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Il terremoto d'Irpinia, 29 anni dopo
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Il terremoto d'Irpinia, 29 anni dopo
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  Domenica, 22 Novembre 2009     di CARLO NICOTERA, il mattino


COLLEGATA:
> All'epoca dell'Irpinia le case furono consegnate prima che all'Aquila


APPROFONDIMENTO:
>   »  Vesuvio, terremoto e frane: la Campania resta regione a rischio  »
>  Reportage     
  »  Le occasioni sprecate   »    Lucio Garofalo
>   »  Qui, dove il terremoto non è stato mai cancellato  »




            
FotoGallery: il terremoto del 1980
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NAPOLI - Il 23 novembre 1980 una serie di forti scosse colpisce la Campania centrale e la Basilicata, soprattutto nella zona dell'Irpinia, provocando più di 10.000 vittime tra morti e feriti e oltre 250.000 senzatetto. Di seguito il racconto della prima alba sul "cratere".

Image L’Ofantina era bloccata: frane, crepe sull’asfalto, colonne di soccorsi che si ingorgavano confuse senza una meta ancora definibile. Un caos di sovrapposti dispacci, frammenti di telefonate gracchianti, qualche eco di radioamatore che - via Lecce o Parigi - avvisava: «È un disastro, sono tutti morti, aiutateci». Ma dove? Avellino sì, e poi? L’Irpinia fino ai confini e forse oltre. A raccontarlo oggi non sembra neanche vero, ma i cellulari non esistevano e neanche le e-mail. E le stazioni dei carabinieri non rispondevano (primo segnale della catastrofe).

L’Ofantina era bloccata, così il viaggio nella notte verso quella terra stravolta da un’onda di energia che a Napoli - tanto lontano dall’epicentro - ci aveva fatto inciampare nelle scrivanie del giornale che ondeggiavano come barchette, prese la via secondaria di Volturara Irpina e Montella per poi risalire verso Lioni e Sant’Angelo dei Lombardi che notizie meno frammentarie davano per devastate. Freddo tagliente, come in questi giorni di 25 anni dopo. E c’era nebbia. Che si stendeva sui boschi meravigliosi di castagni. A Volturara, negli squarci di quella nebbia che si apriva su un lunedì che sarebbe diventato di limpido cristallo, era steso per terra il primo morto: Giuseppe Muscariello, 27 anni, originario di Montella. Schiacciato da un muro mentre fuggiva dalla porta del casale della nonna o zia, chissà, sull’aia. A pancia sotto, slargato, trasformato in un «tappeto» orribile e macabro che emanava un tanfo insopportabile di viscere e calcina. L’odore che sempre più nelle ore e nei giorni a venire avrebbe preso possesso delle narici e dell’anima, e che nessuna mascherina, nessun acido formico, e alcun passare degli anni avrebbe cancellato.

In quel sole sempre più luccicante, la vecchia strada provinciale attraversava colline sdrucite sui fianchi dalla scossa, e sui cui sommi gli antichi casolari erano ridotti a mucchi di pietra ancora fumanti là dove, nella sera della domenica, era stato acceso un camino. Fermarsi? Portare un soccorso? Se questa era ancora la «periferia» del disastro, che cosa avremmo trovato al centro? Bisognava raggiungere Sant’Angelo e Lioni. Cominciavamo a capire che avremmo messo i piedi in qualcosa di tremendo. Non sapevamo ancora che avremmo visto, e mai dimenticato, il «Cratere» in cui era sprofondata per sempre una civiltà, un’idea di comunità, un cesto di tradizioni e di valori, un remoto modello di compostezza contadina riservata e operosa, un piatto di profumi e odori che mai più avrebbero potuto impregnare le pareti delle future case fatte di blocchetti, cemento e luci al neon.

«Benvenuti a Sant’Angelo», recitava il cartello blu all’ingresso del paese. Sì, benvenuti nel nulla. Sant’Angelo non c’era più. Il corso vecchio, che si prolungava in via del Rione Nuovo, altro non era che un percorso di pietre, fanghiglia di fogna e resti di tetti e travi, costeggiato da due lunghi promontori di macerie. La mattina del 24 novembre, dopo mezzogiorno, non era arrivato ancora un soccorso. Padri, fratelli, madri, nonne lavoravano con le mani alla ricerca di chi stava vicino e all’improvviso era stato inghiottito dall’abisso. Una donna di cui in quel momento non seppero dire - o ricordare tra lacrime terrose - il nome, aveva chiesto aiuto per sedici ore: la tirarono fuori come uno straccio cianotico, morta asfissiata. Piangeva invece, e con lui il padre che lo abbracciava, Giorgio Rainone. Aveva 8 anni, era vivo e non capiva. E che poteva capire? Non c’era più municipio, scomparso come il sindaco, Guglielmo Castellano, di 32 anni. Niente più farmacia, circoli ricreativi, barbiere, amici, madri.

Arrivò il sottosegretario all’Interno, Angelo Sanza, lucano, per un sopralluogo. Era terrificato: «Ma è un disastro immane, una tragedia senza fine... Bisogna fare qualcosa...». A Roma, come ovunque, ancora non avevano capito l’immensità della catastrofe. Sant’Angelo, 5000 abitanti, in quelle ore cominciava a calcolare che i suoi morti erano un migliaio. Da una jeep scesero tre volontari con delle tende da montare ai margini delle rovine. Un uomo sulle pietre della casa chiamava inesausto: «Anna, Anna, Anna...». La moglie? La figlia? Non sappiamo se mai gli abbia risposto una pur flebile voce.

Così a Lioni. Sotto gli alberi di quel che restava della piazza alta, c’erano già cadaveri avvolti da lenzuola che non coprivano i corpi enfiati e polverosi e macchiati di sangue. Il sindaco Angelo Rosamiglia con il volto stravolto dalla notte, dal pianto, dall’impotenza, ripeteva continuamente: «Lioni era un paese invidiato da tutti. Oggi non sappiamo dove mettere i nostri morti... Non so più se troverò il corpo di mia moglie Jole...».

Un frate francescano francese, finito lì chissà come, aveva aiutato il vecchio Zi’ Rafè a scendere dalle macerie («aiutatemi che ho l’artrite») e si intrufolava in quelle catacombe per cercare di salvare qualcun altro.
In montagna la sera arriva presto: il freddo diventò tremendo. Nell’Irpinia più remota, verso Conza della Campania rasa al suolo e mai più ricostruibile sul contrafforte del monte completamente franato e dove il corpo di Antonietta Pizzuto, 26 anni, rimase per due giorni in attesa di sepoltura.

O a Teora dove i sopravvissuti organizzarono sul campo di calcio la tendopoli, come un «castrum» romano, che dopo s’impanantanò di neve e pioggia. E ancora, a Calabritto sbriciolata, ma troppo sperduta per vedere soccorsi veri prima di tre giorni, la notte moltiplicò gli incubi. Dormire, coprirsi, non morire assiderati, sopravvivere alla fame, alla perduta speranza, al terrore di nuove scosse, di una vita senza più radici né legami: era tutto scritto su quei volti scavati dal dolore e dalle tremule luci dei bracieri all’addiaccio. Ombre. Mai più cancellate. Come il rimorso che ti prendeva perché sapevi di poter tornare a un tetto. A casa.

 





ViviCentro (art. 19 e 21)

La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).
 
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