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Domenica, 6 Settembre 2009: Accadde Oggi  


IL NUOVO NEL TRADIZIONALE:
IL QUARTETTO CETRA.

    Si è spento a Milano, all’età di 89 anni, già malato di Parkinson, Virgilio Savona, il “john lennon”  (cervello musicale) del Quartetto Cetra. Questa triste notizia mi spinge comunque a dedicare la dovuta attenzione a quell’ensemble vocale che per diversi lustri è stato una presenza fissa e di rilievo nella nostra storia della canzone, nonché dello spettacolo. Ai più giovani il nome di questa formazione dirà poco o nulla; anche se non è del tutto ignota, perché la Rai, utilizzando le sue sterminate teche nei medley estivi, talvolta “riempitivi” di lusso, ha riproposto spesso trailer delle loro performances. Oltre al Savona, nato nel 1920 a Palermo, c’era Tata Giacobetti, il “belloccio” del gruppo, autore di molti testi, spesso ironici, delle loro canzoni, morto nel 1988; Felice Chiusano, il “pelato”, morto nel 1990, e Lucia Mannucci, la “voce solista”, che aveva sposato Virgilio S. nel 1944, e che tre anni dopo era entrata nel quartetto, sostituendo Enrico De Angelis. La loro presenza sulla scena  era sempre molto curata: movimentata, pur se nei limiti della spettacolarità italiana anni 50 e 60 (che non amava troppo le commistioni tra canzone e ballo, se non nel musical), senza mai distaccarsi dalle loro coordinate di stile canoro; anzi, le amplificava con intelligenza; era inoltre  azzeccata, dal punto di vista gestuale, perché faceva risaltare l’insieme, mettendo in evidenza le specificità canore dei singoli. Ma l’impasto era estremamente gradevole. Esso non si distaccava dal main stream italiano, cioè melodico a oltranza. Epperò la solida formazione musicale di Giacobetti e dello scomparso Savona in particolare, ha portato il quartetto su soluzioni più originali. Quest’ultimo si era diplomato al Conservatorio Santa Cecilia di Roma nel 1940, lo stesso anno allorchè entrò nel quartetto; aveva in più una personale sensibilità jazzistica. Essa si riscontra nettamente nel tipo di orchestrazione canora delle loro reciproche intromissioni nell’interpretare un brano: avevano molto dello swing e perfino del gospel. Non a caso il loro modello iniziale era quello dei Mills Brothers e della loro larga contaminazione jazz. Valga per tutti l’esempio della canzone “Un bacio a mezzanotte”, gradevole nullità, ma portata ad un diapason di variazioni swing che la rese, non solo molto orecchiabile e famosa, ma anche un’esecuzione molto originale perché giocata su più registri canori, utilizzando e facendo apprezzare al meglio la diversità delle voci, coagulate in un amalgama unico e musicalmente coerente. E in questo tipo di lavoro è da vedersi proprio la mano degli arrangiamenti ideati da Savona, sempre leggeri, non arzigogolati, ma efficaci e provvisti di un’apparente cantabilità lineare: mentre invece si risolvevano in raffinate reinterpretazioni jazzistiche, molto moderne e molto sotto le righe, talvolta perfino sofisticate. Non è che andassero strombazzando le loro qualità: essi molto difficilmente “parlavano” della loro musica; come il nostro geniale Carosone, preferivano che la gente l’ascoltasse e apprezzasse. Essi, da vere persone intelligenti, rifiutavano ogni spocchia intellettuale o ammiccamenti “intenditori”, pur se ne avevano i talenti e i mezzi professionali: la vera intellettualità era il fare e il produrre qualità musicale, canora e gestuale. Ma tale che il pubblico si ritrovasse: la sintonia con i loro pubblici nel corso della loro carriera era totale. Hanno avuto nei decenni legioni d’estimatori, a tutti i livelli di pubblico: da quello popolare, semplice e sprovveduto, a quello più esigente. E se c’era qualche criticòn ultra intellettualistico, essi rispondevano con l’ironia. Anzi quest’ultima fu una cifra che ha sempre caratterizzato il Quartetto: si ha l’impressione che fosse collettiva, perché, non solo in moltissime canzoni, ma anche quando vi sono stati interventi individuali, si è sempre notato l’ispirarsi ad un medesimo stile, molto elegante, elusivo, equilibrato e personale.  E difatti il loro capolavoro complessivo non sono canzoni ma una forma originale di linguaggio spettacolare, un musical  creato apposta per la tv, ovvero la “Biblioteca di Sudio Uno”, di cui furono autori musicali, principali protagonisti e coautori dei testi, insieme ad Antonello Falqui, Guido Sacerdote, Dino Verde, ovvero tra i più innovativi autori e registi della tv dei primordi, il cui linguaggio anzi inventarono, sempre felicemente in bilico tra ricerca sperimentale e popolarità di fruizione. Anzi questa forma ha resistito nel tempo, utilizzata da altri comici come  il Trio Lopez-Marchesini-Solenghi. In questa “Biblioteca”, andata in onda dal 15 febbraio 1964, su Rai1 (fino all’82 Programma Nazionale),  in otto puntate di 60 min l’una venivano proposti dei famosi romanzoni nazional-popolari dell’800, e non solo (tipo: “Il Conte di Montecristo”; “Il Fornaretto di Venezia”; “I Tre Moschettieri”; “L’Odissea”, ecc.) in edizione musical, di solida consistenza produttiva: con balletti, canzoni contemporanee adattate alla trama, che veniva spesso attualizzata, con intenti spesso satirici e comunque parodistici. Vi hanno partecipato numerosi attori famosi del tempo: ma era il Quartetto a dare unità all’insieme, tra sfottò, una certa qual vena iconoclasta, tanto più efficace, perché portata avanti con distaccata eleganza esteriore, e perfetto controllo dei mezzi espressivi.  Erano divertenti e veicolavano idee critiche sulla letteratura e il costume. Del resto proprio Savona ha scritto ed ha eseguito da solista alcune canzoni più impegnate, alcune contro la mafia: anzi si parlò di contrasti all’interno del Quartetto, proprio per via di queste scelte. Il Q. Cetra è stata una figura genettiana di tipo collettivo di quegli anni. Ha rappresentato, cioè, un valido ed emblematico momento di riferimento e di sintesi di ciò che era, all’epoca,  una delle punte alte, per intelligenza, tecnica e creatività, dello spettacolo tv. Mentre gli oggi (ahimé…) disciolti Pooh, ad esempio, esprimono una supina adesione ai valori più tradizionali, pur se portati in forme musicali di apparente e ruffianesca modernità, il gruppo di Savona & C., proprio all’opposto, perseguiva la modernità e la sperimentazione nelle forme più consuete e accette al pubblico. Potrebbe avere spazio nell’odierna tv un approccio del genere? Penso di si, sono ottimista; ma con molta, molta fatica…

 



 
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