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Il nucleare possibile di Paola Pilati
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  Mercoledì, 30 Dicembre 2009    di Paola Pilati, l'eSPRESSO


Anticipazione

Il nucleare possibile
Image

Patto con i consumatori sul prezzo dell'atomo. Poteri di decisione solo allo Stato e impegni vincolanti. Rinnovabili solo con incentivi. E rivedere i limiti della CO2. Fulvio Conti spiega le sue strategie
 
Potrebbe essere soddisfatto, il capo dell'Enel Fulvio Conti, ieri conquistador del totale della spagnola Endesa, oggi premiato con la Legion d'onore dai francesi per sigillare un'alleanza con l'Edf nel nucleare, e con la prospettiva di un anno in leggera ripresa: l'industria, che prenota in anticipo i quantitativi di energia di cui avrà bisogno, ha già trasmesso gli ordini per il 2010, e sono in crescita rispetto alla terribile caduta del 2009. Inoltre, gli analisti vedono rosa per il titolo, con un target price a 4,7 euro, e per la capacità dell'azienda di fare profitti e ridurre l'indebitamento di cui si è caricata per l'acquisizione spagnola. Infine, Il governo ha appena compiuto il primo passo formale che dà il via alla costruzione di centrali nucleari nel nostro Paese. Un business in cui l'Enel avrà un ruolo centrale.

Citazione:
I tagli del 2009

Riduzione dei consumi elettrici dei principali settori industriali,
dati in % periodo gennaio-settembre 2009

CHIMICA
  -  9 Riduzione Produzione
- 17 Riduzione Consumo elettrico

MTERIALI DA COSTRUZIONE
- 19 Riduzione Produzione
- 16 Riduzione Consumo elettrico

MECCANICA
- 30 Riduzione Produzione
- 25 Riduzione Consumo elettrico

SIDERURGIA
- 32 Riduzione Produzione
- 23 Riduzione Consumo elettrico

MEZZI DI TRASPORTO
- 30 Riduzione Produzione
- 20 Riduzione Consumo elettrico


Fonte: Elaborazione Enel su dati Istat

Tutto per il meglio, dunque. Eppure l'amministratore delegato del gigante elettrico ha soprattutto voglia di togliersi qualche sassolino. A cominciare dalla questione CO2: anche se il nulla di fatto del vertice di Copenhagen ha fatto crollare il prezzo dei "diritti di inquinamento", quelli pagati dai produttori di anidride carbonica, far passare gli elettrici come i grandi inquinatori del pianeta non gli va giù.

«L'industria elettrica produce solo il 30 per cento delle emissioni di CO2 in Europa», dice Conti, «mentre gli altri due terzi vengono dalle attività umane, dall'agricoltura, dai trasporti. Invece del 20-20-20 (la formula che sintetizza gli impegni europei su rinnovabili ed emissioni, ndr) è più giusto dire 30-30-90: 30 per cento le emissioni sotto accusa, solo 30 i paesi che hanno firmato il protocollo di Kyoto, 90 per cento il costo addebitato all'industria elettrica. Peraltro, l'Enel ha ridotto le emissioni, mentre altri non l'hanno fatto».


Di chi è la colpa?
«Abbiamo negoziato male Kyoto come paese, e in Europa ci siamo dati obiettivi troppo ambiziosi».

Il sistema di carbon credits ci penalizza più degli altri?
«Sì, e credo che questo governo l'abbia compreso, e stia negoziando per riequilibrare lo svantaggio. È importante anche ottenere maggiori "offsets", cioè la possibilità di avere compensazioni di riduzione di CO2 in paesi, come Cina e India, dove 100 dollari d'investimento producono un risparmio di emissioni dieci volte maggiore che se fossero investiti nell'efficiente industria occidentale».

Controllare una centrale elettrica è più facile che controllare milioni di macchine, e poi non sarà anche lei del parere che la CO2 non faccia danni al pianeta...
«La CO2 è senz'altro un problema, ma non c'è una soluzione immediata alla riduzione delle emissioni. Innanzitutto perché bisogna favorire lo sviluppo dei paesi che ambiscono a crescere, e che sono mercati di sbocco per nostri prodotti. Se due terzi del pianeta hanno fame di energia - l'Aie prevede che di qui al 2030 i consumi cresceranno del 40 per cento - questa verrà prodotta prevalentemente con combustibili fossili, e genererà anidride carbonica».

I paesi in via di sviluppo non possono essere più saggi di noi e crescere con meno emissioni?
«La produzione di base deve avere un prezzo accessibile, perché viene pagata da cittadini che non possono permettersi il lusso di altre tecnologie. E solo nuove tecnologie possono proporre soluzioni che nel tempo diventeranno competitive con il carbone. Ma è un processo che nessuno può prevedere».

Se la sfida è sulle tecnologie pulite, perché non spendere sulle rinnovabili, e non sul nucleare?
«Attenti all'ambientalismo à la carte, all'idea che per esempio l'aria di Copenaghen sia più pulita di Roma, perché non è vero: metà dell'elettricità di quel paese è prodotta col carbone. Ma vengo al punto: occorre avere un mix di tecnologie che garantisca la disponibilità di energia in qualsiasi momento. È questa la regola che ci mette al sicuro sugli approvvigionamenti. Ma c'è un altro paradigma da rispettare: il 65 per cento del costo dell'energia dipende dal combustibile che si usa. Se bruci olio combustibile è più costoso, se bruci carbone costa meno a parità di calorie, se bruci nucleare, costa ancora meno. Se fai le rinnovabili, hai un costo in più: di qui gli incentivi. Altrimenti non si fanno. E cosa sono gli incentivi? Sono maggiori costi che paghiamo noi. Alcuni paesi scelgono di farli pagare in bolletta ai cittadini, altri di prelevare finanziamenti dal bilancio dello Stato».

Fulvio Conti
ImageÈ una scelta di policy. Non le piace?
«Prendiamo la Germania, presentata sempre come modello perché ha sviluppato un'industria del solare. I tedeschi hanno preso dal bilancio 35 miliardi di euro di tasse dei cittadini e, anziché pagare pensioni o costruire scuole, li hanno dedicati al solare. Alla fine producono solo l'1-2 per cento di quanto consumano».

Vuol dire che è uno spreco?
«Con le tecnologie di oggi sì: il rendimento energetico di quell'investimento è stato dell'8-10 per cento».

Lei con quella cifra cosa ci farebbe?
«Ci farei quasi il 100 per cento del programma nazionale del nucleare».

Eppure anche Enel investe bei soldi sullo sviluppo delle rinnovabili: Archimede, il prototipo di centrale combinata a solare e a gas, è solo un fiore all'occhiello?

«Archimede ha un costo astronomico, ma serve un prototipo per dimostrare su scala industriale la possibilità di costruirne altre abbattendo i costi. Ma questo è il futuro. Intanto, siamo costretti a lavorare sull'oggi».

E l'oggi include necessariamente il nucleare?
«L'oggi continua ad essere fatto da olio combustibile, gas, carbone, rinnovabili con il sussidio del governo, dal nucleare, e anche da nuove tecnologie che catturino e sequestrino l'anidride carbonica. Stiamo lavorando su questo spettro di attività. Nel sequestro CO2, su sei progetti che l'Unione europea intende finanziare, due sono dell'Enel. L'Europa ha affidato a noi il compito di capofila per promuovere le reti intelligenti; siamo gli unici a produrre energia con l'utilizzo dell'idrogeno, con tecnologie che utilizzano l'integrazione tra solare e idrogeno: di giorno il sole produce energia su panelli fotovoltaici, parte viene usata per estrarre dall'acqua l'idrogeno, che di notte serve per produrre energia, in un ciclo completo».

Non vi muovete su troppi fronti? Ricalcate il gigantismo di General Electric?
«Non mi dispiacerebbe... E comunque la risposta è no, non lo facciamo per il gusto di far spendere i soldi agli ingegneri. Forniamo energia a 62 milioni di clienti in 23 paesi, c'è l'impegno europeo di ridurre la CO2 del 20 per cento per il 2020, c'è la pressione montante di un contesto sociale che richiede attenzione all'impatto ambientale: nel frattempo devo continuare a produrre energia per tutti i miei clienti e devo lavorare per rendere questa azienda resistente alle crisi e alla difficoltà, competitiva in ogni paese, ma con margini sufficentemente alti per remunerare gli azionisti, pagare le imposte e il servizio del capitale investito, e lasciare abbastanza per investimenti in nuova capacità».

Si va verso minori costi per i consumatori?
«Con il giusto mix di combustibili, sì: abbiamo ridotto i costi in maniera sostanziosa».

Merito vostro o dell'Autorità che vi sorveglia?
«Nostro: siamo noi che facciamo efficienza. Poi l'Autorità trasferisce il 50 per cento di questa efficienza a riduzione delle tariffe. Ma questa è un'azienda ad alta intensità di capitale, come un'autostrada, una ferrovia: senza profitti non ci sarebbe futuro».

Il nucleare deve essere sovvenzionato?
«Non necessariamente. Il nucleare ha un costo iniziale di investimento molto alto ma, una volta fatto, il costo del combustibile, cioè la parte variabile, è molto inferiore al gas e anche al carbone. L'effetto totale è che il costo complessivo del nucleare è più basso, inclusa anche la quota per lo smaltimento: tutti gli impianti hanno, all'interno del prezzo al cliente, una fettina accantonata per il decommissioning. Una fettina quasi impercettibile, che si impiega come una riserva assicurativa, e che permetterà di avere tra 40-60 anni le risorse per smantellare l'impianto esistente».

Basta questo e il nucleare può partire?
«Per essere finanziato servono due fattori base. Primo: la certezza che una volta presa la decisione non si sfasci tutto con il balletto dei ripensamenti».

Come si può ottenere questa certezza?
«È importante che questa materia torni ad essere competenza dello Stato, che garantisca che la decisione venga mantenuta».

E il secondo fattore?
«Essendo il costo del nucleare più basso di altri, ci può essere uno scambio vantaggioso con il consumatore: che il prezzo non possa mai scendere sotto un certo livello, in cambio dell'impegno a non farlo mai salire oltre un altro livello. Questo dà certezza alla struttura di costi e rende finanziabile il progetto. Così i finanziamenti pubblici non servono».

Ma l'aspetto sicurezza? Sulla questione dei siti c'è già molta agitazione, e la campagna delle prossime regionali sarà giocata su questo.

«L'importante è spiegare bene ai cittadini cos'è il nucleare, e uscire dal paradosso per cui abbiamo 27 reattori nell'arco di 200 chilometri dai nostri confini che ci forniscono energia».

Come lo farete?
«Con una campagna di comunicazione che cercherà di affermare i fatti scientifici. Le centrali nucleari esistenti, moltiplicando gli anni di lavoro per il numero dei reattori, hanno già funzionato per 13 mila anni senza incidenti. Oggi l'errore umano non è ammesso».

Che segnale registra l'Enel sul fronte ripresa?
«Quest'anno il consumo è sceso del 6 per cento, e per recuperare il terreno perduto dovremo aspettare il 2015».

 





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