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BRESCIA: Ieri, oggi e domani :: Il Settecento bresciano
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Il Settecento bresciano
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Domenica 15 Marzo : 2009 da quiBrescia di Sergio Re

Storie bresciane

Il Settecento bresciano

1 - Lo Stato veneziano di terra
Nel 1796 la vittoriosa campagna d'Italia del giovane generale corso Napoleone Bonaparte portò nel Nord del nostro paese l’onda lunga della rivoluzione francese. Esplose la voglia dei bresciani di affrancarsi da una Venezia sempre più in decadenza e la notte del 17 marzo 1797 trentanove congiurati riuniti nel Palazzo Poncarali di corso Magenta (dove oggi c’è il liceo Arnaldo) prepararono l'insurrezione giurando di "vivere liberi o morire".

La città, dove la guarnigione veneta restò chiusa nelle caserme, fini subito in mano ai ribelli, mentre in provincia (nelle valli e sul Garda) per cacciare i veneziani dovettero intervenire i soldati francesi. La piccola repubblica indipendente di Brescia durò otto mesi: si dotò di stendardo tricolore, battè moneta e armò anche una guardia nazionale. Nell'ottobre 1797, con il trattato di Campoformio fra Austria e Francia che ridusse Venezia sotto il dominio degli Asburgo, la nostra città entrò a far parte della nuova Repubblica Cisalpina.
Ma a questi eventi non si era arrivati per caso. Cos’era cambiato da quando i nobili bresciani nel 1426 avevano giurato entusiastica fedeltà alla Serenssima? Le premesse stanno tutte nel lento ma inesorabile declino veneziano, che culminò con la crisi del Settecento. Eccone il racconto. In quattro puntate.


Venezia, si sa, è una città straordinaria, forse per questo siamo abituati ad essere indulgenti nei suoi confronti e a ritenere idilliaca la storica convivenza con Brescia nei quasi quattro secoli di vita in comune.
Se però ci soffermiamo a osservare il momento del suo tragico declino, la rapidità con cui buona parte della nobiltà bresciana si schierò sul versante francese evidenzia inequivocabilmente un attrito sotterraneo che doveva covare tra le due città già da molto tempo.

L’entusiasmo per il Leone di San Marco e la decadenza

1 a - anonimo - pianta della città del 1722
Image È vero che Brescia, per mano di 284 cittadini, cum bono et pleno consensu giurò fedeltà nel 1426 al Serenissimo Veneto Dominio - come rogato dal notaio Malvezzi - ma bisogna ripercorrere il seguito di questa storia, per individuare le difficoltà nelle relazioni politiche ed economiche intessute tra le due realtà sociali, quella bresciana e quella veneta, che portarono a favorire l’esplosione degli avvenimenti napoleonici.
Senza almeno un accenno alla complessità di queste relazioni e al senso di frustrazione che permeava l’aristocrazia locale, si stenterebbe a capire quella spontanea e fervorosa adesione di buona parte della nobiltà e della borghesia al vento novatore che soffiava da occidente e che, nonostante la florida situazione di esenzioni e di privilegi, sospinse l’antico alleato di Venezia ad atterrarne gli stendardi e ad abradere dagli stemmi cittadini anche il solo ricordo del leone di San Marco.

I bresciani del Maggior Consiglio
Ma più precisamente chi erano questi nobili che si erano sollevati e da chi o da che cosa ricevevano il crisma della loro autorità? Era tutta nobiltà di blasone o traeva l’ascendente e la dignità da istituti locali?
In questo senso ci soccorre chiaramente un documento del 1776 nel quale i deputati cittadini definiscono senza ombra di dubbio che nobile di questa città non si considera chi non è di famiglia ascritta a questo Consiglio.
E qui va detto che i deputati si riferiscono chiaramente ai componenti del Maggior Consiglio, che in città era lo strumento propulsore della vita amministrativa e che già alla fine del secolo XV si era chiuso a riccio, dosando parsimoniosamente l’accesso di forze nuove, per tutelare in modo esclusivo l’ereditarietà del titolo.

Prima regola: non aver mai lavorato

L’egoistica preoccupazione emerge chiaramente nel seguito dello stesso documento che elenca i requisiti indispensabili de’quali deve far prova chiunque desidera far acquisto della nobiltà (…) trasmissibile a suoi discendenti.
1 b - giovane gentiluomo
Image L’aspirante deve avere genitori bresciani (o almeno originari del Serenissimo Dominio), nati da un matrimonio legittimo, deve avere più di trent’anni di età, la sua famiglia deve aver goduto di stabile dimora in Brescia da almeno cinquant’anni e soprattutto né l’eventuale aspirante, né alcuno della sua famiglia, doveva essere infetto di arte meccanica, il che significa che non doveva aver mai lavorato.

Una casta chiusa, preoccupata dei propri privilegi

Soddisfatti questi ed altri requisiti - il cui tenore si manteneva sulla medesima caratura - la candidatura poteva venir accettata e sottoposta alla votazione del Maggior Consiglio dal quale si poteva ottenere una approvazione solo con la maggioranza di almeno i due terzi dei voti.
Quali le probabilità e quali i costi di una simile operazione si può immaginare, se si pensa che il Maggior Consiglio era anche detto il Consiglio dei 500, dal numero massimo dei suoi componenti, che comunque nel 1796 erano 422.
Nobiltà quindi come classe sociale a tutti gli effetti chiusa, quasi come una casta, che difendeva con determinazione i privilegi del gruppo, che cercava di insinuarsi in tutto il territorio e di proporsi quale tramite di governo con Venezia, mentre accanitamente difendeva i privilegi individuali, moltiplicava fraudolentemente le esenzioni, si defilava e soprattutto scaricava - mediante un sistema fiscale perverso - la maggior parte della esosa tassazione veneta sulle spalle del contado e in definitiva di una classe socialmente ed economicamente più debole.

Taglieggiati dal Fisco della Serenissima
Va detto a questo proposito che proprio nel XVIII secolo la situazione tributaria del territorio era giunta ad un grado estremo di infamia.
Gli estimi erano lo strumento attraverso il quale Venezia proporzionava le gravezze o le taglie - come si chiamavano al tempo le imposte ordinarie e quelle straordinarie - in funzione dei redditi individuali.
Purtroppo il sistema fiscale era largamente approssimativo e l’esazione non si basava su un rapporto diretto tra fisco e contribuente. Venezia si limitava a reclamare di volta in volta dalla camera fiscale cittadina l’ammontare complessivo dell’imposta per un determinato periodo, gli importi richiesti venivano quindi suddivisi tra i vari corpi contribuenti che comprendevano la città, il territorio, il clero e le terre separate, in funzione degli estimi globali.
I singoli corpi provvedevano, sempre con lo stesso criterio, a redistribuire il carico fiscale agli eventuali organismi inferiori, fino a raggiungere l’ultimo livello della vera e propria suddivisione tra i soggetti delle proprietà che dovevano - sempre basandosi sui propri estimi - coprire l’intero ammontare della cifra.

Gli estimi aggiornati ogni cinquant’anni

1 c - piazza del duomo
Image È chiaro che, per un’equanime distribuzione delle imposte, gli estimi avrebbero dovuto rispecchiare il più possibile la realtà patrimoniale di ogni cittadino e che per questo si sarebbero dovuti aggiornare con tempestività, seguendo fedelmente con la registrazione i movimenti e i trasferimenti delle proprietà.
La periodicità degli aggiornamenti, almeno nel Cinquecento, ebbe una cadenza di quindici o venti anni, un lasso di tempo discreto e ragionevolmente sollecito, garanzia quindi di una certa equità. Ma molti ci misero poco a capire il meccanismo e a protrarre artificiosamente i tempi di aggiornamento degli estimi, che nel Settecento per esempio - vennero riveduti solamente due volte.
Il fatto è che, nel lasso di tempo che intercorreva tra un aggiornamento e quello successivo, la geografia delle proprietà mutava spesso sensibilmente, soprattutto in presenza di una situazione politica incerta come quella settecentesca.
I proprietari del contado tendevano per esempio a richiedere lo status di cittadini, riconoscimento - difficile, ma non impossibile - che al prestigio della nuova immagine aggiungeva la fruizione di notevoli agevolazioni ed esenzioni.

La proprietà delle terre dal contado alla città
Ma anche i cittadini, già proprietari di terre nel contado, cercavano di estendervi i loro possedimenti impegnando i grossi capitali frutto dei lucrosi commerci. Già il Da Lezze nel suo Catastico del 1609, notava che se a metà del secolo XV gli abitanti del contado erano proprietari di circa i 2/3 dei loro territori, all’inizio del XVII secolo la loro quota di proprietà si era ridotta a 1/4 del totale.
L’effetto perverso di questo "inurbamento" delle proprietà territoriali del contado fu duplice. Direttamente depauperò i residenti del territorio, sottraendo la terra al loro lavoro, ma indirettamente costituì anche una sorta di mimetizzazione delle terre il cui valore patrimoniale seguiva il proprietario nel territorio di residenza, dove sarebbe però comparso solo nell’estimo successivo.
Ciò di fatto scaricava sulle spalle degli altri proprietari il prelievo fiscale ancora commisurato ai vecchi estimi, mentre il crescente fabbisogno di denaro e la consapevolezza di non riuscire a rastrellarlo con le imposte dirette, sollecitava Venezia a inasprire la tassazione sui consumi, con una moltiplicazione di dazi che incidevano maggiormente sulle spese della parte meno abbiente della società.

E c’era anche il trucco di tagliare il valore catastale

1 e - caccia
Image Questo meccanismo iniquo, subdolamente avviato e reso operativo dalle classi abbienti, venne inoltre molto spesso integrato dai proprietari con il ricorso a una vera e propria frode.
Favoriti dalla difficoltà di ricorrere a riscontri catastali, nel giro dei diversi passaggi i titolari delle proprietà dequalificavano artificialmente i valori delle proprie pertinenze, sia registrandole per importi inferiori sia, più semplicemente, dimenticando di applicare i valori correttivi di aggiornamento.
Queste truffe, favorite dal prestigio e dall’autorità dei soggetti fiscali, vennero chiaramente denunciate a Venezia dal Lando, rettore in carica nel 1611, il quale nella sua relazione metteva chiaramente in luce che molti di quelli che godono privileggi, sono andati dilatando a poco a poco l’essentioni loro et altri ancora senza havere realmente privileggi, si sono usurpati sotto vari pretesti, titoli di essenti et portato innanti colla autorità di intimorire li daciari, che hanno taciuto et assentito col silentio al pregiudicio, senza fare da loro la essatione, non havendo questi ardire di parlare dove si tratti di persone potenti.

Brescia, ottimo investimento per Venezia
Si può osservare che di fatto, nella sua articolata burocrazia - che pure aveva attuato complicatissimi sistemi di garanzie e di controllo per impedire nella stessa Venezia il consolidamento di supremazie particolaristiche - ai nobili cittadini bresciani non fu mai concessa la totale e insindacabile supremazia sul territorio.
Nella realtà però - pur mediata dalle garanzie offerte ai nobili del contado che a tempo debito ne saranno riconoscenti a Venezia - la città, rappresentata dai suoi nobili, venne gradatamente acquisendo una sempre maggiore capacità di controllo economico sul circondario regionale.
L’effetto purtroppo non riuscì ad avere natura propulsiva, ma solamente elusiva di quei controlli, dazi e balzelli che furono l’antiquato sistema di vigilanza economica e politica che la burocrazia veneta seppe istituire nella terraferma.
D’altro canto, proiettatosi nell’entroterra dopo un’infinita serie di comprensibili e controverse diatribe tra due partiti, dei quali uno nasceva dalla secolare dimestichezza con il mare e culminava nell’adagio coltivar el mar e lassar star la tera, la città lagunare vi trovò - almeno nel caso bresciano - un cospicuo interesse economico.
Brescia si rivelò suddita fedele oltre che investimento lucroso, se è vero che rendeva al fisco veneziano un quarto di tutti i possedimenti di terraferma. Tuttavia Venezia non ricambiò la città lombarda con altrettali cortesie, trattandola né più, né meno, alla stessa stregua dei territori che aveva conquistato con le armi.

I mercanti di mare, ignoranti di terra e d’industria

1 d - dazi
Image Città marinara e soprattutto città di mercanti, repubblica oligarchica, ormai sull’onda del declino quando - poco dopo l’annessione del bresciano - i flussi delle merci si spostarono dal Mediterraneo orientale all’Oceano Atlantico, all’apertura delle vie verso l’occidente americano Venezia con il suo pesante apparato burocratico non riuscì a valorizzare l’industriosità bresciana supportandola con scelte e decisioni moderne.
Che cosa ne potevano capire i mercanti veneziani della campagna? Il patrizio veneziano era uomo di mare e non aveva vocazione industriale, era diventato nobile accumulando ricchezze con il commercio ed arrivava alla politica in età avanzata, quando non poteva più permettersi di valicare i mari per curare gli interessi dei suoi fondachi orientali.
La campagna era per lui solo un investimento di capitali, una bella villa, l’emblema di uno status sociale. Che ne sapevano questi uomini delle industrie manufatturiere, delle cartiere, delle fucine e delle fabbriche d’armi che la secolare tradizione triumplina poteva fornire? Che ne sapevano della costante necessità di mantenere efficienti le vie di comunicazione terrestre?

Da qui il declino delle aziende bresciane
Così, sull’onda di queste ignoranze si intensificarono sempre più veti, proibizioni e un inutile appesantimento dei dazi che - come conseguenza - comportò soltanto un intenso traffico di contrabbandi, intesi sia come transito di merci al di fuori dei canali ufficiali, sia come accordi fraudolenti con le guardie daziarie che, facilmente corruttibili, agevolavano l’elusione dei controlli.
Il sistema purtroppo non fece che incoraggiare lo spopolamento delle aziende bresciane, assecondando il trasferimento delle maestranze più intraprendenti verso altri territori.
A Brescia i traffici mercantili, in prevalenza sostenuti dalla produzione di seta, ferro e conseguentemente armi, sarebbero stati naturalmente rivolti verso il nord, ma anche questa aspirazione venne sistematicamente mortificata.
E mal tollerarono i bresciani il forzoso ricentramento degli interessi sull’Adriatico che, difficile da raggiungere lungo una rete stradale sconnessa e priva di manutenzione, si rivelava ogni giorno più dispendioso per il moltiplicarsi delle imposizioni daziarie.

(1/continua)

 





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- Horacio Verbitsky
 
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Domenica 22 Marzo : 2009  di Sergio Re da quiBrescia

Storie bresciane

Il Settecento bresciano

2: la frattura tra politica e amministrazione
Sulla crisi del Settecento che portò alla caduta della Serenissima, sancita dal trattato di Campoformio tra il generale francese Napoleone Bonaparte e gli Asburgo, e sui suoi effetti nei possedimenti bresciani di Venezia, pubblichiamo la seconda di quattro puntate.

Se i possedimenti di terraferma furono trattati da Venezia alla stregua di colonie la nobiltà che li governava venne di fatto considerata quasi parente bastarda della nobiltà veneziana. E fu questa una colpa gravissima che da subito creò nella politica una faglia invalicabile tra il ceto dirigente veneziano e quello bresciano, una frattura che ogni azione di governo successiva contribuì ad allargare.

Il controllo restava in mano alla Serenissima
3f - piazza della loggia
Image Ai bresciani spettò la gestione amministrativa del loro territorio e a Venezia il controllo militare, quello fiscale e l’amministrazione della giustizia. Tre pilastri quindi, per una vigilanza che restava saldamente in mano alla Dominante tramite i suoi due rettori, il Capitano (cui facevano capo l’esattoria e il coordinamento delle scolte militari) e il Podestà (con l’incarico di amministrare la giustizia penale e civile).
La possibilità per la nobiltà bresciana di venir riconosciuta ed ascritta nel libro d’oro della nobiltà veneta era più teorica che reale, nel senso che in 400 anni di storia solo cinque famiglie cittadine riuscirono a varcare quella soglia, ma il costo dell’operazione - secondo un antico principio mercantile ogni cosa a Venezia aveva un prezzo ed era quindi acquistabile - era così esasperatamente esagerato che alle soglie del XIX secolo, quando Venezia, fantasma di antichi allori ed economicamente stremata, bandì un nuovo ampliamento della sua nobiltà, molti patrizi del Territorio si defilarono, ritenendo ingiustificato l’esborso richiesto.

Una strada tra Broletto e Loggia
2 a - broletto - ingresso principale
Image La separazione che correva quindi tra Brescia e Venezia era la separazione che intercorreva tra la politica e l’amministrazione. Una separazione sottolineata anche topograficamente poiché Venezia - da subito - insediò i suoi rettori nel Broletto, che era la sede storica del potere (prima quello comunale e poi quello visconteo), luogo a questo deputato per eccellenza, arroccato tra due alte pareti di pietra che scendevano dal castello e raggiungevano il punto centrale sul lato sud delle mura cittadine, costituendo praticamente un fortilizio all’interno delle già solide mura bresciane.
Era il tempo in cui invece le magistrature cittadine vagavano ancora alla ricerca di una sede degna, accolte ora da una chiesa, ora dal senso di ospitalità di qualche palazzo nobiliare. E sarà proprio Venezia a caldeggiare la costruzione di quella Loggia che ne diverrà la sede naturale.
Così come Venezia caldeggerà anche il taglio della Strada Nuova - la attuale via Cesare Beccaria - aperta sulla parete est della piazza per collegare idealmente i due palazzi (la Loggia e il Broletto), ma per sottolineare forse, con maggiore risolutezza, la necessità di un collegamento (ovviamente di dipendenza) tra il potere veneto e quello locale.

La decadenza di Venezia, senza soldi nè armate
Se mai però Venezia si era illusa di riuscire a inscatolare l’intraprendenza della nobiltà bresciana, concedendole un impero virtuale che di fatto si era poi tradotto in una infinita serie di soprusi fiscali perpetrati con egoistica sottigliezza ai danni dei più deboli, sicuramente si era sbagliata.
E sarà proprio nel secolo XVIII che si rovesceranno queste certezze. Già la decadenza politica stava scivolando nella città lagunare lungo una china che l’avrebbe condotta inarrestabilmente alla rovina.
Piazza San Marco si era ormai trasformata nell’epicentro della vita gaudente europea, la politica dei dogi era soverchiata dalla politica che le astute cortigiane giocavano nelle alcove e molti nobili, caduti in disgrazia, si affollavano sulle porte dei conventi francescani per mendicare una minestra calda.
L’epitaffio della gloriosa Repubblica verrà involontariamente tracciato da Paolo Renier, penultimo doge, quando sconsolatamente affermò: "Noi non abbiamo più armate, né di terra, né di mare. Non abbiamo alleati. Speriamo solo nella nostra buona stella e facciamo affidamento su quella reputazione di saggezza amministrativa che il governo di Venezia si è ben meritato nel tempo".

I bresciani erano pronti a cambiare casacca
2 b - la loggia
Image Ma era ormai troppo tardi, la buona stella - tramontata a Venezia - sorgeva ad occidente e verso l’astro nascente puntava gli occhi tutta la brescianità che, delusa dall’inefficienza e dalla arroganza nobiliare della Serenissima, tentò un ultimo focoso slancio nell’abbraccio delle nuove idee che giungevano dalla Francia.
Sembrava che tutti attendessero un semplice segnale poiché - come dice il Mazzoldi nella Storia di Brescia - pronta era la nobiltà, delusa nelle sue aspirazioni alle cariche e agli onori, pronta era la borghesia, che aveva sempre sopportato il maggior peso delle contribuzioni, e pronta era la plebe, ridotta in condizioni di estrema miseria.
Già dal 1701, quando le terre lombarde accidentalmente coinvolte nella guerra di successione spagnola, furono percorse da eserciti asburgici e francesi che alle fiacche scaramucce intrecciavano opprimenti razzie e violenze di ogni genere, si diffuse ampiamente il malcontento per i taciti e rassegnati consensi di Venezia.
L’Odorici testimonia citando il Cazzago (un memorialista dell’epoca) che la nostra città [era] tutta in due fazioni divisa: chi teneva per Austria e chi per Francia.

La nobiltà più fedele restava nelle valli
È significativo insomma che l’esperienza veneziana fosse già relegata da tutta la città nei ricordi del passato e solo nelle valli - sulle quali poggerà, quando sarà il momento, la ridotta resistenza agli eserciti napoleonici - la popolazione nobile, alla ricerca di una impossibile e ormai inutile emancipazione dalla città, protestò gli ultimi sprazzi di fiducia nei confronti della Dominante.
Lo stesso Cazzago evoca nel suo manoscritto l’alta considerazione bresciana per quegli ufficiali francesi che, serrati nelle sgargianti divise, provocatoriamente passeggiavano ai piedi delle mura cittadine dove, affettando modi di emancipata e raffinata spregiudicatezza, ricordavano i fasti di quella cultura illuminista che i cittadini più facoltosi avevano respirato nei loro viaggi e che a tutto titolo la città esigeva come riflesso del bel mondo europeo.
Uno sfarzo che anche a Venezia, come abbiamo visto, aveva lasciato il suo segno, ma che la città lagunare cercò continuamente di reprimere nei possedimenti di terraferma.
Il richiamo alla sontuosità di una vita che aveva fatto dello spettacolo il cardine principale, proveniva d’altro canto dalla nobiltà non meno che dalla borghesia, spesso economicamente più insigne.

Anche in architettura c’era voglia di nuovo
2 f - palazzo bruni conter
Image Così per esempio era mal sopportato l’immobilismo architettonico, cui la città era costretta dalle rigide interdizioni legislative. Mal sopportato lo stallo dell’iniziativa pubblica, se ancora nel 1773, dopo lo scoppio della torre di San Nazzaro che nel 1769 aveva atterrato ben 190 case provocando centinaia di morti e di feriti, Venezia ordinò di riedificare la omonima porta senza minimamente porre attenzione alle istanze di rinnovamento cittadino.
Il nuovo manufatto purtroppo ricalcò pedestremente l’antico originale, confermando implicitamente l’immobilismo culturale veneziano e allontanandosi una volta di più dalla vocazione mercantile ed abitativa della città che desiderava ormai disfarsi delle strutture militari obsolete e di quegli insediamenti proto industriali ritenuti incompatibili con un livello di vita civile.
La fantasia privata esplose allora in un desiderio di spazi che furono inventati - eludendo le restrizioni - anche all’interno delle anguste viuzze del centro storico. L’abilità degli architetti si destreggiò tra chiese e palazzi, su fondali gettati oltre portali aperti, sfruttando fughe prospettiche carpite ad occasionali coincidenze architettoniche, disassando portali per posare lo sguardo sugli zampilli di una fontana, incamerando prospettive di altri palazzi, rivendicando insomma quella dovizia barocca negata per altre vie alla città.

Con la borghesia cambiava la geografia della ricchezza
La ricchezza insomma divenne nonostante tutto ostentazione, i servitori si moltiplicarono, le carrozze non furono più appannaggio della sola nobiltà, si diffusero i consumi voluttuari, l’abitudine del ritrovo nei caffé, degli spettacoli e del gioco.
Molte ricchezze subirono ovviamente gravi ripercussioni e vennero erose da vorticosi indebitamenti, cui risposero sempre più spesso i patrimoni borghesi.
Quando infatti nel 1771 vennero posti in vendita i fabbricati di alcuni istituti religiosi soppressi, saranno i fratelli Giambattista e Pietro Pasotti, mercanti di legname, a rilevare la parte più consistente di tutti questi beni, per la rispettabile cifra di quattromila ducati.

2/Continua

 





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Lunedì 30 Marzo : 2009  di Sergio Re da quiBrescia

Storie bresciane

Il Settecento bresciano

3: dalle Accademie la voglia di scienza
Sulla crisi del Settecento che portò alla caduta della Serenissima, sancita nel 1797 dal trattato di Campoformio tra il generale francese Napoleone Bonaparte e gli Asburgo, e sui suoi effetti nei possedimenti bresciani di Venezia, pubblichiamo la terza di quattro puntate. Leggi qui la prima e qui la seconda

Anche nel campo della cultura - che pure resterà appannaggio della società aristocratica - tra il Seicento e il Settecento si fa strada a Brescia con prepotenza l’istruzione come opportunità di benessere.

L’educazione arriva anche negli orfanatrofi
2 e - palazzo tosio [ateneo] - dipinto g. renica
Image Se per esempio ogni famiglia di un certo peso sociale aveva buoni pedagoghi e istruttori per i suoi fanciulli, le materie insegnate nell’Orfanotrofio femminile, nato in Brescia nel 1673, comprendevano oltre al cucito e alla scienza di una buona e soda amministrazione familiare, la lettura, la scrittura e il far di conto.
In prospettiva insomma si provvedeva affinché l’orfana - al compimento della maggiore età, quando doveva abbandonare il collegio per rientrare nella società - potesse costituire un buon partito, portando in dote non solo un gruzzoletto, ma anche la capacità di stendere una breve nota, un modesto contratto, o di attendere alla ruvida contabilità di un piccolo artigiano.
Sono questi i sintomi di un risveglio culturale i cui echi maggiori risuonarono in città nella complessità e nella varietà degli istituti accademici. Brescia non fu mai città universitaria - né Venezia sollecitò nei suoi domini un ateneo che non fosse quello padovano, dal quale forse traeva già sufficienti grattacapi - ma non fu nemmeno città illetterata.
Se per gli spiriti più intraprendenti era giocoforza migrare nelle numerose sedi universitarie viciniori, localmente erano le accademie che raccoglievano la sfida culturale.
A mezzo tra fuga dal nobile ozio e impegno intellettuale, queste spontanee adunanze, circoscritte a una élite o aperte a più ampia partecipazione, furono in ogni caso occasione di ricerca e di sperimentazione, luogo di dibattito o, quanto meno, cassa di risonanza per la eco degli avvenimenti mondiali, che ormai correvano con estrema velocità da una città all’altra. In questo senso furono quindi sicuramente anche mezzo per la divulgazione delle novità sociali, politiche e scientifiche.

Dagli Erranti, agli Occulti, agli ecclesiastici di Sant’Eustacchio
2 h - corso del teatro
Image Non possiamo dimenticare per esempio che la storia del Teatro Grande - assurto proprio in quest’epoca a centro di determinante importanza nella vita cittadina - è inanellata con la storia della più antica accademia bresciana, quella degli Erranti, di ascendenza rigorosamente nobiliare.
Nata ufficialmente nel 1619, sull’eredità di una Accademia degli Occulti esistente già nel ‘500, i cui soci si proponevano di passar con qualche virtuoso et honorato trattenimento quelle hore che da molti al dannoso e biasimevole ocio dar si sogliono, la storia degli Erranti - che pure finanziavano in Brescia una cattedra di matematica - è costellata di esperienze musicali, equitazione, scherma e altre attività culturali. Tra le quali grande risonanza ebbero le rappresentazioni teatrali inscenate da alcuni esponenti della nobiltà, o sportive come la solenne giostra tenuta in Piazza della Loggia nel carnevale del 1766.
Ma non mancarono impegni più sodi e concreti, nel campo letterario e filosofico o nel campo scientifico. È appena il caso di accennare a quella Accademia ecclesiastica di Sant’Eustacchio che - fondata dal vescovo Barbarigo - svolse un ruolo fondamentale nella formazione del clero, nel suo impegno teologico e nella modernizzazione del pensiero che grande parte avrà anche nella maturazione del futuro movimento giansenista bresciano.

Lo studio delle scienze, dall’agricoltura alle macchine
globoaerstatico
Image Ma altre sicuramente erano le sollecitudini messe in gioco dalla Serenissima che, incapace di riassestare il bilancio commerciale, solo tardivamente aderì alle pressanti attenzioni europee per gli interessi scientifici e soprattutto agrari, dai quali era nata a Firenze l’Accademia dei Georgofili e nacque a Brescia, nel 1760, quella di Fisica Sperimentale.
I suoi disegni di natura agraria si manifestarono scopertamente nel 1768, quando la fondazione confluì definitivamente in quella Accademia di Agricoltura che, fondata quattro anni prima, si riuniva presso la Queriniana, promuovendo studi e ricerche di pratica utilità agraria.
Tipici interessi del pragmatismo lombardo che si espressero con nomi di matematici, astronomi, fisici, botanici e medici illustri (Borgondio, Coccoli, Avanzini, Bettoni, Rampinelli, Zendrini e molti altri), ma che vennero anche concretizzati in pubblici esperimenti.
Verso la fine del secolo il Conte Girolamo Fenaroli nella piazza del Mercato Nuovo - a pochi mesi dall’analogo esperimento effettuato a Parigi - tenne infatti a battesimo e fece volare una macchina fisica nominata il Globo Areostatico, del quale un memorialista dell’epoca specifica che era formato ovato bislongo, e rotondo coperto di carta bianca miniata dell’altezza di braccia 12, e di larghezza braccia 8 circa, nella sommità era fatto a cupola alla forma di una garretta, che stanno i soldati in sentinella. Ai piedi pure rotondo, con sotto il suo bucco grande per ponervi una padella di fuoco, il quale è formato di spirito di vino, cero e bombace, e per ricever l’aria acciò resti infuocata la macchina, e tenga gonfio il globo.
Questo del 1784 non fu peraltro l’unico esperimento del genere, al Fenaroli seguì presto lo speziale Faustino Bonini ed altri ancora. Mentre i rettori veneti, meno solleciti verso le glorie scientifiche bresciane e più preoccupati per le incognite dell’atterraggio di queste macchine, che dipendeva dall’inesplorato spirare dei venti e che normalmente si concludeva in un grande falò magari a danno di qualche tetto, ne proibirono subito la proliferazione.

La premesse per una nuova organizzazione del lavoro
3 a - durante duranti
Image È impossibile non notare come questi interessi scientifici o comunque pragmatici della nobiltà, nonostante la dichiarata disaffezione per ogni forma di lavoro, si vengono riallacciando a quel graduale distacco dalla forma mentis dell’ancien régime che entro la fine del secolo segnò una radicale modifica nella valutazione del pianeta lavoro, predisponendo gli animi alla conquista - sia pure lenta e faticosa - di quella rivoluzione industriale che in Italia giungerà con deprecabile ritardo e solo adeguatamente protetta dai capitali pubblici.
Molta era ancora la retorica della quale la nobiltà amava compiacersi, molti i colpevoli silenzi nei confronti delle classi sociali più deboli ed indifese e molto soprattutto era ancora il disinteresse verso la dignità di cui il lavoro stesso poteva investire gli uomini.
Nel 1778 il Conte Durante Duranti - echeggiando le più note strofe del Parini - cercava di ridicolizzare questi preconcetti nobiliari, sferzandoli in un poemetto i cui primi versi ne riecheggiano l’alterigia: "Han sul restante / De’ miseri mortali già questo proprio / Lor privilegio i nobili, che tutti / I vasti doni di natura e d’arte / Sortiscon dalla culla. Insito è in loro / Sempre l’ingegno, le virtù più rare / E le scienze e le bell’arti innate (…)".

3/Continua

 





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