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Giovedì, 3 Dicembre 2009 GIANPIETRO VENTURI, UNIVERSITA' DI BOLOGNA
AMBIENTE: GLI EQUIVOCI SUI CARBURANTI ECOLOGICI
Ancora troppe le terre male utilizzate: sono ideali per i biocarburanti
Sono tanti gli equivoci sui biofuels. In un primo tempo sono stati presentati come salvatori della Terra, in grado di ridurre l'inquinamento provocato dal petrolio, che fornisce il 98% dell'energia consumata dai trasporti. Poi, una campagna di stampa ha suggerito una relazione causa-effetto fra l'incremento delle produzioni di biocarburanti e quello dei prezzi delle derrate, soprattutto cereali, verificatosi nel 2007. Ma il crollo perdurante dei prezzi dei prodotti alimentari e l’incremento dei biocarburanti ripetutosi l'anno successivo sembrano negare la veridicità di questa ipotetica relazione.
Permane però il timore che le colture per biocarburanti sottraggano spazio a quelle destinate all'alimentazione e che i terreni coltivabili non siano sufficienti per entrambe le destinazioni. E' allora opportuno ricordare che degli 11 miliardi di ettari di terre gli arativi (1.4 miliardi) ne occupano meno del 13% e i pascoli (3 miliardi) quasi il 27%. Sembrerebbe quindi ampia la riserva di terra. In realtà solo il 25% del totale sembra poter essere sfruttato per scopi agricoli, perché il resto è troppo freddo o arido. Inoltre in aree ad alta densità di popolazione il potenziale coltivabile è quasi completamente utilizzato.
Mentre nei Paesi ad economia di transizione, la terra è poco, male o non utilizzata, in quelli industrializzati è spesso sovrasfruttata.
In questa situazione generale quale è stato il peso dei biocarburanti? Le superfici dedicate a «colture da energia», in realtà, sono state finora del tutto irrilevanti. Nel 2007 solo 20 milioni di ettari, pari all'1.5% dei terreni arati e allo 0.4-0.5% di quelli destinati complessivamente all'alimentazione umana e alla zootecnia.
Se alla luce dei numeri lo sviluppo di colture per biocarburanti non sembra preoccupante, potrebbe invece esserlo a livello locale. Si nutrono timori, in particolare per l'Africa, dove - sostengono alcuni - «la sottrazione di terreni a colture destinate all'alimentazione potrebbe affamare vaste aree». E’ una preoccupazione che sembra però infondata e che richiede una serie di considerazioni sulla situazione di questo continente. In Africa la produzione media di cereali - 1.4 tonnellate per ettaro - è meno della metà di quella media mondiale, pari a 3.3 tonnellate (4.4 il mais e 2.8 il frumento).
Rispetto a quella africana, nell’America del Centro-Nord e nell’Europa occidentale le produzioni arrivano a 8.4-8.7 tonnellate e sono quindi superiori di circa 6 volte, ma anche di 10-12, se si considerano singole zone. Nonostante condizioni climatiche simili, la produzione africana, secondo l'Onu, è pari al 42% e al 50% di quella dell’Asia e dell’America Latina.
I motivi vanno attribuiti alla scarsa meccanizzazione, inferiore di circa 3 e 8 volte, e al minore uso di fertilizzanti, pari all'8 e al 15% rispetto ad Asia e America Latina. Quasi sempre, poi, l'apporto di acqua viene trascurato, anche quando è disponibile, e così i terreni irrigati sono solo il 5-7%. Nella maggior parte dei casi l'agricoltura è mal gestita, soprattutto perché non vengono applicate tecniche, intensive o estensive, in grado di rimediare all'acidità e alla scarsa fertilità.
La conseguenza è che i terreni, dopo ogni ciclo di coltivazione, devono essere lasciati a riposo: secondo una ricerca del 2008, addirittura il 90% dei terreni coltivabili non viene utilizzato per la maggior parte del tempo e, d’altra parte, la Commissione Economica dell'Onu sostiene che in Africa solo il 2-3% del terreno e dell'acqua vengono usati al meglio.
La Fao, poi, stima che su un totale di 2400 milioni di ettari solo 160 sono normalmente usati per l'agricoltura. Questo avviene nonostante un potenziale di 1050 milioni di ettari, al netto di foreste, infrastrutture e abitazioni, e, di questi, 750 sono terreni arabili in «condizioni accettabili» sia per caratteristiche dei suoli sia per quelle climatiche.
Bastano questi dati per evidenziare che il problema della fame in Africa non può essere risolto ostacolando lo sviluppo di colture per biocarburanti. E' invece indispensabile recuperare terreni incolti o mal coltivati. Le risorse potenziali sono enormi e possono essere impegnate rispettando la sostenibilità economica e ambientale. E’ l'applicazione puntigliosa dei diversi saperi a rappresentare la chiave di volta per il successo.
Le vicende del recente passato possono dare nuovi indirizzi per il futuro. Nell'ultimo trentennio, infatti, l'incremento medio annuale delle rese nei Paesi industrializzati ha superato 1 tonnellata per ettaro per il mais e mezza tonnellata per il frumento, mentre nei Paesi a economia di transizione, pur partendo da valori molto più bassi, si è arrivati solo a 9 e a 12 chili.
Nel mondo non esiste quindi una competizione tra biocarburanti e produzioni alimentari. E’ però indispensabile individuare le combinazioni migliori tra ambiente, specie coltivate e tecniche, rispettando i criteri di sostenibilità già fissati o in via di definizione (come quelli dell’Ue). E’ una realtà che vale per i biocarburanti di prima generazione, ponte indispensabile verso quelli di seconda, che con ogni probabilità saranno la carta vincente.
L'Africa non va in riserva
Ancora troppe le terre male utilizzate: sono ideali per i biocarburanti
Sono tanti gli equivoci sui biofuels. In un primo tempo sono stati presentati come salvatori della Terra, in grado di ridurre l'inquinamento provocato dal petrolio, che fornisce il 98% dell'energia consumata dai trasporti. Poi, una campagna di stampa ha suggerito una relazione causa-effetto fra l'incremento delle produzioni di biocarburanti e quello dei prezzi delle derrate, soprattutto cereali, verificatosi nel 2007. Ma il crollo perdurante dei prezzi dei prodotti alimentari e l’incremento dei biocarburanti ripetutosi l'anno successivo sembrano negare la veridicità di questa ipotetica relazione.
Permane però il timore che le colture per biocarburanti sottraggano spazio a quelle destinate all'alimentazione e che i terreni coltivabili non siano sufficienti per entrambe le destinazioni. E' allora opportuno ricordare che degli 11 miliardi di ettari di terre gli arativi (1.4 miliardi) ne occupano meno del 13% e i pascoli (3 miliardi) quasi il 27%. Sembrerebbe quindi ampia la riserva di terra. In realtà solo il 25% del totale sembra poter essere sfruttato per scopi agricoli, perché il resto è troppo freddo o arido. Inoltre in aree ad alta densità di popolazione il potenziale coltivabile è quasi completamente utilizzato.
Mentre nei Paesi ad economia di transizione, la terra è poco, male o non utilizzata, in quelli industrializzati è spesso sovrasfruttata.
In questa situazione generale quale è stato il peso dei biocarburanti? Le superfici dedicate a «colture da energia», in realtà, sono state finora del tutto irrilevanti. Nel 2007 solo 20 milioni di ettari, pari all'1.5% dei terreni arati e allo 0.4-0.5% di quelli destinati complessivamente all'alimentazione umana e alla zootecnia.
Se alla luce dei numeri lo sviluppo di colture per biocarburanti non sembra preoccupante, potrebbe invece esserlo a livello locale. Si nutrono timori, in particolare per l'Africa, dove - sostengono alcuni - «la sottrazione di terreni a colture destinate all'alimentazione potrebbe affamare vaste aree». E’ una preoccupazione che sembra però infondata e che richiede una serie di considerazioni sulla situazione di questo continente. In Africa la produzione media di cereali - 1.4 tonnellate per ettaro - è meno della metà di quella media mondiale, pari a 3.3 tonnellate (4.4 il mais e 2.8 il frumento).
Rispetto a quella africana, nell’America del Centro-Nord e nell’Europa occidentale le produzioni arrivano a 8.4-8.7 tonnellate e sono quindi superiori di circa 6 volte, ma anche di 10-12, se si considerano singole zone. Nonostante condizioni climatiche simili, la produzione africana, secondo l'Onu, è pari al 42% e al 50% di quella dell’Asia e dell’America Latina.
I motivi vanno attribuiti alla scarsa meccanizzazione, inferiore di circa 3 e 8 volte, e al minore uso di fertilizzanti, pari all'8 e al 15% rispetto ad Asia e America Latina. Quasi sempre, poi, l'apporto di acqua viene trascurato, anche quando è disponibile, e così i terreni irrigati sono solo il 5-7%. Nella maggior parte dei casi l'agricoltura è mal gestita, soprattutto perché non vengono applicate tecniche, intensive o estensive, in grado di rimediare all'acidità e alla scarsa fertilità.
La conseguenza è che i terreni, dopo ogni ciclo di coltivazione, devono essere lasciati a riposo: secondo una ricerca del 2008, addirittura il 90% dei terreni coltivabili non viene utilizzato per la maggior parte del tempo e, d’altra parte, la Commissione Economica dell'Onu sostiene che in Africa solo il 2-3% del terreno e dell'acqua vengono usati al meglio.
La Fao, poi, stima che su un totale di 2400 milioni di ettari solo 160 sono normalmente usati per l'agricoltura. Questo avviene nonostante un potenziale di 1050 milioni di ettari, al netto di foreste, infrastrutture e abitazioni, e, di questi, 750 sono terreni arabili in «condizioni accettabili» sia per caratteristiche dei suoli sia per quelle climatiche.
Bastano questi dati per evidenziare che il problema della fame in Africa non può essere risolto ostacolando lo sviluppo di colture per biocarburanti. E' invece indispensabile recuperare terreni incolti o mal coltivati. Le risorse potenziali sono enormi e possono essere impegnate rispettando la sostenibilità economica e ambientale. E’ l'applicazione puntigliosa dei diversi saperi a rappresentare la chiave di volta per il successo.
Le vicende del recente passato possono dare nuovi indirizzi per il futuro. Nell'ultimo trentennio, infatti, l'incremento medio annuale delle rese nei Paesi industrializzati ha superato 1 tonnellata per ettaro per il mais e mezza tonnellata per il frumento, mentre nei Paesi a economia di transizione, pur partendo da valori molto più bassi, si è arrivati solo a 9 e a 12 chili.
Nel mondo non esiste quindi una competizione tra biocarburanti e produzioni alimentari. E’ però indispensabile individuare le combinazioni migliori tra ambiente, specie coltivate e tecniche, rispettando i criteri di sostenibilità già fissati o in via di definizione (come quelli dell’Ue). E’ una realtà che vale per i biocarburanti di prima generazione, ponte indispensabile verso quelli di seconda, che con ogni probabilità saranno la carta vincente.
Chi è Gianpietro Venturi Agronomo
RUOLO: E’ PROFESSORE DI AGRONOMIA ALL’UNIVERSITA’ DI BOLOGNA E PRESIDENTE DELLA PIATTAFORMA TECNOLOGICA NAZIONALE «BIOFUELS ITALIA»














































