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Mercoledì, 30 Dicembre 2009 Eliseo Papa, Brescia - gdb
In difesa del liceo tecnologico
nHo saputo che al Liceo Tecnologico Castelli (nato circa una quindicina di anni fa nell’orbita del leggendario ITIS che ha molto contribuito a stampare in Italia l’immagine di una Brescia operosa e concreta) gli studenti hanno occupato per protesta la scuola per cercare di farla sopravvivere ai «tagli della Gelmini».
Professori, studenti e genitori, lottano insieme, sia contro il silenzio delle istituzioni e dei «media» che contro l’assordante frastuono della politica in Tv, per fare sentire le ragioni di un progetto scolastico che ha confermato con i fatti di essere una eccellente idea.
Sono il padre di un ragazzo che lo ha frequentato nei primi anni della sua costituzione. Ricordo ancora bene le lunghe discussioni in famiglia sulla scelta della scuola secondaria.
Le attitudini personali, le possibilità concrete di lavoro futuro, lo status che avrebbe offerto, erano ovviamente i parametri attorno ai quali (allora come oggi) la questione veniva dibattuta.
Una cosa però non veniva mai messa in discussione: la scuola secondaria non avrebbe dovuto essere vissuta come una soluzione interlocutoria che giustificasse il rinvio delle scelte. Doveva essere fin da subito una scelta forte. Pensavamo (a torto od a ragione) che il Liceo classico avrebbe portato nostro figlio a propendere per una professione tradizionale e poco legata all’innovazione.
Il Liceo Scientifico ci sembrava costituisse una scelta massificata che avrebbe allungato l’adolescenza come alibi alla mancanza di un vero progetto. Eravamo invece assai interessati alla potenzialità dell’Istituto Tecnico Industriale.
Esso avrebbe infatti lasciato intatte le possibilità di accedere all’università, se nostro figlio avesse dimostrato di possederne i numeri.
Nel caso contrario, eravamo del parere che tale scuola avrebbe offerto al suo futuro lavoro l’attrezzatura tecnica per divenire innovativo, poiché i suoi indirizzi di studio sembravano ben coordinati con le esigenze della nostra industria manifatturiera.
Del resto io e mia moglie pensavamo che il vero progetto da perseguire per nostro figlio non fosse quello del raggiungimento ad ogni costo di una laurea, come se il «dott.» davanti al nome costituisse da solo la garanzia per un soddisfacente futuro, bensì quello di metterlo nella condizioni di procurarsi una buona qualità della propria vita.
Obiettivo a nostro avviso perseguibile con tre risolutive e fondamentali azioni: imparare a «filosofeggiare», imparare a star bene con gli altri e procurarsi concretamente un lavoro che gli togliesse il pensiero delle necessità materiali.
Per le prime due il contributo della famiglia avrebbe potuto integrarsi con quello della scuola, ma per la terza era la scuola stessa ad essere decisiva ed insostituibile. Prima dell’iscrizione ci parve una buona idea richiedere un incontro con il preside ITIS di allora per avere un parere sulle nostre considerazioni. Fu nel corso di quel colloquio che egli ci sottopose la prospettiva del Liceo Tecnologico, del quale non avevo neppure sentito parlare ma che era già operativo con i primi due anni di corso.
Ci parve subito interessante questo mix di tecnologia e cultura umanistica, ma confesso che gli aspetti che ci convinsero per tale scelta furono due: la possibilità di scegliere «in automatico» al terzo anno l’eventuale passaggio ai corsi dell’ITIS tradizionale e la concessione di poter frequentare il quarto anno in una scuola americana, nel caso fossimo riusciti ad ottenere, da una delle varie organizzazioni inter-scolastiche, lo scambio di ospitalità annuale in famiglia per giovani studenti. Fu una scelta felice. Nostro figlio frequentò con molto interesse il Liceo Castelli.
Quell’«aria di frontiera» che vi si respirava aveva aspetti positivi sulla sua indole e ciò che vi imparava nell’ambito tecnologico metteva sovente in difficoltà anche me, nonostante la mia laurea in ingegneria.
Ma la svolta avvenne quando egli andò in Canada a frequentare il quarto anno di college. Il livello dei suoi studi era talmente in anticipo rispetto a quello dei suoi nuovi compagni di classe, che ciò non solo gli consentì una maggior applicazione nell’apprendimento dell’inglese, ma gli permise di affrontare alla fine dell’anno scolastico anche gli esami finali del quinto anno di college e di superare subito dopo il test di accesso alla facoltà di ingegneria dell’Università di Toronto, con risultati tali da ottenere una borsa di studio.
Se anche l’ottenimento di una borsa di studio non è da quelle parti così raro ed irraggiungibile come da noi, il risultato lasciò me e mia moglie piacevolmente stupefatti. D’accordo... al liceo di Brescia era bravo, ma nella sua classe erano parecchi ad esserlo altrettanto.
In ogni caso noi non eravamo pronti ad accettare il pensiero di nostro figlio diciassettenne… da solo… all’Università di Toronto.
Fu una decisione collegiale la scelta di tornare a Brescia e concludere la maturità anche al Liceo Castelli, visto «l’anno sabbatico» concesso istituzionalmente da quella università.
L’anno successivo il nostro piccolo «parlamento di famiglia» (nel quale il voto di fiducia è escluso dai regolamenti) approvò l’avventura nell’università canadese, con l’unico emendamento dell’impegno a provarci seriamente e con la copertura finanziaria di quella borsa di studio che avrebbe abbattuto del 50% i costi che avremmo dovuto sostenere per fargli frequentare il Politecnico a Milano.
È andata abbastanza bene, anche se io e mia moglie abbiamo dovuto resistere alla malinconia di perderci qualche fetta della sua vita.
A ventidue anni si è laureato in ingegneria delle nanotecnologie ed una borsa di studio gli sta permettendo di concludere al M.I.T. di Boston il dottorato di ricerca (Ph.D) in bio-ingegneria.
Mi sembra sia passato un secolo da quel colloquio con l’illuminato preside dell’ITIS di allora (del quale purtroppo non ricordo il nome) che insieme ad un gruppo di entusiasti, generosi e validi insegnanti aveva dato inizio alla «partita del cuore» del Liceo Tecnologico.
Credo che nessuno di loro, nessuno degli studenti che vi si sono in seguito impegnati e nessuno dei genitori che da allora hanno continuato il loro tifo da «ultras», meriti ora l’oltraggio di una sospensione di partita per «l’invasione di campo» del ministro Gelmini.
Eliseo Papa
Brescia














































