L’intervista Stanislao Barretta
Scheda
L’associazione vivicentro è nata nel 2006 per tutelare la vivibilità del centro storico. Barretta, residente, ne è il portavoce. Ne fanno parte le Mamme ansiose, genitori di 23 bambini che hanno subito abusi nell’asilo Sorelli, nel 2003: per sei maestre, un prete, un bidello coinvolti c’è stata l’assoluzione in primo grado.
Per combattere la pedofilia bisogna parlarne
Il silenzio mette in pericolo il futuro dei bimbi
Il silenzio mette in pericolo il futuro dei bimbi
Stanislao Barretta, Vivicentro, ripercorre la vicenda dell’asilo Sorelli, per la quale, dice
<<Non abbiamo smesso di lottare: lo dobbiamo a chi ha subito gli abusi>>.
Di Marta Rossi
E’ nata come un’associazione per le famiglie del centro storico afflitte da problemi di viabilità. E’ diventata il simbolo della battaglia contro la pedofilia a Brescia, con il caso dell’asilo Sorelli che ha gettato la città nel vortice dell’incubo pedofilia.
L’associazione Vivicentro, di cui Stanislao Barretta ne è ideatore e portavoce è stata tra le prime ad aderire all’appello dei quotidiani E Polis Fermiamo l’orco, contro il “Boy love day”, con la sottoscrizione delle “Mamme ansiose”, <<perché di pedofilia se ne parla sempre poco>>, dice Barretta. <<Anche nella cattolica Brescia, c’è reticenza, nessuno parla, si fa finta che non sia accaduto nulla>>.
Iniziamo dal principio. Come è nata Vivicentro e come si sono inserite le “Mamme ansiose”?
Vivicentro è nata nel 2006, per un problema di vivibilità del centro storico. Hanno aderito circa 250 famiglie e muovendoci tra le istituzioni ci siamo conquistati credibilità. Tra queste famiglie c’erano anche dei bambini coinvolti nel caso dell’asilo Sorelli. All’inizio se ne parlava con reticenza, quasi non si diceva niente. Quando accadono certe cose, la vergogna fa tacere.
Poi c’è stato il processo concluso qualche mese fa con l’assoluzione degli imputati.
La temevamo. L’abuso sui bambini c’è stato, ne siamo sicuri. Ma i protagonisti di quella vicenda sono stati assolti.
Come avete vissuto quell’assoluzione?
Con molta incredulità. C’è stato uno sbandamento, perché è stata una doccia fredda per tutti. Qualcuno voleva abbandonare, ma poi abbiamo capito che non sarebbe stato giusto per i bi che, ripeto siamo sicuri, hanno subito quegli abusi. Ora bisogna aspettare le motivazioni della sentenza previste per luglio, poi faremo ricorso.
<<A distanza di quattro anni i piccoli si svegliano di notte gridando contro un orco che chiamano Gianni ma che non ha ancora un volto>>
Chi vi ha sostenuto in questa battaglia?
In realtà, molti hanno detto che noi siamo strumentalizzati dalla Prometeo. In realtà, non ci conosciamo nemmeno. Quella del collegamento con Prometeo è stata una falsità, anche perché le nostre “Mamme ansiose” sono nate dopo un caso. A dir la verità, abbiamo avuto chi ci ha dato contro, come don Neva che ha sempre detto che era tutto falso. “Mamme ansiose” è l’appellativo che proprio lui ha dato ai genitori di questi bambini. Ma lui non sa che quei piccoli, dopo quattro anni, ancora adesso si svegliano la notte urlando, fanno gli incubi, scattano gridando:”Lasciami stare”. Purtroppo non siamo riusciti mai a sapere chi fosse Gianni, un nome ricorrente nei racconti. Probabilmente, era una persona estranea all’asilo. Ma la giustizia non ha saputo far dire alle persone coinvolte l’identità di quella persona.
Voi siete stati tra i primi a sostenere la nostra iniziativa contro la giornata dell’orgoglio pedofilo. Pensate che questo genere di mobilitazioni possa essere utile?
E’ una cosa che ci siamo sempre chiesti: perché a Brescia non se ne parla? La Brescia cattolica, la Brescia “bianca”, ha taciuto. Siamo stati contenti che voi abbiate tirato fuori l’argomento. Quando c’è stato il caso dell’asilo Sorelli, la Lega per un po’ ha alzato la voce. Ma poi niente più. A Brescia non gli devi toccare la macchina, il parcheggio. Il resto non conta. Come quando, qualche mese fa, quella bimba è scappata dall’asilo, attraversando mezza città da sola, a piedi. Ma come è possibile che le maestre non si siano accorte di niente? Come è possibile che una piccola di quattro anni sia in grado di mettere il cappotto, uscire dalla scuola e a piedi girare per la città? Perché tra le maestre c’è poca attenzione e per connivenza, tutti tacciono.
Quali potrebbero essere, oltre quelle che già ha indicato, le cause di questo silenzio?
Credo che parte si debba addebitare alla natura umana: di fronte a certe brutalità, si tenta di non credere. E poi i protagonisti di questa vicenda hanno saputo vendersi bene: anche noi, alcune volte, vedendo quelle scene stentavamo a credere che fossero coinvolti.
Le vicende di pedofilia non rischiano di confondere le dimostrazioni di affetto verso i bambini, di mettere tutto sullo stesso piano?
No, per carità. C’è modo e modo di dimostrare l’affetto ai bambini. Quello che è accaduto a Brescia così come a Rignano è il segno del degrado della società, dimostra la miseria delle persone. E soprattutto, è meglio non parlarne, far passare tutto sott’occhio. Perché queste tragedie più rimangono lontane e meglio è, non pensarci da sollievo, aiuta ad affrontare la realtà. Ma quando poi toccano qualcuno che ci è vicino, tutto cambia. Anche in Vivicentro qualcuno se n’è andato per questo: mi chiedevano, cosa c’entra la pedofilia con quello di cui si occupa l’associazione? C’entra, perché noi vogliamo vivere sereni, e quale miglior modo c’è di farlo se non assicurare ai bambini un futuro migliore?
Quale futuro c’è per questi bambini?
Non si può sapere, anche se gli psicologi dicono che potrebbero superare tutto, un trauma c’è stato e bisogna farci i conti. Chi può dire come si comporteranno domani? I bambini sono il futuro della città, del Paese. Ne dobbiamo curare il futuro.
L’associazione Vivicentro, di cui Stanislao Barretta ne è ideatore e portavoce è stata tra le prime ad aderire all’appello dei quotidiani E Polis Fermiamo l’orco, contro il “Boy love day”, con la sottoscrizione delle “Mamme ansiose”, <<perché di pedofilia se ne parla sempre poco>>, dice Barretta. <<Anche nella cattolica Brescia, c’è reticenza, nessuno parla, si fa finta che non sia accaduto nulla>>.
Iniziamo dal principio. Come è nata Vivicentro e come si sono inserite le “Mamme ansiose”?
Vivicentro è nata nel 2006, per un problema di vivibilità del centro storico. Hanno aderito circa 250 famiglie e muovendoci tra le istituzioni ci siamo conquistati credibilità. Tra queste famiglie c’erano anche dei bambini coinvolti nel caso dell’asilo Sorelli. All’inizio se ne parlava con reticenza, quasi non si diceva niente. Quando accadono certe cose, la vergogna fa tacere.
Poi c’è stato il processo concluso qualche mese fa con l’assoluzione degli imputati.
La temevamo. L’abuso sui bambini c’è stato, ne siamo sicuri. Ma i protagonisti di quella vicenda sono stati assolti.
Come avete vissuto quell’assoluzione?
Con molta incredulità. C’è stato uno sbandamento, perché è stata una doccia fredda per tutti. Qualcuno voleva abbandonare, ma poi abbiamo capito che non sarebbe stato giusto per i bi che, ripeto siamo sicuri, hanno subito quegli abusi. Ora bisogna aspettare le motivazioni della sentenza previste per luglio, poi faremo ricorso.
<<A distanza di quattro anni i piccoli si svegliano di notte gridando contro un orco che chiamano Gianni ma che non ha ancora un volto>>
Chi vi ha sostenuto in questa battaglia?
In realtà, molti hanno detto che noi siamo strumentalizzati dalla Prometeo. In realtà, non ci conosciamo nemmeno. Quella del collegamento con Prometeo è stata una falsità, anche perché le nostre “Mamme ansiose” sono nate dopo un caso. A dir la verità, abbiamo avuto chi ci ha dato contro, come don Neva che ha sempre detto che era tutto falso. “Mamme ansiose” è l’appellativo che proprio lui ha dato ai genitori di questi bambini. Ma lui non sa che quei piccoli, dopo quattro anni, ancora adesso si svegliano la notte urlando, fanno gli incubi, scattano gridando:”Lasciami stare”. Purtroppo non siamo riusciti mai a sapere chi fosse Gianni, un nome ricorrente nei racconti. Probabilmente, era una persona estranea all’asilo. Ma la giustizia non ha saputo far dire alle persone coinvolte l’identità di quella persona.
Voi siete stati tra i primi a sostenere la nostra iniziativa contro la giornata dell’orgoglio pedofilo. Pensate che questo genere di mobilitazioni possa essere utile?
E’ una cosa che ci siamo sempre chiesti: perché a Brescia non se ne parla? La Brescia cattolica, la Brescia “bianca”, ha taciuto. Siamo stati contenti che voi abbiate tirato fuori l’argomento. Quando c’è stato il caso dell’asilo Sorelli, la Lega per un po’ ha alzato la voce. Ma poi niente più. A Brescia non gli devi toccare la macchina, il parcheggio. Il resto non conta. Come quando, qualche mese fa, quella bimba è scappata dall’asilo, attraversando mezza città da sola, a piedi. Ma come è possibile che le maestre non si siano accorte di niente? Come è possibile che una piccola di quattro anni sia in grado di mettere il cappotto, uscire dalla scuola e a piedi girare per la città? Perché tra le maestre c’è poca attenzione e per connivenza, tutti tacciono.
Quali potrebbero essere, oltre quelle che già ha indicato, le cause di questo silenzio?
Credo che parte si debba addebitare alla natura umana: di fronte a certe brutalità, si tenta di non credere. E poi i protagonisti di questa vicenda hanno saputo vendersi bene: anche noi, alcune volte, vedendo quelle scene stentavamo a credere che fossero coinvolti.
Le vicende di pedofilia non rischiano di confondere le dimostrazioni di affetto verso i bambini, di mettere tutto sullo stesso piano?
No, per carità. C’è modo e modo di dimostrare l’affetto ai bambini. Quello che è accaduto a Brescia così come a Rignano è il segno del degrado della società, dimostra la miseria delle persone. E soprattutto, è meglio non parlarne, far passare tutto sott’occhio. Perché queste tragedie più rimangono lontane e meglio è, non pensarci da sollievo, aiuta ad affrontare la realtà. Ma quando poi toccano qualcuno che ci è vicino, tutto cambia. Anche in Vivicentro qualcuno se n’è andato per questo: mi chiedevano, cosa c’entra la pedofilia con quello di cui si occupa l’associazione? C’entra, perché noi vogliamo vivere sereni, e quale miglior modo c’è di farlo se non assicurare ai bambini un futuro migliore?
Quale futuro c’è per questi bambini?
Non si può sapere, anche se gli psicologi dicono che potrebbero superare tutto, un trauma c’è stato e bisogna farci i conti. Chi può dire come si comporteranno domani? I bambini sono il futuro della città, del Paese. Ne dobbiamo curare il futuro.














































