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Domenica, 20 Dicembre 2009 MAURIZIO MOLINARI, La Stampa
> Ma almeno il problema ora esiste LUCA MERCALLI
Il primo confronto Nord-Sud
Sebbene prive di riferimenti numerici ai tagli delle emissioni e frutto di negoziati caotici, le cinque pagine dattiloscritte dell’Accordo di Copenhagen costituiscono la prima intesa sulla protezione del clima fra i Paesi più industrializzati e le economie emergenti.
La timida convergenza raggiunta riguarda l’adozione di misure nazionali, verificabili dalla comunità internazionale, al fine di evitare un aumento della temperatura globale di 2 gradi Celsius entro il 2050, rispetto ai livelli pre-industriali. Se è vero che si tratta di un compromesso minimo sul piano scientifico, non deve sfuggire il fatto che consente di superare sul piano politico il vulnus che aveva affossato il Protocollo di Kyoto nel 1997 in quanto impegna anche Cina, India e Brasile che allora non figuravano in alcuna maniera. È per questo che Carl Pope, direttore del Sierra Club, parla di «primo importante passo» di una nuova stagione di accordi ancora tutti da scrivere.
La difficoltà di redigere il testo finale si spiega proprio con il fatto che si è trattato del primo vero negoziato fra i leader delle maggiori economie del Nord e del Sud del Pianeta.
Se il Forum del G20 negli ultimi 12 mesi si è trasformato nel luogo dove i giganti dei due emisferi si incontrano per sanare le ferite della recessione e pianificare assieme la ripresa globale, la conferenza di Copenhagen li ha visti trattare come mai avvenuto in precedenza perché erano in gioco interessi reciproci e molto concreti: dal livello di emissioni dipendono le dimensioni della produzione industriale ovvero delle quote nazionali di ricchezza globale.
Il dialogo fra Paesi industrializzati ed economie emergenti a cui abbiamo assistito nei G20 di Washington, Londra e Pittsburgh si è così trasformato a Copenhagen in battaglia vera, dura, a tratti verbalmente infuocata, con Stati Uniti e Cina nelle vesti dei leader dei rispettivi schieramenti, come evidenziato dai due incontri fra il presidente Barack Obama e il premier Wen Jabao grazie ai quali si è arrivati al compromesso che ha scongiurato il totale fallimento. In questa cornice, è interessante osservare il metodo negoziale scelto da Obama nell’affrontare il braccio di ferro finale con i Bric (Brasile, Russia, India e Cina): la premessa è stata assicurarsi la forte convergenza con Unione Europea, Canada, Giappone e Australia sulle cifre dei tagli alle emissioni, poi ha affidato al Segretario di Stato Hillary Clinton il compito di assicurare ai Paesi poveri 100 miliardi di aiuti per acquistare le tecnologie necessarie a difendere il clima, e infine ha affrontato l’ultimo miglio della trattativa parlando di persona con i leader di Cina, India e Brasile premunendosi di includere anche il Sud Africa e dopo aver disinnescato la mina russa in un bilaterale con Dmitry Medvedev nel quale si è parlato soprattutto di disarmo strategico. È stata una maratona su più fronti che ha dimostrato come solo il presidente degli Stati Uniti può essere l’interlocutore dei Bric sui nuovi equilibri planetari: gli altri leader dell’Occidente riescono ad essere, nel migliore dei casi, dei buoni consiglieri della Casa Bianca sulle mosse da compiere.
La turbolenza con cui a Copenhagen è iniziata la stagione del negoziato diretto Usa-Bric lascia intendere la complessità delle trattative e i rischi strategici che ci attendono nel mondo multilaterale del XXI secolo, dove i partner di Washington non sono più le ex nazioni nemiche divenute alleate ma gli ex Paesi poveri diventati ricchi, e dove l’oggetto del contendere non è anzitutto la condivisione della sicurezza militare bensì la suddivisione del benessere economico.














































