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Il pranzo di Capodanno LIETTA TORNABUONI
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  Giovedì, 31 Dicembre 2009    LIETTA TORNABUONI, La Stampa


Il pranzo di Capodanno

    Il pranzo di Capodanno, a casa di mio nonno, dal 1947 era sempre lo stesso: cappelletti in brodo, cotechino con lenticchie, panettone e mandarini. A volte qualche scheggia di torrone, ma non spesso. Nel pomeriggio i bambini andavano con la mamma a teatro a vedere «Natale in casa Cupiello» dei De Filippo: non si stancavano mai di ascoltarlo né di impararne a memoria le battute. Oppure i bambini andavano al cinema da soli, al primo spettacolo. La cena era leggerissima. Andavano a letto con l’idea felice di aver passato una giornata bellissima.

Non divertente: bella. Insieme con le proteste per il freddo, le piogge, i viaggi, si sentono descrivere adesso banchetti stravaganti, pesanti, abbondanti: due tipi di carne con contorno dopo la pasta imbottita al forno e la pausa del pesce mescolato all’insalata russa condita alla maionese, pollo arrosto farcito di carne macinata piccante, tre tipi di dolci; oppure couscous, quattro varietà di pasta fresca, tacchino arrosto farcito, gelati e sorbetti. Anche il cibo possibilmente dev’essere sorprendente, variato, insomma divertente: come se la tradizione ingenerata dalla ripetizione non esistesse affatto, come se il divertimento fosse l’unica sensazione capace di rendere accettabile una festa. Ma Capodanno può essere pure sereno, dolce, chiassoso, tranquillo, ansioso, commovente, bello, senza essere particolarmente divertente.

Il divertimento (distacco da pensieri gravi o malinconici, il divergere dagli affanni consueti) è diventato un’esigenza ossessiva che dovrebbe caratterizzare libri, film, programmi televisivi, musica, incontri, momenti di pausa. Come se non esistesse altro. È un atteggiamento che si capisce benissimo, data la vita che quasi tutti facciamo: però maniacale. Restringe il mondo di sentimenti ed emozioni, impedisce di sentirsi soddisfatti perché il divertimento non basta mai e la troppa voglia di divertimento impedisce di divertirsi.

 





ViviCentro (art. 19 e 21)

La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).
 
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