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EDITORIALI :: Internet no alla censura basta un clic MICHELE AINIS
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  Martedì, 15 Dicembre 2009    , La Stampa


> 13 Dicembre 2009: ancora benzina sul fuoco o rinsavimento?
> Perché mi odiano?  Massimo Gramellini
> "Io, iscritto a mia insaputa al gruppo pro-Silvio"  Marco Sodano
> "Guerra civile" e dossier: da dove soffia il vento  Gianni Barbacetto


Internet no alla censura basta un clic

    Lo squilibrato che ha ferito Berlusconi raccoglie 50 mila fan tra i navigatori della Rete. Significa che la Rete è a sua volta squilibrata? Significa che ha urgente bisogno di una camicia di forza, o almeno d’una museruola? Calma e gesso, per favore. E per favore smettiamola d’invocare giri di vite e di manette sull’onda dell’ultimo episodio che la cronaca ci rovescia addosso.

Oggi succede per l’apologia di reato ai danni del presidente del Consiglio. Ieri per la pedofilia, o per le stragi del sabato sera. Ma non è così che ci procureremo buone leggi. Specie se la legge intenda regolare il più grande spazio pubblico mai sperimentato dall’umanità. Specie se aggredisca la prima libertà costituzionale, quella di parola.

Non che le parole siano altrettanti spifferi di vento. Proteggerle con un salvacondotto permanente equivarrebbe in conclusione a non prenderle sul serio, perché tanto contano i fatti, i gesti, le azioni materiali. Equivarrebbe perciò a deprimere la stessa libertà che si vuole tutelare. E d’altronde - come ha scritto il giudice Holmes nella sua più celebre sentenza, vecchia ormai di un secolo - la tutela più rigorosa della libertà d’espressione non proteggerebbe un uomo che gridasse senza motivo «al fuoco» in un teatro affollato, scatenando il panico. Insomma, dipende. Più precisamente, dipende dall’intreccio di tre fattori differenti, che a loro volta si riflettono poi sulle parole che fanno capolino in Rete.

In primo luogo, gioca la posizione del parlante. Altro è se racconto le mie ubbie agli amici raccolti attorno al tavolo di un bar, altro è se le declamo a lezione, soffiandole all’orecchio di fanciulli in soggezione davanti alla mia cattedra. In quest’ultimo caso ho una responsabilità più alta, e dunque incontro un limite maggiore. Non per nulla nei manuali di diritto si distingue tra «manifestazione» ed «esternazione» del pensiero. La prima è una libertà, riconosciuta a ogni cittadino; la seconda è un potere, vale per i cittadini investiti di pubbliche funzioni, e ovviamente copre uno spazio ben più circoscritto. Ma non c’è potere in Internet. C’è solo libertà.

In secondo luogo, dipende dal mezzo che uso per parlare. Il medesimo aggettivo si carica d'assonanze ora più forti ora più fioche se lo leggo su un giornale che ho scelto d’acquistare, oppure se mi rimbalza dentro casa quando accendo la tv. Ma è un’edicola la Rete? No, e non ha nemmeno l’autorità dei telegiornali. È piuttosto una piazza, sia pure virtuale. Un luogo in cui si chiacchiera, senza sapere bene con chi stiamo chiacchierando. Le chiacchiere, poi, hanno sempre un che d’aereo, di leggero. Anche quando le vedi scritte sul video del computer, sono sempre parole in libertà. Meglio: sono lo specchio dei nostri umori, dei nostri malumori. Sbaglieremmo a infrangere lo specchio, non foss’altro perché così non riusciremmo a modificare di un millimetro il nostro profilo collettivo.

E in terzo luogo, certo: dipende da che cosa dico. Se metto in palio mille dollari per chi procurerà lo scalpo di Michele Ainis, probabilmente offendo la legge sulla tutela degli scalpi, e in ogni caso lui avrebbe qualcosa da obiettare. Ecco infatti la soglia tra il lecito e l’illecito: quando la parola si fa azione, quando l’idea diventa evento. In quest’ipotesi è giusto pretendere un castigo, però a due condizioni, messe nero su bianco da decenni nella giurisprudenza americana: che vi sia una specifica intenzione delittuosa; che sussista un pericolo immediato.

È il caso di chi plaude alle gesta di Tartaglia? A occhio e croce no, benché ciascuno farà le sue valutazioni. Ma non facciamo ricadere su tutto il popolo dei navigatori le intemperanze di qualche marinaio. Anche perché sono molti di più quanti esecrano Tartaglia, rispetto ai suoi tifosi. Dopotutto l’antidoto agli abusi in Rete già viaggia sulla Rete, basta un clic.

 





ViviCentro (art. 19 e 21)

La libertà di stampa è una benedizione quando siamo inclini a scrivere contro gli altri, e una calamità quando ci troviamo ad essere sopraffatti dalla moltitudine dei nostri assalitori. (Samuel Johnson).
 
Ultima modifica di Redazione il Mar 15 Dic, 2009 12:57, modificato 1 volta in totale 
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  Martedì, 15 Dicembre 2009   


NON CONCORDO con quanto detto dal collega Ainis per le seguenti ragioni:

1°) Esistono due precisi reati per i quali il Codice Penale prevede pene e precisamente "Apologia di Reato" e "Istigazione a delinquere".
Non ha importanza che il mezzo con cui veicolano  le farneticazioni di chi viola queste norme legali sia la TV, i giornali, o la declamazione in piazza magari su uno sgabello.
Il mezzo con cui si "pubblica"  il reato potrebbe essere l'"aggravante" ma non connatura il reato che si realizza appena qualcuno opera in tal senso, anche se nessuno materialmente lo ha ascoltato o letto.
Potrebbe aver effettuate le sue affermazioni in una piazza vuota e nessuno lo abbia ascoltato, per cui il reato è stato commesso e solo il caso fortuito ha fatto sì che nessuno lo abbia ascoltato, per cui  non ha aggravanti.

2°) Il fatto che Internet non sia un mezzo veicolante importante è assolutamente inesatto dal momento che vi sono molti più "navigatori" di quanti leggano poi un giornale o di quanti possono trovarsi a passare nella piazza dove il tizio di cui sopra sta commettendo il reato.

3°) La (abusata) teoria della libertà di parola viene confusa ormai con il diritto ad offendere e vilipendere mentre essere liberi di parlare non prescinde all'esser obbligato a rispettare uomini e cose.

4°) La mia sfera di libertà finisce ove si incontra (e lede) la sfera di libertà degli altri

fromor

 





Un popolo che non gode di una stampa libera è un popolo di ectoplasmi
 
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