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Costume e Società :: L'amore è una cosa da ricchi IRENE TINAGLI
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  Mercoledì, 30 Dicembre 2009    IRENE TINAGLI, La Stampa


L'amore è una cosa da ricchi

    In questa fine dell’anno si parla molto di amore e di odio. E pur prendendo spunto da eventi pubblici, si finisce spesso per parlarne in chiave molto individuale e personalistica.

Se ne parla come di sentimenti quasi irrazionali che scoppiano all’improvviso da un gesto, una parola, e si punta il dito verso i comportamenti di alcune persone o le dichiarazioni di altre. E sempre in gesti e parole individuali si cerca la soluzione. Ma non è così semplice.

Funziona così, forse, tra le coppie di innamorati, ma non in una società organizzata. Quando si riferisce a intere comunità sociali anche l’amore, così come l’odio o la fiducia, ha una sua «economia», ovvero delle dinamiche che ne supportano lo sviluppo e la diffusione, degli elementi che lo favoriscono e altri che lo inibiscono. Ed è fermandosi ad analizzare il fenomeno in questa prospettiva che si possono capire, al di là degli individui, le condizioni necessarie a costruire una società fondata sull’amore e il rispetto reciproco.

Può sembrare un approccio romantico, ma in realtà esistono molti studi che da decenni monitorano le evoluzioni di numerosi Paesi in tutto il mondo e che aiutano a capire come si sviluppano società più pacate, più tolleranti e più aperte al dialogo. I lavori del sociologo Ronald Inglehart e dei suoi colleghi sono tra i più interessanti, anche perché supportati da dati internazionali molto affidabili raccolti in tutto il mondo da oltre trent’anni. Queste ricerche mostrano che i Paesi con i sistemi politici meno polarizzati e aggressivi, e i climi sociali più aperti, tolleranti e fiduciosi sono quelli che si sono spostati verso sistemi culturali e valoriali di tipo post-materialista, ovvero società in cui si è smesso di preoccuparsi delle cose essenziali - sopravvivenza materiale, lavoro, diritti e servizi di base ecc. - e si comincia a preoccuparsi di cose come sviluppo e crescita personale, emancipazione, autorealizzazione. In altre parole i Paesi che mostrano i climi politici e sociali più «amorevoli» e concilianti sono quei Paesi in cui le istituzioni trasmettono - e ricevono - fiducia, in cui i servizi funzionano, in cui c’è più sicurezza sociale ed economica, Paesi in cui in sostanza si è smesso di preoccuparci troppo della sopravvivenza quotidiana, in cui non si ha paura che ci venga tolto il necessario per sopravvivere, e dove ci si può focalizzare su quello che serve per vivere bene e per auto-realizzarsi: cultura, istruzione, arte, libera espressione, e così via. Al contrario i Paesi in cui la gente è assorbita dalla paura di non farcela, di trovarsi sola di fronte alle insicurezze e alle difficoltà, senza certezza di assistenza, di aiuto, con la percezione di diritti sociali e civili incerti e fragili, sono Paesi in cui più facilmente si sviluppano paura e odio. Paesi in cui l’istinto di sopravvivenza prevale sul senso di comunità, dove la diffidenza finisce per uccidere la fiducia e la solidarietà, dove l’avversario diventa nemico, dove il confronto diventa scontro e aggressione. Come si posiziona l’Italia rispetto a queste dimensioni? I dati del World Value Survey ci mostrano due dati preoccupanti. Il primo è che l’Italia ha un livello di sviluppo di valori «postmaterialisti» molto basso (tra i Paesi della vecchia Europa fanno peggio di noi solo Spagna e Portogallo). Il secondo è che dopo un continuo miglioramento che ha consentito alla nostra società di crescere molto nel corso degli Anni Ottanta e Novanta, nell’ultimo sondaggio il nostro Paese registra un passo indietro, una regressione che ci riporta quasi ai livelli di venti anni fa. Questi dati richiamano inevitabilmente le difficoltà economiche e sociali esplose negli ultimi anni e l’incapacità di governarle: l’aumento della precarietà lavorativa, un’immigrazione crescente e mal gestita, il calo di competitività e della produttività. E’ in questo tipo di contesto che la società ha iniziato a ripiegarsi su se stessa e a sviluppare diffidenza, rancori, paure ed è da qui che occorre partire per costruire un Paese meno incattivito. Perché in una comunità non si può instillare amore per decreto, né con un gesto benevolo né con parole concilianti, ma si costruisce collettivamente e democraticamente lavorando su molti fronti: economico, sociale, culturale. E questa è una cosa che molti nostri politici, di governo e opposizione, dovrebbero tenere a mente.

 





ViviCentro (art. 19 e 21)

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