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Voci dal sud - Edizioni Sosed :: IL REGNO DELLE DUE SICILIE (dossier in 10 cartelle)
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IL REGNO DELLE DUE SICILIE (dossier in 10 cartelle)
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Domenica   26 Luglio : 2009

> Collegata: La questione meridionale  Image


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IL REGNO DELLE DUE SICILIE


INDICE


Ho voluto riunire in una unica pubblicazione quanto scritto in vari numeri del mio giornale in modo che il lettore possa prendere cognizione di tutto senza dover “bighellonare” da un numero all’altro.
Non è mio intento denigrare nessuno, ma gradirei poter chiarirmi le idee su quanto la “letteratura ufficiale” ci ha propinato e quanto, pare, sia diversa la realtà.
Quando avvenne la cosiddetta Unità d’Italia in effetti il Regno delle due Sicilie è stato annientato con una operazione premeditata  commissionata da alcune frange (allora) segrete inglesi che si appoggiarono al Re del piccolo stato di Sardegna.
In effetti Tutto tese a “distruggere” i Borboni ed il Regno delle due Sicilie e giunsero finanche a invadere il vocabolario facendo corrispondere alla voce “borbonico” il significato di arretratezza.
In effetti l'intero meridione è stato colonizzato ed asservito agli interessi di questi colonizzatori  sia materialmente che psicologicamente.
Pertanto, in una serie di post mi prefiggo di esaminare prima alcuni personaggi come Garibaldi, Francesco II°, Maria Sofia  e dopo illustrare quanto eccellente fosse il Regno delle due Sicilie e quanto fosse all’avanguardia in tutti i campi tanto da essere “terra di immigrazione”.

Comincio ad immettere il primo articolo nel prossimo post ...

 





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Ultima modifica di fromor il Dom 26 Lug, 2009 13:25, modificato 2 volte in totale 
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Domenica   26 Luglio : 2009

COLLEGATA: La questione meridionale

I° articolo

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Un dubbio mi assilla:
chi era Garibaldi e quali le differenze con Hitler e Stalin?


INDICE

Di Franz Rodi-Morabito

Premetto che non ho nessuna competenza in materia di storia per cui ogni mio ragionamento non può che essere dettato da un esame molto superficiale di fatti, eventi e personaggi.
Mi sono spesso interrogato sulla figura storica e patriottica di Giuseppe Garibaldi, ma, ahimè, ineluttabilmente il discorso si andava a concludere in maniera poco consone con l’immagine del “Generale” che i libri di storia hanno voluto darci.
Adesso, leggendo la recenzione del volume di cui parliamo nella pagina successiva, scritto dallo storico G. De Crescenzo il mio interrogativo si ripropone molto imperiosamente.
Divagando un sol attimo consideriamo la figura di Hitler, il Fürer della Germania, che si era prefisso, in parte riuscendoci, di conquistare l’Europa.
Occupò militarmente la Francia, l’Italia e tutti quei Paesi europei che è inutile enumerare tanto sono storia recente che tutti conosciamo.
Il Mondo insorse, ne nacque la tristemente nota 2/a Guerra mondiale, ed a prezzo di milioni di morti, il Fürer fu bloccato nel suo folle intendimento di “disarcionare” i legittimi poteri costituiti nelle varie nazioni per imporre il suo Potere assoluto.
E Stalin? non fece altrettanto con una miriade di Nazioni che andarono a comporre la Grande Russia Sovietica?
Anche qui hanno dovuto combattere contro il resto del mondo, anche se non con una vera guerra, ma alla fine il potere russo fu spazzato e tutte quelle nazioni che erano state invase dai carri armati russi ed i cui poteri erano stati dismessi (spesso in maniera molto cruenta) per essere sostituiti da Mosca con a capo il Piccolo Padre Stalin, e poi i suoi successori, poterono tornare a godere della loro autonomia e sovranità.
Il mondo stigmatizzò sia Hitler che Stalin bollandoli come folli criminali e lo fece a ben ragione perchè non avevano nessun diritto a privare le Nazioni ed i popoli della propria sovranità.
E qui interviene la mia domanda ed il mio dubbio.
Cosa fece Giuseppe Garibaldi? a me pare la stessa cosa!
Assoldato quale mercenario dai Savoia iniziò con le armi a deporre i governi legittimi stabiliti con il Congresso di Vienna.
Caddero perciò il Regno delle due Sicilie ed i Borboni furono mandati via, cadde lo Stato Pontificio con il suo potere temporale, il Granducato di Toscana, i Ducati di Parma e tutti gli altri furono conquistati e messi sotto lo scettro dei Savoia.
La campagna d’Italia si concluse in quel famoso incontro sul Volturno in cui Garibaldi consegnò l’Italia unita (ma quando mai? più disunita di come siamo oggi, forse non lo eravamo nemmeno all’epoca!) al Savoia committente.
Non dimentichiamo che nel consegnare “i poteri politici” Garibaldi consegnò anche poteri economici di enorme valenza.
Basta pensare che il solo Regno delle due Sicilie aveva un “tesoro” liquido (20 milioni, divenuti misterisosamente 8 dopo solo un mese dall’Unità) di gran lunga superiore al tesoro dei Savoia che in qual momento riuniva l’altro tre quarti d’Italia!
Fabbriche, fonderie, miniere agricoltura e commercio che nel sud, da Napoli alla Sicilia, erano fiorenti attività passarono nel calderone dei Savoia che avevano così fatta l’Italia unita!
Qui la domanda : cosa differenzia l’operato dei criminali  Hitler e Stalin dall’operato dell’Eroe Garibaldi?
Tutti e tre hanno delegittimato i poteri ufficiali costituiti, per occuparne i territori.
A mio modestissimo parere la cosa è stata addirittura peggiore per quanto concerne Garibaldi dal momento che mentre gli altri lo facevano per mera ingordigia personale di potere, Garibaldi lo fece per “conto terzi” dietro pagamento da mercenario.
Ed allora? ci sarà certamente qualcosa che mi sfugge a causa della mia crassa ignoranza, ma mi chiedo perchè due sono stati considerati (giustamente) criminali ed uno invece è stato considerato un eroe?
Voglio augurarmi che qualcuno più erudito, voglia chiarirmi l’arcano e spero lo faccia con linguaggio semplice e comprensibile, scevro da concetti altisonanti, come si conviene quando si parla a persona di cultura mediocre come me.

 





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Domenica   26 Luglio : 2009

COLLEGATA: La questione meridionale

2° articolo



Garibaldi un furfante?
Parola dello storico G De Crescenzo
di Gat (Giornale di Calabria)


Non è facile trovare qualcuno che nell’anno delle celebrazioni per il bicentenario della nascita di Garibaldi parli male del generale in camicia rossa.
C’è chi da anni, però, dedica le proprie ricerche storiche a una lettura del Risorgimento e dei suoi protagonisti diversa da come ce l’ha tramandata la storiografia ufficiale e agiografica.
È il caso dello storico  Gennaro De Crescenzo che di recente ha pubblicato un lavoro dal titolo che è tutto un programma: “Contro Garibaldi. Appunti per demolire il mito di un nemico del Sud” (edizioni Il Giglio).
“È molto difficile trovare studiosi che realizzino libri controcorrente – dichiara De Crescenzo al Velino - sono passati duecento anni dalla nascita di Garibaldi e centocinquanta dall’unità d’Italia e ancora esistono icone intoccabili di cui non è possibile parlare male.
Questo perché da un lato gli storici si sono sempre più impigriti finendo per raccontare le stesse cose senza andare avanti nella ricerca, dall’altra parte perché parlar male di Garibaldi significherebbe rimettere in discussione l’unità d’Italia”.
Secondo De Crescenzo l’eroe dei due mondi è una figura ancora attuale il che impedisce che se ne parli in maniera tranquilla e distaccata.
“Rimettere in discussione Garibaldi – spiega lo studioso - significherebbe rimettere in discussione la politica svolta dallo stato italiano nel meridione.
E nessuno vuole prendersi questa briga!
Non si vuole offrire ai meridionali, insomma, la possibilità di avere quella botta d’orgoglio che manca loro da un secolo e mezzo, da quando cioè con l’unificazione italiana, il Sud ha perso la propria identità e le proprie radici sviluppando il cronico complesso di inferiorità”.
Con il suo ultimo lavoro, basato su materiale archivistico in gran parte inedito, De Crescenzo offre un piccolo promemoria dell’operato di Garibaldi nel Sud e a Napoli in particolare.
Impressiona l’allegra gestione finanziaria portata avanti dal generale nizzardo nella terra delle Due Sicilie.
Da uno studio sui conti del Banco di Napoli, infatti, è emerso che i venti milioni di ducati presenti nelle casse della banca il 27 agosto 1860 si ridussero nel giro di un mese a meno di otto milioni.
Concorsero a questo sperpero di denaro alcune generose pensioni concesse dal governo garibaldino e l’assegnazione di appalti poco chiari.
I legami di Garibaldi con l’Istituto Bancario partenopeo non si esaurirono lì, perché da un carteggio conservato presso l’archivio del Banco di Napoli è risultato che nel 1874 l’eroe dei due mondi si fece garante di un prestito di duecentomila lire concesso dalla banca a suo figlio Menotti, denaro che non venne mai restituito.
Esiste addirittura tra i vari documenti una carta intestata del nuovo Parlamento Italiano di allora con la quale si invitava il Direttore della banca a non richiedere più indietro quella somma né al Generale né ai suoi eredi.



Le bugie degli sconfitti vengono smascherate, quelle dei vincitori divengono storia (A Petacco)
 





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Lunedì   27 Luglio : 2009

COLLEGATA: La questione meridionale

3° articolo



Credevamo che  il dubbio espresso nell’editoriale del giugno 2007 che dette il “la” a tutta la serie di documenti pubblicati fosse una nostra idea “balzana”, invece scopriamo tutta una letteratura avversa che riguarda Garibaldi
di Franz Rodi-Morabito

Quando abbiamo espresso i nostri dubbi e poste le nostre domande sulla figura storica del Generale Garibaldi, eravamo convinti di postare il parto della nostra mente scaturito in un momento della grande “calura” che ha afflitto l’intera Italia in questa torrida estate (era l’anno 2007).
Francamente non sospettavamo che vi fosse una lunga, nutrita e circostanziata letteratura che ha impegnato molti storici e finanche la Rai che ha dedicato alla controversa figura del Generale addirittura un TG 2 Dossier molto ben impostato.
Scopriamo che prima del 1860 Il Regno delle Due Sicilie era ricco e prospero tanto da essere terra di immigrazione da parte di gente di altri Stati dello stivale.
Il Sud aveva una fiorente industria meccanica (fonderie e ferriere), aveva un polo tessile che era il primo d’Europa, aveva cantieri navali da cui uscirono navi di grande prestigio, aveva una marineria che era la terza nel Mondo, aveva un’agricoltura che attirò in Sicilia il fior fiore del manegement inglese e spagnolo, avevamo una storia antica e gloriosa che spaziava dai Greci agli Arabi, avevamo scuole di pensiero e mediche che fecero da guida in tutto il mondo.
Ma, soprattutto non esisteva la necessità di emigrare, di lasciare la madre terra ed i propri affetti per tentare fortuna e sopravvivenza altrove tant’è che la massiccia emigrazione cominciò dopo il 1861 come ha rilevato la storica Angela Pellicciari.
Poi venne Garibaldi, chiamato dagli inglesi e dalla massoneria per strappare ai Borboni il loro Regno e questi si rese conto che appoggiandosi ai Savoia (Regno di Sardegna), poteva realizzare l’operazione di “cacciata” del legittimo Sovrano (fonte TG 2 Dossier).
Dalla trasmissione Rai apprendiamo anche che “I Mille”  partiti da Quarto con navi “prestate” sottobanco dai Savoia e dagli inglesi cui furono restituite una volta terminato il viaggio, fecero tappa in Toscana (quindi dopo pochissimo dalla partenza) per rifornirsi di carbone e, guardacaso, lì vi era un insediamento di militari del Regno di Sardegna (vedi Savoia) che si accorse proprio in quel momento che i magazzini delle armi erano stracolmi e non si poteva più tenerle, per cui le regalarono al primo di passaggio, Garibaldi, per l’appunto!
Quando in Sicilia Garibaldi sta per soccombere nel contrasto con le ingenti forze borboniche, il generale Sforza chiede al generale Landi, comandante in capo delle forze borboniche, come comportarsi e da questi giunge l’ordine inspiegabile di ... non opporsi e ritirarsi!
Si scoprirà poi che Garibaldi, abbondantemente foraggiato dall’equivalente di ben 25 milioni di Euro attuali, ma in piastre turche che erano difficilmente controllabili, pare dagli inglesi, avesse “comprato” il favore dell’intellighenzia militare borbonica sia con soldi che con promessa di un posto di comando nel futuro Regno d’Italia!
Quando Re Francesco II° di Borbone dovette lasciare Napoli con la sua Corte per rifugiarsi a Gaeta, ove la Moglie Regina Sofia si distinse in atti di vero eroismo in battaglia, lasciò l’intero Tesoro Reale a Napoli, cosa che, pare, non avvenne negli anni ‘40 quando il Re fu costretto a lasciare Roma per Brindisi!
Da notare che il Tesoro dei Borboni andava a formare quasi il 70% dell’intero Tesoro del Regno d’Italia.
Ha ragione lo storico Arrigo Patacco quando afferma “Le bugie dei vinti vengono smascherate, quelle dei vincitori divengono storia!”
Con questo sopra esposto non abbiamo voluto avvalorare una nostra convinzione, ma abbiamo voluto invitare a riconsiderare, documentandosi, una figura storica che potrebbe uscirne ancora vincitrice o questa volta perdente.





Le bugie degli sconfitti vengono smascherate, quelle dei vincitori diventano Storia (A.Patacco)
 





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Lunedì   27 Luglio : 2009

COLLEGATA: La questione meridionale

4° articolo



Il j’accuse di Francesco II° di Borbone alla sua flotta

Ancora oggi, comunemente,  si usa la frase:
«Mannaggia ‘a Marina»,
con cui il Borbone commentò il tradimento dei suoi ufficiali
Successe alla notizia dello sbarco, praticamente senza ostacoli, de “i Mille” in Calabria  

di Luigi Michele Perri (Gazzetta del Sud)



Nello slang partenopeo (e calabrese) dei nostri giorni l’espressione “mannaggia ‘a Marina” manifesta, in prevalenza, un senso di disappunto o di scoramento, l’amarezza, il dolore di una sconfitta subìta malamente per circostanze avverse non dipendenti dalla propria volontà.
Sotto questo profilo il suo significato non si discosta più di tanto da quello originario che deriva maggiormente all’etimo della sola imprecazione, “mannaggia” (comunemente considerata una contrazione del napoletano popolare “male nn’aggia”, come dire: ne ricavi male, ne abbia sventura).
La singolare maledizione nacque, appunto, a Napoli, nell’agosto del 1860, come un vero e proprio anatema.
Il suo conio risale a Francesco II° di Borbone, Re delle Due Sicilie, che, come raccontarono a Corte, alla notizia dell’incontrastato sbarco dei Mille in Calabria, sbottò nell’irata esclamazione, ricoprendo di vituperi la Marina, finalmente riconosciuta colpevole di sconcertante inerzia e di inaudita slealtà.
Malgrado vantasse la flotta più munita del Mediterraneo e del Continente dopo la spagnola e la britannica, la forza armata di mare, orgoglio di Franceschiello e di suo padre Ferdinando II (che l’aveva allestita con la massima applicazione), affondò il suo prestigio in un pelago di torbidi tradimenti, che fecero la fortuna di Garibaldi e della sua nota impresa.
Dall’incredibile vicenda sopravvive il comando del “facite ammuina”, che la fantasia dei napoletani, non del tutto arbitrariamente, volle assegnare in capo all’ammiragliato borbonico come sarcastica descrizione della copertura fatta calare sull’epocale inganno: ”All’ordine Facite Ammuina: tutti chilli che stanno a prora vann’ a poppa, e chilli che stann’ a poppa vann’ a prora, chilli che stann’ a dritta vann’ a sinistra, e chilli che stanno a sinistra vann’ a dritta, tutti chilli che stanno abbascio vann’ ncoppa, e chilli che stanno ncoppa vann’ abbascio, passann’ tutti p’o stesso pertuso, chi nun tiene nient’ a ffà, s’aremeni a ‘cca e a ‘llà”.
E sempre all’ammiragliato borbonico l’inesauribile inventiva partenopea volle dedicare la comica figura del “Pazzariello”, non a caso vestito con la divisa di ufficiale della Marina.
In realtà, l’armata di mare borbonica aveva dato ampi segni di ingiustificato cedimento sin dall’indisturbato approdo dei garibaldini a Marsala.
Né intercettò mai spedizione alcuna tra le ventuno che si susseguirono a bordo di navi in partenza dai porti di Genova e Livorno e che poterono garantire a Garibaldi rinforzi e armi.
In una successione di scandalose compiacenze al nemico, il 5 luglio del 1860 il capitano di fregata Anguissola non esitò a consegnare, nelle acque di Palermo, una pirofregata duosiciliana al contrammiraglio sabaudo Carlo Pellion di Persano che, a sua volta, la cedette a Garibaldi.
Francesco II ordinò il recupero della nave.
Ma il conte d’Aquila, Luigi Borbone, zio del sovrano, comandante in capo della flotta, noto per le sue idee liberali ed ancora più noto per l’odio che portava contro il primogenito del fratello, riuscì a boicottare la missione.
Nella notte tra il 18 e 19 agosto navi borboniche in pattugliamento nello Stretto si fecero beffare dai garibaldini che poterono guadagnare la costa di Melito Porto Salvo (costa jonica della provincia di Reggio Calabria) prima di subìre qualche cannoneggiamento di limitata portata.
L’ambiguo comportamento degli ufficiali regi insospettì gli equipaggi.
Sulla “Fieramosca” il comandante con i suoi complici furono rinchiusi nella stiva.
La ciurma avrebbe voluto farli processare.
La nave prese la rotta per Napoli.
Qui, paradosso dei paradossi, gli ufficiali infedeli furono liberati e i marinai realisti finirono nelle segrete di Castel Sant’Elmo, proprio per volere di quella Corona che avevano difeso con indubbio coraggio.
Garibaldi, nelle sue “Memorie”, ringrazierà la Marina borbonica per la “tacita collaborazione”.
Lo sbarco in Calabria, scriverà, “non si sarebbe potuto fare con una Marina completamente ostile”.
“Mannaggia ‘a Marina”, ripeteva il  Re che, però, avrebbe fatto bene a prendersela più con se stesso che coi matricolati traditori che lo attorniavano e che, con cieca dabbenaggine, egli favoriva anche a danno dei suoi più fidi servitori!




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Martedì   28 Luglio : 2009

COLLEGATA: La questione meridionale

5° articolo



Il riscatto storico ed umano di “Franceschiello”  e della diciannovenne Regina Maria Sofia
da Internet www.monzuvladi.it


Tutti gli storici sono concordi nell’affermare che il comportamento eroico di Francesco II° all’assedio di Gaeta valse a riscattarlo dalle sue debolezze politiche, vere o presunte.
Potremmo riportare tantissimi commoventi giudizi di storici simpatizzanti; preferiamo invece riportare, a nome di tutti, l’obiettivo e più asettico giudizio di uno storico di valore indiscusso e certamente non filoborbonico.
Scrive Giuseppe Coniglio:
«Tuttavia seppe, di fronte alla storia, riscattare i propri insuccessi con l’assedio di Gaeta cui partecipò con audacia, per dimostrare all’Europa che sapeva agire, e vi riuscì in pieno, anche se sostenuto dall’esempio e dall’incoraggiamento della moglie (la diciannovenne Maria Sofia d’Austria, sorella della principessa Sissi).
Sarebbe stato facile per i due sovrani fuggire.
Ma Francesco non volle piegarsi a questa umiliazione e preferì combattere a lungo, ottenendo anch’egli davanti al giudizio degli stessi nemici, quell’onore delle armi che ebbero tutti i difensori di Gaeta»
Vogliamo concludere questa pagina con un tributo a  S. M. Maria Sofia, vera animatrice, malgrado i suoi soli 19 anni,  dell’assedio di Gaeta, salvatrice dell’onore del Regno e dell’esercito borbonico.
Non passò giorno che non trascorse ad aiutare i suoi soldati sotto le cannonate, a curare le loro ferite, a condividere i loro stenti e le loro paure, ad incoraggiarli, a nutrirli, a soccorrerli, così come dava forza al marito nei momenti più difficili.
La coppia reale a Gaeta diede degnissimo spettacolo di sé, uno spettacolo fatto di amore, abnegazione, devozione, onore e dignità, senso del dovere e della Patria, attaccamento al Regno ed ai sudditi che non furono mai secondi a nessuno nella considerazione del Re e della Regina.
Gaeta resterà sempre, nella storia dei Borboni delle Due Sicilie, nella storia del Regno di Napoli, nella storia degli italiani e nella storia in sé una delle pagine più ricche di gloria, dignità e onore.
L’hanno firmata migliaia di volontari e, idealmente, anche i volontari che contemporaneamente combattevano, senza neanche i sovrani presenti, nelle fortezze di Messina e di Civitella del Tronto, gli altri due eroici baluardi della resistenza borbonica, espugnati solo con la truce violenza - che hanno apposto la propria firma di sangue e onore a seguire alle prime due, quelle dei giovanissimi Reali, Francesco II° e Maria Sofia di Borbone delle Due Sicilie.

Così il poeta napoletano Ferdinando Russo ha cantato l’eroismo della Regina nella lirica :
o surdato e Gaeta

"
E‘ a Riggina! Signò! … Quant’era bella!
E che core teneva! E che maniere!
Mo na bona parola ‘a sentinella,
mo na strignuta ‘e mana a l’artigliere…
Steva sempre cu nui! … Muntava nsella
Currenno e ncuraggianno, juorne e sere,
mo ccà, mo llà … V’’o ggiuro nnanz’ ‘e sante!
Nn’èramo nnammurate tuttequante!
Cu chillo cappellino ‘a cacciatora,
vui qua’ Riggina! Chella era na Fata!
E t’era buonaùrio e t’era sora,
quanno cchiù scassiava ‘a cannunata!…
Era capace ‘e se fermà pe n’ora,
e dispenzava buglie ‘e ciucculata…

 





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Martedì   28 Luglio : 2009

COLLEGATA: La questione meridionale

6° articolo



Le ferriere borboniche della Mongiana (Oggi provincia di Vibo Valentia)
ovvero quando il Sud aveva le sue industrie

Vincenzo Falcone è l’unico a raccontarne la storia dal punto di vista di chi vi lavorava - Il complesso siderurgico tra il 1830 e il 1840 arrivò ad avere 1500 operai

Francesco Pitaro (Gazzetta del Sud)


La storia economica della Calabria, moderna e contemporanea, si sa, è storia di occasioni mancate.
Paradigmatici, su tutti, sono i casi del Quinto Centro Siderurgico di Gioia Tauro, della Sir di Lamezia Terme, della Montedison di Crotone, della Liquichimica di Saline Joniche ... e via di seguito il lungo elenco.
Tutti tentativi che tante aspettative avevano suscitato negli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso ma che sono naufragate sugli scogli di scelte politiche sbagliate.
Tanto che ha persino incominciato a prendere corpo la fatalistica convinzione, del tutto infondata, della mancanza di vocazione e cultura industriali in Calabria.
Eppure ci fu un periodo, non poi tanto remoto da noi, nel quale sulle impervie alture dell’altopiano delle Serre ha operato una industria, assumendo un ruolo preminente in tutto il Mezzogiorno d’Italia.
Al punto che arrivò ad avere, tra il 1830 e il 1840, una maestranza che raggiunse un picco massimo di 1.500 unità impiegate.
Numero davvero ragguardevole, se si pensa che nell’intervallo in questione la Calabria disponeva di una popolazione di meno di un milione di abitanti.
Questo insediamento era il complesso siderurgico della Mongiana di cui oggi si torna a parlare grazie all’uscita di un interessante, e per certi versi originale, saggio storico-economico di Vincenzo Falcone, “Le ferriere della Mongiana, un’occasione mancata”, (cittàcalabria-edizioni, pagg. 194, per i tipi editoriali Rubbettino).
È un approccio inedito quello che l’autore, economista bocconiano, per dieci anni segretario generale del Comitato delle regioni dell’Ue a Bruxelles, e oggi docente di Politica economica dell’Ue all’università «Magna Græcia» di Catanzaro, nonché sottosegretario agli Affari della Presidenza della Regione Calabria, ha adottato in questo suo lavoro.
Nel senso che per la prima volta è presentata una storia economica delle “Reali ferriere e Fabbrica d’armi” calabresi inquadrandola dal punto di vista delle condizioni di chi vi lavorava.
Di quegli operai, cioè, ai quali il libro è dedicato e che per la prima volta, nella millenaria storia della regione, si cimentavano «con il lavoro in fabbrica, anche se in condizioni molto difficili e disumane».
L’opera di Falcone, in particolare, si rivela come un eloquente spaccato che mette in luce «le storiche debolezze» politiche e strutturali sia della Calabria che dell’intero Mezzogiorno, visti come semplice serbatoio di manodopera.
E dove emerge con forza che a pagarne per intero le conseguenze di una politica di «soprusi e di rapine» è stata, in ultima analisi, la «categoria» di operai, l’anello debole della catena produttiva.
La quale ha dovuto scontare «successivamente, attraverso massicce emigrazioni, colpe non sue, ma addebitabili ad una classe dirigente, specialmente quella post-unitaria che, rifiutandosi di sostenere «lo sviluppo dell’industria meridionale», diede avvio a un rapido e pernicioso processo di dismissione e abbandono”.
Nate nel 1771 sotto il regno di Ferdinando IV di Borbone, ma entrate a regime dieci anni dopo, le ferriere di Mongiana furono prevalentemente adibite alla produzione bellica: tremila fucili all’anno!
Celebre, fra l’altro, il modello denominato, appunto, Mongiana.
Furono anche attive nel campo dell’ingegneria civile: dai loro altiforni uscirono i ponti sospesi di ferro sui fiumi Garigliano e Cadore (i primi nella Penisola, 1825-28), così come pure le rotaie della prima tratta ferroviaria italiana Napoli-Portici (1839).
La loro parabola si concluse, dopo alterne vicende finanziarie e capovolgimenti storici (rivoluzione giacobina, il decennio francese, l’unità d’Italia), nel 1874, allorché l’intero patrimonio industriale e boschivo venne venduto ad Achille Fazzari, deputato ed ex garibaldino (torna Garibaldi nella storia negativa calabrese), per un milione di lire.
«Incompetenza della maggior parte dei direttori – è l’analisi conclusiva di Falcone – processi tecnici antiquati, ma soprattutto il disinteresse del Governo del giovane Regno d’Italia a non voler coniugare il processo di modernizzazione del Meridione e della Calabria con lo sviluppo industriale nazionale».
Furono queste fra le cause principali che ne decretarono la definitiva estinzione.




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Giovedì   30 Luglio : 2009

COLLEGATA: La questione meridionale

7° articolo



La verità storica sul Regno di Napoli
 e la sua cancellazione

fromor


Abbiamo sempre nutrito seri dubbi sulla storia che ci veniva propinata nei libri di testo scolastici e sull’alta opera messa in essere “per amor di patria” dal generale Giuseppe Garibaldi.
Più volte abbiamo espresso i nostri timidi dubbi, ma senza mai trovare riscontri concreti o risposte esaustive.
Poi abbiamo fatto un editoriale (forse un tantino volutamente provocatorio!) nel numero di Giugno 2007 in cui esprimevamo questi dubbi e chiedevamo lumi in merito.
Fu così che si scatenò una certa discussione on line nel forum Vivi Centro (www.vivicentro.org), dell’amico Stanislao da Brescia, ma napoletano (stabiese) di nascita.
Scoprimmo così che esisteva una nutrita e valida “corrente di pensiero” che avvolorava ciò che per noi era solo una sensazione epidermica basata su fatti e fatterelli, storie e storielle, ma privi di supporto storico.
Innazi tutto una trasmissione di RAI 2 Dossier ha operato un excursus relativo a Garibaldi che chiaramente dimostrava che il generale era stato un strumento nelle mani dell’Inghilterra, della massoneria e dei Savoia.
Fu così che nel forum vivicentro apparve un tal Giuseppe che ... in fatto di Regno delle Due Sicilie (ivi compresi retroscena ed antefatti) la sa molto lunga e scopriamo così che ha effettuato, assieme ad un suo amico,  un approfondito studio durato, mi pare 5 anni, che chiarisce definitivamente la situazione relativa al Regno delle Due Sicilie, ai Borboni, a Garibaldi ed a coloro che ... agognavano mettere le mani su un Regno che all’epoca era uno dei più ricchi e più economicamente e culturalmente progrediti d’Europa.
Ovvio che qui riporteremo, a puntate anche nei prossimi numeri, solamente alcuni passi significativi, ma chi lo volesse, potrà approfondire il tutto sul sito http://www.morronedelsannio.com/sud/index.htm#pre cui rimandiamo per erudirsi in maniera approfondita.
A questo punto, bando alle ciance ... passiamo a riportare fatti storici che illustrano esaurientemente la figura dei Borboni e del Regno delle Due Sicilie, o Regno di Napoli, che dir si voglia che era “una nazione” zeppa di attività produttive ed artistiche che primeggiava in tutto il Mondo spaziando in tutti i rami di attività, come vedremo qui appresso.
Essendo l’elenco delle attività positive veramente lungo, lo suddividiamo in tre manches che vi pregiamo voler leggere al fine di avere un quadro completo della positivita del Regno delle Due Sicilie e prendiate atto quanto fosse all’avanguardia.[/b]


il Regno delle 2 Sicilie: Nazione attiva, produttiva, innovativa
(prima parte)

Industria metalmeccanica e siderurgica

Nei pressi di Napoli, a Pietrarsa, era attiva la più grande industria metalmeccanica d’Italia, estesa su una superficie di oltre tre ettari.
Tra l’altro, era l’unica fabbrica italiana in grado di costruire motrici a vapore per uso navale (8).
A Pietrarsa fu istituita anche la “Scuola degli Alunni Macchinisti” che permise alle Due Sicilie, unico Stato della Penisola, ad affrancarsi dalla necessità di disporre di macchinisti navali inglesi.
A Pietrarsa venivano costruiti cannoni ed altri armamenti; venivano realizzati prodotti meccanici per uso civile, vagoni, locomotive ed i binari ferroviari (di cui in Italia solo Pietrarsa disponeva della tecnologia costruttiva).
Lo stabilimento, inaugurato nel 1840, precedeva di 44 anni la costruzione della Breda e di 57 quella della Fiat.
Era uno stabilimento rinomato in tutta Europa e lo Zar Nicola I, dopo averlo visitato, lo prese come esempio per la costruzione del complesso di Kronstadt.
Accanto a Pietrarsa sorgevano la Zino ed Henry (poi Macry ed Henry) e la Guppy, entrambe con 600 addetti.
Quest’ultima fornì, tra l’altro, il supporto delle 350 lampade per l’illuminazione a gas di Napoli (che fu la terza città europea ad averla, dopo Londra e Parigi).
Viceversa al Nord, alla vigilia dell’unità, solo l’Ansaldo di Genova era a livello di grande industria (aveva 480 operai contro i 1.000 di Pietrarsa).
Nel 1861, al momento dell’unità, vi erano tre fabbriche in Italia in grado di produrre locomotive: Pietrarsa e Guppy nelle Due Sicilie ed Ansaldo a Genova: l’efficienza e la concorrenzialità delle aziende del Sud è comprovata dal fatto che prima dell’unità esportassero in Toscana e anche in Piemonte (nel 1846 nelle Officine di Pietrarsa furono realizzate sette locomotive per il Regno di Sardegna: Pietrarsa, Corsi, Robertson, Vesuvio, Maria Teresa, Etna e Partenope) (9).
La Ferriera di Mongiana sorgeva nei dintorni di Serra San Bruno (oggi in provincia di Vibo Valentia) , nel cuore dell’aspra montagna calabra ricca di minerale di ferro, ed occupava un’area di più di un ettaro.
Poco distante, fu più tardi costruita Ferdinandea: oggi Mongiana è un borgo di pochi abitanti e Ferdinandea è spopolata, ma nel trentennio che precedette la fine del Regno il fermento era vivissimo.
Nel marzo del 1861, quando fu proclamato il Regno d’Italia, gli addetti allo stabilimento di Mongiana erano 762 e si produceva ghisa e ferro malleabile d’ottima qualità che servì per la realizzazione delle catene, da circa 150 tonnellate, dei due magnifici ponti sul Garigliano e sul Calore (realizzati rispettivamente nel 1832 e nel 1835).
Il complesso siderurgico calabrese di Mongiana e Ferdinandea era, fino al 1860, il maggiore produttore d’Italia di ghisa e semi-lavorati per l’industria metalmeccanica: produsse a pieno regime 13.000 cantaja di ghisa annue (circa 1.150 tonnellate).
Altri impianti metallurgici erano attivi in tutti il Sud ma è “impossibile elencare tutti i piccoli e medi opifici metalmeccanici sorti grazie all’intraprendenza degli artigiani locali o di imprenditori del settore tessile interessati ad acquistare le macchine necessarie” (10).


Flotta Mercantile e Cantieristica Navale

Le Due Sicilie disponevano di una flotta mercantile pari ai 4/5 del naviglio italiano ed era la quarta del mondo: ne facevano parte oltre 9800 bastimenti ed un centinaio di questi (incluse le militari) erano a vapore (11); fu la prima flotta italiana a collegare l’Italia con l’America ed il Pacifico.
Con circa quaranta cantieri di una certa rilevanza, era nettamente in testa rispetto al resto d’Italia.
Il primo vascello a vapore del Mediterraneo fu costruito nelle Due Sicilie nel 1818 e fu anche il primo al mondo a navigare per mare e non su acque interne: era il “Ferdinando I°”, realizzato nel cantiere di Stanislao Filosa al Ponte di Vigliena presso Napoli.
l’Inghilterra dovette aspettare altri quattro anni per metterne in mare uno, il Monkey, nel 1822.
All’epoca fu tanto grande la meraviglia per quella nave, che fu riprodotta dai pittori in numerosi quadri, ora sparsi per il mondo, come ad esempio quello della Collezione MacPherson e l’altro della Camera di Commercio di Marsiglia.
Il cantiere di Castellammare di Stabia, con 1.800 operai, era il più grande del Mediterraneo.
Al momento della conquista piemontese stava attrezzandosi per la costruzione di scafi in ferro.
L’arsenale-cantiere di Napoli, con 1.600 operai, era l’unico in Italia ad avere un bacino di carenaggio in muratura lungo 75 metri.
Sono patrimonio delle Due Sicilie anche: la prima compagnia di navigazione a vapore del Mediterraneo (1836), che svolgeva un servizio regolare e periodico compreso il trasporto della corrispondenza; navi come il “Real Ferdinando” che potevano trasportare duecento passeggeri da Palermo a Napoli; la prima convenzione postale marittima d’Italia; la stesura del primo codice marittimo italiano del 1781 (ad opera di Michele De Jorio di Procida, che fu copiato da Domenico Azuni il quale se ne assunse la paternità), frutto di una tradizione che risaliva ai tempi delle Tavole della Repubblica Marinara di Amalfi e delle legislazioni meridionali successive.
Le principali scuole nautiche erano a Catania, Cefalù, Messina, Palermo, Riposto (CT), Trapani, Bari, Castellammare, Gaeta, Napoli, Procida, Reggio (12).
Fu riattivato il porto di Brindisi (1775) che era chiuso da secoli.
Nel 1831 entrò in servizio la nave “Francesco I°” che copriva la linea Palermo, Civitavecchia, Livorno, Genova, Marsiglia.
La stessa nave anche effettuò la prima crociera turistica del mondo, nel 1833, in anticipo di più di 50 anni su quelle che seguirono: durò tre mesi con partenza da Napoli, arrivo a Costantinopoli (dove destò l’ammirazione del sultano) e ritorno con diversi scali intermedi.
La crociera fu così splendida per comodità e lusso che fece dire “Non si fa meglio oggi” e “Il Francesco I° è il più grande e il più bello di quanti piroscafi siansi veduti fin d’ora nel Mediterraneo, gli altri sono inferiori, i pacchetti francesi “Enrico IV°” e “ Sully” hanno le macchine di forza di 80 cavalli (mentre la macchina del Francesco I° è di 120) (...) i due pacchetti genovesi si valutano poco, il “Maria Luisa” (del Regno di Sardegna) è piccolo, la sua macchina non oltrepassa la forza di 25 cavalli, e quantunque una volta siasi fatto vedere nei porti del Mediterraneo, adesso è destinato per la sola navigazione del Po.” (13). Nel 1847 fu introdotta per la prima volta in Italia la propulsione a elica con la nave “Giglio delle Onde”. Erano operativi regolari servizi passeggeri che collegavano i principali porti delle Due Sicilie: isole come Ponza, Ustica, Lampedusa, Linosa furono ripopolate affrancando la popolazione residente dall’incubo delle incursioni dei pirati barbareschi.


Produzione tessile

Prima dell’Unità il settore cotoniero vantava quattro stabilimenti con 1.000 o più operai (1425 alla Von Willer di Salerno, 1160 in un’altra filanda della provincia, 1129 nella filanda di Pellazzano, 2159 in quella di Piedimonte e un migliaio nella Aninis-Ruggeri di Messina); nello stesso periodo gli stabilimenti lombardi a stento raggiungevano i 414 operai della filatura Ponti.
Tutto il Salernitano divenne il comprensorio in cui si concentrò per eccellenza l’industria tessile, che fiorì anche ad Arpino nella valle del Liri, nel circondario di Sora.
“Un particolare riferimento va fatto per il lino e la canapa: con quest’industria, nella quale trovavano impiego ben 100.000 tessitrici e 60.000 telai, fu così dato lavoro a tutto un mondo rurale prevalentemente femminile” (14).
Il medesimo sviluppo coinvolse la produzione della lana grazie all’introduzione di capi razza “merino”, conservando la manifattura i caratteri di industria domestica.
Il Sud era inizialmente indietro nella produzione della seta, che incideva solo per il 17,5% della produzione complessiva italiana.
In seguito all’incremento delle piantagioni di gelsi ed all’allevamento del baco si ebbe dal 1835 (15) un rinnovato sviluppo dell’industria della seta e nuove filande sorsero in Calabria, in Lucania, in Abruzzo. Molto famoso in tutta Europa era l’opificio di San Leucio, che godeva di un particolare statuto, redatto da re Ferdinando I°.
Ricordiamo anche gli stabilimenti di Nicola Fenizio che davano lavoro a più di 4 mila persone e che esportavano in tutto il mondo, tanto che i concorrenti arrivarono a contraffarne il marchio.


Cartiere

Le cartiere meridionali erano fiorenti a livello internazionale.
Ricordiamo quella di Fibreno, la più grande d’Italia e una delle più note d’Europa con 500 operai, oltre a quelle del Rapido, della Melfa, della costiera amalfitana.
Nella sola valle del Liri (16) il giro d’affari delle nove cartiere della zona era di 8-900 mila ducati annui, grazie anche agli ingenti investimenti fatti per dotarle delle migliori tecniche dell’epoca.
Le cartiere avevano destato l’ammirazione dei maggiori industriali del ramo: nel 1829 Niccolò Miliani, proprietario delle note cartiere di Fabriano, visitò la Valle del Liri e si meravigliò di vedere “un foglio di carta grande come un lenzuolo”, e si chiese “come diavolo si potevano ottenere formati così grandi”. Le cartiere del Sud, grazie all’elevata qualità del prodotto esportavano sia nell’Italia settentrionale che all’estero.
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Industria Estrattiva e Chimica

Il Sud disponeva dell’importantissima produzione dello zolfo siciliano, che copriva il 90% della produzione mondiale e da sola assorbiva il 33% degli addetti di tutta l’industria estrattiva italiana.
Aveva un peso economico notevolissimo e ancora negli anni immediatamente post-unitari provenivano dal Sud i 2/3 delle produzioni chimiche italiane.
La chimica industriale dell’800 era quasi del tutto basata sullo zolfo, specialmente l’industria degli esplodenti per le armi: è pertanto chiaro l’enorme valore strategico di tale produzione ed il conseguente atteggiamento dell’Inghilterra nella questione “degli zolfi siciliani”.
A Napoli e dintorni sorsero anche fabbriche di amido, di cloruro di calce, di acido nitrico, di acido muriatico, di acido solforico ed infine di colori chimici.
Le risorse del sottosuolo (zolfo, ferro, bitume, marmo, pozzolana) erano sapientemente sfruttate a livello industriale.
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L’Industria conciaria

Era un settore sviluppato e di gran pregio: a Napoli, a Castellammare, a Tropea, a Teramo; in Puglia  erano sorte concerie per i cuoi che giungevano nel Regno per l’ultima finitura.
Venivano prodotti finimenti di cavalli e carrozze, selleria, stivali, cuoi di lusso, esportati in Inghilterra, Francia, America.
Nell’ambito della lavorazione delle pelli ci si specializzò nella produzione di guanti.
A questa lavorazione e dovuto il nome ad uno dei più centrali quartieri di Napoli: “I guantai nuovi”.
I guanti napoletani erano reputati i migliori d’Europa (se ne producevano il quintuplo di Milano, Torino e Genova messe assieme) e costavano meno di quelli prodotti in Francia: per questo si esportavano ovunque, anche in Inghilterra dove l’Arsay, redigendo le leggi del perfetto gentiluomo, asseriva la necessità dell’uso di sei diverse paia di guanti al giorno.


L’Industria del corallo

Particolarmente pregiati i coralli del mare in prossimità di Trapani, della penisola sorrentina, di Capri.
Erano dei più vari colori, dal bianco marmoreo, al rosso, al nero d’ebano ed erano destinati all’oreficeria e all’ornamento di arredi e oggetti sacri.
La pesca, faticosa e pericolosa, era effettuata calando delle speciali reti lanciate in mare dalle barche in movimento.
I più arditi erano i corallari di Trapani, seguiti da quelli di Torre del Greco che vantavano dalle tre alle quattrocento feluche con sette uomini ognuna.
Michele di Iorio, insigne autore del “Codice di navigazione” sotto Ferdinando IV°, redasse anche un “codice corallino”.
Fu istituita la “Compagnia del corallo” per facilitare il credito, e furono fondate fabbriche-scuola per la lavorazione a Torre del Greco ed a Napoli.
L’industria del corallo era così fiorente che si arrivò in breve a quaranta fabbriche con 3.200 operai.
Fu istituita anche un’apposita fiera, dal primo all’otto maggio di ogni anno, molto frequentata da compratori stranieri.
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Saline

Situate in Puglia ed in Sicilia erano le più importanti d’Europa.
Le prime erano considerate dai Borbone “la perla della loro corona”, soprattutto da Ferdinando II° che le visitò più volte e migliorò le condizioni di vita dei salinari.
Nel 1847, in località San Cassiano, fondò la colonia agricola di San Ferdinando di Puglia (nel 1879 ribattezzata “Margherita di Savoia”), popolandola con i lavoratori delle Saline e distribuendo gratuitamente i terreni ed i capitali per le case popolari.
Così, in vent’anni, la popolazione locale raddoppiò di numero.
Il sale della Puglia era molto apprezzato, tanto da essere preferito a quello spagnolo ed era sfruttato sia per scopi alimentari sia per usi industriali.
Di straordinaria importanza erano anche le saline siciliane “nella sola area di Stagnone (bacino marino antistante Trapani) si trovavano trentuno saline con centinaia di mulini a vento (quelli a sei pale in legno di tipo olandese) che davano una produzione annua di ben 110mila tonnellate di sale” (17).


Vetri e Cristalli

A Napoli sorgevano due grandi fabbriche di vetri e cristalli, per le quali si erano fatti venire operai e macchine dall’estero; in breve la produzione del Regno poté competere con quella di Francia e Germania e i quattro quinti della richiesta nazionale erano soddisfatti dall’industria napoletana, parte dei vetri prodotti era esportata a Tunisi, ad Algeri e persino in America.
Ci sembra poi superfluo soffermarsi sulla fabbrica di “Porcellane di Capodimonte”, voluta da Carlo III e famosa in tutto il mondo.  


Agricoltura ed allevamento

I dati indicano che nel 1860 il Sud, che conta il 36.7 % della popolazione d’Italia, pur non avendo nulla che si possa paragonare alla pianura padana produce il 50.4% di grano; l’80.2% di orzo e avena; il 53% di patate; il 41.5% di legumi; il 60% di olio, favorito in questo anche dal clima che consente spesso due raccolti l’anno; si svilupparono le coltivazioni di agrumi e di piante idonee al suolo arido: l’olivo, la vite, il fico, il ciliegio ed il mandorlo.
Nelle Due Sicilie l’ultima vera grande carestia fu negli anni 1763-64 e successivamente, dai dati complessivi si ricava che un meridionale, tra grano e granaglie aveva una razione quotidiana di 418 grammi di carboidrati.
Nella restante parte della Penisola la razione si riduceva a 270 grammi.
La dieta del meridionale dell’epoca era quella tipica mediterranea, ricca di verdura, ortaggi, frutta, pesce, latte e derivati, pane e pasta.  
Particolare risalto è da dare all’opera di Carlo di Borbone che introdusse riduzioni delle tasse per i proprietari che avessero coltivato i loro terreni ad uliveto.
Fu così che nella buona terra pugliese misero radici gli ulivi: oggi su 180 milioni di alberi italiani ben 50 milioni sono localizzati in Puglia, la regione olivicola più importante del mondo con il 10% della produzione totale di olio.
Un decreto emanato il 12 dicembre 1844 da Ferdinando II prescriveva la necessità di un “certificato di origine” per l’olio di oliva (l’antesignano della tracciablità voluta dal Ministro pro tempore Gianni Aleanno solo qualche anno addietro!) che era esportato in tutto il mondo, Stati Uniti compresi.
L’industria alimentare era legata all’ottima produzione di grano duro e vantava i migliori pastifici d’Italia, circa cento (provincia di Napoli, Crotone e Catanzaro) che esportavano in molti paesi stranieri, compreso Russia, America, Svezia e Grecia.
Un accenno alla pizza che, pur presente da secoli sulle tavole mediterranee, ha celebrato i suoi trionfi proprio nella Napoli capitale delle Due Sicilie; presente anche nella mensa dei re Borbone, questi l’apprezzarono ma non imposero nessun nome di famiglia.
Per quanto riguarda l’allevamento, considerando il numero dei capi, il Sud era in testa in quello ovino, caprino, equino e dei maiali, poco al di sotto del resto dell’Italia per quello caprino e molto al di sotto per quello bovino.
Tra gli Abruzzi e la Puglia continuava, come fin dall’epoca romana, la transumanza delle greggi che si svolgeva su sentieri chiamati tratturi e che era regolata da un codice molto particolareggiato che prevedeva il pascolo nel Tavoliere dal 29 settembre all’ 8 maggio.
In quel mese si svolgeva la grande “Fiera Zootecnica di Foggia” alla quale era tradizione partecipasse il Re, vestito alla maniera paesana.
Vivacissima era anche l’attività dei caseifici la cui lavorazione riguardava particolarmente il latte di pecora, ma il cui fiore all’occhiello era naturalmente la mozzarella di bufala; numerosissimi gli stabilimenti ittici (ad esempio le tonnare di Favignana), del pomodoro, famose le fabbriche di liquirizia in Calabria e dei confetti a Sulmona.
Infine segnaliamo la coltivazione e la lavorazione del tabacco dove il Sud era all’avanguardia con la importante manifattura di Napoli che occupava agli inizi degli anni 1850 più di 1.700 operaie (poi ridotte per introduzione di macchinari più moderni), e che esportava in tutta Europa.
Inoltre dal primo censimento della popolazione d’Italia del 1861 (a pochi mesi dall’Unità) si ricava che il Sud, che contava 36.7% della popolazione italiana, aveva il 56,3% dei braccianti agricoli e il 55,8% degli operai agricoli specializzati.
Quando nel 1887-88 il protezionismo chiuderà gli sbocchi esteri, l’agricoltura del Sud subirà un colpo mortale.
Quella non era, infatti, solo un’agricoltura di sussistenza e autoconsumo, bensì mercantile, destinata all’esportazione: a quel punto la enorme massa di operai agricoli non ebbe più lavoro e non poté fare altro che emigrare.

 





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Domenica   2 Agosto : 2009

COLLEGATA: La questione meridionale

2/a Parte - 8° Articolo



Vi sembra un regno in stallo?


Il sistema monetario, il costo della vita, la tassazione

Il 20 aprile del 1818 Ferdinando I° emanò una direttiva che uniformava il sistema monetario della parte continentale ed insulare del regno delle Due Sicilie.
La moneta, la più solida d’Italia, era il Ducato, presente in circolazione in coni aurei da 3, 4, 6, 15, 30.
Il Ducato era suddiviso in 10 Carlini, che equivaleva a sua volta a 10 Grana.
Vi era poi il Tornese (2 tornesi equivalevano a un grano, cioè ad un centesimo di Ducato) e infine il Cavallo (6 cavalli equivalevano ad un Tornese).
In Sicilia la moneta era l’Oncia, circolante in coni da 1 e da 2, e valeva 3 Ducati.
Era suddivisa in 30 Tarì, ovvero in 300 Baiocchi.
Il Grano (pari a mezzo Baiocco, o a 6 Piccioli) valeva quindi 2 Grana napoletani.
Il cambio nel 1859 era 1 Ducato = 4,25 Lire.
Il coefficiente d’aggiornamento ISTAT, opportunamente ricalcolato per tener conto dell’anno 1860, è pari a 7.346,7.
Pertanto, un Ducato Napoletano equivale a lire 31.223,47, pari ad Euro 16,13.
L’Oncia siciliana valeva 48, 39 Euro.
Le monete erano coniate in oro, argento e rame.
I maestri incisori della Regia Zecca a S. Agostino Maggiore erano così rinomati in Europa, per la bellezza delle realizzazioni, che i saggi di conio dell’istituto d’emissione inglese erano spesso inviati a Napoli per un parere tecnico.
Tutto il sistema monetario nel suo complesso era garantito in oro nel rapporto uno ad uno, la lira piemontese invece era garantita nel rapporto tre ad uno (ogni tre lire in circolazione erano garantite da una sola lira oro).
La storia numismatica delle Due Sicilie risaliva a 2500 anni prima con le zecche della Magna Grecia, quando in molte parti d’Italia e del mondo era ancora in uso il baratto in natura!
Ci pensò Garibaldi con il decreto del 17 agosto 1860 a sopprimere il millenario sistema monetario siciliano e successivamente il governo unitario mise fuori corso il Ducato con la legge del 24 agosto 1862, triplicando in un sol colpo la massa monetaria incamerata con l’annessione del Sud (23).
Il costo della vita era basso rispetto agli altri Stati preunitari e lo si può dimostrare paragonando i salari con il costo dei generi di prima necessità: la giornata di lavoro di un contadino era pagata il corrispondente odierno di 3 € (15-20 Grana di allora), quella degli operai generici valeva in media 5 € che salivano a 6,50 € per quelli specializzati (dai 20 ai 40 grana); 13 € spettavano ai maestri d’opera (80 grana).
A tali retribuzioni veniva aggiunto un soprassoldo giornaliero di 10-15 grana per il vitto.
Un impiegato statale percepiva 15 ducati al mese, la paga di un colonnello di fanteria era di 105 ducati (1680 €), quella di un tenente di fanteria 23 ducati (370 €).
Sul versante dei costi riportiamo che un rotolo di pane (800 grammi) (24) costava 6 grana (1 €) , un equivalente di maccheroni 8 grana (1,30 €) , di carne bovina 16 grana (2,5 €), un litro di vino 3 grana (0.50 €), tre pizze 2 grana (0,32 €) (25).
Il livello impositivo era il più mite di tutti gli Stati Italiani (sulla tomba di Tanucci, ministro delle finanze per 40 anni, troviamo scritto che non impose nuovi balzelli) (26).
La contribuzione diretta era praticamente basata solo sull’imposta fondiaria, quella indiretta solo su quattro tributi.
Tav.1 – Il prelievo fiscale diretto nelle Due Sicilie (27).
1.    Imposta fondiaria,
2.    Addizionale per il debito pubblico,
3.    Addizionali per le Province,
4.    Esazione
Tav.2 – Gli strumenti fiscali indiretti nelle Due Sicilie (28)
1.    Dazi (dogane e monopoli).
2.    Imposta del Registro e bollo.
3.    Tassa postale.
4.    Imposta sulla Lotteria.
Entrambi questi tipi di tributi diretti ed indiretti, pur non essendo stati più aumentati né in numero né in aliquota, determinarono un aumento delle entrate da 16 milioni di ducati del 1815 ai 30 milioni del 1859, questo a dimostrazione della crescita generale di quella fiorente economia.
Viceversa nel periodo 1848-1860 il governo piemontese impone ben 22 nuove tasse (29).
Le banche ( “i banchi”) nel 1700 erano sette (S.Giacomo, del Salvatore, S.Eligio, del Popolo, dello Spirito Santo, della Pietà e dei Poveri) e le loro condizioni si mantennero floridissime fino alla fine del ‘700.
Nel 1803 ci fu un primo accorpamento che fu completato il 12 dicembre del 1816 con la creazione del “Banco delle Due Sicilie” che successivamente si chiamò “Banco di Napoli” nella parte continentale del regno e “Banco di Sicilia” nell’Isola; in questi istituti si aprivano conti correnti e si concedevano prestiti a mutuo o su pegni come negli antichi banchi (30).


Opere pubbliche

Tra le più importanti realizzazioni ricordiamo il ponte Ferdinandeo sul fiume Garigliano del 1832: è stato il primo ponte sospeso in ferro d’Italia (tra i primi del mondo), costruito in 4 anni con 68.857 chilogrammi di ferro (31) e collaudato dallo stesso Ferdinando II che ci fece passare sopra due squadroni di lancieri a cavallo e sedici carri pesanti di artiglieria; orgoglio delle Due Sicilie, resistette fino al 1943 quando i tedeschi, dopo averci fatto transitare il 60 % della propria armata in ritirata, compresi carri e panzer, lo distrussero.
Fu seguito dalla costruzione di un ponte simile sul fiume Calore, inaugurato nel 1835.
Segnaliamo poi: il Primo telegrafo elettrico d’Italia (1852), la Prima rete di Fari con sistema lenticolare (1841), la Prima ferrovia e Prima stazione d’Italia Napoli Portici (1839): lungo questa prima linea si sviluppano nuovi agglomerati urbani che costituiscono la struttura del nascente polo industriale attorno alla Capitale.
L’anno successivo fu inaugurata dagli Asburgo la Milano-Monza, nel 1845 la prima ferrovia veneta (Padova-Vicenza) e addirittura bisognerà aspettare nove anni per vedere la prima piemontese (Torino-Moncalieri) e la prima toscana (Firenze-Prato).
L’ingenerosa critica storica ha fatto prevalere la tesi della costruzione ferroviaria borbonica per esclusiva vanità della corte di collegare la capitale alle residenze reali di Caserta e di Portici, altri ancora sostennero che la ferrovia fu realizzata per spostare più velocemente le truppe della guarnigione di Capua, in caso di disordini a Napoli; è certamente vero che tutte le ferrovie dei diversi stati nacquero anche con finalità strategiche e militari (32) ma in realtà gli scopi principali erano ben diversi.
Ferdinando II, nel discorso pronunciato nell’ottobre 1839, all’inaugurazione della Napoli-Portici, ebbe a dire: “Questo cammino ferrato gioverà senza dubbio al commercio e considerando che tale nuova strada debba riuscire di utilità al mio popolo, assai più godo nel mio pensiero che, terminati i lavori fino a Nocera e Castellammare, io possa vederli tosto proseguiti per Avellino fino al lido del Mare Adriatico” (33).
La ferrovia raggiunse nel 1840 Torre del Greco, Castellammare di Stabia nel 1842, Nocera nel 1844, contemporaneamente un altro tronco puntava a nord raggiungendo Caserta nel 1843 e Capua nel 1844; in questo stesso anno sulla Napoli-Castellammare transitarono ben 1.117.713 viaggiatori, in gran parte “pendolari” che quotidianamente si recavano nella capitale per lavoro, le tariffe erano basse sia per il trasporto dei passeggeri (diviso in tre classi) che delle merci .
Dalla cronaca del “Giornale delle Due Sicilie” (34) dell’epoca si legge: “Ad un segnale dato dall’alto della Tenda Reale parte dalla stazione di Napoli il primo convoglio composto di vetture sulle quali ordinatamente andavano gli invitati, gli ufficiali, i soldati e i marinai (...) S.M. con la Real Famiglia prese posto nella Real Vettura.
Le popolazioni di Napoli e delle terre vicine - si leggeva sulla cronaca di altri giornali - accorrevano in grandissimo numero come ad uno spettacolo nuovo, tutte le deliziose ville attraversate dalla strada si andavano riempiendo di gentiluomini e di dame vestite in giorno di festa (...) con tanto entusiasmo traesse d’ogni parte sulla nuova strada e giunto colà facesse allegrezza grande come per faustissimo avvenimento”; erano 7411 metri che furono percorsi in quindici minuti (velocità 20 km/h) dal convoglio guidato dalla locomotiva “Vesuvio”.
Dobbiamo ricordare il progetto borbonico di una rete ferroviaria diretta a collegare il Tirreno all’Adriatico con due arterie principali a doppio binario: la Napoli-Brindisi, che tagliava in due parti quasi esatte il regno, e la Napoli-Pescara.
Le concessioni furono stipulate il 16 aprile del 1855, con un dettagliato protocollo che prevedeva tempi e modi di realizzazione.
La ferrovia avrebbe accorciato notevolmente i tempi di collegamento (previsti in quattro ore al posto dei giorni di navigazione via mare). Erano previste nuove arterie stradali comunicanti con le stazioni ferroviarie in modo da favorire il trasporto sia dei passeggeri che soprattutto delle merci e del bestiame, come pure delle diramazioni per collegare le nuove linee ferrate a quelle dello Stato della Chiesa e di conseguenza a quelle degli altri stati italiani preunitari e del resto d’Europa.
Furono anche progettate due litoranee: una da Napoli alla Calabria meridionale con diramazione a Taranto e l’altra da Brindisi ad Ancona (e da lì comunicante con Bologna e Venezia).
L’ultimo re Francesco II diede un’accelerazione alla costruzione delle strade ferrate ma non ebbe il tempo di completarle e così, se è vero che la lunghezza complessiva delle ferrovie meridionali, al momento dell’Unità, era inferiore a quella di altri stati italiani preunitari (37), anche per le caratteristiche del territorio prevalentemente montuoso che in nulla assomigliava alle pianure del Nord e che non ne facilitava la costruzione, è comunque accettato da tutti che come qualità tecnico-costruttiva fossero le migliori.
Per ciò che concerne, invece, le strade, esse erano senza dubbio insufficienti, ma anche in questo campo le Due Sicilie pagavano lo scotto della conformazione del Paese, prevalentemente montuoso, che rendeva più rapido ed economico lo sviluppo delle vie marittime; comunque il governo borbonico si era seriamente impegnato nella costruzione di nuovi tracciati progettati da ingegneri che erano alle dirette dipendenze dello Stato, tra di essi ricordiamo Carlo Afan de Rivera e Ferdinando Rocco.
Alcune arterie sono dei veri e propri capolavori come la Civita Farnese (tra Arce e Itri) che, pur correndo quasi completamente in territorio montano, in nessun tratto superava la pendenza del 5% il che permetteva l’agevole trasporto di merci su carri, e la Pescara-Sulmona-Napoli dove ancora oggi si possono osservare le pietre miliari che indicano la distanza dalla antica capitale. L’ossatura di alcune strade borboniche viene attualmente sfruttata per il passaggio di veicoli molto pesanti come i TIR a testimonianza della validità dei loro progetti.


Altre interessanti realizzazioni

Furono l’illuminazione a gas di Napoli, prima in Italia (1840) e terza in Europa (dopo Londra e Parigi).
Napoli fu anche la prima città d’Italia in cui fu organizzato nel 1852 un esperimento d’illuminazione elettrica; la bonifica e conseguente sistemazione idrogeologica delle paludi Sipontine (Manfredonia), di quelle di Brindisi, del bacino inferiore del Volturno e della Terra di Lavoro (Regi Lagni): in quest’ultimo territorio furono restituite al lavoro agricolo 53 miglia quadrate di paludi, realizzati 100 miglia di canali di bonifica, muniti d’argine e controfossi, lungo i quali furono posti a dimora 150.000 alberi; costruite 70 miglia di strade, e furono piantati altri 120.000 alberi che attraversavano la campagna in tutti i sensi.
Ricordiamo inoltre la realizzazione del confine terrestre: col trattato firmato a Roma il 27 Settembre 1840 e ratificato il 15 Aprile 1852 fu stabilita la linea di separazione con l’unico stato confinante, quello Pontificio. Papa Gregorio XVI e re Ferdinando II decisero di posizionare nel terreno ben 686 cippi che partivano da Gaeta sul Tirreno e giungevano fino a Porto d’Ascoli sull’Adriatico.
Erano piccole colonne cilindriche in pietra con incisa sulla sommità la direzione del confine: sul lato dello Stato Pontificio due chiavi incrociate e l’anno di apposizione (1846 o 1847) e verso il regno borbonico un giglio stilizzato ed il numero progressivo della colonnina, crescente verso il nord. Alti un metro, del diametro di quaranta centimetri e del peso di 700/800 chili, i cippi furono realizzati da ambedue i confinanti; e sotto ciascuno di essi fu sotterrata una medaglia di lega metallica recante lo stemma dei due Stati.
Questa semplice, ma allo stesso tempo elegante e civile demarcazione fu abbattuta all’arrivo dei Piemontesi.
Alcuni di essi sono stati di recente restaurati e riposizionati grazie all’opera di un gruppo di ricercatori coordinati da Argentino D’Arpino..
Menzioniamo ancora l’istituzione dei Monti di Pegno e Frumentari in tutto il Regno, veri e propri crediti agrari che prestavano denaro ad interessi bassissimi.
Va ricordata infine la creazione del primo Corpo dei Vigili del Fuoco italiano e l’Istituzione di Collegi Militari quali la Nunziatella.


Conquiste Sociali e Civili

Nelle Due Sicilie ci fu l’istituzione del primo sistema pensionistico in Italia (con ritenute del 2 % sugli stipendi degli impiegati).
Vi era inoltre la più alta percentuale di medici per abitanti in Italia ed il minor tasso di mortalità infantile d’Italia.
Il Regno possedeva i maggiori edifici per l’assistenza ai poveri (a Napoli e Palermo) e il Cimitero delle 366 fosse, a Poggioreale, creato per dare degna sepoltura ai poveri (invece delle fosse comuni, vi erano grandi lapidi, una per ogni giorno dell’anno).
Da ricordare lo Statuto della seteria di S.Leucio, dettato personalmente da Ferdinando I, rifinito dai suoi giuristi nel 1789, che risentiva fortemente delle idee illuministe di Rosseau e che fu magnificato in tutta Europa.
Lo statuto prevedeva, con decenni di anticipo sulle prime normative inglesi del lavoro, diritti e servizi per ogni membro della comunità: casa, attrezzi di lavoro, assistenza medica, istruzione obbligatoria per tutti i bambini dopo i 6 anni, pensione di invalidità e di vecchiaia, mezzi di sussistenza per la vedova e gli orfani dei lavoratori, “nè resti esclusa la femmina dalla paterna eredità ancorché vi siano i maschi”.
Per questi motivi San Leucio fu definita “ repubblica socialista”.
Degna di nota la Convenzione stipulata il 14 febbraio 1838 con l’Inghilterra e la Francia per la lotta contro la tratta degli schiavi.


Le Due Sicilie: da stato feudale a stato centralistico

All’avvento dei Borbone lo Stato era ancora feudale, pieno di uomini chiamati “eccellenza” e “don” [riportati anche negli atti ufficiali].
Si trattava di baroni e di alti prelati che possedevano gran parte delle terre, nelle quali esercitavano addirittura una propria giurisdizione penale e civile.
“I feudatari del regno non avrebbero mai permesso la realizzazione pacifica di una riforma che intaccava una prerogativa della quale essi erano particolarmente gelosi (...) il potere del baronaggio si fondava specialmente sulla grande potenza economica che i suoi rappresentanti avevano realizzato mediante vari strumenti tra i quali il più efficace era certamente la giurisdizione” (36).
Il Sud era inoltre considerato dal Papa uno stato vassallo e Re Carlo, coadiuvato nel governo dal Ministro Bernardo Tanucci (1698-1782), cominciò un’opera di affrancamento da questa secolare sudditanza.
Realizzò un Catasto che permise la tassazione dei beni ecclesiastici (cosa più unica che rara in Europa, non esistendo neanche in Francia).
Stipulò il 2 giugno 1741 un Concordato col Papa in cui venivano ridotti alcuni privilegi del clero, come il diritto di asilo e l’immunità penale.
Nel 1767 estromise i gesuiti dal regno, confiscando i loro beni e trasformando in pubbliche le loro scuole.
Nel 1759, alla morte del fratello Ferdinando VI, Carlo fu proclamato re di Spagna e abdicò in favore del figlio Ferdinando.
Questi continuò l’opera di separazione tra Stato e Chiesa.
Nel 1776 soppresse l’omaggio feudale della Chinea, “una cavalla bianca ingualdrappata, con sopra il basto uno scrigno di denari e gioielli che, dai tempi di Carlo d’Angiò, il re di Napoli ogni anno, il 29 giugno deve al Papa in segno di vassallaggio” (37).
Venne limitato l’esorbitante numero di ecclesiastici (che nel 1786 erano circa centomila, con un rapporto di 1 ogni 48 abitanti) che tra l’altro controllavano l’anagrafe (stato civile, nascita, matrimonio, morte) nonché avevano la funzione di pubblica istruzione.
Con il Concordato del 25 febbraio 1818, scomparve nelle Due Sicilie qualsiasi forma di immunità ecclesiale, furono ridotte le diocesi del Regno e solo 22 di esse erano direttamente soggette alla Santa Sede, nelle altre si affermò il diritto reale di nominare i vescovi.
Nonostante questi provvedimenti, rimase intatta la comune azione tra le Istituzioni e il Clero nei riguardi del mondo culturale, dell’istruzione e dell’assistenza.
La religiosità del popolo meridionale rimase fortissima e scandiva la vita quotidiana del Regno (con le relative funzioni, la recita del rosario, le processioni come quella solenne dell’otto dicembre, festa Nazionale, la tradizione natalizia del presepio).
Alcuni viaggiatori stranieri, di religione protestante, affermavano che si trattasse una “cristianità senza Cristo” perché tutti si affidavano ad un santo per intercedere presso Dio (San Gennaro e Sant’Antonio, solo per citare i due più prestigiosi) (38).
Nel 1798-99 ci fu la prima invasione francese del regno con l’esperienza della Repubblica Napoletana (liquidata dopo pochi mesi dall’insorgenza dei sanfedisti del cardinale calabrese Fabrizio Ruffo) (39); Ferdinando I non ratificò l’abolizione della feudalità, che la Repubblica aveva deliberato sulla carta, per non inimicarsi la Chiesa che tanta parte aveva avuto nell’insorgenza sanfedista.
Seguì la seconda invasione con la decennale occupazione francese ed i re Giuseppe Buonaparte (1806-1808) e Gioacchino Murat (1808-1815).
Terminata l’avventura napoleonica, negli stati tornarono i legittimi sovrani (la Restaurazione).
Nelle Due Sicilie Re Ferdinando I° e i suoi ministri ebbero il merito di lasciare immodificate le innovazioni fatte dai francesi mentre, Piemonte in prima fila, gli altri Stati procedettero ad una politica reazionaria.
Persino Tito Manzi, che era stato un influente esponente del governo del Murat, ebbe ad affermare che, nonostante la presenza nel regno delle truppe austriache fino all’agosto del 1817, Napoli spiccava nel quadro a tinte fosche [della Restaurazione] come la sola capitale italiana dove ci si premurasse con successo di “accrescere la forza del governo” e di migliorare insieme ad essa “la sorte del popolo” (…), di concentrare saldamente il potere nelle mani sovrane e organizzare amministrazioni efficienti e funzionali, dare forza allo Stato, sottrarne ai vecchi corpi privilegiati, la nobiltà e il clero” (40).
L’amministrazione dello Stato, trasformata dai francesi da feudale (con i mille “poteri” periferici baronali ed ecclesiastici) in una fortemente centralizzata, rimase intatta, con sette ministeri a Napoli (Interni, Esteri, Grazia e Giustizia, Affari ecclesiastici, Finanze, Guerra e Marina, Polizia) più un luogotenente generale per la Sicilia, in Palermo, con altrettanti dipartimenti alle sue dipendenze.
L’autorità periferiche era composta da funzionari di nomina Regia, che rispondevano direttamente conto al Ministro dell’Interno.
A capo delle Province (che avevano la dignità delle attuali regioni) vi erano gli Intendenti, affiancati dal Consiglio Provinciale.
I Distretti (corrispondenti alle attuali province) erano guidati dai Vice Intendenti; e dai Consigli Distrettuali.
I Comuni erano amministrati da un Consiglio, chiamato Decurionato (tre decurioni ogni 1000 abitanti), nominati dall’Intendente sulla base di liste di eleggibili (che tenevano conto del censo e delle capacità personali).
Il Consiglio Comunale proponeva ogni tre anni una terna di candidati alla carica di Sindaco.
La scelta veniva quindi eseguita dall’Intendente.
Il sindaco era a capo dell’amministrazione comunale, ed aveva alle sue dipendenze gli impiegati amministrativi, gli addetti ai vari pubblici servizi e il medico condotto.
Quasi tutti i burocrati si erano formati nel decennio di dominazione francese e furono confermati ai loro posti (fu la cosiddetta politica “dell’amalgama”) per non disperdere le competenze.
Si consolidò quindi l’avanzata di classi sociali che non provenivano dalla nobiltà e che ne acquisirono una con le onorificenze dispensate dal Re (come Cavaliere o Commendatore dell’Ordine di San Giorgio della Riunione, istituito nel 1818).
Nel 1819 Ferdinando I incaricò i suoi giuristi di redigere un nuovo Codice Civile e Penale, che ricalcò quello napoleonico (sopprimendo solo pochi articoli, tra cui quelli relativi al divorzio).
Il nuovo codice sancì l’abrogazione della legislazione penale feudale (già effettuata nel 1806 da Giuseppe Bonaparte, fratello di Napoleone e primo Re francese di Napoli).
Le Due Sicilie furono il primo tra gli stati italiani preunitari ad adottare un tale provvedimento (contro il quale le resistenze baronali furono fortissime).


Arte Cultura e Scienza

Dal Settecento, sotto l’impulso dei sovrani regnanti, si assistette alla rinascita culturale e sociale delle Due Sicilie ed al rigoglioso fiorire di studi filosofici, giuridici e scientifici.
Le opere di illustri personalità (solo per citarne alcuni ricordiamo: Della Porta, Giannone, Vico, Filangieri, Pagano, Genovesi, Galiani, Cotugno) furono tradotte in diverse lingue.
Napoli era il più vivace centro di pensiero d’Italia e in Europa era seconda solo a Parigi per la diffusione delle idee dell’Illuminismo.
Lo splendore della Corte e della società napoletana erano proverbiali, e divennero poli di attrazione per le più importanti menti dell’epoca che spesso vi soggiornavano a lungo.
Geni assoluti come Goethe riconobbero nelle classi elevate meridionali una preparazione non comune.
Ebbe a dire Stendhal: “Napoli è l’unica capitale d’Italia, tutte le altre grandi città sono delle Lione rafforzate”.
Era di gran lunga la più grande d’Italia e tra le prime quattro d’Europa, e fu definita come: “la città più allegra del mondo, scintillante di carrozze, quasi non riesco a distinguerla da Broadway, la vera libertà consiste nell’essere liberi dagli affanni ed il popolo pare veramente aver concluso un armistizio con l’ansia e suoi derivati” (41).
Il Regno vantava quattro università: quella di Napoli, fondata da Federico II nel 1824, quelle di Messina e Catania, rinnovate dai Borbone e la neonata università di Palermo.
A Milano la prima università, il Politecnico, fu fondata solo nel 1863 ed il primo ingegnere si laureò nel 1870.
Al tempo della nascita dello Stato Italiano, il numero degli studenti napoletani era maggiore di quello di tutte le università italiane messe assieme (che ne avevano un totale di appena 6504).
A Napoli furono istituite la prima cattedra universitaria al mondo di Economia Politica con Antonio Genovesi (1754) e le cattedre di psichiatria, ostetricia e osservazioni chirurgiche.
Notevole importanza scientifica godeva l’Orto Botanico che forniva le erbe mediche alla Facoltà di Medicina.
Nella facoltà di Giurisprudenza nacquero l‘Istituto della Motivazione delle Sentenze (Gaetano Filangieri, 1774), il primo Codice Marittimo Italiano ed il primo Codice Militare.
I giornali milanesi erano ancora fogli di provincia, mentre quelli napoletani facevano e disfacevano i governi.
Le case editrici napoletane pubblicavano il 55% di tutti libri editi in Italia (42).
L’Osservatorio Sismologico (1° nel mondo) del Vesuvio, con annessa stazione meteorologica, fu fondato dal fisico Macedonio Melloni e sviluppato da Luigi Palmieri.
Palermo vide l’illustre opera dell’astronomo Giuseppe Piazzi, curatore dell’Osservatorio astronomico fondato nel 1801 e scopritore del primo asteroide battezzato “Cerere Ferdinandea”.
La capitale siciliana ebbe il suo splendido Orto Botanico, e “la Real Ccasa dei Matti”, il primo manicomio in Europa, per opera del Barone Pisani e sotto il patrocinio dei Borbone, dove i malati venivano trattati umanamente e non più segregati come bestie furiose.
Furono aperte: Biblioteche, Accademie Culturali (la più famosa l’Ercolanense, fondata nel 1755), il Gabinetto di Fisica del Re ed erano organizzati frequenti Congressi Scientifici.
Per quanto riguarda la musica fino al Settecento l’Italia era vista da tutti i musicisti europei con un particolare atteggiamento di rispetto, in Italia, nel Seicento, era nata l’opera che nel corso degli anni aveva conquistato tutti i più grandi teatri; operisti italiani componevano presso tutte le corti d’Europa e gli stessi musicisti stranieri scrivevano opere in lingua italiana, tanto si identificava allora il melodramma col paese che ne era stato la culla.
Non molto diversa era la situazione per la musica strumentale, i Conservatori e le Accademie italiane erano i più celebri in assoluto e un musicista non poteva affermare di possedere una preparazione completa senza aver compiuto un viaggio d’istruzione in Italia (…)
La penisola era considerata quasi una terra promessa per ogni compositore” (43) e Napoli era considerata la Regina mondiale dell’Opera.
Basta ricordare che il Teatro di San Carlo è il più antico teatro lirico d’Europa: fu inaugurato il 4.novembre 1737 dopo soli 8 mesi dall’inizio della sua costruzione (ben 41 anni prima del teatro della Scala di Milano e 51 anni prima della Fenice di Venezia).
Non ha mai sospeso le sue stagioni, tranne che nel biennio 1874-76, a causa della grave recessione economica di quegli anni.
Subì un grave incendio nel 1816 e fu ricostruito in dieci mesi.
Re Ferdinando I lo volle “com’era e dov’era” (proviamo a fare il confronto con le storie dei nostri giorni: gli incendi del Petruzzelli di Bari e della Fenice di Venezia....).
Anche se non tutti i Borbone amavano la lirica, furono senz’altro dei grandi mecenati tanto che il teatro San Carlo attrasse l’attenzione di tutta la società colta europea, colpita dalla creatività della Scuola musicale napoletana, sia nel campo dell’opera buffa che di quella seria: basti ricordare i nomi di Porpora, Piccinni, Jommelli, Cimarosa, Paisiello (autore quest’ultimo, nel 1787, su commissione di Ferdinando IV, dell’Inno Nazionale delle Due Sicilie).
A Napoli guardavano come culmine della loro carriera musicisti del livello di Bach e Gluck.
Tra i grandi compositori italiani ricordiamo la triade Rossini-Bellini-Donizetti, che fiorì tra il Conservatorio di Napoli ed il teatro San Carlo.
Quest’ultimo divide con la Scala di Milano il primato della più antica scuola di ballo italiana, mentre è nel 1816 che vi nasce la Scuola di Scenografia diretta da Antonio Niccolini.
“Vuoi tu sapere se qualche scintilla di vero fuoco brucia in te? Corri, vola a Napoli ad ascoltare i capolavori di Leo, Durante, Jommelli, Pergolese.
Se i tuoi occhi si inumidiranno di lacrime, se sentirai soffocarti dall’emozione, non frenare i palpiti del tuo cuore: prendi il Metastasio e mettiti al lavoro il suo genio illuminerà il tuo” (44).
I Conservatori musicali (quello di San Pietro a Majella era considerato il più prestigioso del mondo), l’Accademia Filarmonica e la Scuola Musicale Napoletana erano i massimi riferimenti per gli artisti dell’epoca ; la Canzone Napoletana a Piedigrotta (“Te voglio bene assaje”, “Luisella”, “Santa Lucia”, “Tarantella”) si diffuse in tutto il mondo.
A Napoli, ogni sera, erano aperti una quindicina di teatri, mentre a Milano non tutte le sere c’era un teatro aperto (45).
Per le belle arti ricordiamo: la Scuola pittorica di Posillipo (Gigante, Smargiassi, Vianelli, Fergola, Palizzi), le formidabili testimonianze architettoniche come i Palazzi Reali (Reggia di Napoli, Portici e Caserta; Palazzina Cinese e Ficuzza a Palermo), il Casino del Fusaro, l’acquedotto Carolino, la masseria il Carditello, San Leucio.
Ricordiamo l’interesse per l’archeologia con l’avvio degli Scavi di Ercolano e Pompei, iniziati nel 1738 per volere del primo re Borbone Carlo III, dopo un ritrovamento durante i lavori di restauro di una cisterna di un casale. Da allora, intorno al nome di Ercolano e Pompei (scoperta nel 1748) è prosperato un mito che continua a sedurre coloro che si spingono all’ombra dello “sterminator Vesuvio”.
“Si può ben dire che la scoperta di Ercolano e Pompei non si limitò a rivoluzionare l’archeologia e la storia del mondo antico, ma segnò in modo indelebile anche la civiltà europea. Non ci fu intellettuale, erudito, scrittore o artista che non sentisse il fascino di quel che stava rendendo al mondo il ventre del Vesuvio (…) De Brosses, Goethe, Melville, Mark Twain (…) fu una vera e propria frenesia (…) da quel fuoco nacque nell’Europa dei Lumi quella che si indica come civiltà neoclassica: così come la scoperta dalla Domus Aurea era nato il Rinascimento (…) le vestigia che venivano alla luce vennero sistemate temporaneamente nella nuova Villa Reale di Portici e più tardi trasferite, in solenne corteo, a Napoli nel Museo Archeologico”(46) (oggi Museo Nazionale). Fu istituita l’Officina dei Papiri, un laboratorio che si occupava del recupero e restauro dei reperti provenienti dagli scavi d’Ercolano “Re Carlo III già nel 1755 aveva emanato un bando in cui si prescriveva la tutela del patrimonio artistico delle Due Sicilie che prevedeva anche pene detentive per chi esportava o vendeva materiale d’epoca; esso fu rinnovato da Ferdinando I nel 1766, nel 1769 e nel 1822. Nel 1839 Ferdinando II nominava una “Commissione di Antichità e Belle Arti” per la tutela e la conservazione dei beni (47).

 





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Martedì   4 Agosto : 2009

COLLEGATA: La questione meridionale

3° parte -  9° Articolo



Vi sembra un Regno decadente in stallo?


… e per concludere :

Come risultò dalla Esposizione Internazionale di Parigi del 1856, Le Due Sicilie erano lo Stato più industrializzato d’Italia ed il terzo in Europa, dopo Inghilterra e Francia.
Dal censimento del 1861 si deduce che, al momento dell’Unità, le Due Sicilie impiegavano nell’industria ad una forza-lavoro pari al 51% di quella complessiva italiana (1).
I settori principali erano: cantieristica navale, industria  siderurgica, tessile, cartiera, estrattiva e chimica, conciaria, del corallo, vetraria, alimentare.
Nel periodo borbonico (1734-1860) la popolazione si era triplicata ad indicare l’aumentato benessere, relativamente ai livelli di quei tempi.
Nel 1860 vi erano poco più di nove milioni d’abitanti e la parte attiva era circa il 48%.
Le Due Sicilie erano lo Stato italiano preunitario più esteso: comprendeva tutto il Sud dell’Italia, la Sicilia, l’Abruzzo, il Molise e la parte meridionale dell’attuale Lazio.
La sua storia era cominciata nel 1130 con l’unificazione compiuta da Ruggero II° d’Altavilla.
Il regno durò quindi 730 anni (!), durante i quali i suoi confini rimasero in pratica invariati.
Le dinastie che si susseguirono ebbero origini straniere e questo avvenne per l’oggettiva incapacità di generarne una propria, ma occorre rilevare che i sovrani divennero in breve dei Meridionali a tutti gli effetti, assumendone la lingua e le usanze (2).
Dopo l’Unità, la classe liberale meridionale contribuì a seppellire sotto una valanga di mistificazioni gli aspetti positivi del Regno delle Due Sicilie, per giustificare la propria adesione alla causa unitaria.
Francesco Saverio Nitti ai primi del 1900 rilevava: “Una delle letture più interessanti è quella dell’Almanacco Reale dei Borboni e degli organici delle grandi amministrazioni borboniche.
Figurano quasi tutti i nomi di coloro che ora esaltano più le istituzioni nostre (del regno d’Italia) o figurano, tra i beneficiati, i loro padri, i loro figli, i loro fratelli, le loro famiglie (3)”.
In realtà l’opera dei sovrani meridionali fu per molti versi meritoria: con loro il Sud non solo riaffermò la propria indipendenza ma vide un indiscutibile progresso dell’economia, lo sviluppo del commercio ed il fiorire dell’industrializzazione.
All’epoca di Francesco II°, l’ultimo Re dai denigratori ingiuriato “Franceschiello”, l’emigrazione era sconosciuta, le tasse molto basse come pure il costo della vita, il tesoro era floridissimo.
In campo culturale Napoli contendeva a Parigi la supremazia europea.
La storiografia ufficiale continua ancora a sostenere che, al momento dell’unificazione della penisola, fosse profondo il divario tra il Mezzogiorno d’Italia e il resto dell’Italia: Sud agricolo ed arretrato, Nord industriale ed avanzato.
Questa tesi è insostenibile a fronte di documenti inoppugnabili che dimostrano il contrario, ma gli studi in proposito, già pubblicati all’inizio del 1900 e poi proseguiti fino ai giorni nostri, sono considerati dai difensori della storiografia ufficiale, faziosi, filoborbonici, antiliberali e quindi non attendibili (4)”.
In realtà la Questione Meridionale, tutt’oggi irrisolta, nacque dopo e non prima dell’unità.
La politica economica dei sovrani meridionali fu improntata a diversificare l’economia, allora prevalentemente agricola come nel resto d’Italia e di gran parte d’Europa, favorendo lo sviluppo dell’industria, dell’artigianato e del terziario.
Come in altri Stati, anche le Due Sicilie adottarono un iniziale sistema di protezione doganale, che consolidò la nascente industrializzazione, permettendole di raggiungere dimensioni tali da reggere il confronto con il mercato.
In tale prima fase, l’obiettivo di Ferdinando II era quello di avere un’industria in grado di soddisfare la domanda interna, per limitare al massimo le importazioni e quindi la dipendenza dall’estero.
Il protezionismo fu poi gradualmente mitigato dal 1846 per inserire l’industria, ormai matura, nel meccanismo del commercio europeo: al posto delle vecchie barriere doganali, si strinsero numerosi trattati commerciali.
Grazie alla guida di Ferdinando II già nel 1843 gli operai e gli artigiani raggiunsero il 5% dell’intera popolazione occupata (il 7 % alla vigilia dell’Unità), con punte dell’11% in Campania che divenne la regione più industrializzata d’Italia.
Complessivamente, per quanto riguarda la parte continentale del Regno, nel 1860 vi erano quasi 5000 opifici.
All’epoca era il datore di lavoro a fissare salario ed orario, e il ceto operaio del Sud fu il primo in Italia ad acquisire coscienza, reclamando aumenti salariali e migliori condizioni di lavoro (5).
In occasione del Congresso degli Scienziati, tenutosi a Napoli nel 1845, si cercò di arginare le rivendicazioni affermando che essendo nelle Due Sicilie “più facile e meno caro il vitto, non è il caso di apportare variazioni salariali (6)”.
Al momento dell’Unità la bilancia commerciale del Regno delle Due Sicilie presentava un bilancio era attivo di 35 milioni di ducati (pari a circa 560 milioni di Euro) (7).
Sempre nel 1861 la percentuale dei poveri nel Sud era pari al 1,34% (come si ricava dal primo censimento ufficiale) in linea con quella degli altri stati preunitari. Per attuare la sua politica di sviluppo, Ferdinando II creò grandi aziende statali, ma incentivò anche il sorgere di aziende con capitale suddiviso in azioni di piccolo taglio, per coinvolgere nella proprietà anche i ceti medi.
Nel 1851 fu istituita la “Commissione di Statistica generale pe’ reali domini continentali” allo scopo di guidare la politica economica del Paese, cui si affiancavano le Giunte Statistiche costituite in ogni provincia e circondario.
Altra importante istituzione governativa fu l’Istituto d’Incoraggiamento che incentivava l’iniziativa degli imprenditori privati.
Da parte sua il Ministero dei Lavori Pubblici si dedicò allo sviluppo delle comunicazioni interne: di fronte ad una simile politica economica, capitali e imprenditori, nazionali ed esteri, accorsero nel Regno.
La critica liberistica ha denunziato gli elevati costi di produzione dell’industria statale delle Due Sicilie, sottacendo l’organica visione dell’economia ferdinandea, in cui si privilegiava lo sviluppo occupazionale senza spostare le masse dai luoghi di origine.
Lo sviluppo guidato dallo Stato rappresentò un modello originale, e per certi versi pericoloso, in quanto metteva in crisi le logiche meramente liberiste, all’epoca prevalenti.
Per questo motivo la propaganda liberale si scagliò contro tale modello di sviluppo.
Il rapporto privilegiato del Re con i ceti popolari fu presentato come paternalismo che, assieme al protezionismo, fu bollato dalla storiografia ufficiale quale espressione di una politica miope e retrograda.
Si trattò di un modo per nascondere la verità, ad uso e consumo dei vincitori: i proprietari terrieri, eredi del feudalesimo, e la inconcludente borghesia dei “paglietti” contro di cui Ferdinando II aveva invano combattuto.

 





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Venerdì   7 Agosto : 2009

COLLEGATA: La questione meridionale

e per concludere ...



I patrioti vinti, furono deportati a Fenestrelle Image ,
sulle Alpi torinesi, e lasciati morire come cani


Vae victis! e così fu anche per i patrioti che combatterono accanitamente per difendere lo Stato delle Due Sicilie!

Alla soccombenza furono fatti priginieri o arrestati quali militari combattenti  o come civili favorevoli ai Borboni e trasferiti in Piemonte nella tristemente nota Fortezza Fenestrelle da sempre conosciuta come un vero inferno per la sua ubicazione sulle cime delle Alpi piemontesi e la cui funzione alla nascita era di estremo baluardo a difesa del territorio piemontese.

Una carcerazione inumana al limite della sopportazione.

Il freddo tremendo dell’inverno piemontese li ha colti impreparati dal momento che erano stati arrestati e colà trasferiti in periodo autunnale quando al Sud la temperatura è ancora quasi estiva.

La fame, le malattie, la debilitazione fisica e morale hanno fatto il resto e questi uomini sono morti nell’indifferenza dei carcerieri quasi aguzzini.

In quanto alle nuove terre strappate al Regno delle due Sicilie è stata iniziata una campagna di destablizzazione e sdraricamento delle popolazioni.

Fabbriche chiuse o trasferite, e quelle che sono rimaste aperte hanno occupato esclusivamente personale sceso dal Nord.

Addirittura nelle ferriere di Mongiana non lavorarono più indigeni ma operai scesi dal Piemonte, valdesi ecc, tanto che ancora oggi esiste in provincia di Cosenza, sulla costa tirrenica un paese che si chiama Guadia Piemontese ove si parla comunemente il valdese.

Ebbene ... sic tansit gloria mundi ... e così finisce l’epoca del Regno delle due Sicilie, terra in cui tutti vivevano bene ed accettavano di buon grado persone provenienti da altre regioni italiane scese fin qua per trovare il benessere sognato.

Finisce la lunga epoca aurea del Regno di Napoli ed inizia la tristissima storia dell’emigrazione dal Meridione verso molti Stati euorpei e, soprattutto, verso le Americhe.

E’ nata così la “questione meridionale”! da tutti discussa, da tutti sperticatamente identificata come problema principe, ma a tutt’oggi, dopo ben 150 anni ... rimasta immutata.

A Torino esiste una associazione, la “Due Sicilie” (Associazione Due Sicilie di Torino - Via Principe Tommaso, 33 - 10125 Torino - Tel. +39 347 039 8569 -  e-mail:     ) che si preoccupa di onorare questi eroi e tenta di evitare che il grande mantello dell’oblio li possa coprire e far dimenticare.


Descrizione del Forte Tavernelle

Le Valli Chisone e Germanasca, che sono state per molti anni linee di frontiera, conservano i resti di fortificazioni sia sul versante italiano che su quello francese.

Tra tutte queste spicca il Forte di Fenestrelle, unico in Europa ad essere completamente attraversato da una scala coperta di 4000 gradini, percorribile su un dislivello di circa 650 metri in ogni condizione atmosferica.
Si può dire che è stata la Dakau italiana per i deportati dal Regno delle due Sicilie.

Il Forte di Fenestrelle è il monumento simbolo della Provincia di Torino e negli ultimi anni l’Ente si è impegnato moltissimo per la sua valorizzazione.

La scalinata del Forte congiunge tre costruzioni militari: San Carlo, Tre Denti e Delle Valli, includendo al suo interno le polveriere, le ridotte e le cannoniere, articolazioni di questo enorme complesso di oltre un milione di metri quadri.
 
Dopo anni di incuria, la fortezza è stata riaperta al pubblico dagli anni ’90, grazie all’opera di volontari della Pro-loco del Comune di Fenestrelle.
 
Nel 2002 l’Associazione Progetto San Carlo Onlus ha ottenuto dal Demanio la concessione del Forte e ha realizzato, in collaborazione con molti Enti e Fondazione tra cui la Provincia di Torino, le opere per la messa in sicurezza dei luoghi e il recupero di tutta la struttura

 





Un popolo che non gode di una stampa libera è un popolo di ectoplasmi
 
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