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Martedì, 29 Dicembre 2009 VITTORIO EMANUELE PARSI, La Stampa
Iran, si stringe la strada del negoziato
Sarebbe già più che sufficiente l'amore per la libertà a spingerci idealmente accanto ai giovani che a Teheran e in tante altre città iraniane sfidano la violenza tutt’altro che cieca delle squadracce di Ahmadinejad e Khamenei, la triste diarchia che dal golpe bianco della scorsa estate si è impossessata del potere assoluto nella Repubblica islamica.
Ma occorre dire che dalla vittoria dell’onda verde, di questo straordinario movimento acefalo, dipendono sempre più anche le residue chances che alla questione del nucleare iraniano possa essere trovata una soluzione insieme accettabile per tutte le parti ed efficace nella sostanza.
Qualcuno ricorderà che alcuni anni orsono, a Washington, si erano inventati l'espressione «fascismo islamico», per raccogliere sotto un'unica etichetta le diverse forme politiche assunte dall’islamismo radicale.
La cosa era risultata immediatamente controversa, un'operazione grossolana che aveva suscitato scalpore e risentimento non solo nel mondo musulmano, al punto di finire presto vittima del fuoco di fila del «politicamente coretto». Eppure, riguardo alla deriva del regime iraniano, con il suo sistematico uso della violenza squadrista, poche altre locuzioni apparirebbero oggi altrettanto appropriate per indicare non un insieme di fenomeni più o meno simili, ma il caso peculiare dell'Iran di questi mesi.
A lungo in bilico tra timidi tentativi di autoriforma e svolte sempre più autoritarie, in cui persino i labili freni posti all'arbitrio del potere da parte della Costituzione islamica vengono travolti, il regime di Teheran sembra aver imboccato la via di un’ulteriore spinta verso un totalitarismo di tipo nuovo. A rappresentare l'ultima fragile, valorosa barriera per evitare che questo passaggio irrimediabilmente si compia, stanno - soli - gli studenti, i giovani e le donne, che da mesi riempiono le strade e le piazze della capitale, di Isfahan, di Shiraz, e contro cui si abbatte sempre più brutale la repressione del regime. Se falliranno, se Ahmadinejad e Khamenei prevarranno, nulla potrà più arrestare la completa mutazione del regime.
Nelle cancellerie occidentali la consapevolezza di tutto ciò sta crescendo, insieme alla certezza che, qualora il regime dovesse trionfare, verranno meno anche le residue, esili speranze di poter trovare qualunque soluzione alla questione del nucleare iraniano. Da quando Khamenei ha deciso di appoggiare il golpe bianco di Ahmadinejad, infatti, le posizioni negoziali iraniane si sono, se possibile, ulteriormente irrigidite e, soprattutto, sono state accompagnate da una serie di atti concreti e calcolate provocazioni, tutte governate dalla strategia del fatto compiuto: dalla sperimentazione di missili a lunga gittata all'apertura di un nuovo sito a Qom, alla messa in funzione di centinaia e centinaia di centrifughe, all’annuncio della prossima apertura di un numero non precisato di ulteriori impianti.
Lo scippo delle elezioni e i torbidi che ne sono seguiti hanno reso evidente come l'ipotesi di un avvicendamento per via costituzionale del gruppo di potere e interessi di cui Ahmadinejad e Khamenei sono espressione, semplicemente non esista più. Paradossalmente, è oggi meno irrealistico puntare su un crollo (dall'interno) del regime degli ayatollah che su una sua trasformazione in senso «moderato». E questo ha implicazioni anche su tutta la vicenda del nucleare di Teheran. Se Khamenei e Ahmadinejad dovessero prevalere, infatti, il regime avrà completato la sua trasformazione interna e, ancor più di prima, si sarà autocollocato in una posizione di volontario «autismo internazionale», che lo renderà sempre meno sensibile alle pressioni esterne e sempre più incline a giocare la carta della «Patria in pericolo», per raccogliere intorno a sé il consenso degli indecisi e poter dipingere gli oppositori come «servi dello straniero». Chi, nel nome del realismo politico, della prudenza diplomatica e del tornaconto economico, invita «a non bruciare tutti i ponti con il regime», dimentica che i ponti con l'esterno, questo regime, li sta sistematicamente bruciando dalla scorsa estate, e che solo la sua sconfitta dall'interno - che forse non sarà vicina ma che appare oggi meno chimerica di cinque mesi fa - può evitare che l'Iran si trasformi in una pericolosissima Corea del Nord del Medio Oriente. E solo questa preoccupazione dovrebbe guidare le nostre azioni, per quanto caute, prudenti e discrete dovranno essere.














































