è sempre stato amante del Messico e della sua cultura). Questo disvelamento, all’epoca di Peckimpah, è la guerra in Vietnam. L’America post kennediana ha perso al sua eroicità: l’impantanamento e la sconfitta in quella lontana contrada segnarono la fine del ciclo democratico, inteso come autocoscienza di valori. Gli Usa si sentivano i portatori di ideologie progressive, sia contro i Nazisti che contro i Comunisti: ma il Vietnam mostrò che nessuno più li sentiva come liberatori; anzi, erano diventati il nemico principale. E non perché i Rossi li osteggiavano, ma perché i vietnamiti, armi alla mano, li hanno sconfitti; e i giovani americani non sentivano quella guerra come loro, perciò manifestavano contro, rifiutavano la leva obbligatoria. Si era creato un clima di sfiducia nel paese, di perdita di coordinate ideologiche e comportamentali. Il film di Peck. ne fu la più riuscita metafora in film, proprio per la sua spettacolarità epica senza pari; metafora perfino meglio riuscita di tanti film politici, anche geniali che all’epoca affrontarono direttamente queste problematiche, come “Apocalypse Now” (79) di F.F Coppola, giusto per intenderci. Del resto Peckimpah era ossessionato dal Vietnam. Il suo film “Croce di Ferro” (77), osa l’inosabile: paragona direttamente gli americani ai Nazisti che occupano la penisola della Crimea, come il Vietnam, durante la II Guerra Mondiale; e difatti sono loro i protagonisti, i ”buoni” del film. E’ evidente il sardonico rovesciamento dei ruoli e di come la follia militarista sia la rovina. Ma è con la sciagurata II Guerra Irakena, quella iniziata nel 2003 da Bush, o’piccirillo, che si vede come l’idea di “danno collaterale”, quell’idea ipocrita per cui delle vittime innocenti sarebbero ammissibili in vista di un successo garantito, prende corpo in modi ancora più spudorati di quelli prospettati dal film. I morti civili “connessi” , cioè non direttamente di operazioni militari, sono quasi duecentomila: sono considerati “accettabili” danni collaterali. Il film di Peckimpah mostra, già quarant’anni fa, che questa nozione suprema e feroce di cinismo era ampiamente prevedibile.  

 



 
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